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di Lelio Finocchiaro

GLI ANTIPAPI

Con la parola “antipapa” si intende colui che la Chiesa, o meglio parte di essa ,elegge Papa seguendo procedure ritenute non canoniche.

Può sembrare strano, ma poteva (e può) capitare che una parte di vescovi e cardinali, non ritenendosi soddisfatta della gestione politica o religiosa del Papa regolarmente eletto, scelga di nominarne un altro, che naturalmente finisce con l'avere una struttura, una sede e dei fedeli propri, alla stregua di uno dei partiti politici moderni. Insomma, due Chiese in competizione l'una contro l'altra che dicono di servire la medesima religione.

La Chiesa ha sempre considerato gli Antipapi come degli scismatici, o addirittura degli eretici.

Bisogna risalire al III sec. per trovare il primo caso di un antipapa. Infatti, mentre era in carica papa Callisto I, per protesta venne anche eletto un altro Papa col nome di Ippolito, che trovò la morte dopo essere stato confinato in una miniera sarda dall'amministrazione imperiale romana.

Non bisogna credere che l'elezione di un papa abbia dei risvolti esclusivamente religiosi o dottrinali, perchè in realtà ogni fazione politica europea, in caso di elezione , faceva pressione perchè venisse eletto un Papa di proprio gradimento che accogliesse le proprie richieste essendo nel Medioevo fondamentale l'appoggio papale soprattutto in occasione di guerre e alleanze, allora piuttosto frequenti quanto estremamente temporanee. Un esempio famoso di questo comportamento risale al 1377, al ritorno del Papa a Roma dalla così detta“cattività avignonese”. Alla sua morte ,infatti, prelati, cardinali e vescovi, in massima parte francesi, cercarono di imporre un uomo di loro fiducia. Quando invece venne eletto Urbano VI, si riunirono fuori Roma eleggendo un nuovo Papa che prese il nome di Clemente VII che dopo poco ristabilì la sede della Chiesa ad Avignone, sostenendo non valida l'elezione di Urbano VI. In pratica ci furono contemporaneamente fedeli di “obbedienza avignonese “ e fedeli di “obbedienza romana” (Scisma d'Occidente). Occorre sottolineare che a quei tempi, nonostante credenti e stati si schierassero per l'uno o per l'altro, non si aveva la netta percezione di chi fosse vero papa e chi no. Solo col tempo uno dei due si sarebbe legittimato. A volte gli antipapi sono stati addirittura più di due allorchè fazioni diverse (come al tempo delle investiture), finivano per eleggere l'uomo che sentivano più vicino ai loro interessi.

Lo scandalo delle elezioni multiple contribuì decisamente all'affermarsi del protestantesimo.

Da ricordare l'episodio verificatosi nel 1409,quando due papi ( Gregorio XII in carica a Roma e Benedetto XIII in carica ad Avignone) si incontrarono a Pisa per dimettersi onde procedere ad una elezione unitaria, ma invece accadde che una fazione dissenziente si riunì ed elesse Alessandro V, col risultato che i Papi divennero tre. Fu con l'elezione di Martino V nel 1417 che la Chiesa tornò ad essere unificata sotto un unico pontefice (operazione favorita dall'imperatore Sigismondo). Questo fu possibile perchè nel concomitante Concilio di Costanza si stabilì che le decisioni prese potessero essere adottate indipendentemente dal volere papale. Questo tanto è vero che Papa Eugenio II, per evitare che si stabilisse una consuetudine di superiorità del Concilio rispetto al Papa (Conciliarismo),arrivò al punto di sciogliere il successivo concilio di Basilea del 1437. Scorrendo l'elenco dei Papi e degli Antipapi, si nota come alcuni nomi siano ripetuti, ma bisogna precisare che i nomi degli Antipapi non sono riconosciuti dalla Chiesa cattolica e che quindi non fanno comunque parte dell'elenco ufficiale dei Papi, come se non fossero mai esistiti.

Se da un punto di vista formale dal 1449 non ci sono stati più antipapi, non bisogna dimenticare che esistono quelli che sotto il nome di “sedevacantisti”,per lungo tempo chiamati “barbaristi” dal nome del loro padre Noel Barbara, sostengono che tutti i Papi susseguenti a Pio XII (1939 -58) sarebbero illegittimi per non aver rispettato il vincolo di “condanna del modernismo”, stabilito nel Concilio Vaticano II (1962). Questo ha dato il via alla nascita di numerose Chiese ampiamente minoritarie i cui Papi, sovente, hanno assunto il nome di Pietro (probabilmente in ossequio alla ben nota profezia di Malachia che profetizza come sia “Petrus Romanus” il nome del Papa destinato a chiudere definitivamente la successione papale) e che, a loro volta, considerano antipapi quelli eletti dai conclavi postconciliari. Anche le associazioni dette “Conclaviste” giudicano illegittimi i Papi successivi al Concilio Vaticano II e ritengono che bisognerebbe riunire il conclave e procedere alla elezione di un nuovo Papa.

Qualcuno si è divertito a contare quanti siano i pretendenti contemporanei al soglio pontificio, e pare che siano molto numerosi (più di quaranta), così che sicuramente siamo in grado di potere indicare alcune delle Chiese e dei Papi

più noti a cui fanno riferimento (ovviamente tutti passibili di scomunica) :

-Manuel Alfonso Corral, deceduto nel 2011, autoproclamatosi Papa della scismatica Chiesa Cattolica Palmariana col nome di Pietro II.

-Clemente Dominguez Gomez, autoproclamatosi presbitero col nome di Gregorio XVII e deceduto nel 2005. Sostenne di avere assistito a presunte apparizioni della Madonna. Palmariano.

-Michel Collin, della Chiesa degli Apostoli dell'Amore Infinito, morto nel 1974. Anche lui avrebbe avuto delle visioni mistiche

-Gino Frediani, morto nel 1984, autoproclamatosi papa della Chiesa Novella Universale del Sacro Cuore di Gesù, col nome di Emanuel I. Avrebbe avuto numerose visioni di profeti dell'Antico Testamento.

-Sergio Maria Jesus Hernandez, papa col nome di Gregorio XVIII, dimessosi nel 2016. Anche lui Palmariano.

Attualmente la più consistente “Chiesa alternativa “è quella Palmariana, con sede in Spagna.

E questi sono solo alcuni. Si potrebbe continuare, ma si ribadisce che dalla Chiesa ufficiale sono tutti da considerare come gruppi scismatici ed in alcuni casi eretici.

In questo contesto, anche se non arrivò a proclamarsi Papa, è da ricordare il caso di Monsignor Lefebvre, francese e tradizionalista, che fece molto scalpore perchè si oppose alle decisioni del Concilio Vaticano II, fino al punto di fondare la “Fraternita Sociale san Pio X” ,cosa che lo portò prima ad una condanna e poi alla scomunica nel 1988.

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17 GENNAIO 2018

LE INTERVISTE DE "IL NOTIZIARIO". Lipari, "Briciole di storia" è il titolo del volume pubblicato da Lelio Finocchiaro

20 NOVEMBRE 2018

Lipari, per lo storico eoliano Lelio Finocchiaro arriva il volume "Briciole di Storia II"

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QUANDO GLI ARABI PROVARONO A CONQUISTARE IL MONDO

Nel VII sec. dopo Cristo due grandi imperi economici e militari continuavano da un secolo a scontrarsi ,sicuri della loro forza e incuranti di ciò che accadeva nel resto del mondo. Si trattava dei Bizantini e dei Persiani ( storici avversari dei Romani). Nel 614 i Sasanidi (Persiani) riuscirono a conquistare Gerusalemme e a trarne un vistoso bottino, e nel 626 arrivarono ad assediare Costantinopoli, ma la riscossa del 628 porto' il bizantino Eraclio a conquistare addirittura Ctesifonte ,capitale persiana. Nonostante la vittoria ,dopo le lunghe battaglie l'impero bizantino non versava in condizioni migliori di quello che restava dell'impero Sasanide. E ci fu chi seppe approfittare di questo momento di debolezza. Nel 570 alla Mecca era nato Maometto, da una famiglia di mercanti , e dopo 25 anni si era sposato con una ricca vedova da cui ebbe sei figli. Dal 610, però , l'arcangelo Gabriele gli sarebbe apparso a più riprese trasmettendogli ogni volta alcune parti (sure) di quello che sarebbe in seguito divenuto il Corano, libro sacro musulmano. Maometto predicò una fede monoteista che riconosceva un unico Dio, Allah, di cui si proclamava ultimo profeta biblico. Già mentre era in vita la penisola arabica si convertì alla fede islamica, rinnegando le fedi politeiste, e alla sua morte (632) venne eletto il primo Califfo della storia dell'Islam : Abu Bakr

Fu alla morte di quest'ultimo che , con il suo successore Omar ebbe inizio, nel 634, la inarrestabile e repentina espansione dell'Islam. Nel giro di pochi anni Omar conquistò la Siria e la Palestina, debellò una volta per tutte i Sasanidi e sottomise Egitto e Libia. Quando fu assassinato (644) , Othman, terzo Califfo, occupò l'Algeria, prima di essere, anche lui, vittima di una congiura. I Califfi Omayyadi, dopo il quarto Califfo Alì, continuarono le guerre di annessione, conquistando Afghanistan e Uzbekistan,e arrivando a scontrarsi anche con l'impero Cinese.

Fu nel 711 che l'esercito arabo, nel frattempo divenuto padrone anche delle acque del Mediterraneo dopo aver preso possesso dei cantieri navali di Alessandria d'Egitto, sbarcò a Gibilterra, impadronendosi di tutta la Penisola Iberica. Nonostante la loro fulminante cavalcata fosse interrotta da Carlo Martello che li sconfisse nella celebre battaglia di Poitiers (vicino Parigi) del 732, il dominio degli arabi su quelle terre durerà per oltre 700 anni, quando fu completata la “reconquista” spagnola nel 1492. Nel frattempo la dinastia Omayyade fu sostituita da quella Abbaside che spostò più ad oriente la capitale, da Damasco a Baghdad. In ogni caso nel 827 gli arabi conquistarono la Sicilia, restandovi fino a quando non vennero scacciati dalle truppe normanne di Roberto il Guiscardo nel 1091.

Dopo vari scontri con l'impero Moghul (fondato in India da Babur , discendente di Tamerlano) il potere dei califfi venne assunto nel XIII sec. dai Mamelucchi (soldati di origine servile-mamelucco vuol dire “schiavo”). Questi dovettero fronteggiare l'avanzata travolgente dei Turchi convertiti all'Islam, che giunsero a conquistare Serbia e Bulgaria, dando origine, così ,al cosiddetto Impero Ottomano il quale, nel 1453, guidato da Maometto II, conquistò Costantinopoli (la Nuova Roma), ponendo fine all'impero romano d'Oriente. Maometto II, detto anche “il Conquistatore”, accarezzò il sogno di ricreare la grandezza dell'impero romano e la fama dei Cesari conquistando anche la Prima Roma , attraverso l'invasione dei Balcani (fermato da Vlad III di Valacchia). In realtà la conquista armata si accompagnò ad una espansione dell'Islam come fede, che si allargò con velocità impressionante sia verso l'Africa che verso est raggiungendo l'India , l'Indonesia e le Filippine.

Il ritiro dell'Impero Ottomano dall'Europa iniziò all'indomani della sconfitta subita nella famosa battaglia di Lepanto del 1571, dando luogo agli stati indipendenti di Grecia, Romania e Bulgaria.

Una diversa occupazione, di tipo essenzialmente religioso, interessò da allora tutta l'Europa ed oggi si calcola che il 10% circa della popolazione europea sia musulmana.

Come tutto ciò sia potuto accadere,ed in un tempo così breve, è stato e continua ad essere materia di studio e di attenta osservazione da parte di numerosi storici. All'inizio sicuramente la sottovalutazione del pericolo che poteva derivare dalle tribù della penisola arabica , estremamente divise e che invece si riunirono attorno ad una stessa fede. Importante fu la presenza di abili condottieri militari che seppero, anche in condizione di inferiorità numerica, sfruttare le debolezze di eserciti avversari stanchi e demotivati. Influirono sicuramente i periodi di crisi di Imperi come quello bizantino e Sasanide, ma quello che determinò una tale evoluzione dipese essenzialmente dal fatto che molte popolazioni trovarono decisamente “più conveniente” la conversione all'Islam. Bisogna tenere presente che in molte zone erano praticate le eresie monofisite (che negavano la natura umana in Gesù) e nestoriane (che invece ne sostenevano la separazione delle due nature, umana e divina) entrambe perseguite con decisione da Bisanzio, e che sempre a Bisanzio dovevano gravosi tributi. A costoro l'islam offrì (oltre a tasse più miti) la possibilità di esercitare liberamente la propria fede, pur che accettassero la superiorità dell'Islam, in quanto non pagani da convertire necessariamente, ma “gente del Libro” che faceva uso delle stesse sacre scritture ispirate dallo stesso Dio, pur se corrotte dalla manipolazione umana. In tal modo fu vantaggioso convertirsi, potendo così avere la possibilità di entrare a far parte dell'amministrazione califfale. Etnie differenti, dunque, contribuirono, con la stessa lingua, l'arabo, e con lo stesso libro di riferimento, il Corano, a creare una unità che andava ingrandendosi man mano che aumentava l'espansione territoriale. Una grande crisi si verificò nel 661 quando Alì,cugino di Maometto, si ribellò alla dinastia Omayyade rappresentata dal Califfo Uthman. Dopo che entrambi vennero assassinati si produsse quella scissione che si protrae ancora ai nostri tempi, tra Sunniti (che riconoscono la Sunna, gli scritti con le azioni e le parole del Profeta) e Sciiti (che non riconoscono l'autorità califfale, ma solo Alì come successore legittimo di Maometto).

LE SORGENTI DEL NILO

Probabilmente nessun fiume, per quanto lungo e imponente, ha mai esercitato il fascino del Nilo.

Lo stresso Egitto, con la sua storia millenaria, con tutta probabilità non sarebbe esistito senza questo corso d'acqua che , quasi come una ininterrotta oasi, si stende per migliaia di chilometri in mezzo al deserto, consentendo lo svilupparsi stesso della vita. Gli abitanti della “valle del Nilo” erano consapevoli di questo e per loro, da sempre, l'acqua del fiume è stata considerata sacra, mentre lo stesso Nilo è stato assimilato ad una vera e propria divinità. L'andamento delle abitudini egiziane si sviluppò seguendo gli umori del Dio Nilo, e le città furono fondate lungo il suo corso, sino all'ampio delta sul Mediterraneo (composto da cinque sbocchi, ognuno prendente nome dalla città vicina -come ad esempio Rosetta dove fu rinvenuta la famosa stele ).

Il Nilo , la cui lunghezza (stimata in 6853 Km.) rivaleggia con quella del Rio delle Amazzoni, ha sempre affascinato per il mistero di cui era circondato, tanto che per millenni è rimasta sconosciuta la sua stessa origine, pur costantemente ricercata. Solo recenti studi sui sedimenti profondi della sua foce hanno permesso di metterli in relazione con quelli provenienti dagli affluenti etiopici, permettendo di stabilire che il percorso del fiume risalirebbe a diversi milioni di anni, riuscendo nel tempo a scavarsi gole profonde, formando enormi laghi , attraversando diverse cataratte e superando altissime cascate.

Da sempre la scoperta delle sorgenti del Nilo ha interessato tutti popoli della zona , e non solo..

La difficoltà di percorrere a ritroso la corrente del fiume ha sempre costituito un formidabile ostacolo per coloro che, pur con coraggio e desiderio di avventura, hanno cercato di arrivare sino alle sue mitiche sorgenti. In realtà il terreno , ora arido ora paludoso, le foreste e le montagne inaccessibili, la malaria sempre in agguato, le popolazioni non sempre amiche, gli animali grandi e piccoli, dai leoni alle zanzare,in aggiunta alla mancanza di attrezzature adeguate, resero per tanto tempo impossibile l'impresa, aumentandone il mistero e il desiderio di svelarlo.

In realtà il Nilo, se vogliamo, ha due diversi punti di origine, Il Nilo propriamente detto, infatti, cioè quelli sahariano, parte da Kartoum, capitale del Sudan per dirigersi verso, il Mediterraneo, ma porta con sè le acque di due altri fiumi, che proprio in quel punto si uniscono. Si tratta del Nilo Azzurro che reca le grandi acque provenienti dall'Etiopia e dal lago Tana , e del più lungo Nilo Bianco, che invece giunge tumultuosamente in Sudan dopo avere attraversato il Burundi e l'Uganda.

Stiamo parlando di migliaia di chilometri che solo uomini coraggiosi e un po' pazzi potevano pensare di percorrere a piedi o in battello (dove era possibile).

Gli antichi faraoni ci provarono, e spedizioni inviate a Sud, ebbero solo il risultato di riportare in Egitto esclusivamente esemplari di, come vennero definiti, uomini piccoli e neri.

Però il famoso geografo alessandrino Claudio Tolomeo , già nel II sec. d.C. scriveva che il Nilo si muoveva dall'Equatore al Mediterraneo, partendo dai “Monti della Luna” (l'attuale Ruwenzori), dopo avere attraversato due grandi laghi. In effetti nel 1860 la teoria venne confermata ed ampliata da due esploratori di nome Burton e Speke, che constatarono come il fiume uscisse dal lago Vittoria per riversarsi nel lago Alberto, da cui proseguiva per diventare il Nilo propriamente detto.

Molti forse non sanno che diverse spedizioni tendenti a identificare la posizione delle sorgenti del Nilo furono organizzate dai Romani da un personaggio per molti versi insospettabile: Nerone. Tra il 62 e il 67 d.C., infatti , gruppi di soldati comandati da diversi centurioni risalirono il Nilo, alla ricerca anche delle principali vie carovaniere. Notizie di queste spedizioni ci vengono da Seneca e da Plinio, che allora chiamavano Etiopia tutte le terre a sud dell'Egitto. Anche i Greci erano a conoscenza di queste notizie, e dobbiamo ad un mercante greco di nome Diogene (i Greci sostenevano d'altronde che ogni fiume avesse un Dio collegato di sesso maschile, padre delle Naiadi) l'attribuzione del nome di “Monti della Luna” a quelle alture da cui pensava che nascesse il Nilo, quello di “Laghi della Luna” ai laghi Vittoria e Natron , e infine di “Altopiani della Luna” a quei territori che oggi corrispondono al Parco di Serengeti. Solo nel 1934 venne stabilito con precisione il reticolo dei corsi d'acqua, grandi e piccoli, che si compongono in materia vorticosa e complicata sino a dare origine alle sorgenti tanto ricercate E fu il tedesco Burckhart Waldecker ad indicare il fiume Kagera come il ramo sorgentizio del Nilo.

Però non si può parlare delle sorgenti del Nilo senza ricordare quello che fu ,probabilmente, uno dei più grandi esploratori di tutti i tempi : il dottor David Livingstone. Nato nel 1813 in Scozia, si appassionò ai misteri di terre sconosciute animato da spirito essenzialmente missionario, e fu il primo uomo ad attraversare il deserto di Kalahari, Nel 1852 viaggiò lungo lo Zambesi e descrisse le famose cascate ,chiamate “fumo tonante” dagli indigeni, larghe circa 1700 metri e che fanno un salto di ben120. Il suo nome è e sarà sempre collegato, però, alla sua ricerca delle sorgenti del Nilo, per la quale partì nel 1858 non dando più notizie di sé. Si seppe in seguito che venne afflitto dalla malaria che causò la morte della moglie Mary. Il New York Herald, nel 1871, incaricò il giornalista Henry Morton Stanley di cercarlo, e costui, dopo una ricerca durata ben tre anni lo ritrovò nei pressi del lago Tanganika, quando pronunciò quella frase rimasta famosa ,tipico monumento all'aplomb anglosassone: “Doctor Livingstone, I presume?”. Nel 1873 Livingstone morì mentre proseguiva le sue esplorazioni (inizialmente insieme a Stanley), vinto dalle fatiche e dalla dissenteria.

Gli indigeni, che lo amavano anche per il suo impegno contro la tratta degli schiavi, non volevano privarsi del corpo di Livingstone, ma quando furono costretti a farlo per consentirne la sepoltura a Londra nell'abbazia di Westminster, scrissero sulla sua bara (fatta con la corteccia del sacro albero di mobola sotto cui era sepolto): “Potete pure prendere il suo corpo, ma il suo cuore apparterrà per sempre all'Africa”.

NOME E COGNOME

Molte sono le cose che ,spesso inconsapevolmente, abbiamo ereditato dal Medioevo. E sovente si tratta di abitudini a cui ci siamo talmente assuefatti che ci sembra di averne sempre fatto uso, che non potrebbero in alcun modo essere diverse e che così sia naturale e spontaneo. Questo accade per molte cose, alcune delle quali tanto ovvie che probabilmente non ci hanno mai incuriosito. Ad esempio il nostro nome e il nostro cognome.

Eppure si tratta, a tutti gli effetti, di una invenzione medioevale.

Il binomio nome-cognome non è altro che il sistema di identificazione certa di una persona tra le tante ,

necessità peraltro avvertita da sempre. Sembra che già qualche secolo prima di Cristo in Cina si sia tentato un metodo di riconoscimento del genere, e solo dal 221 a. C. , quando si introdusse il sistema feudale, fu concesso anche agli uomini comuni di avere un cognome, cosa sino ad allora riservata alla classe aristocratica. Nell'antica Grecia si precisava “figlio di”, mentre il suffisso “son” aveva lo stesso significato nelle popolazioni nordiche (Gustafsson era “figlio di Gustaf”). Gli ebrei facevano uso della parola “bar” (bar Joseph era “figlio di Joseph”) e gli arabi quella di “ibn” (ibn Muhammad era inteso “figlio” di Muhammad).

Nell'antichità latina il cittadino romano veniva individuato da tre nomi : il Prenomen (che veniva prima, ed era scelto dai genitori), il Nomen che identificava la gens di appartenenza, ( gens Claudia, gens Giulia ecc...), ed infine il Cognomen (cum nomen) per identificare le varie famiglie all'interno di uno stesso ceppo (spesso di trattava di una specie di soprannome). Gli schiavi avevano solo il nomen anche se, una volta liberati, potevano assumere il cognomen dell'ex padrone. Raramente si aggiungeva un quarto nome diversificativo (Agnomen). Per fare un esempio, Publio Cornelio Scipione Africano, altri non era che il Publio della gens Cornelia, del ceppo Scipione con sopranome Africano. Verso il V sec. la differenza tra nomen e cognomen si va affievolendo, entrando nell'uso il cosiddetto “Signum “ (come ad esempio “Augustus” o “Caesar”, nomi non ereditati). Oggi il nostro nome corrisponde al prenomen dei latini, mentre il nostro cognome al loro nomen.

I problemi divennero grandi quando, tra il X e l'XI secolo il numero degli abitanti aumentò talmente da rendere difficile la distinzione tra gli individui essendo insufficiente la possibilità di formare nuove combinazioni. Fu allora che nacque il cosiddetto “Cognome Moderno”, che poteva trarre origine dai nomi dei genitori, come anche dal luogo di provenienza, da un soprannome, dal mestiere o dalla professione. Inizialmente furono le famiglie più abbienti a far uso dei cognomi (più interessate a fattori dinastici e di successione ereditaria), ma nel 1564 col Concilio di Trento viene introdotto per i parroci l'obbligo di tenere un registro dei battesimi ( per evitare matrimoni tra consanguinei) e il secondo nome o il soprannome diventano ereditari. Insieme ai parroci erano i notai, che scrivevano gli atti pubblici, a certificare i cognomi, ma per arrivare ad un uso codificato e generazionale si dovrà attendere la creazione dell'Anagrafe Statale nel XIX sec.

In pratica il cognome poteva derivare da scelte diverse , come nomignoli (Biondi, Bassi, Forti,ecc...), o mestieri (Barbieri, Fabbri ,Mugnai, ecc...), o dalla provenienza (dal Colle, dal Monte), o da gesta compiute (Coriolano per la presa della città di Coriolo) , da particolarità fisiche (Nasone, intuitivo,) o da abitudini (Caligola soleva indossare i sandali militari chiamati caligae).

Quindi ogni cognome porta con sè una sua particolare storia.

Per conservare l'importanza di un cognome degno di molto onore, normalmente trasmesso per via paterna, in caso di mancanza di discendenza maschile si è permesso anche alle donne di trasmetterlo alla propria figliolanza, e questa è la spiegazione per cui alcune famiglie aristocratiche hanno ancora oggi un doppio cognome.

Quando al momento del battesimo il padre del bambino risultava già deceduto, veniva usato l'avverbio latino “quondam” che corrisponde al nostro “fu”. Perciò il figlio di un “fu” Pietro, diviene Quondampietro, mentre l'uso del solo quondam fa riferimento in genere ad un trovatello.

In una comunità faceva comodo identificare una persona col nome o col mestiere del padre, mentre una persona usa a viaggiare molto veniva preferibilmente indicata col luogo di provenienza (come da Tolentino, o da Verona).

Insomma se dobbiamo al Medioevo la scoperta di cose meravigliose come il cannocchiale, gli occhiali, le cattedrali, la stampa, la polvere da sparo e tante altre ancora, insieme a tutte queste non dobbiamo dimenticare di metterci anche i cognomi che oggi usiamo con tanta naturalezza (anche se in futuro non è detto che non si venga tutti assimilati a dei numeri).

Oggi, in Italia, si conta la bellezza di ben 350mila cognomi, un vero record, numero estremamente più grande del ben più ristretto elenco dei nomi, che si stima siano solo 7mila.

IL VIAGGIO DI DARWIN (a bordo del Beagle)

Charles Darwin (1809-1882) pubblicò le sue teorie rivoluzionarie sull'Origine della Specie nel corso del XIX sec. sconvolgendo le consolidate sicurezze della comunità scientifica di quel tempo. Le sue ricerche sulla teoria dell'evoluzione e sulla selezione naturale costrinsero a ripensare la posizione dell'uomo nell'universo e addirittura il suo rapporto con Dio. E' facile intuire come intere fasce di studiosi ed accademici non accettarono facilmente le sue intuizioni che mettevano a dura prova le convinzioni fideistiche su cui sino allora si erano interamente basate. Però c'è da dire che i suoi studi difficilmente avrebbero partorito le felici conclusioni a cui ebbe a giungere se , per qualche motivo, non avesse deciso di intraprendere il viaggio per mare a bordo dell' HMS Beagle. Il vascello, di soli 27 metri, non era quanto di meglio per un osservatore naturalista quale egli era, ed oltretutto soffriva enormemente il mal di mare, ma era un'occasione che non voleva assolutamente perdere. Inizialmente lo scopo di quel viaggio come naturalista non pagato era di fare compagnia al capitano FitzRoy, dato che il comandante precedente Pringle Stokes si era suicidato dopo due anni di navigazione proprio per la depressione indotta dal non avere nessuno all'altezza con cui parlare. Presto imparò, comunque, che un uomo colto a bordo di una nave non solo non è ritenuto molto utile, ma addirittura può dare fastidio. Tra l'altro la sua passione per la collezione di campioni da studiare lo fece considerare l'esperto scientifico del viaggio, ruolo che il medico di bordo reclamava con forza, tanto che, giunti in Brasile, per il disappunto decise di non continuare nella spedizione. Il viaggio durò per ben cinque anni, ma il giovane Darwin era tanto entusiasmato dalle sue osservazioni, da superare con facilità anche la notizia che la fidanzata stava ormai per sposare un altro. La rotta seguita dal Beagle era quanto mai diversificata, e così toccando le Isole di Capo Verde, il Brasile, il Cile, l'Argentina, le Galapagos, il SudAfrica e l'Australia, Darwin ebbe modo di studiare animali e piante esotiche che altrimenti non avrebbe mai potuto conoscere. Le sue osservazioni e la sua collezione di campioni prelevati un po' dovunque avrebbero portato a risultati concreti solo dopo il suo ritorno in patria (dove tra l'altro era atteso con grande interesse per tutto il materiale che era riuscito ad inviare ), ma il germoglio della sua grande intuizione cominciava già a crescere e ad impossessarsi di lui. Come prima cosa notò che tre indigeni della Terra del Fuoco prelevati qualche anno prima per essere mostrati come curiosità, riportati nella terra d'origine non riuscivano più ad adattarsi e riunirsi alla loro gente. Tanto li aveva cambiati la variazione di aspetto e di abitudini. Ma fu alle Galapagos che Darwin trovò la reale ispirazione per la sua teoria evolutiva. Anzitutto notò che le tartarughe giganti, specie di rettili preistorici che non temevano l'uomo, differivano da isola ad isola per il disegno del carapace, segno che si erano sviluppate indipendentemente con varianti legate strettamente al territorio . Successivamente, esaminando varie specie di fringuelli, rilevò che pur derivando da una specie originaria, avevano maturato differenti caratteristiche tipiche dei diversi ambienti in cui si erano adattati. E questo fu fondamentale per suggerirgli la teoria della selezione naturale. In Brasile,poi, ebbe la fortuna di osservare i resti di un “Megaterio”, bradipo che si credeva estinto e che invece risultò essere a metà della strada evolutiva verso l'armadillo (il che gli suggerì la “legge della successione dei tipi” ), demolendo la teoria dello zoologo francese Cuvier secondo la quale sulla Terra avvenivano periodicamente catastrofi che causavano l'estinzione delle specie viventi.. Tra l'altro l'assistere a terremoti ed eruzioni vulcaniche gli confermò come interi paesaggi terrestri potessero cambiare aspetto anche in un solo giorno. Da queste e da tante osservazione simili ne derivò la convinzione che una stessa specie poteva sviluppare abitudini e comportamenti anche molto diversi se influenzati da ambienti differenti.

L'evoluzione, in definitiva, veniva spiegata in termini di “Legge Naturale”, senza bisogno di interventi mistici o soprannaturali. In sostanza gli individui capaci di sviluppare i più vantaggiosi mutamenti sarebbero stati i più favoriti nella lotta per la vita e , inoltre,avrebbero potuto trasmettere le loro caratteristiche ai rispettivi discendenti. Potete immaginare le polemiche che questo modo di vedere e concepire l'uomo, rendendolo sempre meno “il centro dell'Universo”, suscitarono nel mondo “creazionista” di allora, quando fideisticamente si pensava che tutto derivasse da un atto divino e immutabile. E' divertente ricordare la frase che sfuggì alla moglie del vescovo di Manchester che, leggendo l'Origine della specie ebbe a dire : Allora discendiamo dalla scimmia?.. Speriamo che la cosa non si sappia...

Darwin aveva un atteggiamento agnostico che lo portava a dire che era impossibile trovare nella scienza conferma o smentita delle tradizionali convinzioni religiose e negava totalmente ogni intenzione (causa finale) della natura.

Per comprendere appieno la natura dell'uomo e dello scienziato, basta considerare che Charles Darwin deve necessariamente essere annoverato tra quegli scienziati che in qualche modo hanno dato il più grande contributo agli uomini per conoscere maggiormente se stessi e il mondo in cui viviamo. Come hanno fatto Archimede, Galileo, Copernico e pochi altri.

Darwin, che in vita ebbe successo e riconoscimenti, è morto nel 1882 ed è sepolto nell'Abbazia di Westminster a Londra, a pochi metri da Isaac Newton.

LE SPIE DI ANNIBALE

E' con vero piacere che spesso, per concederci qualche ora di svago ,decidiamo di andare al cinema per vedere un film di azione e di intrighi, o leggere un libro dove misteriosi segreti vengono contesi dalla famigerata CIA o dal KGB. Si tratta di lotte silenziose condotte non da eserciti ma da pochi uomini addestrati per il possesso di informazioni che possono consentire la supremazia di una fazione sull'altra . E questo non succede solo tra nazioni, ma anche tra multinazionali e industrie di ogni livello. In una parola si tratta di “spionaggio” . Avere le giuste conoscenze sugli avversari di turno può volere dire la supremazia, sia in campo militare come in campo industriale.

E se film e libri forniscono un'immagine eroica e romanzata di tecnologie avanzate e di eroi disposti a rischiare la vita per ciò che credono giusto, ciò non vuol dire che certi sistemi non vengano spietatamente adottati anche nella realtà, qualunque siano i metodi e i mezzi impiegati.

Non è sempre stato così. Una volta si badava solo a combattere faccia a faccia , mentre ricorrere ad inganni e furberie veniva considerato disdicevole. Pensate che quando i barbari di Brenno assediarono l'Urbe (era il 390 a.C.), i romani assediati in Campidoglio ebbero bisogno dell'aiuto dello oche per svegliarsi dal loro sonno. Nonostante il pericolo non avevano posto nemmeno sentinelle di guardia! I Romani erano ingenuamente eroici, ed erano convinti che bastasse combattere con coraggio e sprezzo della vita per vincere le battaglie. Non era così, e lo impararono a proprie spese proprio da uno dei loro più acerrimi nemici : Annibale di Cartagine.

Il celebre generale cartaginese già dal III se. a. C. può a tutti gli effetti considerarsi come l'inventore delle tecniche di spionaggio. Pensate che ancora prima di attraversare le Alpi con 26.000 uomini e 37 elefanti poteva fare affidamento su una organizzata rete di informatori sparsa in territorio italiano che gli consentì di evitare le truppe romane poste al suo inseguimento e sbarcate a Marsiglia, nonché di accettare o evitare il contatto col nemico a seconda della particolare convenienza, sapendone in anticipo la consistenza in uomini e armamenti, e studiando il terreno adatto. Annibale era tanto convinto della convenienza di “spiare”, che adottando svariati travestimenti era uso aggirarsi tra le proprie truppe per sentirne gli umori e le tensioni.

I Romani erano degli ingenui, ma sicuramente non erano degli sciocchi. Imparavano subito e miglioravano ciò che imparavano. L'informazione divenne così un fondamentale ingrediente di ogni lotta , politica o militare che fosse. Svetonio, nel I sec. d.C., narra di come già cento anni prima Giulio Cesare, per evitare che occhi indiscreti leggessero i suoi messaggi, avesse inventato un codice a sostituzione monoalfabetica passato alla storia come “codice di Cesare”, che pur essendo molto semplice , dato l'alto tasso di analfabetismo del tempo era pressocchè sicuro.

Prova ne fu che , durante l'assedio di Alesia (52 a.C.) quando i Galli arrivarono in soccorso di Vercingetorige, trovarono le truppe romane perfettamente dispiegate e in grado di resistere contemporaneamente sia al loro attacco che ad eventuali sortite dalla città. Questo perchè i Romani erano a conoscenza del pericolo imminente mentre i Galli avevano dimenticato di “informarsi” in tempo. L'organizzazione di intelligence si andò sempre più organizzando , e i “frumentari” , piccoli commercianti che per il loro continuo movimento venivano a conoscenza di dettagliate notizie sul potenziale nemico, si affiancarono agli “speculatores”, che facevano opera di ricognizione limitata sul campo.

Naturalmente , come era prevedibile, lo “spiare” era considerata una pratica immorale, e nel Medioevo quando si riusciva a catturare una spia non si pensava due volte a metterla a morte. Però, quando conveniva, …..si era disposti a chiudere un occhio.

Nel tempo i vari governi si andarono dotando di apposite strutture di spionaggio e di controspionaggio. Queste attività si interruppero quando cadde l'impero romano d'occidente, per riprendere in modo organizzato (con qualche eccezione come durante l'Inquisizione spagnola o con l'istituzione del Consiglio dei Dieci nella Repubblica Veneziana) nel Cinquecento, quando in Inghilterra nacque il primo vero e proprio “Servizio segreto”, con vaste reti di spie e informatori disseminate un po' dovunque. Inutile dire che ogni guerra , ed in quel periodo certo non ne mancavano, esaltava il ruolo della spia che ogni volta ne riceveva nuova propulsione. E' così che nacquero uffici specializzati nella criptazione e nella decrittazione (chi non ricorda il caso di “Enigma” nella seconda guerra mondiale), e adesso siamo pieni di congegni elettronici che ci seguono dappertutto, che informano di dove siamo e cosa facciamo, di cosa mangiamo e come ci vestiamo, mentre satelliti (non a caso chiamati “spia”), ci controllano o ci minacciano (secondo i punti di vista). Alcune spie ebbero in passato, come del resto anche adesso, l'onore di passare alla storia e divenire celebri e conosciute in tutto il mondo , a partire da Giuda sino a , tanto per citarne solo alcune, Vasilij Mitrokhin, Richard Sorge, Mata Hari, Kim Philby, Edward Snowden, ecc... L'informazione è divenuta la cosa più importante del mondo, e la vogliamo sempre più completa e puntuale, al punto che non è esagerato dire che ogni atto della nostra vita dipende da essa, nella speranza che nessuno, usandola, decida di manipolarci a suo piacimento.

Chissà se, tanto tempo fa, il nostro Annibale avrebbe mai potuto immaginare una cosa del genere .

LA MALEDIZIONE DEI CAGOTS

In ogni tempo sono esistiti gli emarginati, i reietti, gli intoccabili. E non parlo di singoli uomini, bensì di interi popoli ed etnie. Un po' come a tutt'oggi alcune caste indiane. Eretici, streghe, ebrei hanno tutti condiviso una storia di demonizzazione e persecuzione addirittura secolare ma ,se vogliamo, c'è stato qualcuno a cui è stata riservato , se possibile, un trattamento ancora peggiore: la condanna all'oblio. E' questo il caso dei dimenticati Cagots, altrimenti noti come “la razza maledetta”. Questo popolo, insediato su una vasta area a cavallo dei Pirenei venne discriminato ed oppresso da assurde e crudeli leggi locali ed ancora ai nostri giorni non se ne è compreso appieno il motivo. Alcuni storici pensano che il loro nucleo iniziale derivi da superstiti musulmani sopravvissuti alla battaglia di Poitiers (732), mentre altri pensano che derivino dai superstiti dei Visigoti sconfitti dai Franchi nel 507 e come tali eretici ariani (che negavano la natura divina di Cristo). Ovviamente c'è chi sostiene che in quel periodo del medioevo le regioni quali i paesi baschi, la Guascogna l'Aragona e la Navarra, data la natura impervia del territorio, abbiano accolto banditi, fuggitivi, diseredati e soprattutto lebbrosi. I Cagots venivano anche detti Chrestians che appunto voleva dire lebbroso. Il clima di isteria collettiva dell'epoca tendeva, del resto, ad accusare di complotto e cospirazione, secondo l'occasione, ebrei, lebbrosi e quanti altri, per legittimare le violenze nei loro confronti (questo accadde anche in occasione della peste).

Anche i Cagots erano costretti a portare un segno distintivo rosso a forma di zampa d'oca, similmente alle prostitute (contrassegno giallo) e agli ebrei (stella di Davide), per poterli riconoscere ed evitare.

Perfino la Chiesa si accanì contro di loro, costringendoli ad entrare negli edifici sacri da porte basse che li obbligavano ad inginocchiarsi e ad usare apposite acquasantiere per evitare contaminazioni.

L'ostia, poi, veniva loro porta all'estremità di un bastone. IL nome Ca-Goti poteva derivare ,secondo alcuni, da “ cani Goti”, poiché tutte le parole che finivano in “oti” , come Visigoti, Ostrogoti, Goti, Ugonotti, erano fortemente invise all'epoca. Essi non avevano diritto nemmeno ad un patronimico, e durante il battesimo venivano indicati solo col nome e col marchio d'infamia. Come gli ebrei erano esclusi da molte professioni ma erano abili costruttori in legno e pietra. Stranamente, da quando l'Ordine Cluniacense ( fondato nel 910) divenne il più potente d'Europa, aumentò la discriminazione verso i Cagots nonostante il fabbisogno di mano d'opera. Questo si attribuisce alla lotta tra le confraternite ,soprattutto tra i Fils du Pere Soubise e gli Enfants de Maitre Jacques, quando i primi furono preferiti nella costruzione degli edifici sacri lungo la via verso Santiago di Compostela che , all'inizio, non aveva alcuna valenza religiosa ma costituiva un viaggio iniziatico verso il confine della terra conosciuta, fino all'oceano (il mare celtico dei morti). Les Enfants cambiarono successivamente nome in Enfants di Salomone, che vennero sciolti da Filippo il Bello per il loro collegamento con i Templari . Qualche loro ultima traccia si ha durante la Rivoluzione francese,chiamati questa volta Gavots (più esattamente Compagnons du Devoir de Libertè).

Nel 1314 a Parigi , inoltre, si diffusero quelle che presero il nome di “Corti dei miracoli”, che ospitavano reietti di ogni tipo (li cita anche Victor Hugo in Notre dame de Paris) e pare che parlassero l'argot (la lingua segreta).

L'aspetto dei Cagots, inoltre, non invitava certo alla socializzazione. Infatti erano descritti come afflitti da deformità ripugnanti che andavano dal gozzo al nanismo, dai piedi palmati alla mancanza di lobi alle orecchie. Si pensa che il colore rossastro che caratterizzava la loro pelle possa attribuirsi a forme di psoriasi e le malformazioni all'obbligo di sposarsi tra consanguinei.

I primi a spendersi in difesa della malversazioni contro i Cagots furono , nel XVI sec. , papa Leone X e l'imperatore Carlo V, ma certo non bastava un decreto per far sparire in un attimo pregiudizi secolari. Occorreva del tempo, e solo oggi possiamo dire con certezza che non esistono più discendenti diretti della razza maledetta. Pian piano l'integrazione si compì interamente solo con la Rivoluzione francese.

Naturalmente non mancarono anche risvolti esoterici e ai Cagots fu attribuita l'eredità di antiche conoscenze segrete dovute al fatto che spesso erano costretti ad abitare in oscure e profonde grotte, nonché l'uso di vari culti di origine pagana legati alla fertilità . Leggi specifiche contro i Cagots erano comunque state emanate in varie regioni , dalla Navarra alla Linguadoca, e restarono in vigore dal XV al XVII sec.

Conobbero anche l'orrore del campo di concentramento nazista di Gurs in Francia, espressamente ricercati ed imprigionati con il preciso scopo di essere “studiati” in quanto possibili discendenti del popolo Cataro e quindi a conoscenza di notizie sul Santo Graal.

Erano cristiani emarginati e rappresentavano la somma tutte le paure e le angosce del tempo, a cui si poteva attribuire ogni male e contro cui era facile scagliarsi. Oggi solo in pochi ne ricordano ancora l'esistenza, quasi a volere cancellare con l'oblio il rimorso e la colpa.

 

CULTURA MEDIOEVALE

Nel periodo di estrema globalizzazione nel quale siamo oggi immersi, può apparire strano che le radici profonde del sapere comune affondino in quel Medioevo che da tanti ancora , a torto, viene considerato come un periodo “buio” della nostra storia.

Viceversa è proprio nel periodo “di mezzo” che nascono , fioriscono e in qualche modo , interagiscono centri di cultura indipendenti che daranno origine a quei luoghi deputati all'insegnamento e alla speculazione chiamati in seguito , semplicemente , “Università”.

L'Università più antica comunemente riconosciuta è quella di Nalanda, in India, sorta come luogo di preghiera di monaci buddisti nel Vsec. a.C. e in un secondo tempo trasformatasi in ateneo con oltre 10.000 studenti.

Le contende il titolo di Università più antica del mondo quella all'interno delle mura della medina di Fes (Marocco), costruita nel 859 per volere di una donna, Fatima El Fihria, che a questo scopo destinò i proventi di una ingente eredità. Anche questa università sarebbe nata come luogo di culto, per poi estendere le materie allo studio di politica e filosofia.

All'incirca dall'anno Mille in poi è interessante lo sviluppo contemporaneo di Università europee ed islamiche, da non considerare necessariamente in competizione le une con le altre, ma protagoniste di uno scambio culturale profondo, quasi osmotico, che al di là delle naturali differenze teologiche e rituali portarono alla diffusione di fondamentali nozioni soprattutto nel campo della matematica, dell'astronomia ,della filosofia e della medicina.

Per quanto concerne il mondo islamico la più antica università è quella di Al-Azhar (La Luminosa), al Cairo, inizialmente ismaelita e divenuta sunnita dopo la conquista di Saladino. Guidata da un Rettore nominato a vita, fu la prima a praticare l' insegnamento di materie scientifiche e ad ammettere anche le donne anche se in corsi ed aule separate. Poteva essere frequentata solo da studenti di fede islamica

In Europa probabilmente tocca a Bologna la palma di più antica Università europea fondata nel 1088 da associazioni libere e laiche i cui professori erano stipendiati dal Comune di Bologna. Tra i suoi più famosi iscritti figurano personaggi come Dante, Petrarca, Tasso, mentre la sua reputazione attirò studiosi da ogni parte d'Europa. Quasi contemporanea è la fondazione dell'Università di Parigi, detta Sorbona, nata come centro di studi teologici e che conobbe la sua maggiore fama nel periodo rinascimentale . Tra i suoi Rettori può annoverare anche Armand Jean Du Plessis , più noto come “Cardinale Richelieu”. Venne chiusa durante la rivoluzione francese, quando le fu dato il nome di Tempio della Ragione. Dal 1806 Napoleone vi istituì la sede di cinque facoltà (Scienze, Lettere, Diritto, Teologia Cattolica e Medicina).

Nelle Università islamiche, inizialmente collocate presso qualunque moschea, (mentre solo in un secondo tempo furono costruite moschee espressamente dedicate all'insegnamento), ogni materia veniva discussa in apposite aule (mandrase) destinate col tempo a trasformarsi in edifici indipendenti .

Nelle Università medioevali, rifacendosi alla sacralità del numero sette (come le sette Virtù o i sette vizi capitali o i sette pianeti)), le materie di insegnamento venivano raccolte in quelle che presero il nome di “Arti liberali “ ( destinate a “uomini liberi”), divise in arti del trivio (o della parola) che comprendevano la grammatica, la retorica e la logica ,e in arti del quadrivio (o tecniche) che invece raggruppavano l'aritmetica, la geometria, l'astrologia (che si identificava con l'astronomia) e la musica.

La grande importanza della trasmissione trasversale della cultura tra Università , pur se teologicamente diverse, ha un fondamentale esempio nell'opera di uno dei più grandi filosofi arabi del XII sec. di nome Abu I-Walid Muhammad ibn Ahmad Rushd, più semplicemente noto come

Averroè. Si deve a lui, ricordato come giurista e per una approfondita “enciclopedia medica”, se il medioevo ha potuto riscoprire il pensiero aristotelico . Infatti Averroè , che studiava nella Cordova in cui era nato, dedicò alla monumentale opera di Aristotele un lavoro di traduzione e

commento, anche entrando in contrasto con altri pensatori arabi, come Al-Ghazali, facendo tornare attuale il pensiero del filosofo di Stagira che gli studiosi cristiani avevano completamente dimenticato, e facendosi conoscere nella stessa cristianità per trattati come “L'incoerenza dell'incoerenza “. Anche ad altri studiosi arabi la cultura europea deve moltissimo, come ad esempio Avicenna, che descrisse la natura della scienza medica ed influenzò menti importanti come quella di Tommaso d'Aquino.

Man mano che il sapere si amplia e che si diffonde, aumentano le Università medioevali in Europa, assumendo sempre più una precisa specializzazione, come Parigi per la teologia, Bologna per la giurisprudenza , Padova per la medicina e così via. Questo aspetto è meno evidente nei centri culturali islamici per la loro natura essenzialmente religiosa, ma ciò non impedisce che nozioni destinate ad influenzare profondamente il tempo a venire siano arrivate in Europa attraverso gli arabi, ma a volte partendo addirittura da più lontano, come i numeri che a torto continuiamo a chiamare arabi ma che provengono dalla lontana India. E come lo “zero” che giunse in Europa alla fine del XII sec.

Senza dimenticare che è proprio nelle Università che ebbero inizio le cosiddette “tecniche sperimentali”, come lo studio diretto del corpo umano.

GLI EUNUCHI

La parola “eunuco” deriva dall'unione di due termini greci (eunè ed echo) che letteralmente significano “letto” e “custode”. Quindi, semplicemente, coloro che custodiscono il letto (coniugale). Questa interpretazione, non legata al tipo di operazione subita, bensì al ruolo sociale che ne derivava, è stata da sempre la più diffusa ed ancora oggi è la prima che viene in mente a chi la usa o a chi la sente. Ma in realtà vuole intendere anche molte altre cose.

Per eunuchi si indicano quegli uomini che da tempo immemore sono stati sottoposti ad interventi di castrazione in età prepuberale o puberale (perciò prescindendo dalla volontà dell'interessato) in modo tale da farli divenire incapaci di procreare. Tale pratica è stata molto comune in molti corti sovrane orientali, come quelle cinesi, ottomane e musulmane. Ma non solo. La prima testimonianza di questo tipo di castrazione risale addirittura al tempo dei Sumeri, che l'avrebbero praticata nella città di Lagash. Le motivazioni per cui si affermò questa usanza sono molteplici. Innanzitutto la necessità per il sovrano di avere la certezza della sua progenie in modo che si prolungasse la sua dinastia, per cui le sue donne (fossero mogli , amanti o concubine) dovevano vivere appartate in apposite dimore, per altro lussuose, chiamate Harem, e dovevano avere rapporti solo con altre donne o con uomini resi , appunto, incapaci di atti sessuali. Questo portò all'instaurarsi di un rapporto di tale fiducia tra il sovrano e l'eunuco, che spesso a quest'ultimo furono affidati compiti di particolare responsabilità nell'amministrazione statale. Inoltre, non avendo possibilità di avere una figliolanza, non si correva il rischio che potessero tramare per favorire un loro discendente.

Per quanto riguarda la Cina , fu durante la dinastia Han (dal 206 a. C. al 220 d.C.) che , evirando un selezionato gruppo di prigionieri, si diede inizio alla cultura dell'eunuco. Durante la dinastia Ming si calcola che gli eunuchi arrivassero ad essere ben 70.000, alcuni dei quali divennero famosi, come il leggendario Zheng He, che fu a capo di ben sette spedizioni marinare.

Negli Harem regnava una vera e propria gerarchia formata da tre livelli, l'imperatrice, le consorti ufficiali e le concubine, e le uniche altre presenze permesse erano appunto gli eunuchi.

In ogni caso questi ultimi erano forse più fortunati delle donne dell'Harem (che pare che durante la dinastia Ming (1368-1644) raggiungessero lo stupefacente numero di 20.000), le quali, in caso di morte dell'imperatore erano destinate ad essere sepolte con lui, e spesso ancora vive.

L'evirazione veniva effettuata con un taglio di pene e testicoli tramite coltello. Coloro che non sopravvivevano venivano sepolti insieme ai genitali amputati perchè si presentassero “completi” agli Dei dell'aldilà.

Nel 1996 , all'età di 94 anni, è morto l'ultimo eunuco della città proibita di Pechino.

Nell'antica Roma si cominciò a fare distinzione tra castrazione prepuberale, in seguito alla quale venivano dal corpo assunte forme più morbide e la voce restava aggraziata, e castrazione in età puberale,dove le forme invece mantenevano una massa muscolare sviluppata e, in caso di asportazione dei soli testicoli, poteva ancora esserci un 'erezione, costituendo i cosiddetti “spadones”, ricercati dalle agiate matrone che non correvano così il pericolo di gravidanze indesiderate . Ricordiamo che i sacerdoti della Dea Cibele erano tenuti ad evirarsi da soli durante cerimonie orgiastiche. Celebre eunuco fu Sporo, amante di Nerone che addirittura lo sposò (con tanto di dote e di velo nunziale), dopo che lui stesso ne aveva voluto la castrazione.

L'Impero Ottomano distingueva due tipi di eunuco. Quelli di pelle nera, a cui venivano asportati pene e testicoli, e quelli di pelle bianca, a cui si asportavano solo i secondi. Erano quelli bianchi che venivano impiegati nell'amministrazione statale. Le razzie piratesche nel Mediterraneo portavano continuamente linfa vitale agli Harem dei califfi che apprezzavano particolarmente le donne occidentali. Spesso gli eunuchi erano oggetto di rapporti di natura omosessuale con gli stessi nobili da cui dipendevano . Ed esisteva anche un vero proprio mercato degli eunuchi , il cui valore dipendeva dalle sue doti fisiche ed intellettuali.

Interessante è l'uso dell'evirazione sacrale, e si ricorda l'autoevirazione dell'imperatore Eliogabalo che desiderava essere egli stesso sacerdote di Cibele. Con il Cristianesimo si cominciò a dare enorme importanza al valore della castità, e si ricorda come il padre della Chiesa Origene preferì evirarsi piuttosto che cedere, a quanto pare , alla tentazione offerta dalle studentesse a cui teneva lezioni. Addirittura, nel III sec. lungo il Giordano un certo Valesio fondò una setta di fanatici che oltre ad evirare se stessi addirittura assaliva estranei e passanti mutilandoli per salvarli dal peccato. Anche per contrastare questo tipo di inclinazioni nel IX sec. Il Papato introdusse l'uso, presto abbandonato, della

palpazione dei testicoli ( “sedia gestatoria”). In ogni caso in diversi templi dedicati a Dee importanti come Afrodite, Ishtar e Agarbatis potevano officiare solo eunuchi.

Durante il periodo di el -Andalus (Spagna islamica), i musulmani si affidavano per l'operazione di evirazione agli Ebrei di Pechina e di Verdun , in virtù delle loro conoscenze mediche.

A volte, naturalmente, l'evirazione costituiva un metodo di punizione o di vendetta. Ad esempio era adottata, insieme allo schiacciamento, contro gli schiavi ribelli, mentre tutti ricordiamo come il filosofo Abelardo sia stato evirato dal tutore di Eloisa nel XII sec.,colpevole solo di averla amata.

Non ostante le proibizioni ancora oggi la cultura della castrazione sopravvive in alcune sacche africane ed in India e si accompagna ad alcune forme rituali quali la circoncisione e l'infibulazione.

Non può passare sotto silenzio il fatto che la Chiesa non permetteva alle donne di esibirsi in teatro (mulier taceat in ecclesia) e che quindi sino all'inizio del XIX sec., quando venne dichiarata illegale, la pratica della castrazione veniva perseguita con lo scopo di procurare quelle che venivano chiamate “voci bianche” e che per le loro caratteristiche potevano facilmente sostenere parti femminili nelle opere. Rimane famoso il “bianco cantore” Carlo Broschi detto Farinelli, il più celebre tra i “musici “dell'epoca , che raggiunse un successo ragguardevole di pubblico e di critica. Fortuna che non arrise ai circa 100.000 ragazzi castrati in due secoli di evirazioni a scopo artistico.

 

L'UOMO SELVATICO

La storia dell'uomo ci narra tutto quanto ha da sempre contribuito a renderlo quello che è.

In pratica noi rappresentiamo la somma di tutti gli avvenimenti che nel tempo si sono succeduti, fornendoci quella esperienza e quel sapere senza i quali non saremmo come siamo.

E' pur vero, però. che se la mente razionale di oggi fa riferimento, per descriverci, a fatti ed episodi

ben precisi , realmente accaduti e di conseguenza facilmente analizzabili, è anche innegabile che non si può trascurare il fatto che nella nostra memoria persistono innumerevoli ricordi che tramandano, come visti attraverso una lente deformante, riti e credenze di un passato non ancora del tutto dimenticato . E di questo mondo di tradizioni fanno parte anche miti e leggende che affondano la loro spiegazione in tempi lontani di cui cerchiamo di indagare le origini per cercare , in fondo, di capire meglio noi stessi.

Quando l'uomo cominciò a comprendere di fare parte di una specie superiore, quando cioè iniziò a differenziare ambiti come la”natura” e “la cultura” ,cercò istintivamente di scrollarsi di dosso l'immagine di animale primordiale, legato ai boschi e irrimediabilmente “selvaggio”.

Quindi l'uomo che era, quello “selvatico”, quello che viveva nella foresta e abitava nelle grotte ,era un'idea da allontanare in quanto sempre più diversa da ciò che stava progressivamente diventando.

La sua raffigurazione, però, lungi dallo scomparire completamente, sopravvisse nel folklore , nelle leggende e nei proverbi, nonchè nei riti connessi, come ad esempio il Carnevale, dove assumeva le sembianze di una maschera o di una allegoria.

L'uomo selvatico resta confinato in un immaginario bucolico che lo avvicina agli animali e per questo

viene rappresentato come figura primordiale , provvista di nodoso bastone, nuda e coperta di peli, da cui rifuggire non ostante la sua natura essenzialmente gentile.

Da precisare che comunque si tratta di un archetipo che è presente in diverse tradizioni popolari caratteristiche di zone montane. Sarebbe lui a conservare le primitive nozioni, relative all'agricoltura, di produzione di formaggi , burro e miele, ed ad averle trasmesse all'uomo dei villaggi.

Caratteristico delle zone dell'arco alpino, ad esso è possibile far risalire un comune filo di connessione che lo lega a personaggi come il mongolo Alma, il cinese Ging Sung, il tibetano Yeti , il nord americano Bigfoot o Sasquatch ed altri ancora, mentre obbiettive similitudini lo avvicinerebbero ai Fauni Romani , ai satiri ellenici, ai nani e agli elfi. In molti di questi casi, però, ,si tratterebbe di ibridi uomo-animale, mentre sembra più calzante l'accostamento con la figura dell'eremita, barbuto e anche lui provvisto di bastone, alla ricerca di solitudine in boschi e montagne. Esiste anche una “donna selvatica” e addirittura interi gruppi familiari. A volte (raramente) è rappresentato con volto demoniaco e pauroso, ma più spesso come mentalmente inferiore (tipo “scemo del villaggio”). Il mito racconta che rida quando piove (perchè sa che verrà il bel tempo), e che pianga quando c'è il Sole (perchè sa che dopo pioverà) .Sempre nel Nord Italia esiste una vera e propria iconografia, fatta di incisioni e sculture, come a Sacco in Valgerola, a Tirano (Sondrio) e a Bressanone. Notevole è l'Homo ligneo trecentesco di Thyers, Puy de Dome. Sue rappresentazioni sono spesso presenti nell'araldica e di lui si è occupata anche la letteratura, come nel Dittamondo di Fazio degli Uberti ( XIV sec.), o nell'Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo (XV sec.). Addirittura si trova rappresentato tra le guglie del Duomo di Milano. In ogni caso si considera depositario di antiche sapienze e la sua follia splenderebbe di saggezza profetica simile a quella degli Dei. Fulcanelli (famoso alchimista del XX sec.) lo vede simile al buffone dei tarocchi e lo avvicina, in quanto eremita con cui condivide l'uso del bastone, a san Giacomo apostolo, protettore degli alchimisti.

La sua figura è ben rappresentata in storie che si snodano dal folle Orlando dell'Ariosto a numerosi racconti del ciclo arturiano che ne parlano accanto a cavalieri come sir Galvano e a Parsifal (anche Chretien de Troyes lo nomina nella sua saga di Iwain), in cui assume le sembianze ora di contadino, ora di traghettatore ma quasi sempre di barbuto eremita pronto ad intervenire in aiuto.

Ancora oggi possiamo cogliere le sue sembianze , ad esempio, nei Mamutones sardi, che si mostrano mascherati e coperti di pelli . La sua partecipazione a feste e balli in cui usava percuotere gentilmente con rami di betulla le giovani donne per propiziarne la fertilità ad alcuni, poi, ricorda i Lupercalia romani , che erano festività dedicate a Fauno, protettore delle greggi . Inoltre possiamo scorgere il suo volto in numerosi cornicioni e portoni di palazzi del nord Italia.

Le origini di questo mito si possono fare risalire al dio ellenico Pan, mezzo uomo e mezzo caprone, restando uomo timido e schivo che non temeva nulla tranne il vento, che quando soffiava ne causava la scomparsa. L'accostamento tra l'uomo selvatico che si rintana nei boschi restando depositario di conoscenze bucoliche che si riserva di trasmettere all'uomo, con quello della figura dell'eremita che nel bosco cerca la solitudine e la meditazione, vale fino ad un certo punto. Infatti, anche se suggestivo, il parallelo non regge in quanto, con un gioco di parole che ne rende il senso, l'uomo selvatico sarebbe il sapiente “del bosco”, mentre l'eremita sarebbe il sapiente “nel bosco”, che sceglie in maniera volontaria la sua condizione.

 

GLI SCRIBI

Con la parola scriba si indica quella categoria di persone che hanno legato in passato la loro attività e , perchè no, la loro vita, alla scrittura ,inizialmente per necessità ed in un secondo tempo con lo scopo principale di tramandare ai posteri quei libri e quelle conoscenze di cui altrimenti oggi non si avrebbe traccia. La figura dello scriba (che successivamente prese il nome anche di amanuense, intendendo colui che usava la mano per scrivere) nasce quando nasce la scrittura, evento che si fa risalire ad oltre 3000 anni prima di Cristo, ad opera dei Sumeri, in Mesopotamia. All'inizio si faceva uso di tavolette di argilla che venivano incise e poi cotte per renderle stabili. Successivamente , con l'avvento della scrittura cuneiforme e sillabica, si determinò meglio il ruolo dello scriba, che assunse via via una importanza sempre più fondamentale. Le antiche civiltà mesopotamiche, egiziane ed ebraiche istituirono delle vere e proprie scuole (Case della vita) dove gli scribi imparavano il mestiere in un apprendistato che durava diversi anni.

Gli scribi giunsero a formare una casta di persone che in un certo qual modo godevano di potere particolare e di privilegi esclusivi. Gli argomenti delle scritture, inizialmente di carattere commerciale, in seguito si estesero riportando testi religiosi ,storici e giuridici . Sono stati anche copiati testi in forma bilingue (sumero/accadica) che sono serviti ad aiutare la comprensione di queste lingue. In Egitto erano protetti dal potente dio Thot e si trattava di persone provenienti, almeno all'inizio, da famiglie nobili e aristocratiche. Con l'avvento del Cristianesimo la professione di amanuense venne praticata nelle abbazie e nei conventi benedettini fedeli alla regola monacale che imponeva “ora et labora” (prega e opera), e solo dopo, nel XII sec., e quindi prima dell'introduzione della stampa, si ricorse a veri e propri professionisti che esercitavano a pagamento. E' ovvio che gli studiosi preferirono questo tipo di testi ,piuttosto che quelli fatti da specialisti della materia, in quanto questi ultimi avevano la deprecabile abitudine di apportare correzioni in linea con le loro idee. I copisti monaci ,che si dedicavano alla copiatura di testi sacri, lavoravano in stanze a favore di luce che si chiamavano “scriptoria”, ed il loro compito era di una complessità veramente notevole. Anzitutto dovevano leggere, spesso tradurre e interpretare correttamente l'opera da copiare, il che non era sempre facile, potendosi trattare di testi antichi, incompleti o di non immediata comprensione. Come secondo requisito occorreva una padronanza completa del latino anche riguardo ad opere scritte in lingue straniere. Naturalmente anche sfrondato da qualche inevitabile imprecisione o errore di traduzione, il risultato di questo lavoro resta di fondamentale importanza per la conoscenza della vita e della cultura di tutta un'epoca. Il foglio di scrittura, prima di arrivare nelle mani del copista passava per quelle dei novizi che stendendo le linee guida permettevano una scrittura allineata e diritta. Lo scriba faceva uso di svariati strumenti, che andavano dal calamo (di canna) sino alla penna d'oca, la cui punta veniva resa appuntita mediante l'uso di un apposito coltello che serviva anche a cancellare eventuali errori o sbavature. Per non parlare del lungo lavoro di taglio, tenditura ed essiccazione delle pelli di animali che fornirono la pergamena quando essa cominciò a sostituire i fogli di papiro.

La pergamena veniva poi ritagliata nella misura scelta e adatta al libro che si intendeva copiare.

Una volta assolte tutte le necessità preliminari cominciava il lavoro di riporto propriamente detto,che consisteva nel tracciare lettere chiare e ben leggibili in inchiostro nero. Si usava anche l'inchiostro rosso, che però veniva riservato ai titoli e ai richiami (che indicavano la parola con cui iniziava il foglio seguente, non essendo in uso la numerazione della pagina). Alla fine i vari fogli , sovrapposti, venivano cuciti insieme e solo dopo rilegati e spesso, a seconda l'importanza del libro, abbelliti con copertine artisticamente decorate. Altre due figure affiancavano strettamente il copista (scriptor), ed erano il corrector ed il miniator (dal minio che veniva usato per ottenere il colore rosso). Sovente i testi medioevali sono completati lungo i margini da disegni di libera fantasia,opera degli stessi copisti ma anche di successivi utilizzatori . In tal modo i libri finiti sono ricchi di scene con strane figure di animali, preti ,donne e piante per lo più inventate ed in pose inconsuete. Da non credere che il mestiere di scriba fosse esente da pericoli mortali. Tutti ricordiamo il famoso libro di Umberto Eco “il nome della rosa”, che racconta di un libro che avvelenava chi voleva consultarlo. In realtà gli inchiostri di quel periodo contenevano veleni insospettati (come l'arsenico o il cinabro) e la pura operazione di inumidire il dito con la lingua per sfogliare le pagine o di bagnare con la saliva la punta della penna potevano risultare fatali.

Si annetteva tale importanza al lavoro dei copisti che nei conventi i monaci, per usufruire appieno della luce del giorno, godevano di speciali dispense dalle ore di meditazione.

Inutile dire che le copie ottenute erano poche e destinate per lo più alle biblioteche ecclesiastiche.

Solo nobili e ricchi poterono permettersi di pagare per avere biblioteche personali,ed in tal caso ci tenevano a possedere edizioni particolarmente belle e finemente miniate.

A volte poteva succedere che un testo, per motivi vari, perdesse d'interesse, ed in tal caso, per non sprecare pergamena, si provvedeva a cancellare quanto scritto provvedendo a scriverci sopra nuovamente e dando origine a quelli che presero il nome di “palinsesti” (scritti di nuovo).

Per secoli dunque, sia la scrittura che la lettura sono stati appannaggio di classi elitarie per le quali rappresentarono non solo una forma di cultura ma, inevitabilmente , anche una forma di potere, potendo scegliere arbitrariamente se e quando concedere agli altri parte del proprio sapere.

Tutto ciò ebbe termine con l'invenzione della stampa nel 1455, che infatti all'inizio fu vivacemente contrastata soprattutto dalla Chiesa che non ammettendo altre voci oltre alla propria cercò, dando inizio ad una battaglia destinata ad essere perdente, di impedirne e contrastarne la diffusione con metodi inquisitori come “ l'imprimatur” (autorizzazione alla pubblicazione come forma di censura preventiva) nel 1515 o come la creazione, da parte di papa Paolo IV. “dell'indice dei libri proibiti” nel 1559.

NOI E L'UNIVERSO

Quali sono le origini dell'Universo?

Probabilmente si tratta di una domanda fra le più più antiche che l'uomo si sia mai posto ,e forse non ne esiste un'altra che porti con sé un maggior numero di implicazioni teologiche, scientifiche e filosofiche. Il fatto è che rispondere a questo quesito porterebbe a potere finalmente soddisfare il nostro atavico desiderio di sapere da dove veniamo, perchè viviamo, e dove andiamo. Il problema , naturalmente, è enorme, e vi è chi lo risolve con la fede e chi cerca soluzioni nella razionalità della scienza.

I primi a proporre congetture sull'inizio dell'Universo furono, intorno al VI sec. a.C. i filosofi presocratici (Talete, Anassimene, Anassimandro, Eraclito, Empedocle, ) che si rifacevano ad un elemento fisico da cui tutto avrebbe avuto origine. E chiamarono in causa i principi essenziali del fuoco, dell'acqua, dell'aria e della terra. Aristotele, in più, introdusse la necessità di un motore che desse inizio al meccanismo, un'entità esterna, un principio superiore (un dio ?). All'universo diedero forme diverse, e secondo Anassimandro era cilindrico, secondo Talete galleggiante sull'acqua , secondo Anassimene piatto e racchiuso dalla cupola celeste , e così via. Pitagora, a cui si deve l'introduzione della parola Cosmo (dal greco Kosmos, “ordine”) mise in relazione numeri e musica, ipotizzando una stretta connessione tra Universo e musica (l'Universo musicale), teoria condivisa anche da Platone e da Tolomeo. Lo studio dei movimenti dei corpi celesti, da Copernico a Keplero a Newton, ha dimostrato che l'Universo può essere studiato grazie all'indagine razionale. Newton , che era credente, teorizzò che tutte le forze fisiche a cui si doveva il moto dei corpi celesti altro non erano che un'emanazione divina. Da tale visione deterministica conseguiva che l'universo, una volta messo in moto, poteva proseguire da solo senza più interventi superiori. Fino al Settecento occorreva affidarsi interamente a filosofi e a concezioni fideistiche (religioni). Da quel secolo in poi, però, è la scienza che comincia ,in misura sempre maggiore ,ad occuparsi dei misteri dell'Universo. In realtà due erano le teorie che si contrapponevano. La prima, quella detta fideistica, prevede che l'Universo sia sempre esistito e che sempre esisterà. Questo pone però il problema non da poco che, in mancanza di una Creazione, non può esservi nemmeno un Creatore. Però la scienza, dimostrando che l'Universo non è statico ma in espansione, ha fatto si che un inizio diventasse possibile, e chi poteva dare la spinta a questo “inizio”, se non un essere superiore? La teoria cristiana, come narra la Genesi, prevede che l'Universo sia stato creato “ab nihil” , cioè dal nulla, il che , tralasciando le facili osservazioni di chi fa notare che se c'era il Nulla, allora non doveva esserci nemmeno Dio, contraddice anche la famosa legge di Lavoisier secondo la quale nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, concetto del resto chiaro anche a Lucrezio che nel suo “de rerum natura” dice testualmente “ex nihilo nihil”, cioè dql nulla può venire solo il nulla. Nel Settecento le domande cominciarono ad essere diverse e più articolate. Leibniz (scopritore delle “funzioni”, degli ”integrali” e della prima calcolatrice meccanica capace di operare moltiplicazioni e divisioni) sosteneva che il mondo, essendo stato creato da un Dio perfetto dovesse necessariamente essere il migliore possibile, e poneva la domanda “perchè vi è qualcosa piuttosto che il nulla?” Lui stesso si rispondeva affermando che se qualcosa esiste è perchè c'è una ragione per la sua esistenza anche se noi non siamo capaci di individuarla (“principio di ragion sufficiente”). L'altra visione, detta “ateistica”, si andò affermando via via parallelamente al progredire dell'osservazione scientifica tramite lo studio delle leggi fondamentali della natura. Escludendo, quindi, qualunque intervento di natura metafisica. Alcuni scienziati sostengono che dato l'incessante progresso della conoscenza razionale, sarebbe solo questione di tempo avere quelle risposte che adesso non siamo in grado di fornire. Ma per altri le cose non sarebbero così semplici, ammettendo che la scienza moderna ha diversi limiti, come il principio di indeterminazione o il teorema di incompletezza. Del resto , ammettendo che l'Universo abbia avuto un inizio e sapendo che la velocità della luce ha un valore finito, per quanto si parli di tempi enormemente lunghi, anche l'Universo avrebbe un confine, che ,inevitabilmente, costituisce un limite anche alla nostra conoscenza.

Interessante è la teoria del “principio antropico”, secondo il quale il Cosmo è così com'è proprio per permetterci di comprenderlo. Infatti le quattro leggi fondamentali dell'Universo (la legge gravitazionale, forza debole ma presente ovunque, la legge elettromagnetica, per cui cariche uguali si respingono e cariche diverse si attraggono, la legge nucleare debole ,responsabile della radioattività , e la legge nucleare forte, 100,000 volte più grande di quella debole,che permette a protoni neutroni e quark di stare insieme nel nucleo ), hanno stranamente valori che non ammettono variazioni, anche se pur minime. In pratica , se le costanti delle leggi naturali non fossero quelle che sono l'Universo così com'è non potrebbe esistere e l'Uomo non potrebbe studiarlo. Anzi, non esisterebbe nemmeno .E' come se fossero così proprio per permettere all'uomo di esistere e di osservarlo. Einstein, notando come in medicina i vari specialisti (cardiologi, oculisti,ecc..) descrivono perfettamente il sistema oggetto della loro specializzazione ma, singolarmente considerati, non danno l'idea “dell'uomo” nella sua interezza, ne derivò che anche le quattro leggi fondamentali dell'Universo, prese una alla volta, non forniscono l'idea dell'Universo ma che occorresse trovare una formula che le comprendesse tutte , per avere la giusta visione complessiva. E la chiamò la formula “del tutto”.Naturalmente l'universo, in tal modo, viene inteso come un organismo unico. Le leggi fondamentali, insomma, avrebbero lo scopo di regolare il legame “antropico” tra l'Universo ed il suo osservatore : l'uomo.

Oggi la teoria comunemente accettata dalla comunità scientifica per quanto riguarda la nascita dell'Universo è quella della singolarità iniziale cosiddetta del “Big Bang”, che occorre descrivere con qualche sommario ma necessario dettaglio.

La teoria del “Big Bang” ipotizza che all'inizio tutta la massa dell'Universo fosse raccolta in un punto in cui densità e temperatura tendevano all'infinito.

Ovviamente in quel punto e in quel momento non esisteva lo spazio, né il tempo, né le leggi della natura. (Chiedere cosa c'era prima, essendo “prima” un concetto temporale, non avrebbe nessun senso).

Questa singolarità rappresenta il momento iniziale dell'espansione dell'Universo, ed è anche il momento che coincide con la comparsa dello spazio/tempo e delle leggi fondamentali della natura.

La materia, a causa di una energia chiamata non a caso “ energia oscura”, letteralmente “esplode” (immaginate la superficie di un palloncino che viene gradatamente gonfiato) e viene scagliata con quella forza inaudita che dura tutt'oggi. Misurando le distanze tra i vari corpi celesti, si desume che esse sono in allontanamento reciproco dimostrando come l'Universo si stia continuamente dilatando.

Einstein ha dimostrato, però, che lo spazio ed il tempo non sono uguali dappertutto ma dipendono dall'osservatore. Se si verificano due eventi A e B, un osservatore tra di loro penserà che si siano verificati contemporaneamente, ma un altro osservatore vicino al punto A, penserà che l'evento A si sia verificato prima. Ed avranno ragione entrambi. In realtà non esiste un tempo unico. E' famoso l'esempio dei due gemelli uno dei quali viaggia su una navicella a velocità sostenuta, mentre l'altro rimane a Terra. Al ritorno dal viaggio il gemello sulla terra scoprirà di essere invecchiato molto di più di quello che ha viaggiato. E' la velocità che è responsabile di tutto ciò, e il tempo scorre in base alla posizione e alla velocità dell'osservatore. D'altra parte Einstein scoprì che lo spazio/tempo non è lineare ma curvo. Infatti quando un oggetto che si muove nello spazio si avvicina ad un oggetto di massa molto superiore ne viene attratto, come se cadesse dentro ad un buco, per la forza di gravità. Allora lo spazio s'incurva, e siccome è collegato al tempo, anche il tempo s'incurva. E questo ci dice che il trascorrere del tempo è più lento in presenza di alte gravità, e più veloce in presenza di basse gravità. Questo concetto ha portato ad una rilettura delle pagine della Genesi che indicano in “sei giorni” la creazione dell'Universo, affermazione spesso discussa perchè ritenuta ridicola. Il discorso ,però, cambia se si contrappone il concetto di giorno sulla Terra, e cioè le canoniche 24 ore, al significato del giorno al momento del Big Bang. Infatti dato che all'inizio tutta la massa era concentrata in un punto, la velocità , e quindi il tempo, scorrevano molto più lentamente, e si è calcolato che un giorno terrestre corrisponderebbe a 80000 milioni di anni all'inizio, e così 40000 milioni di anni per il secondo giorno, 20000milioni per il terzo e così via, man mano che la velocità e le distanze aumentavano.

D'altra parte la scienza ha scoperto l'esistenza di una materia oscura (che per la sua gravità tende a far restringere l'Universo) e di una energia oscura che invece tende a farlo espandere.

In realtà non si sa ancora bene che cosa siano (per questo sono dette oscure), ma si è accertato che occupano ben il 96 per cento di tutto lo spazio universale. 

Le teorie sulla fine dell'Universo sono molte, ma le più accreditate sono tre.

IL BIG CRUNCH, secondo il quale la fase di espansione si fermerebbe a causa della forza di gravità della materia ordinaria e di quella oscura, dando inizio ad una fase di contrazione che riporterebbe i corpi celesti al punto iniziale causandone il collasso ,appunto il Big Crunch. Un'altra teoria , chiamata “dell'Universo oscillante”, ipotizza che ciò dia inizio ad un nuovo Big Bang, ad un nuovo Universo, e via così all'infinito.

IL BIG FREEZE (il grande freddo) prevede , invece, che l'espansione continui indefinitamente,che le varie galassie saranno tanto lontane l'una dall'altra da non riuscire più a “vedersi” , e che le stelle consumeranno tutte le loro riserve energetiche, divenendo delle nane nere, buie e fredde.

IL BIG RIP (il grande strappo) sostiene che mentre l'energia oscura resta praticamente invariata , a causa dell'espansione la forza di gravità progressivamente va riducendosi, arrivando al punto da non riuscire più a tenere insieme galassie, stelle e pianeti, mentre gli atomi finirebbero per separarsi nei loro componenti , rimanendo solo i fotoni ( senza gravità).

Detto questo, la domanda rimane : che scopo ha l'Universo? E qual'è la sua intenzionalità?

Beh.... Lo scopo , come abbiamo visto dalla caratteristiche delle leggi fondamentali, potrebbe essere quello di creare le condizioni adatte alla vita, però è lecito andare anche oltre. Sappiamo che miliardi di anni ci hanno portato ad essere quello che siamo, ma sappiamo che ,pur tra altri miliardi di anni, la Terra sparirà, la forza del Sole si esaurirà e le Galassie stesse smetteranno di esistere. E allora? Considerazioni di questo tipo non possono non dare luogo a speculazioni di carattere filosofico e teologico tendenti comunque a cercare una risposta per le domande di sempre:

Qual'è l'intenzionalità della vita? A cosa serve vivere?

La scienza è ancora giovane ed ha molte cose ancora da scoprire. Questo non vuol dire che potrà sciogliere tutti i misteri. Molti interrogativi sono destinati a rimanere senza risposta, ma la ricerca continuerà a sondare l'infinitamente grande e l'nfinitamente piccolo, restando ancora per molto , o forse per sempre,in competizione con la fede che, per quanto la riguarda, i suoi dubbi li ha già risolti .

LA SCUOLA SALERNITANA

Non è mai auspicabile avere bisogno di cure mediche, ma pensate come era difficile curarsi nel Medioevo, quando una semplice ferita non conosceva antibiotici ed una caduta da cavallo voleva significare rimanere storpi per sempre,. e così via discorrendo. Quelli che ormai per noi sono per definizione piccoli malanni, dall'influenza alla febbriciattola ,dalla tosse al mal di schiena, curabili oggi con facilità e in poco tempo, allora costituivano impedimenti seri che potevano aggravarsi in mancanza di specifiche cure. Certo una situazione del genere spiega perchè fosse abitudine comune, a quei tempi, sperare più nell'intervento divino che non in inutili cure o in improbabili dottori.

In realtà però, dobbiamo proprio a questo bistrattato periodo le prime istituzioni mediche d'Europa, nel XI sec. , che cominciarono a prefigurare la nascita delle Università vere e proprie.

E in quest'ottica fondamentale si sarebbe rivelato il contributo fornito dal meridione italiano.

Un'antica leggenda tramanda che quattro maestri medici, un arabo, un ebreo, un greco ed un salernitano, si sarebbero incontrati, in una data incerta, per fondare quella che sarebbe passata alla storia come “La Scuola Salernitana”. Sembrerebbe invece che essa possa risalire addirittura alla scuola filosofica che nel VI sec. a. C. era stata fondata da Pitagora a Crotone. Se non restano scritti di questa attività ciò è dovuto al fatto che inizialmente, facendo riferimento alle conoscenze di Ippocrate e Galeno, gli insegnamenti erano trasmessi solo per via orale. Salerno era un crocevia importante per l'incontro di mercanti (soprattutto arabi ed ebrei) che portavano conoscenze nuove dall'Africa e dal Medio Oriente. Fino al XIII sec. la Scuola Salernitana costituì il maggior punto di riferimento per la medicina europea, esperienza che fu in seguito esportata costituendo il fulcro dell' Università di Parigi, dove il primo docente della facoltà di medicina riportò da Salerno i metodi e le pratiche di insegnamento. Tre furono, sin dall'inizio, le basi curative: la dietetica, la farmacologia e la chirurgia. L'alimentazione corretta era giudicata indispensabile per una vita sana, ed ancor più in caso di malattia. Quando l'equilibrio dei quattro umori fondamentali (sangue, flemma,bile gialla e bile nera) per qualche motivo subivano un'alterazione si ricorreva all'uso di elementi del mondo vegetale,animale o minerale, allo stato semplice o in composizione tra loro. Famosi sono in tal senso i ricettari e gli erbari che da Salerno si diffondono in tutta Europa, copiati ed adattati (celebre è il “Canone di Avicenna”). Risalgono a questo periodo i repertori di droghe e sostanze classificate a seconda del loro uso ed indicazione specifica. Molte sostanze e rimedi di allora conservano tutt'oggi la loro validità, come ad esempio, una su tutte, la corteccia di salice che contenendo l'acido salicilico anticipò di molto l'uso dell'aspirina. Nel caso in cui anche la terapia farmaceutica non risultava sufficiente, si doveva ricorrere alla chirurgia, laddove la figura del medico e del chirurgo erano solitamente accentrate in un'unica persona. La separazione tra le due ,soprattutto dal XII sec. , comportò una vera e propria subalternità del chirurgo al “fisico “ (medico vero e proprio). Le due specializzazioni hanno percorso strade diverse e indipendenti, ma ancora Federico II imponeva che per essere medici occorresse saper praticare la chirurgia. Stupefacente come alcune tecniche, come la trapanazione cranica, la riduzione delle fratture e l'uso delle “gessature” (anche se fatte con albume d'uovo) risalgano addirittura a metodi in uso nell'antica Roma. Il salasso come metodo di eliminazione di sangue impuro, contrariamente a quanto si può immaginare, era di solito sconsigliato, mentre esisteva già l'anestesia (pur se altamente pericolosa), che si otteneva imbevendo una spugna con una miscela di oppio, belladonna e giusquiamo.

Nemmeno le donne, anche se in numero non elevato, erano escluse da questi studi , in quanto la scuola Salernitana comprendeva alcune realtà ecclesiastiche e quindi anche monasteri femminili. Addirittura Luigi IX di Francia (detto il Santo), portò con sé in Terra santa durante la settima crociata, come medico personale,una donna che si chiamava Hersende. Naturalmente risale ad allora, in mancanza di adeguati mezzi diagnostici, l'uso di giudicare la densità dell'urina al tatto e di provarne l'acidità mediante l'assaggio. E' di quel periodo la nascita di norme per la corretta condotta medica. Accanto a insegnamenti dottrinali, infatti, si raccomanda al terapeuta un comportamento tale da ispirare fiducia al malato e alla sua famiglia, di rassicurazione per l'infermo e di chiarezza sulla diagnosi, sostenendolo nella sua sofferenza.

La stranezza è che, nonostante nel XII sec. la scuola Salernitana diventi anche maestra di filosofia, accompagnando agli studi medici anche lo studio delle opere , da poco riscoperte in latino, di Aristotele, non riesca a diventare una vera e propria Università, facendosi in questo superare da altre città europee come Bologna e Parigi. La facoltà di Medicina di Salerno, non all'interno di un complesso più articolato e compatto, comincia così il suo lento declino e pur vantando personalità come Silvatico (medico personale di Roberto d'Angiò), Gioacchino Murat la chiude definitivamente nel 1812, quando dell'antico splendore ormai resta veramente ben poco.

MA QUANTO E' LUNGO IL MEDIOEVO?

Spesso, semplificando, si suole dividere in quattro parti il nostro vissuto storico-sociale.

Le grandi età così individuate sarebbero quella antica o classica, quella medioevale, quella moderna e quella contemporanea. Naturalmente, però, non è facile attribuire date precise di inizio e fine di tali periodi, anche perchè epoche mediamente molto lunghe hanno avuto, come è naturale, percorsi diversi in luoghi diversi. E così, quando si vuol fare di tutta l'erba un fascio attribuendo facili etichette, si finisce col mettere insieme un po' ogni cosa senza i dovuti distinguo.

Il termine Medioevo, intendendo con questo quel periodo “di mezzo “ che separa due età ritenute culturalmente elevate, come appunto l'antica sapienza classica prima e la sua riscoperta rinascimentale dopo, fu coniato nel XVII sec. da Georg Horn nella sua “Historia Medii Aevi”, e contribuì a definire meglio i contorni di un periodo per molti avvertito come “buio” e quasi in perenne attesa di aprirsi alla luce della ragione del Rinascimento.

Oggi, dato per scontato il fatto che l'inizio del Medioevo determina una decisa crasi tra il periodo “classico” e quello “barbarico”, la maggioranza degli storici fanno iniziare il Medioevo all'atto della caduta dell'impero romano, con la deposizione di Romolo Augusto (detto Augustolo per la giovane età), avvenuta nel 476, simbolicamente efficace nella sua rappresentazione del trapasso di potere dalle mani di un romano, a quelle di un “barbaro” (Odoacre). Per altro, visto che comunque di convenzioni si tratta, vi sono altri storici che hanno inteso individuare altre date che ,secondo loro, rappresentano meglio l'inizio medioevale. In ogni caso la tesi Rinascimentale che il periodo a loro precedente fosse oscuro, in fondo nasconde l'evidente esigenza di magnificare il proprio, il che non può essere vero in assoluto, perchè così facendo dovremmo considerare oscuri geni incontrastati come Dante e Petrarca, Leonardo e Raffaello e tanti altri (almeno con riguardo alla loro data di nascita).

Alcuni amano considerare come inizio del Medioevo l'anno di incoronazione di Carlo Magno (800), altri ancora lo fanno coincidere con il sacco di Roma del 410 ad opera del barbaro Alarico, o con la fine dell'unità cristiana con l'invasione araba del VII sec. , o ancora con la calata dei Longobardi o con l'anno 1000. Si ribadisce che si tratta sempre e comunque di convenzioni strettamente legate all'importanza che lo storico di turno annette a determinati avvenimenti.

Da tenere conto, inoltre, che con la datazione più comunemente accettata si definisce un periodo estremamente lungo (oltre mille anni), che è stato necessario suddividere a sua volta in altri periodi più piccoli e caratterizzati differentemente:

ALTO MEDIOEVO, durato sino al X sec. che contraddistingue l'età delle invasioni (da parte di Slavi, Arabi,Normanni, ecc...), contribuendo a spostare verso Nord il baricentro politico europeo.

BASSO MEDIOEVO (detto anche tardo medioevo), in riferimento a XIV e XV sec., che parte dalla peste nera e che comprende il periodo delle signorie e dei castelli, con il consolidamento delle monarchie nazionali europee.

MEDIO MEDIOEVO (pieno medioevo), che riguarda i sec. dall' XI al XIII ,caratterizzati dalle lotte tra Papato ed Impero e dalla crescita del sistema dei Comuni.

Lo stesso discorso vale anche, capovolgendo i termini , per quanto riguarda la fine del Medioevo, che da nazioni diverse viene considerata diversamente a seconda, ad esempio, della nascita delle monarchie nazionali. Naturalmente il Medioevo finisce con l'inizio del 400 con quello, anch'esso individuato per convenzione ,che prese il nome di Umanesimo (e forse è opportuno ricordare che l'Umanesimo, precedendo e collegandosi direttamente al Rinascimento, torna alla lettura dei classici antichi e rivaluta l'uomo considerandolo padrone del proprio destino, non più succubo della Chiesa e della religione).

E così la fine di questo periodo di mezzo tanto bistrattato, anche se oggi è in atto, fortunatamente , un processo di rilettura e rivalutazione, da alcuni viene posto nel 1453, anno della fine della Guerra dei cent'anni, della caduta di Costantinopoli provocata dai turchi Ottomani nonchè dell'invenzione della stampa, come anche nel 1492, data in cui si completò il processo di “Reconquista” spagnola e furono scoperte le Americhe, o ancora con la Riforma Protestante di Martin Lutero del 1517 o la rivoluzione eliocentrica copernicana avvenuta nel 1543 .

Riassumendo, la Rinascita dell'arte e della conoscenza fu possibile per un nuovo modo di intendere l'uomo, la vita e l'Universo tramite l' Umanesimo, che del Rinascimento può essere considerato il motore, derivandolo dalle antiche civiltà romana e greca assunte come riferimento della perfezione definitiva.

Da queste considerazioni risulta evidente che il periodo passato alla storia come “oscuro Medioevo”, e

che fu così bollato dagli illuministi che cominciarono, da un certo momento in poi, a riporre la loro fede nella luce della ragione, non ha possibilità alcuna di difesa contro accuse che lo riguardarono molto dopo che il suo tempo si era esaurito. L'unico modo per potergli fare giustizia è quello di giudicarlo senza pregiudizi per quello che è effettivamente stato, e cioè un periodo che pur dovendo fare a meno di scienza e tecnica ha saputo esprimere personalità di valore assoluto che hanno comunque gettato le fondamenta del loro e nostro futuro, ed anche di quel Rinascimento che di quell'esperienza non avrebbe naturalmente potuto fare a meno.

 

VAMPIRI !!!

Nel 1816 a villa Diodati sul lago di Ginevra, costretti in casa da una forte tempesta e forse un po' per gioco o un po' per noia, cinque particolarissimi personaggi decisero di cimentarsi in una prova letteraria a base di fantasmi. Si trattava, nientemeno, di Lord Byron ,famosissimo poeta inglese,Percy Shelley, poeta che famoso lo sarebbe diventato di lì a poco , John Polidori, segretario di Byron, e due donne, Mary Godwin, amante e futura moglie di Shelley, e di Claire Clermont, amante di Byron. Fu incredibile il risultato di questo esperimento. Mary Shelley si ispirò ad un sogno spaventoso scrivendo il celeberrimo “Frankenstein” , Percy Shelley scrisse un racconto in cui compariva una “lamia”, mentre Polidori scrisse il libro che , primo in assoluto, era intitolato“Il vampiro”, che l'editore pubblicò inizialmente col nome di Byron per motivi pubblicitari (suscitandone per altro le ire) Nasce così l'immagine del vampiro, plasmato sul modello di Lord Byron, bello, nobile e libertino. E questo ancora prima che Bram Stoker scrivesse “Dracula” il più famoso libro sui vampiri di tutti i tempi.

In realtà il vampiro con mantello e marsina è solo una immagine letteraria, il che non toglie che i vampiri, anche se chiamati in cento nomi diversi , abbiano di fatto popolato da sempre gli incubi di tutti i popoli condizionandone spesso addirittura i comportamenti e alimentando comuni ataviche paure.

L'idea del Vampiro da' fiato a tutte le implicazioni religiose e rituali del rapporto complicato tra la vita e la morte, o meglio tra i vivi e i morti. Il termine vampiro si può fare risalire ad una derivazione serba, ma ci sono addirittura tavolette babilonesi conservate al British Museum ,che raffigurano esseri vampireschi (gli etimmè). La stessa Lilith da demone assiro fu recepita (come la figlia Lilu) nella tradizione ebraica come succhiatrice di sangue di bambini . La tradizione greco-romana ci parla delle “Lamie” orrendi mostri che si presentavano sotto le sembianze di donne affascinanti. E sempre a Roma si credeva all'esistenza delle Strix (strigoi rumeni) uccelli che bevevano sangue col becco adunco. Simili alla Lamie sono le “Empuse” classiche. In Portogallo erano tristemente famose le “Bruxas”. Ma la vera paura ancestrale non è verso i Vampiri propriamente detti, bensì verso ciò che rappresentano,e cioè il tentativo della morte di ghermirti e portarti con sé. Alcune culture (come quelle slave o cinesi) ritengono che l'uomo abbia più anime e mentre una si libera con la morte, le altre tenterebbero di tornare in vita dando luogo ai “revenants” (ritornanti) cercando di prolungare la loro esistenza tramite il sangue dei vivi. Nel tempo si sono inventati (e adoperati ) diversi sistemi per liberarsi di coloro che si credeva potessero essere vampiri. E con tale scopo si adoperò l'aglio, il fuoco, la decapitazione ,un paletto di legno nel cuore, la croce (superstizione religiosa che non poteva non innescarsi in tali comportamenti) ed altre piacevolezze del genere. Il legame tra la vita e la morte era in tutti i casi rappresentato dal sangue, inteso come linfa vitale (il vampiro acquistava vita rubando sangue ai vivi, mentre i vivi, nel darlo, cominciavano in qualche modo a morire), e questo atteggiamento era presente presso i Cartaginesi, i Vichinghi, o presso gli Aztechi che mangiando il cuore dei nemici erano convinti di prenderne l'anima. Insomma i Vampiri sono sempre esistiti. A volte non occorreva nemmeno essere morti .E' sconvolgente il caso della contessa Erzbeth Bathory, che convinta che la sua pelle non sarebbe invecchiata se bagnata dal sangue, arrivò al punto di assumere un numero impressionante di giovani domestiche che puntualmente dissanguava per bagnarsi del loro sangue. Quando, era ormai il1810, fu scoperta, nelle segrete della sua abitazione furono trovati i resti di ben 610 vittime. Nel tempo la cronaca riporta di casi di isteria che portarono diversi individui a commettere omicidi con lo scopo preciso di bere sangue. Un esempio? Nel XX sec. Joseph Vacher in Francia giunse a sgozzare ben ottanta persone. Di questi esempi se ne potrebbero fare molti, certo che la frenesia popolare giunse in alcuni casi ad eccessi che portarono a piantare indiscriminatamente paletti di legno nei cadaveri e alcune persone furono perseguite perchè accusate di vampirismo.

Mentre nelle culture occidentali il vampiro è tramandato nella forma umana che aveva in vita, nelle tradizioni africane il vampiro assumerebbe la forma di streghe che sotto l'aspetto di pipistrelli causerebbero la diffusione della peste, mentre terribili ed estremamente varie sono le forme che possono assumere nelle tradizioni orientali, dove si passa, solo per citarne alcune, dai chon-chon cileni , provvisti di teste volanti, ai polong malesi, piccoli come la punta di un dito, che entrano nel corpo delle vittime facendole impazzire.

Spesso il Vampiro è stato identificato con il Diavolo. Comunque è strano che anche in pieno “illuminismo” questi fenomeni fossero così rilevanti, coinvolgendo gente di assoluto livello come Voltaire che nel suo “Dizionario filosofico” fa intendere come i vampiri esistano veramente, ma anche Goethe e Baudelaire fanno lo stesso . Il bacio viene considerato come un morso affettuoso e anzi, all'origine del bacio ci sarebbe l'impulso a mordere.

Alcuni scienziati hanno posto il vampirismo in relazione ad una rara malattia ematica , la “Porfiria” ,a cui viene attribuita anche l'insofferenza all'esposizione della luce solare.

Sembra che si credesse che i Vampiri fossero più “gonfi” degli umani e che perciò si dovesse “bucarli”. E sembra anche che da questa credenza sia derivato quel metodo di esecuzione che passò alla storia come “impalatura”. Principe assoluto di questo sistema di morte è stato è stato Vlad III , figlio di Dracul II, da cui il nome Dracula e soprannominato Tepes -l'impalatore- (Drac in rumeno vuol dire Diavolo). Nonostante sia vissuto in un periodo in cui tortura e morte erano all'ordine del giorno, riuscì a surclassare tutti quanti per crudeltà ed efferatezza. Figurarsi che all'arrivo delle truppe di Maometto II gli fece trovare, debitamente impalati, ben ottomila prigionieri ottomani. Disgustato, Maometto fece marcia indietro. Tanto per capire il tipo, poiché gli si faceva notare che nel regno vi erano molti poveri, organizzò un banchetto per i mendicanti, alla fine del quale li fece uccidere tutti. Modo spiccio per eliminare la povertà. E noi pensiamo al reddito di cittadinanza!

 

I QUATTRO GRANDI PROFETI

Il sentimento religioso può trovare la sua motivazione fondamentale in una serie di credenze che vanno dalla comprensione del perchè le cose accadono sino a configurare gli scopi ultimi dell'Universo. Ogni religione si appoggia fondamentalmente su una o più entità superiori che hanno lasciato ai propri credenti una serie di regole comportamentali trasmesse da persone che ne hanno diffuso la parola. Queste persone vengono comunemente indicate come “Profeti”.

Per profeta (dal greco antico profètes) si intende colui che parla per “conto di”, o “al posto di” .

Sono delle personalità essenzialmente religiose, caratteristiche di fedi diverse che si assumono il compito di trasmettere alle genti la volontà di Dio, affermandone il volere e spesso predicendo il futuro. L'Antico Testamento è pieno di profeti grandi o minori. L'Islam riconosce Maometto come l'ultimo profeta di questa religione. Nel Cristianesimo ufficialmente i profeti non esistono, anche se talvolta questo ruolo è affidato ai Santi. Alcuni profeti cristiani moderni (mormoni, avventisti, ecc...) hanno anche inteso esercitare una valenza politica mossa da un intento etico (come sostiene Max Weber). In ogni caso il sorgere di una figura profetica coincide con un periodo di diffuso disagio e sempre come opposizione al RE (inteso come potere dominante). Nel MedioEvo la comparsa di un profeta spesso ha significato la nascita di un movimento eretico.

Anche le quattro fedi più diffuse nel mondo sono tutte rappresentate da un Profeta importante, che si è assunto il compito di diffondere la “verità rivelata”, cioè quella che viene raccontata da Dio ad un uomo prescelto come suo ambasciatore che la trasmette e la divulga.

Alla luce di quanto detto si possono storicamente individuare, in stretto ordine cronologico, quelli che a buon diritto possono essere definiti “I QUATTRO GRANDI PROFETI”.

MOSE' (religione ebraica, una delle più antiche,attualmente praticata da circa 15 milioni di credenti). Vissuto circa 1200 anni prima di Cristo, dalla Bibbia viene indicato come colui che avrebbe affrancato il popolo ebreo dalla schiavitù egiziana, ed il primo ad abbracciare una idea monoteista, probabilmente in coincidenza con la breve avventura in tal senso del faraone Akhenaton. A lui Dio avrebbe affidato il compito di guidare la sua gente alla ricerca della terra promessa, con un viaggio durato ben quarant'anni, e sempre a lui avrebbe consegnato le “Tavole della legge” nonché i precetti raccolti nella Torah. Gli storici sono concordi nell'ammettere la reale esistenza di Mosè, ma sono piuttosto scettici sul fatto che abbia potuto realmente compiere tutto quanto gli viene attribuito dalla Bibbia, unico documento di riferimento (essenzialmente religioso) . Gli ebrei non fanno proselitismo, semmai cercano di offrire un modello di vita perseguibile.

BUDDHA (religione indù, probabilmente la più antica in assoluto, praticata da circa 1 Miliardo di persone). Il principe Siddharta, circa quattrocento anni prima di Cristo, sarebbe uscito per la prima volta dal suo palazzo a 29 anni, scoprendo che esistevano il dolore, la malattia e la morte. Fu l'incontro con un mendicante ,che in realtà era l'incarnazione del Dio Brahma, a fargli scegliere di percorrere un sentiero di meditazione e ascetismo ( in quel periodo c'era un movimento che privilegiava questi comportamenti - i cosiddetti “rinuncianti”- )superato il quale ,riconoscendone la inutilità, tornò al mondo ed affrontò il demone Mara (e fu chiamato per questo Buddha “il risvegliato”). La sua predicazione sostiene che la sofferenza può essere debellata solo liberandosi dall'attaccamento alle cose, e che occorre trasmettere la dottrina con esempi di altruismo, generosità e pazienza.

GESU' (religione cristiana, la più diffusa al mondo, che conta circa 2,2 miliardi di fedeli). Circa 2000 anni or sono la Palestina era in grande travaglio. Si trovava sotto il dominio romano e molti erano i predicatori che inneggiavano alla libertà (spesso intesa solo con la cacciata dell'invasore). In questo scenario giunse Cristo (l'Unto). Della sua vita non si sa molto, e il poco che si conosce lo si deve a qualche Vangelo apocrifo e alle notizie che fornisce lo storico (ebreo) Giuseppe Flavio. Il compiere miracoli non fu una sua esclusiva prerogativa, in quanto essi erano attribuiti anche ad altri predicatori dell'epoca. Era sicuramente molto colto (a 12 anni intrattenne i dottori del Tempio). Oggi è appurato che nacque tra il 7 e il 4 a.C., e fu a causa sua che Erode commise la “strage degli innocenti” nel vano tentativo di sbarazzarsene. Fu crocifisso ( metodo di supplizio romano) sul Golgota dopo avere cacciato i Mercanti dal Tempio (avvenimento considerato realmente accaduto). La costituzione e l'organizzazione del “cristianesimo “, in realtà, sono quasi interamente dovute all'opera di Paolo di Tarso (San Paolo), mentre gli scritti della nuova religione (Vangeli) sono stati raggruppati nel Nuovo Testamento, scegliendoli tra la trentina allora esistenti e condannando alla distruzione tutti gli altri (definiti apocrifi), per opera dell'imperatore Costantino nel Concilio di Nicea del 325 d.C, quando il Cristianesimo divenne religione di Stato.

- MAOMETTO (religione islamica, oggi praticata da circa 1,6 miliardi di seguaci).

5 secoli dopo la nascita di Gesù in Arabia le divinità erano almeno 300 ,tutte in qualche modo dipendenti dal creatore del mondo Allah. Fu alla Mecca che nacque Maometto, in una delle tribù arabe più ricche, in competizione con le altre per motivi di interesse economico .Maometto fu allevato per fare il mercante, ma una notte gli sarebbe apparso l'Arcangelo Gabriele, che gli rivelò che Allah era l'unico Dio e che lui sarebbe stato il suo profeta. L'ultimo. Così ebbe origine il Corano, libro sacro dell'Islam, dettato da Allah a Maometto tramite l'Arcangelo Gabriele, che insieme alla Sunnah (regole comportamentali spesso trasmesse per via orale), costituisce il complesso delle credenze islamiche . Islam vuol dire “sottomesso a Dio”, mentre musulmano “colui che compie la volontà di Dio”. I musulmani si vantano di avere una fonte più precisa di quelle cristiane ed ebree, in quanto il loro credo, contrariamente alla Bibbia, sarebbe stato scritto in pochi anni (40) e da una sola persona. 

La sua predicazione portò Maometto a dovere subire inizialmente la lotta delle altre tribù che lo costrinse a rifugiarsi a Medina prima di potere tornare, dopo otto anni, alla Mecca. L'Islam oggi è una religione monoteista in cui non si fa distinzione alcuna tra professione religiosa e vita civile.

Ovviamente esistono moltissime altre religioni in cui si suddividono i vari culti.

Curiosamente, da recenti indagini demoscopiche risulterebbe che il terzo gruppo al mondo per numero, dato tra l'altro in costante ascesa, sarebbe quello, dopo cristiani e islamici, rappresentato da atei e agnostici (che non vantano alcun profeta), numero considerato per difetto data la difficoltà, in alcune parti del mondo , di potere esprimere liberamente il proprio parere sull'argomento.

LE SETTE

Dobbiamo ammetterlo. La parola “Setta”, inevitabilmente, suscita in noi una sorta di avversione e di paura. Suscita il timore di riti segreti e inconfessabili, spesso associati a pratiche demoniache e peccaminose. In realtà il significato negativo associato alla parola è qualcosa che si è costruito nel tempo. Il termine viene fatto derivare dal latino “secare” , intendendo “tagliare” o “separare”, indicando la decisione di alcune persone di allontanarsi dalla via ortodossa per seguirne altre minoritarie, oppure,secondo alcuni, dal verbo “sequor” (seguire) che caratterizza quei gruppi che scelgono di seguire una dottrina religiosa, filosofica o politica che per i propri aspetti dottrinali si discosta da quelli comunemente affermati e diffusi (nonché il “seguire “ gli insegnamenti di una determinata personalità carismatica). Naturalmente le Sette non sono mai state accettate da quelle comunità precostituite che in esse hanno scorto qualcosa che poteva mettere in discussione la loro autorità, e da questo , man mano, derivò il significato negativo associato alla parola. Un po' quello che successe con la parola eresia (scelta), inizialmente innocua e che poi servì unicamente a designare le “scelte sbagliate”. Spesso le Sette operano all'interno di una religione, come si è verificato per il movimento valdese, considerato inizialmente eretico e solo in un secondo tempo identificato come Chiesa, come accadde, del resto, a quelle che oramai vengono definite Chiese Evangeliche. Nel tempo,a seconda dei diversi periodi storici, la nascita di una setta ha comportato spesso scontri ,a volte anche violenti, con minacce, intimidazioni e persecuzioni da parte del gruppo dominante. Alcuni hanno proposto di usare in luogo del termine setta quello di “culto”, ottenendo però scarsi risultati, in quanto i due termini finirono per essere equiparati (negli Stati Uniti presero il nome di cult-like). Interessante è la distinzione , in campo religioso,tra Setta e Chiesa. Infatti potrebbe capitare che un movimento che nascesse oggi,e guardato con sospetto e preoccupazione, potrebbe prendere dopo un adeguato lasso di tempo, la dimensione di Chiesa. Non dimentichiamo che anche i cristiani, come detto negli Atti degli Apostoli, inizialmente venivano chiamati da romani ed ebrei “setta dei nazareni”. Questo passaggio può avvenire contestualmente all'affermarsi di una importanza culturale e sociale del gruppo stesso. In pratica si tende a diventare “Chiesa”quando un movimento all'inizio di importanza marginale, si espande a tal punto da acquisire maggiore credibilità. Seguendo questo concetto, ne consegue che tutte le Chiese attuali sono state delle Sette nelle loro fasi iniziali (come, ad esempio, la Chiesa Avventista o la Chiesa Mormone). Naturalmente la differenza essenziale tra setta e chiesa sta anche nel fatto che in una chiesa “si nasce”, mentre ad una setta “si aderisce”. In ogni caso, normalmente, le sette , anche quelle non religiose, si affermano come gruppi che sorgono attorno alla figura di una personalità carismatica

(spesso chiamata “guru”). I seguaci delle sette sono gente generalmente appartenente al ceto medio, insoddisfatte delle risposte ottenute dalla religione tradizionale, o in cerca di emozioni nuove e differenti messaggi spirituali. La necessità di trovare una guida importante e la consapevolezza di rendersi partecipi di un progetto ritenuto fondamentale sovente li porta al completo asservimento.

I guru normalmente non sono soggetti a critiche e comandano in modo assoluto. Certo non è da dire che tutte le sette debbano per forza essere negative o pericolose, anche se in generale sono di difficile classificazione in quanto si muovono da quelle di tipo esoterico a quelle di tipo ufologico oppure olistico e molto altro ancora, ma il percorso che fanno compiere all'adepto, più o meno, è sempre lo stesso. La persona che si avvicina alla setta è immediatamente accettata nel gruppo e la si fa sentire importante, come parte di un tutto, ma i passi successivi portano inevitabilmente a farla sentire sempre meno padrona delle proprie decisioni, dei propri affetti e dei propri beni. In effetti si compie una vera e propria cessione della “volontà” e si giunge a obbedire ciecamente agli ordini del leader, potenzialmente capaci di arrivare anche a gesti estremi.

Come si diceva pur apparendo a volte strane, le sette non sono necessariamente pericolose, ma purtroppo non sempre è così. Infatti alcune sette, celebri per essere salite alla ribalta della cronaca, si sono poste come alternativa alla cristianità, finendo per rientrare nel novero di quelle meglio note come “Sette Sataniche”. C'è da dire, per la verità, che i culti dedicati a Satana ci sono sempre stati, ma la Chiesa di Satana moderna è stata fondata da un certo Anton La Vey, che ha addirittura pubblicato la cosiddetta “Bibbia Satanica”. Purtroppo molte di queste sono state causa di morti, omicidi e deviazioni di tipo sessuale. A volte i decessi sono state causati anche da sette non sataniche, come la Setta del Tempio solare, causa del decesso (omicidio di massa indotto) di sedici persone nel 1995 in Francia. In linea di massima l'aderire ad una setta satanica comporta il rinunciare alla propria cristianità , rinnegare la propria fede e ribattezzarsi nel nome del Diavolo.

Nel 1990 a Tijuana, nel Messico, dodici persone del “Tempio di Mezzogiorno” furono avvelenate durante una seduta spiritica, mentre a Waco, nel Texas, 84 persone “Davidiane” si diedero fuoco per sfuggire alle forze di polizia. Di accadimenti simili se ne potrebbero citare parecchi, ma il più cruento fu sicuramente quello successo nel 1978 a Jonestown (Guyana), quando ben 913 persone facenti parte della setta “Tempio del Popolo” furono convinte dal loro guru Jim Jones a bere del veleno. In realtà si trattò di un vero e proprio omicidio, perchè alcuni che si erano rifiutati di bere furono uccisi con armi da fuoco. Solitamente due possono essere le vie percorse da una Setta ,o vengono accettate come vere e proprie filosofie di culto,ovvero tendono all'autodistruzione.

I movimenti “non religiosi” si basano su principi e teorie psicoterapeutiche o politiche ed economiche, e sono prive di una vera e propria divinità di riferimento (psico-sette) , come Scientology, negli USA .Quelli “religiosi”, complessivamente più numerosi, possono essere di tipo profetico, messianico, millenarista, apocalittico ed altro ancora. Infine i movimenti “magici e occultisti” (fra cui anche quelli satanici), si basano su concetti di magia bianca e nera, di esoterismo e spiritismo. Sovente si tratta di manifestazioni che riconducono a forme di neo-paganesimo e neo-stregoneria, mentre gli eccessi rituali sarebbero dovuti a fenomeni di isteria collettiva.

 

CARLO MARTELLO E LA BATTAGLIA DI POITIERS

Cerchiamo, con l'immaginazione, di portarci nell'Europa occidentale del 730. La Spagna si trovava nelle mani di arabi e berberi che, dopo la grande vittoria del Guadalete nel 711 e la morte del visigoto Rodrigo, poterono assumere il dominio di tutta la penisola iberica. A Nord dei Pirenei, invece, c'era l'Aquitania, nominalmente sotto la sovranità franca, ed i regni merovingi di Austrasia e Neustria, rivali tra loro. Occorre descrivere meglio le circostanze che determinarono l'invasione islamica della Francia. Oddone d'Aquitania guardava con sospetto la crescente importanza di Carlo Martello, maestro di palazzo della Austrasia (che aveva anche riunito alla Neustria) , e giunti in battaglia fu da lui sconfitto a Soisson nel 719. Parallelamente, in territorio spagnolo, Uzman Abi Nessa, (chiamato Munuza dai cristiani) wali (governatore) della Cerdagna, desiderava sganciarsi da Cordova, capitale di El-Andalus. Venne quasi naturale per i due stringere un'alleanza contro i loro nemici, e Oddone giunse al punto di costringere la figlia Lampagia a sposare Munuza. In quel momento le incursioni arabe in Aquitania, pur se condotte non con lo spirito di conquista ma con quello più modesto di cercare bottino, avevano comunque comportato la formazione di alcuni capisaldi arabi a Narbonne e a Carcassonne. Ed in un'occasione era stato lo stesso Oddone a respingere un violento attacco contro Tolosa. L'idea di creare una specie di territorio cuscinetto tra arabi e franchi poteva sembrare quindi vantaggiosa.

Ma la realtà fu diversa, perchè l'alleanza non fu vista di buon occhio da Metz (capitale di Austrasia) e nemmeno da Cordova e mentre Carlo Martello invadeva l'Aquitania costringendo Oddone all'obbedienza, l'emiro di Cordova al-Ghafiqi attaccava Munuza ritenendolo un traditore, sconfiggendolo ed inviando la sua testa in salamoia a Damasco (la povera Lampagia finì i suoi giorni nell'harem del califfo). Naturalmente, senza più la presenza di territori cuscinetti a dividerli, arabi e franchi si trovarono a diretto contatto e fu così che nel 732 l'esercito arabo omayyadi (si calcola 30000 uomini) attraversò i Pirenei e, passando per Roncisvalle, si addentrò in Aquitania. Le milizie aquitane non erano in grado di sostenere un tale assalto, anche perchè l'intento dell'esercito invasore non era più quello di limitarsi a fare bottino, bensì quello di conquistare nuovi territori, ed infatti i soldati erano accompagnati anche dalle loro famiglie, forse per completare il sogno di Damasco di creare una sorta di anello islamico attorno al Mediterraneo, fino a circondare l'odiata Costantinopoli che continuava a resistergli. Oddone non poteva che chiamare in aiuto Carlo Martello che, resosi conto della gravità della situazione, accorse con il suo esercito e i due si incontrarono a Tours. Gli eserciti si scontrarono a Poitiers e la battaglia durò ben sette giorni, tra attacchi e ritirate, schermaglie ed affondi decisi, ed ebbe la sua conclusione quando finalmente Carlo Martello riuscì ad attirare il nemico in un territorio meno adatto alla cavalleria pesante araba, e contemporaneamente Oddone attaccava il campo avversario inducendo molti guerrieri nemici ad abbandonare la lotta per salvare beni e famiglie. La morte di al Ghafiqi diede il suggello finale allo scontro.

Alcuni storici sostengono che se la battaglia di Poitiers avesse avuto un esito diverso, ora nelle nostre scuole studieremmo il Corano. In ogni caso le cose non finirono allora in terra di Francia, perchè Carlo Martello riguadagnò le città perdute, favorito sia da una guerra intestina tra arabi e berberi in territorio spagnolo, sia da una rivolta in Iraq che estromise gli omayyadi a favore degli abbasidi , con conseguente trasferimento della capitale a Baghdad.

Interessante il fatto che nella “cronaca mozarabe”, scritto del 754, i vincitori cristiani vengano per la prima volta definiti europenses “Europei”, liberandosi da quella dipendenza dalla concettualità “romana”, oramai anacronistica.

Dopo Carlo Martello, il figlio Pipino spodesta l'ultimo re merovingio Childerico II, divenendo re dei Franchi, mentre il nipote, Carlo Magno, merita una trattazione a parte.

Per l'esattezza i tentativi arabi non finirono completamente, ed ebbero momenti di recrudescenza come nel 740 quando venne sferrato un attacco di notevole potenza, ma ormai, per l'instabilità stessa di El-Andalus, non riuscirono nel loro intento .Il processo di cacciata degli arabi dalla penisola iberica fu molto lungo (duro' ben 750 anni) e si concluse quando “I re cattolici” Fernando d'Aragona e Isabella di Castiglia, nel1492, completarono quella che passò alla storia come “La Reconquista”.

La fama di Carlo Martello, al di là dei meriti di re e combattente, configurandosi ai posteri come salvatore della cristianità, resta comunque legata ad una impresa che per la sua portata storica può essere considerata uno dei primi tentativi di edificazione europea.

STRANI CODICI MEDIOEVALI

Per “Codici” si intendono quelle scritture che ,dopo l'abbandono dell'uso del papiro, vennero effettuate su pelli animali, composte a strati , che diedero origine ai concetti di foglio e pagina, e assemblati e rilegati in modo non dissimile da quello che avviene oggi. In più erano spesso abbelliti da miniature e disegni di alta qualità. I Codici erano redatti da scribi che ne facevano qualche copia, in modo tale che librerie e monasteri ne fossero provvisti, con l'aggiunta per quei collezionisti che amavano possedere opere particolari e che avevano la possibilità di poterselo permettere. Questo, ovviamente, prima dell'avvento della stampa. Solo nel Basso Medioevo i libri vennero commissionati ad appositi artigiani per motivo di studio o per uso professionale,mentre la nobiltà richiedeva che i libri fossero di lusso (libri cortesi).

I Codici medioevali erano spesso chiarificatori di un argomento o di una storia, contenevano insegnamenti teologici, teorie mediche e filosofiche, storie eroiche, e non mancavano opere di sfrenata fantasia.

Molti di questi sono diventati famosi perchè facenti parte di un gruppo denominato “MARGINALIA”. Si tratta di libri sui cui margini l'autore stesso, ma anche i successivi lettori, hanno inteso mettere in evidenza un determinato passo descritto all'interno, apponendo ,in riferimento ,delle note o dei disegni che contribuivano ad arricchire, non sempre in maniera comprensibile, quelle che altrimenti sarebbero rimaste pagine pressoche' anonime.

Nel tempo, in verità, si è raccolto un notevole bagaglio di note e soprattutto disegni veramente interessanti, che oltre a completare le opere in cui si trovano, forniscono uno spaccato del tempo in cui sono stati fatti e informazioni su testo e autori. Tipico di ciò, ad esempio, il codice medico di Arderne, del XIV sec., in cui l'autore, valente medico, ci offre una serie di disegni che illustrano gli argomenti trattati ed è possibile vedere flebotomi, arti scarnificati, glutei e uomini nudi e cose del genere . Certo però che se nel caso di Arderne lo scopo dei disegni appare chiaro, in tante altre occasioni non si può dire altrettanto, perchè si tratta spesso di fantasie, prese in giro, derisioni. E così si assiste ad immagini di cavalieri che combattono contro lumache, esseri metà uomini e metà animali, prelati ignudi , scimmie che suonano e così via. Per non parlare dei Bestiari, libri con fini miniature che rappresentavano un mondo popolato da esseri fantastici, stupendi e del tutto falsi. Alcuni dei codici medioevali meritano una menzione particolare. Il primo è senz'altro il “ CODICE VOYNICH”. Questo manoscritto illustrato, che con datazione al carbonio è stato fatto risalire al XV sec, è tutt'ora definito come “il manoscritto più misterioso del mondo”. Reca immagini di vegetali non riconoscibili e la lingua usata non fa riferimento ad alcun alfabeto noto. Solo dalle illustrazioni si possono ipotizzare gli argomenti di cui tratta (botanica, astronomia, biologia...).

Il nome è dovuto al libraio che lo scoprì, acquistandolo, presso il collegio gesuita di Villa Mondragone nel 1952 e che all'interno reperì una lettera del 1665 di Rodolfo II di Boemia che lo inviava a Roma per la traduzione. Il libro, non ostante diverse interpretazioni destituite di ogni validità, resta ancora un mistero, il che ha avuto il potere di ispirare libri e film in cui gli vengono attribuiti particolari poteri occulti (in uno addirittura viene considerato coma una mappa per trovare il giardino dell'Eden). Potrebbe trattarsi, ma anche questa è un'ipotesi non provata, di un testo scritto in una specie di antico latino “cifrato”. Ma non ostante l'intervento di moderni metodi e l'impiego di speciali algoritmi, il mistero continua.

Una storia a parte, e senza dubbio affascinante, è quella del “CODICE GIGAS” il più grande manoscritto medioevale di tutti i tempi (gigas vuol dire gigante) oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Svezia. Pensate che pesa circa 75 Kg. ,misura 92 cm. di lunghezza , 50 di larghezza e 22 di spessore, con copertine di legno foderate in pelle. Una leggenda racconta che un monaco benedettino boemo, condannato ad essere murato vivo per indegnità, promise di scrivere in una notte il più grande codice mai realizzato, pur di ottenere la salvezza . Per far questo si rivolse al Diavolo che lo aiutò a compiere il progetto in cambio della sua anima. L'altro nome con cui è conosciuto: “Bibbia del diavolo”, non deriva però da questa storia, bensì da una grande immagine a tutta pagina del Diavolo provvisto debitamente di baffi, artigli e corna. Il Codex Gigas contiene una versione della Vulgata, opere di Giuseppe Flavio, le Etimologie di Isidoro di Siviglia ed altro ancora, nonché schizzi di medicina ed alchimia. Per molti anni è stato annoverato tra le meraviglie del mondo.

Per opinione unanime il Codice più bello e prezioso dell'intero medioevo sarebbe il “ Roman d'Alexandre” , noto come Bodley 264 e conservato ad Oxford, manoscritto artisticamente miniato che narra le storie di un condottiero (Alessandro Magno) e di un viaggiatore (Marco Polo), finendo per costituire un dettagliato affresco della società di quel tempo ( la sua scrittura, cominciata nel 1338 è stata completata nel 1410),attraverso l'affascinante e immaginifica corsa “verso l'Oriente”.

Generazioni di lettori e studiosi sono stati conquistati dall'eleganza della scrittura e dalle rappresentazioni (miniature) che decorano i margini delle sue pagine

In ogni caso bisogna sempre accertarsi della autenticità dei manoscritti di cui si ha notizia, per evitare di commettere, anche in buona fede, errori incredibili. Uno dei casi più eclatanti riguarda senz'altro il “NECRONOMICON”. Questo testo racconterebbe di uno yemenita folle, certo Al-azif, morto a Damasco nell'VIII sec. che avrebbe raccolto in un volume maledetto norme e precetti di magia nera, con le procedure per evocare i morti e i diavoli. In realtà, però è soltanto uno “pseudobiblium”, e cioè una vera e propria invenzione di cui si parla e si narra come se fosse vera , di cui si danno precise informazioni e a cui si attinge ogni qualvolta occorre alimentare cupe ragioni di misteri irrisolti e irrisolvibili. La verità è che si tratta di una ben orchestrata fantasia del genio della fantascienza H.P.Lovecraft (1890-1937), che immaginò un libro di tal fatta, costruendogli attorno un passato e dei riferimenti talmente credibili da essere reputati assolutamente reali da un numero enorme di suoi colleghi, al punto che storie con lo stesso titolo vennero scritte veramente, mentre si sparse la voce che copie del manoscritto fossero reperibili presso varie importanti librerie nel mondo. Si giunse al punto che quando lo stesso Lovecraft confessò di avere inventato tutto per dare credibilità ai suoi romanzi, non venne creduto, e si preferì continuare a ritenere che il Necronomicon fosse una realtà inscindibile con la storia di quelle opere che descrivono tanto bene il mondo dell'Horror e del soprannaturale, e che tanto fanno comodo a certa filmografia.

RUNE

E' uso comune e deprecabile riferirsi alle tribù continentali europee antiche riunendole nella denominazione comune di “Barbari”. E' sicuro che Celti, Ostrogoti, Vandali, Eruli e Longobardi furono coloro che misero a ferro e a fuoco la “civile” Roma ponendo fine al suo secolare potere, ma ciò non deve far dimenticare il loro notevole contributo alla cultura ed alla unificazione europea. Bisogna distinguere tra i Longobardi, che quando scesero in Italia erano già cristianizzati e parlanti l'alfabeto latino, dalle altre tribù che rimasero al di là delle Alpi e usavano uno strumento di scrittura originale, chiamato “runico”. Le Rune (segni incisi su pietra o legno) oltre che per la scrittura venivano usate per scopi magici e divinatori. Tenendo presente che il Nord Europa è stato l'ultimo ad essere cristianizzato, è abbastanza cospicuo il materiale letterario giunto sino a noi, che tramanda la mitologia nordica e le sue saghe (tra cui ricordiamo le due Edde islandesi, quella in prosa e quella poetica)

Le Rune (dal norreno Rùn, mistero o segreto, ma anche bisbigliare, sussurrare) ancora oggi vengono considerate uno strumento di crescita spirituale per il riferimento al divino. Sono anche un oracolo a cui affidarsi, ed il cui responso va interpretato opportunamente. Spesso si associano, impropriamente , ai Tarocchi. Anticamente tavolette con incise Rune si usava lanciarle su di un lenzuolo bianco, e successivamente venivano scelte e interpretate dal sacerdote o dal capo famiglia. Ogni Runa ha significati esoterici ben precisi e ad ognuna è abbinata una divinità nordica. Il primo documento storico che cita le Runa è di Tacito , nel I sec. Vi sono almeno tre versioni principali dell'alfabeto runico (dette “futhark”), e cioè il futhark antico con 24 caratteri, quello anglosassone con 39 caratteri e quello scandinavo , o giovane, di soli 16 caratteri. Ogni simbolo fa riferimento ad un valore fonetico (per questo si dice anche alfabeto segnico), così ad esempio la prima Runa, Fehu, ha valore di “effe” ,col significato di bestiame, quindi associata a ricchezza e fortuna economica. Non sono certe le origini delle rune, ma oggi si propende per una derivazione dalla colonizzazione greca dell'Italia meridionale, e quindi dall'etrusco, in particolare dalla città di Cuma. L'alfabeto runico ha avuto utilizzi moderni, come nel romanticismo scandinavo nel XVIII sec. , nell'occultismo del XIX e nell'etenismo (forma neo-pagana del XX ). L'esoterismo runico nella Germania e nell'Austria del XIV-XV sec. si deve essenzialmente a Guido von List, occultista mistico che creò le cosiddette rune armane che giocarono un forte ruolo nel simbolismo nazista e nella creazione del SS-Ehrenrin (anello con la testa di morto) e nel simbolo della organizzazione delle famigerate SS. Le Rune furono usate anticamente solo per iscrizioni, mentre per la conservazione della cultura, prima essenzialmente orale, con l'avvento del cristianesimo si fece uso del manoscritto e dell'alfabeto latino. L'accostamento delle Rune a riti magici e divinatori ne fece, agli occhi del cristianesimo, una procedura pagana assolutamente da reprimere.

Una caratteristica comune a tutti i futhark è l'assenza di segni curvilinei e orizzontali, questo perchè venivano incise su pietra con coltelli o punteruoli, o su legno in modo perpendicolare alle venature. Le Rune possono facilmente trovarsi in diverse migliaia di stele incise sparse nei paesi scandinavi e in Gran Bretagna. L'iscrizione più lunga consta di 800 caratteri e narra un argomento mitologico.

Sempre secondo la mitologia si narra che il dio Odino dopo essere rimasto appeso a testa in giù per nove giorni e nove notti alla sua lancia infissa nel Yggdrasil, il frassino cosmico che rappresenta l'Universo, quando sotto di lui apparvero le Rune se ne appropriò conquistando conoscenza e potere. In seguito fece dono di tale conoscenza alla dea Freya, che gli insegnò in cambio la magia sciamana del Seidr. Fu Heimdallr, figlio di Odino, che infine trasmise le Rune al genere umano, anche se Odino resta comunque il dio delle Rune per antonomasia.

Per completezza occorre dire che vi sono alcuni storici che fanno risalire le origini delle Rune alle ipotesi greca o a quella romana, ma si tratta di teorie minoritarie.

Le Rune Celtiche sembrano con certezza risalire a prima del I sec., in quanto in quel periodo avrebbero senz'altro più facilmente adottato l'alfabeto latino, mentre bisogna tenere anche conto che a sopravvivere all'usura del tempo sono state solo le iscrizioni in pietra,mentre quelle in legno, sicuramente la maggior parte, sono andate perdute.

Furono i monaci cristiani a trascrivere le saghe che per secoli erano state trasmesse solo per via orale ma, cercando di interpretare un mondo che non conoscevano e non capivano, spesso tali versioni risultarono meno veritiere delle saghe dei “re di Norvegia” a cui facevano riferimento, adattandole alla propria religione che cercavano di affermare in tutta la Scandinavia.

 

L'ESERCITO DI TERRACOTTA

 

La Cina nel II sec a. C. era ben diversa da quella che oggi conosciamo. Era divisa in sei regni da centinaia di anni in continua lotta tra di loro, senza che nessuno riuscisse a primeggiare. Nel 259 a.C. , però, nacque Ying Zheng primogenito del re di Qin (uno dei sei regni), e le cose cambiarono in fretta. Con grande abilità strategico-militare (ed aiutato anche da qualche calamità naturale), infatti, non solo riuscì a conquistare tutti gli altri cinque regni, ma addirittura si proclamò imperatore della Cina, il primo in assoluto. Si autodenominò Qin Shi Huang (letteralmente “primo imperatore della dinastia Qin”) ed era un tipo del tutto particolare, aveva grande considerazione di sé stesso ed ambiva all'immortalità. La sua ferocia in battaglia è indimenticata. Pensate che non faceva prigionieri e che le promozioni e i premi per i suoi soldati dipendevano dal numero di teste dei nemici che riuscivano a raccogliere. Chi non ne portava nemmeno una era a rischio esecuzione. Pensava in grande ma, come un Dio, voleva vivere per sempre e fu perciò che fece costruire un enorme mausoleo a testimonianza della sua grandezza a soli 30 Km. da XiAn (la prima capitale della Cina), in una località chiamata Litong. Fu sempre lui a fare iniziare i lavori per la Grande Muraglia Cinese ( che stime recenti dicono sia lunga oltre 8000 Km.). Per la costruzione del suo mausoleo pare che sia stato necessario il lavoro di 700.000 persone, e rappresenta una vera e propria città, con caverne e camminamenti, mentre la tomba dell'imperatore, sepolta sotto una collina di circa 50 metri, non è stata ancora portata alla luce. Dentro il Mausoleo l'imperatore mise tutto ciò che poteva servirgli dopo la morte Secondo alcune leggende e antiche scritture, il soffitto del Mausoleo (che resta a tutt'oggi un mistero) sarebbe fatto di rame e perle, onde raffigurare il cielo e le stelle, mentre in basso in due fiumi che rappresenterebbero il Fiume Azzurro e il Fiume Giallo che scorrono verso il mare,il mercurio liquido avrebbe preso il posto dell'acqua.

In quel periodo si credeva che il mercurio desse l'immortalità ed è quasi una beffa che l'imperatore, che ne assumeva giornalmente una dose, ,a soli 39 anni morisse per avvelenamento di quello stesso mercurio che avrebbe dovuto regalargli la vita eterna. In ogni caso nel mausoleo lui mise tutto ciò che poteva servirgli ad essere il primo anche nell' Aldilà.

Nel 1974, dopo un lungo periodo di siccità, molti presero a scavare pozzi alla ricerca di acqua, e fu così, per puro caso, che un contadino di nome Yang Zhifa scoprì delle fosse sepolcrali che contenevano statue in terracotta, e fu per merito degli scavi susseguenti a questa scoperta che venne rinvenuto il Mausoleo. Per soddisfare il suo ego ipertrofico Qi Shi Huang aveva sentito il bisogno di portare con sé anche dopo la morte il simbolo più evidente del suo potere: l'esercito che gli aveva permesso di riunificare tutta la Cina. Quale simbolo migliore per rappresentare la sua grandezza , anche se solo simbolicamente, se non uno stuolo di ben 8000 statue di terracotta, con diciotto carri da guerra e cento cavalli, che rappresentavano, in ordine di battaglia, soldati, cavalli, carri, armi, il tutto a grandezza naturale?

Dalle posizioni dei guerrieri, delle mani e dai corpi, si possono dedurre molte delle tecniche di combattimento adottate a quei tempi. Le battaglie venivano compiute a piedi (l'uso dei cavalli in battaglia fu posteriore e adattato per combattere le tribù nomadi esperte cavallerizze). Molte armi, alcune ancora affilate, testimoniano la cura militare di quell'esercito, anche se parecchie sono state trafugate dalla successiva dinastia Han.

Nessuna statua è uguale ad un'altra, e le armature mostrano una grande varietà di decorazioni.

L'intero esercito è posto a guardia della tomba dell'imperatore. Si narra anche di numerose statue rappresentanti le centinaia di concubine della corte, ma queste ancora non sono state riportate alla luce.

Una interessante teoria molto recente avanza l'ipotesi che le statue di terracotte possano essere state ispirate da analoghe di tipo “ellenico”, portate in Asia a seguito delle conquiste di Alessandro Magno, ed alcuni arrivano a sostenere che potrebbero essere stati dei “greci” a realizzare le prime.

In ogni caso Qi Shi Huang ebbe il merito di uniformare, in tutto il suo impero, la scrittura, i pesi e le misure, la moneta e perfino gli assi dei carri.

Come molti altri dopo di lui, fece bruciare tutti i libri che parlavano di un passato in cui non era presente, perchè tutto doveva cominciare da lui .

Dopo la sua morte(nel 210 a.C.) la sua dinastia sopravvisse per poco, e già nel 202 a.C. La nuova dinastia Han riuscì ad imporre il suo potere mantenendolo per circa quattro secoli.

Il Mausoleo di Qi Shi Huang contiene favolose ricchezze materiali e storiche, ma giace ancora a 50 metri di profondità, dove l'imperatore dorme indisturbato da oltre due mila anni. Le autorità cinesi, però sono molto caute nel programmare ulteriori scavi, nel timore che, non disponendo delle necessarie tecniche, si possa arrecare danno ai reperti, come successe ai primi cavalieri rinvenuti che, non adeguatamente protetti, persero definitivamente tutti i pigmenti colorati che evaporarono . Ma ogni anno che passa si consolidano nuove tecniche di scavo e conservazione, perciò è naturale che , prima o poi, quando le autorità cinesi si sentiranno sufficientemente garantite, potrà essere svelato il mistero legato al mausoleo più opulento di tutta la Cina.

Un altro motivo di cautela è dato dalla probabile presenza di mercurio in grande quantità nelle profondità della collina che ospita il mausoleo, ed aprendo la tomba si rischierebbe di far esplodere una vera e propria bomba tossica dalla conseguenze imprevedibili.

Il sito archeologico di XiAn è considerato uno dei più importanti del mondo ed è patrimonio dell'umanità.

 

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