"Ascolta si fa giorno" Rubrica a cura di Gennaro Leone

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Il nuovo romanzo di Lelio Finocchiaro, provvisto di audiolibro, dal titolo "The New beginning-il nuovo inizio", da oggi è disponibile presso la libreria Belletti e si inserisce perfettamente nel particolare periodo che stiamo vivendo.

NOTIZIARIOEOLIE.IT

Disponibile, il Libro con Audiolibro di LELIO FINOCCHIARO. THE NEW BEGINNING Il Nuovo Inizio.

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Cenni Storici. Rubrica a cura del dottor Lelio Finocchiaro

di Lelio Finocchiaro

VELE NEL MEDITERRANEO

Prima che fossero aperte le rotte trans-oceaniche , il Mar Mediterraneo fu considerato, a tutti gli effetti, come un grande lago, racchiuso da numerose terre europee e africane che non potevano non scegliere vie di comunicazioni marittime per il trasporto essenzialmente di merci, truppe e pellegrini.

Le acque interne portavano a praticare navigazioni di cabotaggio ( non lontano dalle coste) e necessitavano di imbarcazioni adatte, spesso di limitato pescaggio e facili da manovrare.

Nell'antico Egitto, che aveva poca disponibilità di legname, si costruivano navi in papiro, che tendeva a marcire nell'acqua necessitando di continue manutenzioni.

L'imbarcazione tipica mediterranea fu la “galea”, che pur se attraverso diverse modificazioni, regnò indisturbata per oltre tremila anni

Le galee erano imbarcazioni leggere, manovrabili a remi e provviste ,a volte ,di qualche vela (di forma quadra, detta anche latina), e sono perfettamente descritte anche nell'Iliade e nell'Odissea, anche se allora avevano dimensioni più piccole.

Adatte ai commerci ed utilizzate anche in battaglia, non erano però adatte alla navigazione in acque agitate o in presenza di forti correnti. In queste condizioni erano le novità strutturali che potevano fare la differenza, e la fortuna di alcuni popoli dipese fortemente dall'abilità marinara della propria gente.

Un esempio su tutti quello dei “drakkar” (drago, per la forma caratteristica della prua), che portarono i Vichinghi, nell'VIII secolo, a depredare tutto il Nord Europa e a risalire addirittura i fiumi russi.

Si trattava di imbarcazioni leggere che potevano anche essere portate a spalla da un fiume all'altro.

Sembra che i Vikinghi facessero uso di una pietra (forse un minerale di spato) che anche col cielo nuvoloso indicava loro sempre la posizione del sole, e pare che riuscirono ad attraversare l'oceano.

Le galee avevano bisogno di rematori, e per questo lavoro enormemente faticoso si faceva uso di schiavi e prigionieri (detti appunto galeotti, ), che restavano sempre legati al remo, e ai cosiddetti “buona voglia” , che potevano essere usati anche in caso di battaglia.

La vita del rematore era estremamente dura. Si facevano turni di quattro ore e non ci si alzava nemmeno per espletare i normali bisogni corporali. Si mangiava un unico pasto serale condito con molto aceto per non fare sentire il gusto di marcio e rancido (da qui il nome rancio).

Ovviamente in caso di affondamento della nave erano destinati a morire con essa.

Le galee erano lunghe e snelle, e nel medioevo, erano armate con cannoni a prua e poppa. Inoltre un robusto sperone serviva a bloccare la nave nemica per l'arrembaggio.

Sin dall'antichità si utilizzarono navi con più file di rematori e nella battaglia di Salamina nel 480 a.C.

gli ateniesi si servirono essenzialmente di triremi anche se esistevano navi con più file di rematori, in uso presso i Romani, mentre i greci, ancora prima, usavano le famose “pentecontere” con cinquanta rematori disposti in due file di venticinque , una per ogni lato.

Il nome galea ,squalo, sembra derivare dal fatto che la sua forma ricordava un po' questo pesce.

Nel tempo si avvantaggiarono col progredire dell'uso del timone, spesso laterale, nonché di invenzioni come quella della bussola, scoperta dai cinesi e attribuita per errore all'amalfitano Flavio Gioia .

Le galee si mantennero in fondo sempre uguali a se stesse, anche se alcune geniali invenzioni restano famose nella storia marinara.

Ad esempio la marina bizantina riuscì a sopravvivere agli assalti degli arabi ed a salvare la stessa Costantinopoli, per merito di una imbarcazione da caccia , detta “dromon”, creata appositamente per “sparare” con sifoni a pressione il micidiale fuoco greco col quale incendiavano le navi nemiche.

Si differenziavano in galee sottili e galee grosse a secondo che venissero usate più per il commercio o più per la battaglia.

Verso la fine del Medioevo , inoltre, venne inventato il sistema di remo a scaloccio, in cui 4-5 rematori facevano forza sul medesimo remo.

Gli italiani avevano fama di essere senz'altro i più esperti navigatori, e nel periodo delle crociate i traffici enormi che si svilupparono tra il nord Africa e le regioni europee fecero risaltare la bravura nel trasporto e nel commercio delle repubbliche marinare, che oltre alle ben note Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, poterono contare su altre città rivierasche come Ancona e Gaeta .

Furono talmente abili che conquistarono tutto il mediterraneo sconfiggendo turchi e pirati, e però inorgogliendosi al punto da cominciare a combattersi tra loro.

Ancora nel 1571, e cioè quando Cristoforo Colombo aveva già scoperto l'America, venne combattuta una delle più grandi battaglie navali di tutti i tempi con protagonista la galea : Lepanto.

Ancora una volta si dovette la vittoria della flotta cristiana ad una geniale invenzione della marineria veneziana: la “Galeazza”. Essa consisteva in una nave molto più grande, con ampio pescaggio e molto stabile, che portava cannoni a prua, a poppa e sui due lati. Poteva sparare in ogni direzione. Era pesante e per muoversi doveva essere trainata da due galee. La flotta cristiana aveva sei Galeazze, ma pensate che una sola distrusse ben 108 bastimenti turchi. Tanto per farsi un'idea dell'imponenza di quella battaglia, si pensi che in quell'occasione furono liberati ben 12000 rematori schiavi dei turchi laddove tutto l'esercito ottomano contava circa 25000 uomini, giannizzeri compresi.

Intanto le rotte oceaniche imponevano ben altre navi e ben altre abilità. Anche qui gli italiani erano tenuti in ben conto, e fu proprio a causa loro che , dopotutto, le repubbliche marinare conobbero il loro declino. Gli italiani non seppero rinnovarsi e furono superati dalla marineria spagnola e inglese, che per gli impetuosi mari oceanici e per i lucrosi traffici col nuovo continente progettò navi come caracche e caravelle, per poi costruire i formidabili galeoni, vere fortezze armate di file di cannoni e protette da equipaggi militarmente addestrati e con vasto assortimento di vele.

E anche se, ancora una volta, i più grandi uomini di mare furono italiani, come i fratelli Sebastiano e Giovanni Caboto, Amerigo Vespucci,Giovanni da Verrazzano , e naturalmente Cristoforo Colombo, capaci , col loro ardimento e con la loro sete di avventura, di aprire nuove rotte attraverso cui portare in Europa enormi ricchezze,gli stessi non seppero trascinare in questa avventura la marineria italiana che non riuscì a rinnovarsi andando incontro ad un inevitabile decadimento.

Ancora nel XVII secolo, infatti, la galea era in uso né si vedeva il motivo per innovarla.

Quel “lago” in cui le galee erano state egemoni, si rivelò, in conclusione, una specie di trappola nella quale l'ingegneria navale italiana , così abile sino ad allora, non seppe trovare, un po' per inerzia, un po' perchè le rotte importanti erano oramai altrove, quel colpo di genio che le avrebbe consentito di competere con altre marinerie e di adeguarsi ai nuovi tempi.

Non seppero cogliere l'occasione che il grande cambiamento in atto forniva loro e non per nulla gli storici hanno fissato nella scoperta dell'America la fine del Medioevo.

Il remo era stato ormai soppiantato dalla vela, e le galee dai velieri. Era cominciata un'altra epoca.

GUELFI E GHIBELLINI

Gli italiani sono noti nel mondo per il loro vizio di dividersi, sempre e comunque.

Per ognuno che tifa Juve c'è qualcuno che tifa Inter, se una fazione ama l'America, ci sarà una fazione che stravede per la Russia, e così via. Insomma , chi la vuole cruda e chi la vuole cotta.

Anche quando, a ben vedere, non ce ne sarebbe bisogno. In pratica solo per il piacere di contraddire. E' famoso il detto per cui un italiano da solo è un bel tipo, due italiani sono un litigio, tre fanno un partito.

Questa non è una caratteristica attuale, ma affonda le sue ragioni nel passato. Le lotte tra Guelfi e Ghibellini, cominciate nel XIII secolo, debbono la loro notorietà all'antagonismo tra due parti rivali, superficialmente indicate come sostenitrici del Papa la prima e dell'imperatore la seconda. La lotta tra le due fazioni coinvolse in vere e proprie guerre molte città del centro-nord d'Italia.

In realtà non si trattò mai di una contrapposizione puramente ideologica, bensì fu l'espressione di una insofferenza nei confronti dei cosiddetti “poteri forti”. In pratica nelle città costrette a subire l'invadenza dell'impero si cercò in modo naturale di appoggiare il papato e, viceversa, quelle sottoposte all'influenza vaticana cercavano ipotetici vantaggi alleandosi con l'impero.

Tra l'altro questo tipo di lotta non era solo “tra” le città , ma anche “all'interno” delle città stesse.

Si ricorderà il sommo Dante, definito da Foscolo “il ghibellin fuggiasco”, dapprima guelfo e poi sostenitore della parte imperiale.

In verità cominciavano a confrontarsi due opposte visioni del sistema socio-feudale, una tipicamente aristocratica , l'altra decisamente mercantile.

Con l'inconorazione di Carlo Magno nell' 800 da parte di papa Leone III, si era stabilita una consuetudine di superiorità del papato cui spettava l'approvazione dell'elezione di ogni nuovo imperatore. Questo sino al 962, quando papa Giovanni XII , in un periodo di estrema fragilità del Vaticano, incoronò imperatore Ottone I di Sassonia, accettando il cosiddetto “Privilegium Othonis” con il quale l'elezione di un Papa , da quel momento, abbisognava di una approvazione imperiale. Ciò portò ad una inevitabile rottura tra i due poteri, ognuno dei quali non intendeva dipendere in nessun modo dall'altro.

La competizione, soprattutto in occasione della morte senza eredi di Enrico V di Germania (1225), nacque all'interno della Baviera -Sassonia ed esprime la lotta tra due casati , i Welfen (da cui guelfi) e gli Hohenstaufen del castello di Waiblingen (da cui ghibellini). In Italia si trattò di appoggiare l'una, favorevole all'ingerenza papale, o l'altra. La faida tedesca si concluse con l'elezione di Federico Barbarossa, e molti comuni italiani si spostarono verso il papato timorosi di perdere la loro autonomia. La competizione tra comuni e città diede luogo a conflitti che videro spesso i partecipanti schierati ora con una parte ora con l'altra, a seconda di quale fazione riusciva a prendere il sopravvento , e negli stemmi medioevali, l'inserimento di una aquila piuttosto che di una croce, lasciava intendere chiaramente per chi si parteggiasse.

Fra i più importanti comuni guelfi si annoverarono città come Milano, Mantova,Firenze, Bologna e Lucca, mentre tra quelli ghibellini Pavia, Asti, Pisa, Siena e Parma.

Questo tipo di antagonismo aveva bisogno ,in un certo senso, di appoggiarsi a motivazioni superiori che dessero una “moralità” a lotte altrimenti legate a interessi troppo personali . Così il papato esaltava e condannava i movimenti eretici che in quel periodo fiorivano un po' ovunque, mentre, al contrario, i ghibellini stigmatizzavano i privilegi e le proprietà della parte clericale.

Non dimentichiamo che proprio in quel periodo diversi comuni strinsero alleanze , guelfe o ghibelline, che portarono alla creazione delle ben note “Leghe” (famoso il “Carroccio” milanese).

Inoltre le divisioni politiche portarono pure a sottodivisioni, come accadde in toscana dove i guelfi si frazionarono in Bianchi e Neri, laddove questi appellativi sembrerebbero derivare dalla separazione avvenuta all'interno della famiglia Cancellieri di Pistoia, differenziando con bianchi i più anziani (capelli bianchi) dai più giovani. A Firenze la contrapposizione di due famiglie, i Cerchi (bianchi) e i Donati (neri), la prima rappresentante delle esigenze commerciali, la seconda quelle dell'aristocrazia, venne risolta nel 1301a favore dei Neri dall'intervento (per altro pacifico) di Filippo il Bello re di Francia. Fu allora che Dante (bianco) venne esiliato salvo, in un secondo momento, sostenere ( nel “De monarchia”) che la carica attribuita all'imperatore viene concessa direttamente da Dio e che quindi non è subordinata all'autorità papale.

Essere guelfo o ghibellino continuò ad essere una connotazione comune anche in tempi successivi al Medioevo,ricorrente sempre nelle contese verbali ed ideologiche che sistematicamente sorgono nelle vicende di città e nazioni, addirittura in maniera inevitabile in periodi come gli attuali, dove si propongono questioni che al loro interno hanno temi come il Centralismo, le Autonomie, l'Europa, ecc..., ma dobbiamo tenere presente che ,comunque, non si scappa : siamo destinati a vivere e morire da guelfi...o tutt'al più da ghibellini!

Da Antiochia a Gerusalemme

(miracoli e visioni)

Quando Papa Urbano II, il 27 novembre 1095, dalla piazza di Clermont, indisse la Crociata per la liberazione dei luoghi Santi, la cui partenza venne programmata per l'anno dopo, forse nessuno poteva prevedere l'enorme difficoltà della missione che attendeva i fedeli.

Cerchiamo con l'immaginazione di seguire il cammino di decine di migliaia di armati che partendo in maniera differenziata cominciarono a spostarsi verso il Bosforo,per lo più a piedi.

Insieme al legato pontificio Ademaro c'erano i Capetingi con a capo Goffredo di Buglione, i Normanni guidati da Boemondo d'Altavilla, i Provenzali che seguivano Raimondo di Tolosa, e c'era Roberto di Normandia con gli anglo-normanni .

Per dire solo dei gruppi più numerosi.

Questa moltitudine di gente, accompagnata da carriaggi, animali, pellegrini,monaci e prostitute, non dissimilmente da una invasione di locuste ,avanzava impadronendosi delle risorse che trovava lungo il cammino, facendo terra bruciata dietro di sé.

Nel periodo tra luglio 1096 e maggio 1097 oltre 100000 uomini giunsero a Costantinopoli dove strinsero precisi accordi con il basileus Alessandro Comneno,

La prima città ad esser conquistata fu Nicea su cui , però, sventolò da subito il vessillo bizantino.

Riprendendo la strada verso sud le cose cominciarono a mettersi al peggio. La mancanza d'acqua, il terreno arido e inospitale, una moria di cavalli, i morsi della fame costringevano i crociati ad abbandonare lungo il cammino i morti e quelli stremati dalla fatica. Furono 650 Km di estrema difficoltà, superando anche montagne alte quasi 1700 metri. Arrivò ad Antiochia solo un terzo delle forze .

Bisogna precisare che Antiochia era la città più importante e meglio fortificata di tutta l''Asia Minore, prima diocesi dell'apostolo Pietro e capitale della Siria.

Dal punto di vista strategico non era necessario conquistarla e sarebbe convenuto dirigersi direttamente verso Gerusalemme, molto più facile da essere presa e simbolicamente di estrema importanza, ma bisognava ottemperare a impegni presi con il basileus.

Però Antiochia era enorme. Impossibile da circondare e perfettamente difesa, nonché attrezzata per sopportare pesanti assedi. E in effetti le cose andarono per le lunghe, l'inverno incombeva e ormai si calcolava che un uomo su sette moriva per fame. Molti abbandonarono . Lo stesso Pietro l'Eremita (quello stesso che aveva promosso la crociata passata alla storia come crociata dei pezzenti) fu sorpreso mentre tentava di scappare ,mentre il contingente bizantino lasciò la lotta, convinto dell'inutilità dell'assedio e, cosa importante, durante il ritorno convinse truppe di soccorso inviate da Costantinopoli a tornare indietro, convincendole dell'inutilità del loro intervento. Gli assediati, per altro, contavano su soccorsi turchi provenienti da Mosul. A quel punto, per un aiuto insperato da parte di alcuni cristiani dall'interno di Antiochia, fu favorito l'ingresso in città di una sessantina di cavalieri che riuscirono ad aprire le porte della città. Dopo otto mesi di assedio finalmente nel giugno 1098 Antiochia era caduta. Però dopo pochi giorni l'arrivo delle truppe turche tramutò gli assedianti in assediati, spargendo il terrore tra i cristiani, certi della inevitabile sconfitta. Molti si calarono di nascosto dalle mura per fuggire, altri si imbarcarono su navi compiacenti. Insomma , era il caos. Fu allora che un chierico provenzale di nome Stefano di Valenza raccontò al legato Ademaro di avere avuto una visione in cui Cristo prometteva la vittoria se i crociati avessero fatto atto di pentimento per i propri peccati. Dopo averlo fatto giurare sui Vangeli, Ademaro celebrò cerimonie religiose di pentimento collettivo riuscendo a riaffermare la disciplina mediante le parole di Cristo.

Un altro provenzale , Pietro Bartolomeo, narrò di avere avuto visioni in cui Sant'Andrea (fratello di San Pietro) gli rivelava dove era sepolta la punta della lancia di Longino. Scavando in diversi punti della Cattedrale, in effetti, venne ritrovata una punta di lancia, cosa che galvanizzò gli uomini, convinti di avere l'appoggio divino e facendo dimenticare che proprio poco tempo prima la lancia stessa era stata vista tra le reliquie conservate a Costantinopoli.

Raimondo di Tolosa sospettò una messa in scena, ma in quella particolare contingenza l'importanza era che, vere o architettate che fossero le motivazioni, le stesse, unite alla teatralità religiosa, fornissero quella spinta psicologica indispensabile a risollevare gli animi.

E in effetti in maniera assolutamente incredibile il 28 giugno Boemondo riuscì a disperdere i turchi mettendoli in fuga e riuscendo ad impadronirsi di cibo, oro e argento in grande quantità .

Molti sostennero di avere visto con i loro occhi truppe celesti cavalcare accanto ai crociati.

Il mancato arrivo delle truppe bizantine offrì la scusa per infrangere i patti e mantenere il possesso della città.

Dovendo stabilire un comando a presidiare la recente conquista, e con la morte di Ademaro, a quel punto si perse di vista la missione iniziale e nessuno più pensò a Gerusalemme.

Occorreva qualcosa che risvegliasse gli animi, e puntualmente Pietro Bartolomeo non fece mancare le sue visioni. Questa volta non bastò il giuramento per credergli, finchè il cappellano Arnolfo di Roeux non propose un'ordalia che fu accettata. Il giorno 8 di Aprile, venerdì Santo, Pietro percorse un cammino di fuoco riuscendo a resistere (pur morendo pochi giorni dopo per le ustioni), convincendo i suoi detrattori. Le visioni cominciarono a moltiplicarsi, incessanti e da più parti, finchè non si decise di partire. Il magnifico esercito partito dall'Europa e ormai ridotto allo stremo (i cavalieri non erano ormai più di mille), non era in grado, colpito anche dalla dissenteria, di penetrare le pur esigue difese di Gerusalemme (provarono anche a fare tre volte il giro della città come aveva fatto Giosuè con Gerico, ma le mura non caddero), se non fosse stato per l'arrivo di quattro navi inglesi e di due galee genovesi che , sfruttando il legname delle proprie imbarcazioni, approntarono apposite macchine da assalto che permisero di penetrare dentro la città, conquistandola. E fu una carneficina. Tranne una piccola guarnigione che si arrese a Raimondo e che fu scortata ad Ascalona, quasi come in un impeto di rivalsa per le sofferenze patite i crociati, sotto il mantello della religione, dilagarono per le vie della città Santa sporcandosi l'anima col sangue dei loro nemici, e non differenziandosi da loro massacrarono praticamente tutti gli abitanti, compresi donne e bambini

La violenza, del resto, prescinde dalla fede.

UNO STRANO OGGETTO A FORMA DI CHITARRA

I tassisti sono gente particolare. Le lunghe ore passate a guidare nel traffico non sempre compiacente delle grandi città , li divide automaticamente in silenziosi e chiacchieroni.

Il mutismo si alterna alla voglia di fare discussione.

Un discorso a parte meritano i tassisti napoletani. Spesso la loro napoletanità si concretizza in simpatica curiosità e partecipazione verso i numerosi clienti mentre li portano su e giù per la città.

E così è stato inevitabile che il tassista cui mi ero rivolto in una bella giornata di sole, appena saputo che la mia destinazione era il Museo di Capodimonte , non abbia perso l' occasione per decantarmi le bellezze artistiche di Napoli, con un impeto , ed una parlantina, che rivelava il profondo amore per la sua città.

Nel suo desiderio di colpire la mia fantasia decise di parlarmi , nientemeno, che del bidet!

Io per la verità conoscevo già la storia curiosa del bidet, ma non mi sarei ma sognato di dare una grossa delusione all'amico (ormai eravamo diventati amici) tassista, dicendoglielo. Anzi, dovetti fingere interesse e curiosità, nonché dargli una buona mancia per ricompensare, alla fine della corsa, il suo zelo e le sue “gradite” informazioni.

In ogni caso, senza per questo volermi ergere a tassista, in fondo quella del bidet può essere una piccola curiosità che merita di essere raccontata.

Normalmente si è portati a credere che uno dei fattori base del progresso porti con sé il miglioramento continuo del concetto di igiene e pulizia. Non potrà esservi progresso senza igiene. Eppure probabilmente si tratta di un mito da sfatare, o quantomeno da delineare meglio.

Mentre, infatti, un nuovo telefonino o un nuovo I-Pad ha , sin dal suo apparire, una diffusione decisamente globale , non così succede per l'igiene che si diffonde in maniera articolata nelle varie parti del mondo. Un esempio per tutti viene dalla strana storia del Bidet. Nonostante il nome francese molti credono che sia stato inventato in Italia, ma in realtà la sua comparsa, nel 1700, è dovuta all'invenzione di un francese, certo Christophe des Rosiers, che lo ideò per la sua signora Madame de Prie. E' famoso l'episodio in cui la stessa signora ricevette il suo amante, ministro degli esteri, a cavallo di quello strano strumento a forma di violino. La parola Bidet sembra derivare dalla somiglianza con la parola “cavallino”, che ricorda la posizione da adottare per farne uso.

Occorre tenere presente che nel 1700 la vita era un po' difficile. Varie credenze religiose, e forse anche mediche, sostenevano che fosse peccato lavarsi perchè questo atto costringeva a guardarsi e toccare le parti intime. Nella realtà la concezione cristiana aveva relegato il corpo a mero involucro di bisogni terreni e di peccati, concentrandosi sul lato spirituale ( l'anima su tutto). Perfino Luigi XIV, come alcuni sostengono, pare che nella sua vita abbia fatto solo tre bagni (era lo stesso che mangiava con le mani ripudiando le posate). Addirittura il filosofo illuminista Denis Diderot spiegava alla figlia come occorresse celare a se stessi quelle parti del corpo che potessero indurre al vizio.

In ogni caso il bidet era destinato a nobili e ricchi. Ve ne erano fatti in pelle, con piedini, con schienali decorati e addirittura di portatili.

Con il tempo, però, i francesi hanno progressivamente abbandonato l'utilità proveniente dall'uso del bidet e un recente studio alberghiero lo dichiara superfluo “ perchè richiesto solo dagli italiani”.

In Italia accadde che la regina di Napoli, Maria Carolina d'Asburgo-Lorena ( figlia di Maria Teresa d'Austria, sorella della regina Maria Antonietta e sposa di Ferdinando IV di Napoli) stanca di essere ogni mattina lavata e vestita in pubblico, decise di crearsi una sua intimità e nel suo appartamento privato della reggia di Caserta fece costruire un bagno provvisto di bidet (in rame) : il primo in tutto il regno.

I Savoia, quando giunsero nelle Due-Sicilie, appena lo si dovette descrivere per i loro inventari, lo definirono “ strano oggetto a forma di chitarra”.

L'uso del bidet ebbe il suo impulso maggiore (naturalmente in Italia) quando traslocò dalla stanza da letto, dove aveva inizialmente la sua collocazione, al bagno, e fu dotato di acqua corrente.

Occorse attendere gli anni Trenta perchè il bidet cominciasse ad essere scollegato dalle malattie o dalle necessità igieniche dei bordelli.

Il bidet non è generalmente accettato (e forse capito) da tutte le nazioni, e ad esempio in Europa è adottato soprattutto al Sud (in Portogallo ed in Italia è obbligatorio per legge). In Germania , come nell'Europa dell'est e in Scandinavia è ritenuto superfluo e ingombrante. Addirittura i paesi anglosassoni lo giudicano “sconveniente”.

Gli statunitensi conobbero il bidet durante la seconda guerra mondiale, frequentando i bordelli europei ed associandolo ad uno sconveniente “strumento di lavoro”. Evidentemente ancora oggi la pensano così , ed a riprova di ciò ne è lo stupore con cui diedero la notizia che la principessa Diana aveva acquistato, a New York, un appartamento con “ben 5 bidet”.

Un po' diversa è la situazione in Sud-America e in Asia. Infatti il bidet è ben presente in Brasile e Argentina, mentre in Giappone si sono attrezzati diversamente. Infatti nel paese del Sol Levante è molto diffuso il “washlet”, una sorta di combinazione tra wc e bidet che si trova collocato anche nei bagni pubblici. In Africa praticamente zero assoluto. Presente invece in alcuni paesi medio-orientali come il Dubai.

In ogni caso il progresso non si ferma nemmeno per il bidet (e per chi intenda usarlo). Pare , infatti, che proprio una ditta italiana abbia messo sul mercato un combinato tazza-wc -bidet con getti d'acqua graduabili per uomo e donna. Come si vede le idee non mancano. Quello che manca , forse, è una cultura uniforme dell'igiene e della pulizia (soprattutto quella di se stessi).

L'ETERNO CONFRONTO TRA SCIENZA E FEDE

Anche se in questo particolare momento la scienza è senz'altro messa a dura prova da un virus che tante morti sta causando in tutto il mondo, sappiamo che prima o poi saprà dare una risposta risolutiva . Infatti oggi dal punto di vista della conoscenza siamo privilegiati. Ricercatori e scienziati di tutto il mondo svolgono la loro opera mettendo in compartecipazione ogni più piccola scoperta, creando così un enorme laboratorio in continuo fermento capace di partorire continue novità quasi da subito poste alla portata di tutti.

Di conseguenza ormai ci viene naturale porci scopi mirati ( come un vaccino specifico), programmare esigenze, chiederci sempre il come e il perchè di ogni cosa.

La risposta ad ogni nostro interrogativo viene sempre più affidata alla ricerca scientifica , che ci dice che tutti i risultati che adesso è difficile ottenere , prima o poi sarà possibile ricavarli tramite uno studio scientifico sempre più approfondito.

Questione di tempo e di risorse, in definitiva.

Questo modo di vedere non può che scontrarsi con la visione fideistica del mondo che si affida a “verità rivelate” e a “dogmi “ intoccabili.

Per la verità parlare di “eterno confronto tra scienza e fede” non è esatto, perchè esso ha avuto un inizio perfettamente individuabile.

Per secoli il concetto di scienza così come lo intendiamo oggi, cioè di ricerca organizzata e diffusa, non è esistito completamente.

Qualunque cosa, senza eccezioni, nel nostro mondo cristiano, è stato per molto tempo totalmente e senza discussioni affidato alla verità biblica (inerranza).

Nessuno pensava minimamente a mettere in dubbio le parole della Chiesa e dei Papi.

Tutto quello che da loro proveniva era dato come del tutto assodato e indiscutibile.

Questo ,si diceva, per secoli.

Perfino il potere temporale dovette cercare l'approvazione ecclesiastica senza la quale poteva incorrere nella scomunica (cosa gravissima, soprattutto in quei tempi).

E lo fece spesso con sistemi che nulla avevano di religioso, essendo disposto a intrighi e sotterfugi, pur di poter contare su un potere pontificio “compiacente”.

Ovviamente era naturale che ci si comportasse secondo le convinzioni del tempo.

Non che i Papi avessero sempre vita facile.

Guardando nel passato, possiamo vedere che esistettero papi e antipapi, che una quindicina di pontefici vennero deposti, che altrettanti vennero imprigionati o uccisi, che quasi una decina furono privati dei loro poteri e che ,per soprammercato, nella Chiesa ci furono la bellezza di 6 scismi.

E naturalmente chiunque avesse osato mettere a repentaglio la dottrina e la certezza papale costituiva un serio pericolo per la Chiesa, incorrendo nel terribile peccato di “eresia”, per combattere il quale era lecito infliggere atroci punizioni, e anche la morte, ed addirittura intraprendere vere e proprie guerre.

Il dissidio tra scienza e fede, quindi, si può situare al momento in cui nuovi pensatori, che altro non erano che studiosi osservatori della natura, cominciarono a spiegare la stessa ricorrendo al concetto di “causa ed effetto”.

Alla base di queste nuove osservazioni essendoci la matematica e l'astronomia, si giunse a dare dell' Universo una lettura ben diversa da quella fornita dalle Sacre Scritture.

Copernico e Galilei , con la loro teoria “eliocentrica”, tolsero la Terra dal centro del Cosmo, e di conseguenza anche l'uomo perse buona parte dell'importanza che la dottrina cattolica gli aveva assegnato.

Il Vaticano combattè ferocemente queste nuove idee che ne mettevano in crisi la sua stessa autorità, riconoscendo con notevole ritardo molte cose che nel frattempo erano risultate chiare a tutti, ma nel XIX secolo dovette nuovamente subire un potente attacco .

Charles Darwin, nei suoi fondamentali libri “L'Origine della specie” e “L'origine dell'uomo”, col suo concetto di “selezione naturale” demolì la concezione di uomo creato a somiglianza di Dio, per condividere, insieme alle scimmie, i propri progenitori.

La Chiesa, in qualche modo, cominciò a cambiare atteggiamento nel XX secolo, quando finalmente papa Pio XII affermò che il Big Bang era compatibile con il dogma della creazione.

All'incirca da allora una discussione proficua tra scienza e fede è stata possibile.

Nel 1936 è stata riformata la Pontificia Accademia (creata nel 1603), che fra i suoi membri (limitati a 80) ha annoverato ed annovera i più insigni matematici e astrofisici del mondo, spesso vincitori di premi Nobel.

Tra loro vi sono stati nomi altisonanti come Guglielmo Marconi, Rita-Levi Montalcini, Stephen Hawking. E molti di loro erano dichiaratamente atei.

Non molto tempo fa sarebbe stata inconcepibile l'affermazione di Papa Francesco che, nel 2014, sostenne che il Big Bang non solo non contraddice l'intervento divino, ma addirittura lo esige.

In pratica la Chiesa accetta le conclusioni scientifiche riservandosi, semmai, di interpretarle secondo i propri insegnamenti e cercando quell'armonia indispensabile alla convivenza .

Del resto anche la scienza, come è naturale, ha i suoi problemi, rinnovandosi continuamente alla luce delle nuove e continue acquisizioni .

Sembra ieri quando Albert Einstein, abituato a domande precise e risposte certe, criticava la moderna teoria dei quanti (basata su concetti probabilistici) con la famosa frase “Dio non gioca a dadi”.

 

Ante scriptum:

In questi giorni in cui la crisi per il pericolo del contagio da coronavirus mette a repentaglio la socialità così come siamo abituati a viverla, come anche l'economia che ci sorregge, e prefigura una qualche forma di solitudine casalinga con cui penso saremo destinati a convivere per qualche tempo, mi sono posto il problema se fosse il caso di continuare a scrivere la mia solita pagina settimanale di “Cenni storici”, e sono stato sul punto di sospenderla.

E' intervenuta successivamente , però, la riflessione che proprio in questi momenti in cui siamo, volenti o nolenti, costretti a passare più tempo in casa con le nostre famiglie (e questo ci voleva probabilmente anche senza virus), può darsi che qualcuno sia disposto a cogliere l'invito a dedicare più tempo alla lettura, ed allora anche queste poche righe potrebbero offrire qualche minuto di svago e di evasione .Perciò ho deciso di continuare a porgervi ancora queste mie “briciole” periodiche.

Cosa che faccio con enorme piacere e, vi assicuro, senza alcuna presunzione.

 

La Caliga

All'interno delle molteplici occasioni che ci offre la moda , quella che oggi viene chiamata “fashion”, ci si può sbizzarrire nella scelta degli abbigliamenti più adatti alle varie occasioni, e sicuramente ognuno dei vari capi che possiamo scegliere ha una sua enorme vetrina offerta ad un pubblico mai contento e sempre assetato di novità.

Ognuno di questi ha naturalmente un suo scopo , servendo di volta in volta per coprire o per mostrare, per diletto o per lavoro, per indicare appartenenza o censo.

Ma tutti, all'inizio, servirono solo ad una cosa, e cioè alla necessità di vestire e alla utilità pratica e immediata.

Pensate un pò alle scarpe. Adesso ci viene naturale indossarle giornalmente, tanto che fanno parte di una routine a cui non badiamo più di tanto. L'unica cosa a cui teniamo è che siano utili per ciò che intendiamo fare. E quindi saranno calzature sportive , col tacco alto o col tacco basso, sandali o infradito, ecc...

Le donne , poi, amano quelle con tacchi a spillo (legati alla seduzione), o con fibbie, borchie e lacci (sinonimo di trasgressione), o bianche (segno di purezza), e così via.

La scarpa , come è logico, è strettamente legata, da sempre, al movimento, il che comporta in un certo senso il superamento della staticità, e conferisce, quindi, una specie di “potere magico”a chi le indossa.

Sin dall'inizio è stato così. L'uomo ha da subito sentito l'impellenza di potere muoversi, correre,saltare. E questo per inseguire le prede che altrimenti non era possibile raggiungere, scalare le montagne ripide, fare presa sul terreno per lottare, percorrere lunghe distanze in ambienti diversi e spesso inospitali.

Alle calzature sono state attribuite particolari proprietà , basti ricordare quelle alate del dio Hermes (Mercurio per i latini) che gli permettevano di scendere nell'Ade, ma anche , in tempi più recenti, storie come quella del “Gatto con gli stivali”.

Sappiamo perfettamente come , al tempi dei romani, interi eserciti percorrevano a piedi enormi distanze per andare a coprirsi di gloria lontano dalle mura patrie. Come avrebbero potuto farlo senza contare su calzature resistenti , comode e facilmente rinnovabili?

Durante la repubblica e l'impero, i Romani facevano uso di calzature chiamate “calighe”, forse col significato di “strisce di cuoio legate”, che costituivano una caratteristica militare per tutti i legionari, centurioni compresi. In realtà erano una specie di sandali, il cui tipo leggero veniva indossato tra le mura domestiche, per tramutarsi all'occorrenza in veri e propri stivali da marcia, con suole robuste e strisce di cuoio tenute da appositi chiodi, adatti a qualsiasi tipo di terreno e che evitavano di produrre vesciche o ferite , con apposite aperture (spesso davanti erano aperte,) per combattere malattie dei piedi come le micosi. In definitiva giungevano a essere dei veri e propri scarponcini legati alla caviglia. I Romani non conoscevano l'uso delle calze, che eventualmente rimpiazzavano con appositi bendaggi. L'imperatore Caligola ebbe questo soprannome per le caligule (piccole calighe) che era solito portare sin da bambino. Da grande vi aggiunse, naturalmente, delle pietre preziose.

La caliga non si riparava. Quando era il caso la si sostituiva.

Nell'antica Roma solo i benestanti usavano i sandali, mentre non averli voleva dire essere servitori.

Le scarpe più diffuse tra gli antichi romani erano senz'altro, appunto, i sandali, ma naturalmente vi erano anche calzari adatti a particolari lavori, come quelli nei campi o relativi a determinati incarichi. Cicerone,nelle sue Filippiche, per comunicare che Asinio era stato nominato senatore disse semplicemente che “aveva cambiato scarpe” (mutavit calecos).

Numerosi e particolari sono da sempre stati inoltre i significati legati alle calzature.

Freud dà al piede la simbologia del pene, mentre alla scarpa quella della femminilità.

Per alcuni popoli primitivi la scarpa era addirittura la sede dell'anima. Non per niente ancora oggi col dire “fare le scarpe a qualcuno”, si intende lo scavalcare o prevaricare un altro, sottometterlo, renderlo impotente.

Battere una scarpa su di un campo voleva dire ribadirne la proprietà, mentre togliersi le scarpe entrando in casa altrui significava rispetto e la mancanza di rivendicazione su quegli spazi.

Spesso si dava (usanza ebraica) al futuro genero una scarpa della figlia come promessa di matrimonio, o ancora si consegnavano le proprie scarpe come impegno a pagare i propri debiti. Tanto venivano tenute in considerazione le calzature, trattate come bene prezioso.

In ogni caso le calighe sono passate alla storia come la calzatura tipica militare, perfettamente conosciuta in quanto riportata fedelmente da numerose statue dell'epoca. I soldati erano chiamati anche “caligati milites”, mentre erano particolari le calighe, ad esempio, dei cosiddetti “speculatores”, specie di esploratori e spie che avevano la necessità di muoversi in assoluto silenzio , e quelle “equestris”, pensate per i reparti a cavallo. Naturalmente vi erano anche le “calighe muliebres”, per il delicato piede femminile. In genere i Romani , operando prevalentemente in zone mediterranee, non avevano il problema del freddo, e dopotutto dobbiamo ricordare che d'inverno ,per evitare sentieri resi difficile da piogge o fiumi da attraversare, le operazioni militari venivano sospese. Le guerre si cominciavano a marzo (mese dedicato al dio Marte), e si interrompevano dopo l'estate.

Chissà quali altre mirabolanti imprese avrebbero potuto compiere, con le loro capacità, se solo avessero potuto disporre di calzature moderne...

GHIOTTONERIE DELL'ANTICA ROMA

Al giorno d'oggi siamo molto selettivi per quanto concerne il cibo. Stiamo attenti non solo a quello che consumiamo, ma a come vengono presentate le pietanze in ossequio al detto che dice che si comincia a mangiare con gli occhi, e prima di decidere dove andare a cena ci pensiamo attentamente. Ogni regione ha le sue specialità e gli ingredienti hanno assunto una importanza fondamentale. La televisione poi, ci bombarda continuamente su come preparare e presentare le più disparate pietanze. L'essere chef comporta una preparazione ed una cultura che non ha nulla da invidiare a molte altre discipline.

Indubbiamente ne abbiamo fatta di strada. Pensate un po' che gli antichi romani andavano famosi per la loro frugalità, basando i loro pasti su ciò che era semplice da preparare e con ciò che era semplice da trovare.

Fu a causa dei loro commerci e dei loro contatti , spesso dovuti alle continue campagne militari, che cominciarono ad andare alla ricerca di sapori più evoluti.

Bisogna risalire al II se. a.C. perchè il pane iniziasse a sostituire le polente (di miglio o di orzo), anche cotte nel latte, e quelle di farro (più nutriente), che si accompagnavano a verdure, frutta e formaggio . Raramente la carne era presente. Lo stesso Seneca attribuiva la decadenza dei costumi alla perdita dell'antica frugalità ( veterum parsimonia) . L'alimentazione era basata soprattutto sui vegetali, come in uso tra i vicini etruschi, mentre lo stesso pane era di tre qualità, quello “candidus”

fatto di farina bianca e fine, quello “secundarius”, con farina miscelata, e per ultimo quello “plebeius”, essenzialmente integrale. L'uso della vite e dell'ulivo i romani lo appresero dai Greci in età ellenistica.

Si può correttamente affermare che solo all'epoca di Augusto l'incontro con i popoli orientali cominciò a sviluppare una vera e propria cultura del sapore, favorita dall'uso di spezie e profumi, facendo perdere al cibo la caratteristica di puro sostentamento,e favorendo l'arrivo a Roma di “tutto quanto la terra produce di bello e di buono”.

La società romana consumava tre pasti al giorno, lo jentaculum, la cena e la vesperna (in seguito sostituita dal prandium). Conserviamo ancora le prescrizioni mediche che consigliavano a gente come Plinio il Vecchio o Marziale, di consumare tre pasti molto frugali, con pane e formaggio , carne fredda e verdura, senza nemmeno apparecchiare (sine mensa) né lavarsi le mani. Quest'ultima notazione in quanto, non essendovi ancora a quei tempi l'uso delle posate, occorreva, durante i banchetti, lavarsi spesso le dita unte.

Due ricette meritano di essere nominate in quanto molto popolari durante le giornate gastronomiche dei romani : il Silfio ed il Garum.

Il primo , perfettamente descritto da Plinio il Vecchio che lo chiama laserpizio, rivestì per diverso tempo una enorme importanza in cucina ed anche in medicina, tanto da essere quotato quanto l'argento.

Il Silfio era una pianta proveniente dalla Cirenaica e di difficile coltivazione, essenzialmente una specie di finocchio gigante,e costituì la principale risorsa economica di Cirene, che ne stampò l'immagine anche sulle sue monete. Si diceva fosse un dono del dio Apollo ai popoli del Mediterraneo.

Dalla pianta veniva ricavata, dopo essiccazione , una polvere che, usata in cucina, dava alle pietanze un sapore molto forte simile a quello dell'aglio.

In medicina, inoltre, era come una panacea per una quantità di mali diversi, Era usata come contraccettivo, provocava le mestruazioni, preveniva la flatulenza, curava il veleno di frecce e serpenti ed addirittura favoriva la ricrescita dei capelli. E tutto ciò ne giustificava l'altissimo prezzo.

Il Silfio si estinse per la troppa golosità e avidità dei romani perchè usato in modo intensivo come erba da pascolo per il bestiame (in quanto sembra conferisse alle carni un particolare sapore) tanto che non fu più possibile continuarne la produzione.

Il Garum, invece, era una specie di salsa liquida a base di pesce sotto sale con cui i ricchi erano soliti insaporire praticamente tutti i cibi. Bisogna ricordare che i poveri non tornavano a casa per pranzare e si sfamavano in modo semplice presso le varie “tabernae”. Il Garum , di cui esistevano diverse qualità a seconda del tipo di pesce o di interiora adoperato, nonché del periodo di conservazione, veniva poi arricchito con aceto, spezie o altro ancora, finendo per rassomigliare alla nostra pasta d'acciughe, ma molto più aromatica. Era una ghiottoneria adatta agli antipasti e, soprattutto nella versione economica (quella da garum di interiora), facilmente accessibile anche alla plebe che la spalmava sul pane consumandone anche un chilo al giorno.

I poveri, nell'antica Roma, abitavano in piccole stanzette sprovviste di cucina (che era unica e posta nell'atrio comune) in edifici alti fino a otto piani, insulae, e mangiavano seduti su panche attorno a un tavolo.

I Ricchi, che erano i soli a godere di case monofamiliari, e che si calcola fossero solo circa 2000 su un milione, in pratica la classe patrizia, banchettavano comodamente sdraiati sui triclini (divani originariamente destinati a tre persone e che erano segno di distinzione per chi poteva permetterseli) e le pietanze e il vino (spesso miscelato con miele o con acqua) venivano offerti agli ospiti in maniera scenografica , anche con fiori e giochi d'acqua, per ostentare l'opulenza del padrone di casa, e si lavavano spesso le mani asciugandole con tovaglioli che venivano portati via al termine della cena, con quanto avanzato. La tovaglia entrò in uso sotto Domiziano.

Il pranzo veniva suddiviso tra antipasti , “gustatio” , e i piatti forti, “secundae mensae”!

Non si conosceva l'uso della forchetta, ma ai commensali veniva fornito un coltello particolare, in sostanza una specie di stuzzicadenti con un estremità a forma di manina e con l'altra adatta a pulirsi le orecchie.

Tanta era l'importanza data a quei tempi alle riunioni conviviali (spesso rivelatrici dello stato sociale dell'ospite) che alcune sono addirittura passate alla storia.

Famosi i banchetti di Nerone, che spendeva cifre folli già solo per gli addobbi, e quelli di Trimalcione, che non terminavano mai prima dell'alba. La frequenza di questo tipo di alimentazione troppo elaborata portava a numerosi casi di obesità, gotta e calcolosi, cosa stigmatizzata da gente come il poeta Orazio.

La carne più usata era quella suina, quasi mai quella bovina in quanto i buoi servivano per il lavoro nei campi.

Probabilmente il più famoso ghiottone di tutti i tempi, però, fu Marco Gavio Apicio, ricordato come “il grande scialacquatore”.

Sembra che riuscì a dilapidare in banchetti una enorme fortuna, e che arrivasse a nutrire le murene con la carne degli schiavi.

Su di lui sono stati tramandati molti aneddoti (sia da Seneca che da Plinio). Fra le cose che offriva a i suoi ospiti non mancavano il pappagallo arrosto , l'utero di scrofa ripieno o i ghiri farciti.

Sembra che abbia inventato una sorte di fois gras che otteneva ingozzando le oche con fichi (da cui il nome ficatum, da cui fegato).

Pare che usasse cuocere la carne prima nell'acqua, poi nel latte e quindi nell'olio e in salse speziate.

Ridotto in miseria, alla fine si suicidò.

In ogni caso si cercava di stupire gli ospiti mimetizzando i cibi. Un cuoco di allora batterebbe facilmente la fantasia di uno qualunque dei nostri chef pentastellati; figuratevi che

Petronio parla di uccelli fatti con carne di porco, cinghiali pieni di tordi vivi, pietanze a base di lingua di fenicotteri, mammelle e vulva di scrofa, lepri allevate nei leporaria, carne di asinello e così via.

Quanta strada per arrivare a gustare, indipendentemente dal censo, una buona pizza!

L'INVINCIBILE ARMATA

Nel XVI sec. La Spagna era senza dubbio la più grande potenza mondiale.

L'impero di Carlo V era enorme. Partiva dalla Castiglia e arrivava sino alle colonie americane, passando per i Paesi Bassi,Napoli e le Filippine. Un impero così vasto che giustificava appieno la frase, attribuita allo stesso Carlo V, “ sulle mie terre non tramonta mai il Sole”.

La Storia ci insegna , però, che quando un impero diventa troppo grande, aumentano eccessivamente le difficoltà per mantenerlo unito. Così è sempre successo , da Diocleziano a Gengis Khan. In qualche modo, quindi, c'era da aspettarsi che la storia, in qualche modo, si ripetesse.

Nel 1556, infatti, Carlo V divise in due il suo regno, cedendone metà a suo figlio Filippo II d'Asburgo e metà al fratello Ferdinando I.

Filippo , in pratica, non ebbe il tempo mai di muoversi dalla sua reggia (l'Escorial) , magnifico palazzo alla periferia di Madrid, per occuparsi degli affari di terre tanto diverse e tanto lontane tra loro (si pensi che un messaggio o una ordinanza reale impiegava circa un anno per giungere alle Filippine). Ogni terra assoggettata aveva le sue esigenze e molte erano le richieste di autonomia.

Spesso Filippo per imporre la sua volontà su paesi abituati a governarsi da soli con proprie leggi, dovette fare ricorso all'Inquisizione che, al contrario, aveva dappertutto la stessa autorità .

Molti storici sostengono che le attuali richieste di indipendenza catalane risalgano proprio a quei tempi. La difficoltà di mantenere l'ordine e e il potere su territori così estesi non poteva non riflettersi anche in campo economico. I contrasti interni ed esterni (essenzialmente con Francia e Inghilterra) costituivano una continua emorragia di denaro che costrinse Filippo a dichiarare fallimento per ben tre volte.

I traffici trans-oceanici erano una fondamentale risorsa finanziaria di cui la Spagna aveva assoluta necessità, e l'unica forza capace di contrastare la superiorità del galeoni spagnoli era l'Inghilterra di Elisabetta I. Per limitare lo strapotere delle formidabili navi iberiche, pesantemente armate, si ricorse addirittura all'arma della pirateria. Agendo con una vera e propria autorizzazione (lettera di Corsa), i Corsari inglesi e olandesi, oltre ad assalire i convogli in viaggio giungevano a fare numerose scorrerie nelle città costiere delle colonie spagnole ,e costituirono una vera spina nel fianco di Filippo, che trovava sempre più difficile riscuotere ulteriori tasse e balzelli da territori all'apparenza “più comodi”.

Divenne necessario intervenire. Contando anche sull'appoggio del Papa Sisto V, il che diede all'impresa un carattere di crociata, essendo gli inglesi protestanti, decise quindi di allestire una gigantesca flotta -ben 130 navi capaci di trasportare un esercito di 25000 uomini- con l'intento di invadere le isole britanniche.

La fama della marineria spagnola risplendeva ancora del successo a cui aveva contribuito , insieme ai Veneziani, nella battaglia vittoriosa di Lepanto nel 1571, contro i turchi.

Il nome di “Invincibile armata”, decisamente improprio visti i risultati, non era comunque quello con cui fu chiamata inizialmente (Grande y Felicisima Armada), ma fu quello con cui, forse con un po' di ironia, è passato alla storia.

L'operazione nasceva sotto la benedizione divina, ma in breve si tramutò in una delle più pesanti sconfitte della storia.

Le navi partirono da Lisbona il 20 maggio del 1588, ma sin dall'inizio terribili tempeste le costrinsero a fermate fuori programma.

All'avvicinarsi delle coste britanniche le navi inglesi cannoneggiarono da lontano, causando danni e non permettendo abbordaggi, e facendo uso di micidiali battelli incendiari (brulotti). La flotta inglese si serviva inoltre delle superiori capacità di ammiragli come Drake e Hawkins.

I Galeoni spagnoli erano pesanti e poco manovrabili, progettati per sparare un'unica bordata e procedere all'arrembaggio, mentre quelli inglesi erano decisamente più agili e armati con cannoni a lunga gittata.

Ulteriori tempeste costrinsero l'Armata ad allontanarsi dalle coste olandesi (dove non poterono imbarcare l'esercito fiammingo che le aspettava) perdendo la possibilità di indispensabili rifornimenti, e a percorrere una rotta di circumnavigazione completa di tutte le isole britanniche, per fare ritorno in territorio spagnolo. Nemmeno la metà delle navi partite con tanta prosopopea riuscì a tornare in patria.

Il fallimento eclatante della missione di invasione, progettata con eccessiva superficialità e facendo troppo affidamento sull'aiuto divino, ebbe importanti conseguenze, facendo perdere alla Spagna il predominio delle rotte oceaniche

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