DIRETTA_cndcec-fnc-convegno-cassazione-controversie-fiscali--834x470-U20437912486PHH--835x437IlSole24Ore-Web.jpg

La fattispecie: ampliamento autostrada ed espropriazione parziale proprietà

Il caso concerne l'occupazione d'urgenza e la conseguente espropriazione di un terreno privato per ampliamento dell'autostrada e avanzamento della relativa fascia di rispetto; l'indennità provvisoria di esproprio non veniva accettata dall'espropriato e seguiva procedura arbitrale ex art. 21 D.P.R. 327/2001 (Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità) conclusasi con perizia di stima opposta dall'autorità espropriante dinanzi alla Corte d'Appello. Il giudice del gravame, con ordinanza, riduceva la stima, ritenendo che la realizzazione, da parte dell'espropriato, di un intervento edilizio dopo la comunicazione di avvio del procedimento preordinato all'esproprio, non potesse essere valutato a fini indennitari, pertanto che l'indennizzo non potesse tenere conto del plusvalore ottenuto dal terreno espropriato a seguito dell'intervento edilizio in oggetto.

La Corte non riconosceva il pregiudizio per la perdita di volumetria dell'area residua sulla quale risultava impossibile la sopraelevazione del fabbricato a seguito dell'ampliamento dell'autostrada e avanzamento della relativa fascia di rispetto.

Escludeva, altresì, il danno da perdita di luminosità e panoramicità per la costruzione di un muro di contenimento del tratto autostradale in posizione sopraelevata, in quanto non eccedente la normale tollerabilità, oltre al danno per impossibilità di trasferire o locare un magazzino posto sull'area parzialmente occupata e per il costo di realizzazione di un parcheggio provvisorio per la movimentazione mezzi.

Determinava, da ultimo, indennità di esproprio, di occupazione d'urgenza e temporanea.

Mancato riconoscimento pregiudizio porzione residua e conseguente indennizzo

Avverso tale ordinanza proponeva ricorso per Cassazione l'espropriato affidandolo a nove motivi, sette dei quali dichiarati inammissibili dalla Suprema Corte, ad esclusione del quinto e del sesto, fondati e meritevoli di accoglimento.

Col quinto motivo il ricorrente denunciava violazione e falsa applicazione degli artt. 32 e 37 D.P.R. 327/2001 e 26 e 28 D.P.R. 495/1992, per avere la Corte d'Appello ritenuto non indennizzabile il pregiudizio subìto dall'area residua di terreno per perdita della pregressa volumetria e capacità edificatoria che aveva in forza dell'unione con l'area destinata a fascia di rispetto autostradale, rendendo impossibile la sopraelevazione del fabbricato preesistente. Più in particolare, si denunciava erronea applicazione dei princìpi regolatori della materia, in quanto, nel caso in cui l'esproprio riguardi una sola parte di bene, nel calcolo dell'indennità si deve tenere conto della svalutazione arrecata alla parte residua, che pertanto deve corrispondere alla differenza tra il valore del bene ante e post esproprio.

Il motivo, ritenuto dalla Cassazione fondato e di indubbia portata interpretativa, veniva accolto sulla base di ampie argomentazioni e rilevanti precisazioni.

La Cassazione riconosce l'indennizzo per l'area residua
In primis, la Corte (sentenza n. 10747/2020) non accoglie la tesi avanzata dal ricorrente secondo la quale la fascia di rispetto stradale-autostradale imporrebbe soltanto un obbligo di distanza che eviti la realizzazione di interventi edilizi al suo interno e garantisca sicurezza alla circolazione stradale ma dà seguito ad un consolidato orientamento giurisprudenziale secondo cui il vincolo posto su tali aree di rispetto integra un divieto assoluto di edificare, costituzionalmente tutelato dall'art. 42 Cost. da cui discende il potere conformativo della P.A., ovvero il potere di connotare in senso limitativo il diritto di proprietà. La distinzione tra vincoli conformativi e vincoli preordinati all'esproprio è la questione sulla quale la Cassazione argomenta e sulla quale la giurisprudenza si è nel tempo largamente pronunciata. Infatti, i vincoli conformativi rappresentano tutte quelle prescrizioni ascrivibili alla potestà edificatoria della P.A. che classifica e distingue il territorio secondo zone e categorie, al fine di assicurarne uno sviluppo coerente e coordinato ed incidono pertanto su una pluralità di beni e di soggetti. Diversamente, i vincoli preordinati all'esproprio rappresentano prescrizioni urbanistiche che incidono su un bene specifico e determinato, apponendo sullo stesso un limite funzionale alla realizzazione di un'opera pubblica, incompatibile con la proprietà privata, che pertanto passa in mano pubblica.

L'orientamento condiviso dalla Cassazione nega, quindi, che il vincolo in oggetto sia preordinato all'esproprio, in quanto previsto espressamente ex lege, pertanto, di esso va tenuto conto nel computo dell'indennità di esproprio in base al combinato disposto degli artt. 32 c. 1 e 37 c. 4 DPR 327/2001 secondo cui, rispettivamente, "L'indennità di espropriazione è determinata...valutando l'incidenza dei vincoli di qualsiasi natura non aventi natura espropriativa …" e "….non sussistono le possibilità legali di edificazione quando l'area è sottoposta ad un vincolo di inedificabilità assoluta in base alla normativa….. ". Operare un distinguo tra esproprio di area vincolata e vincolo di inedificabilità su area non espropriata rappresenta la base giuridica per stabilire se il privato in questione debba o meno essere ristorato, dato il vincolo di inedificabilità apposto sull'area di sua proprietà. Se una parte di giurisprudenza -relativamente recente- ritiene che i vincoli conformativi, in quanto imposti ex lege alla generalità di cittadini proprietari di beni localizzati in una certa posizione rispetto ad un'opera pubblica, non producano deprezzamento del bene, quindi non riconosce alcun indennizzo al proprietario, stante l'assenza di nesso causale -così come ha statuito la sentenza impugnata- la Suprema Corte respinge tale interpretazione, argomentando come segue.

Il vincolo assoluto di inedificabilità, pur concernendo soltanto l'area individuata dalla legge, impone comunque un sacrificio al privato, che deve essere indennizzato, laddove, a causa del medesimo, la porzione residua risulti non sia più utilizzabile come era o poteva potenzialmente essere prima, oltre che deprezzata per essersi ridotta la capacità edificatoria che aveva originariamente in forza dell'unione con l'area vincolata al rispetto stradale. Il collegamento tra le due aree può essere funzionale, economico, strutturale, così come riconosce anche la giurisprudenza di legittimità meno recente, pertanto il vincolo di inedificabilità produce, in questo caso, effetti peggiorativi anche sull'area residua. Inoltre, lo stesso disposto dell'art. 33 D.P.R. 327/2001 va in tal senso, stabilendo che in tema di espropriazione parziale di un bene unitario, il valore della parte espropriata debba determinarsi tenendo conto della relativa diminuzione di valore; ne consegue che l'indennizzo non deve riguardare soltanto l'eventuale area espropriata, ma anche la diminuita possibilità di utilizzazione della porzione residua. Circa il quantum dell'indennizzo, la Cassazione nega ogni automatismo, dovendo parametrarsi sulla limitata capacità edificatoria che residua a seguito della realizzazione/avanzamento della fascia di rispetto stradale.

Segue l'enunciazione di un importante principio di diritto da parte della Corte di Cassazione, che fa chiarezza su una questione giuridica di massima importanza, sia teorica che applicativa. "In tema di espropriazione per pubblica utilità, nel caso in cui, per effetto della realizzazione o dell'ampliamento di una strada pubblica…, il privato debba subire nella sua proprietà la creazione o l'avanzamento della relativa fascia di rispetto, quest'ultima si traduce in un vincolo assoluto di inedificabilità che di per sé non è indennizzabile, ma che, in applicazione estensiva della disciplina in tema di espropriazione parziale, non esclude il diritto del proprietario di essere indennizzato per il deprezzamento dell'area residua mediante il computo delle singole perdite ad essa inerenti, quando risultino alterate le possibilità di utilizzazione della stessa ed anche per la perdita della capacità edificatoria realizzabile sulle più ridotte superfici rimaste".

La decisione, oltre che fare chiarezza su un tema dibattuto, risulta ragionevole ed equilibrata, evitando ingiustificate disparità di trattamento tra chi viene privato materialmente di una porzione di bene immobile e chi subisce un vincolo di inedificabilità assoluto sulla porzione corrispondente alla fascia di rispetto che resta nella proprietà del soggetto privato. A ben vedere, è lo stesso art. 32 Testo Unico a stabilire che i criteri in materia di indennità di esproprio si applichino anche nel caso di espropriazione di diritti diversi da quello di proprietà, operando, così, un'assimilazione tra le diverse ipotesi e un'estensione della disciplina prevista.

Col sesto motivo il ricorrente denunciava violazione e falsa applicazione dell'art. 33 D.P.R. 327/2001 per aver negato l'indennizzo da perdita di luminosità e panoramicità dovuta alla realizzazione di un muro di sostegno dell'autostrada, a qualche metro dalla facciata del fabbricato. La corte di merito aveva rigettato la domanda sulla base di una presunta normale tollerabilità della denunciata perdita di luminosità e godibilità, criterio che la Cassazione definisce privo di basi normative. Infatti, nel deprezzamento dell'area residua va valutata anche l'esistenza di una significativa perdita di luce e panoramicità, in virtù del già affermato principio della globalità-integralità dell'indennizzo.

Risarcimento per errata segnalazione alla centrale rischi

Con l'ordinanza n. 13264/2020 (sotto allegata) la Cassazione nega il risarcimento del danno a una società che, a causa dell'errata segnalazione alla Centrale rischi da parte di una delle sue banche d'appoggio alla centrale rischi, non ha potuto portare a termine i suoi piani di investimento e di ampliamento, perché in realtà la crisi era preesistente. Per comprendere come gli Ermellini sono giunti a questa decisione, ribaltando gli esiti dei giudizi di merito, vediamo come si sono svolti i fatti fin dall'inizio.

Una S.p.a conviene una delle sue banche d'appoggio davanti al Tribunale facendo presente che la stessa nel marzo 2000 ha segnalato erroneamente alla Centrale Rischi della Banca d'Italia una sua posizione debitoria nei confronti di un altro istituto di credito. A causa di detta segnalazione gli istituti di credito con cui la società intratteneva rapporti hanno iniziato a ridurre o chiudere le linee di credito e a chiedere di rientrare, gettando sulla stessa un discredito commerciale tale per cui non ha più potuto portare a termine i suoi investimenti e progetti di ampliamento. La S.p.a chiede quindi i danni patrimoniali e non patrimoniali derivanti dall'errata segnalazione.

La banca convenuta fa presente di aver provveduto alla rettifica dell'errata segnalazione nel maggio 2000. Una segnalazione di soli due mesi non può quindi avere gettato sulla società il discredito lamentato. In ogni caso non c'è alcun nesso di causa tra la segnalazione e i danni richiesti dalla società attrice. Il Tribunale però accoglie la domanda della società e condanna la banca a pagare 1.641.110 euro e accessori

La sentenza viene impugnata in via principale dalla banca soccombente e in via incidentale dalla società, che richiede un risarcimento ancora più elevato. La Corte d'Appello respinge l'impugnazione dell'istituto di credito e accoglie quello della società, riconoscendo il nesso di causa tra la segnalazione alla Centrale rischi, la revoca degli affidamenti della altre banche e la conseguente modifica dei propri progetti manageriali. Il Giudice di seconde cure non procede però ad alcuna quantificazione del danno, ritenendo accurata e condivisibile la stima del Consulente.

Società in crisi prima della segnalazione alla Centrale Rischi

La banca soccombente ricorre in Cassazione, lamentando: con il terzo motivo l'omesso esame di un fatto decisivo ossia che "il mutato atteggiamento del ceto bancario nei confronti della società attrice andava ricondotto a ragioni diverse, rispetto alla erronea segnalazione alla centrale rischi." Le cose infatti per la società hanno cominciato a mettersi male sin dal 1999 a causa di problemi tutti debitamente documentati dagli allegati della CTU e dalla documentazione prodotta dalla consulenza di parte; con il quarto, il quinto e il sesto, invece contesta il riconoscimento del danno non patrimoniale alla società. Nessun risarcimento se la società era già in crisi prima della segnalazione

Con l'ordinanza n. 13264/2020 la cassazione accoglie i motivi illustrati sollevati dalla banca, cassa la sentenza e rinvia la causa alla Corte d'Appello in diversa composizione, disponendo che provveda anche sulle spese del giudizio di legittimità

Fondato per gli Ermellini il terzo motivo del ricorso perché la Corte d'Appello ha deciso la causa come se la società fosse florida, mentre dalla documentazione prodotta è emerso l'esatto contrario. "Il trend operativo degli anni immediatamente precedenti la segnalazione alla centrale rischi erano circostanze che dovevano necessariamente essere prese in considerazione ai fini della valutazione del nesso di causalità, perché erano tali da poterne teoricamente escludere la sussistenza." Gli Ermellini ribadiscono infatti che le condizioni preesistenti in cui versava la società "costituiscono un fatto materiale rilevante e centrale nell'accertamento della danno in esame, che la sentenza d'appello ha effettivamente trascurato di esaminare: sia in sé, sia in relazione alla illegittima segnalazione alla centrale rischi."

Fondati anche i motivi relativi al riconoscimento del danno non patrimoniale, perché la sentenza della Corte d'appello in effetti non ha accertato il pregiudizio lamentato. Questo in contrasto con quanto affermato da precedenti pronunce di legittimità per le quali "il danno non patrimoniale, come qualsiasi altro tipo di danno, non può mai ritenersi in re ipsa, con la conseguenza che la relativa prova (beninteso, anche presuntiva) deve essere dapprima offerta da chi invochi il risarcimento, e quindi valutata dal giudice." Il giudice di seconde cure infatti ha omesso di accertare l'esistenza del danno sia in riferimento alla serenità degli amministratori della società che all'immagine pubblica della stessa.

Non solo, per giurisprudenza conforme, i danni non patrimoniali per essere risarciti devono superare una certa soglia di tollerabilità, che è ancora più elevata per le società commerciali, altrimenti si corre il rischio di dover risarcire meri fastidi o disagi. Ora, nel caso di specie, dalla sentenza impugnata emerge che non è stato compiuto il necessario approfondimento "sulla diffusione della notizia diffamatoria, sulla sua percepibilità da parte della collettività, sulla possibilità per fornitori e clienti di connettere il declino societario a quella notizia, piuttosto che ad altri fattori; sulla eccedenza del danno rispetto alla soglia della normale tollerabilità."

---Sui danni per la caduta all’uscita dal ristorante decide il giudice del foro del consumatore
L’essere stato cliente della struttura e non esserci entrato per altre ragioni comporta la conclusione di un contratto di somministrazione di alimenti 

Sui danni per la caduta all’uscita dal ristorante decide il giudice del foro del consumatore. L’essere stato cliente della struttura e non esserci entrato per altre ragioni comporta infatti la conclusione di un contratto di somministrazione di alimenti.

Lo ha affermato la sesta sezione civile della Cassazione con l’ordinanza 13652/20 del 2 luglio che ha accolto il ricorso di un avventore che uscendo da un ristorante in un luogo di villeggiatura era caduto riportando lesioni. Di qui la richiesta di danno formulata di fronte al tribunale della sua residenza, ritenendo applicabile la disciplina sul foro del consumatore. Il tribunale ha invece dichiarato la propria incompetenza affermando che l’attore avrebbe agito ai sensi dell’articolo 2051 del codice civile chiedendo il risarcimento del danno solo extracontrattuale e non contrattuale, da ciò desumendo l’inapplicabilità del foro speciale del consumatore.

Contro la decisione il danneggiato ha proposto ricorso per regolamento di competenza sostenendo che il luogo di residenza o di domicilio del consumatore è fissato dalla legge, per cui il ricorrente non ha l’onere di indicarlo nell’atto introduttivo. Inoltre ha sostenuto di aver consumato un pasto e, quindi, di essere stato cliente del ristorante, con obbligo quindi di applicare il foro speciale.

La Cassazione ha accolto il ricorso rilevando che il giudice di merito, nella sua scarna motivazione, non è giunto affatto a escludere che non sia stata proposta anche azione contrattuale. Questa, peraltro, sussiste, per quanto evidenziato nel ricorso, ove nell’atto introduttivo il ricorrente rimarca di essere entrato nel ristorante per consumare un pranzo, e non per altre ragioni, onde è innegabile la conclusione di un contratto di ristorazione nel senso di somministrazione di alimenti.

Né, ha proseguito il collegio, è sostenibile che un siffatto contratto non includa anche obbligazioni secondarie, come quella di custodia della struttura ove il pasto viene somministrato: invero è, prima ancora che giuridico, del tutto logico che il ristoratore debba tenere la struttura in modo tale che essa non presenti ai clienti difficoltà, rischi o insidie per entrare o per uscire, come pure far sì che i clienti non si trovino in situazione pericolosa quando sono all'interno di essa. Infatti, ha concluso la Cassazione, la figura del ristoratore non coincide con l'albergatore, tuttavia per adempiere si avvale comunque di un immobile, ed è pertanto obbligato a fare in modo che il cliente possa accedervi e uscirne senza pericolo.

---Cassazione: ok all'investigatore per accertare se la malattia del dipendente è vera

Con l'ordinanza n. 11697/2020 la Cassazione, nel respingere il ricorso di un dipendente licenziato, ribadisce il diritto del datore di lavoro di far seguire il dipendente da un investigatore privato per verificare se la malattia esiste davvero o se, in ogni caso, le sue condizioni non sono effettivamente compatibili con l'ambiente di lavoro. Vediamo come ha avuto inizio la vicenda processuale.

Un lavoratore si oppone al licenziamento per giusta causa intimatogli dalla società datrice, ma il giudice rigetta il ricorso. Il dipendente prova allora a far valere le proprie ragioni in Corte d'Appello, ma anche questa rigetta il suo reclamo, ritenendo legittimo l'incarico conferito dalla datrice a un investigatore privato, per accertare se il dipendente fosse veramente in malattia.

Il dipendente infatti aveva lamentato un trauma contusivo a causa di una caduta dallo scooter procuratosi mentre si allontanava da un cantiere, certificata dal pronto soccorso, che prescriveva assoluto riposo per qualche giorno, con tanto di trasmissione degli atti all'Inail. Peccato che l'investigatore incaricato lo ha sorpreso pedalare ore e ore e a camminare con il figlio sulle spalle nel centro cittadino.

Illegittimo far seguire il lavoratore in malattia

Il dipendente soccombente in entrambi i gradi di merito decide quindi di ricorrere in Cassazione, sollevando i seguenti motivi di doglianza.

Con il primo motivo contesta la legittimità dei controlli investigativi intrapresi dalla società datrice, considerato che i lavoratori subordinati sono esonerati dalla reperibilità.Con il secondo invece contesta la sproporzione tra sanzione irrogata e condotta e fa valere l'insussistenza dell'obbligo di rientrare in anticipo sul periodo di inabilità certificata dall'Inail.Legittimo mettere l'investigatore per provare che la malattia non esiste

La Cassazione con l'ordinanza n. 11697/2020 respinge il ricorso per le ragioni che si vanno a illustrare.

La Corte rileva come gli artt. 2, 3 e 4 della legge 300/700 riconoscono al datore il diritto di servirsi di investigatori per verificare che il lavoratore adempia alle sue obbligazioni esterne all'ambiente lavorativo, ma rilevanti dal punto di vista disciplinare.

Nel caso di specie non rileva che non fosse esperibile la verifica fiscale. A giustificare il controllo del datore è sufficiente il sospetto che "il mancato svolgimento dell'attività lavorativa sia riconducibile alla perpetrazione di un illecito" o che vi sia il solo sospetto o la mera ipotesi che un illecito sia in corso di esecuzione.

Al datore è riconosciuto il diritto di procedere "al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l'insussistenza della malattia o la non idoneità di quest'ultima a determinare uno stato d'incapacità lavorativa e, quindi, a giustificarne l'assenza."

In questo caso infatti gli accertamenti del datore non avevano una finalità sanitaria, ma lo scopo di dimostrare che la "malattia" lamentata dal dipendente non era incompatibile con l'attività lavorativa o l'assenza dalla stessa. Di qui la legittimità dell'accertamento effettuato dalla datrice tramite investigatore privato in quanto finalizzato a dimostrare l'inesistenza di una situazione in grado di ridurre la capacità lavorativa del dipendente.

Per quanto riguarda invece la lamentata sproporzione tra la condotta e il licenziamento la Corte ribadisce l'impossibilità di procedere a un riesame dei fatti, per la possibilità di giudicare solo la presenza di una motivazione logica e adeguata. A tal proposito gli Ermellini rilevano come le conclusioni a cui è giunta la Corte sono corroborate dalle dichiarazioni dei testimoni e sono ben motivate nel momento in cui rilevano un comportamento del dipendente non improntato a correttezza e buona fede, stante la perdurante assenza dal lavoro anche in presenza dell'intervenuta guarigione, dimostrata dall'intensa attività ciclistica e dalla altre attività fisiche espletate. Il tutto senza comunicare al datore di lavoro il recupero delle sue abilità.

di Debora Alberici

Non può essere licenziato chi fuma in orario d’ufficio nonostante il divieto
Salvo un dipendente sorpreso all’interno dell’intercapedine con la sigaretta accesa: non era un pericolo per l’incolumità dei colleghi 

Buone notizie per i fumatori incalliti. Non può infatti essere licenziato che viene sorpreso con la sigaretta accesa in orario d’ufficio e in barba al divieto. A meno che non metta a repentaglio l’incolumità e la salute dei colleghi.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza 12841 del 26 giugno 2020, ha respinto il ricorso di una società salvando un dipendente sorpreso all’interno dell’intercapedine con la sigaretta accesa.

Per gli Ermellini bene ha fatto la Corte territoriale - condividendo le conclusioni assunte dal Tribunale circa la vigenza del divieto di fumo (a norma di legge e di specifica disposizione adottata dalla ditta committente) in tutto lo stabilimento presso il quale l’uomo era stato assegnato per lo svolgimento della sua attività lavorativa — a valutare, ai fini di riempire di contenuto la clausola generale dettata dall'art. 2119 cod. civ., la scala valoriale del codice disciplinare contenuto nel contratto collettivo applicato in azienda; avendo rinvenuto due tipizzazioni contrattuali concernenti l’infrazione al divieto di fumo (l’una, ex art .47 ccnl, punita con sanzione conservativa e l'altra, ex art. 48, lett. f) con sanzione espulsiva) ha proceduto alla verifica della sussistenza dei requisiti elaborati dalle parti sociali per l’adozione del provvedimento di licenziamento, pervenendo alla conclusione della impossibilità della sussunzione della condotta adottata nell’art. 48, lett. f) per carenza della situazione di “pericolo per le persone o per gli impianti”.

La Corte distrettuale, valutando sia il profilo soggettivo che quello oggettivo della condotta e in specie la conformazione del luogo ove il lavoratore è stato trovato intento a fumare, ha ritenuto di escludere la ricorrenza dei requisiti costitutivi della fattispecie contrattuale punita con sanzione espulsiva, in particolare rilevando che — alla luce delle circostanze concrete che caratterizzavano la condotta del lavoratore — non poteva ritenersi integrato un pericolo alla salute derivante dalla mera combustione di una sigaretta posto che l'infrazione al divieto di fumo in ambienti chiusi previsto dalla legge (art. 5 1 legge n. 3 del 2003) doveva misurarsi, quanto agli effetti sul rapporto di lavoro, con le due distinte previsioni dlscipllnari elaborate dalle parti sociali (artt. 47 e 48 ccnl).

Infatti, in tema di licenziamento per giusta causa, ai fini della proporzionalità tra addebito e recesso, rileva ogni condotta che, per la sua gravità, possa scuotere la fiducia del datore di lavoro e far ritenere la continuazione del rapporto pregiudizievole agli scopi aziendali, essendo determinante, in tal senso, la potenziale influenza del comportamento del lavoratore, suscettibile, per le concrete modalità e il contesto di riferimento, di porre in dubbio la futura correttezza dell'adempimento, denotando scarsa inclinazione all'attuazione degli obblighi in conformità a diligenza, buona fede e correttezza.

---Multe autovelox: le nuove indicazioni della Cassazione
Per la Cassazione, non è coperta da fede privilegiata l'annotazione dei verbalizzanti su omologazione e verifiche periodiche. L'onere della prova grava sulla P.A.

---Moglie incinta e con una bimba piccola: niente domiciliari per il marito
Confermata la custodia cautelare in carcere per l’uomo. Le difficoltà per la donna nella gestione della figlia, difficoltà connesse alla gravidanza e alla futura nascita, non bastano per rendere necessario il rientro in casa del coniuge.

(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 19053/20; depositata il 23 giugno)

---Grazie alla legge salva-lidi lo stabilimento non smonta le strutture né il Comune può opporsi
Manifestazione di volontà e non istanza la comunicazione del gestore che sfrutta la moratoria in attesa delle nuove regole. Esclusa l’incostituzionalità per lesione di prerogative degli enti locali

Il mare d’inverno sarà un po’ meno triste grazie alla legge salva-lidi. Che dopo la stagione estiva consente ai gestori di non smontare le strutture amovibili fino al 31 dicembre prossimo. La norma è solo una moratoria in attesa del riordino del settore, messo a rumore dalla direttiva Bolkestein dell’Unione europea e alla sentenza della Corte di giustizia Ue secondo cui il privato deve vincere una gara pubblica per poter fruttare economicamente un bene demaniale come la spiaggia. Tuttavia la proroga contenuta nella legge di stabilità 2019 non interferisce con la direttiva servizi né il Comune può opporsi, anche se può sempre effettuare controlli. Deve poi escludersi l’incostituzionalità per lesione delle prerogative di enti locali e soprintendenze: la disposizione consente di mantenere opere già autorizzate. È quanto emerge dalla sentenza 110/20, pubblicata dalla prima sezione della sede di Lecce del Tar Puglia.

Immediata comprensione
Accolto il ricorso della società che gestisce i servizi in spiaggia: annullato il provvedimento del Comune che ordina di togliere entro quindici giorni le strutture amovibili dal terreno demaniale. Da una parte l’amministrazione richiede al gestore del lido una serie di documenti di cui è già in possesso. Dall’altra sbaglia a qualificare come “istanza” la dichiarazione del legale rappresentante che manifesta la volontà di avvalersi dell’opportunità offerta dalla legge 145/18, articolo 1, comma 246. E ciò perché l’istanza presuppone una risposta del Comune, positiva o negativa, all’esito di un procedimento, mentre la disposizione si presenta di «immediata comprensione»: l’amministrazione non può imporre agli stabilimenti balneari di rimuovere le opere amovibili sino a fine 2020.

Incertezza normativa
La disposizione di Stabilità 2019 è una norma speciale perché deroga al procedimento ordinario e in quanto tale deroga a quella generale. Ma in fin dei conti soltanto per due stagioni invernali. Il tutto in attesa di regolamentare un settore dove regna l’incertezza normativa, laddove il riordino potrebbe ad esempio consentire di non rimuovere più alla fine della stagione estiva le strutture amovibili dei lidi che si trovano in pieno centro abitato delle località turistiche. Incostituzionalità esclusa perché non si toccano le nuove opere.
Spese di giudizio compensate per la novità della questione.

di Dario La Marchesina

La responsabilità penale del datore di lavoro da Covid-19
Il rispetto delle nuove normative e protocolli nei luoghi di lavoro. Focus sulla responsabilità penale del datore di lavoro da Covid-19

sicurezza sul lavoro
L'emergenza epidemiologica che ha colpito il paese sta influendo pesantemente anche sul nostro tessuto economico, dove gli imprenditori sono tenuti ad osservare rigide disposizioni per poter riprendere a svolgere le loro attività.

Infatti solo con il rispetto delle nuove normative e protocolli, i datori di lavoro potranno evitare di incorrere in quella sfera sanzionatoria del nostro ordinamento che mette maggiore apprensione: la responsabilità penale.

Responsabilità penale datore di lavoro e adempimenti sicurezza in azienda
Cosa prevede il testo unico per la sicurezza nei luoghi di lavoro
Ente e responsabilità da Covid-19
Datore di lavoro: come tutelarsi
Responsabilità penale datore di lavoro e adempimenti sicurezza in azienda
[Torna su]
E' bene sapere che, qualora dovesse essere riscontrato un caso di Covid-19 in azienda, il datore di lavoro può essere esposto ed eventualmente indagato, a seguito di querela della persona offesa, per la commissione di due reati: le lesioni personali colpose (art. 590 c.p.) e, nei casi di estrema gravità, l'omicidio colposo (art. 589 c.p.).

I giudici penali avranno il compito di valutare la sussistenza dell'elemento giuridico della colpa nelle condotte di prevenzione adottate dall'imprenditore.

Per il nostro diritto penale, la colpa può essere "generica" se causata da imprudenza, imperizia oppure "specifica" se provocata dall'inosservanza di leggi, regolamenti, ordini.

Per questo motivo è fondamentale che il datore di lavoro adempia i suoi obblighi di tutela e salvaguardia della salute e della sicurezza dei suoi dipendenti, attraverso l'osservanza delle norme del codice civile (art. 2087 c.c.) e in particolare di quelle contenute nel Testo Unico per la Sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008).

Cosa prevede il testo unico per la sicurezza nei luoghi di lavoro
Il D.Lgs. 81/2008 stabilisce che il datore di lavoro è garante della sicurezza in azienda e per questo è soggetto ad obblighi esclusivi o eventualmente delegabili:

- Ha l'obbligo esclusivo di designare il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (R.S.P.P.) e di predisporre la valutazione dei rischi elaborando il Documento di Valutazione dei Rischi (D.V.R.).

- Inoltre ha l'obbligo di far osservare, con possibilità di delega ad altri soggetti, le disposizioni previste dagli artt. 18-55 del D.Lgs. 81/2008 (es. nomina del medico competente per la sorveglianza sanitaria, programmazione delle misure di prevenzione, fornire i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale ecc.)

Per quanto riguarda le condotte, tenute prima del 03/02/2020, le norme cautelari che il datore di lavoro dovrà dimostrare di aver osservato sono solo quelle previste dal D.Lgs. 81/2008.

Invece, a partire dal 03/02/2020, con l'emanazione della Circolare n. 3190 del Ministero della Salute, i datori di lavoro sono tenuti ad osservare e attuare le prescrizioni igieniche di base per la prevenzione del contagio.

A queste si aggiungono quelle contenute nel Protocollo sottoscritto dal Governo e da Confindustria in data 14/03/2020, le quali prevedono, laddove possibile, la riduzione dell'attività lavorativa in azienda invitando i lavoratori a ricorrere allo smart working o ad usufruire degli ammortizzatori sociali, e in ogni caso la sanificazione periodica dei locali aziendali e l'adozione di specifici dispositivi di protezione individuale.

Il datore di lavoro, per conformarsi queste ultime disposizioni e protocolli in materia, dovrà provvedere all'aggiornamento del Documento di Valutazione dei Rischi in modo tale da essere coperto da eventuali controversie di natura penale da covid-19.

Ente e responsabilità da Covid-19
La sfera giuridica di una possibile responsabilità penale da covid-19 non si esaurisce con la mancata attuazione e rispetto delle normative in materia di sicurezza sul lavoro da parte del datore di lavoro.

Infatti esiste nel nostro ordinamento anche la responsabilità dell'ente (azienda) per i reati commessi dai soggetti che lo rappresentano (c.d. apicali), disciplinata dal D.Lgs. 231/2001.

Si tratta di una responsabilità penale della persona giuridica che presenta peculiarità di carattere amministrativo che si identificano nella natura interdittiva delle sanzioni.

Secondo il D.Lgs. 231/2001 l'illecito deve essere commesso da un soggetto apicale (rappresentante legale, soggetto con poteri di amministrazione o gestione dell'azienda) in vantaggio o nell'interesse dell'ente (es. l'azienda che, per ottimizzare i profitti e abbattere i costi, non fornisce i dispositivi di protezione individuale e non adotta le misure di prevenzione).

Tra i reati annoverati che danno luogo ad una responsabilità amministrativa dell'ente sono stati compresi anche le lesioni colpose e l'omicidio colposo legati all'inosservanza delle norme in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro, e quindi anche il contagio da covid-19.

L'azienda, per evitare di incorrere in gravi sanzioni interdittive, deve adottare un modello organizzativo e gestionale tale da dimostrare in sede di giudizio di:

- Aver adottato e attuato, prima della commissione del fatto, modelli di organizzazione e gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

- Aver garantito la vigilanza sul funzionamento e l'osservanza dei modelli da parte di un organismo autonomo dell'ente preposto a tali funzioni.

Datore di lavoro: come tutelarsi
In conclusione il datore di lavoro per tutelarsi da un'eventuale querela da caso di covid-19 in azienda, deve osservare le norme sulle sicurezza nei luoghi di lavoro, predisporre e tenere sempre aggiornato il Documento di Valutazione dei Rischi secondo quanto previsto dal D.Lgs. 81/2008 e adottare un modello organizzativo e gestionale idoneo per evitare una responsabilità dell'ente ai sensi del D.Lgs. 231/2001.

---Il fisco può usare le dichiarazioni del contribuente “interrogato” senza assistenza del professionista
Valore indiziario alle propalazioni acquisite in modo irrituale dall’ufficio nell’invito a comparire: spetta al giudice valutarne adeguatezza e fondatezza nell’ambito del suo libero apprezzamento

Le informazioni acquisite in modo irrituale dal contribuente possono avere valore indiziario, dovendosi escludere la loro assoluta inutilizzabilità. È il giudice, nell’ambito del suo libero apprezzamento, a valutarne adeguatezza e fondatezza avuto riguardo all’accertamento nel suo complesso. Nell’accertamento tributario, infatti, è legittima l’utilizzazione di qualsiasi elemento con valore indiziario, anche acquisito in modo irrituale, ad eccezione di quelli la cui inutilizzabilità discende da specifica previsione di legge e salvi i casi in cui venga in considerazione la tutela di diritti fondamentali di rango costituzionale.

È quanto emerge dalla sentenza 663/4/20 pubblicata dalla Ctr Emilia Romagna (cfr. Cassazione 31779/19).
Devono ritenersi utilizzabili le dichiarazioni acquisite dal legale rappresentante di una snc, in seguito a un invito a comparire personalmente ex articolo 32, comma primo, del dpr 600/73, seppure nel caso di specie esse non siano state valutate idonee a fondare la legittimità, nel merito, dell’avviso di accertamento.
La vicenda riguarda un avviso di accertamento con cui l’ufficio aveva ricostruito induttivamente i ricavi della società contribuente in relazione all’attività di realizzazione di prodotti da forno.
Il contribuente eccepiva la violazione del principio di buona fede stabilito dall’articolo 10 della legge 212/00 in quanto, nonostante l’ufficio lo avesse formalmente invitato a presentarsi personalmente per produrre la documentazione relativa, egli era stato in realtà sottoposto ad un vero e proprio “interrogatorio”, senza l’assistenza di professionista, nel corso del quale aveva fornito informazioni inevitabilmente imprecise, sulle quali cui si era successivamente fondato l’avviso di accertamento.

La Ctp accoglieva tale doglianza con pronuncia poi ribaltata in appello con cui è stato accolta la tesi dell’Agenzia delle entrate. In ogni caso il gravame dell’amministrazione finanziaria viene rigettato in quanto nella propria ricostruzione l’ufficio non aveva tenuto conto di tutti gli elementi informativi offerti, anche in momenti successivi, dal contribuente e che attenevano: alla vendita sfusa di materie prime - uova, farina, zucchero - da scorporarsi rispetto ai quantitativi stimati per la produzione di prodotti da forno; alla percentuale di sfrido della farina, valutata nella misura compresa tra l’1 e il 2 per cento, che risulta indebitamente calcolata nella ricostruzione presuntiva del maggior volume di produzione, in contrasto con la metodologia messa a punto dalla stessa amministrazione.

di Annamaria Villafrate

La Cassazione 'bacchetta' l'avvocato
Inammissibile il ricorso caotico e incoerente. La Cassazione raccomanda la lettura della "Guida per gli avvocati" per imparare a scrivere gli atti

Non ha fatto di certo una bella figura chi ha predisposto il ricorso in Cassazione per lamentarsi degli esiti del giudizio d'Appello, che lo ha dichiarato inammissibile per genericità. La Suprema Corte nell'ordinanza n. 9996/2020 ha lamentato poca chiarezza, incoerenza e prolissità espositiva, in pieno contrasto con quanto raccomandato dalla "Guida per gli Avvocati" approvata dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, e non solo. Nel momento in cui infatti il ricorso verte su atti processuali, come nel caso di specie, in cui parte ricorrente si duole del giudizio espresso su suo atto di appello, è necessario indicarlo specificamente nell'atto con cui si ricorre in Cassazione, a pena d'inammissibilità, come richiesto dall'art. 366, co. 1. n. 6 c.p.c.

di Dario Ferrara

Annullata la multa contestata al minorenne
Nonostante la prassi di molti comandi di polizia, l’under 18 non può essere sanzionato in quanto incapace: accertata l’infrazione il verbale va rivolto ai genitori responsabili per «culpa in educando»

Annullata. Addio all’ordinanza-ingiunzione emessa dal prefetto perché il teenager è stato beccato alla guida della microcar senza le cinture o mentre parla al cellulare. E ciò perché il minorenne viene indicato come trasgressore nel verbale, mentre non può essere assoggettato a sanzione amministrativa in quanto incapace. Non conta la prassi seguita da molti comandi di polizia: è impossibile contestare il verbale all’under 18 indicandolo come trasgressore ma, una volta accertata l’infrazione al codice della strada, il verbale di contestazione va emesso nei confronti dei genitori, i quali rispondono a titolo personale per culpa in vigilando e/o educando. È quanto emerge dalla sentenza 619/19, pubblicata dalla sezione civile del giudice di pace di Terracina (in provincia di Latina; magistrato onorario Pietro Tudino).

Responsabili effettivi
Vittoria per il padre del ragazzo, difeso dall’avvocato Roberto Iacovacci. Lo stop al provvedimento della prefettura scatta perché il minore è privo di legittimazione. Quando la violazione è commessa dall’under 18, deve essere redatto prima il verbale che accerta la violazione e poi quello della contestazione, che va rivolta nei confronti delle persone tenute alla sorveglianza dell’interessato. E dunque anzitutto papà e mamma. I quali non rispondono per responsabilità solidale ma vanno considerati - e chiaramente qualificati nell’atto - come effettivi trasgressori ai sensi dell’articolo 2 della legge 689/81: hanno consentito al minore di violare una norma Cds o almeno non lo hanno impedito. È necessario che la polizia indichi nel verbale il rapporto che lega il ragazzo con i soggetti tenuti alla sorveglianza. E dunque non è sufficiente notificare anche i genitori la copia dell’atto di contestazione fatto al minorenne se non risulta accompagnata da specifici elementi rivolti nei confronti degli ascendenti. La prefettura paga le spese di lite.

--Va assolto perché in buona fede l’imputato che fa affidamento sulla prassi del Comune
Da valutare l’errore scusabile nella contravvenzione: il reato non richiede il dolo, ma colpa non vuole dire responsabilità oggettiva. Contraddittoria la motivazione sull’elemento soggettivo

L’imputato di lottizzazione abusiva non può essere condannato se risulta in buona fede perché ha fatto affidamento sulla prassi del Comune nel rilasciare i permessi. E ciò perché si deve valutare l’errore scusabile, mentre il modus operandi dell’amministrazione locale incide senz’altro sul legittimo affidamento del privato. Ne consegue che non si può ritenere responsabile l’imputato quando la motivazione risulta contraddittoria perché non si esprime sull’elemento soggettivo del reato. È quanto emerge dalla sentenza 15205/20, pubblicata il 15 maggio dalla terza sezione penale della Cassazione.

Orientamento superato
Accolto il ricorso degli imputati, laddove il sostituto procuratore generale chiedeva l’annullamento senza rinvio per prescrizione con conferma della confisca: sarà il giudice del rinvio a stabilire se sussiste o no il reato, che si estinguerà comunque il prossimo 12 dicembre, salvo ulteriori prescrizioni. È vero, risulta superato l’orientamento di giurisprudenza secondo cui la lottizzazione abusiva si configurerebbe come unacontravvenzione esclusivamente dolosa: può infatti essere commessa anche per colpa dal momento che si consuma per la mancanza di autorizzazione o per il contrasto con la legge o gli strumenti urbanistici. E ciò sia nella forma negoziale che materiale. Ma colpa non vuol dire responsabilità oggettiva. È stato ad esempio ritenuto in buona fede l’acquirente dell’immobile busivo perché ha fatto affidamento sulla prassi comunale di rilasciare le concessioni anche senza il piano di lottizzazione (oltre che sul certificato di destinazione urbanistica allegato al rogito).

Accertamento mancante
Agli imputati, nella specie, si contesta di aver costruito in zona agricola anche se non hanno la qualifica di imprenditori del settore a titolo principale e utilizzando lotti di estensione inferiore al minimo colturale. È tuttavia carente la motivazione della condanna rispetto all’elemento soggettivo del reato. La Corte d’appello affronta la questione della prassi seguita dall’ufficio tecnico del Comune soltanto rispetto al dolo dell’abuso d’ufficio, dichiarato prescritto, risolvendo la questione in modo coerente al tipo di pronuncia assolutoria sul punto. Ma non compie l’ulteriore accertamento che sarebbe stato necessario rispetto alla lottizzazione abusiva. Né approfondisce i rapporti fra il geometra del Comune e i privati. Atti rinviati alla Corte territoriale.

---Rischia una condanna per bancarotta chi ha nel suo studio la sede dell’impresa che si è resa poi insolvente. A maggior ragione se ha poteri di gestione economica e tiene anche la contabilità.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 12912 del 24 aprile 2020, ha respinto il ricorso dell’amministratore di fatto di una impresa che aveva concesso finanziamenti a una società collegata ed era poi fallita.

Gli Ermellini puntualizzano che qualunque obbligo riservato dalla legge all’amministratore di diritto può essere esteso anche a quello di fatto.

E che avere la sede della società nel proprio studio associata a poteri di gestione economica dimostra che è in atto un’amministrazione di fatto.

Sul punto la quinta sezione penale precisa che «nella specie i giudici di merito attribuiscono al ricorrente la veste di amministratore di fatto sulla scorta di vari indici sintomatici costituiti da: la sussistenza di varie società, tra cui la fallita, riferibili ai fratelli e da questi gestite in modo promiscuo; rilevanti finanziamenti erogati dall'imputato in favore della società; la condivisione della proprietà delle quote societarie tra i due fratelli; la circostanza che la sede legale della società si trovasse presso lo studio del ricorrente e che sempre lì veniva tenuta e gestita la contabilità».

In virtù di ciò, conclude la Cassazione, sulla scorta di una motivazione immune da vizi logici, i giudici di merito concludono che all’imputato erano riconducibili poteri di rappresentanza esterna della società, nonché la gestione economico-finanziaria e amministrativa della società fallita, in modo continuativo durante l’intero corso della vita societaria.

Nell’affermare questo principio “Piazza Cavour” ne chiarisce un altro per cui il soggetto che assume, in base alla disciplina dettata dall'art. 2639 cod. civ., la qualifica dl amministratore di fatto di una società è da ritenere gravato dell’intera gamma dei doveri cui è soggetto l’amministratore di diritto, per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, è penalmente responsabile per tutti i comportamenti a quest'ultimo addebitabili, anche nel caso di colpevole e consapevole inerzia a fronte di tali comportamenti.

---Il commercialista che sbaglia la dichiarazione dei redditi del cliente, in questo caso omettendo una vendita immobiliare, è tenuto a versare all’amministrazione finanziaria le sanzioni dovute in seguito all’accertamento con adesione.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 8108 del 23 aprile 2020, ha respinto il ricorso di un professionista.

La terza sezione civile, dunque, ha condiviso in pieno le conclusioni cui è giunta la Corte d’Appello di Firenze che, nel 2018, aveva condannato l’uomo pagare il gap, e cioè le sanzioni ridotte, spiccate dall’ufficio dopo l’accordo con i contribuenti.

Sul punto nella breve quanto interessante motivazione si legge che la Corte territoriale, con sentenza redatta accuratamente, anche nella forma grafica ed espressiva, ed esaustivamente e logicamente motivata, ha addebitato al commercialista le esatte conseguenze del suo comportamento, consistente non nell’intera somma che era stata chiesta dal Fisco ai coniugi bensì quella che essi avevano dovuto pagare a seguito di accertamento con adesione, procedendo, quindi, a scomputare da detta ultima somma quella che l’amministrazione finanziaria avrebbe richiesto se la plusvalenza fosse stata correttamente esposta nella dichiarazione dei redditi e se il prezzo di vendita di lite ottocento milioni non fosse stato rettificato, ossia senza applicazione di alcuna sanzione, perché l’imposta non sarebbe stata evasa. Ora il consulente verserà alla coppia ben 43 mila eu

Ingiustificata la richiesta di denaro anche da parte della donna che dovuto interrompere una gravidanza indesiderata dal partner

Può finire in carcere per estorsione chi minaccia di rivelare la relazione extraconiugale alla moglie sotto richiesta di denaro. Ciò anche se ha dovuto interrompere una gravidanza indesiderata dall’amante.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 9750 dell’11 marzo 2020, ha respinto il ricorso di una donna che aveva incassato dall’amante qualche migliaia di euro, minacciandolo di rendere pubblica la loro relazione.

Bene per i Supremi giudici ha fatto la Corte d’Appello a confermare il verdetto della decisione di primo grado, che aveva evidenziato che la tesi difensiva secondo la quale la ricorrente era convinta di avere diritto alle somme richieste (che, secondo la difesa, riteneva le spettassero di diritto) era infondata in quanto non esisteva alcuna pretesa tutelabile; mancava anche il presupposto della richiesta, e cioè il riconoscimento di una somma per non aver portato a termine una gravidanza, presupposto non provato, smentito dalle dichiarazioni dei testi e sul quale nessuna censura vi è in ricorso per sostenere, invece, la sussistenza dello stesso.Cassazione.net

---Condanna annullata per chi detiene animali diversi in un piccolo recinto
Escluso l’abbandono a carico dell’imputato che non ha altri posti dove custodire bovini e vitelli: addio ammenda se non si verifica che i capi di bestiame sono denutriti e non abbeverati abbastanza

Nessuna ammenda è prevista per il reato dell’articolo 727 Cp a chi detiene animali diversi in un piccolo recinto.

Gli “ermellini” hanno annullato con rinvio la sentenza con cui il tribunale condannava un uomo alla pena di mille euro di ammenda per abbandono di animali perché deteneva animali diversi (tra cui bovini e una capra) in un piccolo recinto in condizioni incompatibili con la loro natura e senza un adeguato sistema di abbeveraggio e in uno stato nutrizionale scadente. Osserva il ricorrente che la motivazione del tribunale che disponeva il sequestro amministrativo degli animali era carente, laddove riteneva che gli animali fossero costretti a vivere in un habitat non idoneo, senza spiegare perché tale luogo fosse inadeguato, anche alla luce di quanto affermato da alcuni teste che confermavano che il recinto era abbastanza grande, che c’era un’autoclave collegata al pozzo, e, infine, che lo stato di salute di salute degli animali era buono.

Il collegio di legittimità ritiene fondato il ricorso: il tribunale ha ritenuto provata la penale responsabilità dell’imputato per la contravvenzione a lui contestata «avendo lo stesso ubicato animali di diversa tipologia nella stesso recinto dalla dimensioni modeste e quindi costringendoli a vivere in un habitat non idoneo», senza tuttavia considerare che «il sequestro disponeva la custodia degli animali proprio nel luogo in cui furono trovati, e non emergendo che l’imputato disponesse di altri luoghi dove custodire gli animali stessi». La motivazione non soltanto è «manifestamente illogica, ma anche carente», non avendo accertato «l’eventuale inadeguato sistema di abbeveraggio e l’eventuale stato nutrizionale scadente degli animali, circostanze che pure sono state contestate nel capo di imputazione e che ben possono integrare il reato in questione, purché produttive di gravi sofferenze, ma che il tribunale ha omesso di verificare nel caso concreto». Pertanto il Supremo Collegio ha annullato la sentenza con rinvio per un nuovo esame. Cassazione penale Sez.III n.9371 depositata il 9 febbraio 2020.

Saranno le Sezioni unite civili della Cassazione a stabilire se la sentenza di divorzio su ricorso congiunto delle parti può contenere la clausola che trasferisce l'immobile fra gli ex coniugi, senza che debba intervenire il notaio.Così come per la separazione consensuale. Si fa strada nelle giurisdizioni di merito l'interpretazione per cui il notaio non è insostituibile.

La Cassazione con ordinanza n.32483 del 12 dicembre del 2019 ha statuito che non spetta il risarcimento dei danni per le vittime da tamponamento perchè se non si deposita la radiografia è escluso che il colpo di frusta refertato al pronto soccorso possa essere considerato una lesione micropermanente.

La mera irregolarità urbanistica dell'immoble promesso in vendita non blocca la sentenza costitutiva di trasferimento. L'esecuzione specifica - infatti - è esclusa solo quando il bene oggetto del preliminare è stato costruito in assenza della licenza o concessione edilizia.

Nel caso in esame l'abuso era rappresentato da una tettoia abusiva, a servizio dell'immobile oggetto del preliminare di vendita. Così ha deciso la Cassazione con sentenza n.32225 del 10 dicembre 2019.

---Gli animali non devonoessere esposti ad alcuna sofferenza fisica, altrimenti si rischia una condanna penale.Infatti chi mette in condizioni poco adatte, in questo caso chiusi in gabbie esposte ad intemperie anche se ben nutriti, non viene prosciolto, diversamente da come aveva disposto il giudice del merito, per la particolare tenuità del fatto. Cassazione penale del 9 dicembre 2019 n. 49791.

Assolto l'imputato che non dichiare le perdite nel bilancio della società dai reati previsti per bancarotta semplice e fraudolenta, in quanto i conti dell'esercizio finanziario, non rientrano nei documenti previsti dall'art.216 comma primo l.f. Corte Cassazione seconda sezione penale, sentenza n.37878 del 12 settembre 2019

Il fisco non può sanzionare il contribuente in buona fede.E ciò perchè la sovratassa scatta soltanto quando la parte privata viola la norma tributaria in modo consapevole,a titolo di dolo o colpa;deve invece essere esonorata dal pagamento quando dimostra la propria ignoranza incolpevolecioè che non sapeva di commettere un illecito. Sentenza n.82 della Commissione tributaria del Friuli Venezia Giulia, Sezione seconda. 

La Corte di Cassazione con sentenza 21/09/2017, n. 43160 ha precisato che nel reato di abuso di ufficio il dolo intenzionale va desunto da una serie di indici fattuali, tra i quali assumono rilievo l'evidenza, la reiterazione e gravità delle violazioni, la competenza dell'agente, i rapporti tra agente e soggetto favorito, l'intento di sanare le illegittimità con successive violazioni di legge. Pertanto, il responsabile di un ufficio tecnico comunale è colpevole del reato di abuso d’ufficio per aver rilasciato titoli abilitativi illegittimi per l'esecuzione di lavori di ristrutturazione non consentiti, anche in assenza di accordi collusivi con il privato interessato ed in compresenza di un interesse pubblico

LA BOLLETTA O LA FATTURA NON PROVA IL SERVIZIO DI EROGAZIONE DELL'ACQUA E SOPRATUTTO LE QUANTITà UTILIZZATE DALL'UTENTE.
Corte di Cassazione ordinanza n.17659 del 2luglio 2019

Gli indumenti degli operatori ecologici rientrano tra i dispositivi di protezione individuale e il relativo lavaggio spetta all'impresa.La rimozione legale,infatti, deve essere riferita a qualsiasi attrezzatura o accessorio che possa costituire una barriera protettiva rispetto al rischio per la salute. Cassazione n.16749,ordinanza del 21 giugno 2019

Cass. Sez. III n. 15228 del 28 marzo 2017 (Ud 31 gen 2017) Presidente: Savani Estensore: Aceto Imputato: Cucino. Urbanistica.Falso e domanda per il rilascio del permesso di costruire

Commettono il delitto di falsità ideologica in certificati (previsto dall'art. 481 cod. pen.), e non quello più grave di falsità ideologica in atto pubblico (previsto dall'art. 483 cod. pen.), il professionista che redige planimetrie finalizzate alla domanda per il rilascio del permesso di costruire non corrispondenti alla realtà, ed il committente che le allega alla domanda stessa, giacché dette planimetrie non sono destinate a provare la verità di quanto rappresentatovi, ma svolgono la funzione di dare alla P.A. - la quale resta pur sempre titolare del potere di procedere ad accertamenti autonomi - un'esatta informazione sullo stato dei luoghi. Se dette planimetrie vengono avallate dai dirigenti, ne rispondono in concorso,

La banca risarcisce l'investitore per la perdita del capitale se non lo rende edotto sulle caratteristiche del titolo negoziato anche se al cliente piace andare giù pesante quando compra in borsa : la proprensione al rischio dell'acquirente non esonera l'intermediario dalla prova di avere adempiuto agli obblighi informativisulle caratteristiche del prodotto perchè solo una conoscenza adeguata può determinare l'accettazione consapevole dell'operazione .Inutile altrimenti per l'istitutofarsi confermare per iscritto l'ordine di acquisto. Ordinanza n. 15708 dell'11 giugno 2019 della prima sezione civile della Cassazione.

La vendita sottocosto di un immobile da parte della società desunta anche dai valori Omi giustifica l'accertamento induttivo. Una volta che il fisco ha contestato l'antieconomicità dell'operazione spetta al contribuente fornire le necessarie spiegazioni, in mancanza delle quali scatta la verifica. Cassazione n-15321 del 6 giugno 2019

Nell'ambito di un procedimento per sottrazione internazionale di minori il bambino sradicato unilateralmente dal contesto sociale ove è cresciuto dev'essere sentito dal giudice nonostante i servizi sociali lo abbiano ascoltato. Ordinanza n. 15254 del 4 giugno 2019 ore 18,55 Corte Suprema di cassazione.

La Suprema corte restituisce la patente al condannato per guida in stato d'ebrezza.E senza passare per il giudizio di rinvio.Questo se il condannato ottiene la sostituzione della pena con i lavori di pubblica utilità. Cass 31 maggio 2019 n.24385.

Il fisco non può negare all'azienda la detrazione dei costi che etichetta semplicemente come "sproporzionati". L'Ufficio è infatti tenuto a dimostrare l'antieconomicità effettiva delle spese.Corte cassazione,sentenza n.14941 del 31 maggio2019.

 Il lavoratore ha diritto ai permessi retribuiti per assistere il familiare malato anche se produce la sola relazione di ricovero in ospedale: se il datore contesta la sussistenza della grave infermità,infatti ,il dipendente ben può dimostrarla con altri certificati medici nel corso del giudizio. Ordinanza 14794 del 30 maggio2019 sezione lavoro della Cassazione-

L'improvviso bisogno fisiologico è un malessere che giustifica la sosta in corsia d'emergenza.

L’improvviso bisogno fisiologico - anche se non dovuto a malfunzionamento organico - giustifica la sosta in corsia d’'emergenza, per il tempo strettamente necessario a superare l'emergenza stessa, poiché non consente di guidare con la dovuta attenzione in quanto esclude quella condizione di benessere fisico indispensabile per una guida corretta che non ponga in pericolo sia lo stesso conducente ed i terzi trasportati sia gli altri utenti della strada. In tal caso, infatti, il bisogno di minzione integra quel “malessere” al ricorrere del quale il Codice della Strada consente la sosta d’emergenza.

È questo, in sintesi, l'orientamento giurisprudenziale che ha fatto evitare il carcere ad un tassista romano che, per un bisogno impellente - a suo dire legato a problemi di prostata e, quindi, ad un’incontinenza cronica - si era fermato nella corsia d’emergenza del Grande Roccordo Anulare venendo coinvolto in un tragico incidente stradale.

Più precisamente la bizzarra, quanto triste vicenda giunta innanzi alla Quarta Sezione della Suprema Corte di Cassazione vede come protagonista un tassista processato per il reato di omicidio colposo perchè, mentre percorreva il Grande Raccordo Anulare in orario mattutino, decideva di fermarsi, arrestando la marcia del suo taxi in corsia d'emergenza: motivo della fermata era un impellente bisogno fisiologico. Finita l’operazione di “liberazione”, mentre stava risalendo sulla sua autovettura, veniva violentemente tamponato da un motociclo il cui conducente, in esito all'urto, purtroppo, decedeva.

Gli eredi di quest’ultimo hanno impugnato in Cassazione la sentenza emessa dalla Corte d'appello di Roma, che confermava la sentenza con la quale il Giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Roma aveva assolto il tassista con la formula "perché il fatto non costituisce reato". Nel rigettare i motivi d'appello degli eredi della vittima, la Corte capitolina aveva attenzionato l'età del tassista (nato nel 1936) e il fatto che egli era affetto da problemi prostatici, per ravvisare nella specie la condizione di "malessere" che legittimava l'imputato a fermarsi in corsia d'emergenza.

La Corte di Cassazione con sentenza del 26 marzo 2019 (Presidente: Izzo Fausto Relatore: Pavich Giuseppe Data Udienza: 19.2.2019) ha rigettato il ricorso proposto dagli eredi precisando il concetto di “malessere” che giustifica la sosta ai fini di quanto stabilito dall'art. 176, comma 5, Codice della Strada secondo cui “Sulle carreggiate, sulle rampe e sugli svincoli è vietato sostare o solo fermarsi, fuorché in situazioni d'emergenza dovute a malessere degli occupanti del veicolo o ad inefficienza del veicolo medesimo (…)”.

In particolare, sul presupposto che la sosta d'emergenza è giustificata, a norma dell'art. 176 comma 6 del Codice della Strada, per «il tempo strettamente necessario per superare l'emergenza stessa», la Corte di Cassazione ha richiamato l’indirizzo giurisprudenziale della Corte regolatrice (Sez. 4, Sentenza n. 7679 del 14.01.2010, Del Vesco e altri, n.m.) secondo il quale il concetto di malessere che legittima la sosta nella corsia d‘emergenza prescinde da un eventuale malfunzionamento organico, essendo sufficiente l’improvviso bisogno fisiologico che notoriamente fa venir meno quel benessere fisico che consente una corretta guida.

In tal senso nella sentenza si richiama espressamente il principio in base al quale dev'essere «inquadrato il bisogno fisiologico nel concetto di "malessere" che giustifica la sosta sulla corsia di emergenza ai sensi dell'art. 157 C.d.S., comma 1, lett. d) *. Invero, il termine "malessere" non può esaurirsi nella nozione di infermità incidente sulla capacità intellettiva e volitiva del soggetto come prevista dall'art. 88 c.p. o nell'ipotesi di caso fortuito di cui all'art. 45 c.p., bensì nel lato concetto di disagio e finanche di incoercibile necessità fisica anche transitoria che non consente di proseguire la guida con il dovuto livello di attenzione e quindi in esso deve necessariamente ricomprendersi l'improvviso bisogno fisiologico (dipendente o meno da malfunzionamento organico) che notoriamente esclude quella condizione di benessere fisico indispensabile per una guida corretta che non ponga in pericolo sia lo stesso conducente ed i terzi trasportati sia gli altri utenti della strada».

Aggiunge la Corte che non sussistevano neppure le condizioni nelle quali é prescritto come obbligatorio l'uso delle segnalazioni luminose (c.d. quattro frecce) in base agli artt. 153, 162 e 176 comma 7 Cod. Strada, né quelle nelle quali é prescritto l'uso dei dispositivi retroriflettenti di protezione individuale (c.d. giubbotti catarifrangenti, di cui al comma 4-bis dell'art. 162 Cod. Strada): dalla lettura della sentenza impugnata risulta infatti che il sinistro si verificò in una mattinata di pieno sole, poco dopo le ore 09.00, in un tratto del G.R.A. pressoché rettilineo e quindi con visibilità più che buona.

 Abuso d'ufficio al dipendente comunale che non si astiene in presenza di un interesse proprio. Suprema Corte di Cassazione sentenza del 4 aprile 2019.

Rischia una condanna per evasione fiscale l'imprenditore che non versa le imposte anche se è già intervenuta la sentenza dichiarativa di fallimento. Cassazione 27 maggio 2019 n. 23138

L'imputato non può dolersi con ricorso in cassazione perchè non gli è stata applicata la condizionale se non l ha chiesta nel procedimento d 'appello. Sezioni unite penali della Cassazione, sentenza n.22533 del 22 maggio 2019.

Il cliente ha sempre dirittoad ottenere dal suo istituto di credito i documenti e il rendiconto delle sue operazioni relative agli ultimi dieci anni, anche in corso di causa. GRANDE VITTORIA PER I CONSUMATORI. Corte di Cassazione,ordinanza n.14231 del 24 maggio 2019

E' reintegrato il lavoratore che pure ha scagliatoun oggetto contro il collega.E ciò perchè le due postazioni sonolontane e il dipendente incolpato non aveva davvero intenzione di fargli del male.Scatta dunque la tutela reale ex articolo 18,comma quarto, dello statuto dei lavoratoriche copre anche il fatto sussistente ma privo di carattere di illecità. Sentenza n.14054 del 23 maddio 2019 della Corte Suprema di Cassazione.

Il comune paga all'avvocato l'intero onorario anche se l'impegno di spesa assunto non ha la copertura finanziaria. La nullità di diritto dei contratti degli enti pubblici riguarda, infatti , solo le delibere che implicano un esborso di somme certe e definitive ma non si applica alle controversie giudiziarie. Cassazione prima sezione civile,ordinanza n. 13913 del 22 maggio 2019.

Il Tribunale di Firenze ha ricevuto un doppio premio nell'ambito dell'evento Forum PA 2019. Forum PA è la più importante manifestazione nazionale dedicata alla modernizzazione della Pubblica Amministrazione da 30 anni, è dal 1990 infatti che sostiene e favorisce l’incontro e la collaborazione tra pubblica amministrazione, imprese, mondo della ricerca e società civile, sostenendo tutti i processi di innovazione che impattano sul sistema pubblico, sullo sviluppo del Paese, sulla vita quotidiana di cittadini e imprese. Il Tribunale di Firenze è stato premiato 2 volte all'interno della categoria "Giustizia, trasparenza, partecipazione e partenariati", per il progetto "Giustizia semplice 4.0" e per il progetto "Tribunale di Firenze Web Tv"

Per quattro giorni Napoli è stata la capitale della trasformazione digitale in Italia. Esperti, politici, giovani sviluppatori si sono alternati tra la sala conferenza dell'Apple Developer Academy di San Giovanni a Teduccio e il palco del Teatro San Carlo per raccontare le buone pratiche della PA italiana. A riunirli in una maratona di creatività è stata Agi Agenzia Italia in collaborazione con la Regione Campania e l’Università di Napoli Federico II.  Di particolare rilievo la giornata "Transformers" dedicata ai 16 campioni della trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione, presente il Ministro Giulia Bongiorno. L'unico progetto selezionato nel mondo della giustizia è stato quello del Tribunale di Firenze"Giustizia semplice 4.0", presentato durante l'evento dalla Presidente del Tribunale Marilena Rizzo

Il notaio è tenuto al risarcimento dei danni per avere indicato un valore errato del bene nella denunzia di successione anche se il cliente è un esperto. In presenza di un inadempimento specifico ai propri obblighi professionali non è infatti configurabile il concorso colposo del danneggiato. Terza sezione civile Corte di Cassazione, ordinanza 13592 del 21 maggio 2019.

 La colpa della banca che paga un assegno circolare a persona diversa non è oggettiva. Secondo la Cassazione l’Istituto che ha negoziato il titolo può essere ammesso a provare di aver agito con diligenza e che l’inadempimento non gli è imputabile. Ordinanza n. 12984 del 15 Maggio 2019 della Suprema Corte di Cassazione.

L’accertamento induttivo all’impresa in crisi è in conflitto con il principio di eguaglianza. Il fisco si mette contro l’articolo 3 della costituzione se pretende di applicare la reddittività di un impresa in piena efficienza alla società che è ormai alla canna del gas, al punto che il fallimento viene dichiarato nello stesso anno d’imposta. Cassazione ordinanza n.13161 del 16 maggio 2019. Sezione Tributaria.

Stop della revisione massiva dei classamenti degli immobili di proprietà. Dopo la Sentenza della Corte Costituzionale n. 249 del 2017, il provvedimento del fisco dev'essere specifico e puntuale e non può fare riferimento solo al rapporto fra il valore di mercato e quello catastale. Devono essereelencati gli elementi che hanno inciso sulla microzona. Corte di Cassazione orinanza n. 12604 del 10 maggio 2019

 La Corte di Cassazione ha ritenuto essere un atteggiamento immaturo ed infantile quello del prof. che non evidenzia l'intento di appagare gli istinti sessuali con l'alunna minorenne. E stato assolto con tale motivazione dal reato di tentativo di atti sessuali col minore nonostante lo scambio di messaggi amorosi. La Suprema Corte,ha respinto i ricorsi dei genitori di una ragazzina di tredici anni che si costituivano parte civile nel procedimento a carico di un professore assolto dalla Corte d'Appello dal reato previsto e punito dagli articoli 56 e 609 quater del Codice penale.L'imputato aveva inviato all'alunna alcuni messaggi amorosi e l'aveva abbracciata in un'occasione, comportamento interrotto per il tempestivo intervento dei genitori. Cassazione penale del 16 aprile 2019 sentenza n.16484.

L'agenzia delle entrate può iscrivere ipoteca sui beni del fondo patrimoniale per un debito tributario. Secondo il Supremo Collegio spetta al contribuente provare che i tributi inadempiuti fossero da attribuirsi a scopi estranei ai bisogni della famiglia. Corte di Cassazione ordinanza n.7497 del 15 marzo 2019

La volontà del testatore non può essere desunta da una successiva sua lettera dattiloscrittà. Il ricorso a elementi estrinseci al documento, è consentito soltanto per roslvere parole o espressioni dubbiose al fine di ricostruire la volontà del suo autore. Pertanto il giudice attraverso il predetto documento non può giungere al risultato di attribuire alla disposizione testamentaria un contenuto nuovo non espresso nel testamento.
Cassazione sezione civile n.7025 del 12 marzo2019

La Corte Costituzionale con sentenza n.34del 6 marzo 2019 ha dichiarato incostituzionali le norme che escludono l 'equa riparazione della legge Pinto per la causa lumaca se nel giudizio amministrativo è mancata l'istanza di prelievo. E ciò perchè l'istituto, prima della rimodulazione come rimedio preventivo,non costituiva un adempimento necessario ma una mera facoltà del ricorrente; in quanto, un adempimento formale di prenotazione della decisione che non può essere snzionato con l 'improponibilità della domanda di indennizzo.

IMU.La residenza nell'abitazione non sempre dà diritto all'esenzione dell'IMU. La perde la moglie se il marito usufruisce del bonus per un'altra casa. Infatti, secondo gli Ermellini solo uno dei due beni può essere deputato a dimora reale della famiglia.La Corte di Cassazione con ordinanza n.5314 del 22 febbraio 2019, ha accolto il ricorso di un Comune toscano presentato contro una coppia che usufruiva dell'agevolazione, ciascuno nel proprio appartamento. Secondo i giudici di legittimità che hanno cassato la sentenza emessa dai giudici di merito, la casa principale e della famiglia è l'unica ad usufruire del bonus, in quanto la residenza è un parametro che passa in secondo piano.Detta ordinanza in ogni caso è destinata a far discutere-

Annullata la multa e il taglio dei punti dalla patente per eccesso di velocità rilevato dallo scout speed, l'autovelox portatile sulla pattuglia dei vigili che misura l'andatura dei veicoli provenienti in senso contrario, in quanto il Comune non ha dimostrato di avere segnalato la misurazione elettronica sulla strada con visibilità e anticipo adeguati. in questi casi va disapplicato l'art.3 del decreto ministeriale 15 agosto 2007. A tali conseguenze non si sottrae neanche il radar con telecamera installato sull'auto, in quanto rientra fra le postazioni mobili soggetti all'obbligo di segnalazione. Sentenza 119/19,sezione civile tribunale di Paola (Cosenza) giudice dott. Franco Caroleo.

La Corte di Cassazione Sez.III penale con sentenza del 15 febbraio 2019 n 7166,ha statuito che con le nuove disposizioni della legge 242/16 chi coltiva canapa potrà anche non accedere ai finanziamenti europei ma in compenso non commetterà reato se il Thc contenuto nelle piantine, tra lo 0,2 e lo 0,6 ha un effetto drogante. Nel caso, poi di superamento di tale soglia, l'autorità giudiziaria può disporre il sequestro o decidere di distruggere la coltivazione ma, anche in tale ipotesi, non c'è responsabilità penale dell'agricoltore.

Guarda i video suIl Notiziario si YoutubeSeguici su  logo facebook-piccolo logo twitter 
Condividi il "Notiziario" pubblica gli articoli sul tuo profilo 

Eolie siti utili isoleolie.it - vacanzeeolie.it 
alberghieolie.com - eolianinelmondo.com 
eolieintouch.it - casevacanza.isole-eolie.com

AMAPANAREA.jpg