"Ascolta si fa giorno" Rubrica a cura di Gennaro Leone

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Le spese per mantenere gli immobili ereditati fanno scattare l’accertamento sintetico
Per individuare l’effettiva capacità del contribuente contano i costi sostenuti per la gestione oltre alle modalità di acquisizione. I redditi ritenuti occultati prolungano il termine di decadenza del fisco

Ai fini dell’accertamento sintetico ex articolo 38, comma quarto, del dpr 600/73, l’effettiva capacità contributiva del contribuente va valutata non solo sulla base della mera proprietà o provenienza dei beni ma tenendo in considerazione anche la necessaria attitudine al sostenimento di spese congrue per il loro mantenimento. Inoltre è legittimo l’accertamento nel più lungo termine di decadenza previsto in caso di dichiarazione omessa dall’articolo 43 del dpr 600/73 in quanto in questi casi il mantenimento dei vari immobili e delle aziende ricevute in eredità si è potuto concretizzare, nel corso degli anni, soltantottingendo a redditi occultati all’erario. È quanto emerge dalla sentenza 1272/4/20, pubblicata dalla Ctr Lazio.

Accolto l’appello dell’Agenzia delle entrate: la commissione regionale evidenzia che non rilevano solo le modalità con cui i beni sono stati acquisiti al patrimonio - nel caso di specie a titolo successorio - bensì le spese sostenute per il mantenimento e la gestione dei medesimi, tali da evidenziare l’esistenza di redditi occultati all’erario.
Ribaltato dunque il verdetto della Ctp di Roma che aveva ritenuto nullo l’atto in quanto adottato dopo la scadenza del termine di accertamento sul rilievo che non si tratta di una dichiarazione omessa laddove è di tutta evidenza che vi può essere omissione soltanto se si è un obbligo nella presentazione, nel caso escluso dal momento che si tratta di redditi esenti.
In appello l’esito è rovesciato in quanto secondo la Ctr nei casi di beni ereditari l’effettiva capacità contributiva va individuata non in base alla mera proprietà o provenienza degli stessi, ma valutando il necessario sostenimento di spese congrue per il loro mantenimento (cfr. Cassazione 7408/11).

Sul punto si segnala un orientamento contrario espresso da Ctr Lombardia con sentenza 515/14/18 secondo cui il termine lungo di decadenza può operare anche nei confronti del soggetto che sia esonerato dall’obbligo di presentare la dichiarazione soltanto quando sia pienamente dimostrato “l’errore” compiuto dal contribuente, il quale, pur percependo redditi ulteriori rispetto a quelli da lavoro dipendente, non ha proceduto alla dovuta dichiarazione. Ciò non si verifica nel caso di contribuente in possesso di una sola certificazione Cud: con riferimento a questo contribuente deve applicarsi il termine di accertamento breve, non essendovi alcuna certezza circa la presenza di redditi ulteriori e, dunque, di un errore/omissione compiuto dal contribuente nel non presentare dichiarazione alcuna (in senso conforme, Ctr Veneto, sezione settima, 34/2013).
Secondo la Ctr Lombardia dovrebbe trattarsi di indici certi per applicare l’omissione, mentre la pronuncia in commento ritiene sufficiente anche redditi derivanti dal mantenimento di beni che l’ufficio presume occultati dal contribuente.

È legittima la domanda risarcitoria nei confronti di un’Amministrazione che ha rilasciato un titolo autorizzatorio illegittimo.

Lo ha chiarito il Consiglio di Stato con la Sentenza 24 novembre 2017,n. 5475 che ha accolto il ricorso presentato per la riforma di una sentenza di primo grado con cui è stato rigettato il ricorso proposto per il risarcimento del danno conseguente al rilascio di autorizzazione edilizia riconosciuta illegittima, alla successiva inerzia nell’adozione dei provvedimenti repressivi.

I fatti
La vicenda riguarda il rilascio di un'autorizzazione edilizia illegittima non revocata dal Comune.

Con ricorso in primo grado è stata proposta domanda risarcitoria nei confronti del Comune in relazione al danno conseguente alla diminuzione di valore del proprio immobile per compromissione dei propri diritti. Ricorso in primo grado che è stato rigettato dal Tribunale Amministrativo Regionale e a cui è seguito ricorso al Consiglio di Stato.

La sentenza del Consiglio di Stato
Come indicato da Palazzo Spada, la domanda risarcitoria proposta nei confronti dell’Amministrazione comunale riguarda l’esclusione o comunque la grave violazione dei diritti subiti dal limitrofo fabbricato a seguito della realizzazione delle opere illegittime, quindi petitum e causa petendi diversa e non coperta dal giudicato civile.

Secondo i giudici del Consiglio di Stato, nessun rilievo può assumere la circostanza che i titoli edilizi sono rilasciati salvi i diritti dei terzi, che quindi possano agire a propria tutela in sede civile o in sede amministrativa. Tale “clausola” di salvezza non può ritenersi esonerativa da responsabilità dell’Amministrazione secondo i principi generali, quanto la stessa, con comportamenti commissivi o omissivi (e nella specie prima commissivi, mediante il rilascio del titolo edilizio, e quindi omissivi, attraverso l’omessa attivazione dei poteri di autotutela repressiva) ha concorso a cagionare la lesione del diritto dominicale.

Non può poi sostenersi che il fatto colposo del danneggiato, concorrente alla produzione dell’evento lesivo (e quindi semmai alla riduzione del risarcimento e non già all’esclusione della responsabilità), possa individuarsi nell’omessa impugnativa della della successiva concessione in sanatoria. Ne consegue il diritto del confinante ad ottenere il totale risarcimento dei danni da parte del Comune, in rapporto alla conseguente diminuizione del valore del proprio immobile. 

---La Regione paga stipendi per salvare il posto ai dipendenti degli studi. Aumenti di capitale agevolati. Enti territoriali e camerali coprono il costo del lavoro all’80% per un anno in zone e settori molto colpiti dalla pandemia. Nella società basta la maggioranza per deliberare nuovi conferimenti

È la Regione che paga gli stipendi ai dipendenti di imprese e studi professionali per evitare che siano licenziati. Il tutto nelle zone e nei settori particolarmente colpiti dalla crisi Coronavirus. E nelle società diventa più facile deliberare l’aumento di capitale, con una norma straordinaria efficace fino al 31 dicembre prossimo. Sono due delle misure contenute nella bozza del dl rilancio entrata nel Consiglio dei ministri di mercoledì scorso e in sostanza confermate da Palazzo Chigi dopo la seduta (cfr. in allegato il documento).

Aiuti retroattivi
Enti territoriali e camerali possono adottare misure di aiuto ad aziende e lavoratori autonomi sulla base delle loro risorse e in linea con le indicazioni contenute nella comunicazione della Commissione Ue C (2020) 1863 final sull’emergenza Covid-19. Lo schema prevede una sovvenzione mensile che per un anno copre fino all’80 per cento della retribuzione mensile lorda del personale beneficiario, compresi i contributi previdenziali a carico del datore. I dodici mesi partono dalla domanda di aiuto ma possono retroagire al primo febbraio scorso. Il tutto a patto che i dipendenti che fruiscono dell’intervento continuino svolgere l’attività lavorativa per il periodo interessato. La sovvenzione, che può essere diretta a imprese di determinate dimensioni, è cumulabile con altre misure di sostegno all’occupazione a condizione che il costo del lavoro non risulti poi sovracompensato. E in ogni caso gli aiuti non possono consistere nei trattamenti di integrazione salariale di cui al decreto legislativo 148/15 e degli articoli da 19 a 22 del #CuraItalia, convertito con modificazioni dalla legge 27/2020.

Quorum disattivato
Con la norma transitoria introdotta nel codice civile le società possono deliberare in modo più semplice e spedito l’aumento di capitale per affrontare la difficile congiuntura economica in arrivo. È disattivato il quorum rafforzato che impone il voto favorevole dei due terzi del capitale rappresentato in assemblea: basta la maggioranza assoluta, a condizione tuttavia che sia rappresentata almeno la metà del capitale sociale perché non si può derogare al principio imposto dall’articolo 83 della direttiva Ue 1132/2017). La deroga ha carattere eccezionale: vale solo quest’anno e si applica anche se lo statuto prevede un quorum pari o superiore a quello legale. Esteso poi l’ambito oggettivo e soggettivo dell’aumento di capitale con esclusione del diritto opzione in deroga alla procedura ordinaria di cui all’articolo 2441 Cc, sesto comma. Agevolata la raccolta di capitali di rischio mediante aumenti di capitale.

---Ordinanze contingibili ed urgenti nel sistema del diritto amministrativo
Le ordinanze contingibili ed urgenti sono atti a contenuto atipico che l’amministrazione, al fine di fronteggiare situazioni eccezionali e imprevedibili, può emanare sulla base di specifiche previsioni legislative, anche in deroga a norme di rango primario.

Storicamente, il potere di adottare ordinanze in deroga è stato individuato nel “creare il diritto per il caso singolo, limitatamente a quelle situazioni di necessità ed urgenza per le quali nessuna norma può provvedere[1]”, espressione della più ampia potestà d’impero dell’amministrazione volta al soddisfacimento e alla cura di un interesse pubblico tramite l’adozione di un provvedimento amministrativo che impone obblighi di condotta positivi o negativi la cui inosservanza comporta l’irrogazione di sanzioni.

L’attitudine delle ordinanze in esame a derogare alla disciplina di rango primario, sia pure in via provvisoria, ha fatto molto discutere in ordine alla relativa natura giuridica.

Ed invero, mentre secondo un primo orientamento (CORRADINI, CASETTA) le ordinanze contingibili ed urgenti hanno natura normativa e vanno inquadrate fra le fonti di secondo grado cui la legge consente di derogare alle norme primarie. Si valorizza a tal fine il carattere generale e astratto delle ordinanze, idonee a trovare applicazione in un numero di casi non predeterminato né determinabile, rivolgendosi alla generalità dei consociati.

Secondo altro orientamento, avallato anche dalla giurisprudenza costituzionale (Corte Cost. 4 gennaio 1977, Corte Cost. 14 aprile 1995, n. 127), tali ordinanze hanno natura di provvedimenti amministrativi.

A tale fine si rimarca l’eccezionalità del potere, temporalmente limitato, conferito all’amministrazione, abilitata solo ad introdurre una deroga alla disciplina di rango primario, giammai ad abrogarla o a modificarla, quindi l’innovatività carattere delle fonti normative sarebbe assente nelle ordinanze de quibus.

Vi è, infine, una posizione intermedia secondo cui occorre evitare generalizzazioni, dovendosi avere riguardo alla natura giuridica dell’ordinanza di necessità non in astratto, ma in concreto, analizzando la consistenza del relativo contenuto.

Occorre adottare un criterio fattuale, e avere riguardo al caso singolo al fine di valutare se l’ordinanza intende introdurre una norma generale e astratta, derogatoria della legge o se intende regolamentare il caso singolo, mantenendo perciò la natura di atto amministrativo.

Ciò che caratterizza maggiormente le ordinanze di necessità ed urgenza è il presupposto che facoltivizza l’esercizio del potere amministrativo, cioè la circostanza che la loro adozione, sia pure sulla base di una previsione normativa, postula una situazione di eccezionalità ed urgenza per fronteggiare la quale il legislatore invita l’Amministrazione ad adottare qualsiasi misura, il cui contenuto non è predeterminato dalla norma.

Pertanto connotato essenziale delle ordinanze in parole è la loro atipicità contenustica dato che il legislatore non stabilisce quale è il contenuto dell’atto che l’amministrazione è facoltizzata a porre in essere.

Stante tale caratteristica strutturale delle ordinanze contingibili ed urgenti le stesse potrebbero generare una possibile frizione con il principio di legalità.

A riguardo la dottrina maggioritaria (Sandulli, Cassese, Casetta) ritiene che le ordinanze di cui trattasi siano una deroga al principio di legalità e, in particolare al principio di tipicità che ne costituisce un corollario.

Ed invero tali atti non rinvengono nella previa legge attributiva del potere una definizione del contenuto né tantomeno degli effetti, che sono liberamente individuati dall’autorità emanante in relazione alla necessità ed urgenza presentatasi in concreto.

Ne deriva che le ordinanze contingibili ed urgenti dovrebbero avere un campo di applicazione limitato, pur riconoscendosi alle stesse la funzione di “valvola di sicurezza”[2] del sistema consentendo per i casi di urgenza di curare il pubblico interesse con le misure che appaiono più opportune alla luce delle circostanze concrete.

---L'annullamento in autotutela del certificato di agibilità per assenza di certificazione di idoneità statica può intervenire anche a notevole distanza di tempo, considerato che l’accertamento dell’idoneità statica afferisce ad interessi essenziali quali l’incolumità delle persone e che detto annullamento non comporta effetti dannosi irreversibili, ma soltanto la riapertura del procedimento che può concludersi in termini assai brevi. Il principio di buon andamento impegna la P.A. ad adottare gli atti il più possibile rispondenti ai fini da conseguire ed autorizza quindi anche il riesame degli atti adottati, ove reso opportuno da circostanze sopravvenute ovvero da un diverso apprezzamento della situazione preesistente. La proposizione di un ricorso giurisdizionale non impedisce alla P.A. di adottare determinazioni in autotutela.
La revoca del parere del Genio Civile determina l‘annullamento della Concessione edilizia.(P.A. - Consiglio di Stato)

di Dario Ferrara

Non online le udienze con testi, parti e ctu. Giudici collegati solo da uffici. Così l’app Immuni
Sì al dl coi paletti al processo da casa. Teams fino al 31 luglio. Riforma intercettazioni a settembre, stretta su permessi ai mafiosi, cause a distanza in Tar e CdS. Tracing volontario, anonimo e no gps

Ridimensionato il processo da casa nella fase 2 dell’emergenza Covid-19. Nel decreto legge approvato dal Governo attorno a mezzanotte è previsto che le disposizioni sul giudizio penale da remoto consentite fino al 31 luglio «non si applicano, salvo che le parti vi acconsentano, alle udienze di discussione finale, in pubblica udienza o in camera di consiglio e a quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti».

E ora anche il ministero della Giustizia conferma quanto anticipato qualche ora fa da Cassazione.net: le udienze civili che si possono svolgere online devono comunque avvenire «con la presenza del giudice nell’ufficio giudiziario» (cfr. il documento in allegato). Ma anche il termine fino a cui quale si può fare udienza cartolare e a distanza con Teams è spostato dal 30 giugno al 31 luglio. Ancora. Via libera all’app Immuni da scaricare sullo smartphone: il tracing anti Sars-CoV-2 sarà volontario, anonimo e a norma privacy. Rinviata a settembre l’entrata in vigore della riforma delle intercettazioni. Stretta sui permessi ai boss mafiosi. Processo a distanza anche davanti a Tar e Consiglio di Stato.

Addio divano
Dopo le furiose polemiche dei giorni scorsi fra avvocati e magistrati arrivano paletti al complesso di norme che consente di svolgere grazie a Internet una serie di attività processuali, dalle indagini alle udienze di trattazione, per tutto il periodo dell’emergenza Coronavirus. Già quando l’aula di Montecitorio ha convertito in legge il decreto #CuraItalia era stato approvato un ordine del giorno con cui il Governo si impegnava prevedere che nel penale il processo telematico non si applicherà alle udienze istruttorie e a quelle di discussione, salvo accordo tra le parti. Ora la norma dispone che le norme sulla modalità da remoto non «si applicano, salvo che le parti vi acconsentano, alle udienze di discussione finale, in pubblica udienza o in camera di consiglio e a quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti».

Addio al processo “da divano”, visto che il giudice deve collegarsi dall’ufficio nelle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi da difensori, parti e ausiliari del giudice. Sulle udienze telematiche nuove misure riguardano anche la giustizia amministrativa e quella contabile. Soddisfatti dopo settimane di braccio di ferro i penalisti: è un «ripensamento decisivo», scrivono, «l’esclusione dalla celebrazione del processo penale da remoto dell’intera istruttoria dibattimentale, delle discussioni e delle conseguenti camere di consiglio». E bisogna darne «atto alla maggioranza di Governo e al ministro di Giustizia». Intanto la presidente facente funzioni Maria Masi del Consiglio Nazionale Forense scrive una lettera in cui chiede al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di riaprire in sicurezza i tribunali per la fase 2 dell’emergenza sanitaria.

Uffici impreparati
Si applicherà soltanto ai procedimenti penali iscritti dopo il 31 agosto la nuova normativa con intercettazioni utilizzabili in altri procedimenti, il pm custode della privacy e l’uso dei virus Trojan sui telefonini anche contro le mazzette: la riforma sarebbe dovuta entrare in vigore da domani ma a causa dell’emergenza epidemiologica non è stato possibile adeguare le strutture negli uffici giudiziari.

Parere del pm
Veniamo alla stretta sui permessi ai boss, anticipata nei giorni scorsi dal guardasigilli Alfonso Buonafede. Sarà necessario il parere del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo sulle istanze di scarcerazione presentate da detenuti al 41 bis. Per coloro che hanno commesso reati gravi e sono detenuti in alta sicurezza il vaglio compete alla direzione distrettuale. La nuova norma, in particolare, prevede che in caso di gravi delitti - ad esempio le ipotesi aggravate di associazione a delinquere, associazione mafiosa o sequestro di persona a scopo di estorsione - il tribunale o il magistrato di sorveglianza, prima di decidere sul rinvio dell’esecuzione della pena

in detenzione domiciliare, chieda il parere del procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo del distretto dove ha sede il giudice che ha emesso la sentenza. Idem vale sulle istanze per i permessi a reclusi per reati gravi o sottoposti al carcere duro. A meno di urgenze, il permesso non può essere concesso prima di ventiquattro ore dalla richiesta dei pareri, mentre per la detenzione domiciliare il magistrato e il tribunale di sorveglianza decidono non prima, rispettivamente, di due e quindici giorni dalla richiesta dei pareri, anche in assenza di questi ultimi.

Deposito telematico
Fino al 31 luglio presso ciascun ufficio del pubblico ministero che ne faccia richiesta, è autorizzato il deposito telematico di memorie, documenti, richieste e istanze successive all’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Ufficiali e agenti di polizia giudiziaria sono autorizzati a comunicare al pm atti e documenti in modalità telematica.

Senza geolocalizzazione
Parte infine l’operazione Immuni grazie alla piattaforma creata dal ministero della Salute: l’app da scaricare solo sul base volontaria sul telefonino serve ad allertare le persone che sono entrate in contatto con soggetti risultati positivi al Covid-19. I dati personali raccolti sono quelli necessari ad avvisare gli utenti che rientrano fra i contatti più stretti di altri rivelatisi infetti, in modo da agevolare le misure di assistenza sanitaria. E possono essere utilizzati in forma aggregata e comunque anonima per soli fini statistici o di ricerca scientifica. Il trattamento, infatti, è fondato sui dati di prossimità degli smartphone resi anonimi o, se non è possibile, pseudonimizzati. Esclusa, in ogni caso, la geolocalizzazione degli utenti. Le informazioni saranno cancellate entro il 31 dicembre. E nessun diritto fondamentale può essere limitato in caso di mancato utilizzo dell’applicazione. La piattaforma è realizzata con infrastrutture localizzate soltanto sul territorio nazionale e gestite da amministrazioni o enti pubblici o in controllo pubblico.

Ddl al Senato
Dopo la firma del capo dello Stato il ddl per la conversione del decreto legge sarà incardinato al Senato martedì 5 maggio alle 16,30.

---Una sentenza che potrebbe anche creare un precedente. Ed essere un colpo di avvertimento nei confronti degli haters dilaganti sui social network.

Quegli insulti scritti in un post sulla sua pagina Facebook non erano un semplice sfogo ma diffamazione. Il tribunale di Nuoro ha condannato un uomo di 42 anni a 1 anno e sei mesi per diffamazione avvenuta su Facebook due anni prima e terminato davanti al giudice del tribunale monocratico.(ilsole24ore.com)

---Padre anziano, malato e impossibilitato a recarsi in carcere: 'permesso' per il figlio detenuto
Plausibile la richiesta presentata da un detenuto. Censurata la valutazione compiuta dal Tribunale di sorveglianza e centrata sull’assenza di un pericolo di vita per l’anziano genitore. Per i Giudici della Cassazione, invece, la situazione vissuta dal detenuto è riconducibile alla presenza di un evento familiare di eccezionale gravità, costituito dalla situazione di estrema difficoltà per il genitore, impossibilitato a recarsi in carcere per effettuare i periodici colloqui con il figlio.
(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 12343/20; depositata il 16 aprile)

La Suprema corte sdogana le massaggiatrici sulla spiaggia, assolvendo una cinese dal reato di esercizio abusivo della professione nonostante girasse con un cartello sullo zaino sul quale pubblicizzava manipolazioni terapeutiche.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 12539 del 20 aprile 2020, ha assolto perché il fatto non sussiste una orientale.

Per gli Ermellini, avuto riguardo alla ricostruzione storico - fattuale della vicenda e, precisamente, alle modalità al luogo di esecuzione delle operazioni - non sia revocabile in dubbio l'estraneità delle manipolazioni praticate dall’imputata dalla categoria dei massaggi terapeutici in senso proprio.

In poche parole, non può ritenersi atto a conferire alla condotta della donna la “qualità di esercizio di una professione subordinata al conseguimento di una speciale abilitazione il riferimento alle proprietà terapeutiche contenuto nel cartello appeso sullo zaino che ella teneva sulle spalle. Detto riferimento assolveva chiaramente a una finalità solo promozionale della propria attività e non vale di per sé a mutare la natura oggettiva delle prestazioni manuali da ella erogande.

Né pare revocabile in dubbio che, per le modalità ed il contesto nel quale le manipolazioni venivano praticate (su di un asciugamano o un lettino su di una spiaggia pubblica affollata di turisti), da parte di un soggetto che non faceva alcun riferimento a competenze particolari né ad una specifica abilitazione professionale, le persone che vi si sottoponevano potessero realmente trarre da tali circostanze il convincimento che si trattasse di massaggi praticati in modo professionale, da persona munita di una specifica qualifica sanitaria e muniti di una reale valenza terapeutica.

Né per i Supremi giudici può avere alcun peso, ai fini della condanna, il fatto che la signora usasse la canfora per fare i massaggi.(Cassazione civile n 12539 del 20 4 2020)

di Dario Ferrara

Non si può condannare il medico soltanto perché tarda a operare un paziente che ha al massimo il 20 per cento delle possibilità di sopravvivere. La responsabilità del sanitario, infatti, va accertata sulla base del giudizio controfattuale, cioè valutando se senza l’omissione il malato sarebbe sopravvissuto: il tutto secondo un criterio di alta probabilità logica fondato sulle evidenze scientifiche oltre che sui dati indiziari che caratterizzano il caso concreto. E non si può ritenere responsabile il sanitario attendista se dalla perizia emerge che il quadro clinico non risulta peggiorato fra la Tar eseguita al mattino e la risonanza magnetica effettuata in serata. È quanto emerge dalla sentenza 12353/20, pubblicata il 17 aprile dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Teoria superata
Viene accolto contro le conclusioni del sostituto procuratore generale il ricorso dell’imputato: il reato è ormai prescritto e la causa prosegue in sede civile. Ma l’analisi sul nesso eziologico fra la condotta imputata al medico e la morte della donna risulta svolta in termini erronei e insoddisfacenti dai giudici di merito. Dalla Tac svolta presso un altro ospedale emerge «un quadro di idrocefalo drammatico»: il medico di guardia che aveva a disposizione l’esito avrebbe dovuto sottoporla subito a un intervento di derivazione liquorale esterna, almeno secondo le accuse. Ma secondo il collegio di periti anche se l’operazione fosse stata eseguita subito la paziente difficilmente si sarebbe salvata. La Corte d’appello, nel condannare l’imputato, fa in sostanza riferimento alla teoria della perdita di chance superata da anni e non valuta in termini scientificamente accettabili i dati indiziari disponibili.Cassazione penale sez.IV  sentenza n.12353 del 17 aprile 2020  

---Le Sezioni unite: Non è reato coltivare cannabis in casa per uso personale

Non è reato coltivare marijuana in casa, se è per uso personale. Parola delle Sezioni unite penali della Cassazione che fanno chiarezza - speriamo una volta per tutte - sulla vexata quaestio con la sentenza 12348/20, pubblicata in extremis il 16 aprile. Attenzione: il reato di coltivazione si configura al di là della quantità di principio attivo ricavabile, ma non è non riconducibile all’ambito di applicazione della norma penale, la condotta che consente di escludere un inserimento dell’autore nel mercato della droga laddove è esiguo sia il numero delle piantine sia il quantitativo di prodotto ricavabile mentre le tecniche utilizzare risultano rudimentali.

Mancanza di tipicità
Accolto il ricorso di un trentenne campano condannato a un anno di reclusione e 3 mila euro di multa perché aveva in casa due piantine e una riserva di circa undici grammi di cannabis. Deve infatti essere superata l’equiparazione fra coltivazione tecnico-agraria e domestica effettuata dallo stesso collegio esteso con la sentenza 28605/08, secondo cui è reato ogni coltivazione non autorizzata di piante dalle quali si possono estrarre sostanze stupefacenti anche se destinate all’autoconsumo. E ciò per le preoccupazioni che desta il problema della tossicodipendenza. Non c’è dubbio che a far scattare il reato di coltivazione è sufficiente che la pianta “incriminata” sia conforme al tipo botanico previsto e possa giungere a maturazione producendo sostanza stupefacente; l’illecito copre ogni attività: dalla semina al raccolto. Il punto è che la quando la condotta è destinata all’autoconsumo manca la tipicità che fa scattare l’applicazione della norma penale.

Produttività prevedibile
Il bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice è la salute, individuale e collettiva: un valore di pregnanza costituzionale, che giustifica la tutela penale anticipata tanto che la coltivazione di stupefacenti è un reato di pericolo presunto. E la prevedibilità della potenziale produttività è uno dei parametri che consente di distinguere fra la coltivazione penalmente rilevante e non laddove la seconda è caratterizzata da una produttività prevedibile come modestissima. Non basta tuttavia l’intenzione soggettiva dell’autoconsumo a escludere il reato: è serve un nesso di immediatezza soggettiva con l’uso personale. Ed è lecita pure la coltivazione industriale se quando le piante maturano non producono stupefacenti. Resta l’illecito amministrativo per la detenzione di sostanze per uso personale ottenute dalle piantine penalmente lecite. Mentre per quelle penalmente illecite, dove la coltivazione assorbe la detenzione, si può comunque ottenere la non punibilità per particolare tenuità del fatto o una condanna minore per lieve entità.Cassazione Sez.Penale 16/4/2020

--Soltanto la prescrizione salva il medico-pusher dalla condanna. Per la legge, infatti, è come un vero spacciatore il sanitario che prescrive farmaci a base di stupefacenti ai pazienti soltanto perché vogliono dimagrire. E ciò anche se i fatti sono di lieve entità. Il reato risulta estinto proprio grazie alla riqualificazione nell’ipotesi minore ex quinto comma dell’articolo 73 del testo unico sugli stupefacenti. La somministrazione di medicine preparate con sostanze psicotrope, infatti, è consentita unicamente quando risulta coerente con gli obiettivi clinici perseguiti. È quanto emerge dalla sentenza 12198/20, pubblicata il 15 aprile dalla sesta sezione penale della Cassazione

Uccisa dopo denunce non ascoltate. La Cassazione: i pm risarciscano gli orfani

La Suprema corte dà il via libera al riconoscimento della responsabilità civile delle toghe che non diedero seguito alle segnalazioni di Marianna Manduca, assassinata dall’ex marito nel 2007 a Palagonia (Catania). Accolto il ricorso dei figli minorenni della donna. Mentre divampano le polemiche sulla riforma della giustizia e sulla responsabilità civile dei magistrati, stabilisce che le toghe, se riconosciute negligenti, devono pagare.

 

MALTRATTAMENTO ANIMALI

Collare elettrico per l'addestramento del cane: condannato il padrone

Nessuna giustificazione per l'uomo che si è comportato da bestia nei confronti del suo amico a quattro zampe. Irrilevante il fatto che il collare elettrico sia reperibile facilmente sul mercato e che possa essere utilizzato per l'addestramento. Ciò che conta è che esso produce gravi sofferenze per l'animale.
(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 11561/20; depositata il 7 aprile)

 
Niente reato ma solo una sanzione amministrativa pecuniaria per chi compie atti osceni in luogo pubblico. È l'effetto dell'operazione depenalizzazione operata dal decreto legislativo n. 8/2016 su tutta una serie di reati, ivi compreso quello previsto dall'art. 527 del codice penale. A sancirlo è la terza sezione penale della Cassazione con la sentenza n. 36867/2016 annullando senza rinvio la decisione della Corte d'appello di Catania che condannava un uomo alla pena di tre mesi di carcere, convertita in 3.420 euro di multa, per essersi masturbato in corrispondenza del passaggio di alcune studentesse.

A essere fermati due uomini, beccati a trasportare uva. La polizia giudiziaria esegue l’arresto per quasi flagranza di reato. Il provvedimento è ritenuto legittimo dalla Cassazione, che smentisce la valutazione opposta data dal Tribunale. La frutta si presentava ancora verde e fresca e questo dettaglio rende palese, secondo i Giudici, l’immediatezza del controllo rispetto alla condotta.  

--Addio falso per induzione se dalla richiesta di permesso di costruire emerge che il manufatto è un rudere
Assolti beneficiario e progettista: la relazione riporta il «pessimo» stato di conservazione del fabbricato preesistente senza alterare i dati necessari all’adozione dei provvedimenti abilitativi

Niente falso per induzione per il beneficiario del permesso di costruire e per il progettista: è escluso che abbiano tratto in inganno i funzionari comunali chiamati a rilasciare il titolo edilizio e l’autorizzazione paesaggistica. E ciò perché nella relazione di accompagnamento il fabbricato preesistente viene indicato per quello che è, un rudere: risulta dunque esclusa ogni contraffazione dei dati di fatto che costituiscono i presupposti per l’adozione dei provvedimenti abilitativi da parte dell’amministrazione. La valutazione sulla fattibilità, poi, può essere giusta oppure sbagliata ma non può integrare il reato ex articoli 48 e 480 Cp. È quanto emerge dalla sentenza 10917/20, pubblicata il primo aprile dalla terza sezione penale della Cassazione.

Corte di Cassazione – VI sez. civ. – sentenza n. 21939 del 09-09-2019

La paziente che chiede il risarcimento del danno per contagio da virus dell’epatite c a seguito di un intervento chirurgico deve dimostrare di aver contratto il virus a causa di detto intervento.

---Stop all’ipoteca del fisco perché il contribuente non ha ancora accettato l’eredità
Serve una manifestazione di volontà del privato e spetta alle Entrate provare eventuali condotte concludenti: impossibile aggredire i beni prima che entrino nel patrimonio dell’interessato

Scatta lo stop all’iscrizione ipotecaria del fisco perché non risulta che il contribuente abbia accettato l’eredità paterna: è escluso che i beni possano già essere oggetto della formalità se non sono ancora entrati nel patrimonio della parte privata. È quanto emerge dalla sentenza 108/20, pubblicata dalla commissione tributaria regionale per il Molise.

Omessa dimostrazione
Bocciato l’appello dell’Agenzia delle entrate: smentita la tesi dell’amministrazione secondo cui la garanzia sui beni si potrebbe iscrivere perché l’ipoteca non è equiparabile al pignoramento, che costituisce l’atto esecutivo vero e proprio. Il punto è che anche un’eventuale rinuncia all’eredità, per quanto tardiva, esclude che il contribuente possa essere chiamato a rispondere dei debiti tributari: l’accettazione costituisce il presupposto per la responsabilità e spetta all’amministrazione finanziaria dimostrare che il privato abbia posto in essere condotte concludenti nel senso dell’accettazione tacita. L’articolo 480 Cc sancisce che il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni nella specie il termine non risulta scaduto. Anche a fini conservativi non possono essere aggrediti i beni che non siano ancora entrati nel patrimonio dell’erede-debitore. E nella specie l’Agenzia delle entrate non ha dimostrato in alcun modo l’accettazione tacita dell’eredità. La mancata costituzione del contribuente appellato e la mancata riproposizione dei motivi di ricorso originario ritenuti assorbiti dal giudice di primo grado esime il collegio dall’esame.

---Il Comune risarcisce il bambino che si fa male cadendo nel parco giochi.
Non è necessaria la prova dell’insidia dello scivolo, spetta all’ente locale dimostrare che il danno era evitabile con la normale diligenza. Ordinanza Cassazione civile 27 marzo 2020

Accertamento anche se lo scostamento dagli studi è minimo

Per gli Ermellini, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, le risultanze degli studi di settore (come i parametri previsti dall’art. 3, commi da 181 187, della L. n. 549/1995), non costituiscono atto concreto noto e certo, specificamente inerente al contribuente, suscettibile di evidenziare in termini di rilevante probabilità l’entità del suo reddito, ma rappresentano la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni.

Sicché i detti studi rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico—induttivo ex art. 39, comma 1, d), del d.P.R. n. 600 del 1973, ma, ove siano contestati sulla base di allegazioni specifiche, sono inidonei a sopportare l’accertamento medesimo, se non confortati da elementi concreti desunti dalla realtà economica dell’impresa che devono essere provati e non semplicemente enunciati nella motivazione dell’accertamento.

Detto questo, per la Cassazione la decisione della Ctr di Napoli si rileva, per i profili in esame, censurabile per aver, in difformità dai principi sopra richiamati, disconosciuto legittimità all’accertamento, sotto il profilo motivazionale, senza neanche aver fatto riferimento alla risposta del contribuente in sede di interpello oltre che alle specifiche contestazioni mosse dallo stesso in giudizio.

---Per la Cassazione non regge la versione dei fatti così narrata dall'imputato, secondo il quale solo parte civile, per problemi d'insonnia e di insofferenza ai rumori, mal sopportava l'alto volume della radio.

Gli Ermellini, nella sentenza n. 8966/2020, ritengono coerente la ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale, il quale ha rilevato che lo stereo veniva acceso ad alto volume in modo reiterato, al fine di recare disturbo a una quantità indefinita di persone. Superflua ogni misurazione del rumore per stabilire l'eventuale superamento della soglia di attendibilità. Cassazione penale 8966/220.

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