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mgiacomantoniodi Michele Giacomantonio

Salina conquista l’autonomia amministrativa

 

La specificità di Salina

Santa Marina Salina

Diversa ancora era la situazione di Salina[1] che merita una analisi specifica. Alla fine degli anni 50 del XIX secolo – osservano Saija e Cervellera -, la comunità salinara è economicamente ben strutturata ed in forte espansione. Si annotano più di 4,500 abitanti e in notevole incremento appaino matrimoni e battesimi. La costruzione di nuove case procura occasioni di lavoro, ma l’attività che più di ogni altra  assorbe manodopera è la cura dei vigneti, attirando operai agricoli specializzati e braccianti dalla Sicilia e dalla Calabria, molti dei quali trovano, poi, stabile dimora sull’isola, ed “impiego nelle marine attività”[2]. Agricoltura, produzione di vino e malvasia, costruzione di navigli, e commerci questi sono gli ingredienti dello sviluppo di quest’isola. Così le case sparse, che erano ancora la sua caratteristica all’inizio del secolo già nel 1854, in conseguenza proprio dell’incremento degli scambi e dei commerci e della rivalutazione del prezzo del vino, lasciarono il posto, come annota Luigi Salvatore, ad una forte espansione edilizia segno di una nuova agiatezza della popolazione[3].Continuano ad essere carenti le strade di comunicazione interne ed i collegamenti fra le frazioni dell’isola sono esclusivamente marittime.

Molti terreni di Salina, la maggior parte degli incolti produttivi appartavano alla mensa vescovile ed erano concessi in enfiteusi o comunque in affitto. Ma all’inizio dell’800 sembra che questa pratica cada in disuso ed i discendenti degli originari concessionari espandono – soprattutto sotto la spinta dei guadagni provenienti dalle culture vinicole – i propri possedimenti e cominciano a disboscare i terreni incolti senza chiedere autorizzazioni. Il vescovo Tasca, pur nel breve periodo in cui governò la diocesi, protestò presso il governo borbonico e questo nel 1827 ordinò il sequestro dei prodotti  dei terreni illegittimamente disboscati, il divieto di ulteriori coltivazioni e il rimboschimento dei terreni usurpati. Ma l’applicazione del provvedimento incontra forti ostacoli per cui si instaura un braccio di ferro fra civica amministrazione e vescovato. Sembra che si arrivi ad una composizione nel 1838 col vescovo Portelli ma le tensioni si riaprono con i vescovi Proto e Attanasio.

Nella seconda metà dell'80 si avvia un disboscamento per fare spazio all'agricoltura.

L'obiettivo dell'autonomia

Ora i borghesi di Salina non rivendicano più solo il possesso delle terre ma anche l’autonomia amministrativa da Lipari. Viene sottoscritta una petizione, discussa nel decurionato liparese  nella primavera del 1855, con cui, sottolineando la sordità dei pubblici amministratori dinnanzi alle cresciute esigenze di Lipari per via dell’impetuoso sviluppo, chiedono all’Intendenza provinciale di promuovere l’erezione in un unico Comune autonomo delle isole di Salina, Filicudi ed Alicudi. Il parere è sfavorevole e continuò ad esserlo anche nel 1858 e nel 1859 alle ripetetute reiterazioni della petizioni. Nel 1860 il giudizio negativo viene motivato “per le misere condizioni in cui in atto trovansi le diverse isole che vorrebbero riunirsi in Comune, mancando affatto di personale, di mezzi, di quella esistenza morale che desiderano[4].

Le cose cambiano con l’unificazione del Regno a cominciare dalla legittimazione dei terreni usurpati e circa il rifiuto di pagare le decime gravanti sui territori di Salina per via delle vecchie concessioni, alla luce dei decreti del prodittatore Modini dell’ottobre 1860 che abolisce le decime sacramentali e converte in canone quelle dominicali[5]. Comunque il decreto non sana il conflitto perché il rifiuto non può essere unilaterale ma, il suo fondamento, va accertato giudizialmente. Il vescovo Ideo avanza opposizione richiedendo alla commissione provinciale la conversione in canone dei censi sulla base dei titoli che presenta. Ma l’accertamento giudiziale è difficile e la questione va avanti stancamente mentre gli eoliani decidono di chiudere le porte dei magazzini agli agenti vescovili.

Il notaio Domenico Giuffré primo sindaco del Comune di Salina.

A questo punto, su iniziativa di alcuni giovani salinari capeggiati da Domenico Giuffré che studiava a Napoli giurisprudenza, ripropongono la richiesta di autonomia amministrativa ma questa volta la avanzano per la sola isola di Salina innestandola sulla base della polemica relativa alla spese per opere pubbliche in relazione ai carichi fiscali. I salinari reclamano che l’amministrazione di Lipari non ha alcuna sensibilità per il problema delle scuole e per le opere di difesa dell’abitato della loro isola. Comunque il 4 luglio 1863 il consiglio comunale respinge la richiesta di autonomia . I salinari però non si arrendono e malgrado il voto contrario, inoltrano ugualmente la richiesta al Prefetto e quindi al Consiglio provinciale di Messina che la esamina nella seduta del 17 novembre.

Contro la richiesta parla il liparese Natoli che sostiene l’assoluta incapacità degli isolani di amministrarsi convenientemente proponendo una mediazione. Salina continui a dipendere la Lipari ma il Sindaco nomini un assessore delegato che risieda a Salina[6].

Il prefetto si schiera per l'autonomia

A favore dell’autonomia di Salina parlò invece il prefetto Vittorio Zoppi che rimproverò Lipari di non avere mai fatto nulla per le isole ma di non curare nemmeno adeguatamente le esigenze dell’isola maggiore. Infatti si è finora disinteressata dell’istruzione pubblica e non ha aggiornato le liste elettorali dimenticandosi addirittura di rinnovare il Consiglio Comunale. Quanto alla incapacità dei salinari di amministrarsi, se è problema di censo perché sarebbero pochi quelli che pagano le 15 lire richieste si può osservare che essendo gli abitanti  del comune di circa 4 mila il censo richiesto è inferiore, inoltre la nuova legge stabilisce che in casi particolari si può far parte del collegio elettorale anche con un censo più basso. Infine non si può dire che uno non è capace di amministrarsi se non è messo alla prova e potrebbe anche darsi che inizialmente si commettano degli errori ma bisogna puntare sulla capacità di autocorreggersi e nel giudizio della pubblica opinione[7].

L’intervento del prefetto è determinante e il consiglio vota favorevolmente col solo voto contrario di Natoli. La delibera viene trasmessa al governo e questo il 3 febbraio del 1867 firma il decreto di fondazione del comune delegando la borgata di Santa Marina Salina a svolgere le funzioni capoluogo[8].

Il nuovo comune nasce nel pieno dell’espansione economica e demografica . Ed anche se ci sono contrasti fra Santa Marina e Malfa sulla nomina del sindaco e la localizzazione del municipio i passi in avanti si vedono immediatamente. I progressi si riscontrano soprattutto nel campo delle scuole, quindi arrivano due uffici postali, il telegrafo, la stazione dei reali carabinieri, il magazzino vendita tabacchi con rivendite in tutte le frazioni, la delegazione di porto viene elevata al grado di ufficio dipendente  e comincia ad assolvere i compiti di controllo e di regolamentazione delle attività della locale gente di mare.

Se si vuole valutare comparativamente lo sviluppo della marineria commerciale nelle tre isole maggiori – Lipari, Salina e Stromboli – si può notare che nel rapporto stazza-numero dei velieri, la flotta di Salina appare complessivamente equivalente a quella di Lipari[9].

Malfa aspira ad essere il capoluogo dell'isola e del Comune

Una volta ottenuta l’autonomia amministrativa alla conflittualità tra Salina e Lipari si sostituisce quella fra S. Marina da un lato che è il capoluogo designato dal decreto e Malfa e Leni dall’altra che vorrebbero spostare a Malfa la sede municipale. Ed approfittando del fatto che in Consiglio comunale le due frazioni hanno 12 consiglieri contro gli otto di Salina dopo qualche anno che si era raggiunta l’autonomia viene votata una delibera che formalizza questa scelta. Ma il Consiglio provinciale, come organo tutorio, cassa la deliberazione[10].

Comunque le tensioni non spariranno e nel 1909, come vedremo, Santa Marina, Malfa e Leni diventeranno tre comuni autonomi.



[1]              Quando non diversamente specificato nella stesura di questo capitolo abbiamo fatto riferimento continuo al lavoro di M.Saija e A. Cervellera, Mercanti di mare, op. cit., ed in particolare al II capitolo.

[2]              M. Saija e A. Cervellera, op.cit., pag. 89.

[3]              Le isole Lipari, vol.VIII, a cura di Pino Paino, Lipari 1986, pag. 42.

[4]              Atti del Consiglio provinciale di Messina, sessione ordinaria del 1863, Messina 1864,pp.95-96 ed allegati, in M.Saija, A.Cervellera, op. cit., pp 89-91.

[5]              La decima dominicale è il canone per la cessione di immobili ecclesiastici (ancora esiste). Invece le decime sacramentali erano oneri reali, cioè tributi obbligatori nei confronti degli enti ecclesiastici, proporzionali ai frutti di un fondo (di solito la decima parte).

[6]              Verbale della seduta del Consiglio Provinciale di Messina del 17 novembre 1863 in Atti del consiglio provinciale di Messina…, op.cit., pp 97-99.

[7]              Idem.

[8]              Regio Decreto n.3533 del 7 febbraio 1867. L’art. 1 parla dell’erezione di Salina a comune con capoluogo Santa Marina, l’art 2 recita “Fino alla Costituzione del Consiglio Comunale di Salina, cui si provvederà dal Prefetto della Provincia a norma di legge, l’amministrazione dell’isola predetta continuerà ad essere affidata all’attuale Consiglio Comunale di Lipari che ne curerà gli interessi, senza però vincolare in alcun modo l’azione della futura rappresentanza del novello Comune”:

[9]              M.Saija e A. Cervellera, op. cit., pag. 96.

[10]             M.Saija e A. Cervellera, op. cit. n. 22 pag. 160.

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Le Eolie dell'800

 

La polarizzazione sociale di Lipari

A metà dell'800 l'agricoltura è ancora una delle principali riosrse per l'economia.

La situazione sociale, culturale e morale nelle Eolie nella seconda metà dell’800 continuava ad essere decisamente deprimente. L’indigenza e l’analfabetismo colpivano la maggioranza della popolazione, servizi collettivi ed igiene pubblica lasciano fortemente a desiderare e questo anche se, confrontata con il resto della Sicilia, l’economia eoliana  appariva abbastanza prospera. I capisaldi dell’economia erano rappresentati ancora dall’agricoltura, e questa sopra tutti gli altri, malgrado i danni che aveva provocato il male della crittogama della vite; dall’attività di cava e ancora dai traffici marittimi, anche se già nella prima metà del secolo, per via dell’avvento della navigazione a vapore, aveva inizio la crisi della marineria eoliana[1]. Comunque il  livello qualitativo e quantitativo di questa si mantenne elevato almeno sino alla metà dell’800 quando i “padroni di barca” ed i “capitani marittimi” risultavano circa 300. Poi andò calando e nel 1892 erano solo 102.[2]

Anche i traffici marittimi rimangono importanti.

Assai noti fra i padroni, i capitani di barche e gli armatori furono – in questo scorcio di secolo – a Lipari don Giuseppe Spanò, don Bartolo Picone, don Giuseppe Liello, don Nunzio Liello, don Rosario Rodriquez, don Felice Paino, don Francesco Di Stefano col figlio don Giuseppe,, don Giuseppe Bonica, don Francesco La Cava, don Antonino Arena, don Antonio e don Emanuele Saltalamacchia, don Giuseppe Virgona, don Giuseppe Iacono. A Salina don Domenico Giuffré col figlio Domenico, don Gaetano Barca, don Giuseppe Giuffré, don Domenico Re, i fratelli Felice e Giovanni Lauricella, don Onofrio Virgona, don Onofrio Paino. A Stromboli don Giuseppe Di Mattina, don Giuseppe Cincotta, don Vincenzo Criscillo. Fra tanti uomini c’era anche una donna, Marianna Manfré detta Chiaropa, moglie di don Bartolomeo Famularo e madre di cinque figli. Era una ricca e coraggiosa commerciante che spesso guidò personalmente le imbarcazioni con cui andava a fare approvvigionamenti in paesi anche lontani.[3]. Nelle chiese delle Eolie esistono ancora molti ex voto che raccontano delle bufere e delle tempeste incontrati nei viaggi ed ai quali erano scampati “per grazia ricevuta”.[4]

Uno degli ex voto per ringraziare la Madonna per lo scampato pericolo della tempesta in mare.

Questo trend positivo dell’economia – pur accompagnato da gravi squilibri sociali – aveva cominciato ad entrare in crisi a metà dell’800. Eppure, proprio in questi anni, si andava sempre più affermando nelle Eolie una classe borghese di buon livello: possidenti, coltivatori diretti, piccoli e medi imprenditori nel settore della pomice, padroni di velieri e manticane, uomini di commercio e professionisti. Comunque la situazione è differenziata da isola ad isola.

Intono al 1880 le Eolie contavano 18.400 abitanti di cui 12 mila residenti nella sola isola di Lipari e 7 nella città.  A conclusione di una sua visita pastorale in tutte le isole - svoltasi negli ultimi mesi del 1880 - mons. Natoli così parla degli insediamenti abitativi dell’arcipelago: “Solo Lipari può essere considerata città, sebbene sia piccola e poco popolosa. In tutta la Diocesi si contano venti villaggi, tra ai quali i più importanti sono Santa Marina, nell’isola di Salina, e San Vincenzo, a Stromboli. Degli altri villaggi pochi hanno più di mille abitanti, e questo numero va di tempo in tempo

assottigliandosi a causa della continua emigrazione”[

  

Due padroni  di barche di Salina. A sinistra Antonino Lo Schiavo e a destra Domenico Giuffré.

Dal punto di vista sociale la realtà di Lipari appariva fortemente polarizzata : un buon numero di ricchi e benestanti da una parte compreso un ceto emergente  di impiegati pubblici statali e parastatali e una considerevole massa di modesti lavoratori e di indigenti dall’altra compreso i coatti o gli ex coatti che ultimato il loro periodo di relegazione decidevano di rimanere nell’isola.

Se questa, in estrema sintesi era la realtà di Lipari,, la situazione di Alicudi doveva essere al limite della sopravvivenza. “La sua popolazione è di 599 abitanti in case sparse – scriveva Francesco Salino che la visitò verso il 1870- ; produce poco grano; pochi legumi e poco vino, e somministra al capoluogo la legna da ardere…per cui quella popolazione mena vita stentata, e per poco che il raccolto scarseggiasse andrebbe a pericolo di morire di fame,  se non fosse del Consiglio Provinciale e altri che vengono in suo soccorso[6].

Un piccolo "trappitu" di Alicudi per fare l'olio.

La condizione nelle isole minori

Nelle isole minori, dove a parte i pochi benestanti, regnava un più basso tono di vita – commenta Ugo Losacco -, i pasti consistevano generalmente in legumi, pesce conservato sotto sale e soprattutto verdura; la pasta compariva più di rado in tavola e così pure, in cesti posti, il pane di grano…D’estate gli abitanti di Alicudi e Filicudi vivevano in gran parte di frutta, di fichi, carrube e ancora più di fichi d’India…Di frutta e fichi d’India si nutrivano ovunque, quasi esclusivamente, vecchi, donne e bambini…D’inverno quando il vento e il mare si scatenavano, le barche rimanevano…in secco sulle spiaggette, e il nutrimento si riduceva allora a poche verdure ed erbe, consumate speso senza sale e nemmeno condite. Si poteva sussistere mangiando finocchio selvatico insieme a pane d’orzo, ma era anche possibile rimanere privi di tutto… e nelle sperdute casette delle isole più piccole e distanti si soffriva la fame. E di fame si poteva anche morire nelle Eolie, in questo scorcio del secolo passato: sette persone, infatti, erano morte di inedia in un solo inverno, pochi anni prima che l’arciduca Luigi Salvatore vi si recasse[7]”.

Ancora più miseranda la situazione di Vulcano e dei suoi abitanti. Tra il 1860 e il 1872 il ritmo produttivo delle officine Nunziante s’era andato sempre più allentando una volta morto il marchese. Vi erano i figli assistiti dal procuratore don Ambrogio Picone ma la spinta propulsiva degli inizi era venuta meno. Il geografo francese Elisée Réclus che la visitò nel 1872 approdò dalla parte di Gelso e subito vide “qua e là variopinti lembi di verzura, vigneti e oliveti, e come punti bianchi vi si distinguono tre o quattro casupole abitate da coloni che provengono da Lipari[8]. Lo scenario cambia quando tocca il Porto di Levante e si incammina, guidato forse dal Picone, verso il cratere. Qui “alcuni isolani, ormai assuefatti come le salamandre della favola a vivere tra le fiamme, vanno qua e là raccogliendo le stalattiti di aureo solfo ancora fumante, e le fini punte dell’acido borico candide come piume del cigno…Quantunque la superficie di Vulcano si estenda per cinquanta chilometri quadrati, non è stabilmente abitata che da sei o sette operai intenti a farvi raccolta di zolfo e di acido borico e a fabbricarvi l’allume. L’officina è un meschino tugurio che per colore si confonde colle roccie circostanti; gli operai veri trogloditi, succinti in sordide vesti alle quali la polvere della lava dona una tinta di ruggine, dimorano negli antri della montagna di Vulcanello. Tentarono di coltivare legumi nella convalle delle ceneri e delle scorie, ma invano; ogni fil d’erba vi si spegne, e fra i molti frutteti colà piantati non restano che due o tre ceppaie di fichi rattrappiti e morenti. Ogni settimane deesi aspettare da Lipari una scorta di vitto; se per malavventura il battello delle provvisioni mancasse ad un solo dei suoi viaggi, la piccola popolazione di Vulcano sarebbe condannata a perire di fame”

Gli operai dell’officina erano, lo ricordiamo, coatti della colonia di Lipari. Il primo luglio del 1873 gli eredi di Nunziante vendettero tenute e strutture allo scozzese James Stevenson, proprietario di fabbriche chimiche, che decide di raccogliere e lavorare acido borico, sale ammonico e zolfo; abbonda l’allume che non rende. Si lavora dentro il cratere, nel fabbricato che è stato ristrutturato e si sono impiantati due mulini per macinare il minerale. Il prodotto viene spedito in Inghilterra.[9] Ma il tentativo di rilancio non ebbe successo.

Indubbiamente migliore doveva essere la situazione di Stromboli. Gli abitanti di Stromboli – osservava Elpis Melena nel 1860 – “coltivano con successo le loro piccole pianure sulle quali cresce cotone e una quantità veramente eccellente di vite il cui ricavato è sufficiente ai loro bisogni”. La popolazione che allora contava 400-450 persone era laboriosissima. “Sulla spiaggia infuocata dal sole gli uomini erano occupati a scaricare i prodotti stranieri e a caricare quelli locali, a riparare le loro imbarcazioni e le reti, mentre le donne della contrada si dedicavano alla pulitura del grano, alla cottura del pane, all’essiccatura dei fichi e dell’uva e ad altre occupazioni domestiche”[10].

E questo anche se gli abitanti delle isole minori, ancora nel 1860, come osserva appunto la Melena “dovevano versare al vescovo di Lipari non soltanto la decima dei loro raccolti, ma anche dei cereali e degli altri generi alimentari che essi ritiravano dalla Calabria per il loro fabbisogno”[11].



[1]           Angelo Raffa – Pirati, corsari, schiavi, marinai, mercanti  - in Atlante .

[2]                Rocco Sisci – Marineria di pesca e da traffico nella tradizione eoliana, in Atlante.

[3]              Era nata il 7 aprile 1798 e morì il 29 dicembre 1879.

[4]              AA.VV, La religiosità popolare e le devozioni domestiche, in I sentieri di Didime, a cura di Sergio Todesco e Riccardo Gullo, Messina 1999.

[5]              Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B f. 259.

[6]              F .Salino, Le isole di Lipari, in “Bollettino del Club Alpino Italiano”, anno 1874, p.147.

[7]              U.Losacco, Nelle Isole Eolie alla fine dell’Ottocento, in “L’Universo”, anno LII, n.5 Sett-Ott. 1972, pag. 986.

[8]              F. Bourquelot e R.Réclus, La Sicilia, Milano, 1873, pp 99-73.

[9]              F.Salino Le isole Lipari, in Bollettino del Club Alpino, anno 1874, Torino, pp.178- 180.

[10]             E. Melena, op.cit., pag. 86.

[11]             Idem

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James Stevenson

Lipari nella rivoluzione fra prudenza e patriottismo

 

Una comunità attonita e incerta

Garibaldi durante la spedizione verso Roma viene ferito ad Aspromonte. A quella missione sono presenti anche alcuni liparesi.

Il Consiglio comunale dell’11 ottobre oltre a non commemorare Policastro non parlò nemmeno – stando a quello che emerge dai verbali – dell’impresa di Garibaldi. Né nei consigli del 17 , 31 ottobre e 8 novembre si parla del plebiscito per l’annessione della Sicilia malgrado il 4 novembre fossero stati proclamati i risultati[1]. Le prime manifestazioni di “entusiasmo patriottico” si hanno il 13 novembre quando il Consiglio è convocato in seduta straordinaria per eleggere tre persone che dovranno andare a Palermo a rendere omaggio a Vittorio Emanuele in visita ufficiale e l’ordine del giorno di qualche settimana dopo quando il consiglio si unisce a quello di Messina perché “ il nostro Dittatore Generale Garibaldi si benigni acconsentire alla demolizione delle fortezze” della Cittadella di Messina e dei Porti Salvatore, Lanterna, Don Blasco, “allorché saranno abbandonate dalle truppe borboniche”, oltre a quelle di Gonzaga e Castellaccio.  

L’impressione che si ha è che Lipari è un po’ attonita ed incerta di fronte ai nuovi eventi. I Borboni d’altronde sono ancora dentro la cittadella di Messina ( che abbandonerà il 13 marzo del 1861) ed il re Francesco non ha abdicato ( andrà in esilio il 13 febbraio 1861 dopo la caduta di Gaeta). Inoltre la cittadinanza era sempre assillata dalla penuria dei beni di prima necessità e dal caro vita anche per via del contrabbando e della speculazione che in quel periodo oltre ad avere riflessi sulla qualità  e quantità dei consumi della gente produceva anche, soprattutto a Salina, guasti gravi all’ambiente.[2].

Ma non erano solo le condizioni di vita a preoccupare la gente ed a renderla scettica nei confronti del nuovo governo ma anche provvedimenti nuovi che la gente non capiva e viveva come delle vere e proprie angherie. Uno di questi era la leva obbligatoria dove spesso avvenivano delle vere e proprie discriminazione a carico dei più deboli e favoritismi nei confronti di chi era pronto a pagare il proprio esonero. Da qui le numerosi diserzioni che avvennero in Sicilia e che alimentarono il brigantaggio che cominciò a chiamarsi anche “mafia”.

Il tributo di sangue degli eoliani a Lissa

Nella battaglia navale di Lissa durante la terza guerra di indipendenza muoiono 17 eoliani

Questo non voleva dire che non si era pronti a rispondere alle mobilitazioni che facevano appello agli ideali di patria e libertà. Come fu quando Garibaldi nel 1862 organizzò la sua spedizione per liberare Roma dal governo del papa, bloccata il 29 agosto ad Aspromonte dall’esercito regio. Dei liparesi a quell’impresa parteciparono almeno in due: Giovanni Di Mattina e Giuseppe Natoli figlio di Antonino Natoli che aveva combattuto con i garibaldini nella battaglia di Milazzo. Giuseppe Natoli, che aveva ventidue anni, nello scontro fu ferito e morì il giorno dopo.

Così nel corso della terza guerra di indipendenza – contro l’impero austriaco – le isole Eolie pagarono un pesante tributo di sangue il 20 luglio 1866 a Lissa quando nello scontro due corazzate italiane vennero affondate. Furono centinaia i morti fra i marinai italiani ma forse, in proporzione, il tributo più grande lo pagarono le Eolie con ben 17 . Altri tre morirono, sempre in quella guerra, per cause diverse[3].

Un forte disagio nel partecipare alle cerimonie patriottiche che si svolgevano in occasione delle feste nazionali e si volevano abbinate ad un rito sacro lo visse anche il vescovo mons. Ideo. Da una parte vi era la posizione della S.Sede che 12 maggio 1863 per mano del card. Cangiano della S. Penitenzeria esprimeva una posizione rigida “Non esiste legge la quale costringa a celebrare la suddetta festa [dell’Unità d’Italia il 5 giugno] con canto dell’inno del Te Deum o con altri atti religiosi” e questo se ci fosse anche “timore di qualche male per abuso di forza[4].Dall’altra vi erano i pressanti inviti che il vescovo riceveva da parte di organi governativi, dal sindaco[5], dalle autorità militari di stanza a Lipari. E il povero mons. Ideo cercava di destreggiarsi anche per evitare l’isolamento . Così il 5 giugno del 1864 non avendo celebrato alcuna funzione religiosa in occasione della festa nazionale, al comandante del distaccamento del XIX Reggimento di Fanteria che gli chiedeva dove potesse sentire messa il vescovo indicò la cattedrale. E lì, qualche giorno dopo, il comandante con la sua truppa potè assistere ad una “Messa bassa”[6]. La situazione dovette stabilizzarsi dopo il 1866 ed il vescovo partecipò, senza più remore, alle manifestazioni patriottiche.

Comunque dopo la presa di Roma la situazione si deve chiarire definitivamente. Ormai il Regno dell’Italia unita era una realtà stabile e così si cominciò a pensare alla nuova toponomastica. A fine degli anni 70 si ha a Lipari una vera rivoluzione nei nomi delle strade: la strada del Pozzo si chiamerà via Vittorio Emanuele II, la strada del Fosso via Umberto I, la strada del Timparozzo o del Municipio via Garibaldi, la strada dei Bottàri via Roma, ecc.


[1] I risultati per la Sicilia furono 432.053 favorevoli e 667 contrari. In questi consigli comunali niente si dice sul ritiro del Governatore e Presidente del Consiglio Comunale don Giuseppe La Rosa che dovette avvenire verso il 22 ottobre e della successione di don Mariano Pisano che rimarrà in carica sino al 27 marzo 1861.

[2] Sono problemi che emergono chiaramente dalle lettere e dalla documentazione della famiglia Aricò che il prof. Giuseppe Iacolino cita nel suo dattiloscritto inedito, quaderno VIII, pp. 354 a- f, 355, 357 a,b .” Per riguardo a ciò che scrivi voler conoscere per li prezzi di carne in Lipari ti posso assicurare che qui siamo nel vero Caos, e molto più per li prezzi dei generi… La carne vaccina sono più di venti giorni che non se ne vede…insomma tutto con scarsezza e caro; che perciò la condizione di cotesta  Isola [Salina] è migliore di quella di Lipari”( Lettera del 24 novembre 1860 di don Giuseppe Aricò al figlio Giovanni capitano della milizia nazionale in Salina). Il 5 luglio 1861 il Sindaco di Lipari A. Natoli scrive al capitano Giovanni Aricò. “E’ venuta alla mia conoscenza che in cotesta Isola [Salina] sono enormi le contravvenzioni che si commettono contro le leggi forestali tagliandosi una gran quantità di legna non per il consumo ordinario della povera gente, ma per farne speculazione ad uso delli forni di calce, che continuamente si bruciano in cotesta:ed inoltre si trasmoda tanto nell’uso di legname in cotesto bosco che ne emerge fortissimo pericolo di riversamento d’acque e di ogni gravi sconvolgimenti per li fondi e le case sottomesse alle montagne di costesta Isola”. Il 21 novembre dello stesso anno è l’Assessore delegato Salvadore Amendola che denuncia il contrabbando di animali: “Essendo pervenuta a nostra notizia che una barchetta costì approdata proveniente da Palermo procura estrarsi da cotesta Isola degli animali porcini, caprini e bovini senzacché assoggettito si fosse alle formalità di legge, io credo indispensabile pregar lei affinché con ogni possibile modo procuri inibire  siffatta estrazione, essendo ciò di pregiudizio al consumo e bisogno della nostra comune intera”.

[3] A Raffa, Venti eoliani morirono nella prima grande guerra navale del regno, in Notiziario delle Isole Eolie, giugno 1878, pag. 3.Archivio Comune di Lipari, Registro dei morti, anno 1886, dal n. 111 al n. 141. Unico superstite dei liparesi nella battaglia di Lissa fu il marinaio Giovanni Paternò che tornò con una gamba in meno. Intascò le 300 lire del premio che era stato stabilito dal Consiglio Comunale e qualche anno dopo fu assunto come “accensore” al fanale di Pignataro. Del Paternò si parlò nel Consiglio comunale del 24 maggio 1867.

[4] Archivio Vescovile, Corrispondenza Carp. E.

[5] Vi è una nota del Sindaco Salvatore Favaloro del 13 maggio 1865 molto perentoria “Ricorrendo domenica quattro Giugno la festa nazionale dell’Italia nostra prego Lei a ciò mi dia conoscenza se intende intervenire con il Municipio in chiesa a cantare l’inno Ambrosiano ( cioè il Te Deum)”.

[6] Archivio vescovile. Corrispondenza, Carp. G, fascicolo “Lutti e Gale”.

La tragedia del 2 ottobre 1860

 

La paura di don Piddu il farmacista

Via Garibaldi oggi col avanti sulla destra il palazzo allora del Municipio

Ma c’era chi non era soddisfatto della piega che stavano prendendo le cose. Che cosa avevano risolto? Valeva la pena aver portato centinaia di persone d’avanti al municipio per ascoltare quello che si sapeva già? Era possibile che a Lipari i signori l’avessero sempre vinta e non dovevano pagare mai? Fra i più loquaci c’era Nicola Cappadona che raccontava come in altre parti della Sicilia la rivoluzione era stata più coraggiosa e ai signori ed ai borghesi avevano messo addosso la paura. Intorno a lui si era formato un gruppetto dei più giovani che lo ascoltava come se fosse un oracolo. Intanto più in la Vanni Mario Cannistrà e Antonio Cappadona avevano formato un crocchio in un vicolo e parlavano fitto fitto.

Dopo un pò le voci si alzarono di tono e fu chiaro che si era cambiato registro. Non era più solo il problema del caro prezzi e del funzionamento del calmiere. Ora si parlava dei borbonici che volevano passarla liscia. Che volevano continuare a comandare ed a profittare come se niente fosse successo. Era loro la colpa se la gente pativa la fame, se le merci erano care, se non si trovava il pane e la carne. Ed ecco il giovane Cappadona gridare forte “Viva l’Italia e viva la Libertà! Abbasso ai borboniani e morte ai regressisti” che aveva sentito ed imparato per le strade di Milazzo. E con lui, a cominciare dai più giovani, il grido fu ripreso e divenne assordante fra la mura di via del Timaparozzo, filtrò fra le persiane delle finestre, raggiunse le case e i vicoli. E poi subito dopo:”Andiamo alle case dei padroni! Prendiamoci quello che ci spetta e che hanno nascosto!”, “Andiamo da don Piddu Maggiore chissà quanto grano e quanti gioielli ha in casa!, “Andiamo da don Giuseppe Policastro che si è rubato i soldi della cassa di San Bartolo!” “Andiamo da….”.

Ancora le grida non si erano calmate che già don Piddu non c’era più  dinnanzi alla farmacia e questa era già chiusa e  sprangata. Ma non fece a tempo a raggiungere il portone di casa sua che era qualche decina di metri distante  che una legnata lo prese sulla fronte e lo stordì. Si riprese subito e guadagnò il portone che era ormai a due passi barricandosi dentro. Ma i protestatari non lasciavano la presa e cominciarono a picchiare sul portone minacciando di gettarlo giù. E così don Piddu si fece le scale di corsa raggiungendo il terrazzo e di là, tetti tetti, raggiunse l’abbaino di una casa di amici e vi si rifuggiò.

“Lasciate stare quello!” gridò una voce mentre l’orologio del Seminario suonava le undici “Se l’è già fatta sotto. Andiamo a casa di Policastro che ha rubato i soldi dei poveri. La ci sono già i Marii e gli altri che stanno dando l’assalto.”. E subito la turba si diresse verso l’abitazione dell’ex sindaco che era a un centinaio di metri.

Oggi via Umberto I allora via del Fosso

Quando vide che smettevano di pestare al suo portone e gridando si dirigevano verso la casa di Policastro, don Piddu gridò che era scoppiata la rivoluzione e che appena finito con Policastro sarebbero tornati da lui per ammazzarlo. Nella casa dove s’era riparato c’era anche don Antonino Ziino, il cappellano di San Giuseppe. “Non si preoccupi don Piddu - gli disse -ora la mettiamo in salvo”. E mandò a prendere a casa sua una tonaca ed un cappello da prete  , che gli fecero indossare e così lo speziale potè uscire indisturbato facendo perdere le sue tracce e rifugiandosi in campagna da suoi parenti.

Intanto la folla era tutta intorno alla casa di Policastro ma la furia sembrava essersi calmata.

Come doveva apparire via del Fosso all'epoca dei fatti.

In via del Fosso alla casa del Sindaco

“Don Giuseppe, si affacci al balcone – dicevano da sotto – nessuno vuole farle del male. Vogliamo solo discutere”. Ma proprio sotto il balcone, in prima fila, c’era Vanni Mario e don Giuseppe non si fidava. Intanto temeva che dagli inviti suadenti si passasse ad azioni più risolute e che alla fine sfasciassero il portone entrandogli in casa. “Dove posso nascondermi? “ andava dicendo”Dove posso rifugiarmi?”Ed ad un certo punto gli venne in mente che aveva una cisterna che aveva fatta riparare da poco e che non era stata ancora riempita. E così si fece calare dentro e raccomandò che rimettessero il coperchio e se ne tornassero sopra a parlare con i ribelli e cercare di tenerli buoni dicendo che don Giuseppe stava male e si era messo a letto.

Quella che era la casa di don Giuseppe Policastro

E così mentre don Giuseppe se ne stava acquattato nella cisterna mamma Francesca andò sul balcone e prese a supplicare la gente che cingeva d’assedio l’edificio. Ed insieme a mamma Francesca anche i loro servitori ed i mezzadri che erano venuti in città, facevano di tutto, dall’interno e dall’esterno per fare ragionare gli assedianti, implorandoli di tornare a casa loro.

Guardie municipali ufficiali non ce n’erano perché il nuovo corpo non era stato ancora investito di autorità. Vi erano quelle designate che ad un certo punto intervennero in forma privata cercando di rabbonire la gente.

Ma malgrado tutto la tensione continuava a rimanere alta e ad un certo punto scoppiò il “casus belli”. Un colono di Policastro, Domenico Barbuto di Canneto, stava discutendo con Giuseppe Ventrice e via via i toni divennero sempre più alti. Ad un certo punto dalle parole si passò alle mani ed i Barbuto si avventò sul Ventrice e gli assestò una coltellata allo stomaco.

Il clima si surriscalda

Per un momento ci fu un silenzio di tomba come se improvvisamente il tempo si fosse fermato. Poi si udì un grido “Assassini!Assassini! ci vogliono ammazzare! Non basta che ci hanno derubato vogliono anche il nostro sangue!”. E scoppiò il finimondo.  Qualcuno si chinò sul ferito e lo trasportò sull’alto ciglio della strada cercando di fermargli il sangue che usciva dalla ferita. Ma altri si gettarono sul Barbuto che tentava di scappare, lo agguantarono ed uno con una roncola gli squarciò il fianco. Barbuto cadde a terra in un lago di sangue e nello scompiglio che ne seguì qualcuno riuscì  a trascinare in casa il corpo del ferito che dava ancora segni di vita malgrado continuasse a perdere tanto sangue. Il Barbuto e il Ventrice spirarono nello stesso momento, uno nel magazzino della casa di Policastro, l’altro sul ciglio della strada ‘u Fossu che non era ancora suonata la mezza.

E malgrado il bilancio fosse ora di un morto per parte la calma e il buon senso non si facevano strada. Anzi la ressa si fece più serrata e il vociare più forte. Qualcuno gridò: “Vogliamo Policastro vivo o morto!” e poco dopo arrivarono dei giovani due grossi fasci di sterpi secchi che poggiarono al portone cercando un acciarino per dar loro fuoco. Un altro gruppo cercava di scardinare la porta di servizio che dava sulla stradina.

A questo punto i servitori pensarono che era meglio cercare per don Giuseppe una via di fuga attraverso i tetti. E mentre veniva sistemata una scala a pioli a mo’ di ponte con il vicino terrazzo del Municipio, l’ex sindaco veniva  issato dalla cisterna e portato sul terrazzino basso della casa. Da lì, attraverso la scala doveva scappare per i tetti.

Il vicoletto che separava casa Policastro dal Municipio

Mentre si studiava il modo migliore di organizzarsi per questa impresa, mamma Francesca dal balcone, in lacrime, col volto disfatto, protendendo le falde del grembiale nero ricolmo di ori e denaro di grosso taglio, implorava:”Prendetevi tutto! Ecco è quello che abbiamo! Ma lasciate stare mio figlio! Vi prego, lasciate stare mio figlio!”. Nessuno fece un gesto di pietà. Nessuno pareva dare ascolto. E la scena della madre implorante sul balcone e della folla sorda nella strada rimase a lungo nella mente degli eoliani.

In prima fila, sotto il balcone c’era sempre Vanni Mario con il suo clan, ma non c’erano più i fratelli Cappadona. Appena aveva visto la scala a pioli sul terrazzo al giovane era venuta un’idea. Era corso a casa a prendere lo “scopettone” che aveva portato da Milazzo e aveva raggiunto il fratello che lo aspettava all’angolo di un vicoletto da dove potevano vedere il terrazzo della casa senza essere visti. E lì appostati caricano il fucile con polvere da sparo e una manciata di brecciame.

L'uccisione di Policastro

Ad un certo punto videro comparire sul terrazzo don Giuseppe che incerto, avanzando carponi sulla scala si apprestava a passare da un terrazzo all’altro. Quando Policastro fu nel mezzo del cammino, sospeso in aria, Nicola Cappadona  prese la mira e sparò. Ciò che la gente ricordò di quel momento fu l’urlo disperato della madre che, mentre il figlio precipitava nella strada, si lanciò per le scale per raggiungerlo. Don Giuseppe non era morto sul colpo, era ancora in terra e rantolava. E su di lui infieriva a parole con pedate Vanni Mario Cannistrà.

“Hai fatto la fine che meritavi, porco!” gli gridava il ribelle di Quattropani. Fu a quel punto che Angelo Megna e Bartolo D’Albora, le due guardie, che per tutto il tempo avevano cercato di sedare gli animi pur non avendo un ruolo ufficiale, si sentirono in dovere di intervenire e bloccarono il Cannistrà insieme a Nicola Cappadona che aveva ancora in mano lo schioppo fumante e lo sguardo allucinato. Antonino Cappadona invece fuggì via e di lui non si seppe più nulla per diverse settimane.

La folla era come di sasso, inebetita. Automaticamente si scansò per fare spazio a mamma Francesca che, il viso bagnato dalle lacrime e i capelli scarmigliati, si getto sul corpo del figlio.

“Giuseppino, Giuseppino mio che ti hanno fatto! Oh figlio, figlio..”. E gli asciugava con lo scialle il volto insanguinato e lo baciava sugli occhi e sulla fronte.

A questo punto, richiamato dallo sparo giunse sulla strada del Fosso lo studente Giuseppe Palamara, anche lui un reduce della battaglia di Milazzo, e per questo autorevole fra i giovani liberali liparesi con una fama di persona assennata e aliena dagli eccessi. Palamara si fece largo fra la folla e vista la scena straziante della madre col figlio moribondo, girò gli occhi verso quelli della prima fila e puntandoli su Vanni Mario e Nicola gridò loro:”Vigliacchi, almeno scopritevi dinanzi al dolore di una madre”. E tutti, Vanni Mario e Nicola per primi, si tolsero la coppola del capo.

Il corpo di don Policastro fu sollevato da terra e portato, agonizzante, in casa e adagiato sul letto grande. Ed alle quattro del pomeriggio il giovane cessava di vivere fra lo strazio della madre ed il pianto dei congiunti.

Spirato il Policastro, le due guardie Angelo Megna e Bartolo D’Albora, si recarono al Municipio per dichiarare i decessi. Negli atti del Comune è scritto che il Policastro morì alle 22, il Ventrice alle 18 ed il Barbuto alle 18,30. Potrebbe essere che  orari scritti nei documenti ufficiali siano ancora con l’ora siciliana e non con l’ora italiana. Altra stranezza è che negli atti del municipio è detto  che sia il Barbuto che il Policastro erano morti, non nella casa di via del Fosso dove la memoria di chi ha riferito li colloca, ma nella casa del dott. don Filippo De Pasquale che, come abbiamo detto, doveva trovarsi in vico Sant’Antonio dietro la Marina San Giovanni[1]e quindi abbastanza lontano da dove si sarebbero svolti i fatti.

Di questo drammatico episodio l’unico segno che rimane è la lapide sulla tomba posta nella chiesa dei Cappuccini. Essa dice: “Il 2 ottobre 1860, mano assassina, giovandosi dell’anarchia nell’isola, trucidava sotto gli occhi materni Giuseppe Policastro di animo nobile e costumi semplici onesti, la inconsolabile madre Francesca Salpietro a perpetuare la memoria del suo unico figlio ucciso a 37 anni lacrimando pose”. Nel Consiglio comunale che si tenne l’11 ottobre nessuno osò dire una parola di commemorazione o proporre un momento di raccoglimento.

All’indomani dell’eccidio giunse a Lipari un distaccamento di carabinieri reali comandati da un capitano che prese alloggio in via Santo Pietro – oggi via Maurolico - in un appartamento di don Onofrio Paino. Il primo atto che compirono fu quello di prendere in consegna e di inviare alle carceri di Milazzo Nicola Cappadona, Vanni Mario Cannistrà e Giovanni Ventrice imputati di omicidio e di concorso in omicidio[2]. Nicola e Vanni Mario saranno anche condannati[3].

Un delitto su commissione?

Possiamo concludere che giustizia fu fatta per questo orrendo episodio? Non ne saremmo così sicuri. Certo stando alla ricostruzione i maggiori responsabili sarebbero stati arrestati e condannati.  Compreso Antonino Cappadona che aveva fatto perdere le sue tracce e poi fu arrestato a Lipari il 23 novembre[4].

Il problema non è questo. Il problema è di capire se si trattò di un moto spontaneo che andò via via crescendo, episodio che innesca un altro episodio o il delitto di Giuseppe Policastro era premeditato ed aveva non solo degli esecutori ma anche dei mandanti, o meglio, un mandante che  è rimasto dietro le quinte. Il problema lo pone lo stesso Iacolino che ha trovato fra le carte della famiglia Bongiorno la minuta di una lettera senza data, senza firma, senza destinatario e per di più rosicchiata dai topi e quindi in alcune parti illeggibile. L’unica cosa certa – afferma Iacolino -  è che la calligrafia è quella di don Giovanni Bongiorno e che fu scritta nell’arco degli ultimi due mesi del 1860. Don Giovanni Bongiorno aveva nel 1860 la stessa età di Giuseppe Policastro ed era stato nel 1848 caporale della Guardia nazionale ora, con ogni probabilità era ufficiale postale.

Don Giovanni sul finire del 1860 scrive una lettera ad un personaggio che rimane sconosciuto e riporta quanto gli aveva detto don Rosario Rodriquez un eminente personaggio di Lipari che “in casa sua riceveva tutti” e cioè “essere cosa notoria a tutti che il principale autore dei luttuosi fatti del due ottobre 1860 siete stato voi per soddisfare la vostra sciocca e smodata ambizione e per sfogare pravi sentimenti di vendetta, ma pure vi ha egli perdonato nel suo animo. Questo perdono rimane sopito dalla pietosa memoria del sangue dell’innocente Policastro, il quale grida vendetta dinnanzi Iddio ed agli uomini, e le perenni lagrime di quella infelice madre devono anche laniarvi il cuore e logorarvi il pensiero mentre un’ombra di sentimento in voi rimane !!”.Per quello che si capisce dal resto della lettera, in certi passaggi illeggibile, e che questo ignoto personaggio era stato preso in società da padre di don Rosario, beneficato dallo stesso  che lo aveva soccorso nelle più “ dure emergenze” ed ora quindi lo accusa di “indicibile ingratitudine”. Ma Bongiorno rassicura il suo ignoto interlocutore. Don Rosario non ha mai pensato alla vendetta e si è meravigliato quando ha sentito che gli si attribuisce la volontà di vorrebbe portare il caso alla luce. Questo potrebbe essere una preoccupazione dei cognati dello sconosciuto interlocutore ma “egli non ne sa una iot. Anzi mi soggiunse che in ottobre ultimo …parlato di questo affare dai vostri cognati egli rispose evasivamente, nel fermo proposito di non far  nulla”[5]. Secondo don Giuseppe Aricò l’arresto dei fratelli Cappadona ha sicuramento creato problemi in certi ambienti liparesi infatti “più individui sono accuratissimi perché temono che detti fratelli la contassero bene”[6].

Un ultima considerazione. Sulla correttezza dell’amministrazione Policastro – che “don Salvatore” ed alcuni manifestanti mettevano in discussione - vi è un giudizio della commissione che fu chiamata a fare l’”esame del conto morale e materiale del 1860” che dice: “La Giunta [del 1860] ha agito con tutta legalità ed ha adempiuto tutti gli obblighi che la legge metteva a suo carico. Non mancò mai di solerzia e di operosità nell’immigliamento dell’Amministrazione e miglioramento del paese. Si conviene inoltre che gli sconvolgimenti politici avvenuti in quel tempo non permettevano fare più di quanto fece[7]”.



[1] Archivio del Comune di Lipari, Registro ad annum degli atti morte del Comune di Lipari, annotazione n.78, n. 79, n.80.

[2] Nulla si sa della sorte del Ventrice. Quanto agli altri Iacolino riporta informazioni raccolte dai ricordi dei vecchi  ma non documentate. Giovanni Mario Cannistrà sarebbe stato condannato ad una decina di anni nel bagno penale di Milazzo. Riuscito ad evadere e a tornare clandestinamente a Lipari, per un paio d’anni tenne in scacco le forze dell’ordine. Soltanto dopo che furono arrestati alcuni suoi congiunti, egli si decise a costituirsi.  Nicola Cappadona invece sarebbe stato condannato a circa trent’anni da scontare nel bagno penale di Milazzo. Ne uscì nel 1890. Trasferitosi a S. Marina Salina, dove esercitò il mestiere di sarto, si sposò nel 1903. Morì a ottantatrè anni il 25 gennaio del 1924. Di Antonino Cappadona i carabinieri non trovarono alcuna traccia e su di lui si fantasticò a lungo. Qualcuno avanzò anche il sospetto che fosse stato lui a sparare e non il fratello.

[3] Di parere diverso è Angelo Raffa (E. Melena, op. cit., nota n. 122, pag. 181. “Non si sono rintracciati documenti relativi all’inchiesta e al procedimento penale che avrebbero dovuto aver luogo. Ma se l’inchiesta vi fu, e se gli uccisori vennero individuati, ad essi sicuramente non toccò alcuna condanna. Infatti, con Decreto dittatoriale firmato da Garibaldi a Caserta il 29 ottobre 1860 si dichiarava all’art.1 “abolita l’azione penale a favore degli autori e complici di reati di sangue commessi durante l’insurrezione o in conseguenza dell’insurrezione”: v. Giornale Officiale di Sicilia, Palermo 4 novembre 1860, n. 127 – Parte Officiale. L’Unico onere che incombeva ai processati per delitti  di sangue durante l’insurrezione, era la presentazione di apposita domanda al Procuratore generale del re, affinché la Corte dichiarasse estinta l’azione penale per l’applicazione dell’indulto”. Il problema è: i fatti della strada del Fosso potevano rientrare nei delitti di sangue durante l’insurrezione?

[4] Da una lettera di don Giuseppe Aricò a suao figlio Giovanni del 24 novembre 1860 in G.Iacolino, inedito cit., pag. 454 a-d.  A proposito di questa vicenda nella lettera si dice “Il figlio di maestro Nicola Capadona Sabbino arrestato fu qui spedito, e l’altro fratello Antonino, che dicesi essere stato colui che vibrò il colpo mortale al miserando Policastro, ieri sera alle 5 arrestato fu tradotto in carcere dai Carabinieri sorpreso ed occultato da quelli potentissimi buttani delle sorelle Cafarella che ne è il Direttore il Canonico Bonica Cartella. Per un tale arresto più individui sono accuratissimi perché temono che detti fratelli Capadona la contassero bene”.

[5] Dall’Archivio priv. Del dott. Edoardo Bongiorno, riportata da G. Iacolino, inedito cit. Quaderno VII, pp. 358 a-b.

[6] G. Iacolino, inedito cit., p.354 b, lettera citata.

[7] Archivio Comune di Lipari. Seduta del Consiglio comunale del 25 nov. 1863.

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Giuseppe Palamara

L'uccisione del sindaco borbonico. Le premesse: due tesi a confronto

 

La versione di “don Salvatore”

L'immagine di Elpis Melena e il suo libro in cui parla delle Eolie

Ma il calmiere sui prezzi non risolse la situazione di disaggio sociale e di forte tensione che c’era nel paese. Già a fine agosto, il 28 per l’esattezza, aveva colpito l’opinione pubblica l’uccisione  di don Giovanni Amendola, ex consigliere e drammaturgo, che si era ritirato nella sua casa di Quattropani. Ora il due ottobre, il giorno dopo l’applicazione delle misure annonarie, si hanno ben tre vittime di morte violenta anche se quella che fa più scalpore è l’uccisione di don Giuseppe Policastro ex sindaco che era rientrato da Salina qualche giorno prima.

Perché viene ucciso Policastro e come? Una versione è quella che ne dà  Elpis Melena, pseudonimo di Marie Esperance Brandt von Schwartz, giornalista e scrittrice, legata a Garibaldi da una affettuosa amicizia, che visitò le Eolie dal 7 al 13 ottobre del 1860 e fu a Lipari 9 giorni dopo i tragici fatti raccogliendo quindi ,su di essi, un racconto di prima mano.

La causa dello scontro, secondo la scrittrice anglo tedesca, fu l’accusa che si faceva al Policastro di essersi appropriato della “cassa di San Bartolomeo” e cioè di un fondo costituito con i soldi che dovevano essere pagati, nel 1672, al proprietario del vascello di nome Bartolomeo che portò a Lipari miracolosamente un carico di grano e poi partì di notte senza riscuotere il corrispettivo. Una versione tutta particolare dell’episodio narrato dal Campis che non parla né del corrispettivo né di questa “cassa di S.Bartolomeo”[1]. Comunque il narratore, un non meglio precisato don Salvatore liberale e antiborbonico[2], afferma che l’amministrazione di questa “cassa” era stata affidata al Sindaco e doveva servire ai liparesi come sostentamento in caso di rincaro dei prezzi annonari.

“Questo momento era giunto. L’aumentata tassa sull’olio e sul grano spinse il popolo a chiedere l’aiuto della ‘cassa di San Bartolomeo’, ma invano. E poiché negli ultimi vent’anni ogni aiuto è stato sempre negato e l’ultimo sindaco [ il Policastro] (…) affermò persino che nella cassa non vi era più alcun denaro, il popolo fu condotto all’ira e all’esasperazione. Gli abitanti della città e della campagna si armarono e si unirono per assalire la casa del sindaco, per impossessarsi della cassa trattenuta ingiustamente e compiere vendetta contro l’amministratore infedele e disonesto.

Ma questi  si era trincerato  con trenta seguaci ben armati, e non accontentandosi di dare l’ordine di sparare sulla popolazione, fu anche colui che fece fuoco per primo e più frequentemente. L’esasperazione cresceva ogni istante da tutte e due le parti, finché il conflitto non degenerò in una generale lotta politica, in cui prevalsero gli odi partitici a lungo repressi. Quando infine il sindaco riuscì a stendere al suolo, con un colpo ben mirato, il capo dei liberali[3] – uno dei nostri cittadini più insigni – allora per lui fu finita. Egli tentò di salvarsi  saltando da una finestra; ma nello stesso momento fu afferrato dal popolo e letteralmente fatto a pezzi. Sua madre fuggì in campagna, i suoi seguaci si dispersero, e la popolazione, placata da questa terribile, anche se ben meritata vendetta, si preoccupò soltanto di curare i feriti e seppellire i morti”.

Questa parte di Via Garibaldi fu parte della tragedia

Nella casa del Policastro viene trovata “la cassa di San Bartolomeo” con settemila once. “. “ Il sindaco – continua la narrazione di “don Salvatore” – era un uomo di ancora neanche 36 anni ed aveva rivestito già da circa undici anni la carica a lui affidata da Francesco II. La sua dipendenza dalla dinastia borbonica l’aveva reso odioso presso molti uomini illuminati della nostra cittadina. Con lui si è estinta la sua famiglia, cosa che non è certo da considerare una sventura, visto che essa ha portato da secoli soltanto miseria e dolore su quest’isola. Tre volte i suoi antenati hanno commesso tradimento contro Lipari e l’hanno consegnata al saccheggio dei pirati. Mio padre mi raccontava spesso che Policastro, il nonno di questo sindaco assassinato, non ha fatto nulla di meglio, per favorire certi interessi privati, che far pervenire segretamente al nemico assediante le chiavi della fortezza, in cui si era rifugiata la spaventata popolazione, e lasciare, col peggiore tradimento, tutti gli isolani in balia dei pirati[4].

Fin qui il racconto di “don Salvatore” per la penna di Elpis Melena.. Sgomberiamo subito il campo circa la responsabilità “storica”. Se “don Salvatore” allude al tempo della “ruina” del Barbarossa, non vi era nessun Policastro fra le famiglie “cospicue” di Lipari prima della distruzione[5]. I sospetti allora circa chi avesse venduto la città al Barbarossa si appuntarono, come abbiamo visto, sul Camagna – che non risulta appartenesse alla casata dei Policastro -, ma anche di queste dicerie abbiamo dimostrato l’inconsistenza. I Policastro risultano invece fra le famiglie che esistevano al principio dell’anno 1600[6] e quindi potrebbero essere fra quelle immigrate a Lipari subito dopo la “ruina” e visto il cognome, potrebbe essere di origine calabra.

Altre due punti dell’esposizione ci sembra di dover confutare. Il Policastro era divenuto sindaco il 18 maggio 1859 e dovette rimane in carica sino all’8 luglio 1860[7], non può avere ricoperto quella carica per gli ultimi undici anni perché come abbiamo visto in questo periodo diverse personalità si erano susseguite in questa responsabilità. La seconda osservazione riguarda la cosiddetta “cassa di S.Bartolomeo”. Esisteva questo fondo? E chi ne era depositario? E se esisteva come mai non si era fatto ricorso ad esso in tanti anni? Come mai il vescovo Attanasio aveva chiesto al governo nel 1853 un soccorso economico per la miseria che si era prodotta anche a causa della malattia che aveva colpito la vite? Giuseppe Iacolino osserva che nella seduta consiliare dell’11 maggio 1859 e ancora in altre successive si discusse della pretesa dell’Intendente di Messina che voleva aver restituiti, da parte del Comune di Lipari, la somma di 3.600 ducati che proprio il governo aveva inviato al vescovo “a sollievo dei poveri delle isole Eolie”. Pretesa alla quale Sindaco e consiglio si erano opposti energicamente. Potrebbe essere stato questo episodio, mal interpretato e distorto,  alla base della diceria secondo la quale il Policatro si sarebbe appropriato di certo denaro destinato ai poveri. A sentire altre voci – conclude Iacolino – si sarebbe trattato addirittura del denaro della cassa dell’amministrazione di S. Bartolomeo confusa o identificata con la cassa della Mensa vescovile[8].

La ricostruzione di Iacolino

Vogliamo sottoporre tutto il racconto di “don Salvatore” ad una verifica alla luce delle ricerche fatte dal prof. Giuseppe Iacolino[9]. E dobbiamo dire che la vicenda si tinge di giallo perché non solo si definisce il contesto ed in qualche modo si precisano gli attori ma addirittura si suggerisce che dietro l’assassinio di Policastro ci possa essere la regia di un personaggio di spicco della Lipari d’allora che sia rimasto nell’ombra. Ma procediamo con ordine.

“ Quando morì il padre don Antonio Policastro, Giuseppino (così è indicato nel testamento del genitore) aveva appena tre anni, e la madre donna Francesca, ventottenne, lasciò la propria abitazione di vico Sant’Antonio ( il signorile edificio che guarda su Marina San Giovanni ) per ritirarsi in un’altra casa Salpietro, parte della quale era abitata dal cognato Bartolo De Pasquale. Codesta casa è quel severo palazzetto, il penultimo a sinistra, che si scorge salendo per l’odierna via Umberto. A quel tempo la via Umberto era detta  la strada del Fosso a causa  di un modesto slargo, il Fosso appunto, che s’apriva lì accanto, nel bel mezzo di quel fitto reticolato di vicoletti e povere abitazioni che ricadevano nell’area dell’odierna piazza Arciduca d’Austria. Sul retro, il palazzetto dava sul tratto iniziale del vico Milio, oggi chiamato vico Montebello. Del fabbricato donna Francesca  venne ad occupare il primo piano.

La Lipari dell' '800

Educato con ogni amorevole cura, Giuseppe Policastro concluse gli studi laureandosi in giurisprudenza. Poi, oltre che interessarsi dell’amministrazione dei beni e delle vaste tenute ( ma in siffatte cose  - e, a quanto si dice, nella pratica dell’usura – dava ottima prova l’abilità di mamma Francesca) egli, “come si conveniva ad un giovane del suo rango, attivamente partecipò al gioco della politica paesana[10]nel quale ebbe successo divenendo sindaco. Sindaco dei Borboni e quindi in qualche modo tagliato fuori dei nuovi giochi che si andavano aprendo. Ma il nostro era giovane, era dinamico era fattivo e quindi aveva ancora molte carte che si potevano giocare. E poi in quei giorni erano in molti a convertirsi al nuovo corso e quindi il futuro poteva ancora riservagli delle prospettive. E magari un futuro non troppo lontano visto che presto si sarebbe andati alle elezioni per il nuovo sindaco. Quindi Policastro poteva essere un avversario temibile in una eventuale competizione elettorale… Avversario temibile o capro espiatorio di un regime che si era macchiato certo di abusi e aveva lasciato dietro le sue spalle odi e rancori? Rancori magari nemmeno legati a fatti specifici ma coltivati da giovani che avevano assaporato l’aria nuova partecipando anche alle lotte delle ultime settimane nella vicina Milazzo e ritenevano che la rivoluzione dovesse essere portata più a fondo al di là delle istituzioni, nei confronti dei ceti aristocratici e borghesi che avevano comunque fatto parte del vecchio potere. Ritenevano che andando a sparare a Milazzo avevano acquisito un credito che dovesse essere messo all’incasso, superando le disparità sociali che a lungo avevano subito.

Tutto questo certamente era presente quella mattina del martedì 2 ottobre quando, di buon’ora, gli uomini cominciarono a raccogliersi dinnanzi alla porta del Municipio. Prima una ventina, poi una trentina, poi circa cinquanta. A gruppetti e sparpagliati. E c’era chi andava su e giù per la via del Timparozzo, da Sopra la Civita a Marina San Giovanni, a via del Pozzo per incontrarsi con chi arrivava dal Vallone, da Diana, da Marina San Nicolò e con cui si erano dati appuntamenti fin dal pomeriggio precedente quando la manifestazione era stata decisa. Si doveva manifestare contro il caro prezzi, contro una amministrazione che sembrava immobile, che non risolveva il problema. I benestanti ed i galantuomini – i Marchese, gli Scolarici, i Tricoli, i Bongiorno, i Maggiore, i De Mauro, i Florio, i La Rosa, i Peluso, i Morsillo, i Palamara, i Rodriquez, i Favaloro - se ne stavano chiusi nelle loro case che davano sulla via del Timparozzo che ora si chiamava via del Municipio, spiando da dietro le persiane dei balconi la gente che andava crescendo e che era sempre più rumorosa. Appena più in là vi erano i De Pasquale ed i Policastro.  Ma rimanevano chiusi nelle loro case della Marina San Giovanni, come in attesa di qualcosa che doveva succedere, anche i Carnevale, gli Aricò, i Rossi, gli Amendola. Mentre don Onofrio Paino era asserragliato nella sua casa in via Santo Petro. Tutti guardavano nelle strade per vedere chi c’era fra i manifestanti. E c’erano i Marii con a capo Vanni Mario Cannistrà, c’erano i Cappadona, Antonino e suo fratello  Nicola che da quando era tornato da Milazzo si credeva chissàcchi, c’erano Giovanni e Giuseppe Ventrici. C’erano insomma tutte le teste più calde dell’isola e molti altri ancora, gente che in città non era mai venuta e scendeva ora dalle campagne per protestare.

Erano chiusi balconi con le persiane abbassate, i portoni sprangati, serrate le botteghe, Solo don Piddu Maggiore, lo speziale, che era anche un grosso proprietario di terre alla Vitusa, a valle S. Angelo, nella contrada ‘u voscu, ad un certo punto aprì la farmacia . E poco dopo anche don Antonio Incorvaja decise di andare al suo Caffè pubblico dove d’estate serviva una granita al limone e all’amarena fatta con la neve che d’inverno infossava a Monte Sant’Angelo in buche nel terreno rivestita di erba fresca e ben coperta da frasche e terriccio.

Finalmente alle dieci quando il cicaleccio si era fatto assordante sul portone del municipio apparve  il presidente don Giuseppe La Rosa accompagnato dai due giurati don Michele Scafidi e don Antonino Megna. Subito dalla folla si levarono urla di minacce e il clamore aumentò ma dopo un po’ subentrò il silenzio perché la gente voleva sentire quello che veniva detto. Il presidente disse  parole, invitando alla calma ed alla responsabilità e subito passo la parola a don Michele Scafidi che ripetè il discorso che aveva fatto in Consiglio. La penuria dei beni alimentari dipende dalla situazione in cui si trova la nazione che per le isole sono accresciute dalla difficoltà di approvvigionarsi in Sicilia. L’Amministrazione può fare ben poco. Ha calmierato i prezzi e controllerà che questi vengano rispettati. Si spera che la situazione migliorerà nei prossimi giorni. Le parole di don Michele ebbero il potere di far abbassare in qualche modo la tensione. La gente si mise a discutere del calmiere interrogandosi se avesse funzionato e se si era in grado di farlo rispettare. Si discuteva a gruppetti, a capannelli e la gente cominciò lentamente a disperdersi in ogni direzione.



[1] Angelo Raffa nella nota n.119 al testo della E.Melena (In Calabria e alle Isole Eolie nell’anno 1860, Soveria Mannelli 1997, pag.180) osserva che l’ esistenza del Peculio Frumentario, a cui riconduce la cosiddetta “cassa di S. Bartolomeo”, è comunque documentata nell’800 da alcuni atti notarili.. Il Peculio Frumentario era un deposito per il grano per i periodi di carestia, distribuito in cambio di una piccola somma di denaro. Dai documenti citati da Raffa  si deduce che a Lipari il Peculio aveva un “depositario della cassa”, un “magazeniero delle fromenti” che a Lipari si trovavano nel Borgo, quartiere il Pozzo, e due “deputati”.

[2] A.Raffa nella nota n. 124 ( idem, pag.182)  al testo crede di identificare con don Salvatore Amendola, che alla fine del 1861 compare negli atti del Comune come “assessore funzionante da Sindaco”, oppure don Salvatore Favaloro che sarà Sindaco dal 1864 al 1865.

[3] Angelo Raffa  nella nota n. 120 (idem, pag.181) osserva che  dovrebbe trattarsi di  Luigi Ventrice, sarto di 38 anni, perché era l’unico dei tre uccisi che sia morto per strada.

[4] E. Melena, op. cit., pp.115-116.

[5] G.La Rosa, Pyroologia..ecc., op. cit., vol II, v. “Rollo delle famiglie cospicue de’ Gentiluomini di Lipari, che si trovarono esistenti nella città di Lipari, in tempo della sempre memorabile invasione del barbaresco Ariadeno Barbarossa l’anno di nostra salute 1544” , pp.19-22.

[6] G. La Rosa, op.cit., vol II, pp.30-31. dove si dice che la famiglia Policastro è diramata in diverse casate.

[7] G. Iacolino, La fondazione della Communitas Eoliana agli albori della Rinascenza (1095- 1995), Lipari 1995, pag. 91

[8] G. Iacolino, inedito cit., quaderno VI, pag. 312 a.

[9] G.Iacolino, inedito cit., Quaderno VII, pp.344 e ss.”Nel tentativo che ci proponiamo di ricostruire la dinamica dei fatti di quel martedì di sangue, noi ci affidiamo ai pochi documenti che avanzano ( in primo luogo i registri anagrafici del Comune di Lipari) e a quelle frammentarie notizie – spesso anche contraddittorie e di scarsa attendibilità – che abbiamo raccolto dalla bocca di concittadini non più giovani i quali ci assicurano di avere appreso a loro volta dai più antichi ascendenti. Nostro compito darà esclusivamente quello di vagliare e di legare le varie informazioni in un ordine il più possibile logico e consequenziale”.

[10] G.Iacolino, inedito cit., Quaderno VI pp. 345- 345 a.

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Vanni Cannistrà

La rivoluzione raggiunge Lipari

 

Lipari ed i liparesi di fronte alla spedizione

Una immagine della battaglia di Milazzo

Fra i volontari che combatterono a Milazzo vi erano anche alcuni eoliani. Innanzitutto Giovanni Canale, l’animatore della cellula rivoluzionaria di Lipari, che si buscò due ferite e fu promosso maggiore da Garibaldi sul campo e lo stesso Garibaldi lo nominò governatore provvisorio delle isole Eolie mettendo ai suoi ordini un gruppo di garibaldini per sostenerlo nella liberazione di Lipari. Oltre al Canale altri volontari furono Domenico Pirejra classe 1831, Nicola Cappadona che all’epoca dei fatti aveva 19 anni e Giuseppe Palamara che di anni ne aveva 21 ed era studente in chimica all’Università di Messina. Sicuramente il Palamara, ma probabilmente anche gli altri, una volta avvenuta la capitolazione dei borbonici, tornarono a Lipari con il Canali per procedere alla liberazione delle isole ed alla costituzione della nuova amministrazione.

Ma andiamo per ordine e facciamo un passo indietro. Quando nel mese di aprile corre la notizia in ogni parte della Sicilia che Palermo è insorta e poi anche Messina  e le altre città, anche a Lipari ci furono tensioni ed in qualche modo manifestazioni di cambiamento anche forti e violente. Anzi il 17 marzo, prima quindi che avvenisse l’occupazione della Gancia, vi era stata una manifestazione di liberali liparesi che avevano esposto nella Marina di San Giovanni ribattezzata Piazza del Commercio, il tricolore, fissandolo al braccio della statua di S.Bartolomeo[1].

Ma a Lipari vi era una situazione particolare. Da una parte vi erano i carcerati della colonia coatta fra cui diversi politici che speravano in un cambiamento che potesse farli tornare liberi e dall’altra una forte guarnigione militare. Ed è forse proprio per la preoccupazione di questo contingente militare che gli atti di insofferenza assunsero una fisionomia non solo violenta ma anche delittuosa attirandosi l’accusa, da parte, dei borghesi e dei benestanti locali, di brigantaggio. E questi briganti, da qualche anno, si erano manifestati nell’area di Quattropani facendosi sempre più arditi e intraprendenti. Si trattava, si diceva, di caprai ignoranti e analfabeti che avevano dato vita ad una sorta di potere illegale facendo taglieggiamenti, grassazioni, minacce e, di tanto in tanto, anche qualche omicidio. Appartenevano quasi tutti alla banda dei Cannistrà, meglio conosciuta come la banda dei Marii. Si trattava di sei o sette famiglie dove ricorreva frequentemente, almeno nella generazione più giovane che si avvicinava ai vent’anni o li aveva da poco superati, il nome di Mario. C’era Mario Cannistrà figlio di Andrea che era del 1834, Mario Cannistrà figlio di Giuseppe nato nel 1841, Mario Cannistrà di Giovanni nato nel 1841, Mario Cannistrà di Bartolo nato nel 1847, Antonino Cannistrà, Mario Vanni  Cannistrà e altri. Il capo sembrava essere Mario Vanni che aveva sposato Grazia Rijitano e si distingueva per il suo fisico possente e il suo abbigliamento  rustico e stravagante. Infatti andava in giro con un giaccone  e cosciali di pelle di pecora che insieme alla barba incolta ed i capelli lunghissimi che fuoriuscivano da un berrettone di lana grezza che calzava costantemente conferivano alla sua figura un che di selvaggio. Eppure contrariamente a quanto si diceva, Mario Vanni non solo sapeva leggere e scrivere, come altri membri del gruppo, ma teneva in casa molti libri dai quali attingeva  quelle idee di giustizia e di libertà che professava e per le quali godevano di considerazione e di rispetto fra i contadini della contrada e delle campagne vicine dove era diventato famoso assieme agli altri del suo gruppo[2]. Comunque i Marii non erano i soli nell’isola ad avere fama di essere irrequieti e violenti. Anche in città si mormorava di appartenenti alle casate dei Cappadona[3] e dei Ventrici[4] che avessero la lingua e anche la mano e qualche volta il coltello facile. Fatto sta che il 1858 ed 1860 si erano registrati a Lipari ben sei “morti violente” un fatto certamente tutt’altro che usuale per una comunità solitamente tranquilla.

Contadini delle contrade

Era sindaco di Lipari in quel tempo don Giuseppe Policastro[5], un trentaseienne avvocato colto e facoltoso che cercò di barcamenarsi in una situazione sempre più difficile e poi nel 1860, nell’isolamento più completo, senza notizie di quello che avveniva all’esterno, solo voci confuse. Soprattutto dette la caccia ai Marii e probabilmente a Vanni Mario che era latitante.

In quei mesi di forti speranze e preoccupazioni l’attenzione dei liparesi fu attratta dal forte fulmine che alle sette della sera del 19 febbraio 1859 si abbatté sul timpano della Cattedrale facendolo rovinare e provocando diverse crepe nella volta. Subito la gente vide in questo evento un presagio negativo magari anche politico data l’incertezza dei tempi. Comunque il vescovo mons. Ideo[6] non frappose tempo in mezzo e fece arrivare da Napoli, in poco tempo, le pietre per la riparazione grazie anche alla somma inviatagli, in tutta fretta, da Ferdinando II per riparare il frontone[7] e magari…per nascondere il presagio.

Le difficoltà del sindaco Policastro

Comunque, dal punto di vista ufficiale, tutto procede come al solito in municipio ed al vescovato fino all’aprile del 1960. Nell’ottobre e nel novembre del 1859 si celebrano con rito religioso in Cattedrale le ultime due ricorrenze  dei Borboni: l’onomastico di Francesco II e la commemorazione per il sesto mese dalla morte di Federico II. Ed in Comune ancora nelle sedute consiliari del 1960 si discute normalmente dei problemi dei collegamenti marittimi e dei prezzi annonari. Sui collegamenti marittimi il 13 febbraio si avanzò richiesta al governo di fare eseguire al vapore della tratta Lipari- Messina altre due  corse passando così a quattro la settimana.[8]

I prezzi annonari creavano molti malumori. Quelli della carne produssero addirittura una serrata da parte dei macellai ed il malumore crebbe fra la popolazione. Nella seduta dell’1 aprile, l’ultima presieduta da Policastro, si discute proprio di questo malcontento che  circola nel paese sia per i prezzi sia per la penuria di merci nei negozi e che si indirizza in particolare nei confronti del sindaco tanto che Policastro nella stessa seduta ritiene di doversi “discaricare per la responsabilità … dopo aver fatto noto al Colleggio lo stato di deficienza in cui attualmente trovasi il paese”.

Che la rivoluzione fosse ormai vicino i liparesi lo intuiscono il 10 luglio quando si sparge la voce che il Duca di Calabria, il vapore proveniente da Messina e diretto a Napoli, proprio nei pressi di Lipari era stato catturato da una corvetta della Marina Dittatoriale Siciliana e dirottato a Palermo.

Quando si ha notizia che Garibaldi ha conquistato Palermo buona parte dei sindaci siciliani spariscono o erano fuggiti o, chi non aveva fatto in tempo, era stato soppresso[9]. Il Policastro se ne va a Salina nelle sue terre sia per sfuggire alle proteste annonarie ed al malcontento dei cittadini in genere, sia temendo una vendetta da parte dei Marii. E dal 13 luglio non compare più la sua firma nei registri del Comune. Non potendo fare conto sulla pubblica amministrazione il governo della Sicilia scrive ai vescovi chiedendo la loro collaborazione e quella del clero “acciocché con la predicazione s’insinui negli animi de’cittadini d’abbracciar questa misura [quella della leva dell’esercito] non come una gravezza, ma come un sacro dovere, gloria vera e degna d’un popolo che vuole conservare la sua libertà[10]”.

Giovanni Casale governatore di Lipari

Quando il 25 luglio Garibaldi, dopo la vittoria di Milazzo, parte per Messina chiama a se il maggiore Giovanni Canale e gli dà disposizioni per l’occupazione di Lipari e delle Eolie. Il contingente militare che era di guardia ai coatti non avrebbe opposto resistenza, se qualche preoccupazione ci poteva essere riguardava la Regia Marina che sorvegliava l’intera area dello Stretto, ma visto che la capitolazione era stata firmata dal colonnello Anzani dello stato maggiore borbonico, anche questa eventualità appariva improbabile. Quindi il Canale  prendesse il gruppetto di liparesi che avevano combattuto a Milazzo ed un altro gruppetto della guarnigione locale e andasse a Lipari assumendo le funzioni di governatore provvisorio delle Eolie e lo comunicasse a tutte le autorità.

E così avviene . Tra il 26 ed il 28 il maggiore Giovanni Canale parte per il Lipari con il suo gruppetto, indossando la camicia rossa, un poncho grigio- marrone,  un berretto di velluto scuro ricamato. La prima visita sarà per il vescovo Ideo, quindi si recò al municipio sul Timparozzo dove incontrò quelli dei decurioni che non si erano nascosti, i gentiluomini del paese, gli ufficiali borbonici del Castello. Ad essi Canale comunicò la decadenza del Sindaco e del decurionato borbonico, lo scioglimento del corpo delle guardie municipali con il passaggio dell’incarico di pubblica sicurezza alla guardia nazionale e mostrò la sua nomina a Governatore e Presidente del Municipio, firmata da Garibaldi. Dichiarò che riceveva ordini solo dal Governatore della Provincia. Emanò alcune urgenti ordinanze di polizia compreso quella che aboliva la pena del bastone nei confronti dei relegati coatti e infine firmò il primo atto anagrafico, una registrazione di nascita. Era il 29 luglio 1960.

Il Canali annunciò che presto vi sarebbero state le elezioni per il nuovo Consiglio comunale che sarebbe stato presieduto da un Presidente del Consiglio e il Consiglio avrebbe eletto il Magistrato Giuratorio che doveva comprendere il Predente del municipio e due giurati. Il Consiglio comunale sarebbe stato eletto da elettori che sapessero leggere e scrivere e fossero iscritti ai ruoli dei contribuenti con un certo censo: una settantina o poco più[11] . I comizi furono indetti per i primi giorni di agosto. Furono eletti quarantesi consiglieri di cui sette canonici ed un sacerdote, cinque erano i confermati rispetto alla precedente assise, il più anziano e quindi presidente provvisorio era il dott. Antonino Megna.. Fra i consiglieri vi era anche Giovanni Canale.

Anche a Lipari la Guardia nazionale

Il Consiglio si riunisce per la prima volta il 25 agosto per prendere visione di una circolare del Governo del Distretto di Messina sui Consigli civici, ma siccome si tratta dei consigli da eleggere mentre a Lipari questo è giù costituito si procede solo alla nomina del Presidente e del Segretario nelle persone del signor Felice De Gregorio e del signor Giuseppe Mercorella. In un successivo consiglio del 31 agosto si provvide ad alcune sostituzioni e cancellazioni in seno al Consiglio per ricondurlo al numero di quaranta membri, ma non si procedette alla nomina dei componenti del Magistrato Giuratorio che insieme al Presidente del Municipio avrebbero costituito l’esecutivo. Non si parlò affatto del corpo dei vigili urbani come non si parlò dei problemi del Comune. Probabilmente si aspettava che la situazione si chiarisse meglio ed intanto ci si dedicava ai lavori dei campi visto che era arrivata la stagione del raccolto a Lipari come nelle isole minori.

Aveva preso ad operare la guardia nazionale a Lipari e nelle isole[12] mentre Giovanni Canale  dovette partire per qualche tempo lasciando il suo incarico ad interim al giurato don Antonino Aricò.

Francesco II a Gaeta

Settembre si apre con le notizie contraddittorie che arrivavano dalla Sicilia e dall’Italia, della coscrizione obbligatoria che era stata imposta dai piemontesi e dello Statuto Albertino che Depretis aveva esteso all’isola, del re Francesco II che si era rinchiuso a Gaeta e di Garibaldi che aveva occupato Napoli, e anche delle camice rosse che erano state sconfitte a Caiazzo. Ma a Lipari si parlava anche dei beni di prima necessità che scarseggiavano, dei prezzi che erano saliti alle stelle e di cui si dava la colpa ai bottegai e agli speculatori, dell’anarchia che ormai sembrava impossessarsi del paese. Così il 23 settembre si riunì il Consiglio sotto la presidenza di don Felice De Gregorio con all’ordine del giorno la nomina delle guardie municipali e la nomina del Magistrato municipale. Presidente a maggioranza di voti fu eletto don Giuseppe La Rosa mentre il dott. Michele Scafidi  e il dott. Antonino Megna vengono eletti primo e secondo giurato. Per quanto riguarda la Guardia municipale la scelta era stata fatta cadere , di preferenza, su individui che erano stati assunti nel 1848 e qualche mese dopo dimessi, per cui risultò un corpo di vigili per lo più anziani per la gran parte superiori ai cinquant’anni ed anche, per la gran parte, analfabeti.

Ma il problema che rimaneva grave era quello dei beni alimentari e dei loro prezzi. Che fare? Gli amministratori sapevano che la mancanza di grano, olio e carne dipendeva dallo stato di guerra che ancora affliggeva il territorio del regno per cui l’unica strada, se vera strada si poteva chiamare, era quella del blocco dei prezzi a dettaglio pur con qualche aggiustamento “onde togliere qualunque attentato all’ordine per l’imprudenza dei venditori”. Ed è con questo obiettivo che viene convocato d’urgenza il Consiglio in seduta straordinaria solo una settimana dopo, il 30 settembre che definisce, su proposta del giurato dott. Scafidi i prezzi per tutta una serie di merci: pane, vino, olio, pasta, carne di vacca, di montone e becco, di capra e pecora, e quindi dei pesci dalla cernia, al dentice,alle occhiate, agli scorfani, alle ope, alle morene e mostine, alle aragoste, al tonno sotto sale.



[1] Elpis Melena – In Calabria ed alle isole Eolie nell’anno 1860 , Soveria Mannelli 1997, pag. 116.

[2] Mario Cannistrà di Andrea nato a Quiattropani il il 25 aprile 1834 nel 1870 sarà condannato a venticinque anni di lavori forzati per grassazione. Morirà nel bagno penale di Procisa il 22 luglio del 1871. Un altro Mario Cannistrà detto anche Mariano di Bartolo, nato il 4 ottobre del 1847 verso il 1867 trovandosi in servizio di leva ucciderà un capitano dell’esercito. Sconterà trent’anni in un carcere romano. Tornato a Lipari verso il 1900 vivrà sin oltre il 1920.  Queste notizie sui Marii come altre riguardo a Lipari in questo periodo, dove non diversamente indicato, sono presi da Giuseppe Iacolino, indedito cit. Quaderno VII, pp 312-314 e pag. 348.

[3] Un Nicola Cappadona, diciannovenne, sarà a Milazzo a combattere con i garibaldini. Faceva parte di una famiglia numerosa giacchè la madre, Nicolina Mellina, aveva messo al mondo tredici figli e una decina erano viventi nel 1860. Il padre Nicola, detto Sabina, era calzolaio e guardia municipale. Vivevano in una casupola in una stradina sotto le mura del Castello. Oltre a Nicola fra i più attivi vi era il fratello Antonino più anziano di sei anni.

[4] I Ventrice erano un clan di sei o sette famiglie dislocate in vari quartieri della città ed esercitavano i più svariati mestieri. Qualcuno aveva fatto il militare nell’esercito borbonico, vi erano sarti, calzolai, fabbri e agricoltori. Probabilmente erano originari di Ustica e avevano vissuto per qualche tempo a Palermo.

 [5] Giuseppe Carlo Bartolomeo Policastro era nato a Lipari il 12 maggio 1823 dal settantenne don Antonio, dottore in legge e grosso proprietario terriero, e da donna Francesca Salpietro, una fanciulla di venticinque anni ed anche lei erede di grosse fortune patrimoniali. Era cugino di don Filippo De Pasquale che abbiamo conosciuto sindaco di Lipari e partecipante a Palermo all’insurrezione del 1848 e alla conquista di Palermo da parte di Garibaldi. Era imparentato anche con don Onofrio Paino meglio conosciuto come don Nofriu ‘u pirata.

[6] Mons. Ludovico Maria Ideo, domenicano, era nato a Pietraporzia in provincia di Enna il 21 aprile 1811. Era un predicatore eccellente e nel 1852 aveva pubblicato a Palermo il quaresimale predicato nel 1840, Venne nominato vescovo di Lipari il 25 giugno 1858 e prende possesso della diocesi l’8 ottobre. Il problema più grave che il nuovo vescovo si trovò di fronte era quello di una diocesi distribuita fra tante isole così distanti fra loro mentre la sua salute era cagionevole e non gli permetteva di sopportare gli strapazzi del viaggio e dei soggiorni disagiati. Per questo aveva chiesto subito al papa di essere dispensato dalle visite pastorali nelle isole  in prima persona e di potere delegare qualcuno per le cresime.(Archivio vescovile, Corrispondenza, carp.E).Sera anche un letterato e poeta. Nel 1880 uscì a Palermo un suo libro dal titolo “Poesie edite ed inedite di Monsignor F.Ludovico Maria Ideo dell’Ordine dei Predicatori Vescovo di Lipari”. Collaborò a diverse riviste fra cui “Vera Buona Novella” di Firenze e “Sicilia Cattolica”.Morì il 3 dicembre 1880.

[7] Dal Manoscritto anonimo di proprietà della famiglia di Luigi Mancuso, p.636.

[8] Probabilmente due corse Lipari-Messina si effettuavano già da qualche anno ed erano inserite nella linea bisettimanale Napoli –Messina una della Compagnia Calabro Sicula ed una della Compagnia delle Due Sicilie. Una volta al mese un vapore faceva il viaggio da Palermo per Lipari. S.Lanza, Guida del viaggiatore in Sicilia, Palermo 1859.

[9] F. Ioli, Roccavaldina, Torino 1972, p.86. Il 19 luglio a Roccavaldina i patrioti avevano ucciso il sindaco Carmelo Bottaro ed un suo messo. Entrambi sgozzati e lasciati in mezzo alla piazza del paese in un lago di sangue.

[10] Lettera del 19 giugno 1860 della “Segreteria di Stato dell’Istruzione Pubblica e del Culto” al Vescovo di Lipari, Archivio Vescovile, Corrispondenza, Carp.C.

[11] La lista degli elettori alle elezioni del 12 maggio 1864 erano 72, quindi supergiù lo stesso numero del 1860.

[12] Sappiamo che a Salina era già operante prima del 10 ottobre da una lettera che il governatore Giovanni Canale scrive a don Giovanni Aricò, capitano della terza compagnia dei Militi Nazionali in Santa Marina e in cui si parla del luogotenente Domenico Giuffré e dei sottotenenti Gaetano Favazza e Giuseppe Lo Schiavo, insieme ai quali l’Aricò deve procedere alla nomina dei “bassi ufficiali” e cioè un sergente foriere, sei sergenti, dodici caporali ed un caporale forire. Forse Giovanni Arico era uno dei volontari che aveva combattuto a Milazzo. Documenti riguardanti Giovanni Aricò sono di proprietà della dott.ssa Giulia Mammana in Amendola.

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Giuseppe Policastro

L’impresa di Garibaldi in Sicilia

 

Le premesse siciliane dell'impresa di Garibaldi

Francesco II di Borbone e Maria Sofia

La rivoluzione che non riuscì nel 1848 ebbe tutt’altro destino nel 1860. Intanto al trono del Regno delle Due Sicilie, a Ferdinando II, il 22 maggio del 1859, era succeduto il figlio Francesco II, giovane ed inesperto, che dovette vedersela da una parte con le turbolenze sociali e politiche che non mancarono  dopo la sollevazione del 1848, e, dall’altra, con l’isolamento politico in cui il regno si era relegato, mentre l’esercito e l’amministrazione dello stato erano sempre più demotivati e disorganizzati.

Quindi la insurrezione del 1860 ebbe tutt’altro esito  grazie anche all’apporto di Garibaldi e delle sue camice rosse. Ma la spedizione dei garibaldini ha una premessa tutta siciliana come riconobbe lo steso Garibaldi.

“Io ero in Caprera – scrive nelle sue memorie il generale -  quando mi giunsero le prime notizie d'un movimento in Palermo: notizie incerte, or di propagante insurrezione, ora annientata alle prime manifestazioni. Le voci continuavano però a mormorare d'un moto; e questo, soffocato o no, aveva avuto luogo. Ebbi l'avviso dell'accaduto dagli amici del continente. Mi richiedevano le armi e i mezzi del millione di fucili: titolo che s'era dato ad una sottoscrizione per l'acquisto d'armi. Rosolino Pilo, con Corrao, si disponevano a partire per la Sicilia. Io conoscendo lo spirito di chi reggeva le sorti dell'Italia settentrionale e non ancora desto dallo scetticismo in cui m'avevano precipitato i fatti recenti degli ultimi mesi del 1859, sconsigliavo di fare, se non si avevano nuove più positive dell'insurrezione. Gettavo il mio ghiaccio di mezzo secolo nella fervida, potente rivoluzione di 25 anni. Ma era scritto sul libro del destino! Il ghiaccio, la dottrina, il pedantismo seminava il vano di ostacoli la marcia incalzante delle sorti Italiane! Io consigliavo di non fare, ma per Dio! si faceva; ed un barlume di notizie annunciava che l'insurrezione della Sicilia non era spenta. Io consigliavo di non fare? Ma l'Italiano non dev'essere ove l'Italiano combatte per la causa nazionale contro la tirannide? Lasciai la Caprera per Genova; e nelle case de' miei amici Angier e Coltelletti si cominciò a ciarlare della Sicilia e delle cose nostre. A villa Spinola, poi, in casa dell'amico Augusto Vecchi, si principiò a fare dei preparativi per una spedizione”..

L’insurrezione di cui parla Garibaldi è quella del  4 Aprile 1860 quando un gruppo di patrioti mazziniani e liberali si barricano, nel centro storico di Palermo, nel complesso della chiesa e nel convento di S.Maria degli Angeli conosciuta come la  Gancia, un ricovero francescano per forestieri, e da lì danno il segnale della rivolta contro il governo del Borbone. Malgrado siano un piccolo gruppo essi riescono a resistere per diversi giorni anche se in città vi è una forte guarnigione militare. Ma i ribelli hanno la solidarietà dei frati e inoltre la popolazione, che  è sempre più ostile ai Borboni, fa loro da cordone di protezione quantomeno a livello di opinione anche se va osservato che la protesta del popolo aveva una motivazione ed una dinamica sua propria che non sempre riusciva ad essere controllata dai liberali che appartenevano, per lo più, ad un ceto culturale . Dei frati parla anche Garibaldi nelle memorie della spedizione: “Il contegno dei poveri frati della Gancia fu lodevolissimo. Essi non pugnarono, non macchiaronsi di sangue, ma identificaronsi colle aspirazioni d’un popolo generoso ed oppresso, lo favorirono e ne divisero i pericoli e le miserie”[1]

Palermo i primi moti del 1848

Così Palermo accende la scintilla. E  malgrado tutti gli uffici pubblici rimangano chiusi e la città è isolata fino al 12 aprile per cui l’unico collegamento possibile è quello con le navi militari, il fermento si propaga in tutta la Sicilia.

 Il 6 Aprile gruppi di rivoltosi attaccano le guarnigioni borboniche di Monreale e Boccadifalco. L'8 Aprile, giorno di Pasqua, a Messina viene dichiarato lo stato di assedio. Per tutto il mese di aprile nelle strade e nelle piazze di Messina circolavano, in atteggiamento minaccioso, non meno di venticinquemila fra braccianti agricoli, pastori e montanari.

Il 10 Aprile Rosolino Pilo e Giovanni Corrao, entrambi mazziniani, dopo un colloquio con Garibaldi, sbarcano in Sicilia, tra Messina e il capo di Torre Faro, incitando alla resistenza in attesa del prossimo arrivo del generale. In molte città vengono ripristinate le guardie nazionali che erano state istituite durante l’insurrezione del 1848. Questo toglie all'amministrazione borbonica il controllo della sicurezza pubblica demandandola alla borghesia.

Ai primi di maggio – commenta una lettera scritta in quei giorni – “la bandiera tricolore sventola da per tutto, la guardia Nazionale è da per tutto ordinata, il dazio sul macino non si paga. Dove sono i soldati, ivi la compressione, dove soldati non sono, ivi l'indipendenza[2] .E furono soprattutto i piccoli centri a sperimentare questa maggiore indipendenza che spesso si delineava abbastanza confusa fra la rivendicazione dei popolani e dei contadini che erano soprattutto sociali e spesso molto elementari, quelle dei liberali e democratici che erano essenzialmente politiche e miravano alle libertà costituzionali ed all’unità d’Italia ed infine quella dei nobili e di molti borghesi che fiutavano il clima e stavano attenti a che – come fa dire Tommasi di Lampedusa al Principe di Salina nel Gattopardo – tutto cambiasse perché nulla cambiasse.

Garibaldi accellera i tempi

La partenza dei Mille da Quarto

I sommovimenti di Sicilia sollecitano Garibaldi a fare presto.  Il 4 maggio  a Torino si stipula il contratto per l’acquisto dall'armatore Rubattino dei due vapori Piemonte e Lombardo. La sera del 5 la spedizione di circa 1162 volontari si imbarcava dallo scoglio di Quarto armati di vecchi fucili. L’11 sbarcava nel porto di Marsala proclamandosi dittatore della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II. Il 14 è a Salemi dove viene accolto con grande entusiasmo dalla popolazione. Il 15 a Calatafimi c’è il vero primo scontro con i borbonici. Garibaldi ha le sue camice rosse e 500 “picciotti” del barone di Alcamo, il gen. Landi aveva invece 2.300 uomini, uno squadrone di cavalleria e 4 pezzi d’artiglieria. Lo scontro fu cruento e durò quasi tutta la giornata ma alla fine  i garibaldini ebbero la meglio. La strada per Palermo era così spianata.

Garibaldi sbarca a Marsala

Garibaldi pose il suo quartiere generale a Gibilrossa una piccola frazione di Misilmeri a 12 chilometri da Palermo. Qui sosta dal 19 al 26 maggio attendendo le squadre siciliane .di La Masi, che nel frattempo erano cresciute per nuove adesioni e contavano circa 3000 uomini. A Palermo si aggregano all’esercito di Garibaldi anche alcuni liparesi. I primo a farsi presente è don Filippo De Pasquale che viveva in quella città ed era amministratore dei beni Magione e Ficuzza e che il generale incaricherà di amministrare i beni della casa reale. Un altro liparese che si fece onore in battaglia fu Antonino Natoli che raggiunse il generale  a Gibilrossa “dopo aver piantato il vessillo tricolore in Baucina” dove abitava  e poi partecipò alla battaglia nelle strade di Palermo[3].

A Gibilrossa Garibaldi decide di dare l’assalto a Palermo nella notte. Ci si muove alle 4 di mattina e Garibaldi pone il suo quartier generale  a palazzo Pretorio, nel cuore della città. Subito le campane suonarono a festa e la popolazione insorse. Molte carceri furono aperte e parecchi detenuti si unirono ai rivoltosi costruendo delle barricate in diversi quartieri della città mentre i borbonici si rinchiudevano in alcune postazioni come Palazzo reale, la Prefettura, il Forte di Castellammare. Il gen. Lanza, spaventato e disorientato, diede ordine di sparare sui quartieri occupati dai garibaldini dalle navi nel porto e dal forte. Fu un bombardamento che durò per tre giorni  con diverse centinaia di morti e di feriti fra la popolazione. Il 30 si cominciò a trattare per l’armistizio su sollecitazione degli inglesi. Questo fu concluso il 31 mentre l’esodo dei borbonici avvenne fra il 7 ed il 19 giugno.

Garibaldi entra in Palermo

La piazzaforte di Milazzo

Per scacciare completamente i Borboni della Sicilia era necessario prendere la piazzaforte di Milazzo. I garibaldini con i “picciotti” che crescevano continuamente di numero al comando del Gen. Medici marciarono da Palermo verso lo stretto di Messina mentre Garibaldi era ancora a Palermo e raggiungerà il resto dell’esercito il 19 con una nave di volontari che venivano dal continente sbarcando a Marina di Patti. Lo scontro di Milazzo vide di fronte 6000 uomini di Garibaldi contro 3.400 al comando del gen. Del Bosco anche se questi ultimi erano meglio organizzati ed armati. Lo scontro fu durissimo: si sparava fra le case, dalle barche del porto e dalla  fortezza. Le truppe di Garibaldi persero mille persone. Il 20 trascorse combattendo tutto il giorno mentre il 21 ed il 22 furono giornate relativamente tranquille con gli eserciti che si sorvegliavano dalle barricate. Il 23 si trattò tutto il giorno e la notte fra il 23 ed il 24 si firmò la titolazione dei borbonici. Ora tutta la Sicilia era liberata ed ai borbonici rimaneva solo la cittadella di Messina.

La battaglia di Milazzo


[2]  Da una lettera del 2 maggio pubblicata nel volume “I cento anni della provincia di Palermo”, Manfredi editore, Palermo, 1961.

[3] Antonino Natoli, classe 1817. Per decreto del “Generale Dittatore” il 3 novembre 1860 è nominato sottotenente della brigata Corrao. Lascerà il servizio e il grado il 27 novembre dello stesso anno. A Lipari farà il negoziante e morirà a 86 anni il 21 agosto del 1903. Il figlio Giuseppe morirà ad Aspromonte il 30 agosto 1862. La documentazione in Giuseppe Iacolino, indedito cit., Quaderno VII, pp.219 a-b.

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Milazzo

La rivoluzione del 1848

 

"Sicilia all'armi!"

La rivoluzione a Palermo nel 1848

La prima a partire fu Messina. All'alba del 3 giugno 1847, nel giorno della festa cittadina della Madonna della Lettera, la statua di bronzo del re, che era in piazza Duomo, oggi in via Garibaldi, appariva con le orecchie tappate da bambagia e con la benda agli occhi, ad indicare che Ferdinando era sordo alle richieste dei siciliani e cieco perché non vedeva quale era la situazione. Era un primo segnale che qualcosa bolliva in pentola. E ciò a cui ci si apprestava era una insurrezione che sarebbe dovuta scoppiare congiuntamente il 2 settembre a Messina e Reggio Calabria. Ma l’1 settembre si presentò l’occasione  di catturare tutto lo stato maggiore borbonico in un colpo solo,e quindi si decise di anticipare gli eventi. Il 1° Settembre 1847 alle ore sei del pomeriggio cinque gruppi partirono da diversi punti della città chiamando alle armi tutti i cittadini. Gli ufficiali, avvertiti tempestivamente della rivolta, erano scappati per rifugiarsi nei quartieri militari e nelle fortezze. In un primo tempo i messinesi sembrarono avere la meglio. Erano numerosi quanti dalla marina si dirigevano al forte ed avevano occupato diversi posti doganali. Ma poi l’esercito ebbe la meglio ed a sera la rivolta era stroncata. Gli insorti trovarono riparo e ospitalità sui colli della città e malgrado gli ufficiali borbonici incitassero i cittadini a denunciare gli insorti, con una taglia di 300 ducati per ogni ribelle ucciso e 1.000 ducati per ogni ribelle catturato, nessuno fece denuncia. Non solo ma lo sdegno popolare si radicò e assunse forme pubbliche di contestazione quando si cercò di far passare la rivolta per opera di alcuni pazzi.

Allegoria. La Sicilia butta Pulcinella che raffigura i Borbone napoletano a mare.

La mattina del 9 gennaio 1848 per le strade di Palermo apparve un manifesto. Esso diceva:

“ Siciliani! Il tempo delle preghiere inutilmente passò, inutili le proteste, le suppliche, le pacifiche dimostrazioni. Ferdinando tutto ha spezzato. E noi popolo nato libero, ridotto fra catene e nella miseria, ardiremo ancora a riconquistare i legittimi diritti. All’armi figli della Sicilia! La forza dei popoli è onnipossente: l’unirsi dei popoli è la caduta dei re. Il giorno 12 gennaio, all’alba, segnerà l’epoca gloriosa della universale rigenerazione. Palermo accoglierà con trasporto quanti siciliani armati si presenteranno a sostegno della causa comune, a stabilire riforme ed istituzioni analoghe al progresso del secolo, volute dall’Europa, dall’Italia, da Pio IX. Unione, ordine, subordinazione ai capi, rispetto a tutte le proprietà. Il furto si dichiara tradimento alla causa della patria e come tale punito. Chi sarà mancante di mezzi ne sarà provveduto. Con questi principi il cielo seconderà la giustissima impresa. Sicilia, all’armi!”

.

La lapide che ricorda i moti a Messina

Era l’annuncio di quella rivoluzione siciliana che inaugurerà i moti del 1848. A questo ne seguono altri il giorno dopo, che invitano i cittadini a scendere per le strade all’alba del  12 con le armi. Ma è una rivoluzione improvvisata. E questo apparirà chiaro proprio la mattina del 12 quando un gruppetto di cittadini armati alla meno peggio diede inizio alla rivolta. Sulla tarda mattinata la cavalleria attacca la folla che inneggiava a Pio IX e non riesce a disperderla anzi un ufficiale rimane ferito e 10-11 soldati uccisi. Quindi è costretta a ripiegare. E’ questa la molla che fa divampare la rivolta. Battere i soldati è possibile! E come se si fosse dato fuoco ad una polveriera la rivolta  dilaga nella provincia e nelle campagne. Giungono a Palermo per unirsi ai popolani rivoltosi aristocratici, intellettuali, borghesi, possidenti, contadini. Gli scontri durarono una decina di giorni e i rivoltosi si impadronirono di gran parte della città. A presiedere il Comitato Generale venne designato Ruggero Settimo dei principi di Fitalia, un anziano liberale, già brigadiere della marina napoleonica e ministro nel governo del 1812.

I Borboni tentano una contromossa facendo giungere da Napoli rinforzi con cinquemila uomini ma questi non riuscirono a collegarsi con le truppe assediate a palazzo reale e il 26 gennaio  furono costrette ad abbandonare le posizioni e fuggire per Napoli.

Alla notizia dei fatti di Palermo insorsero anche Messina, Catania e via via tutte le città dell’isola.

A Messina il 28 gennaio un comitato di 300 cittadini pubblicò un proclama: "All'armi ai messinesi! ecco il giorno tanto sospirato! Siete tutti ormai armati e organizzati. Messina che diè prima il segno dell'insurrezione finisce in questo giorno la grande Rivoluzione Siciliana, trionfante per opera dell'immortale Palermo. Pronti alla difesa, pronti al fuoco, se una mano di capi pazzi e venduti, un armento di ciechi soldati, che son trascinati come vittime al macello, tenteranno di turbare la gioia cittadina del trionfo siciliano"[1].

Il giorno dopo  i messinesi scesero in piazza. I soldati sparavano sulla città dai forti e alle 23 entrarono in città. Fu una battaglia feroce soldati contro cittadini. I reparti sconfitti si ritirarono scappando nel campo d'armi di Terranova, dove adesso c'è la stazione ferroviaria. I combattimenti durarono molti giorni a Messina, ma alla fine il popolo ebbe la meglio. In meno di un mese la Sicilia fu in mano al governo provvisorio meno la cittadella di Messina.

Palermo. Combattimenti di fronte alla Cattedrale

Una miccia che si propagò in tutta Europa

Quella della Sicilia fu la miccia che si propagò per tutta l’Europa. Il 10 febbraio insorse Napoli malgrado re Ferdinando - lo stesso giorno, pressato dagli inglesi -, avesse in tutta fretta promulgato una Costituzione; il 15 Firenze, il 27 Parigi, i 5 marzo Torino, il 14 Roma, il 15 Vienna e Budapest, il 19 Berlino, il 22 Venezia, il 23 Milano.  

Sempre su pressione degli inglesi, e cioè degli ambasciatori Napier e Minto, Ferdinando estende la costituzione napoletana anche alla Sicilia ma il Comitato rivoluzionario la rifiutò con una motivazione che dice chiaramente come quella siciliana era soprattutto una rivoluzione per l’autonomia della Sicilia ed il vero nemico non era il re ma il governo di Napoli. Infatti i siciliani non avevano mai digerito che Ferdinando, dopo il Congresso di Vienna, avesse riunificato i regni stabilendo la capitale a Napoli ed avesse abolito il Parlamento siciliano e la costituzione del 1812.

Ecco, in sintesi, la risposta del Comitato siciliano:

“1. Che il Re avesse ripreso l’antico titolo di re delle Due Sicilie (e non del Regno delle Due Sicilie). 2. Che il suo rappresentante in Sicilia si fosse chiamato Vicerè e che fosse un membro della famiglia reale o un siciliano. 3. Che l’atto di convocazione del Parlamento, facesse parte della costituzione. 4. Che gli impieghi civili, militari ed ecclesiastici fossero appannaggio dei siciliani. 5. Che si consegnasse alla Sicilia la quarta parte della flotta, delle armi e del materiale di guerra o l’equivalente in denaro. 6. Che fossero restituiti i battelli doganali e postali acquistati per conto della Sicilia. 7. Che gli affari d’interesse comune fossero trattati e determinati dai due parlamenti. 8. Che in una lega politica o commerciale degli Stati italiani vi dovesse essere rappresentata la Sicilia come Stato indipendente. 9. Che la Sicilia potesse coniare moneta”[2].

Il 22 marzo Ferdinando respinge le proposte e provocatoriamente fa notare che con le loro richieste di autonomia, i siciliani andavano contro lo spirito risorgimentale e di fratellanza che traversava l’Italia intera. Ora il Comitato deve decidere se andare avanti o tornare sui propri passi. E decide di andare avanti dichiarando Ferdinando e la dinastia dei Borbone decaduti dal trono di Sicilia, affermando che la Sicilia si reggerà con un governo costituzionale e che sarebbe stato chiamato al trono un principe italiano dopo che si sarà definito lo statuto.

Ferdinando di Borbone

La costituzione fu emanata il 10 luglio ed era , per i tempi, fortemente ispirata ad una concezione liberal-democratica, ma la ricerca di un principe italiano disposto ad assumersi la guida di Sicilia non approdò a nulla. Intanto l’esercito napoletano il 7 di settembre dopo tre giorni di bombardamenti occupò Messina ed il 9 la fortezza di Milazzo. Il 22 aprile 1849 il governo di Ruggero Settimo rassegnò le dimissioni, il primo maggio Palermo offrì la capitolazione alle truppe napoletane al comando del colonnello Nunziante ed il 15 maggio i Borboni avevano nuovamente il pieno controllo dell’isola. La rivoluzione siciliana era durata circa 16 mesi. Il re offrì amnistia generale salvo 43 esponenti della rivoluzione. La maggior parte di loro si imbarcò per Genova e parecchi di essi , undici anni più tardi, furono alla base della spedizione dei mille. Ruggero Settimo invece riparò a Malta dove venne accolto con onori di un sovrano.[3]

La rivoluzione del 1848 a Lipari

Come vissero i liparesi i fatti di Messina e di Palermo?  Non ci sono narrazioni che riguardano quei mesi ma solo degli indizi che ci fanno comprendere che anche Lipari partecipò agli eventi anche se forse senza momenti di tensioni.

Anche a Lipari, come in altre parti della Sicilia e d’Italia, si era costituito un gruppo rivoluzionario clandestino in contatto con il Comitato rivoluzionario di Palermo. La persona più attiva era certamente Giovanni Canale[4],coadiuvato da Giovanni Amendola, di quindici anni più anziano, cognato del prof. Serafino De Angelis. Del comitato dovevano far parte anche don Filippo de Pasquale e il De Angelis.

Ci fu un cambiamento di amministrazione. Decadde il sindaco don Giuseppe Milio e per due mesi, da metà luglio a tutto settembre del 1848, i poteri furono assunti dal barone avv. Leopoldo Rodriquez[5] in qualità di presidente del Magistrato Municipale quindi divenne sindaco e vi rimase fino al 1855. In città inoltre fu costituita la Guardia nazionale. Erano dei corpi militari formati da giovani di famiglie nobili e borghesi, col compito di mantenere l’ordine pubblico. Questa istituzione ereditata dalla Francia rivoluzionaria  in Italia si affermò proprio in occasione dei moti del 1848, si ripresentò nel 1860 fino a quando il governo italiano la sciolse decisamente nel 1867.

La guardia urbana

Della guardia nazionale, o meglio urbana come veniva chiamata, liparese del 1848 si conoscono due nominativi del tenente Emanuele Carnevale[6], che la comandava, e del caporale  Giovanni Bongiorno della classe del 1823.

Comunque alcune giornate di turbolenza Lipari dovette viverle perché questo risulta da due comunicazioni del vescovo del tempo che era mons. Bonaventura Attanasio[7]. Nella relazione del 1854 alla Santa Sede egli confessa di essersi allontanato dalla sede  durante le “vicissitudini” del 1848 e più avanti aggiunge  che quello fu un anno di “turbolentissima tempesta” (turbolentissima erupit tempestas”) che distrusse il lavoro fatto[8]. Ancora ad una nota del 12 novembre del 1849 del luogotenente generale di Palermo che invitava mons. Attanasio a ripristinare gli stemmi reali, questi rispondeva che si era provveduto a rimettere quelli che “n’ tempi del disordine venivano tolti”[9].

Alla rivoluzione parteciparono anche alcuni personaggi della comunità eoliana che in quel periodo erano assenti da Lipari. Vi partecipò sicuramente don Filippo De Pasquale, già sindaco di Lipari, che in quel periodo era a Palermo ed entrò a fare parte del nuovo Parlamento siciliano che si era riunito solennemente nella Chiesa di S. Domenico il 25 marzo del 1848 e che il 13 aprile approvò la dichiarazione della decadenza della dinastia borbonica dal regno di Sicilia. Il De Pasquale in quegli anni strinse rapporti e rinsaldò antichi legami con Ruggero Settimo, Giuseppe La Farina, Vincenzo Florio, Francesco Crispi, Michele e Enrico Amari e altri personaggi che avevano fatto la rivoluzione e che saranno poi al centro di vicende della nostra storia nazionale. Dovette parteciparvi anche Giovanni Canale[10] che farà parte delle formazioni garibaldine e che in quei mesi risultava assente da Lipari.

Durante i mesi della rivoluzione Lipari rimase priva dei regolari collegamenti con la terraferma giacchè alcuni battelli erano stati requisiti dal governo di Napoli ed altri, come il Giglio dell’Onde e il Vesuvio, dagli insorti siciliani.

Mons. Bonaventura Attanasio

E proprio il Giglio e il Vesuvio furono protagonisti dell’unica vicenda della rivoluzione che in qualche modo tocca le Eolie ed in particolare Stromboli. Il 12 giugno del 1848 i due piroscafi  partono da Milazzo con a bordo un corpo di volontari, 624 uomini in tutto, per andare , muniti di cannoni e con dodici muli,  a Bagnara a dare man forte ai liberali calabresi insorti. Ma lungo il tragitto vengono avvistati da navi armate napoletane che uscivano da Pizzo. I due piroscafi con gli insorti per non essere intercettati si rifugiano a Stromboli dove rimangono nascosti per tutta la giornata del 13. Ma ad una certa ora della giornata il comandante, che era il nizzardo Ignazio Ribotti, e gli ufficiali che si trovavano sul Giglio vengono richiamati da clamori che si levavano dal Vesuvio. Accostano e scoprono che è in corso una discussione vivace fra chi volevano procedere verso l’obiettivo, ed erano la gran parte, ed i pochi invece che volevano tornare indietro. Il comandante decide che chi vuole proseguire lo faccia con il Vesuvio e chi invece vuole tornare trasbordi sul Giglio che sarebbe andato a Milazzo. E così undici ufficiali trasbordarono “accompagnati da fischi e da urli di disprezzo[11]”.

Quando ,conclusa la rivoluzione, arrivò il momento della repressione poliziesca , questa si fece sentire anche a Lipari. Si ha notizia che furono colpiti anche dei monaci dei Minori Osservanti, come un certo padre Calcedonio da Lipari le cui responsabilità il suo superiore cercava di ridimensionare sostenendo che quello che aveva agito per “ignoranza e leggerezza” e che era uno che “aveva il vizio di parlare troppo”.

Inoltre a Lipari arrivò un nuovo stuolo di detenuti, delinquenti comuni e esiliati politici, fra cui diversi ecclesiastici che erano obbligati a dimorare nei due conventi sotto la responsabilità del vescovo.



[2] Le condizioni per intero si possono leggere nel testo “Memorie” di Fardella di Torrearsa, riportate da Renda in Storia di Sicilia , 2° volume. Pag 932, edizioni Sellerio.

[3] Per la redazione di questo paragrafo abbiamo consultato F.Renda, Storia della Sicilia, Palermo 2003; R.Romeo, il risorgimento in Italia, Laterza, 1950; W. Dickinson, Patriotti e galeotti, Sicilia 1848. Diario di una rivoluzione, 2003. F.Misuraza e Alfonso Grasso, Il regno siculo-partenopeo tra il 1821 ed il 1848, Parte I e II in “Brigantino- Il portale del Sud”, www.ilportaledelsud.org. ; R. Baeli in www.messinacity.com .

[4] Giovanni Canale di Zaccaria e Maria Rodriquez  era nato a Lipari il 28 settembre 1823. Morirà in Lipari il 26 aprile 1887.

[5] Leopoldo Rodriquez era figlio del barone don Giovanni Antonio e di donna Maria Odavene e fratello di quel can. Carlo Rodriquez che abbiamo già incontrato.

[6] Emanuele Carnevale di Onofrio e di donna Giovanna Salpietro nacque a Lipari il 25 luglio 1827 e morì il 13 novembre 1873. Abitava nella villa di S. Lucia oggi villa Lo Cascio.

[7] Mons. Bonaventura Attanasio era nato a Lucera in provincia di Foggia il 13 ottobre 1807. Fu nominato vescovo il 22 luglio del 1844 e giunse a Lipari nei primi di marzo del 1845. Notevole fu la sua attività sia sul piano della cura degli edifici di culto come del patrimonio della mensa, sia in ordine all’attività pastorale dedicando molto spazio alla visita nelle chiese sia di Lipari che delle isole e garantendo che tutte le chiese avessero almeno un prete. Aprì finalmente il seminario che era stata l’aspirazione di molti vescovi ,restaurando l’edificio destinato da mons. Coppola a Conservatorio femminile; realizzò l’ampliamento del Palazzo vescovile di Diana; fece costruire la chiesa nuova a Quattropani e quella di S. Gaetano a Rinella. Nell’ottobre del 1857 rassegnò le dimissioni da vescovo di Lipari che furono accettate purchè rimanesse a reggere la diocesi di Lipari fino all’arrivo del successore per evitare la “vacanza di Sede”. Il successore fu mons. Ludovico Ideo che venne nominato il 25 giugno del 1858. Dopo aver lasciato Lipari mons. Attanasio si ritirò a Napoli dove Ferdinando II lo nominò Presidente della Pubblica Istruzione del Regno. Collaborò inoltre con l’Arcivescovo di Napoli nelle opere caritative a favore dei malati di colera. Fondò nel 1861 la Pia unione di Gesù crocifisso per la conservazione della Fede e della Pietà. Mori a Napoli il 3 settembre del 1877.

[8] Relatio status Liparensis Ecclesiae, anno 1854, in Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 B, ff. 192 e 193.

[9] Archivio Vescovile, Carpetta Corrispondenza D. Circa il lavoro fatto che era andato in fumo, l’Attanasio si riferisce, fra l’altro, all’iniziativa, verso la fine del 1846, di “radunare in un’unica casa e sotto la vigilanza diretta di due donne di provata integrità, ventidue donne che vivevano nell’immoralità e nel peccato. …per lo spazio di circa sedici mesi io a quelle fornivo e gli alimenti e ogni altra cosa necessari”. Come anche all’aver fatto venire sei sacerdoti Redentoristi che per quasi sei mesi predicarono missioni nella città e nelle isole.Archivio Segreto del Vaticano, Relatio status Liparensis eccl. Cass. 456 B, ff.196 e 193.

[10] Giovanni Canale  di Zaccaria e Maria Rodriquez era nato a Lipari il 28 settembre 1823 e proprio il 28 novembre del 1848 si sposa per procura con donna Marianna Favaloro. Torna a Lipari solo nei primi mesi del 1849 per dichiarare la nascita della primogenita.

[11] T. Landi, Memorie di Calabria, Ricordi della spedizione di Sicilia in Calabria nel 1848, in F.Giannetto, Memoria indedita di Tommaso Landi sulla spedizione siciliana del 1848 in Calabria, in “Messina e la Calabria”, Atti del I Colloquio Calabro-Siculo, Reggio C.- Messina, nov. 1986, Messina 1988, pp586-87.

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Serafino De Angelis

Un complotto contro il vescovo che voleva riformare la raccolta delle decime

 

L’epidemia di colera

Comunque già il 1832 si apriva all’insegna di un ben più grave problema che doveva impegnare il nuovo vescovo, l’amministrazione comunale e la popolazione di Lipari ed era il manifestarsi anche nelle Eolie – e forse prima che in altre parti d’Italia - di quell’epidemia di colera che proprio in quegli anni terrorizzava l’Europa ed il mondo intero.

Era dal 1817 che si parlava nel mondo di questa malattia, da quando cioè era uscita dei confini storici dell’India e dalla regione del Bengala in particolare. Indubbiamente l’incremento dei traffici e dei trasporti sia per ferrovia, sia per la navigazione a vapore, favorì la diffusione anche se non si comprendeva in che consistesse questo morbo, quale ne fosse la causa e come si propagasse. Comunque nel 1831 arrivò in Inghilterra, Ungheria e Germania e nel 1832 a Parigi. Si dice che in Italia il colera si affacciò per la prima volta nel luglio del 1835 probabilmente portato per via di mare da un gruppo di contrabbandieri provenienti dai territori d’oltralpe e entrati nel Regno di Sardegna dopo aver infranto il cordone sanitario[1]. Se questo è vero, Lipari dovette vivere l’esperienza in anteprima,  nel febbraio del 1832, anche qui arrivata attraverso contrabbandieri. Infatti è l’anonimo cronista  che ci informa che “in febbraio per certi contrabbandi sviluppassi in questa Città una febbre epidemica contagiosa”[2] .Nel 1832 i morti furono 213 in più dell’anno precedente. E il morbo non risparmiò nessuno anche se furono colpite più le donne che gli uomini. Ma comunque tutte le classi sociali pagarono il loro tributo: morirono filandiere, contadini, operai ma anche notabili ed esponenti del clero.

E come succede quando un pericolo giunge all’improvviso ignorandone la causa ed il modo per combatterlo, il popolo chiese aiuto alla religione affollando le chiese ed aiuto alla preghiera chiese anche il governo. Infatti il vescovo di Lipari ricevette il 14 Maggio del 1832 un dispaccio a nome del re nel quale si sollecitavano i prelati “a raddoppiare nelle Chiese delle rispettive Diocesi fervide preci all’altissimo onde impetrare dalla Divina misericordia la cessazione di un tanto flagello[3].

Alexandre Dumas in un dipinto della gioventù.

Nell’ottobre del 1835 quando lo scrittore francese Alexandre Dumas e il suo compagno visitano Lipari la paura del colera è ancora forte tanto che per fare verificare i passaporti li dovettero passare attraverso una inferriata ed essi “ci furono presi dalle mani con delle pinze gigantesche” e  dovettero dimostrare che venivano da Palermo e non da Alessandria o Tunisi. Solo allora “aprirono il cancello e consentirono a lasciarci passare”.

E se anche  le morti non toccarono più le cifre del 1832 il colera continuò a farsi sentire ad intervalli come nel 1840 con un centinaio di morti oltre la media annuale e nel 1834 con circa centocinquanta in più[4]. Comunque il 1855 fu salutato come l’anno della fine del “colera morbus” e considerato che i danni che avevano colpito i liparesi erano abbastanza contenuti rispetto a quelli di cui si diceva nel resto del mondo, il vescovo e la civica amministrazione decisero di ringraziare San Bartolomeo con una nuova statua di marmo al posto di quella  collocata nel 1813, la costruzione di un piedistallo in cui vennero affisse due epigrafi in marmo, una del vescovo ed una del Comune il tutto salvaguardata da una cancellata di ferro donata da don Onofrio Paino[5].

Si supera la crittogama

Il 1855 fu salutato a Lipari come l’anno della liberazione da un altro malanno. Questo non colpiva le persone ma la vite che era una delle principali risorse dell’arcipelago. Era il male della crittogama un fungo riscontrabile come un pulviscolo biancastro e per questo si chiama anche “mal bianco”. Nella vite porta al rallentamento della crescita ed alla perdita del raccolto. Nelle Eolie questo flagello aveva imperversato a lungo, come appunto il colera. Si era manifestato nel 1831 e si era trascinato fino al 1854. A Lipari però era giunto solo nel 1853  ed aveva subito creato gravi problemi negli strati più miseri della popolazione tanto che il vescovo, proprio quell’anno, chiedeva al Governo “un soccorso” economico per far fronte agli effetti della “ sperimentata malattia della vite detta crittogama” ed otteneva in risposta 3.500 ducati che spendeva tutti in elemosina ed acquisto di cereali per i poveri[6].

Nel marzo dello stesso anno era giunta la notizia che in Italia era stato trovato un rimedio: cospargere la vite di zolfo polverizzato. Ma a Lipari, come del resto nel resto del regno, si era piuttosto scettici. Cominciò per primo don Filippo De Pasquale con molta circospezione. E visto il buon risultato fu subito seguito da alcuni mentre altri continuarono a rimanere scettici. Così si liberò del male solo parte dell’isola di Lipari. La strada però era stata tracciata[7].

Il complotto contro il vescovo

Nella storia delle Eolie i tentativi riusciti o meno di risolvere con la soppressione fisica dell’avversario delle controversie, sono piuttosto rari. Abbiamo visto il caso di un vescovo che ferì a morte il governatore della città ma dovette trattarsi di un atto inconsulto determinato dall’ira. Ma che si ordisca un complotto per uccidere il vescovo, quello che accadde nel 1840, è un caso più unico che raro. Eppure come vedremo forse non rimase isolato nei decenni che seguirono. Sarà stato il fatto che gli interessi cominciavano a farsi sostanziosi  e con essi cresceva anche la propensione a tutelarli e difenderli. Sarà stata la prossimità con la delinquenza comune che rendeva più facile ricorrere alla violenza affidandola a terzi. Comunque sia, questo episodio ha diversi elementi che lo rimandano ad un’azione di tipo mafioso. C’è un notabile locale che vuole difendere i suoi interessi che vede minacciati e lo fa ricorrendo alla violenza. Può farlo perché è inserito in una rete di protezioni che arrivano sino ai pubblici poteri. C’è una manovalanza criminale che sembra a disposizione. C’è un’opinione pubblica praticamente inesistente. Non perché mancassero personalità di spicco[8] ma perché la gran massa era chiusa nel proprio “particolare” e uno dei problemi più avvertiti era quello di liberarsi dal peso dei censi e delle decime dovuti alla mensa vescovile. Di questo evento si sa quasi tutto almeno per quanto riguarda la sua programmazione. Ciò che manca, come in molti casi di stampo mafioso, è la parte conclusiva: il trionfo della giustizia. Ma andiamo per ordine.

Il Vescovo Mons. Giovanni Proto

E cominciamo dalla vittima che è mons. Giovanni Proto[9] divenuto vescovo di Lipari il 18 febbraio del 1839. Mons. Proto era un uomo inflessibile e intransigente. Lo era con il clero a cui rimproverava di essere ozioso e infingardo dimenticando il dovere della carità[10], lo era con i proprietari terrieri a cui non perdonò il  fatto che avessero messo in discussione i diritti della Mensa vescovile circa i censi e le decime. Non era quindi improbabile che si attirasse antipatie ed anche odio. Ma chi pensò a sopprimerlo – almeno per quello che sembrò emergere dalle indagini -fu un personaggio importante della Lipari d’allora che abbiamo già incontrato nel nostro racconto e cioè don Onofrio Paino[11], detto “don ‘Nofriu ‘u pirata”, figlio di quell’Antonio Paino che si era arricchito con il commercio, e fratello del canonico Antonio, nominato esattore delle decime e dei censi da parte del predecessore di Giovanni Proto. E sembra che fosse proprio il fatto che il vescovo fosse addivenuto alla determinazione di revocare quell’appalto alla scadenza del contratto e cioè il successivo autunno, che fece scattare nel Paino - personaggio senza scrupoli, assai influente con amicizie altolocate e dalle risorse economiche illimitate - la determinazione di sopprimere il vescovo. Il Paino chiama il chierico Giovanni Cafarella e don Felice Franza e da loro l’incarico di trovare il sicario. E la scelta  cade su un confinato coatto, tal Filippo Pucci. A questo erano stati promessi cento onze oltre l’impunità e la fuga dall’isola verso la Calabria o altre destinazione di suo gradimento. Ma il Pucci tergiversa per tre mesi, infine, messo alle strette dal Franza e dal Cafarella,  forse temendo di essere scoperto, il 28 agosto preferisce vuotare il sacco denunciando mandante ed intermediari.

Don 'Nofriu u pirata

Onofrio Pajno detto 'Nofriu u pirata

Informato, il vescovo scrive subito al Ministro di Polizia, al Ministro degli affari ecclesiastici, al Luogotenente generale ed al Procuratore generale e  chiama in causa  non solo Onofrio ed il can. Antonio ma anche l’altro fratello Giuseppe che ambivano, insieme, a divenire “gli arbitri della mia Chiesa”. Ed avendo – sostiene il prelato - colto le loro mire ed avendoli allontanati dall’episcopio essi adoperarono ogni mezzo per togliergli la pace e minacciarlo. Ma il più determinato è il mercante Onofrio che si è arricchito come gabelliere della Mensa ed ora non vuole lasciare questo incarico e spera o nel trasferimento del vescovo o nella sua morte. Ed è per questo che ha messo a disposizione 300 onze per il complotto. Onofrio si sente intoccabile da quando si guadagnò l’impunità per dei fatti accaduti il 5 marzo[12] usando la “via dell’oro” e la via della “protezione smodata” dell’Intendente Commendatore De Liguori lautamente foraggiato dalla “casa Paino”. E sicuramente questo Intendente farà di tutto per assecondare il Paino anche in questa situazione.[13]

La lettera provocò una serie di risposte rassicuranti. Stesse sicuro il vescovo, giustizia sarebbe stata fatta. Invece le cose andarono come lui aveva previsto. Già la nota del 16 settembre 1840 del Ministro della Polizia Generale di Lavori lasciava intravedere come la vicenda si sarebbe conclusa.

Quantunque – si diceva in questa nota – fino a questo momento tutto sia basato sull’assertura di esso Pucci, pur troppo noto per diffamato carattere e perversa indole.  Io dal mio canto ho inculcato all’Intendente medesimo di agire nel  riscontro con ogni efficacia, e di dare quelle provvidenze che si convengono onde tranquillizzare quel Prelato; e poiché avea egli già disposto la traduzione in carcere del Pucci in Messina, io ho pure prescritto di farvelo rimanere, sotto il medesimo modo di custodia, fino a che non si sarebbe interamente acclarata la faccenda”.

Cosa che non avvenne mai e presto tutta la faccenda venne dimenticata.

Ma mentre mons. Proto doveva combattere su un fronte con don ‘Nofriu ‘u pirata che non voleva perdere l’incarico di gabelliere della mensa, dall’altra  doveva contendere col sindaco di Lipari, don Filippo De Pasquale che propugnava il diritto dei contadini delle isole minori di affrancarsi dal peso delle decime e delle gabelle vescovili ritenute un avanzo della feudalità abolita con le leggi del 1812 e poi, ancora più chiaramente, con i decreti del 1841. Scrisse così una memoria “Su’ diritti della Chiesa di Lipari”[14]. La tesi sostenuta dal vescovo era che il diritto dei prelati liparesi non era frutto di un feudo ma di una donazione di terre che non erano proprietà di alcuno, donazione che i principi normanni avevano fatto agli abati benedettini e quindi alla Mensa dei vescovi che agli abati erano succeduti. Una donazione puramente civile senza implicanze politiche giacchè il re rimaneva il sovrano e il vescovo solo un possessore. Da qui derivava il diritto alle decime ed ai censi enfiteutici con i quali  si provvedeva ai cappellani, al culto divino , ad un gran numero di poveri con onze 400 ogni anno, a trovatelli con onze 50, alle missioni nelle isole adiacenti e a tanti altri carichi della cura d’anime. Le entrate bastavano appena a questo scopo e se qualcosa avanza andava subito in beneficenza.

Comunque lo scontro divenne durissimo tanto che re e papa di comune accordo decisero di trasferire mons. Proto a Cefalù e questo avvenne con bolla pontificia del 17 giugno 1844.


[1] E. Tognotti, Il morbo asiatico. Storia del colera in Italia,  Roma-Bari 2000

[2] Dal manoscritto di proprietà della famiglia di Luigi Mancuso, pag. 612.

[3] Archivio vescovile, Carpetta corrispondenze D.

[4] Dai registri dell’Ufficio Anagrafe del Comune di Lipari riportati da G.Iacolino in manoscritto, cit. , Quaderno VI, pag. 294. Sull’argomento nel 1844 il dottor don Ferdinando Rodriquez pubblicò una “Lezione pratico-clinica  per gli addiscenti in medicina sull’epidemia morbillosa avvenuta nel 1844 in Lipari”, Messina, Stamperia Fiumara, 1844.

[5] Manoscritto di proprietà della famiglia Luigi Mancuso, pag. 627 e ss. Quando nel 1939 si procedette al riassetto della piazza che allora era chiamata del Commercio fu spostata la statua dal centro nella posizione in cui si trova oggi, fu rifatto il basamento e venne tolta la cancellata.

[6] Dal verbale del Consiglio Comunale di Lipari dell’’11 marzo 1859. Archivio del Comune di Lipari.

[7] Manoscritto cit, idem.

[8]  Fra le personalità di spicco del periodo oltre al can. Carlo Rodriquez di cui abbiamo detto;  ricordiamo  il giurista e principe del foro avv. Giuseppe Pisano Rodriquez che aveva pubblicato nel 1838 un’opera in più volumi dal titolo “Studio di giurisprudenza (edito dalla Real Stamperia di Palermo) e alcuni testi per il teatro; don Serafino De Angelis che insegnava retorica e filosofia nel Ginnasio vescovile di Lipari e si dilettava di poesia traducendo in versi quattro libri dell’Eneide e le Confessioni di S. Agostino; don Giovanni Amendola anche lui scrittore di testi teatrali che si rappresentavano a Lipari; don Filippo de Pasquale  sindaco di Lipari dal 1837 al 1840. Queste notizie in G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pag 287, 287a-c.

[9]  Mons. Giovanni Proto, dell’ordine dei benedettini cassinesi, nacque a Milazzo il 15 febbraio del 1781. Prima di essere nominato vescovo di Lipari occupò diversi incarichi di prestigio e fra l’altro fu abate di San Paolo fuori le mura a Roma e visitatore generale per la Sicilia. Fu nominato vescovo di Lipari  il 18 febbraio 1839 e si distinse per l’impegno profuso a restituire decoro alle chiese a cominciare dalla Cattedrale ed alle scuole che riordinò aprendo una nuova scuola , il Ginnasio vescovile .Essendo ormai disabitato il Conservatorio si adoperò perché si desse vita al Seminario giacchè una delle sue preoccupazioni maggiori era la formazione del clero. Ripristinò e ridisciplinò le cinque confraternite locali: S. Bartolomeo, Maria SS Addolorata, S. Giuseppe. S. Pietro e Maria SS del Rosario.  Delle cinque feste dedicate a S. Bartolomeo ne abolì due: quella del 17 giugno per lo scampato pericolo dalla pestilenza del 1541 e dell’11 gennaio relativa al grande terremoto del 1693. Morì a Cefalù contagiato dal colera il 13 ottobre del 1854.

[10] “…l’ozio e la infingardaggine ch’esiste nei Sacerdoti dei tempi presenti li rende dimentichi di quel dovere di carità che continuamente l’invita a procurare la salute de’ Cristiani ancor in quel momento fatale da cui dipende l’eternità. Non poche querimonie, nel corso di questa santa Visitazione, sono de’ fedeli a noi portate per lo scandaloso rifiuto che danno i Cappellani ed i Sacerdoti a coloro i quali li scongiurano a correre al letto dei fratelli che agonizzano”. Raccolta di alcune notificazioni, editti, istruzioni e decreti pubblicate per buon governo della sua Diocesi dall’Ill.mo e Rev. Mo Monsignor D. Visconte Maria Proto Cassinese Vescovo di Lipari, Napoli 1840 ( se ne conserva copia nella Biblioteca Ursino di Catania); G.Iacolino. manoscritto cit., Quaderno VI, pp. 285,285°.

[11] Onofrio Paino era nato a Lipari il 28 dicembre del 1799. Utilizzò le risorse paterne e materne per farne la base di un nuovo arricchimento trafficando anche nel campo dell’usura, del contrabbando e della rapina sul mare. Aveva agenzie oltre che a Lipari a Messina, Palermo e Napoli. A Napoli aveva libero accesso alla casa reale prestando denaro allo stesso re Ferdinando II. Fu molto influente nella Lipari borbonica  e determinante anche nel voto cittadino. Fu molto devoto ai santi ed alle chiese con particolare predilezione verso il convento dei Cappuccini. Ma la sua religiosità passava in secondo piano se si mettevano in discussione i suoi interessi finanziari. Grazie alla liquidazione della proprietà ecclesiastica  nel primo decennio dell’Unità d’Italia incrementò notevolmente il suo patrimonio che ammontò ad un milione di lire. La sua abitazione in Strada Santo Pietro oggi via Maurolico aveva addobbi degni di una reggia. Le posate, tutte d’argento, avevano le sue iniziali come le cristallerie  e le tazze da caffè. Sotto casa, nei magazzini vi era il deposito dell’abbondanza.  Gli appartenevano anche i magazzini che erano a fianco e sotto la chiesa delle Anime del Purgatorio ed erano sempre stracolme di mercanzie in arrivo destinate ad essere esportate.  Morì a Lipari il 30 luglio 1872. (G. Iacolino, manoscritto cit,, Quaderno VI, pp. 299 a-b.

[12] Il Proto non dice e noi non sappiamo quali fatti siano quelli accaduti il 5 marzo e citati nella lettera.

[13] Tutta la documentazione su questa vicenda si trova nell’Archivio Vescovile , Corrispondenze, Carpetta H.

[14] Tipografia Francesco Lao, Palermo 1842, pagine 38.

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mons. Giovanni Proto

Un imprenditore coraggioso e un vescovo lungimirante

 

Vito Nunziante soldato e imprenditore

Napoli nei primi decenni dell'800

Intanto l’Europa assisteva. parte attonita e parte preoccupata, alle imprese di Napoleone Bonaparte. Sopratutto gli stati italiani si trovavano in grandi turbolenze politiche e il regno di Napoli era, insieme alla S. Sede, uno dei più travagliati. Ferdinando che era tornato a Napoli vedeva nuovamente in pericolo il trono e aveva messo completamente da parte le idee massoniche che lo avevano caratterizzato in passato. Ora si affidava ai vescovi perché gli garantissero preghiere e consenso sociale. Ed in questo senso scrisse anche il 23 settembre del 1805 al vescovo di Lipari e il vescovo, che era mons. Antonio Riggio[1], nell’ottobre del 1805  informava il re di avere dato vita ad una serie di iniziative - processione, prediche in Cattedrale e nelle chiese e nei conventi della città – per far “comprendere alla popolazione la spietata persecuzione cui soggiace l’attuale Sommo Pontefice” e “l’avvilimento cui è ridotta la Chiesa per opera di uno irreconciliabile inimico”  e pregare “per ridurre i traviati al giusto sentiero e placare lo sdegno del Sommo Dio nell’attuale oppressione in cui languisce il Capo Visibile della Chiesa Cattolica, per la sicurezza dello Stato e conservazione della Maestà Vostra e dell’augusta Real famiglia[2].

Ma l’”irreconciliabile nemico”qualche mese dopo costringeva il re a fuggire nuovamente in Sicilia mentre a Napoli Napoleone insediava il proprio fratello Giuseppe. Il re a Palermo vive sotto la protezione degli inglesi ma anche nel timore che i francesi tentino un colpo di mano per prendere la Sicilia. E quale migliore base d’appoggio che quella delle Eolie per una operazione di questo tipo? E’ questa la paura che si vive a Palermo sul finire del 1808.  E così il re incarica il sergente Vito Nunziante che comandava la guarnigione di Milazzo di andare a Lipari per consegnare al vescovo una sua missiva.

Re Ferdinando

Che cosa chiedeva Ferdinando? Che il vescovo si adoperasse per creare quattro o sei compagnie di cento persone  ciascuna di volontari e riferisse, nel contempo sulle idee politiche dei liparesi. Vescovo di Lipari era divenuto nel frattempo mons. Silvestro Todaro[3], un monaco conventuale, mite e prudente, che prima di rispondere si guarda intorno, chiede, ascolta e poi prende la penna e scrive. Ci sono 8-900 giovani  liparesi, la gioventù più robusta è coraggiosa, impiegata nella Regia Marina che, essendo impedito il commercio marittimo, è rimasta l’unica risorsa dei locali. Per il resto nelle isole si soffre una grandissima povertà e la gente, lavorando tutto il giorno, riesce a racimolare appena di che vivere. Quindi vi è molta ritrosia ad assumere impegni che possano distogliere da questo compito anche perché vi è il sospetto di essere poi spediti nella Sicilia e nelle Calabrie. Quanto alle  “velenose massime che tanto hanno perturbato e perturbano l’Europa”, il re stia tranquillo, esse non sono approdate nelle Eolie e il popolo è fedele ed attaccatissimo al re.

Anzi per evitare qualsiasi rischio, visto che i mosaici delle terme erano continuamente visitati da turisti curiosi e da esperti anche forestieri che potevano dar luogo a  qualche contagio con le “velenose massine” il vescovo aveva pensato bene di fare risotterrare le terme romane e così evitava anche le seccature di quelli che continuavano a disturbarlo per visitarle.

Finalmente si valorizzano le risorse di Vulcano

 Non sappiamo se la missione di portare il messaggio del re al vescovo, fu anche l’occasione per conoscere le Eolie o Nunziante[4] già le conosceva. Il fatto è che da quel momento esse entrano nella sua vita  di prepotenza e lui nella vita delle Eolie. A Lipari conosce una “leggiadra e ricca donzella”, forse di origine napoletana, Camilla Barresi ed il 4 agosto 1809 la sposa. Probabilmente mette casa a Lipari perché quando nel 1813 il vescovo Todaro, su autorizzazione  del vicario regio in Sicilia, gli concederà un terreno in enfiteusi a Vulcano, nel contratto il Nunziante risulta “domiciliato in questo suddetto Comune di Lipari in questa medesima Marina di San Giovanni[5].

                                                                                                                                                                                                                                             Vito Nunziante

Questo terreno consiste in ventidue salmate e mezza di terra  - che dal porto andava sino al cratere grande -  con licenza di estrazione di minerali e dell’erezione di una cappella per la messa domenicale dei lavoratori. E alla conoscenza di Vulcano, delle sue risorse, e delle  potenzialità di queste – nei quattro anni che vanno dal 1809 al 1813 il nostro  tenente generale aveva dedicato diverse visite, diverse escursioni[6] magari anche con degli esperti magari provenienti dall’Inghilterra – visti i rapporti che aveva con gli alleati inglesi ed in particolare  con il Lord William Bentick - dove  vi erano industrie che producevano acido solforico e soda artificiale e usavano lo zolfo come materia prima.

Fino allora, come abbiamo visto, sempre i tentativi di creare attività estrattive o di coltivare i terreni di Vulcano da parte dei vescovi, erano fallite, anche se nell’isola, abusivamente, risiedevano alcune famiglie di contadini. Ora l’operazione a favore di questo importante personaggio apre la strada anche ad altre concessioni ed infatti il vescovo assegna dei lotti di terreno in contrada Gelso perché si mettano a coltura.  Si piantarono così viti, fichi e legumi e qualcuno fece anche sorgere delle “carcere” per la produzione della calce viva.[7]

Sempre nel 1813 e precisamente l’8 aprile, il vescovo, su autorizzazione reale concede a Nunziante anche la possibilità di impiantare una fabbrica  per l’estrazione e la purificazione dello zolfo  e di altri minerali.

Avute le autorizzazioni il novello imprenditore sa che deve vincere la paura che vi era a frequentare Vulcano ed a vivervi perché altrimenti sarebbe stato difficile avere manovali. Così decise di organizzare un pranzo nell’isola invitandovi militari inglesi e gentiluomini eoliani e finalmente chiamò il chimico che aveva contattato e cominciò l’estrazione e la lavorazione dei minerali - zolfo e allume, sale ammoniaco e acido borico – che occorreva depurare perché non si trovavano in natura “belli e schietti” ma mischiati fra loro o “con altre mondiglie[8]”.

Nei primi tempi – sebbene l’impegno del chimico e le risorse che vi profondeva Nunziante – i risultati erano alquanto deludenti. Ma la perseveranza era propria di quest’uomo che si fece costruire nell’isola “una capannuccia con pali e frasche” e “molti mesi ci dimorò selvaticamente”[9].

La riforma delle poste

E finalmente la spuntò. Cominciò a fabbricare alloggi per i lavoranti, a piantare alberi per fare legna da ardere necessaria come combustibile per le macchine. Intagliò persino nella montagna una strada perché i carri potessero andare a caricare fino in cima i materiali e costruì un villaggio per chi ci lavorava. e cioè una colonia di coatti che erano relegati a Lipari, ed una  chiesa che volle intitolare a san Vito con l’alloggio per il prete. Quando Dumas visiterà Vulcano nel 1835 ed incontrerà i figli di Nunziante così descrive questo villaggio dei forzati che lavoravano alle miniere: “costeggiammo una montagna piena di gallerie; talune erano chiuse da una porta e anche da una finestra, altre sembravano più semplicemente delle tane di animali selvaggi”; “circa quattrocento uomini abitavano in questa montagna e secondo l’indole più o meno industriosa lasciavano abbruttire la loro dimora oppure cercavano di renderla un pochino più confortevole”[10]

L’impresa di Vulcano non fu che la prima dell’intraprendente napoletano perché si dedicò alle miniere di ferro in Calabria, di piombo e carbon fossile in vari siti, alle cave di marmo in Basilicata,e così via. Nelle Eolie acquistò poderi a Stromboli e a Salina nella contrada di Malfa dove diede prova anche di buone doti di imprenditore agricolo. Ma sotto questo aspetto l’opera sua più imponente fu la bonifica di una piana nei pressi di Rosarno dove realizzò un villaggio che chiamò San Ferdinando. Per la costruzione di abitazione fece arrivare grossi quantitativi di  pietra lavica e di tufo  da Lipari, Stromboli e Vulcano avvalendosi di  padroni di barche eoliani e molti marinai delle isole decisero di rimanere  a San Ferdinando vivendo di agricoltura e di pesca.[11]  A Lipari, ancora,  trovò “un reniccio vulcanico” con cui fece una pasta e fabbricò delle stoviglie “che belle riuscirono come quelle di porcellana[12]”.

Innovazioni nell’amministrazione e nei servizi

Il vescovo mons. Todaro intanto entra di diritto nella Camera dei Pari che era uno dei due rami del nuovo Parlamento siciliano, quello in cui facevano parte baroni ed ecclesiastici e praticamente risiede quasi ininterrottamente a Palermo dal 13 maggio 1813 al 14 maggio 1815. Il 4 ottobre 1816 viene trasferito alla diocesi di Patti e Lipari rimane per 19 mesi sede vacante[13].

Ma nel periodo in cui rimane vescovo di Lipari tre sono le notizie che vogliamo ricordare. Il 30 gennaio del 1812 gli viene comunicato che, per decisione del re, viene tolta la santabarbara[14] che il governatore Mensingher aveva collocato in una cisterna proprio dietro la Cattedrale e che tanto preoccupava soprattutto i canonici che quando si riunivano nel coro temevano di poter saltare in aria da un momento all’altro.

Il 19 agosto dello stesso anno, probabilmente nel clima della nuova Costituzione siciliana che era stata approvata giusto il mese prima, giunge al vescovo una lettera che riguarda le “projette” che giunte ai sette anni, rimanevano senza assistenza e finivano per le strade.  Ora il governo si raccomanda al vescovo che questo non accada più. Le ragazze devono essere collocate o “ne’ Reclusori, o di tenerle presso oneste Donne alimentandole coi frutti delle loro Mense e con i legati di genere incerto assegnati ad essi a quest’oggetto[15].

Infine, in quegli anni, nelle isole, vennero istituite ben otto scuole elementari pluriclasse con un maestro e cinque o sei allievi ciascuna. Non si sa di chi fosse l’iniziativa, né fino a che periodo andarono avanti ma quando venne a Lipari lo Smith esse erano ancora attive ed anzi il capitano inglese si disse molto sorpreso di trovare a Quattropani “una scuola molto ben condotta, sotto la guida di un uomo di considerevole intelligenza, giacché il luogo in sé sembra selvaggio e pochissimo civilizzato”[16].

Il 9 giugno 1815 il Congresso di Vienna restaurò a Napoli il Regno dei Borboni e l’anno successivo Ferdinando unificò i due regni costituendo il Regno delle Due Sicilie. Viene dichiarato decaduto il Parlamento siciliano mentre viene sostanzialmente preservato l’ordinamento amministrativo che i francesi avevano introdotto a Napoli e lo estende anche alla Sicilia. Finisce così l’era dei giurati e comincia quella dei sindaci. Infatti così d’ora in poi si chiamerà il capo della civica amministrazione e questa, invece di “università”, prenderà il nome di “municipalità” con l’obbligo di tenere i registri anagrafici A fianco al sindaco, nominato e non eletto[17], era istituito il “decurionato” che aveva funzione di consiglio. A Lipari i decurioni erano dodici.

Congresso di Vienna

Il primo aprile 1820 in Sicilia entra in vigore anche  la riforma dell’Amministrazione postale. Vengono istituite 115 “officine di posta” fra cui quella di Lipari che fu aperta nel 1822 e venne inserita nel cammino principale”Palermo-Messina per via delle marine”. Quando l’anno successivo l’officina di posta verrà chiusa il servizio dovette essere affidato – secondo quanto previsto dalla stessa riforma – alla Cancelleria comunale che provvedeva ad assemblare la corrispondenza locale e consegnarla a qualche veliero che periodicamente svolgeva il percorso fra Lipari e Messina o Milazzo

Nella prima metà dell’800 c’è da registrare il miglioramento dei collegamenti delle isole con la Sicilia e con Napoli. Infatti intorno al 1830 le isole vengono toccate – con frequenza quindicinale -dalle prime navi a vapore che facevano regolare servizio di linea fra Napoli, Messina e Palermo[18] ed alle quali venne affidato anche il trasporto della corrispondenza postale. Inoltre nel periodo estivo queste navi effettuavano delle brevi crociere nel golfo di Napoli, nelle Eolie con particolare riferimento a Stromboli ed a Taormina. Fuori dalla frequenza quindicinale chi aveva necessità di viaggiare doveva profittare di battelli privati da carico, di passaggio.

Un approdo regolare a Lipari

Un approdo[19] regolare a Lipari, con imbarco e sbarco dei passeggeri, sulla linea Napoli-Messina avvenne però solo intorno al 1837 e grazie all’impegno di un giovane e dinamico sindaco, don Filippo De Pasquale[20].

In questo clima di novità una esigenza di decoro per il prestigio della pubblica amministrazione fu avvertita anche dal Sindaco e dai “decurioni” che da qualche tempo avevano anche loro abbandonato il Castello e trovato sede sul Timparozzo in un edificio dai tratti signorili vicino all’abitazione del barone Tricoli[21]. Ma questa collocazione non appariva ai loro occhi soddisfacente forse perché troppo a ridosso dalle mura del Castello costretta fra due stradine strette se non anguste. E fu così che il Sindaco, don Giuseppe Natoli, prendendo lo spunto da un memoriale regio di qualche mese prima che invitava a verificare se vi erano conventi e case religiose inutilizzate per destinarli ad uffici municipali,  saputo che le monache avevano abbandonato il Conservatorio nei pressi del Palazzo vescovile, pensò che quella potesse essere la sede più degna ed adeguata per l’amministrazione comunale per la cancelleria e per gli uffici. Inoltre, da qualche tempo, gli amministratori comunali non erano proprio in sintonia con il vescovo e l’ambiente ecclesiastico perché praticamente tutti appartenenti alla massoneria  e comunque per lo più ostili alla Mensa vescovile da cui, tutti più o meno, dipendevano per i censi e per le decime che vivevano come una sopraffazione.

La diocesi di Lipari era sede vacante dal 1827 quando mons. Tasca fu trasferito a Cefalù ed era retta dal vicario generale can. Giovanni Portelli[22]. E toccò al can. Portelli – che diventerà vescovo in agosto – scrivere il 3 luglio del 1831 all’Intendente di Messina sostenendo che l’edificio nasceva nei recinti del Palazzo vescovile e non in terreno comunale, che era stato destinato dal mons. Coppola per l’educazione delle ragazze e ad altre finalità connesse con la dignità della donna[23]. E’ vero che al momento non c’erano più le suore nel Conservatorio ma vi erano ugualmente diciassette conviventi che si mantengono a proprie spese, oltre alla portinaia, che vivono nella osservanza dei valori religiosi sotto la guida dell’Ordinario ecclesiastico. Distogliere l’edificio dalle sue finalità voleva dire far gravare sul Comune  il costo di chi attualmente vi alloggia oltre a privare la comunità eoliana di un centro di formazione per le ragazze che numerose ogni giorno partecipano ai corsi di formazione domestica. Comunque, concludeva il Portelli, se l’edificio non dovesse essere più adibito a Consultorio femminile la sua destinazione più propria sarebbe stata a Seminario per l’apertura del quale vi era già la regia approvazione.



[1] A mons. Santacolomba era succeduto mons. Domenico Spoto  eletto vescovo di  Lipari  il 9 agosto 1802 ed il 28 giugno 1804 viene trasferito a Cefalù.  A mons. Spoto succede mons. Antonio Riggio, messinese, nominato vescovo  il 29 ottobre 1804 e giunto a Lipari il 12 febbraio 1805. Di lui si ricorda che abolì il “conservatorio femminile” e consegnò lo stabile alle suore Cappuccine di S. Benedetto fatte venire da S.Marco d’Alunzio e che riordinò il materiale archeologico raccolto dal Coppola e fece di nuovo riportare alla luce  i mosaici a fianco del Conservatorio che il Santacolomba, per cautela, aveva fatto interrare. Così ci fu un certo flusso di amatori dell’arte italiani e stranieri, soprattutto inglesi. Morì il 14 dicembre 1806.

[2] Archivio Vescovile, In scritture Varie e Visite Date ( Miscellanea) vol 9, f. 605. Si tratta di una minuta che non ha né data, né firma, in G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pag. 264.

[3] Mons. Silvestro Todaro era nato a Messina il 29 dicembre 1752 era stato nominato vescovo il 22 marzo 1808 ed un mese dopo il Papa lo nominava Assistente al Soglio Pontificio.. Fu trasferito a reggere la diocesi di Patti il 4 ottobre 1816 e morì a Messina il 21 aprile del 182. Morendo lasciò un legato per la chiesa di Lipari di 3 mila onze, buona parte delle quali da destinare ai poveri.

[4] Vito Nunziante nacque a Campagna (Salerno) il 12 aprile 1775 e muore a Torre Annunziata il 22 settembre del 1836. Militare, politico ed imprenditore. Diventa ufficiale dell’esercito napoletano nel 1798. Dopo la fuga del re in Sicilia nel 1798 si unisce all’armata sanfedista del cardinale Ruffo. Al rientro del re a Napoli rientra nell’esercito napoletano col grado di colonnello. Nel 1806 quando il re fugge in Sicilia lo segue e gli viene dato l’incarico di tenere Reggio. Nel 1808 viene messo a capo delle forze di Milazzo. Nello stesso periodo, essendo rimasto vedovo dalla prima moglie Faustina Onesti, sposa una ragazza di Lipari da cui ha otto figli che con i quattro del precedente matrimonio fanno dodici. Nel 1815 ha l’incarico di nominare la corte che deve condannare a morte Giacchino Murat che gli procura il titolo di marchese. Dal 1821 ottiene diversi incarichi di governo ed infine il comando supremo dell’esercito continentale. Fu anche imprenditore e la prima attività fu nell’isola di Vulcano. In Calabria si occupò della bonifica di una piana di Rosarno e fondò il borgo di San Ferdinando. Si occupò anche di miniere di ferro e di piombo, di ricerche per il carbon fossile e avviò una cava di marmo in Basilicata

[5] In Titoli e documenti di provenienza …di terre nell’isola di Vulcano vendute dagli eredi di Nunziante ecc. presso il comm. Francesco Vitale f. 29v, in G. Iacolino, manoscritto cit. , quaderno VI pag. 265f .

[6] “E spesso ci andava, e con meraviglia di quelle genti, calava giù nel vano della montagna. Di dove avendo raccolto e zolfo e altre misture, tornato che fu in Sicilia.  Diè a saggiare a un chimico, per sapere se fosse cosa da ridurre commerciabile: e avuto di sì, incoltamente chiese al vescovo di Lipari in censo Vulcano: il quale ebbe con agevolezza, e a sottil costo, perché nulla rendeva”in “Vita e fatti di Vito Nunziante”, di Francesco Palermo, Firenze 1839, pag. 79.

[7] Questa comunità fu formata dalle famiglie dei Bongiorno, Carnevale, Amendola, Trovatino, Basile e Ferlazzo. Qualche anno dopo l’insediamento costruirono una chiesetta nei pressi di Punta ‘a Sciarazza della quale non esiste più traccia. G. Iacolino, manoscritto cit., pag. 266°.

[8] F. Palermo, op. cit., pag. 80.

[9] Idem, pag. 81.

[10] A. Dumas, op. cit., pag.41.

[11] B. Polimeni, Rapporti sociali ed economici tra Sanferdinandesi ed Eoliani…, in “Messina e Calabria “, atti del I convegno calabro-siculo del novembre  1988, pp. 627 e ss.

[12] F. Palermo, op.cit., pag. 85.

[13] A mons. Todaro succederà mons. Carlo Maria Lenzi  nato a Palermo l’1 febbraio 1761, appartenente alla congregazione degli Scolopi. Nominato vescovo di Lipari il 25 maggio del 1818 fece il suo ingresso in diocesi solo il 13 febbraio 1819 perché proprio qualche giorno prima della sua nomina era stato eletto alla guida della congregazione e occorse un certo tempo per poter rassegnare le dimissioni. Giunto a Lipari, rispettando la sua vocazione,si dedicò in maniera particolare a ristrutturare i programmi di studio delle scuole vescovili. Una particolare attenzione la dedicò alla formazione delle giovani per cui abolì il Collegio di Maria che era nell’edificio del Conservatorio femminile e istituì, al suo posto, una casa di Educazione sotto la direzione di due suore benedettine fatte venire da Palermo. Sperava il vescovo che un monastero delle benedettine oltre a suscitare  vocazioni fra le fanciulle poteva convogliare quelle “monache di casa” che erano rimaste dopo l’editto promosso da mons. Santacolomba. Purtroppo mancando i finanziamenti il monastero non ebbe lunga durata e mons. Lenzi dovette tornare sui suoi passi ricostituendo il collegio di Maria cioè una gestione più modesta e familiare ( Archivio vescovile, Scritture varie e visite Date, Miscellanea, vol. 9 ff 272.272v.) G. Iacolino, manoscritto cit.,  Quaderno VI, pp. 262 a-d. A seguito del terremoto del 5 marzo 1823 accettò la richiesta della gente delle campagne di istituire una nuova festa dedicata a S. Bartolomeo che divenne la quinta. Morì il 5 aprile del 1825 all’età di sessantaquattro anni. Venne ricordato come un uomo di “straordinaria saggezza e fermezza che riuscì a sedare le discordie dei  cittadini” come si legge nella epigrafe sulla sua tomba in Cattedrale.

A mons. Lenzi successe mons. Pietro Tasca  nominato vescovo il 13 marzo del 1826 ma trasferito a Cefalù il 27 settembre del 1827. Durante il suo governo della diocesi si verificò, nel 1826, una eruzione di Vulcano che preoccupò i liparesi per alcune settimane. Partito mons. Tasca la sede rimase vacante per  quattro anni, dal 1827 al 1831, ed affidata al vicario generale don Giovanni Portelli.

[14] Archivio Vescovile, Carp. Corrisp. D.

[15] Idem.

[16] W.H.Smith, op. cit., pp 262-263.

[17] Lipari aveva perso il privilegio di eleggere i giurati già dal 1673 a seguito della repressione della rivoluzione di Messina e la loro nomina era stata riservata al viceré ( Manoscritto anonimo di proprietà della famiglia di Luigi Mancuso, pag. 506).

[18] L' Italia descritta e dipinta con le sue isole di Sicilia, Sardegna, Elba, Malta, Eolie, di Calipso, ecc. : secondo le ispirazioni, le indagini ed i lavori de' seguenti autori ed artisti : Di Chateaubriand ... [et al.]  per cura di D. B, 2: Regno di Napoli. - Torino : presso Giuseppe Pomba e C., 1837. pag. 280. Nel Regno delle Due Sicilie le navi adibite al trasporto dei passeggeri erano state introdotte con decreto del 2 dicembre 1823 n. 876 ed il servizio era gestito dalla società “Amministrazione privilegiata di pacchetti a vapore delle Due Sicilie”. Si ricorda il famoso Real Ferdinando, bastimento di legno con propulsori a ruota costruito a Glasgow ed apparso per la prima volta a Messina nel giugno del 1824. Poteva trasportare duecento passeggeri ed il viaggio in prima classe fra Napoli e Messina costava 27 ducati e comprendeva la mensa, il letto e il trasporto di un bagaglio. B. Villari, Collegamenti pubblici e privati sullo stretto di Messina, in “Messina e Calabria” Atti del I Colloquio Calabro- Siculo, Reggio C.-Messina, nov. 1986, Messina 1988p. 526.v. anche L. Radogna, La marineria mercantile delle Due Sicilie, Milano 1982, p.58. G. Iacolino, manoscritto cit., quaderno VI, pag. 270a,b.

Dal 1831 in poi andò ampliandosi  la rete di corse marittime in partenza da Napoli. I battelli oltre al Real Ferdinando furono il Francesco I, il Maria Luigia, il San Venefredo, il Veloce e il Nettuno. Nel 1842 verrà immesso il Duca di Calabria che compirà la Napoli- Messina due volte alla settimana.Nel 1847 l’”Amministrazione della navigazione a vapore nel Regno delle Due Sicilie” si unirà alla “Società Vapori Sardi” e metterà in servizio il Capri e il Vesuvio che nel 1847 serviranno la Napoli- Messina – Palermo.(G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pag. 270d.

[19] In realtà si trattava di un accostamento e il carico e scarico dei passeggeri e delle merci avveniva con le barche.

[20] Filippo De Pasquale fu sindaco di Lipari dal 23 marzo 1837 a soli 26 anni fino al gennaio 1840. Si era laureato in legge a Napoli ed aveva mantenuto nella capitale del Regno delle amicizie importanti che seppe mettere a frutto durante la sua amministrazione. Morì nel 1886.

[21] L’edificio che oggi si incunea tra via Garibaldi e via Umberto I, che è stato completamente ristrutturato, non era tutto dedicato a Municipio. Questo era collocato nella parte centrale. Il settore nord apparteneva agli Scolarici, mentre il settore sud, lussuosissimo, era del barone Tricoli.

[22] Giovanni Portelli era nato a Lipari ai primi di novembre del 1768 da Antonio e Giovanna Megna. Anche se era privo di diplomi accademici aveva maturato una buona esperienza giuridica-amministrativa e furono diversi i vescovi della Sicilia che lo vollero come vicario generale e visitatore. Dopo il trasferimento di mons. Tasca egli rientrò a Lipari per assumere la reggenza della diocesi con il titolo di vicario capitolare. Venne eletto vescovo di Lipari l’8 agosto 1831e consacrato vescovo dal Metropolita di Messina che ritornava a svolgere questa funzione sebbene ancora il 25 maggio 1818 in occasione della nomina di mons. Lenzi la bolla pontificia ribadisse la esclusiva dipendenza della chiesa di Lipari dalla Santa Sede. Mons. Portelli durante il periodo della sua reggenza affrontò il problema della esazione delle decime che fino ad allora veniva eseguita a cura di un ecclesiastico. Il vescovo – soprattutto per i modi duri e rudi con cui operavano gli agenti  preposti all’esecuzione e la natura fortemente fiscale fino ad apparire inumana dell’azione degli operatori – dispose che l’esazione delle decime non fosse più di competenza di un prete ma di un laico e scelse per questo Onofrio Paino( Archivio Vescovile, Mensa, secc.XVI,XVII.XVIII, XIX,XX, ff. 127-28)..  Portelli morirà a Lipari il 28 gennaio 1838.

[23] La prima finalità afferma il can.Portelli era “far apprendere alle ragazze le arti donnesche e i principij della Religione Cristiana”. Quindi esso serviva anche come “rifugio alle orfane, asilo per le vergini, per custodia a quelle figlie che non potevano convivere sotto il tetto paterno, e per scampo alle mogli che non conveniva coabitare con il marito e, di mezzo a’ Magistrati, per depositare quelle donne che temporaneamente dovevano allontanarsi dalla famiglia mancando in Lipari altra casa che  potesse avere lo stesso destino”. E questo sotto la cura di una direttrice e la dipendenza e la sorveglianza del vescovo.(Archivio Vescovile, Scritture varie e visite Date (Miscellanea) ff. 275v, 272, 272v.

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Otto scuole elementari. Giovanni Portelli

XIX secolo. Fra segni di crescita ed eventi rivoluzionari

 

Il volano dei commerci e dei traffici marittimi

La rotta Eolie- Napoli era fra le più frequenti nell' '800

L’800 si apre con un intensificarsi dei rapporti commerciali marittimi in tutto il Mediterraneo e le Eolie vengono a trovarsi al centro di una rete di rapporti e di scambi sia fra la Sicilia e la penisola soprattutto la costa tirrenica ma anche con la Sardegna, la Corsica , la Spagna e la Francia.  Sono soprattutto Lipari e Stromboli a essere sulle più importanti rotte ma oltre a Lipari è Salina  a saper cogliere le opportunità che si aprono attraverso queste relazioni e questi scambi e a cimentarsi in attività commerciali di un certo respiro e a in attività artigianali ad esse collegate come la lavorazione del legno e la costruzione di barche e di paranze. Ed anche all’inizio dell’ottocento cominciano ad attivarsi  attività industriali come l’estrazione della pomice, la raccolta e la lavorazione dello zolfo e dell’allume che fino allora erano state del tutto marginali o addirittura inesistenti perché non autorizzate.

Le terre pomicifere, considerate da sempre terre comuni, oltre al fatto che su di esse pesava la rivendicazione della Mensa vescovile che le riteneva sua proprietà,  erano anche oggetto di appropriazioni indebite da parte dei privati. L’una e l’altra ragione frustravano – come vedremo - i propositi della civica amministrazione di darle in concessione, percependone il dazio sull’escavazione. Esse erano così meta di cavaioli, sia singoli sia a gruppi, che prendevano ciò che potevano, alimentando comunque un discreto commercio di esportazione  che nel 1825 era di ben 700 tonnellate.

Questo lento ma progressivo emergere dell’economia sotto l’impulso del commercio e dei traffici trova  soprattutto nell’agricoltura e nei prodotti della terra una sponda capace di offrire beni per l’esportazione. Certo non il grano, i legumi, l’olio, la stessa frutta che o venivano tutti assorbiti dal consumo interno ed anzi risultavano insufficienti e dovevano essere importati, ma prodotti che si indirizzavano  verso un consumatore più esigente attento alla qualità ed alle specialità e quindi , oltre ai capperi,  innanzitutto i prodotti dell’uva a cominciare dai passoli e dalla passolina che derivavano dalla sua essiccatura e quindi il vino sia quello rosso corposo ad alta gradazione, sia quello bianco aspro e leggero, sia in particolare la malvasia di cui le aree di eccellenza erano a Malfa, nell’isola di Salina, ed a Stromboli. Nel 1800 gli eoliani smerciarono 18 mila barili di vino pari a 6.190 ettolitri a Napoli, Palermo, Messina e persino a Roma, Livorno, Marsiglia e Trieste.[1] Nel 1834 si ha una flessione nella esportazione di vino dal porto di Lipari perché  - come sostiene il can.  Carlo Rodriquez[2] - si sostituirono viti che davano uva da vino con viti per passolina[3] o piuttosto, più credibilmente, perché fin dal 1820 comincia a funzionare una postazione doganale a S.Marina Salina e quindi il vino in partenza da quest’isola viene imputato a questa nuova postazione evidenziando “la perdita dell’egemonia commerciale di Lipari sull’isola minore”[4]. Ma sono da diversi anni che S. Marina ha assunto un ruolo importante nello smercio della malvasia. Da quando cioè a Messina, a partire dal 1806, si è insediata una guarnigione britannica  che diventa commissionaria di vino e malvasia proprio dell’isola di Salina[5]. Comunque, con prevalenza di un’isola o dell’altra, - di Lipari per quanto riguarda la passolina, di Salina per il vino e la malvasia - per larga parte dell’800 la vite sarà la caratteristica del paesaggio agricolo eoliano.

Malfa era fra le contrade che producevano più uva per la malvasia e la passolina

Ed è proprio questa monocultura, secondo il Rodriquez, che rende l’economia povera. “Qui si è generalizzata la piantagione di viti di uva passolina; ma tal genere, per lusso e per l’abbondanza, fa talvolta che rimanga invenduto o a minimo prezzo si smercia; e quando politiche circostanze non permettono che i Russi, i Germani, i Polacchi, gl’Inglesi ne acquistino, la miseria in questo paese diviene  più grande e più universale”[6].

Non era ancora assurta ad una vera attività economica invece la pesca. Sebbene il mare fosse molto pescoso, nelle isole essa era praticata come attività integrativa che permetteva di arrotondare le entrate dell’agricoltura. Comunque era la piccola proprietà contadina a conduzione familiare la struttura portante dell’economia che finiva col caratterizzare il modello culturale eoliano. Altri elementi caratterizzanti erano l’essere un ambiente isolato e chiuso,l’assoluta assenza di spreco, l’utilizzo di ogni bene sino all’esaurimento.

All’interno della famiglia eoliana tutto veniva consumato e ciò che avanzava dall’alimentazione delle persone diventava cibo per le galline e le capre, concime per le piante, combustibile per il forno. Era la donna la principale artefice della trasformazione dei prodotti della terra in prodotti di consumo, ad essa spettava al cura degli animali, essa tesseva, filava, rattoppava[7]

I contadini erano la categoria sociale più numerosa dei 17 mila abitanti che ora contano le isole. Erano per lo più mezzadri ( parsunala )ma c’erano anche i giornalieri che andavano a giornata nelle proprietà. Ogni contadino di Lipari possedeva la sua casa e il suo podere – ma erano poche le famiglie che arrivavano ad avere una salma di terra, molte dovevano contentarsi di poche pergole[8] - quindi solitamente questo era insufficiente per tenere fronte ai bisogni della famiglia e il contadino doveva lavorare anche per altri divenendo così mezzadro.

Sull’agricoltura delle isole nella prima metà del secolo ha scritto pagine di grande interesse e di critica sui metodi di conduzione dei campi, il can. Carlo Rodriquez che fu certamente la figura culturalmente più eminente di quel periodo.

Se il commercio e i traffici marittimi furono il volano della crescita delle isole questo lo dovette anche ad alcuni personaggi che seppero sfruttare la situazione e divenire infaticabili creatori di collegamenti e di relazioni ad ampio raggio fin oltre i confini del Regno. Uno di questi fu don Antonio Paino[9] che  dopo aver sposato una donna di uno dei più ricchi casati, vide crescere in misura notevole il suo volume di affari e da modesto commerciante  divenne il titolare di una fortunata ditta di spedizioni intestata a lui ed ai figli. I frutti dei suoi guadagni venivano investiti in barche, case e terra nelle varie isole. La sua attività fu continuata poi dal figlio Onofrio.

Un altro mercante liparese che teneva rapporto con diverse piazze, spingendosi fino a Trieste fu Giovanni Bongiorno[10] che insieme al fratello commerciava soprattutto in capperi, passolina, malvasia e vini. A Salina, all’inizio del secolo, è Domenico Giuffré che si distingue per produrre vino, passolina, passoli, olio, capperi, fichi secchi e malafria e commerciarli con le sue barche. “Accanto alla sua casa al Barone – racconta in una intervista Vittorio Lopes,suo discendente – egli possedeva tanti magazzini quanto erano gli apostoli, sempre carichi della merce che i  suoi velieri trasportavano[11]”. Domenico Giuffrè[12] come prima suo padre Angelo e con lui diversi altri commercianti e “mercanti di mare” salinari sono all’origine di quel “sorpasso” di Salina su Lipari  nella produzione e nel commercio del vino ma anche nella navigazione marittima  di cui parlano Saija e Cervellera e che si verifica nella prima metà dell’800.

Una scena abituale sulle spiagge delle Eolie nell' '800. La passolina messa ad asciugare sulle "cannizze".

Un passo verso la qualità nel vivere e nell’abitare

Negli ultimi decenni del 700 il governo borbonico aveva dichiarato Lipari luogo di esilio coatto ed aveva destinato proprio la città alta a luogo di abitazione degli esiliati. Così la popolazione che ancora abitava al Castello cominciò ad abbandonare il proprio domicilio e a stabilirsi nel borgo. “E talmente s’ingrandì cotesto che prese il nome di Città di Lipari[13].

Ma il rapporto della città con i coatti non era facile. Sebbene non mancassero fra questi relegati gente condannati per reati di opinione la gran parte erano delinquenti comuni. Qualche decina era andata a lavorare a vulcano nelle industrie di Nunziante, altri erano andati a Filicudi per lavorare nei campi o terrazzare le pendici collinari, alcuni erano trattenuti nelle carceri di sicurezza del Castello, la maggior parte però circolava liberamente per Lipari creando apprensione nella popolazione. Quando il can. Rodriquez scrive nel 1840 il suo “Breve cenno storico” i coatti sono divenuti ormai 500, di cui la gran parte  condannati per furti, e sostiene che essi sono all’origine di aggressioni alle persone o di assalti alle abitazioni o perché praticano direttamente queste azioni o perché in qualche modo fanno scuola ai “malnati naturali[14].

Rodriquez suggerisce che si pensi ad illuminare Lipari proprio per evitare degli inconvenienti ed è questo un argomento che gli sta particolarmente a cuore, di cui aveva scritto qualche anno prima, affermando che dalle 24 ( le 17 di oggi) in poi, nella stagione invernale, le strade cittadine diventano impraticabili perché esposti agli urti continui “con le bestie che vengono dalle campagne e con gli uomini che vanno per i propri affari”. Ma non è solo questione di sicurezza ma anche, diremmo oggi, di decoro urbano che renderebbe più vivibile la cittadina. Per esempio, nelle ore serali, si potrebbe sviluppare il passeggio che “avvicinerebbe i singoli e li renderebbe tra loro più amici, più socievoli, ed in generale più civili”. Quindi una decisione indispensabile per “il pubblico bene”tanto che, sostiene Rodriquez, “isole di minor considerazione, come Favignana e Pantelleria, non sono mancanti di tale vantaggio”.[15]

U "Timparozzu"

La Lipari delle attività commerciali ed artigiane era venuta sviluppandosi nei quartieri intorno alla Marina di S.Giovanni che, da qualche tempo, avevano preso il nome di Piazza del Commercio, la salita che dalla Marina arrivava al Timparozzo, quindi la strada di Santo Pietro – l’attuale via Maurolico – e quindi la strada del Pozzo, oggi il tratto più centrale di corso Vittorio Emanuele. Il Piano del Pozzo cominciava a registrare una vivacità pittoresca con le botteghe artigiane – stagnari, fabbri, falegnami, tintori, barbieri, sarti, calzolai -, le bottegucce dei piccoli commercianti, le taverne numerose quanto sudice. E poi, fin dalle prime ore del mattino, il vocio de i rumori di facchini e di carrette che con secchie e barilotti venivano ad attingere acqua alle gibbie.

Già intono agli anni 30 la Piana del Pozzo, malgrado si trattasse di un greto limaccioso ed accidentato, andava assumendo una precisa caratteristica con alcuni edifici pubblici importanti. Vi era nell’arco di un centinaio di metri o poco più la Chiesetta del Rosario con di fronte l’ospedale dell’Annunciata; più avanti, in direzione della chiesa di San Pietro, le due gibbie con dietro le scuole vescovili da un lato e dall’altro in grande fabbricato del Conservatorio con all’angolo la cappella dell’Addolorata; sullo sfondo l’edificio del Palazzo vescovile[16].

La Chiesa di San Pietro nell'800.

La separazione della Strada del Pozzo dalle scuole e dal conservatorio femminile che si trovavano ai lati dell’attuale viale mons. Bernardino Re, con un muro orlato ed un grande cancello di ferro avverrà intorno al 1840 per volontà del vescovo Proto.

Quando Dumas visitò le Eolie

Ancora nel 1835, quando Alexandre Dumas visitò le Eolie, Lipari non aveva una locanda che potesse ospitare dei viaggiatori. “Appena sbarcati – scrive lo scrittore francese – ci mettemmo alla ricerca di un albergo: sfortunatamente era una cosa  del tutto sconosciuta nel capoluogo. Cercammo da un capo all’altro della cittadina: non la più piccola insegna né alcun segno di locanda”[17]. A stare a Dumas però non mancava una sala da bigliardo che dopo le dieci di sera era ancora aperta e dove non solo riuscì a fare una partita ma anche consumare uno spuntino a base di torte e frutta graziosamente offerto dalla padrona del locale[18].

Fu per la trasformazione dell’abitato e lo sviluppo della città bassa che la chiesa di S.Pietro, il 4 giugno del 1808 divenne chiesa sacramentale e chiesa filiale come lo era già quella di S. Giuseppe e nella Marina di S. Giovanni fu innalzata una statua di marmo a S. Bartolomeo. Non era la statua che si vede ora nella piazza di Marina corta ma una di dimensioni più modeste. Negli anni ’20, l’ammiraglio inglese sir William Henry Smith che visitò le Eolie disse di questa che si trattava di “una bella statua greca che è stata trasformata in santo con l’aggiunta di un’aureola di rame; molti sostengono che sia stata fatta in onere di Timasiteo”[19]

Mentre si scavava per il fondamento della statua si trovò “una bella sorgente di acqua con sua artificiale fontana e margherita di bronzo”. Fu fatto venire da Palermo un esperto ma si constatò che si trattava di acqua salmastra per cui si costruì un pozzo “che con l’andare del tempo si disperse[20]”.

All’inizio dell’800 c’è da registrare due opere pubbliche realizzate per iniziativa del governatore del tempo, il colonnello Carlo Mensingher[21]. La prima riguarda la mulattiera che da Lipari, attraverso lo Zinzolo, porta a Pianoconte ed oggi si chiama Strada Vecchia. Fu lastricata nel 1801 per collegare le colline con la cittadina e probabilmente anche con il piccolo porto. Si era creata infatti, a Lipari come a Salina, una certa attenzione verso l’agricoltura e chi aveva capitali li investiva nel bonificare le terre nelle zone alte, piantandovi alberi e vitigni. In quel periodo si disboscarono abusivamente  anche le pendici di monte Sant’Angelo creando tensioni e discussioni sulla proprietà di quelle aree, disappunto nei giurati e proteste fra i pastori di Quattropani che usavano quei terreni per il pascolo di capre e ora se lo vedevano impedito. Forse ci scappò anche il morto: tale Antonio Paino di Pietro, di 46 anni che morì  “ucciso in campagna” il 10 agosto del 1804 e fu sepolto nella chiesetta di Porto Salvo[22].

La seconda opera , che il Mensingher realizzò sempre con i contributi governativi, riguardava la trasformazione del vecchio ospedale S. Bartolomeo e poi Casa degli esercizi spirituali, ormai in rovina, in casa di cura e ospizio per i malati, i poveri ed i vecchi soldati che avevano servito la patria in armi[23]. L’ospedale era dotato di un cimitero che consisteva allora in una fossa comune scavata a mo’ di cisterna. Nel 1805 questa sepoltura era approntata ed è del 14 agosto la richiesta della certificazione di agibilità da parte della Deputazione di Salute.

Ma mentre a Lipari nobili e borghesia tendevano a qualificare i loro modo di vivere nelle isole la situazione era di tutt’altro tipo. W.H. Smith che visitò Salina, che contava già 4 mila abitanti, così descrive i suoi abitanti: “gli uomini sono robusti e laboriosi ma sporchi e feroci, mentre le donne, ugualmente sporche, sono le più rozze e mascoline che abbia visto in queste zone; i due sessi sono, senza distinzione, tormentati da rogna più o meno cronica. Nonostante ciò, e nonostante i modi non troppo seducenti, ho constatato una grande ospitalità e gentilezza in tutti i ceti durante il mio soggiorno, e nel buon prete di Amalfi trovai un intelletto più colto di quanto mi attendessi  in un luogo così sperduto[24]”. E la situazione delle altre isole non doveva discostarsi di molto. A proposito di Alicudi A.Dumas nel 1835 dice che “è difficile vedere qualcosa di più triste, di più tetro, di più desolato di questa sfortunata isola”. Nessun sentiero conduce sulla cima o corre lungo le sue rive: alcune sinuosità scavate dalle acque piovane sono gli unici passaggi offerti. Non un albero su tutta l’isola né un poco di vegetazione che riposi gli occhi. “Ciò nonostante su questo angolo di terra rossastra, vivono in misere capanne centocinquanta o duecento pescatori che hanno cercato di sfruttare i rari fazzoletti di terra sfuggiti alla distruzione generale”.[25]

Oltre Alicudi, Lipari e – come vedremo più avanti – Vulcano lo scrittore francese visita anche Panarea – “una decina di case corona il pianoro dell’isola[26]- e Stromboli. Di quest’isola annota che gli abitanti sono vignaiuoli e commercianti di uva passa, che sono le due principali attività, ma sono anche ottimi marinai[27].         



[1] C. Rodriquez, Breve cenno storico-critico sull’isola di Lipari, in “Giornale delle Scienze, Lettere e Arti  per la Sicilia”, 1841, tomo LXXVI, p.246; G.A.M. Arena, op. cit., pag. 38.

[2] Idem.

[3] Idem.

[4] M.Saja e R. Cervellera, Mercnadi di Mare. Salina 1800-1953, Salina 1997, pag. 27.

[5] Idem, pp.20-25.

[6] C. Rodriquez, Breve cenno storico sull’Isola di Lipari, Palermo 1841, pp.37-38.

[7] G.A.M. Arena , op.cit., pp 37 ess.

[8] I riveli del 1815-16 delineano una proprietà molto frazionata. Archivio di Stato di Palermo, Deputazione del Regno 1815-16,; G.A. M. Arena, op. cit. pag. 39.

[9] Nacque a Lipari da Tomaso e Maria Tauro nel febbraio del 1775 Sposò donna Marianna Salpietro. Ebbe sei o setti figli di cui alcuni morirono in tenera età. Morì a Lipari all’età di 55 anni il 25 aprile del 1829. G. Iacolino, Gente delle Eolie, Lipari 1994, pp 172-175. v. anche G. Iacolino, manoscritto cit. Quaderno VI pp269 a-h.

[10] Giovanni Bongiorno di Emanuele era nato intorno al 1765 e morì il 1815. Sposato con donna Giovanna Maggiore ebbe due figli Emanuele e Giuseppa. Suoi discendenti in linea retta sono il maestro Edoardo e Leonida. G.Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pp 269 h2- h6.

[11] M.Saija e A. Cervellera, Mercanti di mare, op. cit. pag. 79 nota n.3.

[12] Domenico Giuffré ( 1778 – 1862) nasce a S. Marina Salina da Angelo e sposa in prime nozze Maria Lauricella da cui ha nove figli. In seconde nozze sposa Maria Famularo da cui ha un altro figlio.

[13] Dal manoscritto di proprietà della famiglia Mancuso, p.595.

[14] C. Rodriquez, op. cit., pp39-40.

[15] C:Rodriquez, Pubblica istruzione, in “Il Maurolico”, anno I, vol.II. N.4 del 10 giugno 1835, p.50.

[16] G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, pag. 274.

[17] A.Dumas, Dove il vento suona. Viaggio nelle Eolie, Marina di Patti 1986, pag. 21.

[18] Idem, p.30.

[19] Timasiteo come si ricorderà era il magistrato liparese che nella Lipara greca del IV secolo a. C. convinse i suoi concittadini a restituire a Roma la nave con i voti al dio Apollo destinata a Delfi che avevano rapito. W.H. Smith, Memoir descriptive of the resources, inhabitants and hydrografy of Sicily, London 1824, traduz. Ital. di G.A. Catinella e G. De Franchis dal titolo “La Sicilia e le sue isole”, Palermo 1989, p.262.

[20] Manoscritto di proprietà Luigi Mancuso, pag. 598.

[21] Mensingher desiderava che la gente lo ricordasse per quello che aveva realizzato ed infatti nella lapide che fece porre in via Zinzolo c’è scritto che la strada per Pianoconte  si sarebbe chiamata “Via Mensingheriana” ma fu  un nome che non entrò mai nell’uso dei liparesi. Di questo governatore la gente piuttosto ricordò anche che aveva avuto l’idea balzana di piazzare l’intera santabarbara del presidio proprio a ridosso della Cattedrale in una cisterna fuori uso e ridotta a magazzino col rischio che un qualsiasi incidente facesse saltare cattedrale e metà Castello. Il governatore morì l’11 gennaio 1803.

[22] Nel registro dei defunti dell’Archivio Vescovile, al n. 295 dell’anno 1804, è scritto “rure interfectus fuit et sepiltus est in Eccl.a Portus Salutis” in G.Iacolino, manoscritto cit., Quaderno VI, p.260.

[23] Anche qui, come all’inizio della strada per piano conte, oggi in via Zinzolo, fece affiggere una lapide e i testi delle due epigrafi furono ricopiate da Luigi Salvatore D’Austria,Le isole Lipari, vol.III, a cura di Pino Paino, Lipari 1982, p.32, e p.33.

[24] S. Mazzarella, W.H.Smith, La Sicilia e le sue isole, Palermo 1989, p.266.

[25] A. Dumas,  Dove il vento suona. Viaggio nelle Eolie, op. cit. pag. 12.

[26] Idem, p.52.

[27] Idem, p.68.

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Carlo Mensingher

La "Recitazione" di Sciascia e la controversia liparitana

 

Dove le ragioni della speranza?

Leonardo Sciascia e la sua singolare statua a Regalmuto

Sulla vicenda della “controversia liparitana” Leonardo Sciascia pubblicò nel 1969 una “Recitazione”  dedicata a Alexader Dubcek la cui primavera a Praga veniva schiacciata dai carri armati russi. Quello di Sciascia, partendo dalla vicenda di Lipari ed in qualche modo forzandola nel suo significato, voleva essere  un inno alla laicità dello stato ma anche e forse sopratutto ad una tesi ottimistica:  le ragioni del potere se avevano la meglio in un frangente storico grazie all’uso della forza, non l’avevano però nel lungo periodo. Infatti le ragioni degli uomini che hanno avuto speranza ed hanno mantenuto la schiena diritta di fronte al potere, finiranno, nel tempo, coll’evidenziarsi ed anche col fruttificare.

Le ragioni della speranza per Sciascia, in quella vicenda del settecento, erano rappresentate da uomini come Giacomo Longo, giudice del Tribunale della Monarchia, Francesco Ingastone, giudice della Gran Corte, Ignazio Perlongo, avvocato fiscale sempre della Gran Corte. Ma era proprio così? Che rappresentavano le due parti in competizione? La Sicilia illuminata contro quella reazionaria, come vorrebbe Sciascia sull’ala dell’ottimismo della fine degli anni 80 del secolo scorso? O piuttosto, più in sintonia col realismo disincantato di oggi,  due sistemi di potere che cercavano di difendere o accrescere le proprie prerogative?

Cerchiamo di approfondire i fatti.

La “Recitazione”  è, da una parte, una riflessione sul potere, sulla sua forza omologante, sulla capacità di piegare valori ed ideali, sulla tendenza al compromesso per la propria conservazione; dall’altra, sulla laicità dello stato che il potere temporale della S.Sede tende a condizionare ma anche sulla libertà della Chiesa che risulta impastoiata in mille logiche temporali che ne offuscano la missione religiosa.  Qui, il libero pensatore del XX secolo può addirittura citare il cattolico Pascal in epigrafe al suo lavoro. Gesù sapeva che il potere esercitato in nome della religione “che detiene il ramo principale e si insinua dappertutto” facilmente poteva degenerare in tirannide e per questo aveva stabilito, citato da Luca (22,25-27), il precetto “Vos autem non sic”[1], “Per voi però non sia così”. Un precetto che, secondo Sciascia, moltissime volte o sempre, è stato contraddetto nel corso della storia, proprio per la natura stessa del potere.

L’illuminista Sciascia sviluppa i suoi quattro atti sulla base di un diario del canonico Antonino Mongitore, uno storico del settecento che nella controversia si era schierato  col papa sposandone le posizioni anche se fra i cosiddetti “curialisti”, era forse uno dei più obiettivi. Il nostro autore non solo fonda il suo racconto su questo testo che giudica di parte, ma pubblica in appendice alla “Recitazione” un estratto di quel diario, proprio ad evidenziarne la fonte ed a invitare a verificarne  la fedeltà con la storia tradotta sulla scena. Così lo scrittore di Regalmuto vuole dimostrare al lettore e spettatore moderno come la coscienza storica e civile del nostro tempo è in grado di rendere giustizia ai fatti al di là della parzialità del narratore. E se la ragione del potere ha la meglio in quel frangente storico – come a Praga -  le ragioni della speranza, alla lunga, finiranno col prevalere.

Ma quali sono le ragioni di Mongitore e con lui, secondo Sciascia, di chi si schierò con il papa? E dall’altra quali le ragioni di chi invece  vi si oppose e non in nome di una visione antireligiosa ma, sempre secondo Sciascia, sulla base della concezione di una fede più genuina e più umana come in Giacomo Longo, giudice del Tribunale della Monarchia,o in nome di una giustizia redistributiva come in Francesco Ingastone , giudice della Gran Corte, che più concretamente  mira ad eliminare o ridurre i privilegi patrimoniali del clero, degli ordini e dei monasteri che gravano sulle spalle della gente?

Per il Mongitore, come si evince dal suo Diario, la ragione nella controversia sta dalla parte del Vescovo di Lipari prima e quindi del papa che le ha sostenute dando loro una valenza più ampia e generale. Il Vescovo di Lipari ha ragione perché la scomunica che emise contro i due catapani Tesoriero e Cristò non poteva essere annullata dal Tribunale della Monarchia di Palermo ma solo dal papa giacchè la Diocesi di Lipari non era soggetta alla Legazia Apostolica siciliana ma immediatamente alla S.Sede per una concessione ancora più antica di quella della Legazia. La reazione dei “ministri di Sicilia con molte e gravi vessazioni”  all’opposizione del Vescovo che si rifiutava di riconoscere la competenza giurisdizionale di detto Tribunale diede vita ad un’escalation che superò i confini diocesani e si propagò a tutto il Regno di Sicilia. Qui non era più in gioco il privilegio della Chiesa di Lipari ma prima l’autorità del papa su materie che egli riteneva di carattere dogmatico e quindi sottratte alla Legazia, poi la Legazia stessa che da un papa era stata concessa sei secoli prima e quindi solo un altro papa poteva togliere.

Una nuova "classe dirigente"?

Dall’altra parte, quella dei “regalisti” - come venivano chiamati i sostenitori delle tesi siciliane in opposizione ai “curialisti”, sostenitori delle tesi romane – sembrano ignorare il privilegio della Chiesa liparese e cioè la sua esclusione dalla Legazia e il suo legame diretto con la S.Sede e tendono a ridurre la controversia, se non ad un arbitrio, ad un eccesso di reazione del vescovo di Lipari ed a una impuntatura priva proprio di carità cristiana. La competenza del Tribunale della Monarchia in materie ecclesiastiche ma non dogmatiche viene fatta risalire “alla remunerazione concessa da Pontefici a quel Gran Ruggero che nel conquistare a se stesso la Sicilia, si rese tanto benemerito della Sede Apostolica, per avere discacciati da quel Regno i Saraceni Nemici della Fede, e per haver indi donata a le molte Chiese da lui fondate la terza parte dei Redditi di tutto il Regno[2]. Questa peculiarità di cui gode la Sicilia – continua il documento dal titolo “Veridica Relatione” che si rifà chiaramente alle posizioni regaliste – non può destare meraviglia se si pensa che essa è totalmente separata dal Continente e quindi consente ai cittadini di non fare uscire le loro cause fuori dal Regno con aggravi intollerabili di spese e col rischio di dover viaggiare per mare spostandosi a Roma per chiedere ed ottenere riparazioni alle ordinanze e sentenze dei loro prelati[3].

Quanto alle motivazioni più idealiste e radicali tendenti ad una riforma della fede o delle istituzioni ecclesiastiche che Sciascia attribuisce a personaggi come Longo, Perlongo e Ingastone  - facendone  una sorta di pool riformista-illuminato, simboli in qualche modo di una nuova “classe dirigente” venuta fuori in quel frangente[4], nel conflitto fra regno di Sicilia e curia romana, anticipatore di visioni che matureranno, fra i cattolici, nei secoli XIX e XX - bisognerebbe quantomeno articolare il discorso. Dei tre personaggi, alla luce delle conoscenze storiche, quello che in qualche modo potrebbe essere all’altezza del ruolo che gli fa giocare lo scrittore di Regalmuto è il Longo. Avvocato, giudice, filosofo e letterato apparteneva a “quella scuola che sulle orme di Cartesio tendeva, tra la fine del XVII e il principio del XVIII secolo, a rompere in Sicilia i ceppi aristotelici[5]. Al culmine di una carriera accompagnata da onori e generale rispetto, improvvisamente decide di dedicarsi alla vita religiosa ed entra in un convento dell’ordine dei Teatini  dove va a trovarlo Vittorio Amedeo – che indubbiamente lo conosceva di fama – appena giunge a Palermo. Ma se una figura chiara e priva di ombre era quella del Longo, circondata da generale rispetto anche da parte di chi era su tutt’altro fronte[6], non altrettanto si può dire del Perlongo e dell’Ingastone. Del  Perlongo gli storici annotano che girava per i conventi della  Sicilia indagando sul comportamento dei religiosi per poterli denunziare e perseguire[7]. Ancora più ambigui sono i riscontri che riguardano l’Ingastone e il contributo che questi diede  nella persecuzione degli osservanti le disposizioni di Roma servendosi dell’opera di un figuro come Matteo Lo Vecchio. Quel LoVecchio  che Sciascia cerca in qualche modo di nobilitare attribuendogli, alla vigilia del suo assassinio, una crisi di coscienza e la manifestazione di scrupoli religiosi che non hanno riscontro nelle cronache dell’epoca[8]

Il vicolo dedicato a Matteo Lo Vecchio a Palermo con il pozzo dove fu gettato il cadavere.

Anche volendo ammettere che il Longo facesse parte di un nuovo tipo di clero “che credeva in Dio e propugnava il diritto dello Stato”[9]ci sembra azzardato sostenere che esso fosse l’emblema di una nuova classe dirigente che la “restaurazione” del 1719 disperse. Una classe dirigente alla quale, in qualche modo, Sciascia sembra assimilare persino il Lo Vecchio dedicandogli idealmente una rosa – come Faulkner la dedicò ad Emily che dorme nel suo letto accanto al cadavere dell’uomo amato[10]- “per questo cadavere che da un secolo e mezzo dorme in fondo ad un pozzo secco, accanto al cadavere dello Stato”[11].

Comunque lo scontro, soprattutto in Sicilia, non fu allora fra una parte illuminata ed un’altra retriva e codina ma fra due sistemi di potere che cercavano di difendere o accrescere le proprie prerogative.



[1] “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande fra voi  diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve “, Luca 22, 25-27.

[2] Da “Veridica Relatione, e confronto de’ procedimenti delle due Corti di Roma e Sicilia nelle note vertenze per fatto del Tribunale della Monarchia”, testo a stampa, Archivio della Congregazione per la  Dottrina della Fede, St.St. D2 d bis, pag. 4.

[3] Idem.

[4] In uno scritto del 1969 intitolato “Una rosa per Matteo Lo Vecchio ( in La corda pazza, L. Sciascia, Opere 1956-1971, Classici Bompiani, Milano, 1990, pag. 1017) Sciascia parla di “uomini nuovi, una vera e propria classe dirigente xhe mai la Sicilia aveva avuto ( e mai, purtroppo fino ad oggi, avrà). Corsero venature gianseniste, si ebbero più stretti rapporti conla cultura francese. Un clero che credeva in Dio e propugnava il diritto dello Stato contro la temporalità deella Chiesa veniva affermandosi contro il vecchio clero isolano sostanzialmente ateo, avido di benefici, intento a scrutare ed avallare prodigi e superstizioni”.

[5] I.LA LUMIA, Storie siciliane, IV, Palermo 1870, pag. 233.

[6] A. MONGITORE, Biblioteca sicula, Tomo I, pag.302;  G.B. CARUSO, Discorso istorico apologetico della Monarchia in Sicilia, Palermo 1863, pag. 165, I. LA LUMIA, op.cit., pag. 232-233.

[7] I. LA LUMIA, Storie siciliane, IV, op.cit., pag. 237.

[8] I. LA LUMIA, op.cit., pag. 237; pag. 254. Si veda anche G. IACOLINO, La Chiesa Cattedrale di Lipari, Quaderno III a, man. cit., pag. 138.

[9] L. Sciascia, Una rosa per Matteo Lo Vecchio,

[10] W. Faulkner, Una rosa per Emily, Milano, Adelphi, 1997.

[11] L. Sciascia, Una rosa per Matteo Lo Vecchio, op. cit., pag. 1017. Precisiamo che quando Sciascia il 21 giugno del 1969 andò a cercare a Palermo la via intitolata a Matteo Lo Vecchio e scoprì che si trattava di “un vicolo corto e stretto, fatto di tristissime case; e una piuttosto antica, forse appunto quella del Lo Vecchio” erano trascorsi due secoli e mezzo e non uno e mezzo dalla sua morte. Inoltre anche volendo prendere le distanze dal canonico Mongitore che, nel suo diario, a proposito del vilipendio fatto al cadavere parla di “divina giustizia”, ci sembra azzardato sostenere che , in fondo al pozzo secco, accanto al cadavere di Lo Vecchio dorma il cadavere dello Stato di Sicilia stroncato dalla restaurazione prima spagnola e poi austriaca.

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Matteo Lo Vecchio

La lenta conclusione di una lunga vicenda

 

Il Papa toglie l'interdetto

Clemente XI

Così il 2 settembre 1719 Clemente XI tolse l'interdetto col quale aveva colpito la diocesi di Lipari. La controversia liparitana esplosa il 22 gennaio 1711, può dirsi così conclusa. Nell’esperire le pratiche relative al sollevamento dell'interdetto della città di Lipari pare abbia avuto un ruolo importante il canonico Hurtado che fu insignito del titolo di Protonotario Apostolico. Mentre l'Hurtado faceva immediato ritorno all'isola il vescovo Tedeschi rimase a Roma e seguitò nella carica che il pontefice gli aveva conferito di Segretario della S. Congregazione  dei Riti ed esame dei vescovi.

“Quindi, restituita a Lipari la primeva pace, si aprirono le Chiese, si ripigliò il primiero pubblico divino culto, con disumarsi i cadaveri de’ fedeli sepolti nelle campagne fuori le Chiese in tempo del suddetto Interdetto, e con pie esequie e funerali si portarono dentro le sepolture delle Chiese già benedette, ove si fecero dalli rispettivi parenti li suffraggy per l’anime de’ loro defunti[1]”.

Nel 1722 i liparesi cominciarono a protestare per l'assenza prolungata del loro vescovo anche perché la soldataglia austriaca aveva occupato il Palazzo vescovile a fianco alla Cattedrale riducendolo ad una sudicia caserma e si lasciava andare ad ogni sorta di prevaricazione.

Tranquillizzatasi un po’ la situazione politica in Sicilia il vescovo fu messo di fronte all'alternativa se tornare a Lipari o rinunciare al vescovado. Tedeschi preferì rinunciare al vescovado confermando così, in qualche modo, il giudizio che di lui aveva dato l’abate del Maro scrivendo al re  Vittorio Amedeo II il 10 dicembre 1713 e cioè che oltre  ad essere “cabalista, astuto, ambizioso, maligno” ma anche  “dotto, disinvolto e cortegiano all’usanza di Roma in grado supremo”, questo vescovo non poteva “ridursi a vivere nello scoglio di Lipari, e crede con accender fuoco , come ha fatto fin hora, di fare gran sbalzi, e di riuscir Cardinale”[2] . Non divenne però cardinale ma si contentò della posizione in Vaticano, di una pensione di 500 ducati a carico della mensa vescovile di Lipari e del titolo del tutto nominale di Arcivescovo di Apamea.

Papa Innocenzo III, succeduto a Clemente XI. nominò, al suo posto, mons. Pietro Vincenzo Platamone[3]che fu accolto con onori trionfali alla marina e dopo qualche giorno accompagnato in pompa magna in Cattedrale.[4]

  

A sinistra il Papa Innocenzo III. A destra mons. Platamone

Un nuovo statuto della Legazia

Per quanto riguardava la Legazia Apostolica, alla fine gli intransigenti delle due parti furono isolati e si pervenne alla normalizzazione dei rapporti tra la Santa Sede e la corona di Sicilia, e alla conseguente pacificazione religiosa dell’isola.

Benedetto XIII, divenuto papa il 29 maggio 1724,  con la bolla “Fideli ac prudenti dispensatori” del 1728, chiamata per questo “concordia benedettina”,  diede nuove basi all’istituto. Si riaffermava, con qualche limitazione, la giurisdizione del Tribunale di Regia monarchia sulla Chiesa siciliana anche se il Tribunale veniva presentato come una concessione pontificia non direttamente collegato col privilegio della Legazia Apostolica.[5].

Era rimasto irrisolto il nodo di Lipari: circa l'inclusione o l'esclusione dalla Legazia Apostolica. Così nel 1729 si verificò un nuovo incidente quando il giudice della Monarchia nominò un suo delegato a Lipari per controllare che l'uso delle immunità ecclesiastiche non favorisse il contrabbando del tabacco. Alla nomina si oppose il vescovo Platamone che scomunicò il delegato. Per fortuna, questa volta, il governo cedette revocando la nomina del delegato e imponendogli di chiedere l'assoluzione dalla scomunica[6].

Nel 1749 il re Carlo III di Borbone riconobbe la competenza del Tribunale della Monarchia per un ricorso contro il Vescovo di Lipari presentato dai fide-commissari dell'ospedale S. Bartolomeo e dispose l'istituzione a Lipari di un delegato della Regia Monarchia[7]. Poiché non si ebbero reazioni né da parte del Vescovo, né dalla S. Sede, da quel momento le Eolie furono sottoposte alla giurisdizione della Legazia Apostolica.

Ad  indicare che gli anni della controversia non furono un fenomeno che colpì ed interessò solo i ceti dominanti vi è un canto popolare che ricorda questo periodo. Esso recita:

Lu Santu Patri ni livau la missa,

lu Re conza la furca a li parrini,

la Sicilia è fatta carni di sasizza,

cca c'è la liggi di li saracini[8].

La “concordia benedettina” se mise fine ai conflitti sulla Apostolica Legazia non chiuse però le discussioni su di essa e le dispute fra regalisti e curialisti. Inoltre all’inizio del XIX secolo gli stessi vescovi, anche se tutti di nomina regia e leali nei confronti del sovrano, chiesero, con una Memoria rivolta al re Borbone, una serie di riforme dell’istituto fra cui l’ applicazione meno rigida della Regia monarchia e la possibilità di trattare con la Santa Sede le riforme in ambito ecclesiastico  ma questa perorazione non ottenne praticamente nessun risultato.

Comunque nessuno si dichiarava contrario alla Legazia e persino Garibaldi, quando arrivò in Sicilia nel 1860, fu salutato con tutti gli onori previsti per il legato: fu accolto dai canonici all’ingresso della cattedrale e accompagnato a sedersi sul trono regale più alto di quello episcopale. Può sembrare strano questo volere mantenere delle prerogative in materia ecclesiastica da parte di governanti che erano massoni ed anticlericali. Ma, probabilmente, al di là della logica dei principi, ebbe la meglio il ragionamento politico che intendeva sottrarre ad una Santa Sede fortemente contraria al nuovo regno prerogative e funzioni che certamente incidevano significativamente nella vita civile della nazione.

  

A sinistra, Garibaldi a Palermo. A destra Cavour.

Così, probabilmente per queste ragioni, quando la Sicilia entrò a far parte del Regno d’Italia in un primo tempo il governo italiano, sentendosi pienamente erede dei privilegi legaziali esercitati dal governo borbonico, per la Sicilia reclamava non solo l’exequatur  come per il resto del paese, ma anche l’esercizio libero del diritto di nomina dei vescovi.

Di fronte a questo atteggiamento Pio IX decise di abolire definitivamente la Legazia Apostolica di Sicilia e il Tribunale della Regia monarchia con la bolla Suprema universi dominici gregis e il breve Multis gravissimi. Bolla e breve erano del 28 febbraio 1864 ma furono pubblicati solo il 12 ottobre 1867 dopo che fu raggiunto l’accordo col governo per la nomina dei nuovi vescovi e consumata la frattura con l’approvazione delle leggi eversive.

Finalmente il 13 maggio 1871, con la legge delle Guarentigie, anche il governo italiano rinunciava, come abbiamo accennato, al diritto di Legazia Apostolica in Sicilia rendendosi conto che essa contrastava nettamente con i principi liberali riassunti da Cavour nella celebre frase:”Libera Chiesa in libero Stato”[9] . Questo istituto medioevale era durato quasi 800 anni[10].

Bisogna osservare che può sembrare incredibile che per 800 grammi di ceci si sia scatenata una vicenda che ha sconvolto tutta la Sicilia e coinvolto, oltre la Santa Sede, anche diverse potenze europee, creando problemi a tanta gente compreso  esili e carceri. Eppure non si tratta di una reazione abnorme ad un fatto estremamente modesto, una sorta di follia collettiva  esplosa non si sa come e non si sa perché.  Ma uno scontro duro fra due ordini di potere che avevano confini di competenza molto labili e quindi facilmente tracimavano, forse perché è proprio del potere non porsi limiti e confini. 

Pio IX

Un conflitto - prodotto scientemente - legato ad  istituti paradossali quale quello della Legazia Apostolica e dell'exequatur. Ma la Legazia Apostolica e l'exequatur esistevano perchè esisteva la commistione fra potere politico e potere religioso che era il vero nodo perverso. Da una parte il re che oltre ad avere il potere politico poteva vantare, proprio in nome della Legazia, funzioni di ordine religioso e dall’altra un vescovo che ricopriva in se la funzione di signore politico e di capo religioso che era strattonato fra il Sovrano ed il Papa, fra le ragioni delle istituzioni politiche e quelle delle istituzioni ecclesiastiche. In più a questo problema si aggiungeva – complicanza nella complicanza - la questione della diocesi di Lipari direttamente soggetta alla Sede Apostolica. E' questa la miscela  a cui Clemente XI e la Santa Sede decidono di dare fuoco scegliendo un vescovo ambizioso e battagliero – Mons. Tedeschi – ed inviandolo a Lipari col preciso incarico di fungere da detonatore. Missione che Tedeschi compie puntualmente[11].



[1] G. LA ROSA, op.cit., vol.I,pag.267.

[2]Il Regno di Vittorio Amedeo II di Savoia nell’Isola di Sicilia dall’anno MDCCXIIII al MDCCXIX. Documenti raccolti e stampati per ordine della Maestà del Re d’Italia VittOrio Emanuele II”, Torino, Tipografia Eredi Botta, MDCCCLXII, ( a cura di V.E.STELLARDI), pag. 131.

[3] Pietro Vincenzo Platamone, domenicano, nato a Cammarata il 15 febbraio 1666, fu eletto vescovo di Lipari il 23 marzo 1722 ottenendo l’exequatur dal Tribunale della Monarchia di Palermo. Morì il 22 febbraio del 1733.

[4] La processione che si snodava dal Palazzo vescovile della villa vedeva prima il clero regolare e secolare quindi il vescovo “a cavallo dritto sopra una bianca mula, condotta con briglia in mano dal Giurato Seniore, e sotto baldacchino portato con aste a mano dall’intiero Magistrato Civico, seguitato dal Populaccio tutto con gridi di giubilo, che vedevano la loro Chiesa decorata con la presenza del suo Pastore che , per ott’anni circa [per la verità erano dieci] era stata priva per l’allontanamento del predecessore Monsignor Tedeschi, che gli la interdisse”. G. LA ROSA,  op.cit., pag.268.

[5] G. ZITO, op. cit., pag.81.

[6] Se non esplose un'altra “controversia liparitana” fu solo perché le corti di Roma, Vienna e Palermo si preoccuparono immediatamente e il governo di Palermo volle gettare acqua sul fuoco. Se tutto invece fosse dipeso da Lipari probabilmente la vicenda non si sarebbe chiusa tanto in fretta perché lo scontro fra il vescovo ed il delegato del Tribunale della Monarchia –che poi era lo steso canonico Diego Hurtado che era stato vicario al tempo di mons. Tedeschi ed uno dei protagonisti della grande “controversia” – si sviluppò violentissimo  e la scomunica aveva coinvolto non solo l’Hurtado ma anche i giurati, i loro segretari, il mastro notaro dell’Hurtado ed un altro sacerdote. Ai protagonisti secondari il vescovo concesse subito l’assoluzione mentre lasciò l’Hurtado almeno un mese “in un cantone di mia casa privo della comunione dei fedeli e con quelle amarezze che possono imaginarsi “. La reazione durissima del Platamone che, peraltro si era sempre comportato – a sentire il La Rosa -  “con fina politica e prudenza”, sarebbe stata provocata dal fatto che l’Hurtado gli comunicò la sua nomina due mesi dopo averla ricevuta e il vescovo vide in questo ritardo l’ombra della macchinazione. La ricostruzione di questa vicenda, come la documentazione che il Diego Hurtado in questione è lo stesso del tempo di mons. Tedeschi  - e non un suo omonimo come asserisce Leopoldo Zagami (Lipari e i suoi cinque millenni di storia, Messina, 1960., pag.276) - si trovano in G.IACOLINO, man. cit. Quaderno IIIA, pp.152 b, 153, 153°, 154,155. v. anche G.OLIVA, Le contese giurisdizionali della Chiesa Liparese nei secoli XVII e XVIII, op. cit; G.CATALANO, Le ultime vicende della Legazia  Apostolica in Sicilia, Catania 1950.

[7] G.CATALANO, Le ultime vicende  della Legazia Apostolica in Sicilia, Catania 1950, p.91

[8]  “ Il Santo Padre ci ha tolto la messa/ il re prepara la forca per i preti/ la Sicilia è fatta carne da salsiccia / qui vige la legge dei saraceni”in  Brigantino. Il Portale del sud . Storie di Sicilia di F. MISURACA, www.ilportaledelsud.org.

[9]  S. FODALE, op. cit., pag. 44.

[10] G. ZITO, op. cit., pag. 94-105.

[11] S. FODALE, Stato e chiesa: la prima controversia liparitana, in “Dal ‘constitutum’ alle ‘controversie liparitane’, op. cit.pp.115- 126.  Anche se è stato fatto osservare che quello che si verificò soprattutto a partire dalla “controversi liparitana” fu “tanto strepito per nulla..”Il funzionamento dell’Apostolica Legazia non avea giammai intaccata l’autorità della Chiesa; il suo tribunale, che era presieduto da un ecclesiastico che si dava il titolo di Monsignor Giudice della Monarchia, limitavasi all’ingerenza di esso in poche quistioni riguardanti la disciplina, mai la fede, e soprattutto a conoscere le cause degli esenti ed in terza istanza  quelle state decise dalla Curia Metropolitana; e ciò non che pregiudizio, talvolta di sommo vantaggio era tornato alla Chiesa, tanto che il Cattolicesimo in nessun luogo della terra ebbe mai più fervidi e convinti seguaci delle popolazioni siciliane”. G. OLIVA, Le contese giurisdizionali della Chiesa Liparese nei secoli XVII e XVIII, Messina 1905, pp. 91-93.

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La "controversia": il conflitto si estende

 

La “controversia” investe tutta la Sicilia

  

A sinistra il duomo di Catania. A destra il palazzo vescovile di Girgenti

Ma ormai la vicenda stava uscendo dalle mura diocesane. Ai primi di febbraio del 1712 a tutti i vescovi della Sicilia pervenne – tramite il vescovo di Catania secondo quanto afferma il documento “Veridica Relatione” - una lettera circolare della S. Congregazione, datata 16 gennaio, con ordine di affiggerla in tutte le cattedrali. In essa si ribadiva la nullità della sentenza assolutoria in favore di Tesoriero e Cristò e, più velatamente, si mettevano in discussione gli esorbitanti poteri di giurisdizione ecclesiastica che la Monarchia soleva esercitare. Ci vollero due mesi per tirare le somme di come era stata accolta dai vescovi siciliani questa iniziativa. I vescovi di Messina, Siracusa e Cefalù rappresentarono alla Santa Sede le loro preoccupazioni, i vescovi di Palermo, Patti e il vicario generale di Monreale chiesero l'exequatur al Tribunale della Monarchia che lo negò, solo i vescovi di Girgenti, Catania e Marsala – e cioè mons. Francesco Ramirez, mons. Andrea Riggio e mons. Bartolomeo Castelli - pubblicarono nello stesso giorno , il 21 marzo 1712, il documento senza nemmeno chiedere l'exequatur[1] . Il vicerè finse di credere che si fosse trattato, per questi presuli, di un caso di omissione involontaria e richiamò cortesemente i contravventori. Questi all'unisono risposero che  trattandosi di materia dommatica, di fede, concernente la salute spirituale dei fedeli e non di pura e semplice giurisdizione, ne avrebbero risposto solo al Sommo Pontefice.

Della vicenda cominciò a parlarsene anche all'estero. In Spagna uscì un libello anonimo polemico contro i vescovi di Lipari, Girgenti, Catania e Mazara dove - rifacendo in qualche modo la storia della “controversia” - si giustificava l'agire del Tribunale della Regia Monarchia contro la diocesi di Lipari[2]. In Sicilia invece il viceré cercava di mantenere la calma e reagì convocando a Palermo una consulta di cinquantanove teologi – di cui parla Sciascia nel secondo atto della sua Recitazione -  per sottoporre al loro esame la circolare della S. Congregazione dell'immunità ecclesiastica. Il responso fu, naturalmente, che non si trattava di materia di fede ma  giurisdizionale e quindi non intaccava né la fede né il dogma.

  

A sinistra il palazzo vescovile di Marsala. A destra una raffigurazione di Mons. Riggio, arcivescovo di Catania

Intanto a Lipari il canonico Hurtado, che teneva i contatti col vescovo, - forte del fatto che il Sant’Uffizio di Lipari era riconosciuto direttamente dipendente  dal Sommo Tribunale del Sant’Uffizio di Roma - decise di convocare, nel maggio del 1712, nel Palazzo vescovile della Lipari bassa, un consiglio di ecclesiastici liparesi, “con sopravveste di Sant' Uffizio”, per definire le opportune sanzioni canoniche contro l'Aucello e gli altri ecclesiastici che continuavano a celebrare messa alle Grazie che era stata interdetta. Il consiglio spiccò un monito di scomunica che fu recapitato al delegato speciale del Tribunale della Monarchia con tutti i requisiti formali.

La reazione dell'Aucello fu dura e scomposta. Fece imprigionare il povero prete che gli aveva consegnato il monito e anche l'altro che gli portò l'ultimatum di Hurtado. Non solo, ma messosi a capo di un manipolo di una cinquantina di soldati spagnoli circondò il Palazzo vescovile , vi entrò con la forza e mise agli arresti domiciliari Hurtado e il confessore del vescovo. Cercò gli altri ministri della corte vescovile e del tribunale dell'inquisizione e incarcerò anche loro mentre lanciò minacce verso tutti quei sacerdoti che si erano dichiarati ubbidienti al papa.

Quindi presentò al vicario una parcella per le spese sostenute da lui e dalla sua scorta nella missione a Lipari e, di fronte alla obiezione, che la mensa vescovile non possedeva quella somma, fece sequestrare i beni personali del vicario minacciando la loro vendita all'asta per cui il malcapitato si vide costretto a cercare prestiti personali per far fronte alla richiesta.

Soddisfatto il problema economico l’Aucello decise di tornarsene a Palermo e di portarsi dietro prigionieri l'Hurtado ed altri importanti ecclesiastici di Lipari. Ma, a suo scorno, l’Hurtado poté opporgli una lettera del Segretario di Stato Vaticano, giuntagli proprio in quei giorni, che gli comandava di non abbandonare Lipari per qualsiasi motivo. Così Aucello se ne partì da solo con la sua scorta intimando però agli ecclesiastici liparesi di raggiungerlo a Palermo entro due mesi. Partì, abbandonando Lipari in una confusione maggiore di quella che aveva trovato al suo arrivo[3].

  

 A sinistra,Papa Clemente XI. A destra ritratto del canonico Mongitore

Roma non poteva lasciar passare sotto silenzio quanto era accaduto. Il 17 giugno 1712 papa Clemente emanò una lettera apostolica nella quale ribadiva che la Chiesa di Lipari era immediatamente soggetta alla Santa Sede e scomunicava l’ Aucello e tutti quelli, di qualsiasi grado e condizione, che gli avessero comandato, eseguito, consigliato e approvato gli atti che questi aveva compiuto contro la diocesi di Lipari. Naturalmente contro questa scomunica l’Aucello fece ricorso al giudice della Monarchia. Della risposta di Aucello e di Palermo ce ne parla il can. Antonino Mongitore nel suo Diario:”Ricorsero al giudice della Monarchia, allora D.Francesco Miranda, spagnuolo, il quale ordinò al canonico che celebrasse, andasse al coro e passeggiasse come al solito; e così ordinò agli altri. E in fatti, senza curarsi di essa, seguitò come se non fosse stato scomunicato, con pubblico scandalo; così fecero gli altri con manifesto disprezzo della scomunica”.[4]

La scomunica dell'Aucello questa volta papa Clemente la comunicò con due Brevi anche al Vescovo di Palermo ed al viceré mentre qualche settimana prima aveva avviato una forte opera di pressione nei confronti dei vescovi che si erano dimostrati pusillanimi mancando di affiggere la lettera circolare della S. Congregazione, lodando invece quelli di Girgenti, Marsala e Catania. Finalmente il 30 giugno 1712 i vescovi renitenti – dopo due mesi di titubanza – si decisero a pubblicare il foglio della S. Congregazione.

Più tempo impiegò il Vescovo di Palermo che pubblicò la lettera insieme alla bolla di scomunica dell'Aucello il 22 febbraio 1713. Ma c'era voluto, per convincerlo, la minaccia di “sospensione a divinis “ da parte del papa.

Un'altra immagine del Canonico Mongitore

Il viceré pazienta diverse settimane e il 22 marzo 1713 emana una ordinanza con la quale si riaffermavano i diritti dei sovrani della Sicilia e si dichiarava nulla la lettera della S. Congregazione dell'Immunità e qualunque altra disposizione  provenienti da “corti estere” che venissero rese pubbliche senza il preventivo regio exequatur. Si scatena una forte contesa fra il potere della Regia Monarchia ed i vescovi costretti ad abbandonare  le loro diocesi e rifugiarsi a Roma. Si cominciò col vescovo di Catania il 18 aprile 1713 – ed è quanto rappresenta Sciascia nell’Intermezzo fra il II ed il III atto – che dichiara di partire cedendo alla violenza.  Mons. Riggio - di temperamento rude e focoso tanto da vantarsi delle ventotto liti che aveva in corso ma che non gli toglievano né il sonno , né l’appetito -  aveva contrapposto all’ordinanza del viceré un suo editto a stampa nel quale bollava l’ingiunzione come “temeraria, orrida, scandalosa e perniciosa”. L’editto appariva come l’ennesima provocazione di questo vescovo nei confronti dell’autorità del viceré fra le quali spiccava la riesumazione di una vecchia scomunica inflitta al capitano d’arme e di giustizia di Catania, barone di Ficarazzi, annullata dal giudice della Monarchia, sentenza che di fatto il Riggio aveva accettata. Ricevuta l’intimazione a lasciare Catania, il vescovo “ bel lontano dal pentirsi di quel che haveva fatto, trascorse più oltre, fino a fulminare nell’atto della sua partenza l’Interdetto nella Diocesi, col pretesto d’essere stato espulso per pura violenza; e nello stesso tempo Scomunicò i due Officiali militari, dai quali gli era stata fatta l’intimatione dello Sfratto[5]

All’espulsione del vescovo di Catania fa seguito quella del vescovo di Messina il 29 luglio, quindi il vescovo di Girgenti che partì il 28 agosto, il 27 febbraio del 1715 se ne partì il vescovo di Palermo  A questo turbine di espulsioni – spesso scientemente provocate e ricercate[6] -i i vescovi reagivano  con interdetti e scomuniche.  Dovette partire  anche il can. Hurtado[7] che abbandonò  Lipari il 24 gennaio del 1714 lasciandosi anche lui alle spalle un editto di interdetto per l'intera diocesi.

Gli effetti sociali di scomuniche ed interdetti

Questo susseguirsi di scomuniche, interdetti, sfratti, arresti e quant’altro non lasciavano il popolo e molti degli stessi protagonisti indifferenti. La scomunica, come abbiamo visto, colpiva il singolo individuo e aveva effetti nelle relazioni sociali e se c’era chi non li rispettava c’era però chi li metteva in pratica ed anche chi, colpito, se ne faceva un tormento. Più grave. Come si è detto, era l’interdetto che praticamente impediva che nella comunità che ne veniva colpita potessero celebrarsi alcune funzioni religiose ed alcuni sacramenti e non solo la messa in pubblico ma soprattutto i funerali e anche la benedizione nuziale nei matrimoni ed il battesimo poteva avvenire in forma semplice e privata per non parlare dell’impossibilità di seppellire i morti i terra consacrata per cui i familiari dovevano trovare una collocazione provvisoria della salma in qualche giardino o podere.. Cioè la gente veniva colpita in momenti cruciali della vita che in una società com’era la Sicilia del 700 – ancora scarsamente secolarizzata – finivano coll’avere un risvolto sociale, alla lunga, traumatico.

Certo, era possibile trovare preti che ubbidivano alla Regia Monarchia e non tenevano conto di scomuniche ed interdetti ma non erano molti e spesso finivano con l’aumentare nel popolo  confusione e disagio. Come accadde a Catania quando mons. Riggio partì,  fu subito mandato nella diocesi il canonico Gaetano Buglio di Messina, in qualità di delegato del Tribunale della Monarchia e col compito di convincere i fedeli a disattendere scomuniche ed interdetto. Ma presto lui stesso fu raggiunto dalla scomunica pontificia e il popolo non sapeva più cosa pensare.

Fu il periodo in cui nelle zone di Catania, di Girgenti, di Mazara, di Messina ed anche di Lipari - cioè dove la gente era più frastornata da opposte sollecitazioni ad obbedire al re o al papa - cominciò a diffondersi una “cultura religiosa e pseudo teologica” di cui un anonimo[8] ci ha lasciato qualche  memoria. Così la consacrazione da parte dei sacerdoti inosservanti non produceva nell’Ostia la venuta del “Sacrosanto Corpo, anima e divinità di Nostro Signore” ma quella di un demonio; “ si niega lecitamente il debito coniugale dalle mogli osservanti alli loro mariti inosservanti”; non si può pigliarsi nella Chiesa l’acqua benedetta perché in Chiesa inosservante e benedetta da sacerdote parimente inosservante, anzi stimano a grave peccato segnarsi con essa la fronte” e così via.

Per di più la stessa polemica che si diffondeva attraverso la stampa non lasciava indifferenti le autorità e la Regia Monarchia. Quando nei primi mesi del 1713 uscì il libretto “Difesa della verità” attributo a mons. Tedeschi, subito non produsse alcuna reazione, forse si pensò che l’avrebbero letto in pochi e quindi dimenticato. Ma non dovette essere così se Filippo V, nel febbraio del 1716, ordinò al Consiglio di Stato di farlo valutare da esperti per suggerire come farvi fronte.  Ma gli esperti consigliarono al re di non prendere nessuna decisione per non provocare l’autore stimolandolo a procedere nella polemica con quella penna “tan empeinada y ensangrentada” cioè tanto corriva e infuriata[9].  

Trovare una mediazione o abolire la Legazia?

  

A sinistra, Vittorio Amedeo II. A destra, il card. Tommasi.

Intanto il 10 giugno 1713 ad Utrecht, Filippo V di Spagna sottoscriveva la cessione della Sicilia al duca del Piemonte Vittorio Amedeo II di Savoia che veniva ad assumere il titolo di re. Nella disfida fra la Spagna e l'Austria il Piemonte, che in un primo tempo era schierato con la Spagna, era passato con l'Austria e, quando fu firmato il trattato, ottenne la Sicilia grazie alla volontà dell'Inghilterra che lo preferì ai Borboni ed all'Austria. Il nuovo re indugiò a prendere possesso della Sicilia e lo fece solo il 10 ottobre 1713.  Egli per cercare di pacificare la situazione agì su due fronti. Da una parte confermò viceré e ministri e li esortò a tornare in lizza mentre intimò a preti, frati e fedeli di disattendere i moniti e i consigli di Roma minacciando carcerazioni, esili e confische. Dall'altra però cercò di intrecciare col Vaticano trattative diplomatiche tentando di fare intervenire anche l'ambasciatore di Francia.

Le attese della corte di Palermo dopo il cambio di regnante, sono espresse chiaramente nella seconda parte de la “Veridica Relatione[10]: “Credevasi da ogni persona di buon senso, che la Corte di Roma, trovandosi sciolta verso del nuovo dominio, da quell’impegni, che haveva presi col precedente governo, non solamente si sarebbe astenuta dal far nuovi procedimenti ne’ primi mesi dell’acclamatione, ed incoronazione di Sua Maestà, ed in tutto quel tempo, che fusse necessario al nuovo Rè, per informarsi di questa contesa, ma di più havrebbe ricercate in ogni occasione le aperture, che potessero darle qualche speranza d’adequamento”.

Papa Clemente però non era disposto ad accomodamenti anzi,  valutando che l’Inghilterra, sostenitrice dei Savoia, fosse poco interessata alle questioni  religiose pensò che la nuova congiuntura gli permettesse finalmente di venire a capo di questo istituto della Legazìa che aveva creato tanti problemi. Così  il 25 gennaio emise solenne scomunica contro il giudice della Regia Monarchia e contro tutti quelli che si erano adoperati a sfrattare i vescovi dalla Sicilia. Non era questo che l’ennesimo attacco che da Roma veniva al Regno di Sicilia dopo l’avvento di Vittorio Amedeo II. La “Veridica Relatione” li elenca tutti uno per uno.

Questa scomunica ebbe come effetto  le dimissioni dalla carica di giudice del conte di Miranda perchè preso da scrupolo religioso e probabilmente colse anche l’occasione per sfilarsi da una realtà incandescente e tornarsene in Spagna . Fu messo al suo posto un dotto e pio canonico messinese, don Giacomo Longo forse con intenti di pacificazione. Il nuovo giudice però si manifestò determinato ed intransigente. E di questa sua determinatezza ed intransigenza se ne resero conto subito i Liparesi.

Il vicario generale don Diego Hurtado prima di partire da Lipari per via dello sfratto il 24 gennaio 1714, aveva predisposto, senza dare nulla a vedere, certo d’accordo col suo vescovo che era sempre a Roma, una sorta di bomba ad orologeria. Intrattenendosi in cordiale e familiare conversazione col luogotenente Giovanni Battista Castaldi, attendendo il mercantile che doveva portarlo a Civitavecchia, il canonico sembrava avere accettato con tranquillità e rassegnazione il provvedimento di espulsione. Ma la sera stessa della sua partenza, quando furono le otto, improvvisamente le campane della Cattedrale presero a suonare a morto e il mesto rintocco durò una buona mezz’ora.  Ai curiosi ed alla guardia che raggiunsero la chiesa apparvero, affissi sulla porta, i “cedoloni” contenenti la scomunica per il luogotenente ed il suo aiutante e l’editto di interdetto per l’intera diocesi[11].

Uno dei primi provvedimenti del nuovo giudice don Longo fu quello di inviare a Lipari, quale delegato del Tribunale, il cappellano del Real Palazzo, don Giuseppe Marotta, col compito di convincere il clero a non tenere conto dell’interdetto e di  garantire il normale esercizio del culto. Giunto a Lipari il 10 febbraio gli atti che il delegato compì non furono certo distensivi. Non solo mise in carcere i sei sacerdoti che apparivano come i più radicali e intransigenti del partito pontificio ed imprigionò  i responsabili dell’affissione dei cedoloni della scomunica e dell’interdetto ed il sacrestano che aveva suonato le campane a morto, ma se la prese, mettendoli agli arresti, anche con quanti avevano negato il saluto ai due catapani per adeguarsi alle norme della scomunica.

Nello stesso tempo che usava il pugno duro, Marotta proclama “nullo, ingiusto, illegittimo, insussistente, irrito e di nessuna forza e valore” l’interdetto lanciato dal vicario Hurtado e minaccia di “scomunica maggiore riservata al Monsignor Giudice della Monarchia” chi si fosse comportato come se fosse ancora in vigore[12].

Quindi convoca il Capitolo della Cattedrale e pretende che si elegga  il nuovo vicario episcopale in sostituzione dell’Hurtado. Risultò eletto il can. Emanuele Carnevale che si adoperò per riportare la tranquillità nelle isole. Ma era una pia illusione.

Il 17 settembre 1714 veniva pubblicata a Lipari la scomunica pontificia contro i militari che avevano espulso Hurtado, contro Marotta e i componenti la Curia di costui, contro il guardiano dei cappuccini e coloro che avevano officiato nelle chiese già interdette. Era l'atto che lasciava Lipari, per alcuni anni ancora, priva di funzioni religiose.

Il  rincrudirsi del dissidio a Lipari si estese subito a tutta la Sicilia e innumerevoli furono le contestazioni tra i rappresentanti della Chiesa e le autorità governative, cui fecero seguito esili, carcerazioni e confische che si protrassero per tutto il tempo in cui Amedeo II di Savoia fu re di Sicilia.

Il lavoro in sordina della diplomazia

Cardinale Paolucci

Intanto proprio nel 1714 mentre lo scontro si diffonde sul territorio dello stato, dietro le quinte, la diplomazia continua ad operare per trovare una soluzione. L’iniziativa forse più significativa, in questo periodo, fu quella che partì il 24 dicembre del 1713, il giorno della cerimonia dell’incoronazione del re nella Cattedrale di Palermo. Ce ne parla una fonte di parte regalista[13]. L’iniziativa prese le mosse da un gruppo di vescovi e prelati siciliani lì presenti fra i quali quelli di Siracusa, Cefalù, di Palermo e di Mazzara. Non era possibile, ragionavano questi, che se al papa fossero state presentate, nel modo adeguato, le ragioni del Tribunale della Monarchia non si sarebbe potuto trovare una soluzione. E si convenne d’accordo monarca e vescovi che questi ultimi avrebbero scritto alla Corte di Roma sollecitando un chiarimento. Ma le lettere non ebbero risposta ed allora il re pensò di mandare a Roma un suo informatore ed incaricò di questa incombenza l’abate Barbara di Santa Lucia. Questa volta il cardinale Paulucci, segretario di stato del papa, scrive, il 4 marzo, al Cardinale della Tremoille che allora era ambasciatore a Roma di Luigi XIV e  si era assunto il ruolo di mediatore nella vicenda, facendogli presente che l’abate Barbara non poteva essere ricevuto perché stava per essere scomunicato essendosi compromesso nella diocesi di Catania dopo l’interdetto del vescovo Riggio e l’insuccesso del canonico Buglio. Quanto alla possibilità di un accordo bisognava prima consentire a delle richieste preliminari e cioè: “1. che si rimuovino, e revochino gli impedimenti frapposti all’osservanza dell’Interdetto nelle Città, e Diocesi a quello sottoposte; 2. che si cessi da ogni vessazione contro di quei, che hanno ubbidito, & ubbidiscono agli ordini della Santa Sede; 3. che si scarcerino tutti quei, che restano carcerati per tali cause; 4. che si richiamino i vescovi espulsi, come altresì il Vicario di Lipari, e tutti gl’altri Ecclesiastici sì Secolari, come Regolari sfrattati per le medesime cause, e che detti Vescovi siano lasciati nel libero esercizio della loro ordinaria giurisdizione[14].

Una dichiarazione di rottura vera e propria  che il cardinale di Tremoille cerca di mitigare con una sua memoria del 4 aprile 1714, indirizzata all’abate del Maro che rappresentava il re al corte pontificia. Il porporato francese affermava che, al di là di quanto era scritto nel documento, egli aveva potuto raccogliere dal papa, dal cardinale Paolucci e dal cardinale Albani, nipote del papa, che Clemente XI potrebbe mostrarsi più disponibile se “il Rè di Sicilia le aprisse una porta per uscire dal suo impegno”[15].

Ma era proprio questa “porta” che era difficile trovare e lo sarà per molti anni, tutti quelli in cui Vittorio Amedeo rimane re di Sicilia.  Il fatto era che per il papa, quello della Legazia apostolica e del suo Tribunale, era divenuta una vera e propria fissazione che si era radicalizzata col peggiorare del suo stato nervoso. Tutte le notti – aveva confidato – gli appariva in sogno lo spirito del cardinale Tommasi – siciliano, della famiglia dei Tommasi di Lampedusa – morto l’anno prima in fama di grande dottrina ed in odore di santità che lo sollecitava, “sotto pena di dannazione, a distruggere detta Regia Monarchia”[16]. Probabilmente una via d’uscita per il papa sarebbe stata quella che – in un’altra lettera del 4 gennaio 1714 scritta dall’abate del Maro al re[17] -  viene riportata come una confidenza del cardinale Paolucci al cardinale La Tremoille: il papa avrebbe fatto intendere al suo segretario di stato, “in maniera enigmatica”, che avrebbe potuto accogliere alcune richieste del re a condizione che Vittorio Amedeo, “com’era di dovere, si determinasse a levare le Investiture dalla Santa Sede”. Clemente XI cioè cercava di alzare la posta e faceva riferimento ad una pretesa sovranità della Santa Sede sulla Sicilia  per cui il re, per essere riconosciuto tale, avrebbe dovuto ricevere l’investitura da parte del papa[18].

  

La corte di Luigi XIV.

E’ un tema che tornerà ripetutamente negli anni a seguire nelle varie trattative che cercheranno un “aggiustamento” della vertenza, ma mai questo tema dell’”investitura” sarà preso in considerazione dal Savoia il quale non poteva concepire che in pieno settecento, il secolo dei lumi, si venisse a riproporre una stagione delle investiture di stampo prettamente medievale. Per quanto debole fosse il nuovo sovrano, vaso di coccio fra i vasi di ferro delle grandi potenze europee, e per quanto bisogno potesse avere dell’appoggio pontificio, Vittorio Amedeo aveva però una dignità ed una cultura a cui non poteva abdicare. Inoltre proprio il trattato di Utrecht lo obbligava a tenere in vigore tutte le norme e prerogative del regno che andava a governare.

Così mentre il difficile lavorìo dei mediatori andava avanti il papa preparava bolle e costituzioni apostoliche che avrebbe rese pubbliche all’inizio del 1715.

L'11 gennaio del 1715 emetteva la costituzione “Accepimus super” in cui condannava la pratica dell'exequatur giudicato un “temerario attentato a quella sublime potestà di legare e di sciogliere che a Noi e al Romano Pontefice pro tempore esistente è stata trasmessa dal Signore, e che non è serva ma libera dalla soggezione della secolare potestà”.  Il 20 gennaio dello stesso anno pubblicava la costituzione “Romanus Pontifex”che aveva già pronta dall'anno prima in cui metteva fine alla Legazia Apostolica giudicandola ingiuriosa del primato della Chiesa Cattolica e usurpatrice dei diritti del Santuario. Vi si diceva anche che il presunto privilegio, a suo tempo concesso da Urbano II al re Ruggero, era un falso o, quanto meno, un documento alterato; ed anche ammesso che fosse veritiero non si poteva ritenere trasmissibile in perpetuo. Infine si accusava il Tribunale della Monarchia di avere introdotto un altro capo della Chiesa diverso da quello venerato in tutto il mondo. Alquanto roccambolesco il modo in cui si fece entrare in Palermo questo documento eludendo il divieto e la sorveglianza: furono inserite cinquanta copie della bolla dentro fiaschi che sembravano pieni di vino.

Il Tribunale della Monarchia se era il più importante non era però l’unico contenzioso esistente fra le due corti. Vi era anche in discussione, per esempio, la riconferma della Bolla della Crociata: un atto pontificio che autorizzava i sovrani a raccogliere fondi per la lotta agli infedeli in cambio appunto di benefici spirituali o esenzione da astinenze e penitenze. Un privilegio istituito, probabilmente, fin dai tempi della prima crociata e di cui godevano i sovrani spagnoli da oltre un secolo per ricavare proventi nella lotta contro i Turchi. Ora, però, Clemente XI non voleva concederlo a Vittorio Amedeo se non in cambio dell’investitura.

Ma se nel corso del 1714, mentre procedevano i contatti diplomatici, il papa affilava le armi di guerra non da meno faceva il re. Il 7 febbraio di quell’anno, infatti, istituì la Giunta stabile per gli Affari ecclesiastici, dotata di poteri illimitati, per la difesa dei diritti regali contro gli attentati della corte di Roma. Presto la Giunta si rivelò una sorta di inquisizione politica che si distinse per la sua aggressività ed efferatezza e soprattutto, a partire dal 1715, quando si conoscono le costituzioni pontificie contro l’exequatur e la Legazia, in Sicilia si diffonde un vero e proprio clima di terrore nel quale si distingue appunto quel Matteo Lo Vecchio che Sciascia ci presenta nell’atto quarto della sua Recitazione.

Il papa sperava  che assumendo una posizione rigida nei confronti di Vittorio Amedeo e della Legazia avrebbe incontrato il favore delle potenze europee e del popolo siciliano che si sarebbe ribellato al sovrano. Invece gli stati stranieri, salvo l’Austria, si disinteressarono della questione ed il popolo non sapeva se prendersela col re o col papa, si lamentava per le restrizioni e le difficoltà che scomuniche e interdetti gli procuravano, ma aveva altre cose a cui pensare che alla ribellione. Il soli a mobilitarsi furono il clero ed i religiosi. In questa protesta si distinsero in particolare le suore come quelle di Girgenti che dopo aver murato le porte del loro convento esponevano sul campanile l’immagine del crocifisso coperta di veli neri in segno di lutto[19] o quelle di Palermo che rifiutarono il confessore straordinario Marotta e il loro cappellano perché erano stati a Lipari per conto del Tribunale della Monarchia e quindi scomunicati dal papa[20]. Ma la confusione nel popolo – quella confusione che già imperversava fin dai primi anni della “controversia” – ora cresceva di livello ed era sempre più difficile distinguere fra il clero patriottico su cui pesava la scomunica ed il clero di osservanza pontificia. E se più numerosi erano forse questi ultimi non mancavano nemmeno gli altri come quel padre Agostino Campanella, frate domenicano, che nella cattedrale di Palermo predicava  che la gente ed il pontefice avevano tradito il Signore e faceva pregare “acciocché Dio illumini il Papa[21],

Col tempo la situazione precipitò ulteriormente  e numerosi furono gli ecclesiastici e i frati che abbandonarono la Sicilia. Nell'anno 1717, si è detto, nella sola Roma circolavano oltre millecinquecento sudditi siciliani perseguitati e sfrattati. Il 5 aprile furono scacciati da Palermo un centinaio di Cappuccini, altrettanti agostiniani e numerosi parroci e cappellani mentre il popolo appariva sempre più perplesso e confuso: si negavano i sacramenti a molti, si seppellivano i morti in luoghi non consacrati, matrimoni e battesimi si celebravano in fretta ed in una cornice di squallore, le processioni si tenevano con finti frati. Il re ed il viceré si videro costretti a richiamare la Giunta suggerendo maggiore moderazione, ma non la si volle fermare. Il re si limitò a ordinare che “i religiosi che debbono imbarcarsi non escano processionalmente dai loro conventi “ per evitare “le emozioni”.[22]

Lo scrittore Leonardo Sciscia  che nella sua Recitazione sulla Controversia Liparitana fa di Matteo del Vecchio un personaggio quasi positivo. Il vicolo di Palermo intestato a questo "sbirro"

Il primo luglio 1718 gli spagnoli occuparono di nuovo la Sicilia e. Filippo V il 7 aprile del 1719 stipulò col papa un “trattato di accomodamento” nel quale, fra l’altro, si riconosceva l'efficacia delle scomuniche e si riammettevano i prelati esuli. Nel trattato non si diceva niente della “Legazia apostolica” e le cose  sembravano andare come prima perché rimaneva il vigore il Tribunale della Monarchia.  Il 1718 ed il 1719 furono due anni drammatici in cui gli “osservanti” a lungo repressi cercarono la loro rivincita nei confronti dei “patriottici”. Fu in questo clima che venne assassinato Matteo Lo Vecchio. Questo “sbirro” si era reso particolarmente odioso perché “passava di sacrestia in sacrestia, intimando e minacciando preti , e, senza distinzione, insultandoli tutti[23]. Si appostava lungo le strade e fermava i passanti minacciandoli e questi per sottrarsi alle sue pressioni erano costretti a pagare. Ma  intascati i soldi il Lo Vecchio riprendeva le sue vessazioni. Una volta si finse malato a morte e chiese un confessore. Accorsero i cappellani della vicina parrocchia e si dissero pronti ad assolverlo se si fosse dichiarato pentito di quello che aveva fatto contro la Chiesa. Ma a quel punto, il falso moribondo, balzò arzillo dal letto ed acciuffò i preti intimando loro lo sfratto dalla Sicilia.[24] Le sue angherie poterono andare avanti fino alla notte del 21 giugno del 1719 quando all’una, gli spararono due colpi di carabina proprio di fronte alla cattedrale. “Condotto a seppellire – racconta il La Lumia – nel giorno seguente, la plebe con fischi e dileggi accompagnò il cadavere, che, respinto da’ frati della chiesa di Santo Antonio, fu gettato in un pozzo secco fuori del sacrato di un antico cimitero suburbano”.

Nel maggio del 1719 gli austriaci subentrano al governo savoiardo e spagnolo in Sicilia e il Vaticano  fiutando questo cambiamento cercò di rilanciare la bolla “Romanus Pontifex” ma la cosa , ora che comandava  a Palermo, non piacque a Vienna. Il papa allora cambiò strategia e decise di applicare il “trattato di accomodamento” facendo pervenire i decreti abolitivi degli interdetti.



[1]Veridica Relatione…”, doc. citato, pag. 8.

[2] Il libello senza data né luogo di stampa, pubblicato anonimo ma attribuito ad un certo don Francisco Amiglier recava un titolo chilometrico ed altisonante: “Propugnacolo dela real jurisdicion, protection de las regalias del regio exequatur y de la real Monarquia, patrocinio de la jurisdicion de los metropolitanos y de los privilegios del Reyno de Sicilia en respuesta de las rappresentaciones esparcidas por los illustrissimos Senores Obispos de Catania, Girgenti y Mazara, sobre la execution de las Cartas cuirculares de la Sagra Congregacion de la Immunidad, tocantes a recursos, ò Apelaciones de las declaratorias de censuras reservadas à la S. Sede Apostolica, y su assolucion à cautela, ò relaxacion por via de nullidad, ò injusticia”.A questo libello, aveva inteso rispondere il libretto di oltre 100 pagine, anch’esso anonimo e senza luogo di stampa, intitolato “Difesa della Veritè…” attribuito a mons. Tedeschi.

[3] Su questa vicenda della reazione dell’Aucello al monitorio di scomunica, della presentazione della nota spese, delle minacce ed in fine della sua partenza  si fa riferimento al libretto più volte citato: Anonimo, Difesa della verità…., pp.28-29 ed al manoscritto di G. IACOLINO, La Chiesa Cattedrale di Lipari,  quaderno IIIA, man. Cit., pp.104- 105.

[4]Dal “Diario”del Canonico Mongitore”, Appendice, in , L.SCIASCIA, L’onorevole, Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D.. I mafiosi,  Adelphi, Milano, 1995, pag. 147.

[5]Veridica Relatione…”, doc. cit., pag.10.

[6] Mons. Riggio scriveva al vescovo di Girgenti in quei giorni:: “Che sorte di consolazione si è la mia di questa santa unione di queste Colleghe non può crederla! Brillo, giubilo, e salto pieno di giubilo e di contento. Viva V.S. Ill.ma, autore d’ogni bene, viva monsignor  Vescovo di Mazzara che col suo zelo ci ha posto la sputazza al naso e sfida l’Inferno” in G.IACOLINO, La Chiesa Cattedrale di Lipari, Quaderno IIIA, man. cit., pag. 106.

[7] La ragione dell’espulsione di Hurtado è da ricondurre ad un episodio specifico. Un tale Alfonso Mercorella volendo sposarsi ed avendo un impedimento chiede la dispensa alla S.Sede. Una volta ottenutala, la sottopone all’exequatur del Tribunale della Monarchia ma, a questo punto, quando si presenta a Hurtado se la vede rifiutare proprio perché aveva l’approvazione governativa. Proteste del Mercorella al governatore e ordine del viceré di espulsione del vicario.

[8] Manoscritto, già citato, “Delle Vertenze fra la Corte di Roma e il Governo della Sicilia”, Tomo Primo, Parte Quarta, pag. 127° e ss.

[9] Il documento si trova nell’Archivio General di Simanca, Legaio 6124, n. 34 e 38 citato da G. IACOLINO, nel  dattiloscritto “La chiesa cattedrale di Lipari”, Quaderno IIIA, pagg. 107 a e b.

[10]Veridica Relatione”, doc. cit. pp.12 e ss.

[11]Delle vertenze fra la Corte di Roma e il Governo della Sicilia”, manoscritto cit., Tomo I, Parte II e III, pp.98-99°.

[12]Delle vertenze…” manoscritto cit., pag. 99.

[13]Veridica Relatione…”, doc. cit., pag.20 e ss.

[14]Veridica Relatione…”, doc. cit., in allegato: “Nota delle memorie cennate nella veridica Relatione, e confronto de’ procedimenti delle due Corti di Roma e Sicilia nelle note Vertenze per Fatto del Tribunale della Monarchia”, “Memoria rimessa dal Cardinale Paulucci al Cardinale della Tremoille, continente le pretensioni della Corte di Roma per un adeguamento. Li 4 marzo 1714”.

[15] Memoria del Signor Cardinale della Tremoille rimessa al Signor Abate del Maro, li 4 Aprile 1714, in appendice alla “Veridica Relatione…”doc.cit.,.

[16] Lettera dell’abate del Maro al Rè del 24 dicembre 1713, in  Il Regno di Vittorio Amedeo II di Savoia nell’isola di Sicilia, a cura di V.E. STELLARDI, vol. II, Torino, 1862, pagg. 27-28.

[17]Il Regno di Vittorio Amedeo II…., a cura di V.E.  STELLARDI, vol.II, pagg. 135-137.

[18] I. LA LUMIA, op.cit., pag. 206.

[19] I. LA LUMIA, op.cit., pag.241.

[20] G. IACOLINO,  La Chiesa Cattedrale di Lipari, Quaderno IIIA, datt. Cit., pag. 116.

[21] I. LA LUMIA, op.cit., pag. 241.

[22] G. IACOLINO datt. cit.  pag. 124.

[23] I. LA LUMIA, op. cit., pag.254.

[24] I. LA LUMIA op. cit., pag. 254. A. MONGITORE, Diario, VIII, pag. 251 e ss.

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Il canonico HurtadoLa "controversia" ; il fatto scatenante e il formarsi di due opposte visioni

 

Due versioni a confronto

Una veduta di Marina corta dell'Arciduca d'Asburgo.

Il fatto accade, come abbiamo detto, nella Marina San Giovanni di Lipari  il 22 gennaio del 1711,  dinnanzi al negozio Nicolò Buzzanca dove erano in mostra, fra le altre merci, anche una modesta partita di ceci che aveva fatto recapitare il procuratore generale della mensa vescovile. Quando passano i catapani  Battista Tesoriero e Jacopo Cristò prelevano, dalle merci esposte e quindi anche dai ceci. il “diritto di mostra”.

Di questo episodio abbiamo diverse versioni sia di parte regalista[1], sia di parte curialista.

Una versione, di parte regalista, ci rende edotti che i ceci che i due catapani prelevano non sono più di 800 grammi e i due non sapevano nemmeno che si trattasse di ceci della mensa vescovile perchè il bottegaio glielo avrebbe taciuto. Tanto è vero che quando il giorno dopo il Buzzanca glielo comunicò, Tesoriero e Cristò, per cortesia e rispetto verso il vescovo, restituirono immediatamente l'equivalente in denaro dei ceci che avevano prelevato. Tutto risolto? Niente affatto.

Un'altra immagine di Marina corta

Quando a Mons. Tedeschi raccontarono l'accaduto questi si infuriò, montando in escandescenze. “Parve che le due bocche d’Inferno, Stromboli e Vulcano…, soffiato avessero nel cuore del Santo Vescovo incendi di sì vehemente furore che, divenuto Mongibello di eccidi, eruttar parea fiamme di orrende minacce. Accorsero, per tranquillizzare la mente cos’ agitata, dal Vescovo l’accatapani medesimi  protestandosi prima d’ogni altro ignoranti di essere quei ceci robba propria del lor Prelato, e in oltre pretesero tranquillarlo adducendo l’antico et inveterato costume de i loro antecessori soliti esigere simili paghe su le robbe degli Ecclesiatici.., protestandosi parimenti con enfasi di umiltà avere il dimani restituito…il prezzo delle due libre e mezzo di ceci”[2].

Accorsero anche i giurati  ed il governatore che cercarono di spiegare al vescovo che egli poteva liberamente vendere a chi volesse i prodotti della sua terra nel proprio palazzo ed essi avrebbero chiuso un occhio, come era avvenuto con i suoi predecessori, ma se ricorreva alle botteghe pubbliche si sarebbe dovuto sottomettere alle regole annonarie della città.

Questa dichiarazione fece infuriare il vescovo ancora di più e pensò che era il momento in cui tutti i nodi dovessero venire al pettine e soprattutto che fosse venuto il momento di dichiarare guerra al Tribunale della regia Monarchia ed alla Legazia Apostolica adempiendo alla missione che gli era stata affidata.

Mons. Tedeschi “che avea fisso nel cuore valersi anche da così tenue congiuntura per devenire al disegno già preventivamente comminato col Vescovo di Catania e Girgenti, non poté lasciarsela scappare dalle mani; onde, sordo alle umiliazioni delli accatapani ed otturato l’orecchio alle rispettevoli rappresentazioni così de’ Giurati come del Governatore, senza mica riflettere agl’inconvenienti ed agli scandali che potean produrre le minacciate pubblicazioni di censure negli animi di quei naturali...” e ”senza badare alle circostanze del tempo e del luogo, del luogo, perché in Isola assai esposta all’invasione dei nemici, del tempo, perché così costituivasi quell’Isola in prossima disposizione di un Popolare sollevamento, con evidente pregiudicio del  Ré cattolico…”  chiamò il vicario generale, don Emanuele Carnevale, ed ordinò di imbastire il processo contro i due catapani. Di più, credendo con questo di tirarsi la gente dalla propria parte, ordinò al parroco di predicare in chiesa che la pena, per chi entrava in contesa con il vescovo, era la scomunica e questa sarebbe stata estesa anche a chi avesse solidarizzato con i contendenti. Una tale affermazione fu accolta da forte sdegno da parte del pubblico che fece “dalla Chiesa togliere le loro sedie per non più intervenirvi”[3].

Ricorsero gl’Accatapani per riparo di questa strana Scomunica al Tribunale della Monarchia, ed ottennero primieramente, per poter comparire in giudicio, la necessaria assoluzione con reincidenza, ò sia la Sospensione delle Censure, ed indi poscia rapportarono la giustissima dichiarazione della loro nullità . Ma il Vescovo subito ch’ebbe la notitia del ricorso, portossi a Roma per sollecitare quella Corte a non perdere l’opportunità da lui procurata; ed ottenne per tal effetto dalla Congregazione dell’Immunità due lettere, una del 15 Agosto 1711 diretta à se medesimo, e l’altra del 16 Gennaro 1712 circolare a tutti i Vescovi del Regno, nella quale si dichiara non spettare né a’ Cardinali né a’ Legati à latere, né ad altri di qualsisia dignità l’autorità d’assolver con reincidenza, né di conoscer l’ingiustizia delle Censure dichiarate dagl’Ordinarj, e riferire al Papa per causa di lesa Immunità Ecclesiastica[4].

Roma, palazzo del Sant'Uffizio con alle spalle San Pietro

La “verità del processo”

La mattina del 26 gennaio si tiene il processo[5] a porte chiuse, sotto la presidenza del vicario generale don Emanuele Carnevale e l’assistenza del procuratore fiscale don Bartolomeo Bongiorno, ed i punti che emersero  nelle sette testimonianze delinearono un racconto diverso e per molti punti contrastante con quello dato dai magistrati locali e fatto circolare nel regno. Queste testimonianze furono raccolte e sottoscritte quasi tutte il 26 gennaio salvo due che portano la data del 30. Il canonico don Gaetano Cirino, liparense  dichiarò di trovarsi la sera precedente nella piazza di Marina S. Giovanni e di avere sentito il Tesoriero ed il Cristò riconoscere che i ceci erano frutto della Mensa vescovile e malgrado ciò pretendere il diritto di “mostra”. Lo stesso negoziante Nicola Buzzanca, nativo di Gioiosa Guardia,  testimonia di avere avuta una discussione con i catapani che prima volevano fargli abbassare il prezzo e poi, convalidato quello esposto pretesero la “mostra” dicendo che non importava che fosse “robba del Vescovo”. Alla conversazione, riferisce il Buzzanca, era presente Francesco Conti di Giovanni, pubblico pesatore.  Iacopo Panitteri, liparese di 56 anni circa  affermò di essere stato per nove anni pesatore e certificatore delle decime quando era vescovo mons. Ventimiglia ed i legumi riscossi come anche le pere, le prugne, le mele i carciofi ecc. venivano venduti nei negozi cittadini senza mai pagare alcun diritto di mostra ai catapani. Anzi per alcuni anni egli esercitò anche l’ufficio di catapano e “mai si prese mostra delli frutti e legumi che solia vendere questa Mensa vescovale alle pubbliche apoteche”. Pasquale Benenati, liparense di 76 anni circa riferisce come negli anni scorsi avesse macellato alcuni vitelli dentro il Vescovato e li avesse venduti senza licenza dei giurati e dei catapani e senza diritto di mostra, come diritto di mostra non ha mai pagato per la vendita dei legumi raccolti nei terreni del vescovo, né ha saputo di altri che li hanno pagati.  Antonino Picone di anni 83,  mastro Gaspare Matracia e il canonico Antonino Gauteri, questi il 30 dicembre, dichiarano cose simili a quelle emerse nelle precedenti testimonianze. Il canonico Giacomo Zichitelli, infine, anche lui in una deposizione del 30 gennaio,  riferisce che  per quattordici anni fu procuratore della mensa vescovile col defunto mons. Ventimiglia, ed afferma che “ non si pagò mai alli mastri di piazza di suddetta Città, vulgo Acatapanij, dritto alcuno per ragione di mostra tanto nella vendita del formaggio quanto di qualunque cosa commestibile; anzi, quando si macellavano, d’ordine di Monsignore Ill.mo, nel suo Palazzo le vitelle, i mastri di piazza non s’ingerivano mai a tastare il prezzo d’essi quantunque si vendevano pubblicamente quanto in città quanto nel borgo, né a loro si dava cosa alcuna per detta causa”.

Bastarono le dichiarazioni del giorno 26 perché il vescovo ed il vicario generale giudicassero che ci fosse materia sufficiente per emettere, lo stesso giorno, nei confronti dei catapani un “monitorio[6]”,  nel quale erano chiamati, entro 24 ore, a discolparsi dell’accusa di aver ritirato “una aliquota – che dicesi di ragione di mostra –sui legumi che loro sapevano essere della Mensa Vescovile” pena la scomunica prevista per i violatori dell’immunità e della libertà ecclesiastica.

La risposta[7], stesa da mani esperte,  presentata entro i termini previsti, aveva tono di supplica, ma produceva delle affermazioni che contrastavano decisamente con le testimonianze raccolte dalla Corte vescovile. In essa i catapani riferiscono di essere stati chiamati dal Buzzanca per verificare e fissare il prezzo a “tumini dui di ciciri” e fu stabilito, tenendo conto delle spese, il prezzo di “grani otto il rotulo” e fu lo stesso bottegaio a richiamarli perché si pigliassero “ la mostra secondo il solito ed antichissimo costume dandoci ad ogn’uno mezzo rotulo di detti ciceri”. Solo la sera dello stesso giorno il Buzzanca disse al Tesoriero che i ceci erano del vescovo, il quale, “per atto di venerazione” pagò al bottegaio grani quattro per la mostra ricevuta e lo stesso fece il Cristò, per cui del tutto inaspettatamente il giorno 26 ricevettero il “monitorio”. I supplicanti affermano che non era loro intenzione portare pregiudizio al vescovo, non sapevano che i ceci fossero suoi e, saputolo, restituirono la mostra “per atto di venerazione, stante che tutti l’antecessori di V.S. Ill. delle robbe commestibili che hanno fatto vendere alle Piazze pubbliche sempre hanno ricevuto le mostre competenti alli Capitani passati per ragione di meta così di carne pecorina, formaggi, come pure di frutti si come V.S. Ill. dalli decimieri passati e da’altri antichi Mastri di Piazza si potrà informare, come pure dallo hortolani delli Predecessori di V.S. Ill. sempre si ha pagato tarì uno alli Catapani per aggiustarci la bilancia e pesi, ed anche le mostre delle robbe che vendevano, essendo tutto ciò fatto di verità spettandoci pro iure laboris e non per dazio”. Così hanno seguitato a fare i firmatari dell’esposto, ignari del diritto, seguendo “il solito ed inveterato stile e costume”.

Conclusione, gli scriventi non hanno commesso ombra di peccato e, non essendoci peccato, “non può giammai cascare Scomunica” da qui la supplica di compatire la loro ignoranza e di cancellare il monitorio.

Come si può ben notare i punti maggiormente controversi risultano, come si è già fatto cenno: il fatto che i catapani sapessero o non sapessero che i ceci erano della mensa vescovile;  la restituzione o meno  da parte dei catapani del diritto di mostra in natura o in denaro una volta appreso che i ceci erano del vescovo; l’affermazione che era costume che si pagasse il diritto di mostra ed altre prestazioni sui prodotti della mensa vescovile e che così avevano fatto tutti i predecessori del vescovo Tedeschi.

A leggere la risposta di Tesoriero e Cristò non può non emergere che il tentativo che si fa – e nemmeno tanto nascosto – è di fare apparire il vescovo non come colui che difende una prerogativa della sua diocesi sancita dalle consuetudini se non dalle leggi, ma come l’arbitrio di chi vuole imporre una norma nuova mai esistita e di volerla fare passare sulla pelle di due malcapitati che accetterebbero questa sopraffazione solo “per venerazione”. Cioè un vero e proprio capovolgimento delle ragioni e delle responsabilità. Infine, sembra di scorgere dell’ironia in quel: non c’è peccato e, non essendoci peccato, non ci può essere quindi scomunica. Un’ironia ed una impostazione che non poteva essere opera dei due catapani, modesti artigiani, ma svelava che vi era la mano sicuramente dei giurati che potevano avere, se non ideato, almeno cavalcata questa vicenda con l’obiettivo di colpire i privilegi della mensa e di costringere il vescovo, da quel momento in avanti, a sottostare agli obblighi fiscali comuni a tutti i cittadini.

Le controdeduzioni della corte vescovile[8] arrivano a tamburo battente, lo stesso 27 gennaio. La supplica contiene – è detto – molte cose false o del tutto inconsistenti nella sostanza. Le cose false riguardano l’accaduto perché sono smentite dalle testimonianze; quelle inconsistenti riguardano le consuetudini a cui i catapani si appellano sostenendo che non è mai esistita una esenzione per i beni della mensa vescovile. “Nel caso che potesse pur esserci qualche normativa o una qualche pretesa consuetudine, i Giurati o i Magistrati locali sarebbero tenuti – sotto la medesima pena di Scomunica latae sententiae – ad abolire immediatamente o, quanto meno, a dichiarare che ne restano escluse le persone ecclesiastiche e le loro cose”.

Quanto all’ignoranza che i catapani chiamano in causa a propria discolpa “il Vescovo fa sapere ad essi ed ai loro conniventi che questa pretesa ignoranza non li favorisce in alcun modo. Infatti dal processo e dalle testimonianze risulta evidente  che, se ignoranza ci fu, questa fu chiaramente un’ignoranza grossolana, premeditata, supinamente accettata e recitata, che non può assolutamente sottrarsi alla censura”.

La sentenza venne prorogata di tre giorni – come è detto nel comma conclusivo delle controdeduzioni - perchè, essendo giunta la notizia della vittoria dell'esercito di Filippo V, l'indomani si sarebbero tenute cerimonie pubbliche; inoltre perché il vescovo sperava ancora che gli accusati fossero in grado “ di addurre altri elementi più rilevanti senza che debbano essere ulteriormente ammoniti né ascoltati “.

Dei tentativi fatti dal vescovo per cercare di fare cambiare posizione ai catapani cercando di distaccarli dai loro “conniventi” se ne parla i in quel libretto anonimo – di cui abbiamo già fatto cenno – intitolato “Difesa della Verità a favore di Monsignor Tedeschi, Vescovo di Lipari” attribuito allo stesso vescovo. Un messaggero del vescovo andò dai catapani  perché recedessero dalla loro posizione . Ma essi risposero che non potevano perché “li Giurati cel proibivano[9]”. Altrettanto inutile risultò il tentativo di un canonico della Cattedrale di fare intervenire il governatore sui giurati.

Falliti questi tentativi, la mattina del 31 gennaio il vescovo fece suonare le campane a morto significando che era stata emesse la sentenza di scomunica “vitandi”  contro i due catapani  per avere “violato l'immunità e libertà ecclesiastica”. Questa sentenza – oltre che letta dal pulpito della Cattedrale in una chiesa gremita di folla curiosa -fu affissa, alla porta della stessa chiesa e della Madonna delle Grazie nella città alta e, nel borgo, alla porta  di San Giuseppe e nella pubblica piazza di Marina San Giovanni. Era la più dura censura canonica che si potesse comminare ed escludeva, chi ne era colpito, dalla conversazione, dal consorzio e persino dal saluto degli altri cristiani. E per lo stesso suono delle campane la curia volle tutelarsi mettendo agli atti due dichiarazioni, di un frate cappuccino e del canonico sagrestano della Cattedrale, che il ricorso alle campane era usuale per annunciare una scomunica.

La controversia dinnanzi al viceré ed a Roma

L'avvenimento ebbe grande ripercussione e clamore in tutta la Sicilia. Il giudice criminale d'intesa con il governatore e capitano d'armi ed i giurati – cioè tutte le autorità giudiziarie, militari e civili dell'isola – pensarono di ragguagliare subito il viceré don Carlo Antonio Spinola marchese di Balbasés. che, in quel tempo, risiedeva a Messina - accusando apertamente il vescovo di avere creato disordine nell'isola proprio in un momento così delicato giacché il regno era in guerra. Anche Mons. Tedeschi  scriveva al viceré il 3 febbraio affermando che la scomunica non aveva creato il minimo disagio e rincarava le rimostranze nei confronti dei catapani e dei magistrati liparesi giudicati avversari della sua chiesa. Lo informava inoltre che avrebbe inviato don Giuseppe Todaro che, a voce, avrebbe meglio spiegato i fatti.

La risposta del viceré non si fece attendere: convocava il vescovo a Messina e autorizzava i catapani a ricorrere al Tribunale della Monarchia per farsi sciogliere dalla censura. Ma ancora prima che fossero giunte a destinazione queste disposizioni il can. Todaro si mobilita. Decide di partire per Messina la sera del 5 febbraio con un gruppo di preti e di chierici.

Messina, primi del Settecento

Siccome a Lipari – essendo periodo di guerra – c'è il coprifuoco e non si può lasciare l’isola di notte senza un permesso del capitano d'armi, i passeggeri si fanno passare per pescatori.  Ma i magistrati di Lipari mangiarono la foglia e così quando il nostro canonico si presentò al viceré questi era già stato informato del suo comportamento e dopo averlo rimproverato lo fece mettere agli arresti nel carcere della cittadella di Messina. E’ la scena che Sciascia descrive nell’atto primo della sua Rappresentazione.

In carcere il can. Todaro ci rimase poco perchè fu subito scarcerato, non appena il vescovo Tedeschi andò a Messina ed ebbe modo di dimostrare al segretario del viceré che a Lipari era consuetudine che gli ecclesiastici potessero allontanarsi anche senza autorizzazione e d'altronde il canonico era andato a Messina per presentarsi al viceré, cosa che aveva fatto immediatamente . Così il vescovo convinse il segretario anche della inconsistenza di quelle accuse che sostenevano aver lui arrecato, con i suoi provvedimenti, disordine nell'isola e quindi pericolo per gli abitanti.

Ma se l'atmosfera fra Mons. Tedeschi e il Viceré si rasserenò, tanto che l'incontro che poco dopo avvenne si aprì in un clima di cordialità, questo non indusse il vescovo ad essere più morbido ed a fare un passo indietro sul tema della scomunica. Ed il viceré dovette contentarsi di lasciare il vescovo “nella sua ostinata durezza[10]”.

Intanto a Palermo il Giudice del Tribunale della Regia Monarchia, conte Francesco Miranda, il 6 marzo 1711, accogliendo il ricorso dei catapani, firmava un decreto assolutorio “ ad cautelam” in attesa della sentenza definitiva. Furono gli stessi catapani a recapitare questo decreto alla Gran Corte Vescovile di Lipari con l'ordine di rimettere a Palermo l'intero carteggio del processo. In assenza del vescovo il can. Emanuele Carnevale ritenne di dovere ottemperare alla richiesta. Bastò questo perchè Mons. Tedeschi lo sollevasse dall'incarico ed al suo posto nominasse il can. don Diego Hurtado.

Il vescovo respinse il decreto assolutorio considerandolo nullo  ma non si appellò al Tribunale della Monarchia perchè lo riteneva illegittimo. Anzi, a suo avviso, l’assoluzione cautelare dei catapani da parte del Tribunale  della Regia Monarchia rappresentava una ulteriore prevaricazione nei confronti della chiesa liparese perché  ignorava o fingeva di ignorare che questa dipendeva direttamente ed esclusivamente dalla S.Sede.

Scrisse invece al papa ed al re di Spagna sperando in un intervento di sostegno e di difesa. Ma il tempo passava e risposte alle sue lettere non ne giungevano. Che non rispondesse il re poteva anche comprenderlo pensando che questi era stato informato già dal viceré e quindi non fosse ben disposto nei confronti delle sue ragioni. Ma il papa? Il papa che si era raccomandato con lui di non transigere sui diritti della Chiesa…. Sicuramente la lettera non gli era pervenuta.

E’ a questo punto Mons. Tedeschi fa due passi decisivi: prende contatti con gli altri vescovi della Sicilia per valutare insieme gli sviluppi futuri della vicenda; attende di ottenere un passaggio in nave per recarsi a Roma di persona dal papa. Ha così contatti epistolari con i vescovi di Girgenti, Mazara e Catania ed ai primi di giugno, col permesso del viceré, si imbarca su un galeone pontificio diretto a Civitavecchia.

Intanto il 31 maggio il Tribunale della Monarchia di Palermo aveva emesso la sentenza definitiva che aveva annullato la scomunica contro i due catapani e  il 15 agosto, mons. Tedeschi, si fa rilasciare dalla S. Congregazione dell'Immunità ecclesiastica un rescritto di annullamento di questa sentenza “per difetto di giurisdizione”. Il rescritto va però oltre l'annullamento della sentenza ed afferma che “non è permesso né a Cardinali legati a latere, ne alli Arcivescovi, Vescovi, Ordinari de' luoghi, né a qualunque altro Tribunale... di concedere assoluzione alcuna, anche con reincidenza e a cautela, delle censure riservate al Sommo Pontefice”. In discussione non c’era più solo il caso di Lipari e lo speciale statuto di questa diocesi ma, di fatto, lo stesso Tribunale della Monarchia.

La corte pontificia di Clemente XI

Copia autentica del foglio venne spedita al canonico Hurtado a Lipari perchè l'affiggesse alla porta della Cattedrale e “ai cantoni soliti”. Il povero vicario capì subito quali sarebbero state le conseguenze e tentennò molto ad eseguire la disposizione. Finalmente si convinse la notte del  2 novembre 1711. L'affisse di notte ed al mattino non c'era più perchè il capitano d'arme lo fece ritirare osservando che era privo del regio “exequatur”. Ci riprovò il successivo 2 dicembre e non ebbe miglior successo.

Il 4 dicembre fece sospendere la celebrazione della Messa perchè in chiesa c'erano i due catapani scomunicati e la stessa cosa ripetè il 25 dicembre, giorno di Natale, facendo per giunta ammantare a lutto la porta di S. Maria delle Grazie.

Fino ad allora, tutto sommato, la sfida fra istituzioni era rimasta circoscritta alla diocesi di Lipari e fu per questo che a Palermo si pensò di recidere il male alla radice intervenendo drasticamente nell'isola. Il giudice della Monarchia inviò un suo delegato speciale, il canonico don Vincenzo Aucello col preciso mandato di procedere contro coloro che avevano violato “le Regalìe Sovrane e ...ridare la tranquillità seriamente turbata in quelle isole”e, quindi in pratica, dimostrare e convincere i liparesi che, con l’assoluzione del Tribunale della Monarchia, i catapani non erano più scomunicati.

Il 21 gennaio del 1712 Aucello giunge a Lipari e non essendo riuscito a trovare il can. Hurtado il giorno 24, seguito da famigli venuti con lui da Palermo e da una discreta folla di curiosi isolani,  andò alla chiesa di S. Maria delle Grazie e vi celebrò messa alla presenza di Tesoriero e Cristò. Poi cominciò a fare pressioni sul clero. Il giorno dopo costrinse il guardiano dei cappuccini a celebrare messa nella stessa chiesa alla presenza ancora dei due catapani.[11] Ma la maggior parte del clero si mostrò fedele al vescovo.

E così a Lipari nacquero due partiti anche se c’è da dire che il popolo osservava questi eventi più con curiosità che con turbamento, ed anzi ci prendeva gusto al dissidio ed ironizzava su di esso. Chi stava col vescovo era chiamato – con convinzione, ironia o disprezzo a seconda di chi lo pronunciava - osservante, curialista o pontificio mentre chi stava con Palermo – e fra il clero erano pochissimi – inosservanti, o regalisti o patriottici.

Alla sfida di  Aucello rispose Hurtado interdicendo la chiesa delle Grazie in attesa di altri provvedimenti che avrebbero preso il vescovo e Roma.

  

Chiesa della madonna delle Grazie al Castello

In quei giorni i Liparesi poterono assistere a sfide inconsuete fra l'Aucello e l'Hurtado che passavano per le strade di Lipari, ciascuno con un codazzo di sostenitori, preceduti ognuno da un mazziere in livrea che teneva in bella vista la mazza d'argento simbolo del potere.



[1] Di parte “regalista” abbiamo in particolare la già citata “Veridica Relatione e confronto de’ procedimenti delle due corti di Roma e Sicilia nelle note vertenze per fatto del Tribunale della Monarchia”, pag. 7 e seguenti , e il manoscritto “Delle Vertenze fra la Corte di Roma ed il Governo della Sicilia” che si trova nella Biblioteca Universitaria di Messina e che parla del fatto di Lipari proprio all’inizio della Parte Seconda del Tomo Primo, pp.56 e seguenti.. Per la parte “curialista”, oltre al già citato libretto “Difesa della Verità…”, anonimo e senza luogo e data di pubblicazione ma attribuito a Mons. Tedeschi stesso, vi sono i documenti del processo che insieme al decreto assolutorio del conte Francesco Miranda, giudice del Tribunale della Regia Monarchia, si trovano nell’Archivio Vescovile di Lipari, Carpetta 25 Processi Civili.

[2]Delle Vertenze fra la Corte di Roma et il Governo della Sicilia”, Tomo Primo Parte Seconda, pag.57. Anche “Veridica Relatione…”, pag. 7

[3]Delle Vertenze...”, pag. 58-59.

[4]Veridica Relatione…” pag. 7

[5] L’originale del verbale di 12 fogli è conservato nell’Archivio Vescovile di Lipari, carpetta 25,  Procedimenti Civili.

[6] Il monitorio presente nel verbale è in latino, noi abbiamo fatto riferimento ad una traduzione del prof. Giuseppe Iacolino nel dattiloscritto “La Chiesa cattedrale di Lipari” Quaderno IIIA. Da Mons. Tedeschi e la Controversia Liparitana fino alla morte di Mons. Platamone (1733), pag. 98g.

[7] Nel  verbale dell’Archivio Vescovile manca l’originale di questa risposta ed essa risulta solo in copia priva di destinatario, di firma e di data.

[8] Le controdeduzioni nel verbale presente in Archivio vescovile sono presenti solo in minuta.

[9] Anonimo, Difesa della verità a favore di Monsig. Nicolà Maria Tedeschi, pp 11-12.

[10] Anonimo, Difesa della verità, op.cit., pp. 15-16.

[11] Vedi documento pontificio a stampa su un solo foglio  del 18 giugno 1712. “Clemens Papa XI. Ad futuram rei memoria”, Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, St. St.  D2 d bis.

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La scomunica

La controversia liparitana: le premesse

 

Perché la “Controversia liparitana”?

Marina corta .Stampa del 700

Dipinto del 700 di Marina corta

Era la mattina del 22 gennaio 1711 quando nella piazzetta di Marina Corta di Lipari, che allora si chiamava di San Giovanni ed oggi Ugo di Santonofrio, due vigili annonari che allora erano detti “catapani” o “accatapani”, entrano nella bottega, che allora si chiamava “apoteca”, di Nicolò Buzzanca per verificare la merce in vendita e riscuotere il cosiddetto “diritto di mostra” cioè una piccola parte di ciascuna di esse al fine di testarne la qualità e fissarne il prezzo e garantire che la qualità non sarebbe stata adulterata nel corso della giornata. Poi, a fine giornata, questo “diritto di mostra” veniva diviso fra i catapani visto che il loro era un servizio volontario che si aggiungeva gratuitamente alla loro professione. Cose di tutti i giorni. Ma quella mattina  fra le merci in vendita c’è anche una partita di ceci che veniva dalla mensa vescovile e che per prassi consolidata – così sosterrà la curia ma la cosa (come altre di questa vicenda) non sarà così pacifica – era esente da ogni tassa o balzello o diritto di mostra che fosse. I due catapani che fanno l’ispezione nella bottega di Buzzanca sono Battista Tesoriero e Jacopo Cristò , due artigiani, fabbro ferraio il primo e argentiere il secondo. Sapevano i due che si trattava di merce della mensa vescovile? E’ questo uno dei nodi della questione su cui si creano due schieramenti con posizioni contrapposte. Come emergono due verità contrapposte anche a proposito della restituzione da parte dei catapani al commerciante se non dei ceci almeno del loro prezzo una volta conosciuta la loro provenienza. Come si formano ancora schieramenti contrapposti a proposito dell’esistenza o meno sui beni della mensa vescovile di un diritto di esenzione. La tesi dei catapani come dei giurati – gli amministratori comunali di allora – e poi del Tribunale della Regia Monarchia di Palermo sarà a favore dei catapani: non sapevano, restituirono l’equivalente, non era mai esistito un diritto di esenzione. Del tutto opposto il giudizio del Tribunale della curia vescovile che aveva competenza su tutta una serie di questioni che in qualche modo toccassero la religione, la morale e le strutture ecclesiastiche, persone o beni che fossero.  E sulla base di sette testimonianze scritte, i cui verbali si trovano ancora nell’Archivio della curia vescovile di Lipari, viene emesso prima un “monitorio” cioè una sorta di “avviso di garanzia” come si chiamerebbe oggi, ingiungendo ai due malcapitati di discolparsi e dopo alcuni giorni – giudicata inconsistente la risposta – la sanzione e cioè la scomunica  che allora non era solo una pena di carattere religioso ma aveva rilevanza anche sociale perché di fatto tagliava fuori dalle pubbliche relazioni, in una società ancora non secolarizzata, chi ne fosse colpito.

Il palazzo vescovile nel borgo dove risiedeva il tribunale ecclesiastico.

Dal Tribunale della curia e dal Tribunale della Monarchia il conflitto investe direttamente il Vescovo e lo Stato di Sicilia che allora era governato da un viceré per conto del re Filippo V di Spagna. In questione non ci sono solo una partita di ceci e la situazione di due catapani ma molto di più. La Diocesi di Lipari era ritenuta, per un privilegio che veniva fatto risalire ad una bolla del Papa Urbano II del 1091, direttamente dipendente dalla Sede Apostolica per cui i giudizi del Vescovo, nelle questioni in cui aveva competenza,potevano essere sindacati solo dal Papa. Il Regno di Sicilia però poteva vantare un altro privilegio, sempre risalente ad Urbano II, ma di alcuni anni più giovane di quello di Lipari, e cioè del 1098, che riconosceva il Re di Sicilia legato apostolico del papa per diritto di nascita e quindi con competenza non solo a nominare i vescovi di Sicilia ma anche a decidere, in sede di appello, sui temi riservati al giudizio dei vescovi e questo attraverso un apposito organo che si chiamava appunto Tribunale della Monarchia. Ora avveniva che il Regno di Sicilia ignorava o fingeva di ignorare la particolare situazione di Lipari e pretendeva di trattare questa come una qualsiasi diocesi siciliana. Da parte sua la Santa Sede mal tollerava l’ingerenza del re e di un tribunale civile nelle sue competenze e, in particolare papa Clemente XI, aveva come obiettivo quello di abolire la Legazia Apostolica. Il caso dei ceci del vescovo di Lipari diventa quindi il detonare di un conflitto più ampio e più subdolo. Più ampio perché investe due stati: quello di Sicilia e quello Pontificio e tramite loro il delicato e complesso equilibrio degli stati europei praticamente sempre in guerra fra di loro ed impegnati in una sorta di partita a scacchi dove lo spostamento di una pedina aveva ripercussione su tutto lo scacchiere. Più subdolo perché investiva questioni di potere in una zona controversa dove la politica si intrecciava con la religione ed era difficile tracciare una chiara linea di laicità: laicità dello stato e libertà della chiesa.

Filippo V       

Filippo V a sinistra. Vittorio Amedeo II di Savoia a destra.                                                                                                                 

E tanto è nodale questo conflitto che finisce con andare al di là degli stessi protagonisti infatti proseguirà anche quando il Regno di Sicilia passa da Filippo V a Vittorio Amedeo II di Savoia e poi ancora a Filippo e quindi agli Austriaci.

Un conflitto che da Lipari si estenderà a tutta la Sicilia  dove lo stato combatte con le armi dell’espulsione e del carcere e la chiesa con quelle della scomunica e dell’interdetto. Lo sfratto colpirà innanzitutto i vescovi che continueranno a pubblicare e fare osservare le scomuniche e quindi saranno costretti all’esilio lanciando, prima di partire, non solo scomuniche, che sono sanzioni che toccano singoli cittadini, ma  anche interdetti che investono l’intera comunità diocesana con diverse ripercussioni, anche qui, sul piano sociale come l’impossibilità di celebrare pubblicamente matrimoni, battesimi, funerali e seppellire i morti in terreno consacrato quali erano praticamente tutti i cimiteri nella Sicilia del settecento. Nell'anno 1717 nella sola Roma circolavano oltre millecinquecento sudditi siciliani perseguitati e sfrattati.

Tutto questo andrà avanti fino al 1719 quando a Palermo giungeranno gli Austriaci ed il papa applicherà quel “trattato di accomodamento” che aveva firmato qualche settimana prima con Filippo V.

Il privilegio della Diocesi di Lipari di fatto si estingue nel 1749 quando il re riconosce senza reazione alcuna, la competenza - per un ricorso contro una decisione del vescovo di Lipari - del Tribunale della Monarchia. Mentre la Legazia Apostolica  si trascinò fino al  1871 quando finalmente anche il governo italiano rinunciava ai diritti che da essa derivavano in Sicilia, rendendosi conto che contrastavano nettamente con i principi del separatismo liberale.

Stampa della Palermo del 700

Il nodo della Legazia Apostolica

Uno dei punti della Controversia è l’istituto della Legazia Apostolica e se la Chiesa di Lipari  facesse parte o meno di essa. La cosiddetta  “Legazia Apostolica”[1],  da cui discende il Tribunale della Monarchia, si vuole fare risalire a Urbano II che il 5 luglio del 1098 per ringraziare Ruggero d’Altavilla di aver sottratto l'isola agli arabi e di averla restituita al culto della Chiesa di Roma, emette la bolla Quia propter prudentiam tuam. In essa si  afferma: “Noi non stabiliremo, nel territorio di vostra pertinenza, alcun legato della Chiesa di Roma senza il volere ed il consiglio vostro. Che anzi tutte le cose che Noi intendiamo fare tramite un legato vogliamo che siano fatte dalla vostra opera come vice legati quando dal Nostro lato le commetteremo a voi per la prosperità delle Chiese che sono sotto la vostra potestà, ad onore di San Pietro e della Santa sua Sede Apostolica alla quale sino ad ora tu hai fedelmente obbedito e che, nelle sue occorrenze, hai aiutato con valore e fedeltà”.

Fosse o meno nella volontà di Urbano II, Ruggero interpretò queste parole  come il diritto di  nominare e trasferire, a suo piacimento,  vescovi e prelati nelle terre sottoposte al suo dominio cosa d’altronde che aveva già cominciato a fare anche prima del 5 luglio 1098 a cominciare dalla nomina del vescovo di Troina nel 1080 costringendo, prima Gregorio VII e poi Urbano II a dare il riconoscimento canonico alle sue decisioni[2]. Su questa linea il Gran Conte istituì  il “Tribunale della Monarchia” cui attribuì l’esclusiva competenza a deliberare, senza appello o ingerenze della Curia romana, su tutte le questioni ecclesiastiche siciliane, con esclusione delle materie che riguardavano dogma o che afferivano la salute dell’anima.

Conte Ruggero

I contenuti e l’efficacia della bolla non rimase limitata a Ruggero di Altavilla, a cui il papa l’aveva indirizzata, ma venne ritenuta una prerogativa che si estendeva ai successori di Ruggero ed a tutti i sovrani di Sicilia, anche di diversa dinastia. Questi cercheranno di accrescere a loro vantaggio le implicazioni di questo documento definendosi “legati apostolici” per “nascita” mentre la Santa Sede farà di tutto per restringerne  i termini e frenarne gli abusi, fino a definire falsa la bolla di Urbano II che invece era sostanzialmente vera.

Dopo il sec. XIII, in base alla documentazione nota, la politica ecclesiastica successiva alla dinastia normanna e fino al sec. XV pare sia stata determinata più dai tratti generali delle relazioni dei sovrani con il papato che dal privilegio della Legazia Apostolica[3] . Non scompare però l’ingerenza dei sovrani nella vita della Chiesa nei territori siciliani soggetti alla loro autorità.

Proprio sul finire del XV secolo viene introdotto in Sicilia il Tribunale dell’inquisizione spagnola con inquisitori nominati dal sovrano Ferdinando II il Cattolico re di Spagna, d’Aragona e, dal 1479 anche di Sicilia. Questo sovrano, oltre alla libertà di scelta degli inquisitori ottenne dalla Santa Sede  la facoltà di nomina di vescovi e di prelati. Ed è in quegli anni che il giurista siciliano Giovan Luca Barberi, nella stesura del trattato De Regia Monarchia, riesuma la bolla di Urbano II[4] e con essa il privilegio della Legazia Apostolica – di fatto cadute nell’oblio[5] - affermando, sulla base di una artificiosa lettura della storia dell’isola, che non solo questo privilegio non era mai stato abolito dai pontefici, né vi avevano rinunciato i sovrani ma era stato sempre applicato e riconosciuto da tutti i successori di Urbano II[6]. E’ stato osservato che il Barberi diede al documento “nuova vita, creandogli attorno il grande edificio della Monarchia Sicula[7].

L’avventurosa interpretazione del Barberi trovò numerose opposizioni e critiche soprattutto da parte della Santa Sede e fu allora che si tentò di accreditare la falsità della bolla attribuita ad Urbano. Comunque la tesi di Barberi si affermò e generò, fino all’Unità d’Italia, “uno stabile e singolare privilegio che ha determinato rapporti unici, intricati e litigiosi tra il potere statale e il potere ecclesiastico, con l’innegabile condizione di subordinazione del secondo al primo”[8]. In Sicilia, in forza del privilegio di Legazia, per nascita e non per nomina, perpetuo e irrevocabile e non a tempo definito, “il sovrano ha esercitato la giurisdizione civile iure proprio e la giurisdizione ecclesiastica e spirituale iure legationis[9]. Era il giudice della Regia monarchia, le cui competenze erano stabilite unilateralmente dal sovrano, che aveva potestà sulle cause ecclesiastiche e sul controllo della vita della Chiesa siciliana. Un giudice che se inizialmente era un laico, nella seconda metà del Cinquecento divenne un ecclesiastico, con ufficio stabile e magistratura apposita chiamato Tribunale della Regia monarchia (1579). La finalità di questo Tribunale non era quella di contrapporsi alla Santa Sede affermando una propria ecclesiologia ma di tutelare delle prerogative locali.

L’istituto della Apostolica legazia andò, nel tempo, arricchendosi di competenze. Già sotto Carlo V fu istituito il visitatore regio che era un ecclesiastico che aveva la facoltà, tramite le sacre regie visite, di esaminare la lecita proprietà dei beni ecclesiastici e la loro corretta amministrazione, controllare gli arredi e le suppellettili sacre, vigilare sul servizio ecclesiastico in ciascuna diocesi.

Col moltiplicarsi di questi compiti all’interno della teoria legaziale si aveva una crescente ingerenza del potere laico esercitato dal viceré in nome del sovrano che incideva significativamente nella sfera di giurisdizione dei vescovi.

Deciso assertore della Legazia fu il viceré Giovanni de Vega che operò sotto il regno di Carlo V. La tesi del de Vega era che i vescovi erano feudatari del sovrano e dovevano comportarsi da buoni vassalli nel quadro della preminenza regia sull’isola che andava difesa e rispettata anche dai vescovi e da tutti gli ecclesiastici. Da qui il privilegio della Legazia inibiva al papa l’invio in Sicilia di legati apostolici con il potere di esercitare giurisdizione ecclesiastica ed obbligava i vescovi ad ottenere il regio placet e l’exequatur prima della pubblicazione ed esecuzione di documenti ecclesiastici prodotti in Sicilia, o provenienti dalla Curia romana[10].

Un quadro che raffigura una sessione del Concilio di Trento

Non è che questa ingerenza del potere regio nella sfera ecclesiastica fosse accettata di buon grado dai vescovi di Sicilia. Ed infatti la questione fu discussa al Concilio di Trento ( 1545- 1563) dove proprio sui canoni che prevedevano di demandare al pontefice l’esame e il giudizio delle cause criminali più gravi riguardanti i vescovi sottraendoli al potere regio, quale ne fosse l’origine, scoppiò uno scontro violentissimo in particolare fra vescovi francesi [11]che difendevano le prerogative regie ed i vescovi siciliani. Alla fine prevalse la posizione che sosteneva l’autonomia della Chiesa nei confronti della corona ma le decisioni del concilio tridentino ebbero scarsa efficacia in Sicilia dove fu dichiarato che la giurisdizione della Regia monarchia era superiore ai decreti tridentini[12]. Questa “prammatica” del re oltre a salvaguardare l’istituto della Legazia ebbe anche l’effetto di rendere più difficile in Sicilia la riforma della vita del clero e dei religiosi che era proprio l’obiettivo principale del Concilio e questo grazie al fatto che ogni ecclesiastico poteva ricorrere al giudice della Regia monarchia sfuggendo alla giurisdizione episcopale e dei legittimi superiori[13]. Unico effetto del Concilio fu che il sovrano Filippo II stabilì che il Tribunale della regia monarchia fosse un istituto stabile e che il giudice fosse un ecclesiastico costituito in dignità e non nominato dal vicerè caso per caso.

Comunque la polemica sulla Legazia continuò dopo il Concilio sotto i pontificati di Pio V e Gregorio XIII ma la corona spagnola rispose sempre con grande fermezza non manifestando, su di essa, nessun cedimento sostanziale ed il potere regio sulla vita della Chiesa siciliana andò sempre più consolidandosi e finì col manifestarsi anche plasticamente. Infatti in tutte le cattedrali siciliane fecero la comparsa due troni: a destra per il vescovo e a sinistra, in posizione più elevata, quello per il sovrano legato apostolico che, in quanto tale, riconosceva superiore a sé soltanto il pontefice[14]. Sul piano dei contenuti, oltre al diritto del sovrano di nominare i vescovi per ogni diocesi che lasciava al pontefice solo il compito di ratificare la nomina attraverso la consacrazione, si aveva – nel tempo – una crescita delle competenze del Tribunale della regia monarchia che si aggiudicò il diritto di assolvere  dalle censure ecclesiastiche e di sospendere e dichiarare nulle le scomuniche. Il Tribunale inoltre  mentre fungeva da appello per le sentenze emesse da vescovi ed arcivescovi relative ad ecclesiastici, nelle cause relative al matrimonio e per i cosiddetti reati di “misto foro”(usura, simonia, ecc.), impediva il ricorso alla Curia romana per la gran parte  delle cause ecclesiastiche. In questo clima che perdurò per tutto il Seicento i conflitti di giurisdizione furono numerosi e la tensione fra Santa Sede e sovrano divenne esplosiva fino a culminare, nei primi anni del Settecento, nella cosiddetta “controversia liparitana”.

  

Pio V e Gregorio XIII

Una Diocesi tutta speciale

Come mai la periferica diocesi di Lipari diventa l’epicentro di uno scontro durissimo fra potere politico e potere religioso? Se il nodo era l’Apostolica Legazia non vi erano altri contenziosi di maggiore spessore che una disputa sui diritti nella vendita di una partita di ceci e diocesi di maggiore importanza e significato che non quella liparese? Il fatto è che la chiesa di Lipari, come abbiamo detto, riteneva di avere, sostenuta dalla Santa Sede, a proposito della Apostolica Legazia, uno statuto tutto particolare. La diocesi infatti  vantava  una particolare bolla, sempre di Urbano II, emessa il  3 giugno 1091, cioè sette anni prima di quella salernitana a cui si fa risalire la Legazia.

Il documento è rivolto all’abate Ambrogio che era sbarcato nell’isola qualche anno prima condottovi dai normanni ed aveva avuto, da Ruggero, la potestà politica e quella religiosa sull’arcipelago. In esso, il papa - dopo aver ricordato che tutte le isole occidentali furono donate in proprietà a San Pietro e ai suoi successori  in forza del privilegio del pio Imperatore Costantino[15] ed aver riconosciuto il ruolo del monastero nel ripopolamento dell’isola - afferma  che “questo monastero, cui la fraternità tua per  volere del Signore, presiede, e che è intitolato a San Bartolomeo, noi lo prendiamo nel grembo della Sede Apostolica e intendiamo favorirlo con speciale protezione”.

La soggezione alla Santa Sede rimane in vigore anche dopo la bolla del 1098, tanto che l’antipapa Anacleto II quando nomina vescovo l’abate Giovanni con bolla del 14 settembre 1131, per venire incontro ad un desiderio dei re normanni, ribadisce che il monastero di Lipari, uno dei più grandi monasteri della Sicilia, “dipende dall’autorità della Chiesa Romana”anche se aggiunge che la diocesi di Lipari dipenderà dalla chiesa Messinese come propria chiesa Metropolitana, “fatte salve tutte le concessioni e i privilegi della Chiesa Romana elargiti al glorioso Nostro figlio Ruggero ed ai suoi eredi”. Comunque fino al vescovo Pietro ( 1171) i vescovi di Lipari venivano eletti dal capitolo del monastero ma non ratificati da Roma per cui nei documenti figurano non come episcopi ma come electi[16].

All’interpretazione che viene data della bolla di Urbano del 1091 da parte degli abati benedettini di Lipari e poi dei vescovi della diocesi e ancor più negli anni di forte tensione e polemica a proposito della Legazia si aggiunge il fatto che le Eolie non sono sempre appartenute politicamente alla Sicilia. Tra il XIII ed l’inizio del XVI secolo esse cambieranno diverse volte appartenenza passando da Palermo a Napoli e viceversa. Certamente nei periodi in cui dipendevano da Napoli la Legazia non si applicava. Quando  il 30 maggio1610 le Eolie vengono rincorporate nel Regno di Sicilia staccandole dal Regno di Napoli cui erano appartenute fin dal 1458 e prima ancora dal 1357 al 1423, dal 1339 al 1347, dalla seconda metà del XIII  al 1302, Filippo III lo fa venendo incontro ad una richiesta dei Liparesi che vedevano in questo passaggio un possibile incremento dei traffici e i vantaggi derivanti dall’avere una capitale più vicina. Ma se queste erano le motivazioni dei Liparesi e del loro vescovo che ne fu il più fiero propugnatore, il re Filippo ne aveva  almeno altre due: tenere meglio sotto controllo questi isolani – fra cui vi era chi si dedicava alla pirateria – e ricondurre la Chiesa di Lipari, com’era per le altre chiese di Sicilia, nell’ambito della Legazia[17]. Probabilmente Filippo non conosce al Bolla del 1091 o non attribuisce particolare importanza a questa rivendicazione della diocesi liparese e della Santa Sede[18]. E come Filippo III, lo stesso faranno i suoi successori e questo spiega perché nel 1712 la Congregazione per l’Immunità si impegnerà a trovare le ragioni, il fondamento storico e il riconoscimento costante nel tempo di questa peculiarità della chiesa liparese in un documento inedito che pubblichiamo, corredato degli allegati, in appendice a questo libro[19].

Per tutto il corso del Sei e Settecento, la diocesi di Lipari, dai pontefici dichiarata “immediatamente soggetta alla Santa Sede” diverrà il terreno di scontro tra i sovrani di Sicilia, che sosterranno le loro prerogative anche sulla Chiesa Liparese, e i papi che le osteggeranno. E sarà allora che la vicenda registrerà i momenti di più drammatica conflittualità”.

La “controversia liparitana” nasce dal sequestro dei ceci ma lo scontro viene da lontano ed era stato voluto e preparato da tempo soprattutto dalla Santa Sede che voleva usare Lipari come un grimaldello per fare saltare tutto l’istituto della Apostolica Legazia, approfittando anche del fatto che la Spagna era impegnata in una difficile guerra per la successione (1700- 1713) nella quale avrebbe potuto soccombere e perdere quindi, come poi avvenne, il possesso della Sicilia.

Il primo scontro circa l’autonomia della diocesi di Lipari dalla Legazia avviene a pochi giorni dall’incorporazione e il pretesto è l’introduzione del Sant’Ufficio dipendente dalla Inquisizione spagnola, com’era d’uso in Sicilia, ed al deciso rifiuto del vescovo mons. Vidal forte, a questo proposito di una lettera del cardinale Gallo a nome del papa. E’ allora che scatta la minaccia della destituzione del prelato dalla dignità episcopale e della soppressione della sede Cattedrale[20].

Così per un intero secolo si sviluppa questo conflitto fra vescovato e curia romana da una parte e regno di Sicilia dall’altra dove tutto, anche le cose più banali, diventano occasione di contrasto giungendo perfino allo scontro fisico fra un vescovo ed un governatore durante il quale ci scappò il morto[21].

A dire il vero lo scontro non fu sempre così acceso e cruento. Vi furono vescovi che seppero destreggiarsi come mons. Giuseppe Candido ed altri che volendo essere ubbidienti a Roma e rispettosi verso il sovrano si trovarono tra due fuochi, come mons. Arata che per la sua intransigenza dovette patire anche il carcere a Palermo.

Il secolo XVIII in Sicilia si avviò con grandi mutazioni sul piano politico con il passaggio dell’isola dagli Spagnoli ai Savoia, agli Austriaci, ai Borboni mentre la Chiesa registrava una realtà tutto sommato vivace sul piano pastorale e spirituale anche se la società era flagellata da carestie, pestilenze, terremoti, guerre e tumulti popolari. Ma proprio questi gravi flagelli misero in risalto la nuova coscienza religiosa con la fondazione di un nugolo di opere pie a favore dei poveri, vecchi, ammalati, ragazze e bambini. Forse fu il contrasto fra questa nuova maturità pastorale e la debolezza del potere politico che rinvigorirono in alcuni prelati della chiesa siciliana, probabilmente sollecitati dalla Santa Sede, il desiderio di autonomia nel campo religioso.

Clemente XIClemente XI

Infatti, all’inizio del XVIII secolo si vengono a trovare a capo delle diocesi di Catania e Girgenti vescovi che mal tolleravano l’ingerenza dello Stato nelle cose ecclesiastiche ed erano sempre pronti ad emettere scomuniche o a minacciarne. Così, quando la sede di Lipari diventa vacante, nella curia romana si pensa di nominarvi un prelato erudito, energico, determinato e magari anche aggressivo da affiancare a questi vescovi, di modo che, da una posizione tutta speciale, potesse opporsi alla Corte di Palermo, rivendicando l’autonomia ed i diritti della Chiesa. Per questo venne scelto Nicolò Maria Tedeschi, catanese ma che si trovava a Roma priore del monastero di S.Paolo fuori le mura, cavaliere gerosolimitano.

Mons. Tedeschi viene nominato vescovo il 10 marzo 1710 con bolla di Clemente XI e, sembra, con la raccomandazione del papa di non permettere alcun abuso da parte della Monarchia[22].

E la prima occasione si presenta al vescovo non appena giunge a Lipari. Il Palazzo Vescovile, quello “ufficiale”, collocato nella città alta, a fianco alla Cattedrale, è occupato da una guarnigione di soldati franco-ispani. A Mons. Tedeschi non rimane che occupare la villa della città bassa che allora era praticamente in campagna,  isolata dal centro abitato, e constava dei magazzini e una parte dell’attuale primo piano. Lo fa di malavoglia, lamentandosi col papa ed il papa a sua volta si rivolge a viceré lamentando che i soldati violano, “con non pochi scandali proprii della licenziosità soldatesca, il decoro e la sacralità del luogo, mentre il Vescovo, con suo grave incomodo e con maggiore affronto alla sua dignità, è costretto a risiedere altrove[23]. Ma nemmeno le lamentele del papa ebbero effetto ed il vescovo dovette ingoiare questa “usurpazione”.

Come dovette accettare che fosse la giustizia dei giurati – e non quella ecclesiastica come  lui sosteneva - a perseguire le frodi nei commerci dei Liparesi che danneggiavano la mensa vescovile ed il suo “jus dogane” fingendo di esportare, vini ed altre derrate prodotti nelle isole, in Sicilia dove vigeva la franchigia mentre, in realtà, questi raggiungevano località fuori del regno[24]. Mesi di arrabbiature e frustrazioni furono quindi per Mons. Tedeschi i primi del suo governo e probabilmente andava crescendo in lui la tensione ed il desiderio di rivalsa. E la causa scatenante non tardò a manifestarsi.


[1] Circa la disquisizione relativa all’autenticità dell’atto pontificio e sulla interpretazione da darvi si veda S. FODALE, L’Apostolica legazia e altri studi su stato e chiesa,  Messina 1991;G.CATALANO, Strudi sulla Legazia Apostolica di Sicilia, Reggio Calabria, 1973; L. CATALIOTO, Il Vescovato di Lipari-Patti in età normanna (1088-1194), Messina, 2007..

[2] G. ZITO, Storia delle Chiese di Sicilia, Città del Vaticano, 2009, pag.43.

[3] G.ZITO, Storia delle Chiese, op.cit.,, pag. 46.

[4] S.FODALE,L’Apostolica legazia…,  op. cit., pp.10-14. Secondo Salvatore Fodale il Barberi non avrebbe recuperato la bolla dagli archivi pontifici, né sarebbe venuto in possesso dell’originale o di un suo trascritto autenticato, bensì da un manoscritto del XIV secolo contenente la cronaca di Goffredo Malaterra o da un suo volgarizzamento redatto nel 1358 da Simone da Lentini.

[5] S. FODALE, op. cit., pag.13-14.

[6] Idem, pag. 57

[7] S. FODALE, op. cit., pag12.

[8] Idem, pag.58.

[9] Idem, pag.58

[10] Idem, pag.60; S.VACCA (a cura), La Legazia Apostolica. Chiesa, potere e società in Sicilia in età medioevale e moderna, Caltanissetta- Roma 2000.

[11] L’interesse dei vescovi francesi nei confronti della  Legazia derivava dal fatto che anche in Francia esisteva una sorta di privilegio dei regnanti nelle cose ecclesiastiche chiamato “gallicanesimo”.

[12]S.SARPI, Istoria del Concilio Tridentino, Torino 1974 ; G. MARTINA, La chiesa nell’età della riforma, Brescia 1988; M. VENARD, Il Concilio Lateranense V e il Tridentino, in Storia dei Concili Ecumenici, a cura di G. ALBERIGO, Brescia 1990 ; E. ISERLOH - J. GLAZIK - H. JEDIN, Riforma e Controriforma, vol. VI della Storia della Chiesa, Milano, 1975.

[13] L.LORENZINI,Catechismi e cultura nella Sicilia del Settecento, Soveria Mannelli, 1995;

[14] G. ZITO, op-cit. pag. 66.

[15] La “Donazione di Costantino” è il documento secondo il quale l’imperatore avrebbe donato a papa Silvestro la città di Roma e l'Occidente, spostando a Costantinopoli la sede del potere imperiale. In base a questa donazione i papi consideravano legittimo il loro potere temporale; non solo,  pretendevano di avere autorità anche sui sovrani dell'Occidente. Nel XV secolo Nicola Cusano e Lorenzo Valla (De falso credita et ementita Constatini donatione declamatio) hanno dimostrato che la "Donazione" non poteva essere stata scritta all'epoca di Costantino, nel 313, ma alcuni secoli dopo; la dimostrazione di falsità si basava su argomenti di carattere storico e linguistico.

[16] L.CATALIOTO, Il Vescovato di Lipari-Patti in età normanna (1088-1194), Messina 2007

[17] M. GIACOMANTONIO, Navigando nella storia delle Eolie, Marina di Patti, 2010, pag183; G. ARENA, Popolazione e distribuzione della ricchezza a Lipari nel 1610. Analisi, elaborazione statistica e sintesi dei riveli conservati nell’Archivio di Stato di Palermo, Messina, 1992; G.ARENA, L’economia delle Isole Eolie dal 1544 al 1961, Messina, 1982. C’è da dire a questo proposito che nella lettera che il Re di Spagna Filippo III scrive, il 22 novembre 1609 al viceré di Sicilia per comunicargli il passaggio della Città ed Isola di Lipari dal Regno di Napoli alla sua giurisdizione, non si fa alcun cenno alla condizione particolare della diocesi di Lipari, anzi si dice chiaramente che  in detta isola  valgano le disposizioni ed i costumi “ che si osservano alle altre Città, Isole, Luoghi  Sudditi miei di questo detto Regno” anche per “le nomine di persone per gli offizij e cose Ecclesiastiche”. Inoltre quando il 10 maggio del 1610 questo passaggio è portato formalmente a conoscenza della autorità dell’isola – vescovo, giurati e governatore – il viceré di Sicilia è rappresentato proprio dal vescovo di Lipari, mons. Alfonso Vidal. Il testo della lettera di Filippo III e l’atto notarile della formalizzazione a Lipari del passaggio dell’isola al Regno di Sicilia si trovano nel documento manoscritto“Ragioni della Chiesa di Lipari contro la pretesa della Monarchia di Sicilia”,Allegato n. VII, Archivio  della Congregazione per la Dottrina della Fede, St.St. D2 d bis. Ora in appendice di questo libro.

[18] La Bolla cui la S.Sede e i Vescovi di Lipari fanno riferimento è quella del 3 giugno 1091 scritta da Mileto e che confermerebbe un rescritto di Ruggero il normanno del 26 luglio 1088. Entrambi i documenti  in latino in L.CATALIOTO, Il Vescovato di Lipari-Patti…, op.cit., pagg.173-175.

[19] L’appunto manoscritto “Ragioni della Chiesa di Lipari contro la pretesa della Monarchia di Sicilia”,redatto per la Congregazione dell’Immunità di martedì 5 aprile 1712 e consultabile presso la Stanza Storica del Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede ( ora in Appendice di questo libro), di ragioni ne elenca cinque corredate da 12 documenti a supporto. I primi due sono infatti il rescritto di Ruggero e la Bolla di Urbano II del 1091, emessa – come dice l’appunto – “ nove anni prima all’asserto privilegio della Monarchia”, cioè della Bolla del 1099 che riconosce al re normanno la apostolica legazia; v. anche. G. IACOLINO, Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite. Il primo millennio…, pag.84.

[20] Archivio Vescovile di Lipari, carpetta Civili 7. Lettera del 7 maggio 1610 del Card.Gallo; M. GIACOMANTONIO, op.cit., pag. 191-192

[21] Il vescovo mons. Caccamo al culmine di una violenta discussione colpì con un coltello il governatore don Pedro Malpasso, ferendolo mortalmente. La notizia è riportata da diversi storici locali. Nell’Archivio Vescovile di Lipari esistono numerosi riferimenti a questo scontro fra il Vescovo e il Governatore in particolare nella busta denominata Processi criminali, n.3,1, carp. 33. f.408 e ss.; M. GIACOMANTONIO, op.cit, pp.194-197

[22] Nel libretto “Difesa della verità a favore di Monsig. Nicolò M.Tedeschi Vescovo di Lipari e della Libertà ed Esenzione della sua Chiesa contro le Calunnie e gl’Errori dell’Autore di una scrittura spagnola intitolata ‘Propugnacolo de la Real Jurisdicion etc”, anonimo, senza luogo di stampa e senza data di pubblicazione, dagli storici locali, sempre attribuito allo stesso Mons. Tedeschi, si dice che il papa “si degnò comandarli… che operasse viriliter, né permettesse in Lipari novità alcuna per parte della pretesa Monaschia, ma che ostasse costantemente ad ogni tentativo della medesima”(p.71). Una copia del libretto di Mons. Tedeschi si trova a Lipari nell’archivio personale del prof. Giuseppe Iacolino; M. GIACOMANTONIO, op. cit. pag. 232-237.

[23] La lettera è riportata nel libretto anonimo attribuito allo stesso Mons. Tedeschi a favore di Monsig. Nicolò Tedeschi, Vescovo di Lipari, senza data e senza luogo di stampa, pag. 87.

[24] “Delle vertenze fra la Corte di Roma e il Governo di Sicilia” manoscritto di autore anonimo presente presso la Biblioteca Universitaria di Messina, Tomo primo, Parte prima, pag.5.

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Tribunale della Regia Monarchia

Un vescovo illuminato e una borghesia retriva

 

Una particolare attenzione alla condizione femminile

Monumento funebre in Cattedrale del Mons. Coppola.

Quando mons. Coppola arrivò a Lipari sul finire del gennaio del 1779 la prima impressione che ha della nuova diocesi è di forte delusione. Questa le apparve “come un quadro nel quale non si presentava alcunché di dipinto né alcunché di segnato” e lui si sentiva come un soldato disarmato o un artigiano senza gli attrezzi per lavorare[1]. Ma non per questo si abbatte. Individua immediatamente due punti forti per il suo programma: la formazione del clero, e “veggendo la deplorevole educazione delle donzelle e la sfrontata prostituzione delle donne di quella populazione che cagiona infiniti disordini[2]” l’educazione morale delle fanciulle perché diventino “ottime madri di famiglia” .

Sul primo punto comprese subito che a niente serviva ricorrere alle censure ed alle scomuniche perché non sarebbero servito ad altro che farli ricorrere al giudice della Monarchia che avrebbe concesso loro l’assoluzione e in attesa di creare quel Seminario che rimaneva l’obiettivo indispensabile, bisognava ricorrere al dialogo ed alla persuasione riproponendo quella disciplina, a cominciare dall’obbligo dell’abito talare ed al rispetto dei sacri canoni, a cui non erano più abituati[3]. Con questo scopo fondò la “Congregazione dei preti di Santa Maria del Fervore” che teneva raduni periodici sui temi della disciplina ecclesiastica e della liturgia, esercizi spirituali e dai cui dovevano uscire i predicatori, i catechisti ed i confessori della diocesi[4].

L’educazione delle fanciulle era, come si vide, il primo passo di una strategia più vasta nei confronti della condizione femminile. A questo scopo destinò il vecchio palazzo vescovile al Castello e fece venire dalla Sicilia della maestre che in quell’edificio presero alloggio ed, a titolo gratuito, dovevano insegnare alle ragazze “il timor di Dio, la sensibilità per i buoni costumi, il Catechismo e i lavori donneschi[5] .

Una grande opera a cui mette mano è la costruzione, vicino al Palazzo vescovile del Borgo, di “un magnifico edificio per cui ha erogato molte migliaja di scudi[6]”, realizzato in tre elevazioni, tutto dedicato alle donne ma con tre distinte categorie di ospiti: le orfane, le donne che volontariamente “vogliono ritirarsi dal cattivo costume[7]” e che venivano allora chiamate “repentite” cioè’ “ree pentite” e le vere e proprie educande. A dirigere l’istituto – denominato Collegio di Maria o Conservatorio femminile -  il vescovo chiamò alcune suore[8].

Un altro edificio che il Coppola realizzò per le donne inferme e l’infanzia abbandonata[9]fu l’”Ospedale femminile dell’Annunziata” riprendendo il nome del piccolo ospedale che era al Castello e che era ormai insufficiente e malandato[10].

Ancora, dedicate alle donne lavandaie, furono le cisterne, ciascuna con due lavatoi ai fianchi, che il vescovo fece costruire sulla Marina S. Nicolò per evitare che le massaie e le lavandaie di mestiere fossero costrette a fare il bucato sui sassi della riva e ,dovendosi alzare le gonne per non bagnarle, erano oggetto della morbosa curiosità dei giovani bellimbusti.

Una particolare attenzione il vescovo la dedicò alle “monache di casa”giudicandola una distorsione sia dal punto di vista sociale che religioso. Molte ragazze di famiglia agiata e benestante erano costrette a prendere il velo restando in famiglia di modo che non solo evitavano la dispersione del patrimonio, ma oltre ad assicurare il decoro della famiglia rappresentavano una garanzia per l’assistenza dei genitori in tarda età. “Le malelingue, – annota lo scrittore francese Jean Houel che visitò Lipari fra il 1778 e il 1780 -  che in particolare si accaniscono contro le persone pie, non mancano di affermare che molte giovani donne prendono l’abito solo per godere di maggiore libertà. Il Vescovo ha pubblicato una pastorale per ovviare a questo abuso. Quando soggiornavo nell’isola, si diceva che volesse costruire un convento per farvi ritirare tutte quelle donne che sentissero un’autentica vocazione[11]. Intanto mons. Coppola aveva emesso un decreto per regolamentare queste vocazioni  richiedendo, a chi decideva di incamminarsi lungo questa strada, di dare buone referenze sulla propria vita, di essere dotate di un congruo patrimonio per evitare di rimanere sulla strada alla morte dei genitori, che a quarant’anni emettessero la “professione” e che si obbligassero a convivere con parenti di primo grado “ab omni suspicione alienis[12] .

Toccò al suo successore, mons. Santacolomba chiudere definitivamente questo capitolo[13]

L’attenzione ai problemi sociali

L'edificio che Mons. Coppola dedicò alle donne.

Provvedimenti realizzati perché “della pudica modestia amatissimo[14] ” ma come aspetto di un più generale problema sociale di cui la moralità faceva parte. E fu per questo che si impegnò sul fronte della promozione culturale, dell’ammodernamento dell’agricoltura, dell’irrigazione e della fornitura di acqua potabile, del problema ospedaliero, dell’assistenza dei bambini abbandonati.

Quello dell’acqua è sempre stato un problema nodale per le isole ed è lo stesso Houel che ci racconta di avere assistito, durante il suo soggiorno, a due processioni con l’obiettivo di invocare la pioggia. “La prima processione era formata da una ventina di ragazzini, la testa cinta di una corona di spine e al collo una grossa corda che pendeva sino all’ombelico. Si flagellavano le spalle con aria divertita, e parevano più bambini che giocavano che piccoli santi che si mortificavano. Una ventina di preti, che cantavano le litanie, li seguivano stringendo con noncuranza una corda che di tanto in tanto si davano, con deboli colpi, sulle ampie spalle. I borghesi, i contadini e il popolo facevano seguito alla rinfusa, immersi nella preghiera con tutte le forze e con molta concentrazione…La pioggia non venne, fecero un’altra processione e a questa si partecipò con maggiore fanatismo; vi assistettero Cappuccini e Francescani, e la loro presenza accrebbe il fervore. Nove o dieci persone nude fino alla cintola si flagellavano duramente con catenelle di ferro dalle maglie sottili e taglienti, e il sangue scorreva sulla schiena e sui fianchi, tanto che il terreno ne era macchiato[15].

Ma ad uno studioso di agricoltura come era mons. Coppola le processioni non potevano bastare e per questo “ordinò la costruzione di tre ampie e profonde gisterne; due  avanti la gran porta del palazzo; l’altra innanzi la Chiesa del Rosario. Altre ne fece discavare sull’erta della Fossa Filici di Salina, ed in Filicudi ove stabilì un bel castagneto, come un grande oliveto piantò in Panarea[16].

Lazzaro Spallanzani che visitò le Eolie fra dal 12 settembre al 17 ottobre del 1788 ed ebbe modo di conoscere il Coppola scrisse di lui “che parea nato fatto per ridur que’ Paesi, ancora mezzo salvatici, a stato migliore. E’ indicibile il numero degli olivi, che vi ha fatto piantare. Alla sola Panaria ve ne trovai più di tremila piedi. Vi ha pure introdutti i gelsi che assai bene vi allignano. Ne vidi uno nella sua bassa corte, piantatovi da otto anni che per la grossezza, e pel vigore non la cede punto a’ nostri di pari età, dove il terreno a tal pianta più si confà. I nominati fichi d’india portano il frutto, che sgusciato che sia, è giallognolo. Ha egli arricchita l’Isola d’una altra specie, fatta venir da Palermo, che li produce rossi, e che sono deliziosissimi[17].

Del programma sociale di questo vescovo faceva parte anche la cultura e così, nel 1782,  trasferì nel borgo, “nel recinto del Vescovile Palazzo[18]”, il “Seminario delle Lettere” che i suoi predecessori avevano istituito sul Castello. Costruì cinque aule a piano terra – proprio di fronte al conservatorio delle donne - ed in esse fece altrettanti seminari di insegnamento aperti al pubblico. Si studiava – stando almeno alle intestazioni marmoree che ancora si scorgono all’esterno - grammatica, letteratura e retorica, filosofia tomistica e laica e, solo per i candidati al sacerdozio, teologia dogmatica, ma può darsi che in altri locali si insegnassero anche le scienze esatte. Oltre alla scuola aprì al pubblico la sua biblioteca con un bibliotecario e creò un  “antiquarium” dove raccolse diversi reperti archeologici che aveva trovato negli scavi fatti per realizzare le aule del Seminario delle lettere: frantumi di statue di marmo, pavimenti a mosaico di pietre laviche, lapidi con iscrizioni greche[19].

“Io fui felice – scrive Houel -  di scoprire, qui in mezzo ai rottami che andavo assiduamente rovistando, la statua di un console. Giaceva in terra, e il Vescovo ebbe la bontà di farla rizzare onde consentirmi che io potessi ritrarla. La sua grandezza è gigantesca, però le manca la testa ed è mutilata da tutte le parti[20]”.

  

I due grandi quadri di San Calogero e Sant'Agatone.

Dedicò anche attenzione e fondi alle chiese, al loro restauro ed al loro abbellimento. Nella Cattedrale in particolare diede gli ultimi ritocchi e sistemò alcuni altari e sistemò dei dipinti dei quali vogliamo ricordare i grandi quadri di S. Calogero e S. Agatone, realizzati nel 1779 da pittore palermitano Antonio Mercuri, che si trovano oggi su due altari delle navate laterali, ispirati a due episodi della nostra storia eoliana. Il primo con il santo che indica ai poveri malati che erano andati a curarsi alle terme il re Teodorico mentre – secondo quanto scrive il papa Gregorio magno nei Dialoghi -  precipita nel cratere di Vulcano mentre, da una nuvola, il papa Giovanni I e il patrizio Simmaco, due sue vittime, lo osservano; il secondo ritrae il primo vescovo di Lipari che vestito dei paramenti pontificali indica alla gente in processione, prostrata a terra, la cassa di S. Bartolomeo a Portinenti.

Volle visitare tutte le isole. “Ho voluto rendermi conto di ogni cosa  - annotava -  senza risparmiare alle fatiche e ai disagi derivanti dal sito stesso, dall’angustia delle abitazioni e dalla povertà degli abitanti. Mosso appunto da cotanta miseria, ho attinto abbondantemente dalla Mensa, non ho dato neppure un soldo agli Assistenti che avevo portato con me e ai servitori che avevano qualche speranza, ma ho distribuito elemosine, proporzionatamente alle mie possibilità, sia alle Chiese che ai poveri, e ho fatto tenere tela e lino per vestire gli ignudi[21].

Il conflitto con i giurati

E fu proprio questo vasto programma sociale da una parte e dall’altra l’esigenza di dovere sostenere – integrando gli oboli raccolti fra i fedeli  - le cappellanie in tutte le isole e le frazioni[22] - a fronte di una Mensa che non offriva più i guadagni di un tempo  - che portò mons. Coppola a prospettare – a partire dal 1780 -  all’Amministrazione locale, prima, l’esigenza di farsi carico dei bambini “projetti” e, poi, di concedere una sovvenzione pubblica per le chiese e le cappellanie a cominciare da quelle della città di Lipari.

Le richiesta del vescovo fece scalpore e non solo a Lipari ma anche a Palermo e Napoli e vennero ritenute quasi delle stranezze. In realtà dietro questa iniziativa di mons. Coppola – avanzata dopo lunga riflessione e consultazioni varie – vi era la riflessione che se la Real Monarchia avanzava nuove pretese sulla diocesi di Lipari negandole l’autonomia e la dipendenza diretta da Roma, doveva farsi carico anche di nuove incombenze a cominciare dalle attività sociali quali si potevano considerare l’assistenza dei bambini abbandonati e la cura d’anime. La sua prima richiesta che riguardava i “projetti” fu respinta sulla base di due sentenze del 1769 che facevano obbligo al vescovo di alimentare i bambini e di pagare le nutrici mentre ai giurati spettava solo il compito di cercare queste nutrici. Il  vescovo certamente mal digerì questa decisione ma – dopo essersi consultato con i suoi esperti di Palermo – ritenne di non insistere oltre “prevedendo – come osserverà Giuseppe La Rosa che in questa vicende fungeva da consulente ordinario dei giurati e quindi aveva contrastato la legittimità della richiesta - il poco onore che si faceva a sé stesso in portare avanti tale indecorosa sua pretenzione[23].

Comunque il vescovo reagisce male e risponde negando ai giurati alcune usanze di cerimoniale che danno luogo ad una nuova disputa e a nuove sentenze ancora una volta sfavorevoli al vescovo[24]. A questo punto mons. Coppola fa avanzare, nei primi mesi del 1782, dal vice parroco della cattedrale e dai cappellani curati della chiesa filiale di San Giuseppe, prendendo lo spunto dal fatto che era stata proibita la riscossione dei diritti mortuari che per il passato si era soliti pagare,  la richiesta di “un congruo assegnamento annuale per cui potersi sostenere nel loro impiego Parrocchiale[25]”.

Il lungo memoriale che argomenta la posizione della civica amministrazione fu, ancora una volta, redatto da Giuseppe La Rosa. Esso concludeva sostenendo che il vescovo, essendo il parroco universale ed unico delle isole, dovesse sostenere con le entrate  della “decimazione prediale[26]” il vice parroco della cattedrale e i cappellani della città e delle isole e quindi il loro ricorso dovesse essere rivolto al vescovo e “non mai essere tenuta questa università e suoi popoli a fare nuovo assegnamento di congrua prebenda a’ medesimi[27]”.

I giurati non si limitavano a respingere le richieste vescovili in punta di diritto ma tentavano di fargli i conti in tasca dicendo che dalle decime annualmente gli pervenivano “pinguissime somme” che nel 1782, annata sterile, erano di circa mille e cinquecento onze ma che nelle annate fertili si aggiravano sulle due mila onze. Contrapponevano così le pretese di un “Vescovo ricco” e la povertà di una Università costretta a litigare con lui per rintuzzare le sue pretese. Da parte sua il vescovo ribatteva che come i pubblicani del Vangelo i liparesi ed i loro amministratori civici erano avari ed ipocriti.

Disegno di Houel delle monache di casa di Lipari.

Il problema vero era che la borghesia e la nobiltà liparese non intendevano farsi carico dei bisogni dei ceti inferiori. Allora l’assistenza sociale e sanitaria come l’istruzione non era affidata alla pubblica amministrazione ma alla Chiesa e sostenere che il ricavato di millecinquecento o duemila onze fosse sufficiente per fare fronte alle esigenze sempre crescenti dei poveri era veramente incredibile. Inoltre Lipari proprio negli ultimi decenni del 700, oltre ai residenti, contava una guarnigione del presidio che fra soldati e loro familiari ammontava a circa tremila persone che aveva la funzione di controllare un numero consistente di “relegati provenienti dall’una e dall’altra Sicilia[28]”. E la presenza di una tale guarnigione e di così tanti “relegati” non doveva migliorare la condizione sociale soprattutto a Lipari[29].

Comunque, anche con tutte le difficoltà che dovette affrontare, rimane incredibile il volume di lavoro e di iniziativa che riuscì a realizzare mons. Coppola nei dieci anni che governò la diocesi. Come ci riuscì? Come riusciva a passare per un “Vescovo ricco” mentre le risorse della Mensa erano modeste? Ce lo spiega lui stesso in una nota alla S. Congregazione del Concilio del 24 settembre 1787: “Nell’assolvere a tutti questi impegni non ho potuto chiedere aiuto ai fondi della Mensa Vescovile che sono scarsi, bensì l’ho chiesto al poverissimo tenore di vita che mi sono imposto sin dal principio del mio Episcopato e che ancora, con l’assistenza di Dio, tengo[30].

Nobili e personaggi eminenti della Lipari di fine secolo

Sul finire del settecento i borghesi che avevano fatto fortuna economicamente cercarono di consolidare la loro immagine col fregiarsi di un titolo nobiliare. Fu così che Giovanni Rodriquez, console di Francia, dopo aver acquistato terre ed essersi costruito una buona base economica, richiese ed ottenne, con decreto del 21 luglio 1784, dal re di Napoli il titolo di barone su una terra nel Vallone del Ponte[31]. Oltre al Rodriquez vi furono altre due famiglie borghesi, Monizio e Parisi, trapiantatesi nelle Eolie dove avevano acquisito poderi sia a Lipari che a Salina e avevano fatto fortuna col commercio dei cereali che chiesero ed ottennero da Ferdinando IV il titolo nobiliare. Don Francesco Monizio divenne così barone di Santa Marina  e si costruì due dimore, una a Lipari nella campagna interna alla Marina di San Nicolò che da allora si chiamò “u Baruni” ed una a S. Marina nella zona che porta lo stesso toponimo. Don Domenico Parisi divenne invece  barone di S. Bartolomeo e il 25 maggio del 1780 sposò Claudia, figlia del Monizio la loro abitazione era in un bel Palazzetto sopra la terra adiacente alla chiesa di S. Giuseppe[32]. A Lipari esisteva un’altra famiglia insignita del titolo baronale ed era la famiglia Tricoli che si era costruita una bella casa sul Timparozzo[33] .

Ma oltre ai nobili blasonati non dovevano mancare nella Lipari di fine settecento anche personaggi dotati nobiltà cultura e morale anche se, quelle di cui ci è arrivato a noi il ricordo sono pochi non solo rispetto alla realtà ma anche alle potenzialità. Infatti lo Spallanzani osserva che “qui i talenti non mancano, manca ad essi la coltivazione. I Liparesi sono in genere d’ingegno pronto e svegliato, presti nell’apprendere, acuti nel penetrare, e vogliosissimi di sapere. Quindi se qualche forestiero erudito approda alla lor terra, il domandano, lo interrogano, amano d’istruirsi. Prestansi volentieri a condurli ovunque più gli aggrada, gli mostrano con diletto le loro Stufe. I loro Bagni; né vi è alcuno che ignori, che quel Paese sia stato una volta prodotto dal fuoco”.

Comunque, fra le persone “coltivate” – oltre ai vescovi che provenivano però dall’eterno -, almeno due emergono dalle carte: un laico ed un prete. Il primo, lo abbiamo già incontrato. E’ Giuseppe La Rosa, avvocato, autore  della “Pyrologia Topostorigrafica dell’Isole Eolie seu Lipari sacro” in quattro volumi di cui i primi due non ci sono pervenuti, il terzo raccoglie una serie di documenti relativi alla storia di Lipari, il quarto fa la storia cadenzandola sui vescovi da S. Agatone a mons. Coppola che governava la diocesi nel 1783 quando il manoscritto si ferma. La Rosa era un cristiano ma non un clericale. Un “cristiano adulto” diremmo oggi anche se era profondamente calato nel suo tempo e la  sua religiosità era fortemente contraddistinta da atteggiamenti devozionali e credenze miracolistiche. Ma forse proprio per questo uno dei  momenti di maggiore sofferenza nella propria esistenza fu  quando, avendo dovuto difendere la civica amministrazione in qualità di consultore ordinario dei giurati e di avvocato dell’Università, vide che il vescovo – che nella disputa era la controparte – rimase irritato ed offeso nei suoi confronti. Non poteva darsi pace di questo, ripetendosi che un Prelato prudente avrebbe dovuto comprendere che non avrebbe potuto mancare al suo dovere professionale, inquinando così la sua onestà morale[34]. Eppure non per questo cambiò il suo giudizio su mons. Coppola e scrisse, a conclusione della sua opera,  che “a se stesso niente pensa, sprezzante di ogni fasto mondano, e poca cura si piglia di sua salute, trattandosi di terminare l’opere da lui cominciate con il profitto di questo suo Gregge[35].

Lazzaro Spallanzani

Un altro personaggio che spicca per le sue qualità e di cui ci parla Lazzaro Spallanzani, è l’abate Gaetano Maria Trovatini, uno dei centoquaranta o centocinquanta preti che vi erano a Lipari in quegli anni. Il Trovatini era medico[36] e coltivava le scienze. Di famiglia antica dove la ricerca era abitualmente di casa tanto che il padre Domenico aveva redatto una relazione “sopra i Bagni di S.Calogero nella Città di Lipari” ora andata perduta. Doveva essere nato nel 1752 il nostro abate, visto che era divenuto sacerdote nel 1752, quindi al tempo della visita di Spallanzani era ancora un giovane anche se non più giovanissimo. Comunque dovette fare una buona impressione sul  grande naturalista  che lo definisce “dotto” e ci informa che il Trovatini aveva redatto un lavoro di 72 pagine dal titolo “Dissertazione chimico-fisica sull’analisi dell’acqua minerale dell’Isola di Vulcano nel Porto di Levante detta volgarmente Acqua del Bagno” stampato a Napoli nel 1786. Quest’acqua sgorgava da una grotta ad un miglio dal Porto di Levante ed era, a parere del giovane ricercatore, importante ai fini medici ed a questo fine compilò anche un elenco”de’ morbi ne’ quali efficacissime si sperimentano le virtù della sorgente[37]”. Lo Spallanzani fu molto interessato da questa ricerca e portò con se, partendo, una riserva di questo liquido e sappiamo che continuò le ricerche sino al 1790. Non sappiamo però con quali risultati, inoltre di quella grotta oggi si è persa ogni traccia. Rimane il fatto  che Trovatini, estraneo all’ambiente universitario e con pochi mezzi a disposizione abbia dimostrato, in quegli anni, una preparazione ed una sensibilità veramente apprezzabili[38]. Verso il 1788, ancora l’abate liparese venne nominato dal re, insieme al barone Bivona, soprintendente a lavori di scavo per individuare vene di zolfo e sorgive d’acqua entro la fossa del cratere di Vulcano. Si interessò anche di agricoltura e scrisse una dissertazione “Sulla maniera di coltivare le viti e il grano alla maniera del Sig.r Duhamel” che era un botanico francese famoso nel XVIII secolo.

Echi della rivoluzione francese

Pochi mesi dopo la morte di mons. Coppola a Parigi veniva presa la Bastiglia che è l’evento emblematico di quella rivoluzione francese che inciderà profondamente sulla storia del mondo. Ma ancora prima che scoppiasse questa rivoluzione fra il regno di Napoli e la Santa Sede si creò un duro braccio di ferro – che in qualche modo corrispondeva all’ostile isolamento praticamente nei confronti di tutti i sovrani europei - contro le prerogative e le ingerenze del papato e del clero in generale nella vita politica e nel’amministrazione dello Stato che qualche volta però sconfinava nell’invadere la sfera religiosa. A portare avanti questa lotta nel nome del re Ferdinando IV era soprattutto la regina Maria Carolina che si avvaleva dell’aiuto di alcuni ministri fra cui il viceré di Sicilia Caracciolo e più tardi l’amico sir John Francis Acton. Il papato – in una visione ispirata dalla massoneria che aveva a Napoli uno dei suoi punti di forza - fu visto come la causa di ogni arretratezza. Il principio della Apostolica Legazia che esisteva in Sicilia  si volle estendere a tutto il regno e si voleva avere il diritto di presentare i vescovi da nominare. Aumentarono così le sedi vacanti. Ed anche Lipari subì questa sorte perché la S. Sede non voleva rinunciare a quella dipendenza diretta della diocesi da Roma che rappresentava l’unico punto di influenza diretta in Sicilia.

Tutti i nomi che Ferdinando proponeva il Papa li ricusava così il re si vide costretto a trovare una soluzione, in qualche modo transitoria, nominando, il 2 aprile del 1796, vicario capitolare mons. Carlo Santacolomba che era prelato ordinario di S. Lucia del Mela ed aveva il titolo di vescovo di Anemuria[39] .

Mons.Carlo Santacolomba

Quando giunse questa nomina non solo la rivoluzione aveva dispiegato i suoi effetti e vi erano state le esecuzioni di Luigi XVI e di Maria Antonietta che era sorella di Maria Carolina, ma Napoleone si apprestava a scendere in Italia. Il re cercava ora di arginare il potere della massoneria perché aveva compreso come i nemici della S. Sede stavano divenendo anche i suoi nemici[40] e si stava entrando ormai in anni di grandi turbolenza.

Santacolomba[41] non era un personaggio qualsiasi. Uomo di cultura avvertiva il clima di cambiamento che maturava in quegli anni nella società e lui stesso lo aveva in qualche modo interpretato celebrando nella primavera del 1783 nel duomo di S. Lucia del Mela, i funerali solenni, insieme all’intero capitolo, di un povero, umile, onesto, laborioso contadino pubblicando l’elogio pubblico[42] che aveva letto dal pulpito contrapponendolo ai ricchi possidenti, ingordi, oziosi, sfruttatori e sprezzanti. Queste sue idee,che gli erano valse l’accusa di “giacobino[43]”, dovette proclamarle anche a Lipari nelle sue prediche in Cattedrale e va sicuramente in questa direzione anche il decreto riguardante le “monache di casa” di cui abbiamo detto.

Ma più che impegnato a divulgare queste idee di rinnovamento e di innovazione sociale il vescovo dovette dedicarsi, come ogni altro vescovo del regno, negli ultimi mesi del 1796,  a fare incetta di oro e di argento[44] per finanziare la guerra contro Napoleone che avanzava sul territorio italiano e presto una repubblica autonoma sarebbe sorta anche a Napoli e il re costretto a rifugiarsi in Sicilia chiedendo protezione agli inglesi e facendo ricorso a contribuzioni straordinarie.  Anche nelle Eolie  le chiese e i conventi furono spogliati di tutto quanto potesse avere un valore mentre venivano requisite per le truppe le chiese di S. Caterina e S. Maria delli Bianchi.

E dopo gli ori e gli argenti fu la volta anche dei metalli vili e persino delle coperte da letto dei due monasteri. Ma questa volta  il guardiano dei  Minori Osservanti protestò. Questa è una comunità poverissima, disse, e abbiamo solo i mantelli per coprirci. Ma è proprio vero che il re vuole fare morire di freddo noi poveri religiosi? “Se però il Sovrano la comanda così stracciosa come si trova, tutti i miei religiosi saranno pronti ubbidire”.[45]

Nel giugno del 1799 il re torna a impossessarsi di Napoli e la reazione contro i giacobini sarà durissima in tutto il regno. Anche mons. Santacolomba viene fatto oggetto di critiche e sospetti ricordando l’omelia per la morte del contadino a S. Lucia del Mela. Forse per reagire a queste voci, forse sollecitato dal governo di Napoli, forse anche perché se anche odiava lo sfruttamento e l’arroganza della nobiltà non per questo condivideva le idee e soprattutto gli eccessi dei repubblicani e dei rivoluzionari, mons. Santacolomba scrisse una lettera pastorale, di una sessantina di pagine, dal titolo :”Istruzione Pastorale sulla divina origine della Sovranità in questa terra, diretta agli Ecclesiastici delle due Diocesi di S.Lucia e di Lipari in Sicilia da Carlo Santacolomba Vescovo d’Anemuria”.

La società ed il suo sistema civile – afferma il Prelato – non si fonda, come sostiene Rousseau, sul contratto sociale ma prendono impulso da una disposizione divina. Il potere non deriva da un patto fra il sovrano e i sudditi ma da un espresso mandato divino.  “Istruite i popoli, alzate al par di tromba la voce, - esorta concludendo rivolto agli ecclesiastici – e fate conoscere agli ignoranti il sacro glutino che stringe in vincolo di unione divina l’Ara ed il Soglio, il Vangelo e la Maestà. Con le dottrine che vi ho proposto si sciolgono e si dileguano, qual nebbia al sole, i due incantatori vocaboli di Liberté ed Egalité”.



[1] ASV. Cass. 456 B, f. 166v.

[2] Memoria per l’Università dell’Isole di Lipari,p.61 cita, da G. Iacolino, manoscritto cit,  Quaderno V, pag. 337.

[3] G. La Rosa, op. cit. ,vol.I, pag. 303

[4] ASV. Cass. 456 B, f. 165.

[5] ASV. Cass. 456 B, f. 162 v.

[6] G. La Rosa, op. cit. vol. I. Oggi questo edificio, che verrà inaugurato nel 1787, e si trova all’inizio, sulla destra, del Viale mons. Bernardino Re è chiamato Seminario o anche “centro sociale”.

[7] Memoria per l’Università… op.cit.

[8] G. Iacolino , manoscritto cit., Quaderno V, pag. 237

[9] I “projetti” erano i bambini abbandonato di cui a Lipari si curava solo la Chiesa.

[10] Ricordiamo che a Lipari esisteva un altro ospedale dedicato agli uomini, chiamato di S. Bartolomeo a Marina S. Nicolò che però in quel tempo era molto malandato e stava per chiudere i battenti.

[11] J.Houel, op. cit.

[12] “Lontani da ogni sospetto”. ASV. Cass. 456 B , f. 163.

[13] Mons. Carlo Santacolomba, vescovo di Anemuria e abate di S.Lucia del Mela gestì la “sede vacante” di Lipari dopo la morte di mons. Coppola, col titolo di vicario del Capitolo di Lipari. In una lettera dell’1 maggio 1797 diretta a don Giuseppe Moscuzza, canonico della Regia Cattedrale di S. Lucia “Travai qui [in Lipari] uno stuolo innumerevole di donzelle, che senza i canonici requisiti prescritti dalle leggi di S.Chiesa vestivan l’abito religioso di terziarie Pinzochere, ed in sostanza erano vere laiche perché di laica convivenza ed alla potestà secolare immediatamente soggette. La maggior parte di freschissima età e di vistoso aspetto compariva di questa maschera; giacché maschera può chiamarsi l’indossare una veste che mostri al di fuori diversa persona di quel che sia nell’interno, anzi potea chiamarsi una rea profanazione dell’abito religioso. Queste poi vagavan sole per la Città portando il costume che le ragazze così velate non avessero più bisogno di compagnia, ed era volgare adagio che ‘legavano il capo e scioglievano il piede’. I rispettivi lor padri godevano di questa sacra comparsa delle figliuole, ed imprimevan loro la falsa idea che un tal travestimento fosse già una stabile situazione per così allontanarle dallo stato coniugale, risparmiarne le doti ed impinguare i primogeniti. Crescevano le fanciulle, si sviluppavan naturalmente le lor macchine: avrebbero desiderato cambiare  e vesti e professione, ma non potendo resistere al paterno reverenzial timore, non avendo il coraggio di vincere il rossor proprio del sesso per svelar il natural desiderio di andare a marito, e trovando qualche fanatico direttor di coscienza che faceva veder loro chiuso il Paradiso e aperto l’Inferno qualora abbandonassero l’intrapresa carriera, seguivane che marcivano, invecchiavano, ed internamente costernate sacrificavano loro stesse ad uno stato di violenza. Si aggiunga ancor un più maturo politico riflesso di buon  governo che il Superiore ecclesiastico non dee trascurare. E’ questo un picciol paese, ha un territorio di vasti poderi non coltivati per mancanza di agricoltori; abbonda il ceto nobile e contadino; mancan gli artisti e i villani che sono i principali costituenti di una popolazione ben ordinata; ed ecco l’origine della pubblica povertà che, nascendo dalla scarsezza de’ prodotti e delle manifatture, produce un pernicioso languore in tutto il corpo dell’inferma società. Come por rimedio ad un tal male se non facilitando con i maritaggi l’accrescimento delle braccia alienate dalle campagne e dalle arti? E come facilitarlo se non con l’esterminio di tante beatine che tutte sarebbero per diventar madri feconde di numerosa figliolanza? Credetemi, o caro Amico, mi sarei recato a coscienza di gravissima colpa se, dietro a tutte le esposte riflessioni da me seriamente meditate, avessi lasciato correre un disordine sì mostruoso. Grazie alla carità dell’Altissimo lo riparai. Pubblicai l’editto proibitivo delle Pizzochere ed ordinavo di svestire le attuali. Per maggiormente avvalorarlo, implorai l’autorità del Governo, e  (…) fu comunicato al mio editto il valore di legge perpetua con Viceregio Biglietto, ond’è che sono già cinque anni che rimangon libere tante in felicissime prigioniere. Porzion di loro, quelle cioè che volesser restar Vergini nelle paterne lor case, vivon più santamente in abito secolare che non vivan sotto le prime mentite bende consacrando al Signore il lor candore elettivo da libere e non da schiave; e le altre, che formano il maggior numero, fra le quali coloro che forse men si credevano, oggi son mogli e madri, e benedicono quelle mani che impiegarono a sciogliere le lor crudeli catene” G. Iacolino, manoscritto cit., Quaderno V, pp 249 a,b,c

[14] C. Rodriquez, Breve cenno sulla Chiesa liparese, Palermo 1841, p.47.

[15] J. Houel, op.cit.

[16] C. Rodriquez, op. cit., pp.46-47. Oggi di queste tre cisterne è rimasta solo quella della Chiesa del Pozzo che è conglobata nella sacrestia, mentre quelle di fronte al cancello del viale vescovile rimasero fin verso il 1960.

[17] L. Spallanzani, Destinazione Eolie, Lipari 1993, p.380.

[18] C. Rodriquez, op. cit., pag.46.

[19] C. Rodriquez. Breve cenno storico sull’isola di Lipari, Palermo 1841, p.11.Corpus Inscriptionum graecarum, Berolini 1853, p. 683, n. 5757.

[20] J. Houel, op.cit.

[21] ASV. Cass. 456 B. f. 161 v.

[22] Al tempo di  mons. Coppola a Filicudi vi erano due cappellani ( uno a carico della Mensa),  a Salina vi erano sette chiese , una per frazione, con sette cappellani; a Stromboli tre ( S. Vincenzo, S. Bartolomeo e Ginostra) con tre cappellani, una chiesa e un cappellano ad Alicudi. A Panarea vi era una chiesa ma senza cappellano perché la popolazione non poteva mantenerlo.

[23] G. La Rosa, op. cit., vol. I. pag. 303-306.

[24] G- La Rosa. Op.cit., vol. I, pag. 347-348

[25] Idem, pag. 349.

[26] Sarà lo stesso La Rosa a spiegare che per decime prediali si intendono quelle che derivano per i frutti ed i proventi della terra che si producono annualmente ed in ogni stagione indifferentemente da qualsiasi podere sia di campagna che urbano. Esse si distinguono dalle decime personali e da quelle miste. Le personali sono quelle che prima si pagavano con l’ingegno e la fatica delle persone ( commercio, pesca, caccia ecc.).Infine le miste sono quelle che partecipano delle prediali che del lavoro delle persone come la lana, il latte, i parti delle pecore e delle mucche (op. cit. pp.370-371).

[27] Idem, pp. 349-364. Buona parte del materiale dell’Antiquarium di mons. Coppola fu recuperata o acquistata tra il 1878 e il 1879 da James Stevenson che lasciò alla sua morte i reperti al Museo di Glasgow.

[28]  Da una lettera di mons. Coppola. ASV. Cass. 456 B, f. 163 .

[29] Nel 1788 un prete medico che aveva assistito per dieci anni gratuitamente i militari e le loro famiglie scrive al re chiedendo di potere avere un pezzo di terreno a Vulcano dove fare delle sperimentazioni agrarie che se dessero frutto potrebbe aiutarlo a vivere avendo tre sorelle a carico. La lettera di don Giuseppe Cubeta è in Archivio Vescovile di Lipari. Car. Capitolo Cattedrale 1772-1972.

[30] ASV. Cass. 456 B ff. 165v -166.

[31] Registri del Protonotario del Regno, vol. 914, 1783-84, ff.57 e ss. Arch. Di Stato di Palermo, sez. II.

[32] Oggi sede dell’Hotel Meligunis.

[33] Era un edificio ad angolo fra le attuali via Garibaldi e via Umberto I che, divenuto di proprietà dell’Amministrazione comunale, intorno al 1965 fu demolita e ricostruita senza alcun pregio divenendo sede della Pretura ed oggi di alcuni uffici comunali.

[34] G. La Rosa, op. cit., vol.I, pag. 364

[35] G.La Rosa, op. cit., vol.I, pag. 297.

[36] A metà del settecento  a Lipari su sei medici quattro erano sacerdoti. G.Iacolino, Il settecento liparitano, in L: Spallanzani, Destinazione Eolie, op. cit., pag. 429.

[37] G: Iacolino, idem, pag. 436.

[38] P. Manzini, Lazzaro Spallanzani, Gaetano M. Trovatini e l’analisi dell’acqua dell’isola di Vulcano” in “Bollettino Storico Reggiano”, a. XIII, vol. XLIV, 1980, pp 15-26. citato in G.Iacolino, idem, pag.436.

[39] Antica città  nella Cilicia i cui vescovi venivano nominati in partibus infidelium.

[40] L. Von Pastor, Storia dei Papi, Roma, 1955, vol.XVI, parte III, p.97 si veda anche G.Iacolino, manoscritto cit. Quaderno V pp.244-246-

[41] Carlo Santacolomba era nato a Palermo intorno a 1728. Aveva ottenuto la prelatura ordinaria di S.Lucia del Mela  nel 1780 ed il 2 aprile del 1786 era stato consacrato vescovo di Aremuria. Morirà a Lipari il 14 luglio del 1801.

[42] “Ne’ solenni funerali di Marco Trifirò vecchio contadino celebrati da Monsignor vescovo d’Anemuria Carlo Santacolomba. Omelia da lui recitata nella sua regia cattedrale”, Siracusa, 1787.

[43] A.Di Giovanni, La vita e le opere di Giovanni Meli, Firenze 1938, p. 233.

[44] Gli inventari della Chiesa di S. Bartolomeo in contrada Lingua di Salina, della Chiesa di S. Giuseppe in Lipari, e quello complessivo della diocesi in G. Iacolino, manoscritto cit., quaderno V, pp.251-253.

[45] La lettera di fra Giacomantonio da Lipari, guardiano dei Minori Ossservanti rivolta al Vescovo si trova in G.Iacolino, manoscritto cit., Quaderno V, pp.253-254. Questa come una lettera simile del guardiano dei Cappuccini, e gli   inventari della diocesi e delle chiese  in, Archivio Vescovile, Scritture varie e visite date. Miscellanea, vol.9 rispettivamente ai ff.11,22,31 e 7.

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La Rosa e Trovatin

Un vescovo caritatevole e lo scontro su Vulcano

 

A Lipari, la città bassa prende forma

Il settecento in Sicilia prende il via fra repentini cambiamenti politici che rendevano ancora più precario uno scenario fatto di povertà e di guerre  vicine e lontane. Come abbiamo visto nel 1713 gli spagnoli furono sostituiti da Vittorio Amedeo II di Savoia, nel 1720 fu la volta degli austriaci, nel 1735 arrivarono i Borboni che rimasero fino al 1860 quando prima Garibaldi e poi i piemontesi di Vittorio Emanuele II li scacciarono per costituire il Regno d’Italia.

Durante uno di questi passaggi, ai primi di ottobre del 1718, Lipari fu coinvolta in un episodio di guerra. Mentre una flottiglia inglese, venuta in appoggio agli austriaci, percorreva la rotta da Napoli a Messina per dare l’assedio a questa città, i liparesi intercettarono due grosse tartane cariche di vettovaglie  e se ne impossessarono. La cosa non piacque agli inglesi che inviarono un battello con l’ambasciata che o Lipari prestava omaggio all’Arciduca o sarebbe stata bombardata. La risposta fu pronta :”Lipari aveva giurato fedeltà a Filippo V e non avrebbe tradito. Piuttosto avrebbero combattuto”. Gli inglesi cominciarono così a bombardare la città ma i liparesi risposero per le rime. Questo scontro durò poche ore durante le quali mentre i danni subìti dalla città furono minimi e senza morti, le navi inglesi che scortavano la Palandra che bombardava furono costrette ad allontanarsi lasciando questa isolata. Immediatamente i liparesi ,armate delle feluche, corsero verso questo battello per catturarlo. Vista la manovra gli inglesi mandano un lancia per difendere la Palandra, ma anch’essa fu catturata. Mentre i liparesi trainavano i due battelli in porto, le navi nemiche puntarono su di esse e così si dovette abbandonare la Palandra che aveva la poppa fracassata e si faceva fatica a portarsela dietro. Comunque  i liparesi tornarono in porto avendo sequestrato la lancia e fatto prigionieri gli uomini, mentre gli inglesi andarono via scornati avendo perso le bombe ed una lancia con gli uomini a bordo.[1]

Le case sotto le mura del castello disegnata da Luigi Salvatore d'Austria

Lipari intanto, via via che andava diminuendo la paura delle incursione barbaresche, andava espandendosi fuori dalle mura del Castello. Cominciarono gli strati sociali più poveri che non trovavano spazio nella città alta a costruire le loro case, per lo più anguste, di uno o due vani, realizzate con materiale economico e quindi per lo più scadenti, con una piccola cisterna e prive di servizi igienici con pavimenti sconnessi per lo più di semplice battuto,le une accostate alle altre disegnandolo vicoli strettissimi in terra battuta perennemente sporchi e maleodoranti perché vi si vuotava di tutto persino i pitali con le orine e gli escrementi della notte.

La borghesia si trasferisce alla Marina S.Giovanni

Marina corta vista da Veuiller

Poi fu la volta delle famiglie borghesi che cominciarono ad avvertire gli effetti di una globalizzazione crescente dei commerci e delle idee e che, oltre ad un benessere crescente, si traducevano in una evoluzione nei gusti e nelle esigenze. Così  cominciarono a trovare troppo anguste le abitazioni al Castello e non potendole ampliare – introducendovi i servizi igienici e i nuovi spazi di convivialità e di rappresentanza - pensarono di costruire nella città bassa. Soprattutto i commercianti e gli armatori avvertirono la necessità di risiedere nei pressi della marina mentre la nobiltà terriera ed altri borghesi sperimentarono l’importanza di potere disporre, dietro la loro abitazione, di uno spiazzo di terreno da destinare ad orto e a  giardino con un pergolato sotto il quale passeggiare e sostare all’ombra per conversare .

Realizzarono così le loro abitazioni, anche su due piani, nella Marina di San Giovanni proprio di fronte al mare, sul lato destro della salita di S. Giuseppe, lungo il Timparozzo, nella strada di S. Pietro che si chiama oggi via Maurolico, lungo la strada dei Bottài , oggi via Roma, e qualcuna più in su nel vallone Ponte.  Abitazioni – annota Iacolino – dai “caratteristici prospetti ad intonaco colorato, spezzati da bianchi rifasci orizzontali, i sobrii cornicioni correnti alla sommità, i portali ad arco, di pietra, i balconi, anch’essi di pietra, con ringhiere a ‘petto d’oca’ onde consentire alle donne di affacciarsi agevolmente sulla via nonostante indossassero le ingombranti crinoline a campana”[2].

La Marina di San Giovanni che arrivava fin dove oggi c’è il vicolo di Sant’Antonio e l’omonima chiesetta dominava la spianata e il mare, venne ridotta dalle costruzioni delle famiglie La Rosa, De Pasquale, Carnevale.

L’odierno corso Vittorio Emanuele, che si chiamava strada del Pozzo,  era il greto di un torrente su cui si aprivano orti e botteghe di artigiani. Lungo l’attuale Marina lunga che allora si chiamava  Marina San Nicolò, vi erano poche casupole di pescatori con le loro barche tirate a secco dinnanzi, ed in fondo, un po’ distaccata dal resto la chiesetta di San Francesco di Paola che verrà poi rinominata Maria SS.di Porto Salvo con a fianco l’ospedale di San Bartolomeo per soli uomini che aveva voluto il facoltoso commerciante don Bartolomeo Russo morto nel 1712[3]. L’ospedale di S. Bartolomeo sorse intorno al 1730 mentre un altro ospedale, quello dell’Annunciata, era al Castello[4].

Nel 1737 Lipari fu inclusa fra le cento città di Sicilia che ebbero le prime “officine postali” segno che i rapporti di scambio dovevano essere abbastanza rilevanti[5].

Mons. Platamone

Ancora nel terzo decennio del secolo, al vescovo Platamone la  massa dei poveri appariva grande rispetto alle risorse della Mensa vescovile che probabilmente per la lunga vacanza vescovile e per le vicende della “controversia”, mancando un attento e continuo controllo sulla produzione dei campi e della pesca, si era di molto contratta. Tremila scudi, è quanto il vescovo dichiara che aveva riscosso l’anno precedente e desunte tutte le spese dovute rimanevano a disposizione solo 1.685 scudi con i quali doveva fare fronte ai poveri ed allo “stato di bisogno della Chiesa”[6].  Con questi fondi, ma anche con risorse proprie, Platamone doveva rendere agibile la residenza di villeggiatura ospitando anche la curia ed il tribunale ecclesiastico giacchè il Palazzo vescovile vicino alla Cattedrale era “quasi del tutto crollato, a causa della recente guerra di Sicilia, non è in atto abitabile[7]. Oltre alla sopraelevazione del primo piano ricavandone sei vani, egli realizzò un bel vialetto colonnato, ombreggiato da viti che andava verso la via di S. Lucia[8].

Anche vescovo e municipio lasciano il Castello

Così intorno al 1725 il vescovo andrà ad abitare nel palazzo di villeggiatura a Diana[9] mentre il “Tocco”, cioè la sede municipale, dovette allora essere trasferita sul Timparozzo che col tempo fu chiamata strada del Municipio. Sempre dalle relazioni di mons. Platamone riusciamo ad avere anche informazioni sulle altre isole. Certamente la più popolata è Salina che conta ben sei chiese distribuite  a S.Marina, Lingua, Capo dei Fichi, Malfa, Pollara e Val di Chiesa. Anzi è la prima volta che nella relazione di un vescovo si parla del “miracolo”[10] . Delle altre isole si parla solo della chiesa di S. Stefano a Filicudi e di quella di S.Pietro a Panarea; ma  nel 1730 sorgerà la chiesa di S. Vincenzo a Stromboli.

S. Marina con la sua chiesa che svetta sulla cittadina.

Nelle nuove abitazioni, soprattutto della nobiltà terriera ma non solo, non era difficile trovare una stanza dedicata a cappella giacchè , in queste famiglie, vi era sempre un ecclesiastico come non mancavano una o due figlie che prendevano il velo in privato. Soprattutto per le donne, le cosiddette “monache di casa”, la ragione era quella di evitare la frantumazione della proprietà mantenendola concentrata in una ristretta cerchia di eredi, per i maschi che intraprendevano la carriera ecclesiastica vi era anche – in particolare nella borghesia che aspirava ad entrare nel giro dei “gentiluomini” – la propensione ad una promozione sociale per sé e per la propria famiglia.

Numerosi erano divenuti gli ecclesiastici che vivevano nelle  Eolie: 95 sacerdoti, 8 diaconi, 5 suddiaconi, 5 accoliti e due lettori. Venti - venticinque erano i frati che risiedevano nei due conventi dei Minori e dei Cappuccini [11]. Ma per la maggior parte si trattava di un clero culturalmente povero tanto che il vescovo dovette fare venire da fuori il suo vicario generale. E questo anche perché , durante il tempo della “controversia”, nel Seminario delle lettere le lezioni non si tennero più con continuità ed alcune cattedre, come quelle di filosofia e teologia, rimasero vacanti. Per rimediare il vescovo obbligò tutto il clero a frequentare corsi tenuti da un suo confratello domenicano.

Comunque nel 1754 il vescovo De Francisco annota che i preti della Cattedrale e di San Giuseppe attendono scrupolosamente ai loro doveri “come pure anche gli altri Cappellani nelle Isole, dove risiedono, impartiscono con buon esito i rudimenti della Fede ai fanciulli”[12].

La paura della peste e la contesa su Vulcano

Nel giugno del 1739 una grande allarme si diffuse per le isole. Si era saputo che nei Balcani si erano verificati casi di peste e siccome le isole erano territorio aperto, sul transito di tante barche e vascelli, appena si seppe di questo pericolo subito la fibrillazione salì alle stelle. Già vi era stato un allarme ed una mobilitazione nel 1720 quando si era parlato di casi di contagio a Marsiglia, ora il problema si ripresentava. I giurati subito si mobilitarono e con i deputati di sanità tennero un pubblico consiglio. All’ordine del giorno le precauzioni da prendere negli scali delle isole. E come diciannove anni prima si decise di fare presidiare notte e giorno tutti gli scali dalla gente delle isole, dando loro le stesse istruzioni di allora.

Il governatore fu però di diverso avviso. D’accordo sul presidio notte e giorno ma in tutte le isole si dovevano mandare gente di Lipari, probabilmente perché ritenuta più affidabile. Incurante delle proteste dei giurati che reclamavano che non si potevano ignorare le risoluzioni ufficialmente già adottate, il governatore ordinò subito al Capitano dei quartieri delle milizie urbane di recarsi a Salina con 20 uomini da collocare nei vari scali, all’alfiere delle stesse milizie  di prendere altri dieci liparesi e di recarsi a Stromboli ed al governatore del porto di Lipari di individuare altre 30 persone per gli scali dell’isola principale. Naturalmente tutte queste persone che erano comandate non erano militari ma gente del popolo che aveva un lavoro a cui accudire e tutti si lamentarono con i giurati perché queste decisioni recavano loro un grave danno visto, per di più, che non si sapeva quanto tempo sarebbe durata la mobilitazione.

Così i giurati si appellarono al viceré ed il viceré diede loro ragione affermando che fossero essi investiti dei più ampi poteri per l’emergenza predisponendo le guardie per le isole, procedendo alle ispezioni sanitarie a bordo dei bastimenti in arrivo, ordinando le opportune quarantene per gli equipaggi e quant’altro occorresse con l’obbligo di coinvolgere il vescovo nelle decisioni “per maggior accerto della comun salute[13]”.

Per fortuna il contagio non raggiunse le isole ma lo stato di allarme durò a lungo, almeno sei mesi. La paura della peste però non abbandonò le Eolie. Solo quattro anni dopo, nel 1743 essa esplose a Messina e in 3-4 mesi si contarono ben 40 mila vittime. Si mise in atto uno stretto cordone di vigilanza intorno alla città e si impedì che il contagio si propagasse nel circondario. Probabilmente misure di sicurezza scattarono nuovamente nelle Eolie ma per quello che se ne sa anche le isole non furono immuni dall’infezione di questo male anche se probabilmente in misura non allarmante.  A Val di Chiesa ( Salina) vi è infatti una lapide che ricorda questo evento[14]

Difficilmente il vescovo partecipò con i giurati alla valutazione dei provvedimenti sanitari da prendere come voleva il viceré perché proprio in quel tempo era scoppiata una controversia fra i giurati ed il presule a proposito delle competenze di giurisdizione nel concedere autorizzazioni o proibire l’estrazione dello zolfo e dell’allume. Si ripeteva cioè quanto era accaduto al tempo del vescovo Ventimiglia, solo che, questa volta, furono i giurati a compiere il primo passo.

Huel, Vulcano visto da Lipari

Si sapeva che di notte, di nascosto della gente di Lipari senza lavoro e per cercare di racimolare qualche soldo si recava a Vulcano dove, scavando, raccoglieva zolfo e allume che poi vendeva a forestieri. Protestarono di questo fatto i benestanti di Lipari proprietari di terre sostenendo che le esalazioni di questi scavi danneggiava i loro campi e le loro culture e chiesero ai giurati di intervenire. Il vescovo si sentì toccato nelle sue prerogative e prevenendo i civici amministratori emise lui l’ordinanza di divieto. Scoppiò un forte dissidio e  i giurati ricorsero al viceré. La sentenza del Tribunale del Patrimonio fu molto dura per il vescovo. Richiamandosi a quanto accaduto al vescovo Ventimiglia sentenziò che l’isola di Vulcano, come le altre isole dell’Arcipelago eoliano erano di pertinenza del dominio del re, per cui il vescovo era invitato a revocare subito il suo editto[15].

Un vescovo caritatevole

Il vescovo se la prese e quando si accorse che i giurati avevano rinnovato il panno rosso del loro scranno in Cattedrale avendolo realizzato “di scelto damasco con un suo guarnimento all’intorno di una frinzettina d’oro e seta” andò su tutte le furie.

Troppo superbo, lo bollò, e più eccellente, e ricco del suo baldacchino Vescovile”. Il vescovo proibì che si collocasse questo drappo in Cattedrale e la questione fu portata a Palermo dove si discusse per oltre un anno. Alla fine mons. Beamonte, prevedendo che il risultato della sentenza non gli sarebbe stato favorevole, desistette dal suo divieto e la controversia si compose[16].

Questi episodi potrebbero fornire una immagine errata di questo vescovo che invece ci viene tramandato come fortemente caritatevole verso i poveri della diocesi, “eccedendo le sue elemosine oltremisura, né vi era mai bastante denaro, che potean dare le  entrate annuali di sua Azienda vescovile, per saziare le calde brame della sua carità” . Proprio per questa sua prodigalità gli amministratori della Mensa dovettero tagliargli i fondi e gli impedirono di ingerirsi nella gestione finanziaria. Così per fare beneficenza egli ricorreva a vari sotterfugi.

Quando rimaneva senza denari e non riusciva a corrispondere alla richieste di un povero, si rinchiudeva nel suo ufficio si toglieva la tonaca del suo ordine e si liberava dei vestiti che portava di sotto quindi si rimetteva la tonaca sulla biancheria intima mentre i vestiti li consegnava al poveretto dicendo “ Pigliate queste vestimenta, andate a venderle e servitevene per i vostri bisogni, mentre io non tengo denaro pronto per soccorrervi, ma guardate di farvi vedere con queste robbe dai miei familiari, ne dite cosa a nessuno che l’avete ricevute da me”. Il prelato rimaneva così per diversi giorni senza abiti sotto la tonaca fino a che non veniva scoperto dai suoi familiari che provvedevano a rifornirlo di nuovi vestiti.

Altre volte arrivò di notte tempo, a segno di gettare dà balconi del suo appaltamento, che corrispondevano in strada, li matarazzi dove egli soleva dormire dandoli a qualche povera donna, che li ricorreva per bisogno di non poter maritare qualche figlia per mancanza di matarazzi. Onde la mattina poi veniva trovato dà suoi familiari coricato sopra le nude tavole del letto; e bisognava provederlo di nuovi matarazzi”[17].

Comunque al di là della carità spicciola un segno importante sul piano sociale il Beamonte riuscì a dare agli eoliani, infatti, riuscì a dare vita a quello che era stato il sogno di mons. Arata e di altri vescovi: la creazione di un Monte di Pietà che potesse finanziare le attività economiche del popolo ed in particolare i contadini ed i pescatori[18].

Vulcano non si tocca

I terreni ed i giacimenti di Vulcano che erano stati oggetto di contesa al tempo di Ventimiglia e di Beamonte, tornarono a creare problemi al successore di questi, mons. Francesco Maria Miceli[19]. Anche Miceli si chiese come si poteva venire incontro alla massa dei poveri che viveva a Lipari. I terreni a Lipari e Salina erano tutti occupati e coltivati, delle altre isole minori – Filicudi, Alicudi, Panarea e Stromboli – diceva che “non sono altro che montagne scoscese protette da dirupi inaccessibili; non abbondano di comodità, né sono fertili di granaglie; in esse molti conducono una vita stentata[20] . Così puntò gli occhi su Vulcano e andò di persona a vedere che cosa era possibile fare e si convinse che buona parte di essa poteva essere coltivata.

Reso edotto dei problemi che avevano bloccato i suoi predecessori pensò che fosse prudente coinvolgere nell’iniziativa i maggior enti dell’isola e così, nei primi mesi del 1748, ne parlò col governatore e i giurati. Li trovò d’accordo tutti tranne un giurato, Giacomo Bonanno ma probabilmente si pensò che prima o poi anche lui si sarebbe convinto e così fu dato il via all’operazione mandando i contadini a “dar principio allo scampamento”.

Invece il Bonanno – che, per disposizione governativa, aveva il compito di badare a che non si producessero zolfo e allume nell’isola di Vulcano[21] - non si convinse ma riuscì a portare dalla sua altri liparesi che non volevano che la lottizzazione compromettesse l’antico diritto di pascere e di legnare e ricorsero al viceré[22].

E il 10 maggio arrivò la risposta , direttamente al vescovo, che era decisamente negativa. L’idea di mandare gente a Vulcano a zappare e seminare le terre era di impedimento a chi voleva andarvi per pascolare o per fare legna, ma era anche di grave pregiudizio “alla reale giurisdizione di S. Maestà, a cui unicamente appartiene  detta isola, ne  già mai si potea un tal permesso di scampare e seminare dette terre accordare né dalli riferiti Giurati”. Il vescovo viene diffidato dal compiere qualsiasi passo in quella direzione, “ne ingerivi per l’avvenire in cosa alcuna, attinente a detta isola di Vulcano[23]”.

Nessuno disse allora che lo “jus pascendi” e lo “jus legnandi” consistevano in una aggressione selvaggia al manto boschivo dell’isola che nel giro di qualche decennio lo distruggerà irrimediabilmente.

Si costruisce l'Immacolata

La Chiesa dell'Immacolata

E’ nel periodo in cui mons. Miceli regge la diocesi che si realizza la costruzione di quel gioiello che è la chiesa dell’Immacolata al Castello ad opera della confraternita che portava questo nome. La confraternita si riuniva in una chiesina che si trovava assieme ad altre due piccole cappelle nel sito dove ora sorge l’Addolorata. Quando fu realizzata l’Addolorata le cappelle vennero incorporate e scomparvero e la confraternita fece capo ad una chiesetta, all’entrata del Castello, subito dopo il corpo di guardia che era detta della Concezioncella ma che tutti chiamavano di S. Caterina. Ora erano trascorsi cento anni da quando era stata restaurata, vi pioveva dentro e spesso dal soffitto si staccavano dei calcinacci. Per questo la confraternita ,che vantava un patrimonio ragguardevole, chiese al vescovo di potere realizzare una sua chiesa, grande e spaziosa, nel terreno fra la Cattedrale e la chiesa dell’Addolorata dove vi erano vecchie casupole che si erano liberate perché chi vi viveva era andato ad abitare nella città bassa.

Vi era anche un’altra ragione non dichiarata per cui la confraternita desiderava costruire una bella e grande chiesa al Castello e questa stava nella competizione che si era venuta sviluppando fra confraternita dell’Addolorata e confraternita dell’Immacolata.. La prima infatti raccoglieva la nobiltà terriera sempre più insofferente verso il diritto del vescovo di riscuotere censi e decime e gli ufficiali del presidio militare che nel tempo avevano avuto spesso degli attriti con il vescovo ed avevano fatto della confraternita e della chiesa un centro autonomo di culto posta sotto il Regio Patronato per cui il rettore non veniva nominato dal vescovo ma da Palermo; nella seconda confraternita confluivano invece la borghesia agiata formata da padroni di barche, mercanti, bottegai ed artigiani ed erano devotissimi al vescovo.

La richiesta di autorizzazione al vescovo è della fine di dicembre del 1746 e nell’arco di pochi giorni mons. Miceli ordina che si proceda allo studio della questione con gli esperti, esamina le relazioni  e rilascia il suo benestare. Occorsero sette anni per realizzare l'opera e nel 1754  la chiesa, benchè non rifinita in ogni sua parte, venne aperta al culto[24].

La colonizzazione di Ustica e le difficoltà economiche

Si è detto come via via che ci si inoltra i questo secolo i segni di benessere e le esigenze di qualità della vita vanno crescendo nelle due classi benestanti dell’isola: la nobiltà terriera e la borghesia mercantile. Questo a fronte di una condizione della grande maggioranza della popolazione che doveva faticare per vivere. Eppure non è corretto descrivere la situazione sociale delle Eolie come fortemente polarizzata: i benestanti da una parte i poveri e gli emarginati dall’altra. Fra la gente che ogni giorno doveva porsi il problema della sopravvivenza propria e della famiglia vi era indubbiamente chi, come i contadini, i pescatori proprietari di una piccola barca e gli artigiani, che avevano un mestiere che in qualche modo – a meno di disgrazie improvvise -  rappresentava una garanzia per l’esistenza; vi era invece chi e forse erano la maggioranza viveva nella precarietà andando a giornata a lavorare nei campi o offrendosi sempre a giornata nei lavori servili, facendo il facchino o lo sguattero, arrangiandosi a raccogliere pomice, legna da ardere, vendendo i pochi pesci che riusciva a pescare, ecc.; ed infine c’era anche chi non poteva contare sulla proprie braccia e viveva praticamente solo di elemosina. Può stupire che i tentativi di vescovi come Ventimiglia e Beamonte di valorizzare le terre o i giacimenti di Vulcano per cercare di offrire lavoro a chi a Lipari non ne aveva, vengono contrastati in nome proprio dei “poveri mendichi, i quali con l’uso quotidiano di far legni secchi si procacciano il miserabile vitto”[25]. Ed è questo che convince come alla base di questa opposizione non ci sia un intento sociale ma piuttosto l’egoistica posizione di chi vuole garantirsi un mercato di braccia a basso costo.

E che questo problema esista lo dimostra l’esodo per popolare Ustica che si verificò fra il 1762 ed il 1764. Il 4 aprile del 1759 il re Carlo di Borbone autorizzava la colonizzazione dell’isola ed agli immigrati venivano promesse due salme di terra  - circa 5 ettari - per ogni famiglia di 5 individui e l’esenzione delle imposte per 10 anni. L’idea di avere un proprio pezzo di terra fu il motivo che convinse una sessantina di capi famiglia eoliani – di Salina e Filicudi in particolar modo – a salpare – nel 1762  probabilmente  nel mese di giugno - con quattro barche dette “paranzelle” rifornite di commestibili e piccoli cannoni “senza che si fosse ancora provvisto a quanto il Tribunale di Commercio stabilito aveva per la difesa dell’isola e per il comodo dei nuovi coloni”[26]. Tutto andò bene nel viaggio e giunti all’isola subito i nuovi immigrati cominciarono a costruire baracche per ripararsi e probabilmente provvidero a fare arrivare anche altri membri delle proprie famiglie. Ma dopo qualche tempo si fanno vivi i pirati turchi che i liparesi però riescono a respingere decimandoli. Purtroppo nella notte dell’8 dicembre i pirati ritornano con cinque galere ed ebbero ragione dei nuovi coloni: le baracche furono bruciate, molti furono uccisi, settanta furono portati via come schiavi e solo pochi riuscirono a nascondersi su una barca e, non visti, giunsero a Palermo. Dopo che a Ustica furono fatte le fortificazioni, si organizzò una nuova spedizione, quasi tutta di eoliani, questa volta di 85 famiglie per circa 399 persone, marinai e contadini, nell’ottobre del 1763, portando con loro pecore, asini, buoi, vanghe zappe e rastelli, arnesi per pescare, masserizie d’ogni sorta, commestibili e vestiti[27].

Si trattò indubbiamente di un viaggio della speranza come quello che decenni dopo, altri eoliani affrontarono verso l’America. Un viaggio dettato dalla precarietà della situazione e dalle condizioni di vita difficili. Tanto difficili, da fare accettare i disagi di una destinazione disabitata e selvaggia. con la difficoltà aggiuntiva di dover superare la paura per nuovi attacchi dei pirati.

Certo i pirati non erano una novità per i liparesi ed anche a Lipari avevano, come abbiamo visto, spesso a che fare con loro anche se negli ultimi decenni sempre meno. E qualche volta, spinti dalla necessità, anche i liparesi dovettero ricorrere alla forza ed all’epediente della pirateria per cercare di procurarsi il necessario per vivere.

L'isola di Ustica vista dall'aereo

Quegli anni, in cui emigrarono per Ustica un buon numero di eoliani ed altri si apprestavano a partire, la carestia imperversava in tutto il regno ed in Europa e frequentemente giungevano notizie di gente, che nelle città, moriva di fame. Per fortuna non era questa la situazione delle isole dove se non si arrivava col lavoro a provvedere a tutti ci pensava la carità del vescovato. Ma comunque non era una situazione facile per cui, quando in un giorno di forte tempesta, una grossa nave carica di frumento proveniente da levante e diretta a Palermo, entrò nel porto per ripararsi ed attraccò al molo subito i deputati della sanità, alcuni magistrati e lo stesso vescovo si recarono dal capitano pregandolo di sbarcare una parte di grano perché la popolazione ne aveva bisogno. Ma il capitano non voleva saperne e a nulla valse nemmeno il fatto che il vescovo gli si mettesse dinnanzi in ginocchio scongiurandolo con pianti e preghiere. Ad un certo punto, visto tutto inutile i soldati della guarnigione si disposero sulla banchina con i fucili puntati mentre altre imbarcazioni impedivano alla nave di prendere il largo. Vedendosi imprigionato il capitano “ fu costretto a dare forzosamente il frumento che con preghiere non aveva voluto cedere[28]”.



[1] G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale di Lipari, manoscritto cit., Quaderno  IIIA, pp. 138 a,b,c. da un foglio a stampa  il cui originale è conservato presso la Biblioteca Ursino di Catania ed intitolato” Distinta relazione dell’attentato de’ Vascelli Inglesi contro la Città di Lipari, e del Fedele, Magnanimo,  e Vittorioso Operato di quei Cittadini nella lor difesa”, Palermo 1718.

[2] G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale.., manoscritto cit.,  Quaderno IV, pag. 171.

[3] Queste notizie sulla nuova topografia di Lipari sono tratte dal saggio di G.Iacolino, Il settecento liparitano, in L. Spallanzani, Destinazione Eolie, Lipari, 1993, pp 407-453.

[4]Qui c’è un ospedale di cui non ci pesa tenere l’amministrazione. Raramente vi si ricoverano degli infermi, sebbene esso non difetti di tutto il necessario per la salute dell’anima e del corpo”, così scriveva nel 1722 il vescovo Platamone alla S.Sede, per cui giudicava inutile un secondo ospedale e avrebbe preferito devolvere il lascito di Russo alla costruzione di un Seminario.(ASV, Cass. 456 B f.36v e 33v). Ma malgrado il Platamone chiedesse l’autorizzazione per effettuare questo storno dopo qualche anno l’ospedale di S.Bartolomeo si realizzò. Comunque si cercarono di differenziare i due nosocomi indirizzando quello di Marina S.Nicolò per malati forestieri, di sesso maschile che soffrissero di febbre persistente e quindi con possibili malattie endemiche. In seguito fu destinato ad ospizio per soldati veterani poveri e soli. Infine tornerà ad essere adibito a nosocomio generico per uomini e donne e tale  resterà per tutto l’ottocento circa. (G.Iacolino, manoscritto cit. Quaderno III A pag. 146 e). Nel 1755 il vescovo De Francisco dava però un ritratto della situazione sanitaria preoccupante: il vecchio ospedaletto dell’Annunciata era cadente e inagibile e l’ospedale San Bartolomeo non accettava altri degenti se non fossero “malati di febbre”.( G. Iacolino,manoscritto cit. Quaderno IV, pag. 106 a2.

[5] G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale di Lipari, manoscritto,  Quaderno IV, pp. 162- 162 a.

[6] Relazione ad Limina del 15 marzo 1723, ASV, Cass. 456 B, ff.31v-32.

[7] ASV. Cass. 456 B, f. 31v.

[8] Secondo lo spirito del settecento il vescovo amava la convivialità sposata con conversazioni erudite come appare da questa pagina di G.La Rosa:”Voleva il Prelato che ogni giorno i Gentil’Uomini, li Sacerdoti cospicui nel decoro e Canonici del suo Capitolo avessero frequentato la loro conversazione nel suo palazzo Vescovale e nel suo appaltamento ove s’intratteneva a circolo con tuti piacevolmente, senza perdere la sua naturale sostenutezza, discorrendo di cose erudite; e si significavano le notizie che percorrevano dell’affari del gran Mondo e delle guerre d’Europa. Volendo uscirer a fare qualche caminata per esèlo e divertimento, era associato col séquito di tutta la Conversazione…; intratteneva al pranzo della sua tavola, quasi ogni giorno, quattro sogetti, cioè due Ecclesiastici e due Gentil’Uomini, che invitava a circolo, di quei che frequentavano la sua Conversazione, e nelle giornate solenni dava pasti molto esquisiti con invito di moti Canonici e Gentil’Uomini principali della Città”(op.cit. vol. I, pp.269-270). Questi modi cordiali e conviviali non evitavano che qualche volta il vescovo assumesse delle posizioni estreme nei confronti di chi lo contrariava o non gli pareva sufficientemente raffinato. Un esempio del primo tipo l’abbiamo già verificato quando si scontrò con il canonico Diego Hurtado e stava facendo riesplodere una nuova controversia liparitana. Un esempio del secondo tipo ce lo fornisce Giuseppe Iacolino ( La chiesa cattedrale di Lipari, manoscritto, cit. Quaderno IIIA, pag. 152) e riguarda un suo servente di Bronte, Ignazio Capizzi,  che nel 1726 venne a Lipari a lavorare nella casa del vescovo e contemporaneamente voleva studiare per diventare prete. Era un giovane che si applicava negli studi e qui a Lipari imparò latino, filosofia, teologia ma, malgrado questo non riusciva a superare –come riconoscerà lui stesso - una “natural ruvidezza, rusticità e tratto villano” che non si conciliavano con la raffinatezza del Platamone che lo apostrofava dandogli del villano e chiamandolo “testa d’asino”. Per questo nel 1731 lo licenziò. Il poveretto accettò di fare lo sguattero  presso l’ospedale di Palermo  ma continuò a studiare e divenne medico nel 1734 e prete nel 1737. Si distinse per la sua cultura e la sua carità e Pio IX lo definì nel 1858 il S.Filippo Neri della Sicilia avviando il processo per la canonizzazione. Mons. Platamone morirà il 12 febbraio 1733 all’età di 66 anni.

[9] Ma non sarà una scelta stabile perché il suo successore, mon. Beamonte, quando nel settembre del 1736 prese possesso – a tre anni dalla nomina – della diocesi – tornò ad abitare al Castello anche se il palazzo era malandato.

[10] Descrivendo la Chiesa il vescovo arriva a parlare della cappella che contiene il quadro della Beata Vergine Maria. “Circa questa Cappella si tramanda che accadde un fatto straordinario. Si racconta che un abitante, di nome Alfonso Mercorella, mentre tagliava alberi per dare spazio alla coltivazione, nel fitto del bosco udì con suo gran stupore il suono di una campana. Direttosi, benché intimorito, verso quel richiamo, in un tempietto diruto e coperto di rovi e sterpaglie vide, con la guida della campana che Ella teneva in mano, l’immagine della Beata Maria sempre Vergine. Questo fatto infiammò soprattutto gli abitanti alla devozione della Beata Maria Vergine, e in quel luogo poi fu eretta per venerazione la Chiesa di cui qui si parla.”( Visita Pastorale di mons. P.V. Platamone del 1722, in Archivio Vescovile di Lipari ff. 22-22v)

[11] L’elenco di tutti gli ecclesiastici si trova nell’Archivio Vescovile di Lipari nella cartella “Visita Pastorale di mons. V.P. Platamone del 1722, primi f.f. non numerati).

[12] ASV, Cass. 456 B, f. 94. In questa epoca tutte le isole dovevano avere una loro chiesa ed un loro cappellano.

[13] Libro delle Corrie, foglio 226.

[14]In perpetuam saevissimae pestis memoriam / anni 1743/ sodalitas nativitatis B.V. / Mariae/ novum hoc monumentum posuit”in G. Iacolino, manoscritto cit.,  Quaderno IV, pag. 169 ( nota a margine in rosso).

[15] G.La Rosa, op.cit., vol I, pp. 276-277

[16] Purtroppo di queste controversie ne risentì il fisico del vescovo che si ammalò e gli fu consigliato di andare a Palermo dove probabilmente l’aria natia gli avrebbe giovato. Ma ormai il suo fisico era minato ed il  19 luglio del 1742 spirò.

[17] G. La Rosa, op.cit., vol. I , pp. 274-276.

[18] C.Eubel, Hierachia Catholica etc, vol.VI, Padova 1958, p.263, in nota:

[19] Mons. Francesco Maria Miceli, messinese, fu nominato vescovo di Lipari l’11 marzo 1743 a 65 anni di età. Ma siccome a Messina c’era la peste e la città era isolata, poté prendere possesso della diocesi solo negli ultimi mesi del 1744. e morì il 2 gennaio del 1753.

[20] ASV, Cass. 456 B, f. 82v.

[21] G.A.M.Arena, L’economia delle isole Eolie dal 1544 al 1951, op.cit. pag. 29 nota 77. v. anche Genuardi, Siciliano, Scaduto e Garufi, “Il dominio del Vescovo nei terreni pomici feri dell’isola di Lipari” Acireale 1912.

[22] Il procuratore del vescovo nel processo sostenne che il giurato Bonanno, definito “torbido ed insolente” aveva concesso a tale Francesco Berrio un “pezzo di terra” nell’isola di Vulcano e costui aveva fatto “scampare detto pezzo di terra di detta isola”, seminandovi orzo. 

[23] G. La Rosa, op. cit. vol. I pp 282-283. Comunque la sentenza del tribunale che giunse un anno dopo (Archivio di Stato di Palermo, Corte del Tribunale del Real Patriomio, anno 1749 v. G.A.M. Arena, op. cit. pp29-30) fu meno drastica: essa  riconobbe l’isola di Vulcano e le altre isole dell’arcipelago di pertinenza della Mensa vescovile unicamente sulla base dei documenti esibitigli dal vescovo, peraltro non contestati dai giurati; lasciò all’Università la possibilità di opporsi alla contribuzione di censi e decime, cioè la possibilità di dimostrare che le isole non erano di proprietà della Mensa vescovile. Concretamente a Vulcano non si poteva fabbricare zolfo ( e quindi il Bonanno doveva continuare a sovrintendere che questo non avvenisse) mentre doveva continuare ad essere permesso ai singoli di raccogliere legna e quindi praticamente il terreno non poteva essere dissodato e coltivato.

[24] Gradatamente si fecero  eseguire le tele dipinte e le statue e, infine, intorno al 1790-92, giunsero i marmi della balaustra, dell'altare maggiore e del pavimento.  Nell'aula centrale, vicino al coro, i membri della confraternita si fecero scavare l'ipogeo per le loro sepolture. L'organo, della fabbrica Mancini, fu collocato in cantoria nel 1792.

Comunque nel 1755 il fatto che non si sia riusciti a realizzare anche le rifiniture sembra dovuta a due problemi convergenti. La prima : “la mala cautela avuto nel concerto dell’opera marmorea tra i Rettori della Congregazione dell’Immacolata  con Mastro Santo d’Antoni e Mastro Pietro Muscarella”; la seconda: “sebbene li suddetti già decaduti Rettori con efimeri pretesti non intendessero rilasciare sudetta amministrazione, forse per essere scoverti di quelle positive mancanze”(Archivio Vescovile, Visite delle Chiese fatte da mons. Bon. Attanasio, 1851- 1859, ff. 439-440).Sul fatto che nel 1754 la chiesa venne aperta al culto esistono dei dubbi giacchè nel 1755 il vescovo Gerolamo Giovanni De Francisco -  palermitano, dell’ordine dei Dominicani, eletto vescovo il 9 aprile del 1753 – in uno scritto alla S.Sede dice che, dentro le mura della città, oltre a quattro grandi chiese (la Cattedrale, la Concezioncella, delle Grazie  e della Purificazione o S. Maria delli Bianchi), si “ha inoltre un’altra Chiesa , incominciata, sotto il medesimo titolo della Concezione, che per la sua imponenza e per la scarsezza dei suoi proventi sino ad ora non è stata portata a compimento.” in ASV, Cass. 456 B, f. 92 v..

[25] Dalla comparsa del Giurato Giacomo Bonanno in G.A.M. Arena, op. cit., pag.30 in nota.

[26] G: Tranchina, L’isola di Ustica, Palermo 1982, pag. 26.

[27] Più tardi sembra che altri eoliani siano partiti per Ustica e Arena dice che in totale si trattò di seicento persone. Iacolino da una cifra superiore.

[28] G.Iacolino, manoscritto cit. Quaderno IV pag. 186 a 5. Questi come altri episodi Iacolino li ha ricavati da un manoscritto, anonimo, di proprietà della famiglia del dott. Luigi Mancuso . Il manoscritto per la prima parte ripropone l’opera del Campis ed invece nella seconda parte contiene una documentazione originale.

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Mons. Platamone

I vescovi alle prese con i problemi sociali

 

Riesplodono i conflitti sopìti

Vulcano con i suoi fenomeni geologici: le fumarole e il mare che bolle.

Potrebbe sembrare che quelli di mons. Castillo e mons. Ventimiglia siano due episcopati tranquilli, privi di conflitti, sia per mancanza di contenzioso, sia per capacità e prudenza dei presuli. Eppure nel periodo di mons. Castillo per quanto breve e fortemente caratterizzato dal terremoto, qualche problema di giurisdizione con i giurati si era pure presentato per la proibizione di “vendere le cose commestibili innanti alla chiesa cathedrali in tempo che si celebra la messa cantata” e soprattutto circa la competenza di dare permessi per raccogliere legna – jus lignandi – e pascolare – jus pascendi – nell’isola di Vulcano che il vescovo riteneva fosse sua giacché del vescovo era la potestà sull’isola mentre i giurati la rivendicavano asserendo che l’isola era nel dominio del re.  Problemi che si erano sorti quando il 26 febbraio ed il 9 marzo del 1693 il vescovo aveva emesso gli editti. Così i giurati erano ricorsi al vicerè che li aveva affidati al Real Patrimonio.  La sentenza di questo Tribunale del 3 novembre 1693 lodava il vescovo per avere difeso il “decoro divino” mentre per lo jus lignandi e jus pascendi affermava che non potevano regolarlo né il vescovo né i giurati ma che dovesse – a determinate condizioni – rimanere libero[1].

Al verdetto di Tribunale di Palermo mons. Castillo non replica non sappiamo se perché gliene fosse mancato il tempo o perché avesse ritenuto che non valeva la pena aprire un conflitto per una cosa di scarsa rilevanza.

Quanto a mons. Ventimiglia abbiamo visto come è lui steso a toglier l’occasione quando sorge un conflitto sull’industrializzazione di Vulcano.

Ma una vicenda insidiosa è quella provocata dall’arcivescovo di Messina mons. Giuseppe Migliaccio che ha l’obiettivo di mettere in cattiva luce mons. Ventimiglia alla corte di Spagna. Il Migliaccio scrive una lettera al re dove accusa il Ventimiglia di volersi abusivamente affrancare dalla suffraganeità a Messina e di essere un perturbatore della Regia Giurisdizione perché costringeva gli appellanti di Lipari  a rivolgersi alla curia romana come se la diocesi di Lipari fosse esente dalla Giurisdizione di Messina e soggetta immediatamente alla S. Sede.

Questa lettera doveva essere del settembre del 1699 ma mons. Ventimiglia ne viene a conoscenza solo dopo la Pasqua del  1700 quando finalmente riesce ad andar a Palermo ad incontrare il viceré che gli aveva chiesto un colloquio già dall’autunno precedente. Non è difficile per il Ventimiglia discolparsi: l’arcivescovo di Messina non aveva mai convocato nessun sinodo al quale sarebbe dovuto intervenire il vescovo di Lipari e nessun liparese aveva mai fatto appello alla curia di Messina perché a Lipari tutti conoscevano la bolla di Urbano VIII che esentava la loro diocesi in perpetuo da ogni Giudice Metropolitano. E qui il vescovo ricordò la vicenda di mons. Arata, suo predecessore.

Questa vicenda si concludeva qui perché il vicerè rispondeva al re che “l’Arcivescovo senza ragione alcuna andava seminando zizzania tra il Papa e il Re, giacché spetta al Romano Pontefice dare leggi ai Metropolitani e ai Suffraganei, e far sottostare questi ultimi ed esimerli da qualsivoglia giurisdizione, come è avvenuto per la Chiesa di Lipari nei confronti di quella  Messinese, mentre i diritti del Re, che sono di altra natura, restano salvi”.

Ventimiglia assicurava la S. Sede che la grave offesa arrecatagli l’avrebbe ignorata in nome della carità cristiana ma sarebbe stato bene che, per evitare in futuro questioni di questo genere magari con un diverso vicerè meno comprensivo, si intervenisse per chiarire la vicenda. Inoltre ogni anno alla vigilia dell’Assunta l’arcivescovo chiama all’appello il vescovo di Lipari e mancando questo, gli applica una multa. Si potrebbe chiedergli – suggerisce mons. Ventimiglia – sulla base di qual diritto egli si comporta in questo modo e, sulla base della sua risposta “si potrebbero adottare una volta per tutti gli opportuni rimedi[2]”.

Ben più grave è invece quanto accade nel 1709. Nel 1700 era morto il re di Spagna Carlo II d’Asburgo che non aveva eredi. Il trono se lo contesero il re di Francia Luigi XIV in favore del nipote Filippo e l’imperatore d’Austria  Leopoldo I in nome del figlio Carlo. Il trono andò a Filippo che fu chiamato Filippo V ma scoppiò una guerra fra la Spagna da una parte e l’impero asburgico, l’Inghilterra, l’Olanda e il Piemonte di Vittorio Amedeo II  dall’altra. Nel 1709 gli austro-inglesi avevano occupato il milanese, la Sardegna , il napoletano e la Calabria  e puntavano alla Sicilia.

  Filippo V e la sua famiglia

Il rigore verso gli amici dell'Austria

La Sicilia gravata da una pressione fiscale atroce e stremata dalla fame, fu invasa da soldataglie franco-spagnole con lo scopo di presidiare le piazzeforti temendo attacchi nemici. Anche Lipari ebbe le sue guarnigioni franco-spagnole che occuparono case e chiese al Castello, deturparono la Cattedrale e si comportavano con arroganza.

Il governo di Palermo era diventato estremamente diffidente  e puniva con grande rigore tutti quelli su cui cadeva il sospetto che parteggiassero per l’Austria[3]. E siccome si sapevano i rapporti che il Ventimiglia manteneva con Vienna e probabilmente anche il fatto che nutriva simpatia per una amministrazione che promuoveva le riforme e lo sviluppo economico dei territori che gli erano soggetti, qualche nobile o borghese che, nella sua miopia,  non aveva dimenticato la vicenda di Vulcano pensò che era venuto il momento di prendersi una rivincita. Partì quindi l’accusa che il vescovo trattava col generale delle forze austriache in Calabria.  Così la sera del 10 settembre arrivò a Lipari una feluca con un capitano e venti soldati che alle tre della notte ( le 21 attuali) circondarono il Palazzo vescovile. Il capitano fece irruzione nel gabinetto del vescovo, gli intimò l’abbandono entro 24 ore dell’isola e del regno di Sicilia e sequestrò tutte le carte.

Mons. Ventimiglia non si scompose ma chiese solo il tempo per riuscire a procurarsi un po’ di quattrini per il viaggio visto che le sue casse erano a secco. Riuscì ad ottenere “sforzatamente” un prestito di onze cinquanta dal suo vicario e l’indomani mattina partì accompagnato solo da un sacerdote. Salendo a bordo del bastimento, si rivolse  a chi era sulla banchina e lo guardava con compassione, sorridendo disse : “Amato mio gregge, addio. Questa ti sia l’ultima mia benedizione. Non ci vedremo più”. E così dicendo, benedisse tutti[4]. Morì a Roma il 17 dicembre del 1709, aveva sessantacinque anni.

La ricerca di un vescovo da battaglia

A Roma, nelle Congregazioni Pontificie ed in particolare in quelle dei Vescovi e dell'Immunità ecclesiastica, la politica del Ventimiglia era stata giudicata troppo tollerante ed arrendevole nei confronti delle gerarchie civili locali e nazionali, ben diversa da quella dei Vescovi di Catania e di Girgenti che non tolleravano alcuna interferenza dello Stato nelle cose ecclesiastiche ed erano pronti a sfoderare scomuniche o minacce di scomuniche.

Per questo, alla sua morte,  si pensò di trovare un prelato erudito, energico, determinato e magari anche  aggressivo da affiancare a questi vescovi, di modo che - da una posizione tutta speciale quale era appunto la Diocesi di Lipari immediatamente soggetta alla Sede Apostolica – potesse opporsi alla Corte di Palermo rivendicando l'autonomia ed i diritti della Chiesa. Per questo venne scelto Nicolò Maria Tedeschi, catanese, che si trovava proprio a Roma, priore del Monastero Cassinese di San Paolo fuori le mura, Cavaliere Gerosolimitano. Nicolò Maria Tedeschi era un nobile che era fuggito di casa per farsi benedettino, si laureò in teologia e insegnò a Catania fino a quando nel 1693 il suo monastero non fu distrutto da un terremoto. Promosso abate, fu destinato prima al Monastero di San Martino delle Scale a Palermo e poi a Roma dove oltre a fare l'abate ebbe ruoli di consultore del S. Uffizio e di teologo per la Congregazione dei riti, l'esame dei Vescovi, dell'Indice e delle Indulgenze.

Nominato vescovo il 10 marzo del 1710 con bolla di Clemente XI – e pare con la raccomandazione dello stesso Papa di non permettere alcun abuso da parte della Monarchia [6] -  appena giunto a Lipari, come vedremo più avanti. cominciò subito a tener fede al mandato ricevuto.

La controversia liparitana

Sotto il nome di "controversia liparitana" va una vicenda apparentemente banale (la vendita di 800 grammi di ceci) che coinvolge tutta la Sicilia e la Santa Sede e mobilita tutte le più grandi potenze europee oltre a creare problemi a tanta genete, compreso esili e carceri. Una vicenda che dura circa dieci anni e che comunque si trascinerà, in qualche modo ancora nel secolo successivo. Ad essa quindi dedichiamo una parte specifica dell'Archivio.



[1] G. La Rosa, op. cit. vol. I, pp. 246-248.

[2] ASV, Cass. 456  ff2v-4.

[3] G.E. Di Blasi, Storia cronologica de’ vicerè di Sicilia, tomo IV, Palermo 1975, p.59..

[4] G. La Rosa, op. cit. vol I, pag. 260.

[5] in “La Chiesa Cattedrale di Lipari”, manoscritto inedito, Quaderno III A

[6] Nell’opuscolo “Difesa della verità a favore di Mons. Nicolò M. Tedeschi, vescovo di Lipari”, anonimo,( 1713?) a lui stesso attribuito è detto che il papa “ si degnò comandarli…che operasse viriliter, Né permettesse in Lipari novità alcuna per parte della pretesa Monarchia, ma che ostasse costantemente ad ogni tentativo della medesima”( pag. 71).

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Nicolò Maria Tedeschi

Il XVIII secolo: fra progetti di sviluppo e carità cristiana

 

L’economia eoliana nel 700

Allo sguardo ampio dello studioso[1] l’economia eoliana  nel XVIII secolo può apparire in lenta ma progressiva ripresa a cominciare da alcuni segni esteriori come la città che continuava decisamente ad allargarsi nelle zone circostanti del Castello; il disboscamento e la messa a coltura di ampie zone di Flicudi, Salina ed Alicudi; un naviglio che percorreva tutte le rotte del basso Tirreno malgrado il pericolo dei pirati; l’amalgama della popolazione gli “oriundi” ed gli immigrati del dopo “ruina”; un buon numero di artigiani; una borghesia sempre più padrona dei processi economici dell’arcipelago.

E sull’onda della crescita dell’economia cresceva anche la popolazione, anche se non con il ritmo[2] del secolo precedente. Nel 1789, data del primo censimento ufficiale, risultò essere di 12.482 abitanti[3]. Ormai  le borgate sono diventate una realtà per l’isola di Lipari ed a metà del secolo abbiamo Canneto, Acquacalda, Quatttropani, Lami e Pianoconte. Mentre nelle isole Stromboli aveva raggiunto i 700-800 abitanti, circa 600 Filicudi, 1500 Salina mentre pochissimi erano i residenti ad Alicudi e Panarea quasi tutti contadini e pescatori. La borghesia continuava a risiedere a Lipari. Un discorso a parte deve farsi per Vulcano che continuava a rimanere disabitata. La gente andava a lavorare di giorno, nei campi, ma preferiva tornare a Lipari all’imbrunire suggestionata dalle storie che volevano il cratere grande come la bocca dell’inferno da cui la notte uscivano gli spiriti maligni  ed imperversavano sull’isola.

Nei campi eoliani crescevano fichi d’India, fichi, gelsi, capperi soprattutto ma anche ulivi, castagni, agrumi, susini; si coltivavano le viti, i legumi, gli ortaggi dai pomodori, ai cavoli, ai carciofi, ai peperoni; si allevava il bestiame. Dei prodotti della terra si esportavano uva passa, capperi, fichi secchi e vino a cominciare dalla malvasia sulle rotte di Napoli e Venezia. E’ in questo secolo che diventa una voce importante della esportazione la pomice – da 500 a 700 tonnellate l’anno -  tanto che quando arriverà a Lipari Jean Houel nel 1771 andrà ad abitare dal console di Francia, don Giovanni Rodriquez,  che si interessava soprattutto della pomice che si estraeva a Canneto ed Acquacalda[4].

Si importava invece il grano, utensili vari, panni e stoffe e il sale in grande quantità che serviva per la conservazione dei pesci e dei capperi.

Una carpenteria per costruzione dei vascelli si trovava a  Marina S.Giovanni ed alimentava la marineria di Lipari che contava 150 e più feluche che sostenevano il traffico con la Calabria ed il regno di Napoli[5].

Marina S. Giovanni

 Dal punto di vista sociale, all'inizio del 700 – sostiene Arena – accanto ad una massa di gente per un verso o per l'altro ben sistemata, risiedeva nelle Eolie un'altra massa di persone che aveva una vita alquanto tribolata, per poche possibilità di lavoro e insufficienti mezzi di sussistenza. Si può ipotizzare che gli indigenti raggiungessero le mille unità[6].

Ma quanti sono i poveri?

Una lettura diversa invece proprio della realtà sociale di Lipari ci è fornita dal vescovo Girolamo Ventimiglia in una lettera al papa in occasione della visita “ad Limina” del 1696: “Il numero degli abitanti nella città e nel Suburbio ammonta a circa diecimila, ma quanto grande sia la povertà di cui essi soffrono non si hanno sufficienti parole per dirlo; basti pensare che soltanto due volte la settimana – e talora una sola volta – si macella un bue o una vacca per una così numerosa popolazione che, per l'estrema povertà in cui versa si nutre di frutta, di legumi e di pesce, e non raramente senzapane”.Le abitazioni, continua il vescovo, sono anguste, speso attendamenti e tuguri coperti di canne e di paglia che sono alla base di tutta una serie di violenze domestiche e di problemi morali. “Una gran massa di fanciulli e fanciulle ogni giorno assediano il Vescovo chiedendo pane, ma non c'è chi lo spezzi loro, benchè giornalmente ai più si dia uno scudo... Io tremo e mi rattristo vedendo più di seimila perone affamate e nude”.

Quindi non mille su una popolazione di 10 mila sarebbero gli indigenti ma la grande maggioranza. Certo questa è la percezione di chi giunge nelle Eolie e trova una realtà più critica di quella che si era immaginata. Di più, siccome la lettera ha lo scopo di sollecitare il papa ad una maggiore considerazione  della realtà delle isole cominciando, per esempio, a sgravare la Mensa vescovile dell’obbligo di versare annualmente una pensione di 500 scudi per un cardinale, potrebbe darsi che in mons. Ventimiglia la verve del predicatore abbia avuto la meglio sulla serenità dello studioso, ma comunque il malessere sociale doveva essere più profondo di quanto le considerazioni economiche lascerebbero ipotizzare.

  

Vecchia Salina e Stromboli

Guardando alle isole minori alle considerazioni sociali si aggiungono quelle morali e pastorali ed il ritratto d el presule diventa più cupo. “Ci sono abitanti in ognuna di queste isole ma, all’infuori di Salina, tutte le altre non hanno né Chiesa né Sacerdote né Messa né Sacramenti, cosiché queste isole e queste genti odono da lontano la Buona Novella di Cristo e il Suo insegnamento e, cosa che è assai dolorosa a dirsi, in mezzo a questi gruppi permangono ancora tracce di incivile superstizione mentre non vi si scorge segno alcuno della Religione Cristiana, tranne che a Filicudi dove c’è una Cappella non ancora portata a compimento”. Il vescovo riconosce che sarebbe suo obbligo andare nelle isole, predicare, portare con sè dei collaboratori. Ma a che servirebbe se non ci sono i mezzi per edificare una chiesa e per mantenervi un sacerdote? La mensa vescovile vive dei frutti delle isole e del mare che le circonda. In passato queste entrate arrivavano fino a sei- settemila scudi ora però la situazione è peggiorata. Si sono esauriti i banchi di corallo ed il mare è divenuto più avaro per cui i pescatori sono costretti a spingersi nell’Adriatico o sino in Sardegna; mentre per quanto riguarda la terra le viti sono invecchiate e non danno più vino come un tempo e dai 30 mila del passato si è arrivati a 10 mila dello scorso anno. Anche le altre entrate sono state colpite. Le esportazioni dalla guerra[7] e dal timore dei pirati; i censi per via della riduzione delle aliquote praticate dal regno di Sicilia che dal 8-10 per cento le ha portate al 5. Ma se una volta la Mensa rendeva 6-7 mila scudi, quanto pensa mons. Ventimiglia che possa rendere ora? Il suo predecessore aveva appaltato il servizio di raccolta a 5 mila scudi ma fu costretto a scendere a 4.100 scudi, mentre ora non è riuscito a trovare appaltatori nemmeno per 3.500 scudi. Con ogni probabilità si otterranno solo 3 mila scudi che corrispondono, osserva, a 2.600 in moneta romana.

Rimane il fatto che questa somma la si introita per lo più in natura ed in natura vengono pagate le pensioni dei canonici, il maestro dei chierici, il cappellano di Salina, il parroco della Cattedrale e l’uomo di vedetta su Monte Guardia, cioè tutti i carichi della mensa. E poi ci sono altre spese – olio, cera, predicatori, musica, ecc.- per il servizio della cattedrale ai quali deve praticamente provvedere il vescovo[8].

Inoltre, come il suo predecessore mons. Arena, anche il Ventimiglia era un vescovo prodigo con i poveri ed i bisognosi in genere[9].

Le iniziative di valorizzazione e sviluppo

Ma dove trovare i denari, visto che oltre alla costruzione di cappelle nelle isole si riprometteva di realizzarne anche a Lipari a cominciare dalla Cattedrale che quando la vide le parve più “una spelonca di ladri che una casa della preghiera”[10]?

Visto che noi nostri mari , per la sconfitta che avevano subito i turchi a Zenta nel 1697, si era alquanto attenuato il pericolo corsaro mons. Ventimiglia sollecitò i liparesi a colonizzare le isole minori anche Stromboli e Alicudi che erano le più lontane. A Stromboli i primi coloni giunsero nel 1702 e si stabilirono a Ginostra che era una località meno esposta ad eventuali incursioni. Anche ad Alicudi inizialmente l’abitato sorse sul pendìo della montagna.

I risultati si fanno subito vedere e nella relazione del 15 marzo 1705 il vescovo dà notizia che il gettito della mensa è cresciuto di 300 scudi all’anno e già pensa di investirli nella realizzazione del seminario e nella costruzione di una chiesa a Stromboli dove “la fertilità del suolo, che ben si adatta alle culture, a poco a poco va allettando gli abitatori, e la posizione dell’isola, che è come una stazione obbligata di transito, richiama un gran numero di marinai e di viaggiatori[11]. Inoltre la Santa Sede gli è venuta incontro è dopo l’abolizione di una pensione già concessa all’inizio del suo mandato, ora nel 1700 ha ridotto a solo 300 scudi la seconda pensione e duecento “sono stati assegnati a beneficio delle Isole[12].

  

In alto contadini di Stromboli . Sopra, antico disegno di Vulcano

Dopo la colonizzazione di Alicudi e Stromboli il vescovo pensa a valorizzare anche Vulcano. Le risorse dello zolfo, dell’allume e del boro, se estratti con sistemi razionali ed efficienti, avrebbero potuto creare occupazione e altre risorse per la Mensa.

Così nel 1696 il Ventimiglia aprì le concessioni – gli “arbitrati” si chiamavano - per lo sfruttamento dello zolfo e dell’allume e immediatamente molte persone di Lipari scelsero di andare ad operare. Ma la cosa non piacque ai nobili ed alla borghesia locale che paventavano che questa nuova occasione di lavoro facesse lievitare i salari dei lavoratori che coltivavano le loro terre a Lipari e Salina ma anche nella stessa Vulcano. La motivazione che addussero per contrastare l’iniziativa fu che i fumi emanati dalle officine per la raffinazione di prodotti danneggiavano le coltivazioni non solo dell’isola ma giungevano fino a Lipari e Salina e producevano danni soprattutto alle viti.

Si creò quindi un influente partito contrario all’iniziativa che polemizzò col vescovo e spinse i giurati ed il giudice civile di Lipari a emettere un bando che vietava di “arbitrare” nell’isola di Vulcano. Il vescovo vide in questo provvedimento una ingerenza nel patrimonio ecclesiastico e scomunicò giurati e giudice. Questi ricorsero sia al Tribunale della Regia Monarchia per essere liberati dalla scomunica ed al viceré perché sospendesse l’impresa avviata dal vescovo giudicata dannosa per l’ambiente e l’agricoltura.

Se si poteva pensare che il Tribunale avrebbe assolto i giurati riaprendo così la questione annosa dell’autonomia del vescovo e della sua dipendenza solo da Roma, più complesso era il discorso dell’inquinamento giacché l’apposita commissione di esperti che era stata istituita a Palermo per  valutare il problema, a gran maggioranza negava che l’industrializzazione di Vulcano potesse produrre i danni paventati.

Ma mentre si attendevano i responsi per i due ricorsi fu lo steso mons. Ventimiglia che chiuse la partita. Assolse giurati e giudice  e ritirò le concessioni date a Vulcano. La ragione? Con ogni probabilità il Ventimiglia valutò che il rischio di riaprire la controversia sulla competenza del foro di appello non valeva la partita. Lo sfruttamento industriale di Vulcano era una grande idea ma per il momento andava rimandata.

Comunque la vicenda aveva lasciato da una parte e dall’altra diffidenze e prevenzioni e certamente nella borghesia liparese, miope nelle sue vedute e dalla mentalità angusta, vi era chi pensava che questo vescovo fosse pericoloso e bisognava aspettare l’occasione buona per liberarsene.

Chi era mons. Ventimiglia

Ma chi era mons. Ventimiglia? Chi era questo vescovo che univa carità cristiana e progetti ambiziosi di sviluppo? Famoso a Roma e nelle grandi capitali del mondo, come erudito, diplomatico e grande predicatore, aveva insegnato a Parigi e tenuto conferenze a Madrid, Vienna[13] ed in numerose città d’Italia,  quando venne nominato vescovo di Lipari, don Gerolamo dei Principi di Ventimiglia, era un perfetto sconosciuto proprio nell’arcipelago.

A mons. Ventimiglia si era pensato come vescovo di Lipari anche prima della nomina di mons. Castillo ma sempre aveva rifiutato. Quando accettò, volle fare il vescovo con scrupolo e si documentò coscienziosamente sulla diocesi che andava a governare. Presentò a Innocenzo II una sorta di promemoria programma dove si mettevano in risalto: la grave situazione sociale (fame e miseria) delle isole; la grave situazione ecclesiastica ( il capitolo non aveva plebenda fissa, mancava il seminario, la Cattedrale abbisogna di urgenti restauri); occorreva una piccola banca di prestito (Monte di Pietà) a favore dei contadini per sostenerli nell’acquisto delle sementi e degli strumenti di lavoro[14].

Il papa si mostrò disponibile ed immediatamente abolì - visto che il cardinale che ne beneficiava era morto – l’obbligo di versare a Roma ogni anno una delle due pensioni che erano a carico della mensa vescovile di Lipari. Cinquecento scudi che furono destinati, per esplicita volontà del papa, alle necessità più urgenti delle isole[15]. Oltre a questi, con preciso riferimento ai punti che il nuovo vescovo aveva evidenziato, il papa garantiva un assegno annuo di 294 ducati d’oro e due giulii.

Era passato un anno intero dalla sua nomina ma, con questi risultati, il Ventimiglia arrivò a Lipari il 17 luglio del 1695.

    

La volta della Cattedrale con i dipinti voluti da mon s. Ventimiglia

L’impegno più importante a favore delle chiese il vescovo lo riversò nella Cattedrale creando un ampio sagrato[16], rinnovando la facciata che con tre porte dava l’impressione delle tre navate, rifatto il pavimento in marmo rosso e così il coro e l’altare maggiore, realizzata una cantorìa pensile  al di sopra della porta centrale e vi installò un nuovo organo. Ma sicuramente il contributo più suggestivo all’abbellimento di questa chiesa fu l’affresco della volta cinquecentesca con sedici scene bibliche realizzato fra il 1705 ed il 1708.

Questo impegno per la Cattedrale creò una spinta di emulazione che portò le confraternite ad impegnarsi nel rifacimento di altre chiese come la Chiese della Madonne delle Grazie, un gioiello di architettura barocca realizzato in soli otto anni dal 1700 al 1708[17]e la chiesa di S.Pietro nel Suburbio[18].

  

La Chiesa della Madonna delle Grazie. A sinistra la facciata. A destra, l'artistico coro ormai pericolante da tre anni nell'incuria generale.

Ma il suo pensiero costante – lo scrive  il 20 ottobre del 1696 - è la mancanza di un Seminario per  garantire una adeguata formazione del clero giacché “quasi tutti gli ecclesiastici sono cresciuti e crescono senza una soda preparazione culturale e spirituale, mentre l’indole del popolo è portata alle pratiche devote ed è aperta all’apprendimento così come lo è per la vita libertina e poco operosa”. 

Le uniche due chiese che in Lipari funzionano dal punto di vista pastorale sono la Cattedrale e San Giuseppe dove “ogni domenica si spiega ai fanciulli la Dottrina Cristiana”.

Pessimo è invece il giudizio sulle altre chiese della città e fuori le mura specialmente quelle cappelle che stanno a due e tre miglia fuori, sopra le montagne o in fondo alle valli. Sono in tutto quattordici e benché “risultino erette dalla grande devozione popolare, tuttavia sono sedi di una religiosità rozza e irriguardosa” dove i canonici nelle feste dei Santi titolari arrivano correndo a dorso d’asino o in barca “ per buscarsi i legati di due scudi (talvolta anche meno)”, cantano i vespri e le messe e poi , con la stessa precipitazione ritornano di corsa  in Cattedrale “per non perdere le distribuzioni corali”. Talvolta in queste chiese si cantano in fretta e furia tre o quattro messe. “Questa vergogna che non si addice affatto alla dignità capitolare, non è possibile eliminarla a causa della estrema povertà che grava sul Clero”.

Fuori della città si distinguono per vivacità e bellezza le chiese dei francescani osservanti e dei cappuccini. Ma mentre i cappuccini, pur essendo pochi, si distinguono per esemplarità di vita e cultura, i francescani non brillano per serietà di costumi e dottrina. Di più, pur essendo calabresi, per eludere  l’interdetto emesso nei loro confronti dalla Curia Vescovile si sono rivolti al Tribunale della Monarchia creando problemi di competenza per cui subito il vescovo ha dovuto informare a Roma la Congregazione dell’Immunità[19].

Per rimediare alle carenze del clero il Ventimiglia teneva dei corsi di aggiornamento per gli ecclesiastici, la sera nel coro della Cattedrale. Poi, verso il 1704 decise di rilanciare e riqualificare la “Scuola di grammatica” che era stata istituita da Mons. Arata, introducendo nuove discipline ed affidando l’insegnamento a frati fatti venire da fuori. Cambiò il nome alla scuola e la chiamò “Seminario delle Lettere” o “Ginnasio” lasciandola aperta  a tutti i giovani fossero chierici o laici.

Impegnato su più fronti il vescovo non trascurava i suoi contatti col mondo esterno e spesso si recava a Palermo, dove aveva un rapporto di familiarità col viceré, e a Roma dove spesso predicava i quaresimali nella basilica di S. Andrea della Valle.

Ed era proprio a Roma, in visita “ad Limina” quando il 27 settembre del 1700 muore Innocenzo XII. Ed è Mons. Ventimiglia che viene chiamato all’inaugurazione del conclave, il 9 ottobre,  a parlare ai cardinali.



[1] G.A.M. Arena, L’economia delle isole eolie dal 1544 al 1961, op.cit., cap.III, pp.25- 36.

[2] Le tappe di questa crescita per il 600 si possono così stimare: 4.566 nel 1630, 6000 nel 1651, 10.000 nel 1693

[3] Nel 1761 gli eoliani, soprattutto originari di Salina e Filicudi, contribuiscono  al popolamento di Ustica con duemila(dice Iacolino, invece 600 dice  Arena) persone.

[4] J.Houel, Viaggio pittoresco alle isole Eolie, Lipari 2003.

[5] G. A.M. Arena, op.cit., pag. 27; G.Iacolino, note a P.Campis, op.cit., nota 32 p. 454.; Libro delle Corrie, f. 185.

[6] Idem, pag. 32.

[7] E’ la guerra della Lega di Augusta che dal 1688 è durata sino al 1697.

[8] ASV, Cass. 456A, ff. 265v-269 in G.. Iacolino, manoscritto cit., Quadermo III,  pp.77a-g.

[9] G.La Rosa, op.cit., vol.I, pp 250-251.

[10] ASV. Cass.456B,f.1. Della Cattedrale mons. Ventimiglia ne parla in due relazioni “ad Limina”. Quella del 1696 dove  e quelle del 1700. G. Iacolino, idem.

[11] ASV, Cass. 456B, ff.10,10v.

[12] ASV, Cass, 456 B, ff 2, 2v.

[13] Nella capitale austriaca erano circolati due libretti dedicati a Mons. Ventimiglia scritti da vari poeti e dallo stesso imperatore in cui si elogiava “l’opere ammirande e chiare/ di sua eloquenza, onde l’Italia e ‘l mondo/ stupinne”.

[14] G.M. Cottone, De Scriptoribus Domus S. Joseph, Palermo 1733, pag. 156.

[15] ASV, Cass, 456 A, ff. 266v-267.

[16]  Acquistando alcune aree e radendo al suolo alcune abitazioni.

[17] Purtroppo per la realizzazione di questa chiesa dovette sacrificare la chiesetta medioevale che ricadeva nella stessa area.

[18] Un ingrandimento della chiesetta che si era realizzata all’indomani della “ruina”. Questa chiesa di S.Pietro rimarrà fino al 1929 quando verrà abbattuta per fare posto all’attuale struttura.

[19] ASV, Cass. 456 A, ff. 264-265v .

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mons. Girolamo Ventimiglia

"San Bartolo ha salvato Lipari"

 

La protezione dei liparesi fuori Lipari

Secondo il Campis la protezione di S.Bartolomeo ai liparesi dalle conseguenze di quel terribile terremoto, non si limitò a chi era nelle isole ma operò a favore di ogni liparese “che disperso si trovava…nel tempo di tanta ruina e stragge”[1].E ci dà qualche esempio.

 Era partito da Malta con la sua feluca per tornare a Lipari, sua patria, il padron Giovanni Lambrosa con i suoi compagni e due cavalieri gerosolimitani. La notte del 9 gennaio, circa l’ore cinque, tutte si trovavano nel porto d’Augusta quando si sentono furiosamente  sbattere da  insoliti colpi di mare,  mentre si sentono dalla città venire gridi, gemiti e rumori di rovine come se tutto stesse diroccando. Immediatamente, padrone ed equipaggio, invocano la protezione di S. Bartolomeo e confidando del suo aiuto mettono mano ai remi e, senza sapere come, in un momento si trovano al largo, fuori da ogni pericolo e senza alcun danno. Proseguirono così il loro viaggio e la domenica 11 gennaio giunsero a Catania. Padron Lambosa con i suoi compagni vollero andare a fare un giro in città pensando di trovare un buon posto dove pranzare. Ma non avendone trovati di loro gradimento decidono di tornare in barca. Ma avevano appena messo piede a bordo che sentono e vedono un disastro apocalittico. Catania in poco tempo si disfa in polvere, il mare freme ed urla e si ritira velocemente dal porto. I liparesi si appellano ancora una volta al loro Santo protettore e mentre vedono otto feluche affondare essi si abbandonano alla corrente. Una corrente tanto impetuosa che sembrava, ad ogni istante , doverli inghiottire. E invece miracolosamente si salvarono e, tornati a Lipari, poterono contare fra le lacrime, quanto era loro accaduto.

Catania e il suo porto nel 1693

Sempre da Malta ritornava a Lipari, con la sua feluca, padron Giovanni Mangano. Giunto sotto il castello di Scicli, in località detta Mazzarelli, la sera stessa di venerdì 9 gennaio, con i suoi marinati, sbarcarono ed andarono in città per cenare. Ma improvvisamente , “toccati interiormente da tacito impulso” , lasciarono la casa in cui avevano deciso di cenare e si diressero al Convento del Carmine per cenare con i religiosi e pernottare. I dieci liparesi, si erano già ritirati nella cella che era stata loro assegnata quando sopraggiunse il terremoto. L’alloggio dove erano prima andati per cenare e dormire la notte viene raso completamente al suolo e tutti quelli che ci erano dentro trovarono la morte. Anche quattro celle del Monastero crollarono, ma quella in cui erano alloggiati i liparesi non subì il minimo danno. Di più, questi si erano appena alzati ed usciti che tutto il convento, compresa la loro cella, andò in rovina. Padron Mangano con i suoi marinai si ritirò sulla sua feluca a Mazzarelli e lavorarono per caricare la barca di mercanzie per partire. Domenica mattina il Mangano si accorse che per finire di portare il carico a bordo gli occorreva l’aiuto di un cavallo e mandò due marinai a cercarlo in città. Erano questi appena usciti dalla città e stavano tornando alla barca seguiti da un uomo col suo cavallo quando sentirono delle forti scosse ed il terreno si aprì dietro di loro inghiottendo l’uomo col cavallo. I due marinai illesi, videro Scicli andare in rovina dinnanzi ai loro occhi. Corsero verso la barca e videro che sulla spiaggia c’era il Mangano con gli altri marinai illesi. Il risucchio del mare e la successiva ondata danneggiarono la barca ma non la distrussero. S. Bartolomeo, raccontarono, a cui si erano affidati, li aveva protetti.

I Liparesi a Messina

Altri due episodi riguardano liparesi che si trovarono a Messina la domenica 11 gennaio. Un padre osservante doveva partire da Messina per andare a predicare. Volle pertanto quella mattina, prima di lasciare la città, andare a salutare alcuni suoi devoti. Si prese per compagno il padre Serafino da Lipari ed entrarono in un palazzo. Ma padre Serafino non volle salire sopra,  sebbene pregato disse che avrebbe aspettato nel cortile. Mentre il padre osservante è sopra a chiacchierare con l’amico giunge il terremoto che scuote tutto il palazzo. La parte di fabbrica dove si trovava il predicatore crollò e questi rimase coinvolto nelle rovine e morì. Si salvò invece padre Serafino.

La stessa cosa accadde ad una donna di Lipari che si trovava in una casa di Messina con altre due donne. Quando giunse il terremoto lei invocò la protezione di S. Bartolomeo e rimase illesa mentre le sue ospiti morirono nella rovina della casa.

Conclude il Campis questo escursus , affermando che “né si sa che in tante e sì grande rovine accadute nel Regno di Sicilia per causa di questi fieri tremoti vi sia rimasto morto o in qualche modo offeso alcun liparoto,  onde pare che il Glorioso Bartolomeo potesse dire , in quelle sciagure, al Signore Dio: - Di quanti havete posto sotto la mia tutela ‘non perdidi ex eis quemquam’ (Giovanni XVIII,9)[2].

La riconoscenza dei liparesi al Santo patrono

I giorni che seguirono il terremoto, mentre arrivavano le notizie dei lutti e delle rovine dalla Sicilia e si moltiplicavano i racconti dei liparesi che tornavano a casa felici di essere scampati al disastro, certo uno degli argomenti più sentiti era come avrebbe potuto la città e l’isola esprimere la propria riconoscenza al Santo Patrono.

E la prima idea che venne in mente a tutti fu quella di dedicargli una nuova festa di precetto: la quarta dopo quella canonica del 24 agosto, il 13 febbraio quando ricorreva l’invenzione delle reliquie del corpo, il 17 giugno introdotta per aver preservato Lipari dalla peste quel giorno del 1541.

I giurati con la partecipazione del governatore convocarono il consiglio che all’unanimità deliberò che “a gloria di S. Bartolomeo si festeggiasse in perpetuo, e con tutta la divotione e pompa possibile, l’undicesimo del mese di Gennaro, giorno anniversario della grazia ricevuta”[3]. Inoltre l’atto pubblico sottoscritto dal notaio prevedeva anche che la vigilia fosse giorno di digiuno e lo stesso doveva avvenire per la vigilia delle altre tre feste del Santo. Il Tribunale del Real Patrimonio il 2 luglio, confermò questa delibera ed autorizzò la spesa per i festeggiamenti[4].

Un secondo provvedimento fu quello di costituire una confraternita dedicata al Santo che aggregasse solo nobili. Ancora il vescovo stabilì che il giorno 11 di ogni mese fosse esposto in Cattedrale alla pubblica venerazione la reliquia di S.Bartolomeo e che egli stesso avrebbe celebrato la Messa alla presenza della reliquia. Inoltre decise che tutti giorni, all’ora 21 che era quella del terremoto, ognuno smettesse la propria attività e recitasse un atto di dolore per i peccati commessi.

L'altare di San Bartolomeo nella Cattedrale di Lipari

Al Santo fu anche promesso che si sarebbe fatto un altare nuovo in Cattedrale, che gli sarebbe stata dedicata una statua ad altezza naturale tutta in argento e che sarebbe stata riparata la chiesa madre che pure aveva accusato le scosse del terremoto.

Ma mentre le prime decisioni diventarono subito esecutive, questi altri tre proponimenti impiegarono del tempo a realizzarsi.  In particolare la statua in argento e l’altare in legno forte intagliato ed ornato di fregi d'oro zecchino, richiedevano molti fondi e la ricerca di questi procedeva con estrema lentezza. Forse fu necessaria la forte scossa tellurica dell’1 settembre 1726 perché improvvisamente si ebbe una grande accelerazione e, nel giro di due anni, dal 1727 al 1728, tutto fu commissionato, improntato e posto in opera. Alla testa dell’operazione si misero i giurati  Nicolò Antonino Rossi, Francesco Policastro e Girolamo Pisano  facendo ricorso a fondi pubblici locali e contribuzioni di privati[5]. E fu da quel momento che le processioni del Santo, fino ad allora circoscritte nel Castello cominciano a snodarsi anche per la città bassa. Si trattava spesso di un lungo serpentone umano formato da oltre cento fra preti, frati e chierici, ben otto confraternite – San Bartolomeo, Immacolata Concezione, Maria S.S. Della Grazie, Addolorata, San Giuseppe, San Pietro, Sant'Antonio Abate, S. Francesco di Paola, e le Anime Sante del Purgatorio – e poi tutto il popolo.                                                                   

Ma rimaniamo al 1693. Quell’anno, ci dicono i cronisti dell’epoca, il carnevale fu “consegrato alla modestia, alla computione ed alla integrità de’ costumi”[6].

Così il giovedì grasso, che cadeva il 29 gennaio, parve il giorno “più santo dell’anno”. La gente numerosissima si confessò e fece la comunione riempiendo la Cattedrale e disertando le piazze. In Cattedrale sopraggiunsero anche le confraternite ed i frati e si diede luogo ad una solennissima processione col vescovo che portava il santissimo e l’arcidiacono il braccio d’argento con la reliquia del dito pollice. Il baldacchino era sostenuto dai rappresentanti della città. L’interminabile sequela di gente uscì dalla città alta e si portò prima a San Giuseppe, poi alla cappella di S.Barolomeo a Portinenti, finalmente – compiendo un ampio giro – giunse alla chiesa di S. Pietro e da qui si fece ritorno alla Cattedrale dove il vescovo tenne un discorso annunziando, fra l’altro, che da venerdì a lunedì, la reliquia del santo sarebbe stata esposta alla venerazione dei fedeli, mentre martedì 3 febbraio, giornata del carnevale, sarebbe stata santificata con l’esposizione del Santissimo e l’adorazione dei fedeli. Così, senza intermezzo, si sarebbe entrati nella quaresima.

Statua in argento di San Bartolomeo

Intanto si approssimava il 13 febbraio, ricorrenza dell’arrivo a Lipari del corpo del Santo e si pensò quell’anno di celebrarla con particolare solennità. Si cominciò con l’esporre, tre giorni prima dell’evento, a sera, la reliquia e “si cantarono in musica le laudi”. Quando poi si era fatto buio in ogni parte della città, del borgo e della campagna si accesero dei grandi falò. La mattina del 13 ci fu il pontificale del vescovo con un panegirico rivolto al Santo. Alla fine della messa si portò, in processione - vescovo, canonici, clero, frati e confraternite, autorità e popolo - la reliquia alla chiesetta del Santo extra moenia . E per la prima volta da oltre un mese si vide la gente sorridere ed anche i canti non era più quelli della mestizia ma della gioia. La cerimonia si concluse in Cattedrale dove si intonò il Te Deum[7].

La morte del vescovo

Il personaggio che era emerso con forte spicco da questa vicenda del terremoto era sicuramente mons. Castillo che aveva interpretato, più di chiunque altro, il sentimento popolare ed intorno al quale si era stretto tutto il popolo ma anche le autorità ed i nobili cittadini. Tutti parlavano bene di lui nelle isole e si presagiva un futuro importante per la chiesa di Lipari vista anche la giovane età del prelato. Ma le cose dovevano andare diversamente.

Si era nella quaresima del 1694 ed era trascorso più di anno dal terremoto. Il papa Innocenzo XII aveva indetto un Giubileo e il vescovo volle che il popolo fosse preparato a questo evento religioso. Così affidò ad un predicatore, in Cattedrale, l’illustrazione del suo significato e l’importanza di prepararsi ad accogliere questo evento che era segno di riconciliazione e di remissione ei peccati. Lui stesso il venerdì 19 marzo , come usava fare tutti i venerdì di quaresima, volle prendere la parola ed, oltre a parlare della passione del Signore, affrontò il tema del Giubileo e degli effetti di santificazione che provocava nelle anime preparate a riceverlo. E poi preso dalla passione, nel fervore del discorso, ripeté più volte: “Beato quello a cui Dio concedesse di morire domenica prossima subito dopo aver ricevuto il Giubileo! Oh se fossi io questo fortunato!”.

La gente fu colpita dall’impeto del discorso e lo stesso presule finì, spossato, la celebrazione tanto che, contrariamente al suo solito, dovette mettersi a letto per riposare. Lui stesso ebbe a confidare nella stessa giornata che quello che gli era successo non gli era mai accaduto prima. La grande stanchezza dopo il discorso ma più ancora, un forte impulso interiore, mentre parlava, e l’impossibilità di trattenere le parole che uscivano da sole e le lacrime.

Il 21 marzo era il giorno in cui a Lipari si celebrava il Giubileo e alla funzione religiosa partecipò un gran numero di persone che si accostarono alla confessione ed alla comunione. Nel pomeriggio – dopo essere stato in chiesa a pregare – il vescovo salì con suo cognato, che era il governatore di Lipari, su un terrazzo per respirare l’aria del mare e passeggiare un po’. Passeggiando volle andare da un terrazzo ad un altro per mezzo di una scaletta di pietra senza appoggio. Probabilmente scendendo si impiglio nella veste, perse l’equilibrio e cadde nel terrazzo sottostante e batté con la testa nella parte destra. Subito perdette conoscenza e rimase in uno stato di  letargo fino alla mattina di lunedì quando morì. Aveva 35 anni.



[1] Ibidem, pag. 362.

[2] P.Campis, pp. 362-365.

[3] P. Campis, op.cit., pag. 358.

[4] G.La Rosa, op.cit. vol I, pp.240-242.

[5] Per la verità le 750 onze che costarono i due manufatti, statua ed altare, furono raccolte fra la popolazione mentre il municipio offrì l’avantialtare d’argento e si fece carico della cappellina erogando, previa autorizzazione del viceré, prima 50 onze il 16 gennaio 1733 e poi altre 35 onse il 15 novembre dello stesso anno. Libro delle corrie,ff.171, 174, 174v.

[6] P. Campis, op.cit., pag. 359.

[7] Idem, pp. 359-262.

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La morte del vescovo

Il terremoto del 1693

 

 Il terremoto in Sicilia

                                                            

                                   “All’unnici di Jinnaru a vintin’ura

                                    a Jacu senza sonu s’abballava

                                    cui sutta li petri e cui sutta li mura

                                     e cui a misericordia chiamava”

                                     “L’undici di gennaio alle ore ventuno

                                       ad Acireale senza musica si ballava

                                       chi sotto le pietre  e chi sotto le mura

                                       e chi  invocava la misericordia divina”                                                                                                             

                                   

                                                                                            (detto popolare siciliano)                                                                                                                          

Una stampa tedesca sulla eruzione del 1693 in Val di Noto

La prima scossa avvenne nella notte - “nell’ora quinta[1]” - del 9 gennaio ma non furono in molti a sentirla perché i più dormivano e probabilmente a Lipari non dovette essere particolarmente forte. La seconda arrivò nel pomeriggio dell’11 gennaio, domenica, alle 13- 13,30 corrispondenti alle 21 siciliane dell’epoca, e questa volta la percepirono tutti, così riferiscono gli storici liparesi.[2]

Ma prima di parlare di quali furono le reazioni dei liparesi, cerchiamo di capire , anche alla luce delle ricerche moderne, la natura di questo evento sismico.

“Il terremoto dell’11 gennaio 1693 in Sicilia orientale  – osserva uno studio del dipartimento di fisica dell’Università di Bologna[3] – è l’evento di più elevata magnitudo[4] della storia sismica italiana. Ad esso fu associato un maremoto catastrofico, osservato lungo tutta la costa orientale della Sicilia e più a sud fino all’arcipelago maltese”.  Questo terremoto ha provocato distruzione completa in molte città delle attuali province di Catania, Siracusa e Ragusa e gravi danni fino a Palermo e Messina . Lo tsunami che ha colpito l’intera costa ionica aveva onde fino ad 8 metri.[5]. I morti furono da 60 mila a 93.000[6]. A Catania  morirono 16 mila persone su 20 mila abitanti che contava allora la città; 5 mila su 9.950 a Ragusa; 4 mila su 10 mila a Lentini; 4 mila su 15.339 a Siracusa. La prima scossa arrivò la sera del venerdì 9 gennaio alle 21 circa[7], crollarono numerosi edifici e vi furono vittime, altri edifici furono seriamente lesionati. Il sabato passò senza forti scosse mentre la mattina di domenica alle ore 9 si ebbe una forte scossa e un’altra circa un’ora dopo. Ma l’evento principale, la scossa di 7,4° Richter, arrivò alle 13 e 30 provocando l’immane distruzione e l’innesco del successivo maremoto. Lo sciame sismico con le scosse di assestamento, anche forti, si protrasse ancora per circa due anni con un numero elevatissimo di repliche. Ne vengono stimate circa 1500 di varia intensità e a volte, come quella dell’1 aprile, provocarono altri danni[8].  L’area di avvertibilità è stata molto vasta e si è estesa dalla costa africana alla Calabria settentrionale. “Il terremoto ha raggiunto un’intensità del 6° grado nelle isole Eolie, ed ha provocato danni abbastanza gravi nell’isola di Malta (8°), ma la parte più colpita è stata la Sicilia meridionale con un’area di circa 5600 kmq in cui il terremoto ha raggiunto un’intensità di almeno 9°”. L’area mesosismica, cioè quella dei massimi effetti, la cui intensità è stata valutata dell’11°, copre una superficie di circa 550 kmq e mostra una direzione di allungamento  verso nord-est e verso sud-ovest, cioè verso Messina e Malta dove, in entrambe, il sisma è stato dell’8° e che sono poste rispettivamente ad una distanza di circa 180 e 110km dall’area dell’epicentro. Mentre sulla direttrice perpendicolare, si ha una forte attenuazione e l’8° è raggiunto fra i 20 e 40 km dall’epicentro. Questo spiega perché alle Eolie che si trovano proprio sulla direttrice verticale il sisma è stato di 6° ben due in meno di Messina[9].

Un dipinto siull'eruzione del 1693

Ma dov’era l’epicentro? Oggi la tesi più accreditata sulla sorgente di quel sisma indica la scarpata ibleo-maltese che si trova sul mare proprio di fronte alla costa ionica della Sicilia e più precisamente al largo della costa fra Augusta e Catania. E spiegherebbe anche uno tzunami di quella portata[10]. La profondità risulterebbe circa  di 20 km.

Messina subisce danni assai gravi. “I magnifici palazzi di Messina, dalle facciate imponenti e ornamentali, ma strutturalmente inadeguati a sostenere i movimenti tellurici dell’isola, furono scossi fin dalle fondamenta”.[11] Ma, visto come andò per Catania, Ragusa e altri centri della Sicilia orientale  si può ben dire che  essa sia stata risparmiata come, per la gran parte dei paesi della costa tirrenica e le stesse isole Eolie.

Sopra una mappa della sicilia con segnati i paesi colpiti dal sisma e sotto l'elenco delle città evidenziate nella mappa.

Il terremoto a Lipari

Il racconto di come avvenne il terremoto a Lipari lo si deve a Pietro Campis[12]che non si limita a dare informazioni sulle giornate del terremoto ma anche sulle manifestazioni di pietà religiosa che seguirono ai fatti e altre vicende che sono ad essi connessi. Siccome ci sembra che delineano un quadro suggestivo della Lipari del tempo e  della sua cultura, anche noi attingeremo ampiamente a questa cronaca riportandola ad un linguaggio più accessibile al lettore di oggi. Va detto subito che il Campis, come d’altronde i liparesi suoi contemporanei, vede in questo evento che risparmiò non solo Lipari ma i liparesi ovunque si trovassero, la grandezza “del Patrocinio di S.Bartolomeo Apostolo sopra la Città di Lipari e i suoi Cittadini in occasione che la divina Giustizia provocata dalle colpe dei mortali usò la forza del suo giustissimo sdegno sopra la vicina Sicilia con spaventosi e replicati terremoti, i quali scotendola dai fondamenti, tolsero la stabilità alla terra, la fermezza alle fabbriche, la vita  a più di cento quarantamila persone”[13]. Ed è proprio per fare comprendere “come per li meriti ed intercessione del Santo Apostolo sia stata preservata la Città di Lipari con i suoi abitanti da quello universale flagello[14]ma anche per dimostrare il “grande amore del novello pastore verso le sue pecorelle”che lo storico che scrisse probabilmente un anno dopo gli eventi ci fornisce una narrazione dettagliata.

La cronaca del terremoto ha un antefatto. Tre mesi prima, l’8 ottobre del 1692 circa 21 ora, improvvisamente si annuvolò il cielo e si oscurò come se volesse piovere, e improvvisamente si scatenò sull’isola una furiosa tempesta come di grandine ma i  chicchi erano grossi e pesanti fino a cinque libre[15], avevano una forma triangolare con tre punte lunghe ed al centro come la figura di un occhio che risaltava perché più chiaro. Questa burrasca sorvolò l’isola con un forte frastuono e si scaricò a mare, senza colpire nessuna persona ma solo alcuni animali che morirono.

Naturalmente questo evento, ripensato con quanto accadde dopo, nel successivo gennaio, apparve come un segnale divino a non peccare per non “sogiacere all’acuti strali dell’Irata Giustizia”.

Licodia Eubea, il castello Santapau distrutto dal sisma del 1693

La prima scossa del terremoto a Lipari si avverte il 9 gennaio alle “ore cinque di notte” che dovrebbero essere le 22 di oggi, ma siccome i più dormivano e non procurò alcun danno, passò per lo più inosservata. Ma, qualche giorno dopo, la domenica 11, circa l’ora 21, mentre in Cattedrale il vescovo stava amministrando la cresima, per cui la chiesa era affollata, si avvertono tre terribili scosse. Ogni cosa vacilla, gli edifici oscillano, le strade sembrano sfuggire sotto i piedi. Dove andare? Verso dove scappare per salvarsi la vita? Sono domande che ognuno si pone mentre si cerca di capire che cosa è successo, spaventati, instupiditi. 

Quelli che sono in chiesa corrono verso l’altare dove si conserva la reliquia del pollice chiedendo misericordia, pietà perdono, invocando l’aiuto del Santo. Quelle scosse durarono a lungo, un tempo infinito. Ma come era venuto il tremore finì.

Durante quelle scosse vi erano a Vulcano dei  liparesi che erano andati a lavorare nei campi. Anch’essi avvertirono le forti ed interminabili scosse ma ciò che li terrorizzava era vedere l’isola di Lipari, dove avevano casa e famiglia, come una piccola barca agitata da una furiosa tempesta e sballottata tanto da parere che da un momento all’altro dovesse inabissarsi. Ma poi improvvisamente anche questo fenomeno cessò e Lipari tornò ad essere ferma e stabile.

Il Campis, a questo punto, passa in rassegna le città e i paesi colpiti dal sisma cominciando con la Val di Noto e via enumerando fino a Catania.

Palermo, Messina e le altre città, terre villaggi della Sicilia “ se non caddero a quelle scosse, furono con tutto ciò sì maltrattate che non si reggono in piedi e, bisognose di sostengo per non cadere, hanno mendicato dalle selve l’appoggio affidando a’ legni le vacillanti e cadenti loro membra[16]”.

Solo Lipari, sostiene il Campis, nella sciagura e desolazione universale, non patì il minimo danno né nelle persone,né negli edifici. E non ha il minimo dubbio, il Campis, che il merito sia solo di S. Bartolomeo: “se l’invocato Santo Bartolomeo non si fusse subitamente interposto appresso la Divina Giustizia per il populo supplichevole, non haverebbe avuto Lipari miglior sorte di quella che incontrarono tante e tante famose Città della Sicilia”.

 

Sopra un dipinto dell'epoca di Catania. Sotto le rovine di Noto antica.

Una lunga penitenza

Comunque è questo il sentimento della grande maggioranza di liparesi in quel giorno tremendo. Finite le scosse, il vescovo che è mons. Castillo – che era andato a vivere nel Palazzo accanto alla Cattedrale, probabilmente in qualche modo riparato – va nella Cattedrale che è piena di popolo e fa esporre la reliquia del pollice, lascia  quindi che la gente si sfoghi per qualche tempo con pianti e preghiere e quindi, chiesto di fare silenzio, prende la parola ed esorta tutti alla penitenza.

E subito, esposto il SS.Sacramento, annuncia che sarebbe rimasto all’adorazione dei fedeli per le prossime quarant’ore, notte e giorno comandando ai canonici che tutti facessero turni di due ore. E lui stesso diede l’esempio scegliendo per se il turno della mezzanotte.

Quella notte la maggior parte dei liparesi la passò in Cattedrale, alternando la paura alla speranza, e ritenendo che, se era destino che dovessero morire, meglio era morire in chiesa in ginocchio dinnanzi al Santissimo.

Ma la notte passò senza nessuna replica del terremoto per quanto leggera.

Una ipigrafe a Catania ricorda la ruina

Il lunedì il vescovo preceduto dal clero e assistito dal governatore e dai giurati portò in processione il Santissimo dalla Cattedrale al Borgo e quindi per tutta la città invocando Dio che preservasse le persone e le isole dal ripetersi di eventuali dissesti. Alla processione il popolo partecipò numerosissimo e, tornata in Cattedrale la processione, il vescovo esortò tutti a prepararsi ad una comunione generale per il prossimo mercoledì mentre il martedì sarebbe stato dedicato alle confessioni.

E così passò il martedì col vescovo che partecipò direttamente alle confessioni mentre ognuno viveva nel raccoglimento e nella preghiera.

Arrivò il mercoledì 14 e per tempo la mattina arrivarono alla Cattedrale in processione le varie confraternite con i loro abiti penitenziali e intonando canti di penitenza. Dopo la comunione si formò una processione che dalla cattedrale, attraverso il borgo, si diresse alla chiesa di San Bartolomeo extra moenia sempre con il clero, il vescovo e le autorità in testa  portando la reliquia del pollice. Lì giunti fu chiesto al Santo di confermare il proprio patrocinio e quindi tornarono alla Cattedrale.

Ma la giornata non poteva dirsi ancora conclusa. Nel pomeriggio, quando scadevano le quaranta ore di adorazione, di nuovo le confraternite si diressero alla chiesa madre e questa volta tutti i confrati avevano una corona di spine in testa e una grossa e rozza fune al collo.

Anche i frati Osservanti ed i Cappuccini intervennero con la corona di spine in testa e scalzi  e ciascuno portava uno specifico strumento di penitenza: chi si era caricato una grande e pesantissima croce, chi si trascinava al piede  una lunga e massiccia catena, chi aveva sulle spalle un pesante macigno, chi con strumenti a punta si colpiva il volto che aveva tutto coperto di sangue. Anche il clero sopraggiunse con il capo cinto di spine.

La processione, con alla testa il vescovo, che mostrava il Santissimo, e le autorità cittadine – anch’essi cinti di corone di spine -, dalla Cattedrale si diresse verso la chiesa di San Giuseppe nel Borgo seguita da un a folla numerosa, tutti con in capo una corona di spine. In questo lungo corteo non mancava chi con flagelli si sferzava le spalle, o si  era fasciato le carni nude con l’ortica, o chi si piagava il petto mentre il clero con voce flebile intonava preghiere. Quindi la precessione fece ritorno alla cattedrale dove il vescovo, con un breve discorso, accomiatò tutti.

La congregazione dell’Immacolata chiese al vescovo che si prolungasse di altre quaranta ore e ad essa si unirono le altre congregazioni. Così fu deciso che l’indomani mattina, 15 gennaio, il Sacramento venisse esposto nella chiesa di San Giuseppe e poi a turno si sarebbe portato nelle altre chiese e conventi – e durante il giorno oltre alle preghiere ci sarebbero stati esortazioni spirituali di canonici,  padri regolari e dello stesso vescovo nel pomeriggio – e questo  fino alla Domenica.

La domenica  18 il vescovo  era nuovamente in cattedrale in abito penitenziale e nel pomeriggio, arrivati anche i monaci e il clero con gli stessi segni penitenziali del giorno 14, con la reliquia del Santo la processione si diresse verso la chiesetta di San Bartolo extra moenia. Vi erano anche il governatore ed i giurati anch’essi cinti di spine e con al collo una corda di canapa e così tutto il popolo che seguiva silenzioso e penitente.

E’ fra la sera della domenica e la mattina del lunedì che finalmente giungono a Lipari notizie dalla Sicilia. E ciò che colpisce di più è il sapere che lì alle fortissime scosse dell’11 ne erano seguite diverse altre, “minacciandone un totale sterminio”.

La mattina del lunedì Lipari è tutto un pianto. Nella case, nelle chiese, nelle piazze, nelle strade sono solo suppliche e gemiti. E non si capisce se questi sono per la commiserazione della rovina che è toccata a tanta gente o per il riconoscimento di esserne stati preservati. “La verità si è che – commenta il Campis – dall’uno e l’altro motivo il tutto s’originava nel cuore dei Liparoti”[17].

A questo punto la sequela penitenziale riprende con maggior convinzione e vigore. “Affronte di tante calamità partorite dal tremoto in Sicilia più spicca la gratia fatta alla Città di Lipari, che, sbattuta gagliardamente, fu sostenuta, e, già cadente, fu fermata senza minomissimo detrimento”[18].

Lipari come Ninive penitente

Il vescovo scende in Cattedrale con la corona di spine in testa e scalzo, si prostra in preghiera di ringraziamento dinnanzi alla reliquia dell’Apostolo e poi, sempre scalzo, si reca alla chiesa della Madonna delle Grazie , che si trova ad un centinaio di metri dalla Cattedrale, dove era esposto il Santissimo. Qui lo raggiungono i canonici del capitolo anch’essi incoronati di spine e scalzi. E quando si sparse la voce nella città che il vescovo è con i canonici in preghiera e scalzo, tutti corrono alla Madonna delle Grazie. Tutti scalzi, tutti col capo coperto di spine, anche il governatore ed i giurati, tutti senza eccezione alcuna incuranti del fatto che era inverno, che faceva freddo, che le strade erano pozzanghere fangose. Tutti anche le signore, le donne di ogni ceto, scarmigliate, con croci e flagelli, battendosi il petto, piangendo, invocando pietà. Tutti anche le ragazze, i giovani, i bambini graffiandosi la faccia. Percotendosi il petto con sassi, battendosi le spalle con corde impeciate, tutti implorando misericordia e perdono, “vedevasi una divotione confusa et una confusione devota[19]”.

“Chi non vidde Ninive penitente poteva quella mattina raffigurarla in Lipari[20]”!

  

Sopra una antica rapprersentazione di Ninive e sotto il profeta Giona che predica la penitenza.

E questa contrizione non si trattò di un fuoco fatuo. Il martedì, il mercoledì e il giovedì furono giorni totalmente consacrati al pianto, al pentimento, alla confessione ed alla comunione, ad atti di penitenza “che ognuno a suo talento esercitava” , di giorno per le strade e nelle chiese e di notte dinnanzi alle porte chiuse di queste giacchè si temevano ancora rovine e stragi.

Le notizie che erano arrivate dalla Sicilia sembravano avere tolto senno e sonno alle persone. Non si dormiva più di notte e di giorno si camminava per le strade “insensate e stolide”, meste e taciturne. Non si vedevano più per le strade e per le piazze il formarsi di circoli per chiacchierare, anzi appena si scambiavano saluti muti fra amici e parenti. Diversi pensavano di abbandonare la città e il borgo e di rifugiarsi in campagna come se anche qui non si fossero potuti aprire delle voragini. 

Di questo sentimento popolare di depressione ne fu turbato il vescovo che pensò che fosse giunto il momento di porre fine a questa lunga penitenza ch era durata per più di dieci giorni.

Così giovedì 22 gennaio era l’ultimo giorno in cui il Santissimo stava esposto nella Chiesa delle Grazie. Il vescovo, alla 21 ora (ore 14?), preceduto dal capitolo e seguito dai rappresentanti la città, si soffermò in preghiera dinnanzi all’ostensorio poi presolo in mano si portò alla porta della chiesa perché potesse essere ascoltato da quelli che erano dentro la chiesa e dai moltissimi che non erano riusciti ad entrare e stavano in ginocchio nella piazzetta dinnanzi. Nel suo discorso partì dalla grazia che Lipari ed i liparesi avevano ricevuto per i meriti di S. Bartolomeo ma, parte nuova del suo discorso, si disse sicuro che l’isola e la città non sarebbero più stati soggetti a cataclismi e scosse di terremoto e questo proprio per la tutela del santo. E disse questo senza alcuna esitazione sereno in volto ma con voce ispirata. E lo ripeté più volte alzando l’ostensorio. Grazie a S. Bartolomeo il pericolo era cessato.

La Cattedrale dove accorrono i liparesi quando incombe il pericolo.

Un discorso breve ma di grande efficacia. E la gente gli credette ed immediatamente tutti si rasserenarono. Così  accompagnarono vescovo e ostensorio in processione ancora una volta per la città  e ritornati alla Chiesa delle Grazie il vescovo volle rassicurare  ancora i cittadini: “Non bisognava avere più paura che tremi la terra. Dio per i meriti del suo Apostolo ci ha preservati da questo tragedia e così sarà per l’avvenire”. Quindi mons. Castillo impartì la benedizione e rimandò la gente alle proprie case.

Nei giorni seguenti si seppe che proprio nella giornata di giovedì, “alle 22 ore sonate”, mentre il vescovo parlava rassicurando tutti, a Messina ed in altre città la terra fu scossa da forti tremori. Ma a Lipari non ci fu più alcun sommovimento, ne allora nei mesi seguenti, dice il Campis, che finiva di scrivere il 10 agosto di quello stesso anno[21].



[1] Le ore si contavano a partire dall’Ave Maria che però cambiava da stagione a stagione perché corrispondeva all’imbrunire. Se a gennaio il sole tramonta alle 17 si può pensare che l’ora quinta siano le 22 e che le 21 della domenica erano le 13. Un calcolo diverso degli orari viene fatto da M.S. Barbaro e M. Cosentino (Il terremoto siciliano dell’11 gennaio 1693, Rend.Soc. Geol.It, 4 (1981), pp- 517-522): il 9 gennaio la scossa si sarebbe verificata alle ore 4,30 del tempo corrispondente alle 21,07 di oggi; il terremoto dell’11 gennaio sarebbe avvenuto alle ore 21 del tempo allora in uso corrispondente  alle 14.09 del tempo odierno. Ma se il terremoto a Lipari giunse durante la cerimonia in Cattedrale è difficile che questa fosse ancora in corso alle 14.09. Più probabilmente la scossa che colse la gente in cattedrale fu quella delle 16 tempo di allora corrispondente alle ore 9. 23 di oggi e che vi sia stata confusione fra le due scosse.

[2] G.La Rosa, op.cit., voll. I, pp232-241, 

[3] S. Tinti, A.Armigliato e R.Tonini, Studio delle possibili sorgenti del maremoto dell’11 gennaio 1693 in Sicilia orientale mediante modellazione numerica, Convegno GNDT 2004.

[4] M=7,4 secondo Gruppo di Lavoro CPTI, 2004.

[5] Dal sito www.socgeol.it , vol.128(2009) f.1.

[6]  M.S. Barbano, M. Cosentino, art. cit.,  pag. 521. I dati e le notizie riportati dalle cronache o da descrizioni del terremoto si rivelano spesso contraddittori. Risulta perciò importante confrontare più documenti, possibilmente atti ufficiali. Riguardo, ad esempio, alle vittime del terremoto le notizie sono estremamente discordanti; per la Relazione dei Senatori di Siracusa ... , cit., i morti sono 93.000, secondo il manoscritto anonimo Il gran terremoto del 1693 in Siracusa sarebbero 26.000: L. Trigilia, Siracusa ... , cit., pp. 116-117, cfr. a p. 82. F. Aprile, Della cronologia ... , cit., riportando gli «Estinti nelle rovine del terremoto», osserva: «rapporterò qui la strage delle persone quasi d'ogni popolazione per potersene conietturare ancora le rovine degli edifici; avvegnaché non sia in tutte argomento infallibile, poiché in alcune fu grande il danno delle fabbriche, minore, e non corrispondente la perdita degli uomini, che con maggiore accorgimento si sottrassero al pericolo dopo il terremoto del venerdì .. ».

[7] La prima scossa si fece sentire “per lo spazio di due pater noster”, quella dell’11 gennaio  (alle 15 o alle 13.30), fu avvertita per il tempo di “una litania cantata”. ( Da una lettera del conte Domenico Lacorcia scritta da Mazzarino il 13 gennaio ad Antonio Bulifon in L.Trigilia, La ricostruzione necessaria, Centro Internazionale di Studi sul Barocco.) 

[8] M.S.Barbano e M. Cosentino, art. cit., pag. 519.

[9] Idem, 519-521.

[10] M. Stucchi, F.Albini, A.Moroni, I. Leshiutta, C.Mirto e G.Morelli, Il terremoto del 9 gennaio 1693 in (a cura di) G.Giarrizzo, La Sicilia dei terremoti lunga durata e dinamiche sociali, Catania 1886.

[11] S.Greco, Messina medievale e moderna, op.cit., pag. 332.

[12] P.Campis, op.cit., pp.345-366. E la cronaca del Campis riprende ampiamente Giuseppe La Rosa, op.cit., vol I,pp.232-241. Noi seguiremo la narrazione del Campis integrandola, dove ci sembra più chiara e puntuale sotto l’aspetto narrativo, con quella del LaRosa, che in qualche punto se ne discosta.

[13] P. Campis, op.cit., pag. 345.

[14] Idem, pag. 345.

[15] La libra siciliana doveva essere di poco superiore ai 3 etti e quindi questi chicchi di grandine sarebbero arrivati pesare sino ad un chilo e mezzo.

[16] P.Campis, op, cit., pag.350.

[17] P. Campis, op. cit., pag. 354.

[18] Idem, pag. 354.

[19] P. Campis, op. cit., p.355.

[20] Ibidem, pag. 355.

[21] Ibidem pag. 358.

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Lipari penitente come Ninive

Mons. Arata, un grande vescovo santo

 

La paziente intransigenza di mons. Arata

Le antiche porte di Palermo

Tensioni con il Tribunale della Real Monarchia dovette sperimentarle anche mons. Francesco Arata[1], malgrado i propositi con cui era giunto a Lipari nel gennaio del 1664. Il suo fermo intento era quello di liberare la diocesi dalla presenza del commissario del Tribunale della Real Monarchia di Palermo ma agendo con tatto e diplomazia e senza lasciarsi sviare da altri problemi. Invece improvvisamente, ad un anno dal suo arrivo, si trovò nel bel mezzo della mischia con il governatore delle isole e capitano d’arme. Una contesa partita da un problema eminentemente giuridico e cioè se l’istituto del “privilegio del foro” – che permetteva al vescovo di far giudicare dal tribunale ecclesiastico di sua competenza gli ecclesiastici ed i familiari di Curia – che era stato abrogato nel 1635 dal re di Spagna, si applicava ugualmente a Lipari visto che la diocesi – già prima di quel tempo - dipendeva direttamente dalla Santa Sede[2]. Ma la vicenda degenera in un conflitto col capitano d’arme che viene scomunicato dal vescovo e col commissario  del Tribunale della Real Monarchia. Inoltre  mons. Arata deve anche trascorrere tre mesi nella prigione di Palermo dove lo rinchiude, nella primavera del 1667, il viceré. Il vescovo non si dà per sconfitto ed approfitta di questi mesi per avere un chiarimento, a conclusione del quale torna a Lipari con la promessa che sarebbe stato allontanato il capitano d’arme e rimosso il commissario. Ma se viene mantenuta, “a stento[3]” , la prima promessa la seconda viene dilazionata nel tempo fino a  quando nel 1668 non scoppia un altro caso. Anche qui il commissario impugna una sentenza del vescovo ed il vescovo lo minaccia di scomunica. A questo punto il commissario si dimette e chiede di riconciliarsi col vescovo. Il Tribunale di Palermo non nominò un successore ma il nuovo viceré volle incontrare, come aveva richiesto il suo predecessore il vescovo. Mons. Arata accettò prontamente e annunciò alla S.Sede che chiedeva una dispensa dalla residenza di sei mesi, mettendo in conto che anche questo viceré , come il predecessore, avrebbe approfittato di averlo a Palermo per segregarlo in carcere. Invece questa volta si trattò di un confronto in piena libertà dove ognuno espresse le sue ragioni ma il vescovo rimase fermo sulle sue posizioni e se ne tornò a Lipari di fatto vittorioso anche se non volle ammettere che di una vittoria si era trattato.

Mons. Arata deve nominare il vicario di Messina

Non purtroppo una vittoria definitiva perché scoppia un altro caso, sempre per l’applicazione del “privilegio del foro”, probabilmente nel 1675 o poco prima perché  di esso mons. Arata parla in una relazione , appunto del 1675, alla Sacra Congregazione del Concilio. Il caso riguarda il capo dei gendarmi della Curia vescovile che da dieci mesi è in carcere per un alterco col giudice del Tribunale laico. Il vescovo scomunica il giudice e questo si appella al Tribunale della Monarchia. Il vescovo resiste all’ingiunzione di trasmettere ad essa gli atti del procedimento per l’appello e viene  convocato alla corte del viceré che allora risiedeva a Milazzo. Dopo due ore di rimostranze che mons. Arata dovette subire improvvisamente il suo interlocutore fu colto da un terribile mal di testa che non accennava a placarsi nemmeno dopo giorni, e così se ne dovette tornare a Palermo.

Ma il caso più clamoroso doveva accadere l’anno successivo, in seguito alla morte dell’arcivescovo di Messina che avvenne il 22 marzo 1676. In quel tempo Messina si era ribellata agli spagnoli ed era temporaneamente occupata dai francesi. Nell’attesa che fosse designato il nuovo arcivescovo il capitolo nominò il vicario nella persona del canonico Benedetto Dini, ma la decisione non piacque al Tribunale della Real Monarchia.

Messina, si eccepì, anche se occupata dai francesi appartiene al regno di Spagna ed al regno di Spagna appartiene gran parte del territorio diocesano. Inoltre si fece appello ad uno dei canoni del Concilio Tridentino che stabiliva che  in una diocesi metropolitana con sede vicaria, la nomina del vicario spettava al vescovo della diocesi suffraganea più antica. Cioè, in questo caso, il vescovo di Lipari. Questi, che si trovava in quel periodo a Palermo, acconsentì e nominò un ecclesiastico messinese di sua conoscenza, don Francesco Tanzi che, saputo della nomina, fuggì da Messina e si stabilì a Milazzo per esercitare, libero dal controllo francese, la sua funzione. E così Messina ebbe due vicari, il Dini e il Tanzi. Il primo che esercitava sulla città e sulla parte della diocesi sotto il controllo francese, e l’altro sulla parte della diocesi sotto il controllo spagnolo.

La decisione di mons. Arata di nominare lui il vicario non piacque alla S. Congregazione del Concilio che temeva insidiata la dipendenza diretta della diocesi di Lipari dalla Santa Sede ed il rischio del suo rientro nell’alveo della Legazia Apostolica. Mons. Arata , saputo di queste critiche, cercò di spiegare ai membri della S. Congregazione i motivi del suo comportamento e come, consultando l’archivio diocesano, si era potuto rendere conto che i suoi predecessori per  più di sessant’ anni, senza interruzione, avevano accettato di essere suffraganei della sede Metropolitana di Messina. Comunque, conclude assicurando, che è pronto a rimettersi alle loro decisioni.[4].

Prima che la lettera arrivi alla Congregazione questa ha già disposto. Valeva – si conferma - il decreto di Urbano VIII del 1627 che dichiarava esente la chiese di Lipari da qualsiasi dipendenza che non fosse quella della S. Sede quindi l’Arata veniva invitato ad annullare il suo atto, mentre il Tanzi, che non doveva tenere in alcun conto la designazione del vescovo di Lipari doveva comunque rimanere nella carica di vicario generale perché a questo incarico veniva destinato direttamente dalla Congregazione.

Un braccio di ferro fra Roma e Palermo sulla pelle del vescovo

Il vescovo di Lipari ubbidì prontamente e lo comunicò a Roma per dimostrare la sua buona fede. Il Tanzi invece non potè accogliere la disposizione della S. Sede perché viveva in regime di Legazia Apostolica e non poteva accettare ordini superiori che non passassero o fossero approvati dal Tribunale della Monarchia. Inoltre se si applicava il Concilio di Trento, una volta esclusa la diocesi di Lipari il diritto-dovere della nomina passava alle altre diocesi suffraganee che erano Cefalù e Patti e non alla S. Sede.

Ma la S. Congregazione non si dà per vinta. Rimbrotta aspramente il vescovo di Lipari accusandolo “di essersi comportato da spergiuro con determinata volontà e di avere, in piena consapevolezza, contrastato ad un preciso decreto della S.Sede[5]; e riguardo al Tanzi coglie al volo la circostanza che un suo membro, il card. Ludovico Emanuele Fernandez de Portocarrero era stato designato dalla corte di Madrid a governare l’isola per chiedergli di avallare la nomina della S.Congregazione alla cui decisione lui stesso aveva concorso.

Il Cardinale Portocarrero

Questa mossa  metteva in imbarazzo il cardinale Portocarrero che si vide nel mezzo di un conflitto di interesse e non potè fare altro che passare la lettera al giudice del Tribunale della Regia Monarchia. Il giudice – comprendendo benissimo che la richiesta della S. Congregazione minava l’istituto della Legazia Apostolica – respinse la richiesta e censurò l’operato del vescovo di Lipari.

Per circa un anno le cose andarono avanti nella confusione. Il Tanzi continuò ad operare come vicario in base alla nomina del vescovo di Lipari per il Tribunale della Regia Monarchia ed in base alla propria designazione per la S. Sede. La diocesi di Lipari rimase suffraganea di Messina per il Tribunale ed invece soggetta unicamente alla S. Sede per la S. Congregazione. E il povero vescovo di Lipari? Rimaneva nelle ambasce e aspettava chiarimenti da Roma che non arrivavano.

Questa era la situazione quando nel maggio del 1678, in ordine ad una causa della vendita di un podere di Salina avvenuta 35 anni prima, ci si appella all’arcivescovo di Messina e questo richiede gli atti alla curia di Lipari. Che fare? Il vescovo scrive all’arcivescovo esprimendogli tutto il proprio imbarazzo, gli chiede di aver pazienza e di attendere, perché spera in un chiarimento da parte della S. Congregazione del Concilio[6]. Ma Roma taceva malgrado le sollecitazioni  ed intanto si aveva sentore che a Palermo la situazione andava aggravandosi perché l’arcivescovo di Messina non aveva mantenuto il silenzio dopo la lettera di Mons. Arata, ma aveva informato il viceré che aveva informato il re.

Il 17 ottobre  del 1678 la consulta dei ministri di Stato emette una sentenza che riafferma la suffraganeità della diocesi di Lipari rispetto a Messina e si suggerisce al vicerè di convocare a Palermo il vescovo di Lipari per dar conto della sua condotta presente e passata. 

E mons. Arata  parte per Palermo alla fine di giugno del 1679 ed a Palermo vi rimarrà per circa un anno, fino al giugno del 1680, trascorso in incontri e interrogatori e per lo più in stato di detenzione con lo scopo di farlo desistere dalla posizione di ritenersi dipendente solo da Roma. Durante questo periodo più volte scrive alla S. Congregazione chiedendo lumi su come comportarsi ma senza ricevere sostegno ed appoggio alcuno. Al vicerè il povero vescovo continua a rispondere che lui aveva cercato di adeguarsi alla volontà del re e di comportarsi come suffraganeo del metropolitano di Messina ma questa condotta non mi fu più possibile tenerla per un esplicito intervento del papa. “Quel che avrei dovuto fare me lo suggerisca, di grazia, Eccellentissimo Viceré, la Sua ben nota e decantata pietà e saggezza. Avrei potuto io, in tutta coscienza, avrei potuto io, in tutta coscienza, non ubbidire ad un così esplicito ordine del Sommo Pontefice che è l’immediato ed unico superiore dei Vescovi?... se ad un suddito vengono impartiti da due Superiori diversi ordini contrastanti fra loro, ben si sa che tutti i Teologi suggeriscono che è doveroso obbedire a quel superiore che è di grado più elevato, e non all’altro”.[7]

Mentre a Palermo mons. Arata si mostrava risoluto sulla sua posizione, a Roma l’ambasciatore di Spagna aveva aperto estenuanti quanto inutili trattative con la curia giacchè il papa era più risoluto di Mons. Arata. Intanto a Messina si raccoglievano documenti e testimonianze per testimoniare quanto la suffraganeità di Lipari fosse antica  e costante. Tutto però dimostrava che la questione andava per le lunghe per cui sul finire dell’inverno del 1680 il vicerè chiede al re il permesso di potere rimandare a Lipari l’Arata che si era dimostrato un soggetto troppo difficile da trattare e per di più la diocesi lamentava la mancanza del suo vescovo.

Così, probabilmente, nel giugno dello stesso anno mons. Arata tornava alla sua sede. Intanto nel marzo del 1678 era stato nominato il nuovo arcivescovo e quindi il problema della nomina del vicario si era risolta di per sé. Rimaneva il problema della dipendenza della chiesa di Lipari. Questa si risolvette in qualche modo il 9 febbraio del 1691 quando, morto mons. Arata, venne nominato vescovo di Lipari mons. Gaetano Castillo[8] ed il papa, nella bolla di nomina, ribadì l’esenzione della chiesa di Lipari da ogni sudditanza esclusa quella con Roma. Ed essendo questa bolla stata sottoposta dal nuovo vescovo all’exequatur del governo siciliano la questione veniva risolta con una vittoria piena della Santa Sede[9].   

Gli anni ’70 non sono solo quelli, come abbiamo visto, del braccio di ferro fra Roma e Palermo giocata sulla pelle di mons. Arata ma sono anche anni di carestia e di guerre che investono le Eolie come la Sicilia ed altre realtà del Mediterraneo.

Carestia allora significava crudamente mancanza di pane. La raccolta del 1671 era stata poverissima. I contadini protestavano con i proprietari terrieri accusandoli di vendere ai cittadini tutto il grano prodotto per ricavare maggiori guadagni e abbandonavano le campagne affollando le città sperando di trovare qui il benessere. In  realtà trovavano miseria e morte. Nel corso del 1672 a Palermo morirono di fame oltre cinquantamila persone, a Messina ventimila, quindicimila a Catania e Siracusa[10]. I messinesi armarono cinque vascelli e con essi cominciarono a dare la caccia alle navi cariche di mercanzie che attraversavano lo Stretto o veleggiavano nelle vicinanze[11]. E siccome questa pratica si era diffusa nelle zone costiere,  il viceré intervenne per dichiararla  inammissibile,  chiedendo la punizione dei magistrati che li avevano avallato  ed ordinando la restituzione dei grani derubati. Ma era tutto inutile perché la situazione, in particolare nel messinese, era ogni giorno di più fuori controllo[12]  .

Il "miracolo" del Vascelluzzo

E a Lipari? La situazione non era certo migliore che altrove. E’ proprio in questa circostanza il vescovo Arata,  che già si era fatto apprezzare per il suo spirito di carità verso i poveri, “faceva distribuire ai bisognosi ogni mattina alla porta del suo Palazzo – annota il Campis[13] -o leumi cotti o riso, e non in scarsa misura”.Ma malgrado l’impegno del vescovo la situazione andava precipitando fino a quando, nella prima decade di febbraio del 1672, erano terminate le scorte di grano e non si aveva speranza che ne potesse arrivare dalla Sicilia perché per parecchi giorni di seguito vi erano furiose tempeste che non permettevano a nessun vascello di accostarsi.

Il Vascelluzzo

Il 13 febbraio era la ricorrenza dell’arrivo a Lipari delle spoglie di S.Bartolomeo e la gente, come sempre nelle situazioni di pericolo, si affidava al patrono aumentando le invocazioni e le preghiere. Ed è proprio il 12 febbraio, vigilia della ricorrenza, si vide apparire all’improvviso  dinnanzi all’isola “una gran nave, la quale, quantunque combattuta da ogni parte dalli venti infuriati e flagellata dall’onde, non però cedeva punto allo sdegno degli elementi[14]. Il Campis descrive come il comandante cercasse in tutti i modi di indirizzare il vascello verso Milazzo o una spiaggia della costa tirrenica, ma inutilmente. Il vento consentì una sola manovra, quella di approdare nel porto di Lipari. Qui si scopre che era una tartana francese, denominata S. Bartolomeo, carica di frumento, diretta a Messina. E quando si seppe che Bartolomeo era anche il nome del proprietario, subito si gridò al miracolo e comprato tutto il grano, “si rimediò alle communi miserie per qualche tempo”[15].

E si tratta, questo del vascello pieno di grano, del miracolo più popolare fra gli eoliani assieme a quello dell’arrivo delle reliquie del Santo. A memoria di esso nel 1930 i liparesi fecero realizzare il cosiddetto “vascelluzzo” in oro ed argento, un reliquiario che conserva un lembo di pelle del Santo[16].

Ma non sono solo la carestia e la miseria a travagliare in questi anni la vita degli eoliani, vi sono i navigli dei saraceni che rifanno la loro comparsa, ma soprattutto ricompaiono nei nostri mari le navi da guerra, che per qualche tempo, non si erano più viste e le isole tornano ad essere teatro di scontri.

Il motivo per cui gli scontri navali riprendono a verificarsi nel basso tirreno è legato in particolare alle vicende di Messina. Qui la carestia ha dato origine a forti sommosse popolari[17] e ad una sorta di guerra civile che ha portato Messina a scacciare gli spagnoli e a chiedere l’appoggio dei Francesi ed a dichiararsi indipendente dalla Spagna ( 1674-1678).

Tutto questo per i liparesi – che si mantennero fedeli al re di Spagna con in testa i loro giurati ed il loro vescovo - voleva dire maggiori restrizioni nelle navigazioni giacchè c’era il pericolo di imbattersi in navigli francesi. Per il popolo voleva dire anche lavoro straordinario e gratuito nelle opere di difesa, requisizione ed ammasso nei magazzini del Castello del poco grano che i contadini conservavano per le emergenze. Una squadra francese piuttosto consistente operava nei mari delle Eolie nel febbraio del 1675 . Lo scontro con gli spagnoli avvenne tra Panarea e Stromboli e la vittoria arrise ai francesi tanto che il comandante della flotta, sbarcato a Messina, si dichiarò viceré di Sicilia. Un altro scontro, questa volta fra francesi e gli olandesi venuti a dare man forte agli spagnoli e dall’esito dubbio, si ebbe a largo di Alicudi l’8 gennaio del 1676. Dopo lo scontro entrambi i contendenti vennero a sostare nelle baie di Lipari tenendosi a rispettosa distanza. Si studiarono per due giorni con qualche scaramuccia, poi i francesi si mossero verso Messina mentre gli olandesi buttarono le ancore a Milazzo. Dopo le operazioni navali si spostarono sulle coste della Sicilia orientale.

Gli scontri finirono nel 1678 con la pace di Nimega e la Spagna riebbe indietro Messina e gli altri territori occupati in Sicilia[18].

Messina, antica fortezza

Un grande e santo vescovo

La carità di mons. Arata verso i poveri non si limitò solo al periodo della carestia ma fu un carattere distintivo di tutto il suo ministero[19]. E visto che gli introiti della Mensa non erano più abbondanti come un tempo, giacchè la carestia e la limitatezza dei commerci aveva ridotto le entrate a 3 mila scudi l’anno mentre la popolazione era arrivata a 5.500 abitanti – di cui tre mila nella città alta – e da questi introiti bisognava decurtare diverse somme[20] fra cui   quelle per l’ospedale dell’Annunciata che si trovava al Castello, vi  rimediava con le sue risorse personali e con i contributi dei benefattori[21] che continuamente sollecitava. Per recuperare le risorse per i poveri mons. Arata arrivò a vendere i materassi e le coperte del suo letto. Il Campis racconta che “tutte le limosine che distribuiva voleva passassero per mano non sua, ma d’altri. Anzi mai esso tenne denaro sopra di sé, e richiesto un giorno da persona confidente perché così praticasse, rispose: ?Se io vedessi con i miei occhi il denaro, che sa se io me l’affetionassi e mi paresse più duro il darlo come devo. L’argento e l’oro rubbano i cuori per menzo dell’occhio, onde per guardarci da essi non dobbiam guardarli”[22].

La sua attività caritativa aveva ottenuto dei buoni successi se poteva scrivere nel 1665 – naturalmente prima della carestia -  che “in mezzo a questo piccolo gregge non c’è una sola pecorella alla quale manchino gli alimenti per il suo quotidiano sostentamento”.[23]

Ma la carità non era l’unico valore all’attenzione del vescovo Arata, aveva anche – ed è forse il suo tratto più interessante – una concezione dell’evangelizzazione che modernamente si sposava con la promozione umana. Anch’egli, come i suoi predecessori, si rende conto che la religiosità degli eoliani é molto carente, fortemente inquinata da una ignoranza – a cominciare dal non sapere leggere e scrivere, peculiarità che non era solo del popolo ma anche della classe media e dei ceti privilegiati[24] - che li portava a viverla intrisa di superstizione e paganesimo..  Ma, al contrario di essi, non si limita a condannare queste deviazioni ma andava alle sue cause. E le cause stavano nel clero secolare e nei religiosi che non erano meno ignoranti del popolo che era loro affidato. I primi perché la loro formazione era approssimativa e abborracciata[25], i secondi perché come scriverà lo stesso vescovo in una relazione “ad Limina” del 19 gennaio 1668 – “qui per lo più vengono inviati come a luogo di confino e al fine di far penitenza taluni frati che si allontanano dalla disciplina religiosa e sono rilassati nello spirito” per cui “con la loro condotta essi fanno più male che bene, e che con la loro licenziosità e dissolutezza danno occasione a fatti scandalosi”[26].

Per i frati chiede ed ottiene la collaborazione dei superiori. Ed infatti, già nel 1672, in una lettera alla S. Congregazione del Concilio riferisce che la situazione è del tutto mutata sia per quanto riguarda i cappuccini sia per i minori osservanti.  Per quanto riguarda, invece,  il clero secolare e il popolo mette in campo una strategia ad ampio raggio. Fa venire da fuori sette sacerdoti che dovranno collaborare nella sua opera pastorale a cominciare dal vicario generale;  tenta di portare a Lipari – ma l’operazione non va in porto - i frati Scolopi, specializzati nella promozione della cultura popolare, ed arriva ad offrire loro il convento sulla Civita dei minori osservanti; promuove  un Sinodo diocesano per il 1666 con l’obiettivo di verificare lo stato disciplinare della sua chiesa;[27] istituisce in Lipari di un parroco stabile perpetuo che svolga con continuità la cura d’anime senza essere distolto- come accade per il vescovo – da attività di governo; invita puntualmente predicatori gesuiti a parlare in Cattedrale ed a tenere “i quaresimali”[28]; infine, ma sicuramente l’iniziativa più importante, promuove l’apertura di una “scuola di grammatica”, gratuita ed aperta a tutti, ai chierici che volevano prepararsi al sacerdozio ma anche i ragazzi poveri che volevano darsi una cultura di base. In questa scuola si dovevano insegnare “la grammatica ed i rudimenti della fede”[29].

La “scuola di grammatica” promossa da mons. Arata sarà il primo strumento di istruzione pubblica delle Eolie. Proprio in quegli anni Lipari apriva due biblioteche – sempre sovvenzionate dal vescovo - una presso il monastero dei Minori Osservanti ed una presso i Cappuccini mentre lo stesso vescovo, presso il suo palazzo, aveva un’altra buona dotazione di libri.

Col tempo anche le forme di espressività religiosa durante le processioni si erano purificate e non vi erano più le manifestazioni esagitate che tanto negativamente avevano colpito mons. Vidal.

Si era fortemente affezionato a Lipari Mons. Arata e quando, morto l’arcivescovo di Catania, il 27 settembre 1686, lo stesso Carlo II  lo proporrà per governare quella diocesi, egli rifiutò per non abbandonare quella che Dio gli aveva “data per sposa” [30]. Ci si è chiesti se quello del re fosse un riconoscimento per un prelato che nella difficile vicenda della ribellione di Messina si era mantenuto fedele alla monarchia spagnola oppure un ennesimo tentativo di riaprire in qualche modo la vicenda dell’autonomia della diocesi liparese liberandosi di un vescovo irriducibile dalla consegna avuta dal papa. Ma se veramente questo proposito stava in cima ai pensieri della Spagna non si sarebbe dovuta prestare più attenzione alla bolla di nomina del suo successore quando fu sottoposta all’exequatur?

Comunque passarono meno di quattro anni ed il 25 maggio 1690 mons. Arata morì  compiendo l’ultimo atto di umiltà della sua vita. Chiedendo, cioè, - come racconta il Campis – di essere sepolto nella Cattedrale, ai piedi dei gradini dell’entrata , dalla parte interna della chiesa, in modo da  “esser calpestato da tutti quelli che entrassero”[31]



[1] Dopo i problemi vissuti da mons. Gentile la Santa Sede tornò a promuovere su Lipari vescovi siciliani capaci di trovare un modus vivendi con la Real Monarchia siciliana e la scelta cadde su mons. Francesco Arata, appartenente ad una influente famiglia di Palermo. Venne nominato vescovo di Lipari il 13 agosto del 1663  e giunse a Lipari nel gennaio del 1664 con il fermo proposito di tenersi lontano da ogni competizione.

[2] La vicenda la si ritrova nei documenti dell’Archivio Segreto del Vaticano, Sacra Congreg. Concilio R., cass. 456°, ff.147 e 147v e anche i G. La Rosa,op.cit., vol.I , pag. 205 e ss.. Si veda G.Iacolino, manoscritto cit., Quaderno IID, pag.57 b1,2,c

[3] ASV,SCCR, Cass.456 A f.178v.

[4] Archivio Segreto Vaticano, SCCR, Cass. 456°, ff.173-173v. La lettera del vescovo Arata è del 10 aprile 1677.

[5] G.Oliva, op.cit. doc.IV, p.36.

[6] La documentazione in ASV, SCCR, Csss. 456°, ff.300-300v.

[7] Lettera del 10 novembre 1679 in ASV, SCCR, Cass.456°, ,f.330.

[8] Mons. Gaetano Castillo, nato a Termini Imerese, teatino, eletto vescovo di Lipari l’8 gennaio 1691all’età di trentatrè anni. Morirà il 22 marzo del 1694 cadendo da una scaletta sul tetto del Palazzo Vescovile.

.[9] Iacolino ritiene che l’accettazione dell’autonomia di Lipari da Messina non sia stato un atto voluto del Tribunale di Palermo ma piuttosto una disattenzione giacchè l’arcivescovo di Messina continuò a ritenere la diocesi di Lipari sua suffraganea ed a chiamare all’appello il vescovo di Lipari il 14 agosto, la vigilia dell’Assunta. Naturalmente questi risultava assente  e veniva puntualmente multato ma la multa non veniva mai riscossa. (G:Iacolino, manoscritto, cit. Quaderno IID, pag. 72 a,b.). Comunque dopo il successo del 1691 la Curia romana continuerà a ribadire l’autonomia di Lipari da Messina fino al 1826 quando tornò a considerare i vescovi di Lipari suffraganei di Messina anche se ormai si trattava di un atto formale. La suffraganeità viene definitivamente meno quando nel 1976 la diocesi di Lipari verrà incorporata  nell’Arcidiocesi di Messina.

[10] S.Greco, Messina Medioevale e moderna. Dai Normanni ai Borboni, Messina 1998, pag. 285.

[11] Idem, pag. 283.

[12] G.E. Di Blasi, Storia cronologica de’Viceré, Luogotenenti e Presidenti del Regno di Sicilia, Palermo 1974, vol.III, pag.243-245.

[13] É.Campis, op.cit., pag.338.

[14] Idem, pag. 339.

[15] Idem, p.340.

[16] Quello dell’arrivo miracoloso di vascelli carichi di grano nei porti di città o paesi marinari in quei giorni della grande carestia, non furono rari. Un simile caso, imputato ad un miracolo della Beata Vergine, successe anche a Messina negli stessi giorni ed anche a Messina si fece un vascello d’oro per ricordare l’evento. V. F.Pergolizzi, “Quel famigerato viceré della Sicilia”, in Gazzetta del Sud, 1 aprile 1992. Certo la coincidenza degli arrivi miracolosi e della denuncia dei furti di nave non può non insospettire. Inoltre, al di là del fatto specifico, c’è da chiedersi quanto i liparesi che avevano la fama di sapersi destreggiare nel campo della pirateria marittima fossero rimasti inoperosi in una situazione così confusa e drammatica. Su questi dubbi si veda anche G.Iacolino “E’ arrivato un vascello carico di…” in Gente alle Eolie, Lipari 1994, pp.207-210.

[17] Uno degli episodi che fu all’origine delle sommosse messinesi riguarda un argentiere Giuseppe Martines la cui moglie aveva da poco partorito e lui andava alla ricerca di un pane. Ma in Sicilia, per decreto del viceré, al popolo non poteva esser venduto pane fresco (che invece era privilegio solo dei baroni), ma quello del giorno precedente perché si era convinti – vista la carestia - che dovendo mangiare pane duro se ne limitasse il consumo. Il Martines a cui era stato rifiutato un pane si vide sfilare sotto gli occhi una cesta di quello appena sfornato destinato ai nobili. Infuriato picchiò il garzone e rubò un pane. Sul posto si raccolse una piccola folla che cominciò ad inveire contro il Senato. Accorsero altra gente ed anche alcuni nobili e nel tafferuglio che seguì il Maertines ferì un nobile e si dette alla fuga. L’episodio mette in evidenza il dualismo che si andava formando in città: i nobili e il senato da una parte denominati Malvizzi ed il popolo dall’altra denominati Merli. E siccome con questi si schierò lo stradigoto, i Merli furono intesi come filo spagnoli e i Malvizzi invece come fauturi dell’indipendenza dagli spagnoli. Nell’estate del 1674 i Malvizzi fecero strage di popolani, scacciarono lo stradigoto e fecero allontanare a cannonate il viceré che voleva entrare in porto. Era l’avvio dell’indipendenza della Spagna e per garantirla i messinesi si appellarono ai francesi e furono ben felici di intervenire con le loro navi. Essi fecero la comparsa nei nostri mari il 28 settembre del 1674. (S.Greco, Messina mediovale e moderna, op.cit,. pp.283-300.

[18] Dura fu la vendetta degli spagnoli contro Messina che  uscì da questa esperienza distrutta: il Palazzo municipale venne abbattuto e le macerie cosparse di sale; il senato elettivo fu abolito; l’Università e la Zecca chiuse; le campane del Duomo vennero fuse e se ne ricavò una statua equestre raffigurante re Carlo II che schiacciava l’idra della rivoluzione; l’Archivio distrutto e disperso; i cittadini più compromessi fuggirono e la città si ridusse a quasi la metà con non più di 50 mila abitanti.

[19] Campis racconta che fra l’altro il vescovo tutti i giorni aveva un povero a pranzo come commensale ed alla fine del pasto, che condivideva con lui, gli dava anche una elemosina in denaro. I poveri diventavano più d’uno nelle solennità.

[20] Ricordiamo che a carico della Mensa oltre all’ospedale vi erano le spese correnti della Cattedrale; gli stipendi per i cappellani, i canonici, i procuratori legali e gli impiegati delle corti vescovili;  le pensioni annuali per i porporati romani; le guardie per mare e sulle alture (Stromboli, Alicudi, Monte Guardia); l’integrazione dei legati per le fanciulle povere da marito, ecc.

[21] Fra questi benefattori il più generoso e assiduo fu Bartolo Russo “il quale quotidianamente lo provedeva di quanto vi fu bisogno sino all’ultimo de’ di lui giorni”(Campis).

[22] P.Campis, pag. 340-341.

[23] ASV, Cass.456 A f. 163.

[24] Vi erano “cerusici” che per rilasciare un certificato di malattia dovevano ricorrere al notaio che sotto il referto faceva apporre un segno di croce attestando che questo apparteneva al “professionista”(G. Iacolino, manoscritto cit. Quaderno IID, pag. 58).

[25] Se un giovane voleva farsi prete chiedeva l’autorizzazione al vescovo che gli indicava alcuni sacerdoti anziani che davano un po’ di rudimenti per una decina d’anni. Di tanto in tanto venivano sottoposti a degli esami e quando erano ritenuti idonei ricevevano gli ordini sacri.

[26] ASV,SCCR,Cass. 456°, ff.179v-180.

[27] E’ singolare che all’annuncio del Sinodo le autorità laiche ed il popolo si appellano al viceré ed al Tribunale della Monarchia ritenendolo “contro il bene comune”. Per fortuna il vicerè e i Tribunale furono di tutt’altro avviso e stigmatizzarono le autorità locali per avere “osato iterferire nella sfera ecclesiastica” (ASV,SCCR, Cass, 456A, f. 177).

[28] La preparazione alla Pasqua durante i quaranta giorni della quaresima.

[29] G. La Rosa, op.cit., Vol.I, pp 211-216.

[30] G.La Rosa, op.cit., Vol.I, pag.220.

[31] P.Campis, op.cit., pag. 344.

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Mons. Gaetano Castillo

Il vescovato di Lipari sempre al centro di tensioni

 

La pratica dello "spoglio" ridesta il conflitto

Innocenzo X

Se durante il vescovato di mons. Giuseppe Candido la tensione pubblica fra il vescovo e  le autorità di governo sembra assopirsi  essa riprende di nuovo fuoco improvvisamente – segno che la situazione era tutt’altro che tranquillizzata – con il suo successore che era anche suo cugino, mons. Agostino Candido[1]. A dar fuoco alla miccia è la decisione della Nunziatura Apostolica di Napoli di praticare lo “spoglio” in seguito alla morte del predecessore sospettando il lascito di un ingente capitale liquido. Il capitale non si trova ma scoppia un conflitto che si allarga a macchia d’olio chiamando in causa prima il vescovo, che pure aveva tentato di tenersi in disparte, poi i giurati e quindi anche i referenti esterni a cominciare dal viceré di Sicilia sollecitato dai giurati che avevano preso le parti del vescovo, e del Nunzio di Napoli che inviò un suo rappresentante il quale si appellò  al capitano d’arme. Infine la vicenda viene portata per ben due volte alla Santa Sede, la prima dal vescovo che era stato sospeso da un procuratore del Nunzio di Napoli, la seconda dai suoi avversari che avevano accusato Mons. Candito di avere ceduto alla Real Monarchia di Sicilia mettendo in discussione il diritto del Pontefice. Ed è nel corso di questo viaggio, dopo aver chiarita la situazione col papa, che mons. Candido muore, nel luglio del 1650, colpito dalle febbri delle paludi romane[2].

Alla fine lo “spoglio” si fece malgrado il nuovo vescovo, mons. Geraci, avesse preso posizione contraria. Questi però seppe trarre insegnamento dalla vicenda e curò, durante il suo governo, di depositare periodicamente presso il banco del Vaticano – garantendone la disponibilità per la chiesa liparese – le somme eccedenti della sua amministrazione.[3]

Comunque la chiesa liparese – al di là di momentanei chiarimenti - continuò a vivere in un intreccio di tensioni e di ambiguità fra Santa Sede, Nunziatura Apostolica di Napoli e Tribunale della Regia Monarchia di Palermo. E che a queste tensioni contribuivano anche gli uffici vaticani lo mette in risalto la lettera che il 19 dicembre 1650 – in occasione della nomina del nuovo vescovo mons. Benedetto Geraci[4] – a nome del papa Innocenzo X veniva inviata all’arcivescovo di Messina. In essa si ripristinava il suo ruolo di metropolita nei confronti del vescovo di Lipari, in aperta contraddizione di quanto aveva disposto Urbano VIII nel 1627 e quindi si ridava fiato alle mire di Palermo di interferire nella diocesi di Lipari. Comunque quest’atto, qualunque ne sia stata la ragione e la causa, rimarrà isolato e la S.Congregazione del Concilio, in futuro, farà sempre riferimento alla bolla di Urbano VIII.[5].

E fu proprio mons. Geraci che  sperimentò direttamente come fra la prepotenza della Real Monarchia e le ambiguità e la lontananza della Santa Sede, spazio al vescovo per difendere l’autonomia della sua diocesi ne rimaneva ben poca. Così dovette piegare la testa sulla vicenda dello “spoglio”, ma in qualche modo dovette subire – malgrado le riconferme formali del vaticano della particolare condizione della diocesi nei confronti del regno di Sicilia - anche l’ingerenza del Tribunale della Real Monarchia che nominò un suo commissario a Lipari, ed infine ebbe partita persa nella difesa del “diritto d’asilo” che cercò di far rispettare nelle chiese della sua diocesi ma ricevendo i rimbrotti del viceré[6].

Ma qual è la rendita annua della Mensa vescovile?

Prima di partire per Roma per effettuare la sua visita “ad Limina”, fissata per i primi mesi del 1660, Mons. Geraci scrive una sua relazione alla Sacra Congregazione del Concilio[7] dove fa il punto sulla situazione economica e finanziaria della diocesi. Egli sostiene che i proventi annui della mensa sono di circa 3 mila ducati di moneta d’argento siciliana quindi ben 1.500 in meno degli introiti dichiarati da mons. Candido. Se poi si pensa che da questi 3000 bisogna sottrarne 1.500 per le pensioni romane[8] e rimanevano da pagare gli stipendi ai due collettori delle decime, i contributi per il mantenimento delle guardie diurne e notturne della Città e delle isole, le elemosine da erogare ai poveri della città alta – dove risiedevano 3 mila abitanti - che erano molti, e a quelli del borgo – che contava 2 mila anime – che erano ancora di più, si poteva capire che le risorse a disposizione del vescovo fossero veramente poche e da qui le lamentele per non potere riparare la cattedrale che mostrava segni di decadimento.

Ma se questo si diceva nella relazione, la realtà doveva essere ben diversa perché risulta che egli avesse messo da parte ben quattordicimila scudi d’oro con i quali intendeva creare un fondo per costituire a Lipari un “monte di Pietà per beneficio delli Popoli di questa Città”. E contava proprio di approfittare della vista “ad limina” per versarlo in una qualche banca romana. E non ne aveva parlato nella relazione perché reso edotto delle travesìe subite al suo insediamento non voleva che questa somma finisse nello “spoglio[9]”.

Purtroppo il viaggio per Roma fu avventuroso e durò un paio di mesi passando per tempeste spaventose. A Roma, qualche mese dopo il vescovo morì e dei quattordicimila scudi d’oro, che era riuscito a salvare dalla tempesta, non si riuscì a sapere che fine avessero fatti[10].

Basiluzzo fa parte delle Eolie?

L'isolotto di Basiluzzo

Comunque che il vescovo avesse messo da parte una somma cospicua si doveva essere diffusa la voce perché subito , questa volta, partì l’operazione di “spoglio” avallata dal nuovo vescovo, mons. Adamo Gentile[11], che era un napoletano. Ma delle somme sperate non si trovò nulla e si dette sfogo ad una caccia alle streghe con incriminazione di furto ed arresto nei confronti di un povero prete e quindi reazioni delle autorità civili  e quindi del viceré di Palermo che mal sopportavano l’accondiscendenza del vescovo allo “spoglio”[12]. Il vescovato di Lipari rimaneva così al centro di tensioni e turbolenze. Anzi mons. Gentile nel poco tempo che fu alla guida della diocesi, riuscì ad unificare contro di sé giurati, governatore, nobili e capitolo della Cattedrale. Sull’onda della vicenda dello “spoglio” l’attenzione del vescovo fu attratta dal cercare di capire dove erano andati a finire i 4.600 scudi annui che dovevano avanzare, fatte tutte le detrazioni, visto che la Mensa percepiva ben 6.600 scudi e non 3.000 come asseriva il suo predecessore. E quindi il prelato era divenuto sospettoso di tutti e pronto a entrare in lite con chi scopriva evadere i censi e le decime. In particolare la sua attenzione si appuntò sui possessori di terreni di Basiluzzo, ricchi borghesi ed ecclesiastici che vivevano a Lipari e nulla pagavano alla diocesi. Il vescovo li diffidò e costoro ricorsero al Tribunale della Regia Monarchia. Ed il tribunale candidamente sentenziò che Basiluzzo non faceva parte del lascito di Ruggero Normanno perché nell’elenco delle isole da questo fatto nel documento, Basiluzzo non compariva. Era chiaramente un dispetto fatto al vescovo liparese giacchè era naturale che Basiluzzo non fosse presente nell’elenco visto che era considerato poco più di uno scoglio e quindi nelle pertinenze di Panarea[13].



[1] Mons. Agostino Candido divenne vescovo il 12 giugno del 1645. E’ sotto il suo governo che ufficialmente tornano i cappuccini a Lipari (anche se probabilmente la decisione era già stata presa l’anno precedente) e si stabiliscono dove ora c’è il cimitero comunale ottenendo il terreno per il convento dal vicario episcopale don Benedetto Gualtieri.

[2] La narrazione puntuale di questo conflitto si trova in G. La Rosa, Pyrologia Topistorigrafica dell’Isole di Lipari, Lipari 1997, Primo volume, pp 186 – 191.

[3] G. Iacolino, manoscritto cit.,  Quaderno IIC, pag. 43.

[4] Mons. Benedetto Geraci venne nominato vescovo di Lipari il 19 dicembre 1650 e morì a Roma , dove era andato in visita ad limina il 13 agosto 1660.

[5] La lettera di Innocenzo X all’arcivescovo di Messina in G.Oliva, Le contese giurisdizionali della Chiesa liparese nei sec. XVII e XVIII, Messina 1905, doc. III, pag.36. In G.Iacolino, manoscritto cit, Quaderno II C, pag 42g,h.i.

[6] Sull’indipendenza della Diocesi si veda G. Oliva, op.cit., pp.97-98 e G. Iacolino, manoscritto cit., pag.43, a, b..Per quanto riguarda il diritto d’asilo si veda G.La Rosa, op.cit. vol.II,­ pag.110-111. Migliore successo ebbe invece mons. Geraci nel promuovere iniziative devozionali come la nomina di Sant’Agatone a copatrono della diocesi e la Vergine Immacolata a patrona universale delle Eolie. Fece anche consacrare la Chiesa Cattedrale anche se non mancava chi sosteneva che questa fosse già stata consacrata quando fu rimessa in piedi dopo la ruina. Il 28 maggio del 1651 emise un severo “Editto per le magàre” rivelando come i liparesi mischiassero nella loro pietà la devozione dei santi con pratiche di esorcismo e di stregoneria.

[7] Relazione di Mons. Geraci alla S,Congregazione del Concilio del 1659, in Archivio  Segreto del Vaticano. Cass. 456 A, ff.133-135,

[8] A carico della diocesi di Lipari che era ritenuta una delle più ricche della Sicilia ogni anno, da oltre un secolo, pendeva l’obbligo di rimettere alla Santa Sede sotto la voce “pensionamento” o stipendio per un paio di cardinali millecinquecento o duemila scudi.

[9] Su queste vicende si vedano i documenti in Archivio Vescovile Lipari, Civili,9. G.Iacolino, Manoscritto cit., pagg. 46 b3,c,d.

[10] G. Iacolino, Gente alle Eolie, Lipari 1994, p.160; G. Iacolino, manoscritto cit.,pag. 46d,47,47°.Mons. Geraci a Roma andava ad abitare presso un amico medico, Terenzio Tornatore, e fu questi che si incaricò delle esequie e su cui si appuntarono molti sospetti per la perdita degli scudi d’oro.

[11] Mons. Adamo Gentile, di Caserta, nominato il 15 novembre del 1660, giunge a Li pari nel maggio del 1661 muore 18 mesi dopo la sua elezione.

[12] G.La Rosa, op.cit., vol.I97-203, vol. II pag. 113-114.

[13] G.La Rosa, op.cit., vol I pag.203, vol.II pag.115-116. La polemica con i canonici si sviluppò a partire dalla richiesta di questi di aumentare la loro prebenda e di regolarizzare il servizio in Cattedrale che lasciava molto a desiderare specie nei confronti delle chiese conventuali. Si discusse anche come reperire i fondi visto che la Cattedrale pretendeva anche lavori di restauro e si arrivò così col parlare degli introiti della Mensa e qui scoppiò il dissidio. I canonici scrivono due lunghe lettre di reclamo – una al viceré e una al Tribunale della Regia Monarchia – dove fra l’altro si accusava il presule di non curarsi del culto divino e del bene spirituale della diocesi e di lasciar deperire la Cattedrale. La risposta del vicerè, comunicata al vescovo e a lui giunta il 7 giugno del 1662, è una dura reprimenda soprattutto per la condizione della cattedrale. Il vescovo – letto il dispaccio – “divenne una vipera che si avventava contro chiunque se li parava d’innanzi, di modo che, non potendo sfogare la sua còlera, se la volle pigliare contro il nostro Glorioso Protettore Apostolo S.Bartolomeo”  ed abolì la festa del 17 giugno che scadeva pochi giorni dopo. Ci si immagini la reazione della cittadinanza a cominciare dai giurati. Così quando a metà di novembre mons. Gentile si ammalò e, nel giro di pochi giorni, il 28 novembre morì a solo quarantaquattro anni di età, il giudizio popolare non potè non attribuire questa ad una punizione del Santo.

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Mons. Adamo Gentile

Un vescovo diplomatico in un mare di maldicenze

 

Mons Candido un vescovo che sa destreggiarsi

Urbano VIII

Per evitare gli eccessi di mons. Caccamo, nella scelta del successore la Santa Sede si muove con molta prudenza e preferisce puntare su un siciliano di Siracusa che però aveva studiato e risiedeva a Roma presso il papa  - era maestro del Sacro Palazzo Apostolico - di cui spesso condivideva la mensa. Quindi un uomo di tutta fiducia per cercare di portare in porto l’obiettivo che ha in mente la Santa Sede, rendere la diocesi di Lipari autonoma, dipendente unicamente da Roma e potere da lì sferrare l’attacco alla Legazia Apostolica, ma operando in questa prospettiva con grande prudenza senza perdersi in scontri personali e di sapore locale come era accaduto al Caccamo. Era questi mons. Giuseppe Candido che il 29 novembre del 1627, quando è nominato vescovo di Lipari, ha appena  trantacinque anni. Il nuovo vescovo arriva a Lipari con due bolle in tasca: quella di nomina che prudentemente – anche lui come il suo predecessore – sottopone all’exequatur del viceré di Palermo ed un’altra, del dicembre 1627, che doveva tenere segreta e conteneva la dichiarazione di Urbano VIII che la Chiesa di Lipari era immediatamente dipendente dalla Sede Apostolica e quindi libera da ogni autorità e giurisdizione compresa quella del metropolitano di Messina[1]. Segreta doveva essere la bolla per tutti ma non per l’Arcivescovo di Messina che ne era stato messo a conoscenza dallo stesso pontefice. Purtroppo dopo circa un anno anche questa bolla diventa pubblica in seguito ad un incidente. Un soldato, colpito da scomunica da parte del vescovo, ricorre in appello e la causa viene inoltrata  a Messina ma l’Arcivescovo, con riferimento alla bolla, si dichiara incompetente. La notizia scatena non poche polemiche. Il re ed i loro funzionari si sentono colpiti nelle loro prerogative giacchè a questo punto tutte le cause giudicate dal Vescovo in appello devono andare direttamente a Roma Ma protestano anche i liparesi  per cui questa scelta  provocava “tanti dispendij e lungarìe” per cui mandano a Madrid un loro incaricato, designato dai giurati, don Tommaso Policastro a perorare la loro causa[2]. Ma le proteste del re e l’impegno dell’ambasciatore spagnolo non ebbero alcun effetto e con due rescritti del 9 novembre  1631 e del 21 dicembre 1635 la Sacra Congregazione confemava  che “Liparensem Episcopum Sedi Apostolicae subiectun”.

Luigi Guglielmo Moncada viceré di Sicilia

Quindi al povero vescovo veniva lasciata una difficile incombenza, quella di rimanere fermo sul principio e nell’ubbidienza alla Santa Sede ma al tempo stesso sapersi muovere con prudenza e diplomazia. E dovette farlo molto bene mons. Candido da ottenere, allo stesso tempo, lode ed approvazione dalla Real Corte e dal papa[3].

Comunque se riesce a destreggiarsi bene con i militari e le autorità di Palermo e di Lipari, Mons. Candido non riesce ad evitare il vezzo - che era un po’ generalizzato, ma nelle isole  trovava maggior diffusione forse a causa dell’isolamento e della limitatezza dell’ambiente che finiva con l’enfatizzare luci ed ombre e spesso le ombre più delle luci – della maldicenza e della denigrazione affidata ad una lettera. Mons. Candido fu preso di mira da un gruppo di professionisti e comunque di gente in vista della città che, a partire dal 1639, cominciarono a divulgare sul suo conto critiche e calunnie  portandole a conoscenza del viceré e poi anche a Roma alla Sacra Congregazione del Concilio. Fra le altre accuse vi era quella di aver utilizzato a proprio vantaggio il lascito di Mons Vidal, di cui abbiamo detto, per regalare ogni anno il vestiario a persone bisognose dell’uno o della’altro sesso avendo ecceduto nel protagonismo sia pretendendo che o poveri andassero a farsi misurare i vestiti in Palazzo vescovile in sua presenza, sia che poi – una volta ultimati-  andassero a ritirarli dalle sue mani mentre se ne stava sulla sedia gestatoria. Una prassi che  i delatori giudicavano la causa per cui “molte persone vergognose e meritevoli, essendo di famiglie onorate e bennate, lassano di piglare il detto legato per non comparire pubblicamente e pigliare detta elemosina”[4].

A tutte le accuse il Candido risponde serenamente e puntualmente, ma oltre a lui lo fanno ben venticinque canonici liparesi con una dichiarazione del 15 aprile 1642 che più che una difesa è una attestazione di affetto e di stima per il loro vescovo. E certamente non aveva bisogno di essere difeso a Roma dove era conosciuto e stimato tanto che quando il 15 settembre 1644 viene eletto papa il prefetto della S.Congregazione del Concilio il card. Giambattista Pamphili col nome di Innocenzo X non meraviglia che questi volle mons. Candido a suo fianco a Roma e lo nominò governatore della città[5].

Durante il suo governo che durò dal 1627 al 1644 mons. Candido si distinse per aver ulteriormente migliorato le entrate della diocesi che dai 3 mila scudi del 1626 arrivarono sino a 4.500 scudi. E fu proprio grazie a queste entrate che riuscì – malgrado le dicerìe dei detrattori - a finanziare diverse opere a cominciare dalla Cattedrale dove, per prima cosa, provvide a ricollocare il soglio vescovile all’interno del coro dove era prima dell’intervento di mons. Caccamo. Ma non si limitò certamente a questo: “La Chiesa cattedrale che era vecchia e brutta e che minacciava di andare in pezzi, è stata da me consolidata, interamente biancheggiata, fornita di finestre di vetro e arricchita di nuove cappelle[6]”. E fra l’altro si deve a lui la creazione della cappella del battistero con un artistico fonte battesimale.

Gli anni della carestia e dei tumulti

Innocenzo X

In quegli anni Lipari era cresciuta e contava complessivamente 5 mila abitanti di cui settecento risiedevano permanentemente nel borgo. Questo numero però aumentava di molto durante l’estate quando la gente abbandonava la città alta perché vi faceva troppo caldo e cercava refrigerio in ville e casalini fuori dalle mura. C’era quindi bisogno che si costituisse “una filiale sacramentale” della cattedrale anche perché le porte della città alta chiudevano al tramonto e diveniva impossibile accedervi. Così fu scelta la chiesetta di San Giuseppe di cui fu iniziato l’ampliamento e  dove , dal 1929 in poi, si poterono celebrare tutti i sacramenti escluso i battesimi.

Il buon andamento delle finanze della diocesi certamente dovette influire positivamente anche sulle vocazioni perché se nel 1610 i preti, compreso i canonici, erano 28, con 3 diaconi, un suddiacono e 12 chierici, nel 1642 erano divenuti 44 con 4 diaconi , 3 suddiaconi e 17 chierici ed ogni anno vi erano lasciti per la celebrazione di più di 7 mila messe quasi tutte da farsi in Cattedrale, cioè una media di ben venti messe al giorno e si può quindi capire come mai il vescovo si lamentasse che “il solenne sacrificio della Messa viene celebrato precipitosamente, disordinatamente e con grandissimo scandalo”[7].

Comunque non erano tempi facili quelli per i liparesi in genere perché non era raro che nelle isole venissero a mancare le derrate alimentari. Il grande terrore oltre ai pirati era quello della peste. Bastava che si diffondesse la voce che in qualche parte del Mediterraneo fosse scoppiata una pestilenza perché i porti dei regni di Napoli e di Sicilia si chiudessero all’approdo alle navi che non offrivano garanzie. I commerci si bloccavano e con i commerci non circolavano più i grani che era la derrata alimentale fondamentale. Che voleva dire offrire garanzie? Le navi dovevano munirsi di certificati rilasciati dagli ammiragliati che attestavano lo stato di sanità della nave e dei paesi da cui provenivano. Ma non sempre questi certificati erano accettati come attendibili nei porti di arrivo.

I LIparesi contro Masaniello e fedeli alla monarchia

  

A sinistra, i tumulti a Napoli capeggiati da Tommaso Aniello. A destra, Masaniello arringa la folla

Nel 1647 a causa  di una ostinata siccità che provocò mancanza di frumento, si ebbero tumulti e ribellione a Napoli e Palermo con richieste che assunsero un significato politico perché chiedevano l'abolizione della gabelle e la partecipazione del popolo alle municipalità. I rivoltosi di Palermo e di Napoli – questi ultimi guidati da un certo Tommaso Aiello meglio conosciuto come Masaniello - si collegarono fra di loro e si scambiavano informazioni tramite navigli che passavano per le Eolie. L’obiettivo dei rivoltosi palermitani era quello di liberare la Sicilia dal dominio spagnolo e proclamare la repubblica. In questa occasione i liparesi rimasero fedeli alla monarchia spagnola e riuscirono diverse volte a bloccare questi collegamenti trasmettendo i messaggi dei rivoltosi ai Vicerè di Napoli e della Sicilia. Fra l’altro i navigli liparesi catturarono una feluca che da Napoli si dirigeva a Palermo con la quale i ribelli di Napoli segnalavano di fermare sei vascelli carichi di grano per evitare che cadessero nelle mani degli spagnoli che avevano bloccato il porto di Napoli.

Don Giovanni d’Austria, figlio del re Filippo IV che comandava l’armata navale spagnola inviò al capitano d’arme ed ai giurati di Lipari il 26 ottobre 1647 una lettera di plauso.

La carestia continuò per parecchio tempo, fino al 1648, e don Giovanni d’Austria assunse la carica di viceré di Sicilia. Se ne avvantaggiarono i liparesi che il 12 maggio del 1649 ottennero la diminuzione della tassa del censo.

Don Giovanni d'Austria al centro.



[1] Ughelli, Italia sacra, tomo I, foglio 784, in L. Zagami, op.cit., pag. 242.

[2] G. Oliva, Le contese giurisdizionali della Chiesa Liparese, Messina 1905, doc.I, pag. 33. G. Iacolino, manoscritto cit, pag.38b.; L. Zagami, op.cit., pag, 242-3.

[3] G. Iacolino, manoscritto cit., pag. 38c.

[4] La documentazione di questa vicenda comprendente le lettere dei delatori e le risposte del vescovo e la lunga nota dei canonici a sostegno del vescovo, si trovano  in Archivio Segreto Vaticano, Sacra Congr. Cons. Relat., Carp. Liparen., 456°, ff.99 e ss.; G.. Iacolino. manoscritto cit., pag. 40 g-o.

[5] Purtroppo Mons. Candido morì il 9 dicembre del 1644 a Roma dove si era trasferito da poche settimane affrontando in autunno il viaggio per mare che poco sopportava tanto che negli ultimi sedici anni non si era mai mosso da Lipari nemmeno per le visite “ad limina” al papa che i vescovi devono fare ogni tre anni.

[6] Arch.Segreto del Vaticano, Cass. 456 A, f. 93v), G. Iacolino, manoscritto. Cit., pag. 39 b.

[7] Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456°, ff. 54v e53. G. Iacolino, manoscritto. Cit., pag. 39.

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Tommaso Aiello

La devozione alla Madonna del Terzito

 

La madonna del Terzito

Nel periodo in cui Mons. Caccamo era vescovo di Lipari, il 23 luglio del 1622, a Salina, quell’Alfonso Mercorella che abbiamo già conosciuto, mentre era impegnato a disboscare il pianoro che collega Malfa a Leni per poter mettere i terreni a coltura, giunto ai piedi del Monte dei Porri sente un misterioso suono di campanella che si ripete tre volte e che lo porta a scoprire il rudere di un’antichissima chiesetta che risaliva al VII secolo, dedicata, come abbiamo già visto, alla Vergine Maria[1].

Col tempo la fantasia popolare amplificò questo fatto del ritrovamento dei ruderi e si disse che il Mercorella non avrebbe solo sentito il campanello ma anche visto “una bellissima Donna vestita di color azolo, con un velo bianco sul capo, e con un campanello nella mano destra, che fissamente lo mirava”, si parlò di una lampada che rimase accesa per ben tredici anni senza che le fosse somministrato olio, di un giovane cieco dalla nascita che facendo visita al santuario acquistò la vista[2]. Lo stesso Campis, parlando dell’episodio, fa propria un’altra voce nata dalla fantasia popolare, che il Marcorella insieme ai ruderi avrebbe trovato anche un vecchissimo quadro della Vergine che fu fatto a pezzi  dalla devozione popolare “trasportata da eccessivo affetto” per farne reliquie[3]e, rifacendosi al Campis, la versione del ritrovamento dell’immagine, è riportata nella lapide che nel 1901 fu posta nel vestibolo del Santuario. .

In realtà, come fa notare Giuseppe Iacolino, Rocco Pirri[4] che scrive prima del Campis, nel 1640 dice chiaramente che fu nel VII secolo che “per divina ispirazione, fu trovata la celebre immagine di Maria”, e ciò apparirebbe  da antichissimo documenti che si conservano presso alcuni cittadini di Lipari appassionati di antichità.

Più che ad un miracolo si pensa a valorizzare i terreni

E’ un fatto che nell’immediato non dovette fare molto scalpore questo episodio del Terzito riproposto dal Mercorella nel 1622 visto che mons. Caccamo non ne parla nei suoi scritti, né si soffermano su questo episodio altri storici della chiesa liparese[5]. Il Mercorella, che come abbiamo visto era impegnato a titolo proprio ed anche per conto del vescovo, nella valorizzazione di quei terreni fu il promotore della ricostruzione della chiesa[6] . Era quello il tempo, dopo il concilio tridentino, di un  forte rilancio e sviluppo della devozione per i santi ed in particolare la devozione mariana. In Sicilia culti legati ad apparizioni o eventi miracolosi si sviluppavano a Tindari, Caltagirone, Capo d’Orlando, Palermo. Nella stessa Lipari erano arrivati i culti della Madonna di Loreto a Quattropani, del Nome di Maria a Pirrera, dell’Assunta a Serra. E col tempo anche la madonna di Tindari si impose all’attenzione ed alla devozione degli eoliani.



[1] Quella del 1622 viene intesa come la terza ricostruzione del Santuario. La prima cappellina risale al V secolo quando un santo monaco eremita, anche per contrastare il culto di Demetra che continuava a sopravvivere fra i contadini che lavoravano a Salina  ed in particolare in quel fertilissimo pianoro, volle edificare questo punto di richiamo religioso e dipinse o disegnò anche una immagine della vergine. La cappellina andò in rovina e venne ricostruita nel VII secolo e fu allora che venne riscoperta l’immagine della madonna che il monaco aveva dipinta.

[2] Alcuni di questi episodi ed altri ancora  sono raccolti in fascicoletti devozionali circolati  nel secolo scorso come “Breve storia del Santuario della Madonna del Terzito che si venera a Val di Chiesa (Salina), a cura del Cappellano Curato Sac. D. Francesco Costa, Messina 1924.

[3] P.Campis, op.cit., pp 66-67.

[4] R.Pirri, Sicilia Sacra, Liparensis Ecclesiae Notitia VIII, p.951.

[5] Iacolino fa notare che all’episodio del 1622 non danno alcun risalto né il Pirri, né La Rosa, né Rodriquez. In “La Chiesa Cattredrale…, manoscritto cit. Quaderno IIB, pp.33-39.

[6] Su dove ricostruire la chiesa, se nel luogo indicato dal Mercorella o a quota più bassa, sul ciglio del sentiero che percorreva il fondovalle come voleva qualcun altro che affermava di avere trovato lì i veri ruderi della antica chiesetta, ci fu a suo tempo discussione ma prevalse la tesi del Mercorella, mentre il suo contestatore fece erigere una edicola nel luogo da lui indicato ( G.Iacolino, op,cit., pag. 34).

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Un'icona del VII secolo

Il vescovo che uccise il capitano d'arme

 

Mons. Caccamo, un vescovo prevenuto

Lo scranno (come appare oggi) che scatenò le ire di Mons. Caccamo

Che la ragione di scegliere come successore di mons. Vidal un domenicano di Palermo, teologo e consultore dell’Inquisizione, segnalato alla S.Sede dal viceré di Sicilia don Francesco di Castro che lo conosceva e lo stimava perché confessore della suocera, fosse quella di stemperare il clima e di andare su una personalità gradita al regno di Palermo, è più che probabile. Ed infatti il primo atto del nuovo vescovo fu proprio un atto di deferenza verso il viceré sottoponendo la bolla della sua nomina alla visione del Tribunale della Regia Monarchia che concesse l’exequatur cioè il gradimento. Nominato il 2 aprile del 1618 il Caccamo prede possesso della diocesi tramite un suo procuratore, Alfonso Mercorella, mentre giunge a Lipari solo in estate.

Che non fosse venuto a sedare gli animi ed promuovere la pace lo si comprese subito dal suo primo atto. La prima cosa che vide entrando in cattedrale – tre giorni dopo il suo arrivo - fu lo scanno delle autorità laiche, spazioso e imponente, che attirava gioco forza l’attenzione dei fedeli mentre il soglio vescovile era relegato dentro il recinto del coro. E così immediatamente decide di dare lo sfratto ai giurati e al capitano d’arme, “ruppìo pezzi pezzi detta seggia”, e  colloca al posto del loro scranno “una seggia altissima di sei scaloni per sedere lo stesso Vescovo[1].    

Comunque nei giorni seguenti, venuto a più miti consigli, mons. Caccamo fa ricostruire il seggio giuratorio ma colloca, di fronte a questo, un proprio seggio anch’esso di legno creando in una chiesa che aveva allora solo la navata centrale una strozzatura che intralciava le funzioni.

Questo atteggiamento risentito nei confronti delle autorità dell’isola che ebbe sfogo contro lo scranno in Cattedrale probabilmente fu originato dal fatto che trovò il Palazzo Vescovile per gran parte inabitabile e per l’altra parte occupato da uffici del municipio e dai soldati per cui era stato costretto a prendere alloggio nel casalino fuori città “con evidente pericolo di cadere in mano ai privati”, come egli stesso ebbe a scrivere.[2] .

Il vecchio Palazzo Vescovile oggi sede del Museo Archeologico

Comunque che nell’animo di mons.Caccamo non ci fosse solo un risentimento nei confronti delle autorità locali ma la convinzione profonda che a lui toccasse combattere una santa battaglia contro le ingerenze dei laici e la riaffermazione della preminenza del vescovo sulla città e le isole, lo si vide dagli atti conseguenti a cominciare dai tentativi –non riusciti – di sganciarsi dalla suffraganeità verso l’Arcidiocesi di Messina. Trovata sbarrata questa strada anche per l’intervento del viceré, l’azione del vescovo si concentrò nel resistere alle  richieste della Regia Monarchia a cominciare dal rifiutarsi di trasmettere gli atti dei processi tenuti a Lipari[3] perché si potessero celebrare, presso il Tribunale di Palermo, i giudizi d’appello. In questa resistenza la Corte di Lipari trovò alleata la Corte arcivescovile di Messina  che o non dava corso al processo di revisione o si muoveva con lentezza eccessiva, tanto che il governo di Sicilia col consenso del re decise di inviare a Lipari quello che oggi si chiamerebbe un “ispettore”, cioè un delegato dal giudice della Monarchia, l’abate Rocco Pirri, dottore in teologia e diritto, che nel 1647 sarebbe divenuto famoso pubblicando “Sicilia Sacra”, la storia della chiesa nella regione.

L'ispezione del Pirri

Il Pirri arriva a Lipari con una lettera delegatoria e per giorni e giorni  - anche grazie all’assenza del vescovo che si trovava a Roma  - può operare  nella Curia, interrogare persone, eliminare editti e carte che contenevano anatemi contro l’istituto della Regia Monarchia. Certamente incontrò anche il Capitano d’arme a cui raccomandò che nelle isole si rispettassero gli ordini della regia Monarchia e del suo tribunale.

Non sembra però che il risultato di questa ispezione abbia influito sul comportamento di mons. Caccamo che continuerà a restare fermo nella sua posizione intransigente sull’immunità e’indipendenza della sua diocesi. Aumenterà però la vigilanza dei Capitani d’arme nei confronti del Prelato e questo renderà i rapporti ancora più esasperati.

Una nedaglia dedicata all'abate Rocco Pirri.

Intanto il vescovo pensa anche alle finanze della diocesi e parte col rivendicare il diritto del vescovo ad autorizzare chi vuole andare nelle  isole per coltivarle, cacciare, prelevare frutti e legna e  ricordando che al vescovo spetta, in tutte le isole, una imposta chiamata “laudemio” - dal latino laudare cioè  approvare –consistente in una percentuale sui trasferimenti che avvengono da una persona all’altra. Una particolare attenzione il vescovo dedica all’isola di Salina per valorizzare circa metà del territorio a ridosso del Monte delle Felci, verso ponente, che dovrà essere disboscato e destinato a colture redditizie attraverso contratti di enfiteusi. E’ nella redazione di questi contratti che emerge, come testimone di molti di essi, un personaggio, Alfonso Mercorella, che abbiamo incontrato come procuratore del vescovo nel suo insediamento a Lipari e che diventerà uno dei più facoltosi possidenti di Salina.

Il vescovo si scontra con i possidenti

Nel procedere in questa operazione dei nuovi contratti di enfiteusi il vescovo si imbatté in numerose persone che risultavano senza titolo nel possesso del terreno e non pagavano il censo alla chiesa e siccome egli partiva dal presupposto che Salina, come tutte le isole, fosse di proprietà della chiesa ritenne che si trattasse di abusivi e intimò loro l’esibizione dei documenti pena l’esproprio. La decisione scatenò forti proteste e molti di questi proprietari veri o presunti, quasi tutti residenti a Lipari,  ricorsero avanzando due obiezioni: i titoli non esistono perché con la “ruina” sono andati persi o negli incendi o nella deportazione inoltre se il vescovo rivendica la proprietà di tutte le isole come mai allora di Lipari possiede solo alcuni terreni e la gran parte hanno invece dei proprietari? Per questo si chiede di fare a Roma delle verifica negli uffici degli “spogli” per trovare qualche inventario antico e comunque verificare cosa percepivano di censo i vescovi prima della “ruina”[4].

Il ricorso contiene inoltre tutta una serie di notizie - alcune forse veritiere ma diverse probabilmente esagerate o false perché contraddittorie -  sull’operato del vescovo col chiaro intento di metterlo in cattiva luce come persona avida, poco attenta al bene delle anime, che trascura i luoghi di culto.

Non si hanno riscontri sull’esito di questa protesta in ordine ai terreni di Salina ma il fatto è che Caccamo continuò a stipulare contratti aumentando il numero dei residenti e triplicando le entrate della Mensa.

Ed è grazie a queste entrate che egli può mettere mano al casale di Lipari che ormai è divenuta la sua sede, restaurandola ed ampliandola, promuovere lavori nella Cattedrale e procede all’erezione o ampliamenti di chiese ed oratori nella stessa isola di Salina.

La colonizzazione di Salina scatena un conflitto fra i poteri locali 

Ma proprio la colonizzazione di Salina diventa causa di attrito del vescovo col capitano d’arme Pedro Jurato, tipo borioso ed esibizionista, che voleva intromettersi nel progetto di valorizzazione  forse per perseguire qualche utile personale. Il fatto è che le pretese del capitano dovettero farsi molto insistenti tanto che Caccamo perse la pazienza e si rivolse al viceré che intervenne ordinando al capitano di “non molestare li beni della Chiesa”[5]  Cosa che Pedro Jurato non dovette accettare di buon grado e così la tensione fra il vescovo e i militari aumentò e questo anche quando cambiò il capitano d’arme e a don Pedro Jurato successe don Pedro Manpasso.

Si sviluppano così una serie di episodi che trasformano l’animosità in  fatti incresciosi dove, pur nel contrasto delle diverse versioni, è possibile comprendere che si fronteggiano l’arroganza e la prepotenza del capitano d’arme e della guarnigione militare da una parte e la superbia ostinata - a cui si aggiungeva un temperamento impulsivo che arrivava fino alla perdita di controllo sui propri comportamenti -  di un vescovo che si riteneva il signore  a cui doveva essere riconosciuto il “diretto Dominio e Patroneggio delle isole” e bollava come “figlioli de iniquità[6]”coloro che abusavano del patrimonio terriero della diocesi e non versavano né censi né decime.

Ed è proprio nell’estate del 1623 che si verificano una serie di fatti dove entrano in conflitto le competenze di due autorità, il vescovo e il capitano d’arme, in campo giudiziario ma che finiscono coll’essere così sproporzionati e spropositati che si possono spiegare solo con i particolari temperamenti dei due personaggi. Il capitano d’arme, don Pedro Manpasso - per perseguire dei servi del vescovato, in un crescendo di reazioni e controreazioni - arriva a mettere in stato d’assedio la città alta impedendo di fatto a Mons. Caccamo di abbandonarla per tornare alla sua abitazione, minacciando di arrestare ecclesiastici e laici che lo accompagnavano.. Il vescovo di fronte alla violazione delle proprie competenze e ad azioni che giudica gravissime sopraffazioni, reagisce non soltanto con la scomunica ma col vietare agli ecclesiastici di confessare e di assolvere i militari, persino in “articulo mortis” e privando il cappellano del presidio della possibilità di amministrare i sacramenti[7] .

Indubbiamente questi episodi si ritorcono in modo particolare contro il vescovo che è sempre più isolato e  inviso non solo ai militari ma anche ai nobili ed alle autorità civili, e gli uni e gli altri, inviano “informative” al re ed al papa. E le proteste dovettero andare a buon fine perché il papa Urbano VIII lo richiamò a Roma. Mons. Caccamo che negli ultimi tempi era divenuto sempre più permaloso ed irascibile reagì malamente a quest’ordine e ritenendo che la responsabilità del suo allontanamento fosse soprattutto del capitano d’arme, lo fece convocare ed al culmine di una violenta discussione lo colpì con un coltello ferendolo mortalmente[8]. A Roma il papa lo fece confinare in carcere dove morì il 9 agosto del 1627.



[1] Da un esposto di liparesi al Santo Padre, in Arch. Vesc. Di Lipari, Carp. Civili 7. il documento che contiene altre lamentele ha per titolo “Li pretendentij del Vescovo Caccamo contro questa Città de Lipare”. La versione del vescovo è in Archivio Segreto Vaticano, Relazione di mons. Caccamo del 1631 circa, Cass. 456 A, f. 46v; in G. Iacolino, La Chiesa Cattedrale, manoscritto cit., Quaderno IIB pag. 37 d,e,f.

[2] ASV; Relazione di mons. Caccamo, cit. A proposito del Palazzo vescovile a fianco alla Cattedrale al tempo del vescovo Vidal il Campis scrive che era “ridotto il tutto in frantume di fabrica non abitabile, sol poche stanze restano ad uso del Prelato, e queste esposte nell’estate al caldo intollerabile”(op.cit, p.324). Probabilmente erano quelle poche stanze che negli unici mesi di assenza del vescovo, erano state occupate dai funzionari del municipio e dalle guardie.

[3] Fra gli atti processuali di quegli anni che la Corte vescovile di Lipari si rifiutava di trasmettere a Palermo per l’appello vi era il ricorso contro la scomunica inflitta dal vescovo a Giovanni Maria Israeli che aveva avuto la colpa di avere preso le parti del proprio fratello, il prete don Tommaso, mentre veniva arrestato  nella Cattedrale per ordine dello stesso vescovo  giacchè, don Tommaso, subcollettore del legato pontificio di Napoli , aveva avuto l’ardire di richiedere 2000 scudi da devolvere al Nunzio e alla camera Apostolica per lo”spoglio” successivo alla morte di mons. Vidal.  Era, quello dello spoglio, una antichissima consuetudine per cui i vescovi non potevano disporre, per testamento, del superfluo dei loro redditi beneficiali. Questo superfluo, all’atto della morte del presule, doveva essere individuato e quindi devoluto alla Camera Apostolica. A chi spettava questo compito? In Sicilia, eccetto Lipari fino a prima  dell’unione, era il viceré o il giudice della monarchia di Palermo che, per mezzo di suoi emissari, compiva questa operazione per conto della Santa Sede mentre nelle diocesi dipendenti dal viceré di Napoli era il legato pontificio di Napoli che mandava funzionari di sua fiducia. Anche se i beni andavano sempre alla Santa Sede l’importanza di chi materialmente compiva l’operazione stava nel fatto che a questi – e quindi allo Stato per cui operava ed a tutta una catena di funzionari - andava un largo margine di utile. E non si trattava di utili di poco conto perché quando ( si trattava di un diritto non sempre esercitato) lo “spoglio” veniva fatto esso era così meticoloso e fiscale che prosciugava i fondi delle mense vescovili.

Quindi si trattava di una operazione che in loco non veniva vista di buon occhio e suscitava sempre molte critiche e rancori sia da parte del clero locale che del vescovo di nuova nomina che la vivevano come una aggressione alle proprie risorse. E siccome, per l’esecuzione di questo istituto, Lipari continuò a dipendere da Napoli e   il legato pontificio di Napoli, per questo “spoglio” aveva nominato come suo delegato, sub collettore si diceva, un prete liparese, don Tommaso Israeli. Su di lui si scatenò l’ira del vescovo che fu arrestato, maltrattato e sbattuto in un “damuso obscuro”appena finita la messa cantata con ancora indosso tutti i paramenti. Parimenti l’arresto ma con sequestro di beni e scomunica toccò a Giovanni Maria che aveva cercato di difendere il fratello protestandone l’ innocenza. (Archivio Vescovile di Lipari, Esposto di Giovanni Maria Israeli carp. 7 civili. In G:Iacolino, La Chiesa Cattedrale, manoscritto cit.  Quaderno IIB, pag.13).

[4] Archivio Vescovile di Lipari, Carp. Civili 7; v. G.. Iacolino, La Chiesa Cattedrale…, Quaderno IIB, manoscritto, cit. pp 21-23.

[5] L.Genuardi e L.Siciliano, Il Dominio del Vescovo nei terreni pomici feri dell’isola di Lipari, Acireale 1912,p.81, in G.Iacolino, manoscritto cit., pag. 27.

[6] Archivio.Vesc. di Lipari,Editto del 1624, Carp. Civili 7.

[7] In quella estate del 1623 dovettero verificarsi due diversi episodi che fecero scoppiare il conflitto di interessi fra il vescovo ed il capitano d’arme. Il primo, sul finire dell’estate, in cui  un isolano invasato aggredisce prima degli ecclesiastici e poi il capitano d’arme. In quale prigione doveva essere rinchiuso questo soggetto? Nelle carceri del vescovo  o in quelle del presidio militare? Qui la relazione al re di un tale Gilberto funzionario di Milazzo parla di una reazione inconsulta del vescovo che in abiti pontificali  e accompagnato dai canonici con i paramenti della messa scomunicò il capitano e andò in processione per la città alta  “con atti e con parole ingiuriose maltrattò il detto Capitano”.Sempre secondo Gilberto il Capitano avrebbe scongiurato il vescovo in ginocchio di evitare lo scandalo ma il vescovo in sovrappiù, tolse alla guarnigione la possibilità di accedere ai sacramenti.   Relazione di Gilberto di Milazzo al re del 6 settembre 1623.( Archivio Generale di Simanca, Legajo 1895, n.23. in G. Iacolino, La Chiesa cattedrale, manoscritto cit., pag. 40). Non mettiamo in dubbio che ci sia stato anche questo episodio, ma i documenti che si conservano nel vescovato di Lipari si riferiscono ad un episodio accaduto  il 27 luglio sempre del 1623 il cui abnorme appare soprattutto il comportamento del capitano d’arme. A scatenare il conflitto sarebbe una partenza dei servi del vescovato da Lipari, per  degli acquisti in Sicilia, senza “licenza ‘uscita” contando sulla consuetudine che i famigli del vescovo ne erano esentati. Il capitano giudica la trasgressione gravissima e persegue uno dei due servi fino dentro la Cattedrale violando il diritto d’asilo che vigeva per i luoghi sacri. E’ a questo punto che Mons. Caccamo vuole fare valere la sua autorità scatenando reazioni durissime e impensabili fino a isolare il vescovo, gli ecclesiastici ed i famigli in cattedrale e negli alloggi dissestati del Palazzo Vescovile. Infatti il capitano ordinerà ai suoi soldati di guardia che se il vescovo voleva andar via era libero di farlo ma preti e servi sarebbero stati arrestati ed inviati a Palermo in catene. A questa dichiarazione, il vescovo che vestito dei paramenti, in processione con il clero e i servi era giunto al posto di guardia grida ad alta voce “ Siatemi testimonij che lo Capitan d’arme mi tiene carcerato con i miei creati et clero dentro la Città et non mi lassa andare al mio palazzo fuori Città” . E fatto dietro front se ne tornò processionalmente alla Cattedrale.( La documentazione di questo episodio con ben 14 testimonianze si trova nell’Archivio Vescovile di Lipari, Processi criminali, busta n. 3,1, carp. 33, f. 408 e ss). Con ogni probabilità, il divieto di prestare i sacramenti alla guarnigione, dovette avvenire dopo questo episodio che non sappiamo se sia giunto e come a conoscenza del re del papa.

[8] L. Zagami, op.cit., pag. 241-2.

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L'abate Rocco Pirri

Il nodo della Legazia Apostolica

 

Lipari nella Legazia Apostolica

   Filippo III di Spagna

Uno degli obiettivi del re Filippo III nell’aggregare le Eolie alla Sicilia distaccandole dal regno di Napoli – abbiamo detto - era quello di ricondurle nell’alveo della Legazia Apostolica di cui godeva il regno di Sicilia.

Era la Legazia Apostolica un istituto che risaliva a papa Urbano II ed alla bolla Quia propter prudentiam tuam del 5 luglio 1098. In essa si diceva: “Noi non stabiliremo, nel territorio di vostra pertinenza, alcun legato della Chiesa di Roma senza il volere ed il consiglio vostro. Che anzi tutte le cose che Noi intendiamo fare tramite un legato vogliamo che siano fatte dalla vostra opera come vice legati quando dal Nostro lato le commetteremo a voi per la prosperità delle Chiese che sono sotto la vostra potestà, ad onore di San Pietro e della Santa sua Sede Apostolica alla quale sino ad ora tu hai fedelmente obbedito e che, nelle sue occorrenze, hai aiutato con valore e fedeltà”. E questo per ringraziare Ruggero di aver sottratto l'isola agli arabi e di averla restituita al culto della Chiesa di Roma. Il problema era che lo stesso Urbano II , qualche anno prima, con bolla del 3 giugno 1091 aveva concesso all’Abate Ambrogio la piena potestà sulle Eolie affermando che queste sarebbero dipese direttamente dalla Santa Sede. 

Con l'andar degli anni i sovrani di Sicilia, anche di diversa dinastia, accresceranno a loro vantaggio i contenuti e l'efficacia della bolla e, ad un certo momento, si autodefiniranno legati apostolici mentre la Santa Sede farà di tutto per restringerne  i termini e frenarne gli abusi, fino a definire falsa la bolla di Urbano II che invece era sostanzialmente vera.

Il concetto di Legazia Apostolica si affermerà con maggior consapevolezza tra i secoli XIV e XV e assumerà forme più decise di invadenza a cominciare dal Cinquecento. Per tutto il corso del 1600 e 1700 la diocesi di Lipari, dai pontefici dichiarata “immediatamente soggetta alla Santa Sede” diverrà il terreno di scontro tra i sovrani di Sicilia e la Santa Sede. Sarò' allora, con inizio nel 1711, che esploderà la famosa “controversia Liparitana”, di cui parleremo più avanti.

La Chiesa sulla difensiva

Per ora, nel 1610, siamo ai prolegomeni. Se Filippo III pensa quindi di ricondurre le Eolie sotto la sua piena autorità, politica e religiosa, il papa Paolo V non solo è deciso ad opporvisi ma probabilmente pensa di utilizzare le Eolie come un grimaldello per scardinare questo istituto e, in questo disegno la diocesi di Lipari doveva essere quella in cui il potere del papa si esercitava in maniera piena e senza nessuna remora. Quindi niente applicazione della Legazia Apostolica ma anche niente più subordinazione di Lipari alla sede metropolitana di Messina che fino ad allora era stata sempre riconosciuta dai vescovi liparesi anche quando Lipari faceva parte del reame di Napoli[1].

Papa Paolo V

Comincia così una corrispondenza fra il cardinale Gallo a nome del papa ed il vescovo di Lipari in cui si raccomanda a mons.Vidal di non permettere che “per causa di detta unione venga fatta alcuna novità intorno alle Cose Ecclesiastiche così in materia di Giurisditione come di Collatione di Beneficij o qualsivoglia altra cosa, ma , pretendendosi qualche Innovatione, faccia che si ricorra prima a Sua Beatitudine  a cui deve  spettare sopra di ciò la totale diliberazione” [2]. La prima lettera della Santa Sede è del 6 maggio cioè ci si muove per tempo prima della formalizzazione dell’incorporazione che avverrà il 30 maggio.

Non sono passati che pochi giorni da questa data  che viene preteso dai Ministri del regno di introdurre nella diocesi di Lipari il Sant’Uffizio  dipendente dall’Inquisizione spagnola come era d’uso in Sicilia. E così  il 16 aprile del 1611 il Cardinale Gallo a nome del papa riscrive a Mons. Vidal  raccomandandogli di non permettere assolutamente questa intromissione. Se i ministri palermitani dovessero insistere il vescovo  mostri pure  la lettera scritta a nome del papa e comunque non si faccia alcuna innovazione senza prima trattare col pontefice. Mons. Vidal è convinto e determinato in questa resistenza e lo fa opponendosi energicamente “non senza – dirà il suo successore mons. Caccamo – gravissimo percolo della sua vita[3]. I  regi ministri minacciarono allora e continueranno a farlo in seguito “la destituzione dalla dignità episcopale e la soppressione della Sede –Cattedrale[4].

Il vescovo di Lipari, per antica consuetudine proprio perché si riteneva il proprietario delle isole e dipendeva direttamente da Roma, godeva di specialissime immunità e prerogative ed era esente dai tributi imposti dallo Stato. Questa situazione, proprio negli ambienti politici ed amministrativi di Palermo, era mal tollerata mentre lo stesso vescovo non era ben visto perché giudicato inaffidabile ed un evasore di fatto, e quindi, appena possibile, osteggiato.

Le tensioni fra le confraternite

Queste tensioni, alcune anche di scarso rilievo ed effimere, si riflettevano nel microcosmo eoliano  facendone un vero e proprio covo di vipere. Prima la guarnigione militare e poi anche le autorità civili e la nobiltà terriera e armatoriale, che mal subivano il pagamento dei censi e delle decime, cominciarono a percepire la figura del vescovo con fastidio e insofferenza, fino, qualche volta, a sfociare in gesti di aperta ostilità, a cui facevano riscontro reazioni durissime col solito ricorso a severissime scomuniche.

Confraternite di Lipari

E non deve destare meraviglia se proprio la cerimonie religiose divennero il terreno più proficuo in cui questi sentimenti e queste tensioni presero a manifestarsi. Così da una parte i militari ed i nobili fecero della confraternita dell’Addolorata - che aveva sede nella chiesetta che si chiamava allora della Soledad, nel luogo dove sorge ora la chiesa dell’Addolorata – il loro luogo di incontro e tendevano a manifestare con cerimonie sfarzose il loro potere contrapponendosi a quelle che il vescovo officiava in Cattedrale. In particolare le cerimonie della Settimana Santa diventarono occasione di confronto e di competizione tanto da costringere il vescovo ad intervenire per porre un freno. Per tutta risposta la confraternita si adoperò perché la loro chiesa forse promossa a Cappella di Regio patronato con cappellano indipendente dal vescovo e sottoposto direttamente alla Legazia Apostolica di Palermo. Fu quello il momento di una ricca fioritura di confraternite molte sorte in contrapposizione a quella dell’Addolorata ed in solidarietà col vescovo come la confraternita[5] del S. Crocifisso o dei SS.Sette Dolori che si radunava ogni venerdì nella cappella della Concezione in Cattedrale mentre, sempre in Cattedrale, venne eretto un altare detto dei SS.Sette Dolori.

Anche le situazioni più banali divennero occasione di conflitto e di scontro come l’uso del “chiomazzo”, un cuscino ricamato che metteva il vescovo sotto le ginocchia durante le celebrazioni, divenne occasione di contesa col capitano d’arme che se n’era fatto fare uno simile; oppure il colore del drappo sullo scranno del municipio in Cattedrale che i girati vollero rosso paonazzo mentre il vescovo riteneva che questo colore fosse distintivo degli abiti dei prelati; o la consuetudine che i pubblici ufficiali, nelle feste solenni, accompagnassero il vescovo dalla soglia del palazzo vescovile alla Cattedrale e viceversa, alla fine delle funzioni, che divenne occasione di dispetti e quindi di processi che si imbastivano dinnanzi al Tribunale civile del vescovo[6]. Beghe paesane, frizioni locali che però si inserivano e acquisivano spessore nel più grande conflitto che si andava approfondendo quello cioè dello schierarsi con Palermo o con Roma, con lo Stato o con i vescovo.

la sofferenza di mons. Vidal

Il monumento a mons. Vidal nella Vaddedrale di Lipari

Questa situazione di tensione e di contrasti doveva essere subìta con sofferenza da un vescovo come Vidal che, come abbiamo visto, proprio in nome della buona convivenza aveva esentato dai tributi alla chiesa i nove decimi dei possessori dei terreni in enfiteusi ed aveva donato al Municipio diversi beni. Così a partire dal 1613, sentendosi logorato e con una piaga nella gamba che lo inficiava negli spostamenti, pur avendo solo 66 anni,  declinò di andare a Roma per la consueta visita “ad limina” e cominciò a pensare alla propria morte. Fece costruire il suo sepolcro che volle in Cattedrale interrompendo l’antica tradizione di seppellire i vescovi nell’ipogeo che si apriva sotto il coro[7] ma soprattutto, uomo sensibile ai problemi della povera gente, volle creare, il 19 giugno del 1617, un fondo perpetuo che permettesse, con i proventi ricavati, ogni anno di dotare di un corredo di vestiario una trentina di persone: dodici uomini al 24 di agosto, festa ufficiale di S. Bartolomeo, e un certo numero di donne al 13 febbraio, ricorrenza, secondo la tradizione, dell’arrivo della cassa di S.Bartolomeo a Lipari, giorno che era comunemente detto della “festa della cascia”. Infine, nella festa del 17 giugno – anche questa dedicata a S.Bartolomeo - dovevano essere consegnate onze 10 “in sussidio di maritaggio d’una povera zitella”[8].

Mons. Vidal moriva il 17 settembre del 1617 a settanti anni di età, colpito da apoplessia. Oltre che, come abbiamo visto, dotato di abilità diplomatica, ed attento alle esigenze della comunità a cominciare dai più poveri, fu anche un vescovo di grande sensibilità pastorale. Indefesso nel somministrare i sacramenti  “ si faceva udire frequentemente – ci informa il Campis – predicando nelle Chiese, o , nel conffessionario, ascoltando, consolando et istruendo i penitenti, oltre il tacito esortare che facevano le sue virtù delle quali era a meraviglia dotato” [9].     

Particolare del monumento a mons. Vidal


[1] G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale…, manoscritto citato, pag. 33°. Il rapporto di “suffrageneità” di una diocesi ad un’altra si esprimeva soprattutto nella funzione di corte d’appello che il vescovo metropolita esercitava  nei processi ecclesiastici ed anche in alcuni gesti formali di riconoscimento di questa dipendenza durante particolari funzioni religiose come il 15 agosto a Messina, in occasione della festività della Madonna della Lettera, patrona della città, quando nel corso della funzione solenne i vescovi di Lipari, Patti e Cefalù dovevano rispondere alla chiamata del vescovo di Messina pena la commissione di una multa che il più delle volte però non si faceva pagare.

[2] Archivio Vescovile di Lipari – Carpetta Civili 7 “Documenti ritrovati nell’Archivio della Chiesa di Lipari…” in G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale…, manoscritto cit., pag. 33°1. Lettera del 7 maggio 1610.

[3] Relazione di mons. A. Caccamo alla S.Congregazione del Concilio, del 1621 circa, in Archivio Segreto Vaticano, Cass. 456 A,f.46.

[4] Idem.

[5] Sulla storia delle confraternite nelle Eolie vedi G.Iacolino, Confraternite e Pie Associazioni laiche nell’Arcipelago delle Lipari, Lipari 2005.

[6] Su tutti questi avvenimenti si veda G.Iacolino, L Chiesa Catttedrale..,, manoscritto citato pag.33-34; vedi anche Archivio vescovile di Lipari, criminale, anni 1622 e ss.

[7] Nell’ipogeo mons. Vidal stabilì invece che si deponessero i cadaveri dei canonici capitolari, opportunamente essiccati e poi rivestiti dei loro abiti di cerimonia, ciascuno collocato in una propria nicchia verticale, in posizione eretta. Le nicchie non superavano la quindicina. Un minuscolo locale adiacente era destinato ad essiccatoio e colatoio. Vi era uno speciale sistema di trattamento dei cadaveri. Ventiquattr’ore dopo il decesso, il cadavere, senz’altra preparazione, veniva chiuso nel colatoio, adagiato sul coricatoio a grata. L’ingresso veniva poi murato perfettamente con malta per schiudersi allo scadere di almeno un anno. Alla riapertura del colatoio, essendo prosciugato il cadavere, questo veniva rivestito con gli abita da cerimonia. L’aria non lo distruggeva, né c’era più da temere alcuna nociva influenza sulla pubblica igiene. G.. Iacolino, La Chiesa cattedrale…, manoscritto cit., pag. 32b; per il sistema di trattamento dei cadaveri v. una lettera del 9 ottobre 1881, indirizzata al Sig, Soprintendente dell’Ufficio del patrimonio e Beneficenza, n. 5791, pubblicata ida Pierre Thomas in G. De Maupassant, Viaggio in Sicilia, Palermo 1977, pag. 45, in nota.

[8] Archivio Stato Vaticano, Cassetta 456 A, ff.41v-42v. Atto del notaio Alfonso Ferrazzano. G.Iacolino, La Chiesa  Cattedrale…., op.cit.pag. 32 e,f ,g. Questa pratica alimentata dal fondo istituito da mons. Vidal era ancora operante nel 1841.

[9] P.Campis, op.cit., pag. 317-318. Stranamente il Campis afferma che mons. Vidal morì ad 82 anni di età (pag. 324), e sulla sua scia l’informazione viene ripresa da altri storici. Ma è lo stesso mons. Vidal che il 3 gennaio del 1613 scrivendo a un dignitario della curia pontificia per scusarsi che le condizioni di salute non gli permettono di andare a Roma per la visita “ad limina” per cui manda al suo posto il canonico La Noara, suo procuratore, afferma di avere, a quella data, 66 anni.

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Confraternita dei S.S. Sette Dolori(Archivio Storico Eoliano.it)

Popolazione, economia e tributi

 

I conti con il vescovo e con lo Stato

La chiesa era a Lipari  proprietaria di gran parte delle terre e di molti immobili e questo creava molte tensioni con gli enfiteuti di più antica data che mal sopportavano di dover pagare i censi alla Mensa vescovile sia con il municipio che, dopo la “ruina”, si era appropriato di alcuni fabbricati compreso una parte del Palazzo Vescovile e la casa del Tocco, che era la sede dei giurati, e non voleva restituirli. Così il 14 aprile del 1610 Mons.Vidal, con atto pubblico, esentò dai tributi ecclesiastici la maggior parte dei proprietari delle terre coltivate di Lipari e rinunciò a favore dell’autorità civile a gran parte degli edifici occupati. E questo “per vivere la città con il suo Prelato, ed i Prelato con il suo gregge, in pace come si conviene”. Rimanevano al vescovo il possesso di oltre un decimo dei terreni agricoli dell’isola fra cui, nei pressi della città, l’area che andava dai piedi del Castello sin oltre l’attuale corso Vittorio Emanuele che era allora una sorta di torrente intransitabile nelle giornate piovose e delimitata ai lati dal Vallone del Ponte e da via XXIV maggio che veniva chiamata Calata del Castello. Quest’area, che rappresenta il centro storico odierno, comprendeva orti e vigneti con una ventina di pozzi di acqua salmastra. Nella parte meridionale vi erano delle piccole abitazioni che rappresentavano la periferia di Sopra la Terra per il resto vi erano terreni dati a coltura punteggiati qua e la da rustici “casalini”che,via via, saranno oggetto di cessioni censuarie ai privati permettendo così l’espansione del Borgo e contravvenendo alle disposizioni dell’autorità spagnole.

Oltre il torrente, dove ora c’è il corso Vittorio Emanuele, vi era, sempre di proprietà del vescovo, una grande vigna che era stata rinnovata verso il 1595 dove proprio mons. Vidal fece sorgere “un casalino di villa” quello che ora è il palazzo vescovile. La costruzione era sobria e consisteva in due vani terreni con sopra due o tre stanze munite di baglio e pergolato ad essa si accedeva per un viottolo che collegava il casalino con il torrente che era allora corso Vittorio Emanuele[1].

Già nel 1608 il vescovo aveva condonato, a favore dell’Università, alcune terre boschive del Castellaro con alcune modeste condizioni.

Le Eolie nel Regno di Sicilia

Intanto il 30 maggio del 1610 le Eolie vengono rincorporate nel Regno di Sicilia staccandosi dal regno di Napoli a cui erano appartenute fin dal 1548.  Si trattava di una antica aspirazione dei liparesi che vedevano in questo passaggio sia un possibile incremento dei loro traffici, sia il beneficio di avere una capitale più vicina  importante ai fini delle pratiche amministrative e giudiziarie. E per questo si era speso, mettendo in campo le sue virtù diplomatiche., il vescovo Vidal con numerosi viaggi fatti a Napoli e Messina.

Filippo III

Ma se questi erano gli obiettivi dei liparesi e del loro vescovo per cui avevano chiesto l’incorporazione alla Sicilia, fra quelli del re Filippo III ve ne erano almeno altre due: tenere meglio sotto controllo questi isolani fra cui vi era chi si dedicava alla pirateria e ricondurre la Chiesa di Lipari nell’ambito della Legazia Apostolica di Sicilia.

 Ed è proprio questo passaggio amministrativo a far scattare l’”operazione reveli”[2] cioè il censimento delle persone e dei beni che aveva come finalità quella di stabilire la base impositiva per il pagamento dei tributi. La cosa non fu presa bene dagli abitanti perchè questo obbligo amministrativo contrastava palesemente con i privilegi di cui essi godevano da vario tempo ed anche la gente che si era riversata a Lipari dopo il “sacco” l'aveva fatto a patto di dover godere, tra l'altro, dell'esenzione dalle imposte statali. Da qui l’inizio di una dura contestazione per fare valere i privilegi contro una burocrazia  palermitana che li riteneva tacitamente abrogati.

“I Liparoti comunque – osserva Arena -  non poterono sottrarsi all'ordine che veniva da Palermo, ordine che il loro vescovo ribadiva con proprio bando e doveva far rispettare. Sicché l'operazione riveli si portò a compimento in tempi brevissimi e nel rispetto delle formalità stabilite”[3]. Essi non ebbero seguito perché il Tribunale del Real Patrimonio, riconoscendo i diritti acquisiti. scongiurò che essi potessero avere effetti fiscali per cui le carte del censimento andarono a finire direttamente nell’archivio del Tribunale.

Le proprietà del Vescovo e quelle del Comune

Innanzitutto i riveli ci dicono che i residenti a Lipari sono 1281 maschi e 1103 femmine quindi, in totale 2.384. Vi sono inoltre 256 persone del presidio militare fra soldati e famiglie e 38 schiavi. In totale 2.678 di cui 86 sono ecclesiastici[4] mentre 40 residenti risultano temporaneamente assenti.  L’età media dei maschi residenti è di 22 anni visto l’alto numero di bambini sotto i nove anni  (383) mentre i fuochi familiari sono 576 con un’ampiezza media delle famiglie di 4,05.

I rilevi permettono di ricavare informazioni non solo riguardo alla popolazione, ma anche all'economia. In ordine alle proprietà dai “riveli” risulta che l'Università possedeva “la casa del Tocco”, sede del Municipio( gravata di censo enfiteutico da corrispondere al vescovo), due case adibite a deposito di armi e munizioni, un magazzino adibito a deposito di grano, terreno di 18 salme circa in località Castellaro e molti altri terreni boscosi ed incolti in diverse parti dell'isola che non davano nessun reddito perchè erano a disposizione dei cittadini per raccogliere legna da ardere e pascolare il bestiame.

Castellaro

La Chiesa possedeva vari fabbricati ( chiese, palazzo vescovile e qualche casetta) dentro la città e aveva la piena proprietà in molte contrade di Lipari ( Acquacalda, Annunziata-Chiusa, Canneto-Calandra,  Capistello-San Nicola, Caravezza, Castagna, Monte Pelato, Pianoconte, Pianogreca-Ficuzza, Pirrera, Sant'Angelo, Salvatore,ecc.) e la proprietà praticamente di tutte le isole minori.

Vi erano in quella data anche un Monte di Pietà ed un Ospedale, entrambi amministrati dalla Chiesa  ed una Confraternita di San Nicola proprietaria di un terreno in località Valle de Imbroga. L'Ospedale aveva diversi lotti di terreno ceduti in enfiteusi (Annunziata, Barisana, Collo, Cappello, Cugni, Ponte,  S. Caterina, S. Lucia, S. Margherita...).

Una proprietà immobiliare diffusa fra i privati

Quanto ai privati bisogna osservare che c'era a Lipari una proprietà immobiliare piuttosto diffusa anche se va osservato che c'era chi possedeva una casa, mezza casa, un terzo di casa e chi possedeva più case; c'era chi possedeva un pezzo di terreno improduttivo e chi possedeva diversi terreni redditizi. Comunque senz'altro notevole era il numero di coloro che godevano di redditi non  di lavoro. Tuttavia se si considera che per il vitto di una persona abbisognava una somma all'incirca pari a 12 onze d'oro l'anno, e che questa spesa aumentava adeguatamente secondo che si trattasse di famiglie di 2,3 o più componenti e se contemporaneamente si tiene presente che su un totale di 577 rivelanti abitanti a Lipari, solo 62 ( il 15,94%) avevano una rendita annua netta superiore a 12 onze, 62 (10,74%) una rendita annua superiore a 18 onze, 31( 5,37%) una rendita superiore a 30 onze e solo 16 ( 2,77%) andavano oltre le 40 onze di rendita netta annua, di certo non si può pensare che fossero molte le famiglie liparesi che potevano vivere esclusivamente di rendita.

Bisogna quindi capire che cosa offriva l'agricoltura, la pesca, il commercio, ecc. La poca disponibilità di acqua per l'irrigazione condizionava fortemente l'agricoltura eoliana del primo seicento. Di fatto a Lipari, alle poche colture orticole si contrapponevano massicciamente il fico, il cappero, le terre coltivate a grano e altri cereali, e soprattutto la vite. C'erano poi alcuni canneti, qualche gelso e, sparsi qua e là, vari altri alberi da frutto.

Una cisterna d'acqua ora scomparsa

Niente i riveli ci dicono sugli animali da cortile, quanto agli altri tipi, nell'isola c'erano 169 asini, 92 bovini, 1632 caprini, 38 muli, 12 cavalli e 1 maiale. Perciò la carne, il latte, il formaggio e persino le pelli, non mancavano. Di mulini ce n'erano 27 per cui si può ricavare che la farina si produceva sul posto sia macinando il grano locale che quello importato.

La flotta si componeva di 4 barchette (gozzi), 3 speronare( bastimenti con 2 o 3 alberi a vele latine e capienza di 20-30 tonnellate) e 4 feluche ( bastimenti con 1-2 alberi inclinati a vele latine e capienza di 30-50 t.).  Diffuse erano le imbarcazioni in comproprietà.

Notevole doveva essere il commercio nell'isola e quello con piazze siciliane e calabresi ( Messina, Milazzo, Palermo, Ficarra, Tropea, Militello, Monteleone) o estere. Si commerciava grano, olio, vino, uva passa, capperi, fichi secchi,  formaggio, spezie,  pani. La presenza a Lipari di alcuni possidenti genovesi lascia capire che i rapporti si spingessero oltre il Tirrreno.

Nonostante il forte sviluppo delle attività economiche c'erano a Lipari persone che per vari motivi ( infermità, vecchiaia, ecc.) non erano in grado di procurarsi nemmeno un piccolo reddito di lavoro su cui contare. Ai bisognosi comunque non mancavano né l'aiuto della Chiesa, né quello dei privati, sicché non è nemmeno immaginabile che la condizione dei poveri a Lipari fosse identica a quella dei mendicanti presenti in quasi tutte le parti d'Europa.

Le entrate della chiesa e l'attività caritativa

Varia era l'attività che la Chiesa svolgeva a favore  delle persone bisognose. Essa si estendeva dalle sovvenzioni alle concessioni di aree fabbricabili, dalla concessione di piccoli lotti di terre coltivabile,  alle elemosine, dalla formazione della dote per le giovani povere che andavano in spose alla tutela dei minori ( il Campis informa che a Lipari la Chiesa amministrava anche un brefotrofio), e riusciva ad evitare forti disagi.

“ Se è vero – commenta Giuseppe Arena – che i  vescovi di Lipari, male interpretando le concessioni normanne  del 1088 e del 1134, pretesero per lungo tempo di essere proprietari delle Isole Eolie, è anche vero che con la distribuzione di terre in enfiteusi o altra forma crearono una grossa massa di piccoli coltivatori e proprietari, che altrimenti non ci sarebbe mai stata; se è vero che gli stessi vescovi incassarono per lungo tempo censi che in termini di diritto loro non spettavano, è anche incontrovertibile che quasi tutto il denaro da essi percepito venne riversato nelle Eolie, per costruzioni e a sostegno del Seminario, del Monte di Pietà, dell'Ospedale, dei poveri, degli orfanelli, ecc. E quindi, se sul piano giuridico non si può dire che l’Università di Lipari non sia stata privata per tanto tempo di molta parte del suo demanio, sul piano del realismo più crudo sembra proprio che la storia debba riconoscere che ciò fu più un bene che un male per le Eolie, tanto per i risultati diretti quanto per quelli indiretti”[5].

Sempre nella seconda metà del 600 il vescovo procedette a far disboscare vaste zone dell'arcipelago aumentando così i posti di lavoro e permettendo una distribuzione più razionale della popolazione nelle isole e la messa a coltura di molte terre. Queste terre procuravano al vescovo nuove entrate perchè venivano date in enfiteusi o in affitto  dietro il pagamento di censi e decime. Di queste terre certo non ne beneficiò il popolo minuto ma le famiglie benestanti, gli ecclesiastici, loro parenti e comunque coloro che avevano delle risorse, classi sociali che nel tempo cominciarono a lamentarsi sempre più per questi balzelli che dovevano pagare[6].

Il cancello che portava al palazzo vescovile. Subito a destra l'edificio del 600 per le donne

Ma malgrado le lamentele per i censi e per le decime, le incursioni dei pirati lungo tutto il corso del secolo, la vita economica dell'arcipelago andò migliorando al riparo, com'era, dalle rivolte e dalle guerre. Erano in molti a darsi all'attività della pesca, alla caccia dei conigli, delle quaglie e delle tortore all'allevamento del bestiame e soprattutto di capre che circolavano libere nelle terre comuni e qualche volta sconfinando e danneggiavano i poderi coltivati.

Si raccoglieva e si esportava in Toscana, Campania, a Marsiglia anche la pomice: circa 500 tonnellate l'anno. Per molte di queste attività – pesca, caccia, allevamento , raccolta della pomice – i liparesi  qualche volta riuscivano ad eludere le gabelle e la gente poteva arrotondare i propri redditi. Ancora nel corso della seconda metà di questo secolo un'altra fonte di entrata fu rappresentata, come abbiamo visto,  dalla lotta ai pirati turchi che una volta catturati venivano venduti come schiavi, per esempio a Trapani dove si svolgevano libere vendite all'asta.



[1] Un primo ampliamento il casalino lo ebbe nel 1620 a cura del vescovo Candido, un altro intervento ci fu nel 1725 il vescovo Platamone che diede alla costruzione  un aspetto più decoroso, ma fu il vescovo Attanasio che tra il 1845 e il 1856 diede al Palazzo l’aspetto che oggi conserva. Tra il 1911 e il 1928 il Palazzo rimase disabitato e andò degradandosi. Fu mons. Re che nel 1928 mise in atto un generale restauro del fabbricato. Nel 1965 Mons. Nicolosi mise in vendita quasi per intero la vigna venendo incontro al desiderio dell’Amministrazione comunale di tracciare nuove strade ed acquisire terreni per l’espansione urbana.( G.Iacolino, La chiesa cattedrale.., manoscritto cit.,  pag. 31 e,f,g.

[2] G. Arena  “Popolazione e distribuzione della ricchezza a Lipari nel 1610 “Analisi, elaborazione statistica e sintesi dei riveli di Lipari conservati nell’Archivio di Stato di Palermo, Messina 1992, pag.7 e ss.

[3] G.Arena, op.cit., pag. 10.

[4] Fra cui 1 vescovo, 12 canonici, 16 preti semplici, 18 fra diaconi, subdiaconi e chierici, 8 frati, 18 monache professe e 13 terziarie francescane

[5] G.A.M. Arena, Popolazione e distribuzione della ricchezza a Lipari nel 1610, op.cit.,pag.75.

[6] G. A.M. Arena, L’Economia delle isole Eolie dal 1544 al 1961, Messina, 1982, pp20-21.

(Archivio Storico Eoliano.it)

La cura d’anime e il lento ripopolamento del territorio

 

Morale della gente e involuzione religiosa

Abbiamo segnalato che nel periodo che precede la “ruina”, per la maggior parte i vescovi venivano eletti e consacrati ma non raggiungevano la diocesi per cui quello di vescovo di Lipari era di fatto divenuto un titolo onorifico e si governava tramite un proprio vicario. Così aveva fatto il vescovo Ubaldo Ferratino ed anche i suoi tre predecessori. Quanto ai successori[1] – visto che per lo più erano siciliani - può darsi che abbiano deciso di vivere nell’isola e  si sa che sotto il loro governo avvenne, come vedremo, l’apertura di chiesette e cappelle[2], ma se per loro iniziativa o su insistenza della gente questo non sapremmo dire, comunque, quello che è certo, è che non dovettero avere molta cura pastorale della Diocesi se, chi verrà dopo,  troverà una situazione molto deteriorata. Questi successori, non solo  si impegneranno a riportare a Lipari i frati cappuccini, come farà mons. Paolo Bellardito che probabilmente dovette giudicare insufficiente l’opera dei preti secolari, o metteranno mano alla ricostruzione del capitolo come fecero mons. Martino d’Acugna[3]  - che fu il prelato che ricondusse , come abbiamo visto, in Cattedrale la reliquia del dito di S.Bartolomeo – e mons. Giovanni Gonzales da Mendoza[4], ma ciò che più dovette preoccupare questi vescovi a cominciare  da Mons. Bellardito – di cui il Campis ci dice che governò la Chiesa di Lipari “con somma pietà e zelo come dimostrano le ordinazioni e costituzioni da lui fatte per la riforma dei costumi”[5] - era proprio la situazione morale della gente e lo stato di involuzione a cui era giunta la pietà religiosa.

E’  un editto di Mons. Antonio Vidal  - che succederà nel 1598 a mons. Gonzales de Mendoza – che apre uno squarcio sul tipo di religiosità che era divenuta abituale fra le donne dell’isola. L’editto è del 16 giungo 1609, quindi ben dieci anni dall’insediamento di questo vescovo[6], e indubbiamente parla di situazioni che doveva conoscere molto bene e di pratiche che risultano ostiche ad estirparsi. Mons. Vidal, si richiama ai tre predecessori mons. Bellardito, mons. D’Acugna e mons.  di Mendoza che come lui ogni anno, sotto pena di scomunica ed altre pene, avevano proibito alle donne di Lipari in occasione della morte di un loro congiunto o nelle ricorrenze di questa, di lasciarsi andare a pianti, grida, urli, balli disordinati ed altri comportamenti scomposti “all’usanza di barbari”.[7]  Lo stesso editto denuncia poi che nelle solennità e durante le processioni, ancora le donne, si fanno notare con pianti “ad alti voci parendo volersela pigliare con nostro Signore Dio”.E visto che la minaccia di scomunica, da sola, non raggiunge alcun effetto, il vescovo annuncia che la disubbidienza verrà anche multata col pagamento di tre onze a ciascuna persona da devolvere ad opere pie[8].

Ma la trasformazione delle processioni e dei funerali in sceneggiate intollerabili – che tanto scandalizzavano e irritavano presuli  di grande cultura religiosa e di ampie visioni cosmopolite - era solo la superficie di un disordine morale  più profondo e così. con fogli che faceva affiggere sulla porta della Cattedrale, il vescovo Vidal bollava il concubinato, il meretricio, le magarìe, le invocazioni diaboliche,ecc[9]. Ed è perché preoccupato della cura d’anime che quando nel 1599 andarono via i Cappuccini[10], mons. Vidal, d’accordo con i giurati, fece venire  dalla Calabria i Minori osservanti assegnando ad essi la chiesa ed il convento dei Cappuccini che era, come abbiamo detto, sulla Civita. I frati osservanti prendono consegna dei locali nell’aprile del 1600 ed il mese dopo viene stipulato l’atto notarile.

Disegno di Salvatore d'Austria di Piazza Mazzini  con la Chiesa di Sant'Antonio

Il ripoipolamento delle campagne

E non era solo la situazione morale e religiosa che lasciava a desiderare a Lipari ma anche quella delle condizioni igieniche soprattutto in una realtà così ristretta come era il Castello. Erano poche le case che avevano una latrina o un pozzo nero per cui rifiuti di ogni genere, solidi e liquidi, gli avanzi dei cibi misti ad escrementi ed orina, si riversavano per le strade e persino “a lato la chiesa cattedrale, altre chiese et palazzo vescovale[11]. Il vescovo lamentava Vidal , oltre a questo,  lamentava che nella città e a fianco alle chiese si tenevano gli “animali attaccati” e ci si servisse dei tetti delle chiese per stendervi il grano ad asciugare “et altri servicj indicenti farsi in lochi sacri”.

I giurati nelle loro ordinanze si limitavano a chiedere che il sabato e nelle vigilie delle feste comandate, ogni famiglia provvedesse a pulire  di fronte alla soglia delle loro abitazioni mentre si raccomandava che i rifiuti non si buttassero per strada, né dagli spalti che davano sul Borgo, ma da quelli del lato del mare. E se la situazione morale, religiosa e umana di Lipari appariva ai vescovi così critica ancora di più doveva sembrare quella delle contrade dell’isola principale e delle isole minori.

Dopo la “ruina” per alcuni anni la popolazione visse concentrata nella città alta e nel borgo e nelle contrade si andava solo, come nelle isole, a lavorare la terra ed infatti l’attenzione alla realizzazione di chiesette e cappelle rimane qui circoscritta. Ma col passare degli anni, lentamente riprendono a formarsi anche nella campagne delle piccole comunità. Ed il nascere di chiesette e cappelle fuori di Lipari è un segnale della creazione di nuovi insediamenti anche per lo stimolo dei deliberati del Concilio di Trento,. Così mentre il vescovo Lanza (1554-1564) porta a compimento la costruzione delle chiese nella città alta; il suo successore mons. Giustiniani (1564-1571) si spinge Sopra la terra e nel 1569 fa costruire la chiesa di S. Anna. Ma è mons. Cavalieri ( 1571-1580) che va fuori dal borgo di Lipari e fa riparare l’antica chiesa dell’Annunziata, poi quella di S. Margherita e quindi quella della Serra dedicata all’Assunta. Mons. Bellardito (1580-1585) ricostruisce e amplia l’antica chiesa di S. Nicola e ne realizza una alla Cicirata dedicata all’Assunta. Fa costruire nel 1583 una edicola rifugio su monte S.Angelo dedicandola a S. Michele Arcangelo ma sicuramente si tratta di un richiamo devozionale piuttosto che un luogo di culto al servizio di una comunità. Mons. d’Acugna realizza una cappella dedicata a S.Giorgio sulla sponda sinistra del Vallone del Ponte, la chiesa a Quattropani dedicata  a Maria SS.di Loreto, quella a Pirrera al SS Nome di Maria, a S.Salvatore , a S.Leonardo, a Pianoconte nel 1593 la chiesina dedicata a Santa Croce dinnanzi alla nuova chiesa.

PIanoconte, la chiesa vecchia oggi un magazzino

A questo punto dobbiamo affermare che oltre a chi vive nella città alta e nel borgo ci sono almeno una decina e più di piccoli nuclei abitati nelle campagne e nelle contrade che si spingono fino a Quattropani e la Cicirata ma a nord dell’isola non vanno oltre Pirrera. Tutta la zona al di là di Monte Rosa fino ad Acquacalda, probabilmente perché giudicata poco fertile e troppo scoscesa anche per la presenza dei giacimenti di pomice, di forre e profondi calanchi, è come se non esistesse.

Il difficile ripopolamento della zona nord di Lipari

Ci penserà il vescovo Gonzales de Mendoza (1593-1598), un vescovo che amava le sfide e l’avventura dato che finirà la sua esistenza in America, a cercare di forzare questa sorta di confino. Così pensò innanzitutto a quella gente che era andata a vivere a Canneto dentro - per dedicarsi allo scavo della pomice che cominciava ad essere adoperata nell’edilizia anche in Sicilia - edificando la chiesetta di S.Vincenzo Ferreri, quindi fece costruire una cappelletta a Pignataro dove una volta c’era la lanterna dedicandola a S. Giacomo Maggiore, quindi punta su Canneto in quella che allora si chiamava la baia della Calandra e, nel bel mezzo di questa baia, edifica una cappella dedicata a S.Cristoforo forse un incoraggiamento a chi  scavare la pomice a raccogliersi in comunità e non vivere dispersi e nascosti fra le montagne per paura dei pirati. Comunque dovette passare molto tempo perché questo avvenisse se Lazzaro Spallanzani nel 1788 dice che a Canneto sono edificati “rari tuguri, dove vivono a stento pochi Isolani[12]

Acquacalda, la vecchia chiesa di San Gaetano

Ad Acquacalda, sul finire del 500, non vi era ancora nessun insediamento perché era una realtà troppo lontana, isolata ed indifesa. Vi erano un paio di persone che coltivavano un po’ di terra e forse scavavano anche la pomice nei pressi della Castagna ma si guardavano bene dal pernottarvi per timore dei pirati turchi. Comunque col riprendere della vita a Salina anche Acquacalda riceve maggiore attenzione prima come luogo di sosta ma già ai primi del 600 sul timpone di San Gaetano dovettero sorgere una decina di “tuguri” e magari una piccola cappella dedicata proprio a S.Gaetano[13].

Il ripopolamento delle isole minori

Ufficialmente le isole minori dovevano essere disabitate e incolte per non offrire punti di appoggio ai pirati turchi o a navigli nemici visto che le guerre non mancavano, malgrado ciò abusivamente tutte le isole, di fatto, erano abitate: non molti a Salina, alcune decine a Stromboli e Panarea, un po’ di più a Filicudi. Alcuni erano venuti da Lipari, altri dal continente spesso fin dalla fine del secolo precedente. Se gli abitanti di Lipari ponevano diversi problemi di morale lassa e di religiosità deviata, nelle isole, che vivevano, nell’abbandono totale dove la violenza per sopravvivere era esperienza quotidiana, questi problemi non erano certo minori. Dovevano vivere  in capanne di frasche coltivando pezzi di terra detenuti illegalmente perché di proprietà della Mensa vescovile , in condizioni miserevoli se non  subumane, con relazioni improntate all’ individualismo ed alla sopraffazione ed una religiosità fortemente intrisa di pratiche superstiziose. Il loro isolamento fu per decenni quasi assoluto salvo le puntate che stagionalmente vi facevano pescatori e contadini di Lipari che riuscivano ad ottenere – dietro il rilascio, come abbiamo visto, di una tangente in natura - la “licenza d’uscita” dal capitano d’arme. Contadini che andavano nelle isole  per raccogliere uve passe e malvasia, fichi e capperi barattandoli magari dai residenti in cambio di mercanzie di cui i locali erano completamente sprovvisti.

Ai divieti del comandante, a cominciare dal 1603 fino al 1917, si aggiunsero quelli di Mons, Vidal che proibì di andare nelle isole “senza licenza in scriptis di esso Monsignore” pena la scomunica. Una ordinanza affissa e proclamata ogni anno il giovedì santo nella chiesa Cattedrale durante la messa solenne[14]. Ma l’attenzione del vescovo per le isole  non era solo connessa all’esigenza di fare rispettare il pagamento delle decime ma anche di procedere al recupero della gente sia alla vita organizzata sia alla fede ed alla morale cattolica. E questo a cominciare da Salina dove, proprio agli inizi del 600, si avvertivano chiari e manifesti segni di risveglio di vita e di attività agricola. Rari insediamenti stabili di pastori e contadini mezzadri dovevano esserci nelle zone interne e un certo numero di produttori di sale avevano fissato la loro dimora nel tratto costiero tra Lingua e Santa Marina. E come pensa a questo recupero mons. Vidal? Creando dei luoghi di culto dove la gente possa raccogliersi per pregare, accostarsi ai sacramenti ma anche ascoltare qualche insegnamento morale e religioso. Così, nel 1602,  abbiamo il primo oratorio in una zona elevata della baia di Arenella, la Rinella di oggi, dedicata a S.Gaetano dove viveva un gruppo di boscaioli e contadini le cui abitazioni si assiepavano nel primo tratto del Vallone boscoso ; due anni appresso, nel 1605 sul fertile pianoro di Capo dove fra rigogliosi vigneti e alberi di fichi insieme a povere abitazioni, per la gran parte capanne, viene costruita la primitiva cappella in onore di S.Anna e della  Natività di Maria ;  nel 1612 sorge una chiesetta anche a Lingua, in località piuttosto discosta dal mare, intitolata a S. Bartolomeo al servizio di gente che si adattava alla pesca ed all’agricoltura, alla produzione di sale e al lavoro di carpenteria per piccole imbarcazioni; quindi ne 1622 dedicato alla vergine S.Marina. venne recuperata ed ampliata una antica struttura nella zona che prende il nome dalla chiesa dove dei contadini si dedicavano al trasporto a Lipari di derrate alimentari.

Il ripopolamento di Salina

Al ripopolamento di Salina, secondo Iacolino, concorsero in maniera significativa, un qualche gruppo di coloni proveniente dall’area di influenza veneta ed in particolare dalle isole Cicladi, Nasso, Scio, Cipro e Creta. Da terre cioè dove si producevano, in particolare, uve da tavola e da vino. Fra queste  vi era una isoletta che si chiamava Monembasìa dove confluivano moltissimi vini dell’area e prima di prendere la strada dell’Europa, venivano ulteriormente curati e miscelati. Questi vini, a cominciare dal quattrocento, presero il nome dell’isoletta e si chiamarono “malvasie”. Quando a cominciare dal 1540 le isole caddero in mano dei Turchi e col tempo entrò in crisi anche Venezia come potenza marinara, cominciò la trasmigrazione dei coloni in varie regioni d’Italia fra cui la Sicilia. Ed anche nelle Eolie e principalmente a Salina a cominciare dal 1561 giunsero gruppi di questi  portandosi i vitigni che avevano selezionato con tanta cura e trapiantandoli da noi[15] assieme alla loro esperienza di viticoltori. Fra questi immigrati probabilmente doveva esservi anche gente che aveva avuto a Cipro esperienze di saline e rimisero a cultura la piccola salina di Lingua. Ed è per questo che sul finire del 500 con riferimento all’isola non si parlò più di Didime ma di Salina che era già in uso nel XII secolo.

Stromboli. Ginostra

Sicuramente, continua Iacolino, si deve a questi coloni veneti l’introduzione a Salina del culto di Santa Marina . Una santa che nel 1512 era divenuta conpatrona di Venezia[16].

Una piccolissima cappella nel 1615 il vescovo Vidal la fa erigere anche a Stromboli e la dedica a S.Vincenzo Ferreri ma sarà una costruzione che deperirà presto perché l’isola era poco frequentata e spesso insidiata dai pirati turchi.



[1] Il Campis ( op.cit., pp.307-317) mette in risalto alcune contraddizioni fra due fonti entrambe solitamente bene informate: l’abate Ughelli che si rifà agli atti concistoriali e l’abate Pirri che, come abbiamo visto e stato anche a Lipari per documentarsi. L’Ughelli pone  come successore di Ferratine, Annibale Spadafora , di Messina che rimarrà vescovo di Lipari fino alla sua morte e cioè per un anno dal 1553 al 1554; gli succede Filippo Lancia o Lanza, di Catania,  dal 13 aprile 1554 al 1564; poi Antonio Giustiniani da Chio dal 12 maggio 1564 al 1571 che era già stato arcivescovo di Naxos ed aveva dato un significativo contributo teologico al Concilio di Trento; alla sua morte gli succede Pietro Cancellieri  dal 3 ottobre 1571 alla sua morte nel 1580; gli succede Paolo Bellardito di Lentini dal 17 ottobre 1580 al 1585 quando rinunciò; quindi Martino d’Acugna da Siviglia dal 21 dicembre 1585 al 1593 e quindi Giovanni Gonzales da Mendoza, spagnolo dal 1593 al 1595; gli succede nel 1593 Alfonso Vidal anche lui spagnolo. Il Pirri disconosce questa successione e al Ferratino nel 1584 fa succedere un certo Giovanni, il quinto vescovo liparese con questo nome, dei minori osservanti che avrebbe portato a conclusione la fabbrica della Cattedrale ed avrebbe fatto venire dalla Sicilia i frati cappuccini affidando loro il convento che era stato dei frati osservanti sulla Civita. Sempre secondo il Pirri Giovanni V morì nel 1584 e fu sepolto in Cattedrale presso l’altare del SS.Sacramento. Il Pirri salta Spadafora, Lancia, Giustiniani e Cancellieri e fa succedere a Giovanni V, Bellardito ma non il  1580 bensì il 1584 per cui questo vescovo avrebbe governato solo un anno. Dopo di che la chiesa di Lipari sarebbe rimasta vacante sette o otto anni perché non nomina nemmeno il d’Acugna. Ma al di là delle contraddizioni fra la versione dell’Ughelli e del Pirri, dei quattro vescovi che seguirono il Ferratino sappiamo poco . Sicuramente risedettero a Lipari Mons. Bellardito e il d’Acugna . Anche a Lipari venne ad abitare Gonzales da Mendoza ma vi rimase solo due anni  dopo di che nominò suo vicario l’arcidiacono e se ne partì per l’ America dove gli fu assegnata la diocesi di Chiapas nel Messico.

[2] Vedi G. Iacolino, Acquacalda di Lipari. Il territorio, la comunità umana, la chiesa, Lipari 2003, pp. 25-28.

[3] Martino d’Acugna, carmelitano come S.Teresa d’Avila e S:Giovanni della Croce dei quali era contemporaneo,  predicatore,autore di un trattato su De arte Divini Amoris,e quindi studioso del misticismo.

[4] Giovanni Gonzales da Mendoza, agostiniano, aveva vissuto a lungo nel Messico e poi probabilmente andò anche in estremo oriente giacchè pubblicò una Historia de las cosas màs notables, ritos y costumbres del gran Reino de la China con allegato un Itinerario del Nuovo Mundo. Più tardi pubblicò anche Informe à Felipe II sobre la conservacion de las Indias e entrò a far parte dell’Accademia di Spagna.

[5] P. Campis, op. cit., pag.311.

[6] Mons. Alfonso Vidal viene nominato il 23 novembre 1599 ma raggiungerà Lipari solo il 20 aprile dell’anno successivo perché preferì passare a Roma l’inverno.

[7] “..ballari, triscare o alzarsi alla dritta, raffugnarsi o xipparsi li capelli o battersi in qualsivoglia parte del corpo, reputare o far reputare, sbattere la persona o fare strepito con porte o fenestre o far gesto di donna poco saggia gridando e saltando all’usanza dei barbari”.

[8] G.Iacolino, La Chiesa cattedrale di Lipari sotto il titolo di S.Bartolomeo, manoscritto citato, quaderno IIA, pag. 27-29.

[9] Idem, 27

[10] Il Convento dei Cappuccini di Lipari fu fondato nel 1584 ed edificato “tutto a lamia e damuso in quadro secondo il modello allora moderno innante la porta dell’entrata nella città, in buon sito e sopra l’antiche muraglie del palazzo del re Liparo”come è scritto nel manoscritto di P. Bonaventura Seminara da Troina, Libro primo, op.cit. pag. 140-141. Fu chiuso nel  1599 su iniziativa di un frate visitatore con la motivazione che i frati avevano violato la “regula della santa Poverà”.( Manoscritto di P.Bonaventura, op.cit., libro III). Iacolino, analizzando l’inventario dei beni lasciati dai Cappuccini nel monastero, afferma di avere individuato in che cosa consisteva questa violazione della regola: i frati si erano dati al commercio dell’uva passa. Infatti fra la roba trovata ci erano “trenta tri barilotti” che contenevano tredici cantàra ( un cantàro oscillava dagli 80 ai 100kg) e dieci rotoli uva passa, cioè oltre una tonnellata di merce pregiata. Inoltre nel monastero furono trovati  anche sei archibugi con sei fiaschette per la polvere da sparo,  una difesa contro eventuali assalti notturni da parte dei pirati visto che il convento si ergeva, allora, su una zona isolata a ridosso dell’approdo. (G. Iacolino, manoscritto, op.cit., pag. 30l).

[11] Archivio vescovile, Visita di Mons. D.Giovanni Mendozza, dal 1593 al 1626, f. 300; in G.Iacolino, La Chiesa Cattedrale…, manoscritto cit, pag. 32°.

[12] L.Spallanzani, Destinazione Eolie, Lipari 1993, pag. 214; G.Iacolino, Acquacalda di Lipari, op.cit.,  pag.33.

[13] G.Iacolino, Acquacalda di Lipari, op.cit., pp.33-38.

[14] L.Genuardi e L. Siciliano, Il Dominio del Vescovo nei terreni pomici feri dell’Isola di Lipari, Acireale 1912, pg. 83, nn. 8 e 10 dove è riportato l’atto di Notar Verderami Voi del 1623. In manoscritto di G.Iacolino, La cattedrale…, op.cit., pag. 29 b.

[15] Si ricordi che nel 1564 viene trasferito a Lipari il vescovo Antonio Giustiniani, di famiglia genovese, che era nato a Scio ed era stato vescovo di Nasso.

[16] Queste informazioni sono ricavate dal manoscritto di G.Iacolino, La chiesa cattedrale…, op.cit., pag. 29f-i2. Sempre dallo stesso manoscritto – che si rifà, per lo più, all’Archivio Vescovile – derivano le notizie che seguono.(Archivio Storico Eoliano.it)

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Antonio Vidal

La pratica della pirateria e il commercio degli schiavi

 

La battaghlia di Lepanto diede un duro colpo alla piratertia ma non la debellò.

Una pirateria legalizzata

Già da alcuni accenni si evidenzia il fatto che, col tempo,  va diminuendo la paura del “turco alla marina” aumenta invece la capacità predatoria dei liparesi sino a diventare essi stessi mercanti di schiavi.

La pirateria era considerata una vera e propria attività nel 400 e nel 500. E mentre in altre parti del mondo si va distinguendo fra corsari e pirati - i primi autorizzati e legalizzati,  i secondi dei veri e propri banditi senza regole e senza vincoli -  in Sicilia tutti erano pirati anche  se quelli patentati si dicevano affidati ad pyraticam exercendam[1]. La legalizzazione di questa attività nasceva dal fatto che il re con le sue navi non riusciva a difendere territorio e  popolazione dalle incursioni che, quando si realizzavano ad opera dei pirati, erano caratterizzate da scorribande senza avvisaglia alcuna e richiedevano un continuo stato di allerta. Per questo già nel 1446 il re Alfonso aveva concesso ai siciliani facoltà di difendersi e persino “manu armata offendere” quando si imbattevano in navi che li aggredivano[2]. Il problema più dibattuto non era quello dell’esercizio di questa pratica come professione ma la divisione del bottino che i privati reclamavano tutto per intero sottolineando i rischi che correvano e il servizio che recavano al regno, mentre gli Ammiragliati, che rilasciavano le patenti, ne rivendicavano un parte[3]. Nel tempo si va affermando il concetto  - formalizzato in una presa di posizione del Parlamento siciliano nel 1523 – che, visto il servizio reso alla comunità, nessun compenso dovesse spettare alla Regia Corte ed all’Ammiragliato ma il bottino doveva essere “di quelli che li pigliranno” se questo avveniva per mare. Nel caso invece che l’imbarcazione venisse catturata mentre si dirigeva verso terra doveva essere diviso a metà con coloro che erano a terra.

Una professione quella, della pirateria , molto lucrosa - soprattutto perché era collegata direttamente al commercio degli schivi - a cui non sdegnavano di prendere parte anche i vicerè, i loro familiari e funzionari governativi in un intreccio di ruoli pubblici e speculazioni private. “Le carte notarili di piazze come Trapani, Messina, Siracusa, […] ci hanno lasciato memoria interessante di contratti di società finalizzate all’esercizio della pirateria. Si trattava infatti di un’attività come un’altra , per la quale i notai fissavano in atti pubblici le condizioni e i patti a cui i soci dovevano sottostare[4]”.

Il commercio degli schiavi

L’aspetto economico più rilevante  e quindi lo scopo principale dell’attività di pirateria era costituito dal lucro ottenuto dalla vendita degli schiavi catturati. Un commercio per trovare braccia per il lavoro ma anche un commercio per riscattare chi era caduto in cattività. Il riscatto era infatti l’obiettivo della pirateria barbaresca mentre invece era più raro il riscatto per i mori caduti in cattività .

Abbiamo parlato delle condizioni in cui i deportati da Lipari fecero il viaggio verso oriente nel 1544. Possiamo dire, in genere, che i viaggi dei pirati che commerciavano in schiavi non doveva essere una crociera anche se c’era una bella differenza fra le condizioni di viaggio dei mercanti, dei proprietari degli schiavi e quello degli stessi schiavi costretti in catene, ferri e cippi giacchè il pericolo che potessero fuggire durante il viaggio era elevato e, in tal caso, né il locatore né tantomeno i proprietari degli schiavi, erano tenuti a pagare il nolo[5].

Come abbiamo avuto modo di accennare la pirateria si praticava anche da parte dei liparesi  autorizzata e abusiva.

Nell’estate del 1571, prima della battaglia di Lepanto, fra Vulcano e Lipari si svolge l’assalto ad una fusta turca da parte di due galee genovesi che si contendono il bottino del naviglio mentre l’equipaggio turco che si era dato alla fuga per l’isola viene scovato dai liparesi che, ucciso un turco, ne fanno prigionieri altri undici e li consegnano ai genovesi ricevendo in pagamento cinquecento zecchini d’oro. In quell’occasione vengono liberati diversi schiavi cristiani che si trovavano nella stiva della nave turca incatenati[6].

I corsari berberi

Due documenti del fine secolo parlano invece di contadini eoliani che a Stromboli, Panarea e anche a Lipari sulla marina di San Nicolò, l’attuale Marina Lunga, vengono rapiti da equipaggi barbareschi e deportati in terre lontane[7]

Pietro Campis  ci informa che intorno al 1580 continuano i corsari berberi ad imperversare nel mare di Lipari impedendo la navigazione e persino facendo incursione nei campi rubando i frutti della terra e facendo schiavi quanti vi ci trovavano. Per reagire a questi fatti alcuni liparesi - Bartolomeo Carnovale, Nicolao Altiri e Francesco Di Franco - armarono due brigantini ed una galeotta e si misero a contrastare i turchi impedendo loro altre scorrerie ed anche liberando una gran quantità di schiavi che si trovavano sui loro navigli. Poi, presa la mano, i nostri liparesi decisero di spingersi a levante esercitando loro la pirateria e tornando a casa con “prede considerabili e numerose turbe di Turchi in catene”[8].  Lo stesso Bartolo Carnovale nel 1584 chiede che gli vengano restituiti 17 turchi che gli erano stati requisiti dall’autorità dell’isola[9] mentre, sempre nel 1584, i liparesi si lamentano che viene loro impedito di recarsi a vendere al mercato degli schiavi  i turchi catturati[10].

I turchi residenti a Lipari e chi tornava dalla schiavitù

Diversi turchi vivevano anche a Lipari e non erano poche le famiglie borghesi che fra i loro schiavi non contassero anche un moro ed una mora. Erano tempi quelli in cui la discriminazione razziale e religiosa esisteva in maniera sensibile. Nel 1664 il vescovo di Lipari, che era mons. Francesco Arata – un pastore, come vedremo, dotato di grande pietà e carità -fece affiggere alle porte della cattedrale un editto che ribadiva alcune norme comportamentali fra i cristiani e “li turchi mori et altri infideli”  a cominciare dal fatto che, per distinguersi, quest’ultimi dovessero portare  “il cerro di capelli in testa”  pena  dieci anni di galera e nella stessa pena sarebbero incorsi se fossero stati trovati in case di meretrici o avessero avuto rapporti con donne cristiane. Quest’ultime, a discrezione del vescovo,  sarebbero state condannate invece o al carcere o alla frusta. Inoltre schiavi infedeli e schiavi cristiani dovevano pernottare in stanze separate e non dovevano mangiare insieme, “particolarmente in tempo in cui venghino proibiti i latticinij”. Per evitare  “ogni occasione di male che potrebbe succedere” i cristiani non devono abitare con gli infedeli, né andare ai loro conviti, né invitarli ai propri, né mangiare insieme a casa propria o altrui, né possono ricevere da loro alcun medicamento e nemmeno andare da loro per curarsi delle infermità, né abbiano con loro cose in comune “ma, quanto far si può, da tutto lor commercio e pratica si astenghino”[11].

Un atteggiamento discriminatorio e vessatorio veniva tenuto anche nei confronti di chi tornava o fuggiva dalla schiavitù fino a quando non si accertava che era rimasto cristiano o che volesse sinceramente riconciliarsi con la Chiesa.  E’ il caso di un tedesco fatto schiavo dai turchi e fuggito – nell’ottobre del 1583 - durante una sosta a Salina della nave dove era messo ai remi. Da Salina, dopo ventidue giorni di latitanza, riesce ad avere un passaggio per Lipari e si consegna alle autorità. E qui comincia un nuovo calvario del poveretto che viene messo in carcere in attesa che il vescovo accerti – sulla base di testimonianze – la sua vera identità, se era fuggito di sua volontà o se era un “turcho nato”, se avesse rinnegato la sua fede e in questo caso se lo avesse fatto di propria volontà o se costretto. Fortuna volle che qualche mese dopo, nel marzo del 1584, a Vulcano venne catturato un vascello marocchino dove, nell’equipaggio, vi erano persone che l’avevano conosciuto o avevano sentito parlare di lui e della sua fuga a Salina. Tutto a posto? Purtroppo non ancora. Il malcapitato doveva subire l’iter della “sollenne riconciliazione con la Chiesa”, una dura cerimonia penitenziale[12].

I vescovi pretendono le decime sugli schiavi

Ma l’attenzione dei vescovi e della curia alla liberazione degli schiavi non era sempre solo dettata da motivi religiosi per quanto rigidi ed inumani, ma anche da interessi materiali e cioè la decima sugli schiavi  che spesso veniva reclamata  sotto pena di scomunica. Infatti il 17 ottobre 1580 di scomunica viene colpito Bartolomeo Carnavale perché “degli schiavi liparesi da lui presi non aveva pagato la decima[13]”.

Le cose cominciano a cambiare il 20 luglio 1612 quando il vicerè di Sicilia dichiarerà che i liparesi per le loro azioni di pirateria autorizzata nulla dovranno dare al re ed all’Ammiraglio. I vescovi oppongono a questa decisione un “distinguo”, la norma non può valere anche per i turchi che venivano presi a terra perché, essendo essi gli unici ed assoluti proprietari delle isole, come si doveva la decima  per i frutti del suolo così era per i prigionieri fatti a terra. Ma ai primi di ottobre del 1693 di quell’anno, proprio ad Alicudi, si ha un episodio di una certa importanza che porta alla liberazione di ventidue cristiani ed alla cattura di centocinquanta infedeli di cui tre agguantati sull’isola. Il vescovo rivendica per questi le decime dietro minaccia di scomunica. Gli armatori si oppongono e si va dinanzi al Tribunale della Regia Monarchia  che li assolve dalla scomunica sentenziando che le decime non erano dovute perché le nostre sono “Isole che non producono turchi[14].

La pirateria dei liparesi continuò ancora per qualche tempo. C’è un documento del napoletano del 1710 che parla dei “liparoti che infestano questo mare impedendo il commercio[15]” e proprio nel primo scorcio del 700 il nome dei liparesi era temuto sulle coste fra Reggio Calabria e il Golfo di Gaeta mentre gli isolotti di Ventotene, Palmarola e Zannone era loro zona di operazione dove sequestravano e poi chiedevano il riscatto di barcaioli del luogo usciti per la pesca. Poveri che derubavano altri poveri e giustamente Iacolino parla di “briganti marini di mezza tacca”[16].

Isole Pontine

I costi per la sicurezza

Col passare degli anni dalla “ruina”, abbiamo visto, la paura dei turchi va diminuendo. Ed anche se di tanto in tanto compaiono nelle nostre acque vascelli barbareschi la gente di Lipari comincia a lamentarsi del costo della sicurezza e chiede che vengano ridotte le incombenze e le spese.  Si comincia nel 1633 quando i giurati di Lipari protestano col viceré e la spuntano, perché il Capitano d’armi ha ordinato che le guardie che si era soliti fare, ogni notte, con pattuglie di nove persone, nel periodo estivo da agosto ad ottobre nella marina di San Giovanni, nella spiaggia di Portinente e “in un posto ditto Gattarelli” siano estese per tutto l’anno e siano a carico delle persone che abitano nel borgo[17].Nel 1635 una lettera del vicerè ridimensiona le spese per le guardie e la difesa cominciando dalla “guardia del Monte”, per la barca di guardia all’isola di Vulcano, e per le guardie nell’isola di Salina, Stromboli e Filicudi. Un anno dopo i giurati riescono a liberare l’ università del costo del “capitan d’arme pratico ed esperto alla guerra”– onze otto al mese – che veniva inviato nell’isola per cinque mesi nella prospettiva di una guerra.  Nel 1657 una nuova protesta per essere esentati dalla spesa di 40 onze al mese per la paga delle guardie ritenendo che la vigilanza contro i corsari e le imbarcazioni nemiche può essere fatta dalla gente che va al pascolo[18].

Non deve meravigliare questa richiesta dei liparesi di ridurre i costi per la sicurezza giacchè sulle mercanzie dei pescatori, dei contadini e dei commercianti già pesavano le decime ed i censi della Mensa vescovile. E se si aggiungevano le angherie del capitano d’armi e dei soldati si comprende che il peso dei prelievi diveniva insopportabile.



[1] A. Italia, La Sicilia feudale, Milano 1940, pag. 363; R. Cancila, Corsa e pirateria nella Sicilia della prima età moderna, op.cit. pag, 363.

[2] F. Testa, Capituli Rengi Siciliae, Palermo 1741, p.352, v. R. Cancila, op.cit., pag. 364.

[3] R. Cancila, op.cit., pag. 256.

[4] Idem, pag. 369.

[5] Idemm, pag, 373-4.

[6] G.Iacolino, I turchi alla marina, op.cit., pp. 207-209.

[7] Idem, 209 e 218-9.

[8] P.Campis, op.cit., pag. 312.

[9] Libro delle Corrie, f. 4v e 5.

[10] Idem, f.6.

[11] Archiovio vescovile di Lipari, Editto generale di Mons. Francesco Arata, carp. 16.Civili, in G.Iacolino, I turchi alla marina, op.cit., pag. 210-211.

[12] Anche per questa vicenda i documenti originali si trovano nell’Archivio Vescovile di Lipari, Civile, carp. 2 e riprotati in G. Iacolino, op.cit., pp2111-213 e 222-226.

[13] G.Iacolino, idem pag. 214.

[14] Sulla vicenda si veda P. Campis, op.cit., pag. 58-60; G.Iacolino,op.cit., pag.213-214,  226-229; Archivio Vescovile, Carpetta Criminali 12.

[15] Si tratta di un documento del Banco di Santa Maria del popolo del 27 maggio del 1710 ora in Archivio del Banco di Napoli, cit. da G: Iacolino, op.cit., pag.215, 219.

[16] G.Iacolino, I turchi alla marina, op.cit.,pag. 215-216

[17] A.Raffa, op.cit., pag. 101.

[18] Idem, pag. 102.(Archivio Storico Eoliano.it)

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Francesco Arata

La difficile ripresa

 

Un ripopolamento alla "Far West"

All’indomani del sacco, Lipari  riprende lentamente la sua vita. Ha due grossi problemi da affrontare: il ripopolamento e la ricostruzione  e cioè riparazione del castello e espansione della città.

Il re – che, come abbiamo visto, è stato pronto nella risposta anche  su sollecitazione del marchese di Terranova - manda, di concerto col viceré di Napoli, il Comandante Consalvo de Armella , che si fermerà a Lipari dieci anni dal 1544 al 1554. Il comandante avrà ”ampla potestate et autoritate di far quello che li piacesse circa la rehabitazione di deta cità[1]”.

Già nel 1545  giunge anche una guarnigione spagnola – che nel 1544 è di cinquanta uomini ma al censimento del 1610 conterà, nell’insieme, comprese le famiglie, più di 250 persone - che risiederà stabilmente al Castello. Inoltre il Viceré di Napoli, il 21 gennaio del 1546, per aiutare il ripopolamento dell’isola, confermava, a nome del re, a chi fosse andato ad abitare a Lipari i privilegi, le grazie le franchigie e le immunità che in passato erano state concesse all’isola e questo favorì l’immigrazione dalla Sicilia, dalla Calabria e anche da diverse città italiane[2].Di più fu garantito anche  il non luogo a procedere per chi aveva conti in sospeso con la giustizia[3].

Si tratta di un chiaro contributo ad un ripopolamento realizzato senza andare troppo per il sottile e quindi a una sorta di Far West, come è stato detto. Un notevole flusso migratorio quindi si concentra su Lipari per far fronte al vuoto creato dalla deportazione. Il movimento vorticoso durò circa un secolo e mezzo e attrasse genti dalle località più vicine, ma anche da territori più lontani. Nel 1693 Pietro Campis afferma che gli abitanti erano giunti a circa diecimila e “alla giornata si va sempre accrescendo[4].

Le fonti liparesi danno molte informazioni sulla “qualità” degli immigrati. Molti sono mascalzoni, molti fuggono da situazioni tragiche, ma c’è anche gente intraprendente che spera in una promozione sociale.

“Lipari all'indomani del sacco e dello svuotamento si presenta come una terra delle opportunità, ma non soltanto da chi fugge da condizioni di non sufficiente garanzia di sopravvivenza, come pure è facilmente presumibile nella Sicilia del 500. Spesso si tratta di singoli o di famiglie che , cercando fortuna altrove e avendo una “preparazione” emigrano definitivamente a Lipari, dove trovano spazio per la qualificazione del loro mestiere”[5]. Così ai superstiti, via via si aggiunsero famiglie siciliane, calabresi, campane e la colonia di spagnoli rappresentata dai militari e dai loro familiari  e che spesso crea dei problemi di conflitto con le autorità ed i comuni cittadini[6]. Molti di questi si sposano con eoliane ed una volta terminato il servizio rimangono nell’isola dando origine a quei cognomi chiaramente spagnoli che ritroviamo ancora oggi[7]

Ripopolamento forte ma non stravolgente

Il primo censimento compiuto dopo la “ruina”, come vedremo nel 1610, dice che gli abitanti  residenti nelle Eolie, compresi gli ecclesiastici, sono 2384. Sono passati sessantacinque anni dalla grande tragedia e quindi hanno fatto a tempo a nascere i figli dei figli, e gli “oriundi”, cioè persone che o erano di Lipari  o avevano anche un genitore che lo era, assommavano a 1200. “Nel ripopolamento di Lipari, dopo il sacco del 1544, vi fu, quindi, - commenta Angelo Raffa[8] - un profondo rinnovamento di stirpi, ma esso si innestò su un ceppo principale indigeno, che costituisce ancora elemento forte di continuità con la storia demografica isolana”. Il ripopolamento, quindi, fu forte ma non stravolgente.

I lavori per riparare e potenziare il castello cominciarono nel 1547 ma durarono a lungo anche se il grosso fu realizzato in due anni  su progetto di Iacopo Malerba e la direzione dei lavori di Giovanni Andrea di Ferrara. Nel 1634 non erano ancora ultimati, tanto che il vicerè di Palermo, chiede al nuovo direttore dei lavori, Vincenzo Tudeschi, di ultimarli con urgenza  perché la struttura minaccia di rovinare “per aversi differito tanto tempo a dar principio a ditta fortificazione[9].

La chiesa di San Francesco detta di Sant'Antonio

Abbiamo detto che una delle prime cose che Carlo V decise e che il capitano Gonzalo de Armella realizzò, insieme alla riparazione delle mura,  fu quello fu di “spianare tutto il borgo cosiché le mura potessero dominare scopertamente  la campagna[10]”. E questo perché non era solo considerato insicuro e pericoloso per abitarvi ma rappresentava anche un pericolo perché si poteva dare riparo ad eventuali attaccanti, come era avvenuto per il Barbarossa. Ma dove mandare ad abitare la gente di Lipari? Probabilmente per i primissimi tempi, fin quando la popolazione fu sotto i duemila abitanti, la questione non si pose, ma via via che l’opera di ripopolamento andava avanti non era pensabile che tutti potessero risiedere dentro le mura del castello. Ha inizio così un braccio di ferro fra le disposizioni delle autorità regie ed i comportamenti della gente spesso col beneplacito delle autorità cittadine. Da una parte si continua a ribadire il divieto - “non ardisca ne presuma piantare  vite, ne fabbricare in modo alcuno in lo burgo in fronte la chiesa di S.to Petro in contro allo spontone né in altra parte intorno alla muraglia di questa città”[11] -  e dall’altro lo si contravviene. E non giovano nemmeno le sanzioni che vengono poste come  nel 1606 “sotto pena, per i nobili, di cinque anni di esilio dall’Isola e onze cinquanta da pagarsi per la regia fabrica, e, per i non nobili, sei anni al remo sulle galere[12], o nel 1647 quando si vuole privare - chi abita fuori della mura - del diritto di voto e dei privilegi[13] o di nuovo si ribadisce, nel 1687, il pagamento di 50 onze di multa a chi vi abita senza permesso[14]. Così nel censimento del 1653 su 4480 abitanti  ben 2406 abitavano “nel burgo e nelle marine”[15]. Nel 1653 però apprendiamo che nel borgo operano sei mulini e se ne autorizzano altri quattro, mentre alle due botteghe di alimentari se ne aggiungono altre due [16]. Eppure nel 1685 prima e nel 1687 ancora, il conte di Santisteban esprime grande meraviglia e chiede come sia possibile che. “senza espresso ordine nostro” , sorgano fuori dalle mura tante costruzioni[17].  Segno questo che qualche volta le autorità locali – come si è accennato - si mostravano comprensive. Daltronde come avrebbero dovuto fare i liparesi?

Duca d'Alcalà

Nel 1634 tramite i giurati avevano ripescato l’antico progetto di costruire sulla Civita, giudicato luogo più atto e sicuro da abitare, ed i giurati avevano inviato una supplica al duca di Alcalà.[18] Il consenso è ottenuto ma questo non blocca le costruzioni nella marina di San Giovanni che finisce col rappresentare il collegamento fra la Maddalena ed il quartiere di S.Pietro. Infatti proprio in quello stesso anno i giurati chiedono l’autorizzazione al duca di usare del patrimonio civico per completare il terrapieno del bastione che porta questo nome[19].

Abbiamo detto dell’attenzione del papa e del vescovo Baldo Ferratino – che pur continuava a vivere a Roma - per la riedificazione delle chiese subito dopo la “ruina” ed infatti  già a partire  dal 1545 vengono costruite le chiese di San Giuseppe, di San Pietro, delle Anime Purganti a Marina Corta ed iniziano i lavori per la Cattedrale che fu completata negli anni successivi. Si mise mano anche alla ricostruzione del palazzo vescovile a fianco alla Cattedrale. Il Campis osserva che la Cattedrale – grazie alla vigilanza e sollecitudine del vescovo -  “ è riuscita  più nobile che prima fosse, imperciò che quel tempio non è [più] coperto di tavole, ma d’una bellissima volta”[20]. E se i francescani che avevano avuto in custodia la chiesa di San Bartolomeo alla Maddalena vanno via subito dopo il sacco[21], dopo qualche anno, nel 1584, arriveranno i cappuccini che daranno inizio alla costruzione  del convento e della chiesa di S. Francesco sulla Civita e cioè all’attuale Municipio ed a quella che oggi si chiama chiesa di S. Antonio[22].

Il riconoscimento e l’applicazione dei privilegi

Carlo V ed il viceré di Napoli, come abbiamo visto, avevano riconfermato tutti gli antichi privilegi oltre alle norme per ripopolare la città, ma questa direttiva doveva essere disattesa molto spesso dal comandante della città e dai suoi funzionari, perché i liparesi nel 1574 sono costretti a esprimere una protesta molto forte dichiarando che se  la loro richiesta dovesse continuare ad essere ignorata si troveranno costretti a “disabitar dita città” [23]. Ma ancora  nel 1598 deve intervenire il conte di Miranda  per ordinare al capitano che si rispettino i privilegi e le consuetudini[24].

Non si tratta solo di rispetto dei privilegi, il fatto è che la guarnigione vuole le tangenti per consentire ai liparesi quello che è loro diritto. Come nel caso dei permessi per recarsi nelle isole minori a lavorare. Queste infatti erano ufficialmente disabitate e tali si voleva che rimanessero sia per pericolo degli agguati della pirateria turca, sia, in caso di guerra, temendo la presenza di vascelli nemici e sia per evitare il contagio dalle ricorrenti pestilenze. Così il Capitan d’armi e governatore di Lipari era tenuto ad impedirvi, in genere, l’accesso. Ai lavoratori in proprio o per conto terzi, escluse le donne e gli uomini sotto i 18 anni e sopra i 60, soleva rilasciarsi un permesso d’uscita a tempo determinato, cioè per la durata dei lavori stagionali.  Ma ottenere il regolare permesso d’uscita non era cosa facile, giacché il Governatore ed i suoi ufficiali frapponevano una infinità di ostacoli, a meno che il richiedente non accondiscendesse a pagare una sostanziosa tangente in natura[25].

Conte di Miranda

Conflitti con la guarnigione del Castello

Ancora, nel 1588 i liparesi si lamentano che il Capitano della città non permette loro di pescare  di notte né nella loro isola né in quelle vicine a meno che non diano a lui una parte del pescato e cioè la quota di un pescatore: un grande danno. Il 12 dicembre 1588 il Conte di Miranda accoglie la petizione ed ordina al Capitano di non molestare i liparesi che possono andare a pescare di giorno e di notte senza dovergli dare niente. Invece i pescatori dovranno versare ai giurati  un carlino per ogni barile di pescato che dovrà servire a pagare le guardie che fanno il servizio di controllo intorno all’isola[26].

 Lo stesso problema lo pongono altri tipi di pescatori che non vanno in cerca di pesci ma di schiavi. Anche  i padroni di barche che volevano uscire in mare a fare una retata o andare in Sicilia a vendere gli infedeli che gli era capitato di far schiavi, lamentano di dover pagare grosse tangenti occulte.

E’ superfluo dire che per tutti questi arbitri e abusi i liparoti si lagnarono più volte con le autorità superiori – generalmente il vicerè di Napoli e di Palermo, - ma con esito non sempre favorevole.

Esito favorevole invece ha la petizione che nel 1595 i liparesi rivolgono al re Filippo II perché i loro privilegi siano applicati anche nei rapporti commerciali con la Sicilia[27]. Così anche nel 1618 lo stesso re conferma il diritto dei padroni di barche di tenere per se tutta la preda di schiavi senza dovere niente al regio fisco[28].

Re Filippo II

[1] G.Retifo, “Un drammatico sradicamento e un convulso ripopolamento. Lipari dopo il 1544” in Atlante dei beni etno-antropologici eoliani, Messina 1955., pag.48.

[2] P.Campis, op.cit., pag. 307-8.

[3] Idem, pag. 48.

[4] P.Campis, op.cit., pag. 308. G.Restifo, op.cit. pag. 52.

[5] Idem, pag. 53.

[6] Idem, pag. 49.  F. Vergara, Società e giustizia nelle Isole Eolie (sec. XVI-XVIII). I processi penali della Curia Vescovile di Lipari, Soveria Mannelli, 1994, pag. 16. G.Restifo, op.cit., pag.  53.

[7] I Rodriquez, i Lopes, i De Losa, i Mirabito,  ecc.

[8] A, Raffa, op.cit., pag. 103

[9] A. Raffa, op. cit. , pag. 100.

[10] Lettera di Baldassar Calderon del 30 ottobre 1606 nel Libro delle Corrie, ff. 12-12v anche in G. Iacolino, I turchi…, op.cit., pag. 198-201. Il Calderon dice che nel 1594 il vescovo Mendoza aveva dato in affitto alcune parti del borgo per fabbricarvi o coltivare ma l’anno successivo il Capitano don Basco de Peralta “emanò un bando  secondo il quale nessuna persona osasse fabbricare o piantare alberi, sia piccoli che grandi, in detto borgo senza ordine di sua Eccellenza, sotto pena di cinquanta onze”.

[11] Libro delle corrie, 1606,f.12 v.

[12] Idem.

[13] Libro rosso, foglio 172 v. in A.Raffa, op.cit. pag. 99.

[14] Idem, foglio 311 r:.

[15] Idem, f.186,v.

[16] Idem, f.221 r, 222r, 258 r ev.

[17] Idem, f. 311 r.

[18] Idem, f.106 r e v.

[19] Idem, f..107 v.

[20] P.Campis, op.cit., pag.308.

[21] Nel 1559 viene venduto all’asta il loro convento alla Maddalena e lo comperano Gioannello Mercurella e la moglie Pina. “La chiesa francescana di S.Bartolomeo alla Maddalena, benché assai malconcia a seguito dell’incendio turchesco, restò adibita al culto finché non fu abbattuta. Al suo posto – e a semplice titolo di ricordo -, i fedeli liparoti del ‘600 vollero erigere qualla cappellina quadrata, con campanile, che ancora sussiste. E’ interessante sapere che al decadimento della quattrocentesca chiesa di S. Bartolomeo ebbero un qualche  interesse i vescovi i quali mal tolleravano che la devozione al Santo Protettore non fosse interamente accentrata nella Cattedrale. Tant’è che essi, i vescovi, nelle vicinanze della chiesa francescana favorirono l’erezione di un nuovo sacello dedicato a S.Giuseppe.” ( G.Iacolino, I turchi alla marina, op.cit., p.197-198.

[22] Il manoscritto di P.Bonaventura da Troina (+1704) ( a cura di Giuseppe Lipari).Libro I, Messina 1999, pag. 140. I cappuccini lasciano Lipari nel 1599 e nelle loro strutture verranno ad insediarsi, verso il 1600 i Minori. I cappuccini torneranno ancora una volta a Lipari nel 1650 e costruiranno convento e chiesa nella zona attuale del cimitero. G.Iacolino. I turchi alla marina, op.cit., pag. 194-198.

[23] Libro delle Corrie, f.1 e 1v.

[24]  Libro delle Corrie, 16 gennaio 1589, f.3 v.

[25] G.Iacolino, manoscritto,  La chiesa cattedrale di Lipari sotto il titolo di S.Bartolomeo, Quaderno II A.

[26] Libro delle corrie, foglio 2 v..

[27] P.Campis, op.cit., pag. 316.

[28]  Libro rosso,  f. 228 r; A. Raffa, op.cit., pag. 104.(Archivio Storico Eoliano.it)

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Si ricostruiscono le chiese

La riedificazione di Lipari dopo la “ruina”

 

L'attenzione dell'imperatore e del Papa

  

L'imperatore Carlo V e il Papa Paolo III

La “ruina” di Lipari, abbiamo detto, colpì notevolmente la mente, il cuore, la fantasia della cristianità di allora e Carlo V ed il Papa Paolo III fecero a gara per cercare di riedificare Lipari e di ripopolarla. Carlo V  era stato sensibilizzato sulla situazione anche da una lettera, come abbiamo visto, del marchese di Terranova dell’8 settembre 1544 che temeva che un’isola strategicamente così importante, sia per il regno di Napoli che per il regno di Sicilia, se fosse rimasta disabitata avrebbe rappresentato una “gran commodità de’ corsali[1]”. Per questo concesse ai Liparesi ampi privilegi, immunità ed esenzioni. Inviò anche una colonia di tecnici e di maestranze con il compito di restaurare il Castello e di renderlo più forte di prima munendolo di nuovi bastioni e di muraglie inespugnabili e fece demolire le case del Borgo[2]. Il Papa pensò alla riedificazione delle chiese ed il 28 novembre del 1544 non solo elevò il vescovo di Lipari, Ubaldo Ferratino, a Nunzio Apostolico, che era scampato alla deportazione perché viveva a Roma, ma lo investì di ampia autorità compreso quella di concedere indulgenze a coloro che con elargizioni avessero concorso alla riedificazione delle chiese distrutte. Contemporaneamente il Papa ordinava all'Arcivescovo di Messina di obbligare con censure e scomuniche coloro che possedevano volumi, documenti e altri oggetti appartenuti all'Archivio Vescovile di Lipari ed alle Chiese della città, usurpati durante la “ruina”, di restituirli[3].

Paolo III benedice Carlo V

Purtroppo questo “appello” non ebbe grande successo, tanto è vero che il 1544 rimane ancora oggi come il tempo di una grande cesura dopo quella dell’833. Non esistono praticamente documenti di Lipari che parlano delle vicende delle isole prima di quella data. Per il periodo normanno la documentazione è recuperata soprattutto dagli archivi di Palermo, Roma e Patti. Le consuetudini ed i privilegi sono stati ricostituiti dopo la “ruina” attingendo dagli archivi di Palermo e Napoli.  Qualche altro documento è possibile rintracciarlo negli archivi di tutto il mondo. Migliore successo ebbe invece, come vedremo, l'opera di ricostruzione.

Intanto malgrado gli impegni di Carlo V e del papa di riportare le Eolie alla normalità, queste erano fatto spesso oggetto delle mire dei pirati saraceni. La fama infatti del sacco del Barbarossa aveva attirato l'attenzione di emuli. Si distinse fra gli altri il corsaro Dragut che era stato uno dei luogotenenti del Barbarossa e che alle nostre isole  doveva essersi, in qualche modo affezionato. Varie volte Dragut operò nelle Eolie tanto che un quartiere di Panarea è rimasto intestato a suo nome.

L'autodifesa dei Liparesi

Dobbiamo dire che nel corso degli anni i liparesi andarono facendosi per mare più abili e agguerriti tanto da non avere più paura dei pirati ma anzi prendendo ad affrontarli direttamente.

“Il nome di Lipari – commenta Zagami – tornò , come nei tempi antichi, ad essere temuto sul mare e ben presto i Turchi cominciarono ad astenersi dall'avvicinarsi alle isole Eolie ed a farsi vedere nel mare del Tirreno”[4].

  

A sinistra don Giovanni d'Austria e a destra una scena della battaglia di Lepanto

Comunque anche l'epoca dei pirati barbareschi volgeva al termine. Nel 1565, nel tentativo di occupare Malta, Dragut trovò la morte. Ancora qualche anno e il 7 ottobre 1571 una grande armata navale organizzata da Stati cristiani  al comando di don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Carlo V, si scontrava nel golfo di Lepanto con l'armata navale turca e dopo un'aspra battaglia riportò la vittoria che doveva distruggere per sempre la potenza marinara ottomana.



[1] Archivo Generale de Simancas, op. cit., legajo 1116, n.30). Fra l’altro il Terranova che si era recato a Lipari con un ingegnere oltre a suggerire al re di aggregare le Eolie al viceregno di Sicilia (“si fossero state unite a questo [ di Sicilia] Regno, per la vicinità se le haveria possuto fre migliore provisione..”), consiglia di realizzare tutto intorno alla rocca una cinta muraria continua e interrotta ed erigere dal lato mare tre torri di buona fattura, collegate da trincee con casematte correnti da torre a torre.

[2] P.Campis, op.cit.,pag. 306.

[3] P.Campis, op.cit., pag. 307.

[4] L. Zagami, op.cit., pag. 233; P. Campis, op.cit., pag.312.(Archivio Storico Eoliano.it)

 

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Dragut

 

Documento: Relazione del marchese di Terranova, presidente del Regno di Sicilia, all’imperatore Carlo V

 

(Il documento viene pubblicato per gentile concessione del prof. Giuseppe Iacolino  ed è tratto dal suo libro “Le Isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite”, vol. IV, in corso di preparazione. Il Marchese di Terranova visitò le Eolie subito dopo la "ruina").

L'imperatore Carlo V

Con la caduta di Lipari. La deportazione di tante creature e la selvaggia distruzione della città, il viceré di Napoli don Pedro de Toledo accusava l’ennesima gravissima umiliazione che veniva ad aggiungersi all’amara consapevolezza del suo stato di impotenza. Meno umiliato ma più preoccupato ed inquieto era il presidente del Regno di Sicilia don Giovanni di Aragona e Tagliavia, marchese di Terranova. Questi, mentre il Barbarossa si andava  avvicinando al basso Tirreno, temendo brutte sorprese nelle coste del triangolo peloritano, si era trasferito a Messina nel cui canale di lì a poco sarebbe apparsa la grande flotta nemica.
Da Messina il marchese di Terranova ebbe agio di seguire le manovre e gli spostamenti dell’armata e di venire informato di nuove scorrerie dei turchi nell’entroterra calabro. Di quei frenetici giorni egli inviò al re di Spagna e imperatore Carlo V una lunga e circostanziata relazione della quale amiamo riportare i passi che riguardano la nostra storia:

Lettera del 19 luglio 1544
“Sacra Cesarea et Catholica Maestà, Havendo per altre mie scritto a V.M.tà quanto è occorso, per questa sarà avvisata come l’armata turchesca, doppo la presa de Lipari essendo intrata in Faro et giunta alla Cattona, fecero intendere volere intertenerse per far riscatto delle anime prese, et che andasse chi volesse che li davano salvo condotto, dove hanno accordati molti et riscattato buon numero tanto de’ Liparotti come de Ischia. La matina di XIIIJ del presente [mese di luglio]in  Callabria posero in terra da 600 turchi et corsero tra terra otto o dieci miglia, et presero da ottocento anime et ne amazzaro da mille et cinquicento…
Per relatione di alcuni d’essa armata, quello [che]se intende sarà con la presente il summario per informatione di V.M.tà; Lipari è de importanza per essere luoco forte et porto tanto vicino a questi doi Regni [di Sicilia e di Napoli], et si non si habita, sarà gran commodità de’ corsali; del che si ne causerà gran disturbo alla negociacione oltre che non potranno stare in tutta la costa di qua [cioè da Messina] a Palermo, né in la costa di Callabria, et molto più importa a questo Regno per essere piùvicina et al passo del tratto di questa Città a Palermo et delle navi che vengono di ponente. Queste Isole…,si fossero state unite a questo Regno, per la vicinità se le haveria possuto fare migliore previsione…
A XVJ del presente [mese di luglio]fu preso dalle guardie uno di Talamone venuto qui per riscattare di quelli del Sanese, il quale veniva dall’armata, et le ritrovarono un plico de lettere dal Priore di Capua che andavano a Roma; et quelle apperte, vi sonno trovate lettere di Polin per il Re di Francia et per lo Ambasciatore suo a Roma, et altri le quali con questa mando a V.  M.tà…La matina seguente si partirono le quaranta galere et le navi; heri, che furon XVIIJ, si partì Barbarossa con il resto dell’armata costeggiando Callabria al camino di Levante. Questa mattina è partito Giannettino seguendo il camino dell’armata. Si son fatti riscatti di alcune anime di quelli de Ischia e di quelli de Lipari. Forse poche….”.

(NOTA – Archivio Generale de Simancas,  Legajo 1116, n.38)

Ai primi di settembre il presidente del Regno, unitamente alla sua corte, ritornò a Palermo, e si servì di alcune galee della religione, di quelle, cioè, che erano in dotazione a certe comunità francescane dedite a procurare il riscatto di cristiani caduti in schiavitù. Durante il viaggio, il Terranova volle eseguire sopralluoghi a Milazzo, a Lipari e  a Patti. A rigore, non sarebbe spettato a lui visitare Lipari che era una dipendenza del viceregno di Napoli; ma decise di venirci ugualmente a motivo della rilevanza strategica dell’arcipelago nei riguardi anche della costa settentrionale della Sicilia, oltre che di quella occidentale di Calabria. Di ciò che osservò, delle disposizioni che diede e dei suggerimenti che propose il marchese di Terranova spedì a Carlo V una breve relazione che è dell’8 settembre 1544. In essa si sostiene che Città Alta di Lipari, benché avesse una muraglia tutta di ‘pietra e terra’ e per giunta discontinua, non poteva cadere in potere del nemico anche quando questo la avesse ‘battuta’ con l’artiglieria per un mese intero. E’ vero, scrive il Terranova, che il Barbarossa ‘più facile l’haveria preso per altra parte’ cioè dal lato di tramontana, che per varie ragioni avrebbe potuto offrire agli assedianti un notevolissimo vantaggio. Sennonché l’ammiraglio preferì non spostare le artiglierie; era sicuro, del resto, che prima o poi i Liparoti, stretti dalla fame e dalla sete, avrebbero ceduto. Queste constatazioni furono per il Terranova una ‘làstima’, un motivo di rammarico e di rabbia. Il suo suggerimento? Eccolo: far condurre una cinta muraria continua e ininterrotta ed erigere sul lato mare tre alte torri, e di buona fattura, collegate da ‘traverse’ o robusti baluardi correnti tra torre e torre. Qui il documento:

Lettera 8 settembre 1544.
“Sacra Cesarea et Catholica Maestà,
Da Messina scrissi a V.M.tà dandole ragione di quanto era occorso et convenia  al servitio di V. M.tà, così de ché partiva con questa Regia Coete per qua…
Havendomi ocorso la commodità delle Galere della religione,con quelle partettj [per]Melazzo dove reconoscettj il bisogno e lassai ordine che s’attendesse a continuar quella fabrica et fortification come parse essere bisogno. Dilà me parse [bene],con la comodità delle Galere, voler vedere Lipari portando con me l’ingegniero Ferramolino. Et intanto in quelle Isole la notte trovammo una galeotta de’ Turchi, la qual présimo. La mattina dopo sbarchai in Lipari dove mai ero stato. Per un conto mi parse [giusto] veddere quel luogho per darne raggione a V.M.tà; dall’altra parte [da Tramontana]me parse gran làstima veddere un sì bel luogo di quella fortezza; e con tutta la batteria che fecero, si bene havessero un mese battuto, non haveriano possuto fare effetto nessuno: tal che,si se havesseno volsuti defendere per quella parte non si posseva pigliare, perché restava la batteria alta due picche, et dalla parte de dentro tenéa  una trencera fatta che le donne bastavano defendere; per l’altra parte [da Mezzogiorno]saria stata manco forte et più facile l’haveria preso. Mi parse veddere che Barbarossa sempre pensò che se rendessero: per questo non volle allargasse con l’artellaria da dove disbargò. Viddj quella fortezza di dentro e di fuore, la quale de sito è assai forte, però non tiene nessuno traverso né muraglia che vaglia, perché tutta è di pietra et terra. Fici misurare quello che circonda, lo qual è, per la parte de terra, canne duecento, per la parte del mare canne centocinquanta che fan tricento cinquanta canne in tutto. Vi bisognaria tre Torrioni; per far traverse bisogneria di nuovo murare tutte le mura; lo quale, e fatto il conto per Ferramolin et altri per lacommodità dela pietra che vi è a tratto con venticinque millia scudi se farria quella fortification complitamente e tal che sarrìa inespugnabile. La importanza di quel luogho per l’uno e l’altro Regno – e più per questo che per gli altri – V. M.tà l’haverà inteso, e de adesso sene sente travaglio de’ corsali, ultra che vi è un porto di cento galere che dicono Vulcano, un miglio discosto XXV millia scudj. M’ha parso [bene] darne particular raggione a V.M.tà.
Da Lipari venni a Patti sì per veddere e dare ordine che quella terra se reparasse, perché con star Lipari dis’habitato, sempre vi sono corsali; quella terra essendo vicina, stariano quelle gente con periculo; trovo che con poco se reparirà, che se assecureranno de corraìe, dove ho lassato don Antonio Brancciforte per capitan d’arme perché attenda con la più prestezza a ditta reparacione; per lo che quella terra prontamente ho fatto che dia scudi dui millia; si mancan, sarà puoco cosa. Vuolsi veddere il danno che recevettero, e trovo che fu poca cosa. Nel che culparo essi per non s’havere governato come li fu ordinato per me si como da poi le fe defendere, che se le escusào che non revettero danno nissuno.
Il Vescovo di Patti me ha fatto instantia che dovesse informarmi deli danni[che]lui e sua Ecclesia hanno ricevuto per l’Armata che fu in quello mare, e trovo che in tutto il danno ricevuto con cento scudi se restora tutto, perché non fecero altro danno che ali Organi della Ecclesia. Il danno fu quello poco ad alcunipovere genti che li brusciaron da sissanta case di poca importanza…”.
(
NOTA- Archivio General de Simancas, Legajo 1116, n°38).(Archivio Storico Eoliano.it)

Alcuni interrogativi sulla vicenda: quanti erano gli abitanti? quanti i deportati? ci fu tradimento e da parte chi?

 

Ipotesi sui deportati

Esercito ottomano

Partito il Barbarossa lascia dietro di sé devastazione, morte e le rovine ancora fumanti della città alta.  Una serie di domande “difficili” che ci si pone è cercare di valutare quanti abitanti avesse Lipari prima della “ruina”, quanti furono i deportati, quanto furono quelli sfuggiti alla deportazione ed alla morte e - nascosti e dispersi per le campagne - rimangono per qualche tempo timorosi di riaffacciarsi in città per visitare i ruderi dei monumenti e delle case e piangere sui morti, quanti erano, infine, quelli che tornarono dopo la tragedia o perché erano fuggiti prima dell’arrivo dei turchi trasferendosi a Milazzo o in altre città della costa, o perché tornarono dalla deportazione, qualcuno subito, qualcuno dopo molti anni .

Cominciamo dai deportati per i quali esistono, come abbiamo visto, alcune cifre anche se fra loro un po’ discordanti. Maurando parla di 10 mila fra quelli che erano entro le mura e quelli che furono scovati( 1000) nelle campagne. Di novemila cittadini parla De Simone, di ottomila il Campis. La cronaca cappuccina conferma Maurando e dice che furono catturate da nove a diecimila persone.

Giuseppe Restifo[1] ritiene esagerate le cifre fornite dai testimoni dell’epoca, giacché come è tipico nelle catastrofi i resoconti dei testimoni tendono ad enfatizzare. A suo avviso Lipari poteva contare allora, al massimo,  4660 persone compreso quelle che moriranno nello scontro e quelle che riusciranno a fuggire. Ma questo conto si basa soprattutto sulle notizie che da il Campis – e che anche noi abbiamo riportato – dell'organizzazione della città in quartieri con comandanti e milizie volontarie. Infatti il Campis dice che la città fortificata fu divisa in sei quartieri e ad ognuno di questi furono assegnati due comandanti e centosessanta uomini in armi. In tutto 960 uomini abili al combattimento e cioè, secondo la norma del tempo, fra i 18 ed i 60 anni. Se si prende come base, suggerisce Restifo, il censimento del 1610, questa classe rappresenterebbe il 41,2% della popolazione maschile totale. La totalità dell’universo maschile a Lipari nel 1544 sarebbe stato cioè di 2330 maschi. Sempre basandosi sul censimento del 1610 siccome i maschi rappresentano il 53% della popolazione totale, la popolazione di Lipari sarebbe stata  di 4396 abitanti;  tutt’al più 4660 se si vogliono riportare le donne al 50% della popolazione totale. Ecco come Restifo ricava la sua cifra.

Pur apprezzando il ragionamento proposto vorremmo forse osservare che i dati del Campis si riferiscono alla situazione nella città alla vigilia dell’arrivo del Barbarossa e riguardavano gli abitanti abituali del castello. Ma quando il pericolo diventò incombente e si delinearono all’orizzonte le navi saracene, allora si dovette verificare una corsa dal borgo e dalle campagne a  cercare rifugio nella rocca fortificata. Quanti furono queste persone che si rifugiarono nelle case di amici e parenti o si accamparono nella cattedrale ed in ogni buco o magazzino, o anche all’aperto visto che era luglio e quindi il clima favorevole? Non lo sapremo mai, ma non è impensabile che il numero raddoppiasse rispetto agli abitanti che abitualmente risiedevano al castello.

Quanti nativi scamparono alla "ruina"?

Un secondo problema è quanti furono i deportati riscattati prima della partenza decisiva per Costantinopoli. Nella tappa che la nave fece a Messina o a Catona in Calabria, come dice il Maurando, ci furono sicuramente alcuni riscattati a cominciare dal Camagna e dai suoi famigliari. Ma quanti furono? La versione del Campis che sostiene che il Barbarossa fosse ben contendo di liberarsi da parte del suo carico a prezzo conveniente perché temeva che il sovraffollamento poteva provocare ribellioni e difficoltà nel viaggio, si scontra contro quella di p.Bonaventura che invece parla di trattative che non sono andate a buon fine perché mentre i messinesi temporeggiavano perché speravano che Ariadeno venisse a più miti consigli, questo levò le tende e parti. Il francese Maurando sa che le trattative erano aperte ma non sa come andarono a finire perché le navi di Francesco I partirono prima di quelle turche. Comunque si dovette trattare al massimo di poche centinaia non certo di migliaia.

La maggior parte dei prigionieri navigarono verso Costantinopoli., affrontando un viaggio carico di sofferenze non minori di quelle patite sino ad allora. “Condizioni inumane” le definisce Angelo Raffa[2] quelle che dovettero affrontare. L’affollamento e le conseguenti condizioni igieniche e forse anche la mancanza di un vitto adeguato provocarono molte malattie e molte morti[3]. Una testimonianza resa da  Bartholo Boe - che era fra i  deportati e poi riuscì a riscattarsi - dice che degli schiavi presi a Lipari ed in altri luoghi, durante il viaggio, ne sono morti assai e soprattutto ragazzi per “li mali patimenti” tanto che il Barbarossa arrivato a Lepanto ordinò che si vendessero subito quelli malati, fra cui c’era appunto Boe che venne riscattato per 20 ducati da alcuni liparoti rinnegati che lì si trovavano[4].

Ancora, quanti furono i liparesi che rimasero sull’isola nascosti e che erano scampati al sacco? Il Presidente del Regno di Sicilia don Giovanni d'Aragona marchese di Terranova, ai primi di settembre dello stesso 1544, tornando a Palermo, volle eseguire sopralluoghi a Milazzo, Lipari e Patti. Visitò anche Lipari sebbene non avesse competenza su questo territorio giacchè le isole dipendevano dal vice regno di Napoli.  Anche se erano passati cinquanta giorni dall'11 luglio la trovò completamente disabitata salvo una galeotta dei Turchi che lì stazionava e che subito fecero prigioniera.  Non parlò di case distrutte – come fece per Patti - perché probabilmente lo erano tutte e si soffermò a dare indicazioni per il restauro della cinta muraria[5].

Quindi i sopravvissuti, ancora a cinquanta giorni, dai fatti si guardavano bene dal mettersi in mostra visto che la zona continuava ad essere battuta da navigli saraceni. Comunque doveva trattarsi di poche centinaia visto che gli uomini del Barbarossa prima di partire  avevano battuto meticolosamente l’isola - per due giorni, secondo De Simone, per otto giorni secondo, p.Bonaventura - proprio alla loro ricerca.

Col tempo però Lipari riprese ad essere abitata. Chi si era rifugiato in campagna tornò nella città se non nel borgo, tornarono anche a Lipari chi era fuggito prima dell’arrivo dei saraceni a Milazzo e sulla costa siciliana, chi era stato riscattato a Messina o a Catona.  Crediamo che siano stati, in tutto, un 700-800 persone, certo meno di un migliaio. Via via nel tempo tornò anche qualche deportato che si era riscattato o a Lepanto, come abbiamo detto, o a Costantinopoli[6]. A questo nucleo storico di liparesi si aggiungono altri immigrati che vengono a ripopolare l’isola. 

“A Lipari, dopo il sacco del 1544 e per tutta la seconda metà del '500. - osserva Giuseppe Restifo – si crea una sorta di Far West compensatore; giungono  molti immigrati attratti dai privilegi accordati dall'Università, dalle esenzioni fiscali e penali, dalle opportunità che l'economia delle Isole Eolie può offrire”[7].

L’ipotesi del tradimento

L’interrogativo più intrigante che all’epoca si posero i contemporanei e non solo a Lipari o in Sicilia, fu il sospetto del tradimento. Abbiamo già visto come molti sospetti si puntarono su Jacopo Camagna e come questi subisse anche un processo dal quale uscì assolto. Ma il vicerè di Napoli, don Pedro de Toledo dichiara che si sa chi sono i colpevoli della resa di Lipari per cui comanda che si incarcerino e venga data una punizione esemplare. Giannettino Doria  riferendosi alle trattative fra Ariadeno e maggior enti di Lipari parla di cinque successivi incontri, prima con delegazioni di quattro cittadini, poi di due ( Comito e Camagna?). Dalle sue parole si capisce che la responsabilità dell'andamento della trattativa e della resa finale non fu di uno solo ma collettiva, dei notabili, che dopo l'ultimo abboccamento con l'assediante diedero ad intendere che c’era una possibilità di salvezza per tutti. Su questa base si sarebbe formato il consenso generale alla resa.

Don Pedro di Toledo

Fra coloro che si sono occupati della vicenda, due storici che probabilmente attinsero alle stesse fonti – il Campis ed il Pirri – sembrano giungere a conclusioni diverse. Decisamente innocentista il Campis, mentre il Pirri, ricapitolando i tre capi di accusa nei confronti di Jacopo Camagna - l’amicizia con il Barbarossa, gli abboccamenti reiterati e senza osservatori col nemico, l’esenzione che aveva ottenuta per se e i suoi parenti – sembra avallare il dubbio.

Chi era il Camagna? Sicuramente una delle persone più facoltose ed in vista della Lipari del tempo[8]. Proprietario terriero giacchè ancora nel XVII secolo vi era una piana ,nella zona di Balestrieri e Munciarda, che si chiamava “contrada di Camagna” ed anche armatore e navigatore con diverse imbarcazioni che operavano su un buon tratto di Marina lunga che si chiamava appunto “Plaia di Camagna”. I suoi commerci lo portavano spesso lontano da Lipari fino nelle terre più lontane, come Costantinopoli, dove pure, come abbiamo visto, arrivavano i prodotti delle Eolie. Nulla di strano che in questi viaggi sia venuto spesso a contatto con Ariadeno che appunto a Costantinopoli aveva residenza e probabilmente era anche stato suo cliente. Col Barbarossa aveva acquisito una certa familiarità, né conosceva la furbizia, la spietatezza ma anche l’attenzione a concludere dei buoni affari. Così quando a Lipari si seppe che sarebbe arrivata l’armata del Barbarossa, non è improbabile che Jacopo abbia parlato di lui agli altri maggiorenti nelle giornate e serate di apprensione e lunghe discussioni in cui Lipari si apprestava allo scontro.

Un sospettato: Jacopo Camagna

“Lo conosco bene – avrà detto -, l’ho incontrato diverse volte, ho fatto diversi affari con lui. E’ un uomo duro e risoluto ma anche una persona con cui si può parlare. Non è un mostro, ve l’assicuro. Anzi, per molti versi è anche una persona gioviale”.

Questo avrà detto Jacopo. Non certo che era suo amico. E probabilmente perché lo conosceva e quindi poteva essere avvantaggiato nella trattativa è stato scelto dal Capitano Governatore e dai giurati, nella fase più drammatica, la sera del 9 luglio, nel momento più cruciale, quando la delegazione che aveva trattato fino ad allora gettò la spugna perché l’interlocutore non mostrava spiragli di umana comprensione. Così lo andarono a trovare sulla sua postazione quella che dalla Porta Falsa andava sino a Santa Maria delle Grazie, i bastioni più esposti ai colpi di cannone. Ed era lì malgrado avesse una brutta sciatica che lo tormentava. Dice infatti il Campis: “Era il Camagna gentiluomo di molta stima appresso tutti e, come già avanzato in età, haveva buona pratica delle cose e prudenza nel maneggio degli affari. Lo pregarono tutti l’Officiali e tutto il popolo d’addossarsi la cura di ridurre Barbarossa a qualche ragionevole conventione… Di mala voglia abracciò il Camagna l’assunto inpostoli, sì per le sue indisposizioni come pur anco per dover trattare un negotio che nella riuscita non poteva mai essere approvato egualmente da tutti, non essendovi cosa di magiore difficoltà e meno accertata che pretendere di sodisfare al populo”[9]Ma, alla fine acconsentì.

Durante la trattativa, a sentire il Campis, è Ariadeno che fa la proposta di esentare dalla schiavitù venti famiglie, “il che sempre ho praticato in prendere alcuna terra per forza” . Camagna e Comito rilanciano e cercano di ampliare l’offerta e Barbarossa sembra accettare. Ma è ancora un’offerta limitata, selettiva, che riguardava circa 200 persone.

L’idea che  tramuta la conoscenza di Camagna col Barbarossa  in amicizia, supponendo addirittura una complicità a danno dei concittadini, sarà maturata nella mente di molti liparesi a cominciare dal 10  luglio quando Jacopo torna con questa proposta che non può non scontentare i più.   Ed infatti la reazione è quella che  si aspettava. “Et infuriati proruppevano in gravi doglianze et improperi contro quelli che havevano trattato con Barbarossa, ma singolarmente contro Japoco Camagna” . Perciò questi si chiude in casa e rifiuta di tornare a parlamentare. Ci andrà invece il Comito che torna dicendo di aver strappato al Barbarossa la promessa che esenterà tutti purchè ognuno paghi venti scudi. Quindi gli abboccamenti del Camagna col Babarossa, a dire del Campis, non furono reiterati, ma uno solo e insieme al Comito. Quello che c’è da chiedersi invece e se andò veramente il Comito al secondo incontro col Barbarossa. Il Campis è dubbioso ed infatti dice: “andò o finse d’andare”. Comunque la gente gli crede e si calma.

Diverso è il racconto del Maurando. Il francese segue il racconto del Campis sino all’accordo con il Camarga ed il Comito che  riassume così:”li Liparoti darebero la cità con tutto quello che sarebe dentro, salvo 70 case, le qualle sarebbero salve con tuti li homini et done, puti e putine, et tutta la roba che sarebe trovato dentro”.  Respinto l’accordo dai cittadini, questi mandarono altri ambasciatori che proposero la “resa a discrezione” cioè la resa senza condizioni, mettendosi nelle mani del conquistatore. Certo i liparesi vengono messi tutti sullo stesso piano ma, in questa versione, non c’è alcuna promessa di esenzione dalla schiavitù né per poche famiglie, né tantomeno per tutti.

Assedio ottomano a Rodi

Uno dei punti più controversi della “ruina” è proprio questo, su che cosa si sarebbe formato il consenso alla resa e se a questo proposito alla gente fu detto proprio tutto o qualcosa fu nascosta. Vediamo di ricapitolare. Il Campis  chiude con l’assicurazione del Comito  che Barbarossa farebbe salve oltre le 26 famiglie, più 50 uomini con le mogli, più gli eccleasiastici e gli ultra sessantenni - che già aveva concesso al Camagna - anche tutti coloro che avrebbero pagato 20 scudi; il Maurando sostiene invece che l’ultimo accordo sarebbe stato la resa a discrezione; De Simone è sulla posizione del Campis solo che invece di 26 famiglie più cinquanta, parla di 60 casate; il Pirri parla di resa della città lasciando andare 60 cittadini con le loro robe; infine p. Bonaventura parla di tradimento del Camagna che avrebbe aperto le porte al nemico in cambio della salvezza per se i suoi parenti e la sua roba.

La responsabilità colletiva dei notabili

Angelo Raffa[10], invece, che ha avuto modo di consultare l’Archivio di Simancas[11]. fa sua la versione dell’accordo che fornisce Giannettino Doria e che da la responsabilità del tradimento, non ad uno solo, ma ai notabili che dopo l’ultimo abboccamento con l’assediante fecero credere al popolo che tutti si sarebbero salvati grazie al patrimonio delle 26 famiglie più ricche che avrebbe rappresentato il riscatto per tutti. Come si vede una versione dell’accordo inedita che non emerge affatto dai racconti che abbiamo analizzato.

Il giorno dopo, cioè l’11 di luglio, il Barbarossa – che certamente ha in mente solo la vendetta per l’umiliazione subita di un assedio che assolutamente non aveva messo in conto - finge di muoversi nella direzione dell’esenzione per le sole famiglie benestanti trasferendo i mobili di queste nella casa del Camagna. In realtà mette al sicuro il bottino più ricco, che farà trasferire dopo sulle galee, prima di dare il via libera al saccheggio. A questo punto getta la maschera e dà il via libera ai suoi uomini per saccheggiare, distruggere, incendiare. Egli sa che non potrà fare arrivare a Costantinopoli tutte quelle ottomila persone, ma deve sanare il suo orgoglio colpito. E non ha pietà per nessuno, nemmeno per il Camagna che permetterà che sia riscattato ma solo a Messina insieme ad altri eoliani vecchi ed inabili al lavoro. Jacopo con la moglie Minichella torneranno ad abitare a Lipari dove moriranno, il primo probabilmente nel 1563, la seconda nel 1581[12].

Ci fu tradimento? Quello che è certo – osserva Raffa – è che alcuni cittadini furono subito riscattati, altri lo furono in seguito, moltissimi non tornarono mai più. Ciò significa che la promessa fatta dai notabili ai concittadini non venne mantenuta. “ Il vero tradimento consistette – scrive Raffa – nel far credere l'incredibile agli ingenui popolani, nel garantirsi la salvezza presente con la promessa a tutti d'una salvezza futura”[13]. Quindi avrebbe ragione Giannettino Doria mentre la dichiarazione di don Pedro da Toledo sembra avere piuttosto il senso di un alibi per chi avrebbe dovuto difendere l’isola e non fece nulla perché era stato deciso che l’isola dovesse essere una vittima sacrificale. Per cui parla di tradimento per distogliere l’attenzione dalle responsabilità politiche del governo ma lascerà nel vago i colpevoli[14].



[1] G.Restivo, Un drammatico sradicamento e un convulse ripopolamento. Lipari dopo il 1544, in  Atlante dei beni etno-antropologici eoliani, (a cura di Sergio Todesco ) , Messina 1955, pag. 46-59.

[2] A.Raffa, op.cit., pag.93.

[3] “ Si dice che fu così numerosa la massa delle persone d’ogni ceto, che stavano sulla flotta, che , lungo il percorso della navigazione diretta a Costantinopoli, parecchie salme di prigionieri, stremati dalla fame, dalla sete e dall’afflizione ( fittamente stipati com’erano nel fondo delle navi in mezzo ai loro stessi escrementi) quasi ogni ora venivano gettati in mare.”Paolo Govio nel suo Historiarum sui temporis, libri XLV, che giungono fino al 1547, nell’ultimo libro parla della caduta di Lipari (pp.585-6). In G. Iacolino, Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite. Vol. IV, in corso di preparazione. Govio parla nella sua Historia di settemila deportati ed attribuisce il tradimento ad un certo Nicolò, “uno dei cittadini di spicco e uomo pavido” di cui lo stesso Campis afferma che di questo nome “non c’è mentione”(op.cit., pag. 306).

[4] A. Raffa, op.cit., pag. 105 nota n. 16.

[5] Archivio  General de Simancas, Legajo 1116, n.38. Informazione fornitaci dal prof. Giuseppe Iacolino proveniente dal IV volume delle “Isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite”, ancora in corso di preparazione. Comunque, visto il ritardo delle pubblicazione, il prof. Iacolino ha consentito a pubblicare, su questo sito, nella Documentazione del capitolo, un estratto della relazione riguardante le Eolie e dintorni (v. Documentazione),

[6] L.Zagami, op.cit., riprende un episodio ricordato da Girolamo Di Marzo-Ferro in una nota della storia di Maurolico, Storia di Sicilia, 1849, lib. VI, pag. 360 e riferito al 1545. Un bastimento viaggiando da Scio ( l’isola di Chios ( ?) dinnanzi alla Turchia) verso Messina fu spinta dalla tempesta su una spiaggia delle Puglie. Oltre a tessuti preziosi questo naviglio aveva a bordo 250 passeggeri fra liparesi e calabresi che avevano riscattato la loro libertà e tornavano in patria. A causa del naufragio se ne salvarono solo cinquanta. Sempre a proposito di liparesi tornati dalla prigionia in oriente Giuseppe Restifo ( op.cit.pag. 46-47) parla di alcuni casi ricavati dalla documentazione di Processi civili conservati nell’Archivio Vescovile di Lipari ( vol. I).

[7] G.Restifo, op.cit., pag. 47.

[8] In un elenco delle “famiglie cospicue de’ Gentiluomini di Lipari” che vi erano prima della “ruina” che Giuseppe La Rosa  dice di avere letto fra le carte di Cristoforo Cesareo e pubblica nel suo “Pyrologia Topostorigrafica dell’Isole di Lipari”, a cura di Alfredo Adornato, vol. II, pp19-20, Iacopo Camagna è al secondo posto subito dopo “la nobilissima famiglia de Franco”. L’elenco cita 32 famiglie e parecchie di queste sono divise in due o tre rami. Il manoscritto, come dice lo stesso La Rosa, non fa menzione alcuna delle famiglie dei popolani.

[9] P.Campis, op.cit., pag. 301.

[10] Op. cit., pag. 94.

[11]  (Lettere al Viceré di Napoli, in Archivo General de Samancas, Papeles de Estado, Corrispondenci y negociacion de Napoles, Virreynato, E- 135/57)

[12] E’ una ipotesi che fa Giuseppe Iacolino nel manoscritto del libro sulla “ruina” non ancora pubblicato, di cui abbiamo fatto cenno, basandosi sui due testamenti. Dalla “Visitatio totus Diocesis Liparensis” del vescovo Francesco Arata, del 1685, Archivio Curia Vescovile di Lipari, foglio 59 v.

[13] A.Raffa, op.cit., pag.93-94 Il Campis infatti chiude con l’assicurazione del Comito  che Barbarossa farebbe salve oltre le 26 famiglie, più 50 uomini con le mogli, più gli ecclesiastici e gli ultra sessantenni ( che già aveva concesso al Camagna) anche tutti coloro che avrebbero pagato 20 scudi; il Maurando sostiene invece che l’ultimo accordo sarebbe stato la resa a discrezione; De Simone è sulla posizione del Campis solo che invece di 26 famiglie più cinquanta, parla di 60 casate; il Pirri parla di resa della città lasciando andare 60 cittadini con le loro robe; infine p. Bonaventura parla di tradimento del Camagna che avrebbe aperto le porte al nemico in cambio della salvezza per se i suoi parenti e la sua roba.

[14] Una valutazione delle accuse di tradimento che ripercorrono molte delle nostre osservazioni la compie Giuseppe Iacolino nel suo manoscritto non ancora pubblicato e cioè il già citato quarto libro dell’opera “Le isole Eolie nel risveglio delle memorie sopite”.(Archivio Storico Eoliano.it)

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L'ipotesi del tradimento

Gli undici giorni di passione di Lipari.

 

Le fonti della "ruina"

Schizzo di Marina corta del Maurando fatto durante l'attacco del Barbarossa

Sugli undici giorni in cui durò l'attacco a Lipari, prima della sua caduta, abbiamo diverse versioni. Innanzitutto quella di Pietro Campis ed è probabilmente la più importante perché se è vero che egli scrisse il suo Disegno Historico nel 1694, per quanto riguarda la storia della “ruina” utilizzò, come lui stesso dice[1], “un manoscritto di quei tempi conservato appresso Giovanni Cesario  Gentiluomo di essa città”e quindi le informazioni che egli riporta non solo sono di un contemporaneo ma di uno che doveva aver vissuto la tragica vicenda dall’interno. In secondo luogo il racconto di Geronimo Maurando che abbiamo già citato e che partecipò alla “ruina” dalla parte di Ariadeno in quanto era cappellano di una galea del re francese Francesco I , anche lui testimonio diretto, partecipe della vicenda ma sullo schieramento opposto. Quindi il poemetto epico di Giovanni Andrea De Simone composto all'indomani della “ruina[2]”, un contemporaneo di Messina[3] che apprese della “ruina” forse da testimoni diretti ma che a questa non ebbe parte . C'è inoltre una “Relazione della fondazione del 26° convento dei P.P. Cappuccini che è quello di Lipari”, un manoscritto, forse del 1683, di frate Bonaventura da Troina  che si trova nell'Archivio del Convento dei Cappuccini di Messina che contiene sui fatti una memoria raccolta sul finire del 600, “per relazione dei suoi antecessori” [4].

Comunque grazie a questi documenti è possibile tracciare il racconto comparato dal 30 giugno, che era un lunedì, fino al 17 luglio[5].

Il Maurando, oltre a parlarci dello scontro ci dà alcune interessanti informazioni sulle Eolie. Innanzitutto ci parla di Lipari. Questa isola di Lipari – dice - è assai grande, abitata, ed  è sede episcopale. La città è fortissima e i borghi grandi. A mio giudizio, prima di essere distrutta dai Turchi, vi erano tra la città e i borghi duemila case.

Di Lipari ci fornisce uno schizzo con in primo piano la rocca del Castello, il borgo della marina di San Giovanni, la piccola altura di Sopra la Terra e della Maddalena dove spicca la Chiesa ed il Convento di San Bartolomeo, una costruzione con un alto campanile. Sul disegno la scritta “Lipari è facta cusì”.

Una stampa con i galeoni di Barnarossa

Di Salina dice che vi sono “bellissime vigne. Non di uva per far vino, ma solo da far zibibi; dove se ne fa una grandissima quantità, ed i mercanti ne portano fino a Costantinopoli” confermando quanto abbiamo detto a proposito dello sfruttamento delle nostre miniere e delle nostre terre collegati con traffici  commerciali in tutto il Mediterraneo. Di Stromboli afferma che era la casa di Eolo;” dal fumo che esce dal cratere i paesi delle isole vicine capiscono quali saranno i venti dei prossimi tre giorni; e per questo Eolo è dai poeti detto Dio dei venti” .

Lo schizzo di Maurando che raffigura Stromboli

Infine parla più a lungo di Vulcano dove ha fatto una escursione conclusasi con una scalata al cratere. Vulcano è disabitata e assai grande. “Prima era divisa in due isole, Vulcano e Vulcanello. Al presente sono un'isola perché l'abbondante cenere uscita dalla bocca del cratere ha chiuso il passaggio bloccando il braccio di mare che divideva le due isole e così si è realizzato un bel porto...” Si tratta di una notizia importante, osserva Angelo Raffa, perché alcuni naturalisti hanno sostenuto che questo fenomeno si fosse verificato solo con l’eruzione del 1550.[6]

Mi è stato riferito da certi Liparoti ,- racconta ancora il prete francese - che delle volte questo monte di Vulcano buttò fuoco in modo così forte ed orribile che arrivò nell'isola di Lipari incendiando un bosco e insidiando col fuoco persino la città che si sentì in gran pericolo. Così tutte le donne di Lipari fecero un voto: che se Dio le avesse guardate da questo pericolo, non avrebbero mai più bevuto vino e sarebbero andate sempre a piedi nudi. E ottenuta la grazia, le donne hanno osservato sempre il voto: non bevono vino e sempre vanno scalze”. Anche di Vulcano Maurando ci lascia uno schizzo nel quale si vedono Vulcano e Vulcanello.

Il disegno di Maurando di Vulcano.

Una descrizione  colorita del “castello o città di Lipari” c’è fornita dalla memoria dei cappuccini. Questo castello situato “sopra una petra circondata di muri “ distanti da una parte all’altra “circa d’un tiro di muschetto piccolo” e complessivamnette ampia “due salmate e mezza o tre[7]”. Le strade erano anguste e strette come i nostri corridoi ed alcune addirittura più strette. Dalla parte del mare queste case erano alte “56 piche circa[8]ed erano a strapiombo “di maniera che gettando alcuna cosa cade dentro al mare”. L’entrata era da una sola parte “et entrandovi bisogna passare per  cinque porte, all’ultima delle quali vi è il presidio de’ soldati…”.

Il Campis prima di [9]iniziare il racconto delle giornate di scontro richiama alcuni antefatti. Il vicerè di Napoli ha notizia delle intenzioni di Ariadeno qualche tempo prima, forse addirittura diversi mesi e, informandone i Liparesi, tende a tranquillizzarli: le navi sono molte ma i soldati sono pochi (!?!). I Liparesi decidono di organizzarsi e mandano a Messina Bartolo Comito per procurarsi palle, polveri e micce. Qualcuno propone anche che si mandassero sulla terraferma le donne e i bambini e che a difesa della Città rimanessero i soli abili. Ma la proposta non ebbe seguito[10]. Prevalse l'idea che la gente avrebbe combattuto con più impegno se avesse difeso anche la propria famiglia oltre alla patria.

Pianta del Castello con la divisione in quartieri sotto il comando di due responsabili

Si organizzarono sei quartieri  assegnandovi per ognuno, al comando, due “gentiluomini”. Il Castello fu così ripartito: il quartiere di Terranova che andava dalla Verdesca sino alla porta di città; un secondo quartiere dalla Porta di città alla torre di Jacopo Tovatino ora ribattezzata il Bastione Medina; un terzo ,dalla Torre di Trovatino sino alla Torre di Cirino; un quarto dalla torre di Cirino alla casa di Japichello Anza dove era la porta falsa; un quinto da qui a Santa Maria delle Grazie; infine il sesto da S.Maria delle Grazie alla Verdesca. Ai due capi, in ciascuno di questi quartieri, erano sottoposti centosessanta uomini  d'armi, restando in tal modo tutto il recinto della mura di città ben guardato e difeso non mancando dell’artiglieria.[11]

Lunedì, 30 giugno

L'ultimo del mese di giugno comparve a Lipari Ariadeno con 150 galere, alla qual vista si spopolò tutto quel borgo correndo a refugiarsi nella Città Murata colle loro robe” (Campis).  Vengono  mandati sulla più alta cima di Salina due osservatori, Bartolo Stanca ( Zanca?) e Polverino, i quali ritornati riferiscono alla gente riunita nella piazza della Matrice. I liparesi stringono il patto di solidarietà.  Il Capitano disse:

“E’ bisogno chi fazamo prova!

Veniti tutti con l’armi in lin mano;

 di iornu e notti nixuno si mova

 di la moraglia con lo cori sano,

 a tali che si dica per memoria

 chi Lipari di Turchi happi vittoria”[12]

A sera l'avanguardia della flotta si vede dispiegata all'altezza di Capistello. Nel corso della notte sopraggiungono le altre navi (De Simone).

“Erano già arrivati i navilli nelli mari di Lipari e dicono le genti del presente, per relazione dei suoi antecessori, che dal Capo delle fiche, che è dell'isola chiamata della Salina, lontana da Lipari dodici miglia, si poteva viaggiare passando da un navilio all'altro per aversi messo et ordinati a filo quasi toccandosi l'un l'altro” (frate Bonaventura).

Martedì 1 luglio

Ariadeno fa sbarcare parte degli uomini e venti pezzi di artiglieria a Portinente. I Liparoti aprono il fuoco, e le galere turchesche, dopo che due restano sommerse, vanno a riparare dietro la punta di Capistello. Durante la notte però i Turchi riescono a mettere in terra, a Portinente l'artiglieria, e a piazzarla nei pressi del convento francescano e della chiesa di S. Bartolomeo alla Maddalena “dove il terreno restava alquanto più alto”. ( Campis[13]).

Dopo che due galere vengono colpite Ariadeno ordina il ritiro delle navi nella rada di San Giorgio, cioè a Portinente e colà fa eseguire dei riti divinatori che si rivelano non propizi. Il rais Dragut, dal canto suo, assicura la vittoria al Barbarossa e, avanzando in salita da San Giorgio, arriva a piazzare 17 pezzi di artiglieria nei pressi della chiesa francescana di San Bartolomeo. (De Simone).

“Il primo del mese di luglio, l'armata al far del giorno [a le doe hore di matina ] giunse tra l'isola di Lipari e di Vulcano, e qui, nel canale, diede fondo. [ e qui trovarono Sala Rais[14] che era giunto con 60 galere e le navi Conterina e Delphina ]...Giunto Sala Rais (capitano dell'avanguardia) all'isola di Lipari, subito discese in terra con le cinque insegne dei Turchi, e si diresse ai borghi della Città ma non vi trovò nessuno, perchè tutti i Liparoti si erano ritirati nel forte. Entrati nel borgo i turchi andarono ad assediare ed attaccare quelli del forte che difendendosi valentissimamente al primo assalto ammazzarono quaranta Turchi. Sentito  Ariadeno ( il signor Bassan) da Sala Rais che i Liparoti erano entrati nel forte con animo di resistere e difendersi, la notte seguente fece discendere  a terra tre grossi cannoni e colobrine, “in numero pese 16”, che furono piantate accanto al monastero, sul monticello all'inizio del borgo, di rimpetto al forte di Lipari. Piantata la l'artiglieria Ariadeno fece mettere in terra il suo “pavaglione” . Quella notte stessa discese Ariadeno e tutti i turchi che erano in numero di 5550. E appena scesi aprirono il fuoco contro il forte. Ne rimase ferito al ventre uno dei capi turchi.” (Maurando).

Mercoledì 2 luglio

Per alcuni giorni la città di Lipari viene sottoposta ad intenso bombardamento con “grandissimo danno delle muraglie”.(Campis).

Don Giovanni d'Aragona

“Sono in terra sette o ottomila infedeli comandati da Draut. Si dà inizio ad una intensa carica di artiglieria. Vengono sparate non meno di trecento cannonate. I Liparoti rispondono al fuoco. Lo scambio dei colpi prosegue nel corso della notte e  per altri giorni ancora. Sempre al due di luglio, martedì, al largo di Messina sopraggiunge Giannettino Doria con trenta galere. Le forze della città si mettono in allarme e si organizzano perché quelle navi sono credute barbaresche. Poi si tributano onori al Doria il quale si consulta col Presidente di Sicilia don Giovanni Aragona, marchese di Torrenova e, insieme con questi, parte per soccorrere Lipari. Ritenendo però di non essere in grado di affrontare l'armata di Ariadeno, i due si ritirano e dislocano i loro contingenti qua e là, lungo la fascia costiera, tra Capo Peloro e Patti, col proposito di impedire ai Turchi l'approvvigionamento di acqua alle fiumare. Milazzo è in agitazione, pronta a difendersi. A Messina si studia ancora di portare aiuto a Lipari, ma l'impresa appare rischiosa. Intanto sui colli San Rizzo gli osservatori recepiscono le segnalazioni di fumo e di fuoco che trasmette l'uomo di Monte Guardia di Lipari. Trenta galeotte turche, allontanatesi da Lipari, accostano ai lidi di Patti per fare rifornimento d'acqua. Sbarcano 400 uomini i quali operano devastazioni nell'abitato della marina. Si comporta da eroe il pattese Coletta Rosio con tre suoi congiunti. ( De Simone)

Il 2 di luglio, continuando l'assedio e la batteria dei Turchi contro quelli di Lipari, dalla città uscirono tre dei capi e vennero da Ariadeno per cercare di patteggiare. Avrebbero dato ad Ariadeno 15 mila ducati d'oro se l'armata se ne andasse via senza fare nessun male agli uomini e senza danneggiare i beni. Ariadeno rispose che sarebbe stato felice di salvare uomini e città ma voleva 30 mila ducati d'oro e 200 bambini e 200 bambine. Altrimenti non sarebbero partiti prima di avere conquistato la città e bruciato e distrutta l'isola. Avendo compreso i Liparoti che Ariadeno aveva più propositi di guerra che di pace, tornarono mesti in città a riferire quanto avevano appreso. Partiti gli ambasciatori Ariadeno fece continuare a tirare cannonate ed archibugiate contro la città  (Maurando)

Giovedì 3 luglio

Al fine di scongiurare il peggio, i giurati di Lipari inviarono al Barbarossa quattro messaggeri, Ferrante Russo, Bartolo Comito, Lorenzo Proto e Bartolo Damiani. Barbarossa pretendeva centomila scudi per abbandonerebbe l'isola. I messaggeri ritornarono ed informarono i cittadini che li rinviarono ancora una volta dal grande ammiraglio per proporgli una più ragionevole cifra. Barbarossa però è irremovibile e continua a bombardare l'infelice città. Mentre i Liparoti rappezzano le falle che via via si vanno aprendo nelle muraglie, Barbarossa fa uscire da Capistello il grosso dell'armata e fa sbarcare il resto degli uomini e dell'artiglieria. Oramai i cannoni del Castello sono inutilizzabili e tacciono. Le mura restano “fracassate” in più settori.(Campis).

Barbarossa spedisce al Castello di Lipari due dei suoi cristiani rinnegati con l'incarico di invitare alcuni rappresentanti della città a portarsi a conferire con lui. I Liparoti mandano una delegazione composta da Lorenzo Proto,Comito e Mini (Minico) di Muni. Costoro offrirebbero 20 mila scudi che Barbarossa sprezzante rifiuta. Con altere parole Lorenzo Proto fa intendere al turco che la fortezza di Lipari è inespugnabile.

…”Nui semo dotati

di vettovaglia e bon’artelaria.

Semu più forti che non è Citati

in tuttu Imperio, e sia quali si sia.

Io vi consigliaria che vi ni andati

con vostro honuri per la vostra via,

cie quista fantasia che vui tiniti

con poco honuri vui la rexiriti.”[15]

Barbarossa ribatte con minacce e congeda i tre uomini i quali vanno a relazionare ai cittadini. Con più accanita determinazione riprende il martellamento dell'artiglieria nemica (De Simone).

Edizione francese del 1901 del libro del Maurando

Maurando unifica la cronaca dal 3 al 5 e dice che “mai cessarono i turchi di notte e di giorno di sparare cannonate e archibugiate contro la città e soprattutto contro i bastioni che si trovavano proprio di fronte al monastero dove stava l'artiglieria dei Turchi. Ma proprio la copertura dei bastioni oltre alla città, difendevano gli abitanti, che proprio al riparo dei bastioni i Liparoti sparavano sui Turchi e ne ammazzavano parecchi.

Dalla cronaca dei cappuccini apprendiamo che il bombardamento fatto dal Monastero  non bastò ad aprire brecce utili ad un eventuale assalto delle truppe perchè i muri sono terapianati e “anco di questa parte segue la pietra soda”. Così Barbarossa ordinò che l'artiglieria si portasse ad altro posto, poco distante, dove oggi c'è la chiesa di San Pietro, e lì si fece spazio gettando alcuni muri per terra. Secondo il Barbarossa quindi la parte più debole delle mura e più facilmente espugnabile era quella occidentale.

Venerdì, sabato, domenica, lunedì 4-5-6- 7 luglio

A prima sera si verifica un'eclisse totale di luna. Tristi presagi. I bombardamenti proseguono pesantissimi nei giorni successivi. Il bastione meridionale della città crolla. Si hanno i primi corpo a corpo tra Liparoti e Turchi sul filo della breccia. Sulle abitazioni continua a cadere la pioggia dei proiettili. Gli ottomila assediati resistono oltre ogni umana possibilità. Di notte, calandosi per le scarpate, mettono in salvo alcuni bambini e donne.(De Simone).

Il giorno 5 le galere turche andarono per cercare acqua nell'isola di Salina. Il sesto del mese, continuando i Turchi ad attaccare e colpire la città di Lipari, quelli da dentro tirarono un colpo di cannone che ammazzò 18 Turchi e uno spagnolo rinnegato, ingegnere di Ariadeno, fu ferito in modo grave da un sasso alla testa . Il 7 si continuò tanto dai Turchi che dai Liparoti a sparare e tirare cannonate. La notte seguente, verso le tre, fuggirono 20 uomini dalla città e di questi ne furono presi 4, i quali condotti da Ariadeno dissero che se i turchi avessero continuato a sparare sulla città come facevano, la città si sarebbe arresa a discrezione, perchè i capi ed i governatori di questa erano fra loro divisi. Inteso ciò, Ariadeno fece mettere questi Liparoti alla catena e comandò di intensificare il tiro contro la città (Maurando)..

Martedì 8 luglio

Giannettino Doria

Al fine di ottenere una tregua i Liparoti inviano allo stato maggiore nemico tre gentiluomini: Bartolo Comito, Lorenzo Proto e Jacopello Marazzita. Barbarossa rimane sordo ad ogni loro richiesta e dà ordine di continuare a fare fuoco contro la città. ( Campis).

L'8 si continuò a battere la città e sparare, e quelli da dentro a difendersi. E la notte seguente,verso le tre o le quattro, Giannettino Doria con 30 galere viene all'isola di Vulcano dalla parte di Milazzo. Ma saputo che le nostre galere (cioè del Barbarossa) lo andavano cercando, se ne fugge (Maurando).

Le galee di Giannettino Doria

Mercoledì, 9 luglio

Per mitigari un tanto atroci mali” Bartolo Comito e Jacopo Camagna, senza prendere accordi con alcuno, si recano dal Barbarossa e lo supplicano di desistere dall'assedio. Il feroce turco respinge le loro preghiere. Gli oratori replicano che, affidandosi alla di lui clemenza, Lipari è disposta ad arrendersi. Barbarossa accenna a voler fare qualche concessione. A questo punto il Comito e il Camagna scongiurano il corsaro che conservi almeno sessanta casate liparesi ( ogni casata comprende più famiglie), delle quali gli presentano una lista. Chiedono inoltre che non vengano molestati uomini e donne di età superiore a 60 anni, il clero secolare e quello regolare, dandosi facoltà, a quanti lo volessero, di riscattarsi per 20 scudi a testa.

Rispusi Barbarussa:”Orsù, sia fattu

comu voliti.Resto per contenti”

Così senza scriptura né contrattu

Lipari fu venduto con le genti.

Poi a conclusioni di lu fatti

-comu di supra, e dico ciaramenti -,

lu Mércuri e li novi di Iugnettu

conclusu fu quistu dogliusu effettu.

Così conclude il poeta, Camagna i suoi concittadini, li “vendio senza denari”[16].

 Lipari è ormai posta in ginocchio, tant'è che Milazzo non coglie più segnalazioni dall'isola. I due rientrano in città e riferiscono alla cerchia del loro parentado. Poi adunano il popolo in assemblea. Camagna sostiene che non c'è altra possibile alternativa al disastro totale se non quella già prospettata al Barbarossa .

Audendu quistu, assai si contentavano

Timendu di chiù peiu non aviri,

e multi respondendu replicavano

dicennu: “Megliu volimu moriri”.

Li donni tutti quanti lacrimavanu;

con li figlioli in brazzo, con sospiri,

dicianu:”O figli, quali crudu cori

vi darìa in manu di Turchi e di Mori?”[17].

Nell'animo delle donne affiorano funesti presentimenti. Rabbia negli uomini e pianto di fanciulli. Nel clima di generale smarrimento, Comito vorrebbe affrettarsi dal Barbarossa per ratificare gli accordi, ma cerca ancora di convincere il popolo che non è possibile trovare diversa soluzione. Le donne ritengono accettabili i patti, ma sono molti i cittadini i quali sostengono che arrendersi per paura è disonorevole. Le polemiche si vanno attenuando. Infine, quando la maggioranza appare concorde, Comito e Camagna tornano dal Barbarossa.(De Simone).

Mentre De Simone descrive lo strazio delle donne liparesi che pensano ai figli da consegnare ai turchi e ai mori, Maurando esalta il suo “signor Bausan” cioè il Barbarossa.

Il giorno nove si continua a combattere e sparare tanto da i Turchi che dai Liparoti.  Ariadeno, non mai sazio di compiere opere di carità, nonostante che a porto d'Ercole avesse riscattato parecchi cristiani, a Vulcano riscattò un napoletano con la sua donna e un figliolo: ancora riscattò tre bambine da 12 fino a 14 anni e un bimbo di 4, e donò parecchi denari in elemosina a certi poveri cristiani per potersene tornare alla loro patria.(Maurando).

Giovedì, 10 luglio

La cronaca che Pietro Campis fa del giorno 10 praticamente ripercorre, grosso modo, il racconto che De Simone ha collocato nella giornata del 9 con alcune differenze sulla conclusione dell’accordo col Barbarossa.. Il capitano d'armi e i giurati di Lipari, constatando la situazione disperata del paese, decidono di inviare al Barbarossa, l'anziano Jacopo Camagna – uomo pieno di acciacchi, ma di “buona pratica delle cose e prudenza nel maneggio degli affari”, perchè insieme con Bartolo Comito, raggiunga un “qualche ragionevole conventione “ col nemico onde non “ restare tutti morti per mano de' Turchi”. Al tiranno il Camagna dichiara : “siamo pronti ad aprirvi le porte quando voi promettiate libertà a quanti siamo in quel piccolo recinto di mura”. Dal canto suo il Barbarossa pretende avere tutto e tutti . “Troppo tardi veniste – disse al Camagna – non è più tempo di clemenza. Dove apprendeste offerirmi quel che è già mio. Tutti sarete miei schiavi![18]”. Comunque – come ha sempre fatto, dice, nelle sue conquiste – “sarà atto di gran pietà se venti soli famiglie farò esenti dalla schiavitudine”. Il Camagna e il Comito scongiurano che le famiglie da salvare siano non 20, ma 26, più cinquanta uomini con le loro mogli, più tutti gli ecclesiastici secolari e regolari, e tutti i cittadini di età superiore ai 60 anni. Barbarossa acconsente, ma, benché insistentemente pregato, non cessa di martoriare la città con l'assiduo fuoco della sua artiglieria. Alla relazione del Camagna e del Comito i cittadini tumultuano e gridano al tradimento. Devono salvarsi tutti o nessuno, dicono. Si propone, pertanto, di rinviare i due oratori al grande capo per chiedergli che conceda ad ogni singolo cittadino la facoltà di riscattarsi per 20 scudi. Intanto il Camagna, perché è sospettato di voler salvare sé e i suoi parenti, e anche “ per scansare le furie della plebe”, si ritira in casa. Comito, invece, fattosi calare dalle mura ( o sceso attraverso la porta falsa), va ( o finge di andare) a compiere la nuova missione e torna affermando che il Barbarossa ha  accettato il nuovo compromesso.( Campis).

Anche il manoscritto di padre Bonaventura riporta alcune righe che devono riferirsi a questo giorno. Righe che raccontano i fatti già descritti da De Simone e da Campis con più succinta crudezza, sposando esplicitamente la tesi del tradimento già adombrata da De Simone. “Vedendosi così crudelmente combattuti, giudicando non potendosi difendere per lungo tempo, uno dei principali della città gli [al Barbarossa] fece a sentire che, perdonando la vita a lui et a suoi parenti, et anco la roba, la mattina seguente gli darìa la chiave della città”. Il Barbarossa acconsente per evitare il rischio della lotta, considerando le perdite subite e giacché in fondo aveva poche speranze di conquistare la città visto “che gagliardamente si difendeva”.

Sempre si continuò a cannonare e sparare tanto dai Turchi che dai Liparoti.(Maurando).

Venerdì, 11 luglio.

La piazzetta della Maddalena dove avviene l'incontro

Con in testa il capitano d'armi, i giurati e gli esponenti del paese, tutto il popolo di Lipari – racconta il Campis - si porta ai piedi di Barbarossa il quale, sempre impenetrabile sotto la sua scorza di arroganza, sta seduto su di un tronetto improvvisato accanto alla Chiesa di San Bartolomeo alla Maddalena. Dopo di aver passato in rassegna uomini, donne e fanciulli, rinvia tutti nella città murata e ad un suo scrivano ordina di prender nota delle ventisei famiglie “delle più cospicue” che non devono essere molestate ( il Campis non fa più menzione delle altre cinquanta).Poi fa l'ingresso in città lo stesso Barbarossa seguito da un immenso stuolo di suoi uomini. Dichiara “franche” le ventisei famiglie, e i loro mobili fa, per cautela, trasportare nella casa del Camagna. Sotto questo suo apparente comportamento di correttezza, egli nasconde nell'intimo l'intenzione di “non perdonare ad alcuno”. Infatti dà ordine di iniziare il saccheggio e l'incendio.” …non solo spogliarono le case, ma a molte di esse posero il fuoco riducendole in mucchi di pietre. Non la perdonarono né pure alle Chiese incendiando la Chiesa di San Bartolomeo vicino a Porto di Gente et incenerendo il nobile Monastero ad esso unito dove soleva mantenersi un buon numero di religiosi di San Francesco dell’Osservanza…Di più messero anco il fuoco alla Chiesa Catredale eretta già con Regia magnificenza dal Conte Rugiero Normanno… tutta fabbricata di vive pietre di smisurata grandezza, che, nondimeno, molto patì dalle fiamme, le quali consumarono e ridussero in cenere tutto il gran suffitto di essa e quanto vi era di legname con danno assai considerabile, oltre l’abrugiamento di tante sacre pitture che rendevano non meno adorno che ricco quel tempio. E perché unito a quello si trovava l’archivio in cui tante pubbliche scritture si conservavano ad eterna memoria sì della Chiesa che della Città di Lipari, il tuto s’incenerì: perdita tanto deplorabile non potrà mai bastantemente piacersi per tutti i secoli d’avenire essendosi in tal modo smarrite memorie di gloria non ordinaria e consumati registri d’opere meravigliose”[19](Campis).

Barbarossa, con le sue numerosissime genti, entra nella città. I suoi intenti sono di distruzione e di morte. I turchi cominciano a saccheggiare le case, a cercar denari, a spogliar le donne, a dissigillare le sepolture nelle chiese e depredare vasi sacri. A spintoni trascinano le genti verso il mare. Scene di strazio. Seduto alle porte della città, Barbarossa assiste alla miserevole sfilata dei prigionieri e si stupisce del gran numero. Altre scene di strazio. Eseguiti i conteggi e la selezione, Barbarossa fa avvisare tutti alle galere. Sono novemila individui. Altre scene di dolore e di crudeltà. Avviene l'imbarco.

“ A l’undici lu misi di Giugnettu

di Venneri fu tuttu quantu quistu,

lu iorno quando con tanto rispettu

per redimiri a nui fu mortu Cristu,

per cui lu Suli, ch’era chiaru e nettu,

si persi havendu tali murtu vistu.

Di tali iornu fu vintu e pigliatu

Lipari afflittu, persu e ruinatu”[20]

( De Simone).

L'11 luglio, facendo Ariadeno più presto del solito tirare le cannonate contro la città di Lipari, alle 8 del mattino, uscirono quattro liparoti  responsabili della città ed andarono per trattare. I Liparoti avrebbero data la città con tutto quello che essa possedeva, salvo 70 case, le quali sarebbero state salve con tutti gli uomini e le donne, i bimbi e le bimbe, e tutta la roba de contenevano. Trovato l'accordo gli ambasciatori ritornarono in città e raccontarono al popolo che cosa si era deciso. Il popolo subito si levò ad una voce, e chiese altri ambasciatori proponendo : o tutti liberi o tutti schiavi. Mandati altri ambasciatori essi proposero la resa a discrezione e Ariadeno di buona voglia l'accettò. Così si potè conoscere di quanto male è occasione la differenza e la divisione tra i cittadini. Non solo questa maledetta divisione e parzialità civile è stata la causa della distruzione della città di Roma che era “domina e signora di tutto il mondo” al tempo di Giulio Cesare, di Augusto e di altri Imperatori, ma anche della distruzione tutta l'Italia, e ora di questa povera città di Lipari. Se dentro quella città ci fossero stati 200 soldati insieme con i cittadini non l'armata che noi eravamo, ma il doppio, non ce l'avrebbe fatta a prenderla nemmeno in sei mesi. Perché la città è posta sopra un balzo di rocce tutte intorno così alte come il castello di Antibes dalla parte del mare. E nonostante che per il sito sia fortissima, era anche circondata di bellissimi muri e fortissimi robusti cinque bastioni fatti di pietre e calcina (“et fortissimi beroardi sive bastioni fatti di prede et calsina”).

La resa di Lipari

Arresa che fu la città di Lipari, dopo tante cannonate che queste mura avevano subito, quelli che dentro la città avevano cercato di entrare vi erano riusciti con grande difficoltà perchè restava ancora alta la breccia da cui passare – l'altessa di una bona pica e mezza”  - e bisognava salire uno per  uno a gattoni e con difficoltà (“et era forsa montar ad uno ad uno in quattro piedi e con difficultà”). La presa di questa fortissima città ha creato ammirazione in tutta la Cristianità ma probabilmente Lipari è caduta per i suoi peccati. “ e il giusto Idio scorrosatto (scoraggiato) manda questi flagelli ne la Chiesia proprio Babilonica, non Cristiana, vindicandose dei soy inimici per li soy innemici” . E dico questo, per come mi è stato riferito da un Marsigliese che abitava a Lipari e lì si era maritato, la cui moglie fu presa quando la città si arrese, “questi Liparoti erano deditissimi al peccato sodomitico, in tanto che se avveseno visto uno bello giovene, per aver piacer del giovene, era[no] contenti che lui usasse con le loro done, era presente il marito”.

Preso che ebbe Ariadeno i Liparoti e la loro città a sua discrezione, fece cessare i bombardamenti e comandò che tutti quelli che erano dentro uscissero e venissero fuori di fronte a lui che stava seduto nel borgo presso la città. E per fare uscire i Liparoti e anche per evitare che i Turchi non cominciassero il saccheggio mandò quattro guardie. Tutti i Liparoti che furono trovati dentro la città furono menati da sua Signoria, e tutti li faceva passare dinnanzi a sé individuando gli uomini e le donne invalidi, e il resto, uomini e donne, bimbe e bimbe, mandò schivi sulle navi e le galere. Certo, il vedere tanti poveri cristiani e maggiormente tanti bimbi e bimbe procurava una grandissima pietà.

Fra le altre crudeltà praticate dai turchi la più grave fu quella accaduta nella chiesa episcopale di Lipari. Qui furono trovati un certo numero di uomini e donne vecchissimi ( a mio giudizio avevano più di cento anni), questi presi, furono subito spogliati e squartati vivi, e questo per prendere il fegato. Chiesi perché usassero una così grande crudeltà a questi poveretti e mi risposero che quel fegato aveva grandi virtù. Usciti fuori da Lipari tutti i cristiani e distribuiti fra le navi e le galere, fu caricata sulle galere anche tutta l'artiglieria trovata. E subito fu messa  a sacco e fuoco la misera città e questo avvenne alle quattro dopo mezzo giorno dello stesso giorno. Quindi  Ariadeno comandò di fare confluire tutte le galere turche al porto di Lipari mentre le nostre navi ( quelle dei francesi) dovevano tenersi alquanto distanti. Perchè avesse fatto questo, non lo sapemmo. Venuta tutta l'armata al porto di Lipari, Ariadeno si imbarcò con tutta l'artiglieria.

In un'altra parte del suo scritto Maurando parla di Iacopo Camagna e lo definisce “mal Cittadino” perché “ essendo padrone di una nave, e trafficato avendo con salvacondotti, più volte in Levante e in Barbaria, era conosciuto e amico del Barbarossa”.

La versione di  p. Bonaventura  sul giorno della resa inizia affermando che “la mattina seguente della promessa fece quel traditor della patria trovar le porte aperte. Vi entrò il tiranno incrudelito, la saccheggiò, con dar fuoco ad alcune parti, e fra gl’altre al vescovato, dove si vedono oggi le pietre sopra dell’Archivio liquefatte a modo di vetro squagliato”.  Barbarossa, continua p. Bonaventura, fece prigioniera tutta la gente e cioè da nove a dieci mila persone visto che allora Lipari contava sedici o diciasettemila abitanti, Tra gli altri fece anche prigioniero “il traditore con tutti i suoi, e questa fu la paga e premio della promessa e del tradimento”.

Sabato e domenica, 12 e 13 luglio

L'incendio perdura in questo e nei giorni seguenti. I mobili che stavano ammucchiati nella casa del Camagna vengono caricati sulle galere. Alla stessa casa del Camagna si appicca il fuoco. Furono ottomila i cittadini condotti schiavi. ( Campis).

Le giornate del 12 e del 13, sabato e domenica, i Turchi le impiegano a razziare le campagne dell'isola. Catturano varia gente fuggitiva e tutto il bestiame possibile.(De Simone).

Il giorno 12 continuando il fuoco nella città, il resto dei Turchi con tutti i bagagli si imbarcarono. Il 13, continuando il fuoco, fu fatto riscatto di certi cristiani, che erano stati presi all'isola di Ischia. Il numero dei turchi scesi a terra per combattere ed assediare la città di Lipari erano cinque mila (5550). L'artiglieria era formata da tre cannoni e  16 pezzi di colobrine grosse di bronzo . L'artiglieria presa dentro Lipari fu un cannone rinforzato, una “mezana”, due “esmeriglj”, tre  pezzi che gettavano palle di ferro. I turchi morti  nell'assedio furono 343; i Liparoti 160 fra feriti e morti. 9000 furono le presone dei due sessi, prese schiave, senza contare quelli che “messo il fogo ali quatro canti de Lipari, furono trovati ascosi dentro le sotterranee caverne”. Quindi 10 mila in tutto. I Turchi hanno tirato contro il forte di Lipari 2800 colpi di cannone. Chi avesse avuto l'animo più crudele della tigre, vedendo pianti, gemiti, singhiozzi dei poveri Liparitani che abbandonavano la loro città per essere condotti schiavi, il padre guardando il figlio, la madre la figliola, non avrebbe potuto contenere i propri occhi dall'abbondante pianto, mentre quei cani parevano lupi rapaci in mezzo a timide pecorelle. Il 13 l'armata parte da Lipari e va in Sicilia per cercare acqua nel capo di Mortelle...( Maurando).

Anche p. Bonaventura parla dei giorni seguenti. Il Barbarossa – dice il cappuccino – si trattenne altri otto giorni per cercare i liparesi che si trovavano per l’isola nascosti e non si erano rifugiati nella città. Ma senza successo perché questi non si arresero per la fame, come Ariadeno pensava, ma preferirono nutrirsi di erbe e del poco pane che avevano conservato.

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Questo libro narra la storia di un deportato in Turchia al tempo di Barbarossa

14 luglio, lunedì

(Campis non dà la successione dei giorni): L'armata turchesca lascia Lipari e giunge nei pressi di Messina, dove alcuni Liparoti prigionieri, tramite gli amici messinesi, trattano il loro riscatto. Barbarossa è ben felice di liberarsi di tanta merce scomoda a prezzi di convenienza. Anche il Camagna si riscatta. Trattenuto in Messina per essere giudicato dall'accusa di tradimento, è assolto. Dopo qualche mese rientra a Lipari. (Campis).

Al mattino i Turchi fanno vela alla volta di Messina. Colà Giannettino Doria attende l'opportunità di potersi scontrare col temibile avversario, ma Barbarossa, sospettando eventuali agguati da parte del Doria, si stringe alle coste di Calabria. A Messina si sta sulle difensive. A tarda sera le navi turche appaiono ancorate, lontano, nell'area dello Stretto. Le ciurme di trenta galeotte, composte di cristiani rinnegati, saltano in terra presso Fiumara di Muro, frugano per i boschi e su per le colline e braccano la popolazione fuggitiva. Fanno così una retata di 2000 prigionieri (De Simone).

Martedì, mercoledì, giovedì, 15- 17  luglio.

Alle prime ore del mattino i giurati di Messina spediscono al Barbarossa un messaggero autorizzato ad avviare trattative di riscatto a favore dei Liparoti prigionieri. Barbarossa si dichiara disposto a cederli escludendo, però, le donne e gli uomini validi. Il messo, che vorrebbe contrattare a vantaggio di tutti, in blocco e senza eccezioni, fa ritorno alla base. I giurati sperano che il tiranno si trattenga ancora per qualche giorno sì da poterlo convertire a più miti consigli. Invece Barbarossa fa ripartire alla volta del Levante un primo contingente dell'armata che porta il triste carico umano non senza prima aver fatto sbarcare alcuni Liparoti di rango, i vecchi e gli inabili. Alle prime luci del giorno seguente, 18 luglio, venerdì, salpa anche lui. “Partito. Che dio li pozza profundari!”. ( De Simone)

Dalle parti di Catona in Calabria

Maurando narra che il 16 e 17 luglio  i Turchi fecero il baratto dei cristiani presi a Lipari nel porto di Catona in Calabria. I Messinesi venuti presentarono 15 mila ducati per tutti i cristiani presi in Lipari, e Ariadeno oltre i 15 mila domandò per il riscatto 8 mila quintali di biscotto. Il prete però non sa come la trattativa fu conclusa perché il mattino seguente la squadra francese partì.

La cronaca cappuccina parla di una trattativa solo sulla base dell'offerta di “rinfresco” ( rifornimento di viveri). Barbarossa avrebbe risposto che “gli darebbe le cose sacre ed ecclesiastiche e le presone vecchie e decrepite”. Dopo due giorni, non mutando le offerte dell'ammiraglio turco, la trattativa “ non ebbe effetto”. I poveri Liparoti andarono in Turchia e Ariadeno per il rinfresco ottenuto regalò a Messina, fra le altre cose, la campana grande di Lipari. Quella che oggi è nel castello di Rocca Guelfonia.

Castello di Rocca Guelfonia oggi


[1] P.C. Campis, op.cit., pag. 306.

[2] G.Iacolino, I turchi alla marina di Lipari, 1544, Lipari, 1985.

[3] G.Iacolino. I turchi…, op.cit. pp 75-84.

[4] “Il manoscritto di P. Bonaventura da Troina (+1704)” trascritto dal prof. Giuseppe Lipari, Libro III, Messina 1999. Alcune pagine alla vicenda dedica anche R.Pirri in Sicilia Sacra, Panormi, 1733, vol.II, Notitia Octava Ecclesiae Liparensis , riportate in G.Iacolino, I turchi…, op.cit., pp- 69-74. Il Pirro non aggiunge quasi nulla alle notizie che abbiamo sulla vicenda, salvo confermare quanto riportato dal Maurando che le accuse che alcuni fecero ricadere sul Camagna si basavano sul fatto che  egli era amico del Barbarossa, che aveva avuto abboccamenti con il nemico reiterati e senza testimoni, quindi l’esenzione accordata (ma non mantenuta) a lui, parenti amici e proprietà. Il Pirri fu a Lipari intono al 1630 e raccolse le memorie degli anziani e probabilmente ebbe mondo di conoscere lo stesso manoscritto al quale , nel 1694, attinse anche Campis.

[5] Una comparazione fra il racconto del Campis e quello di Se Simone è fatta da G.Iacolino,. I turchi alla marina, op.cit.,pp. 39-47, a cui abbiamo largamente e liberamente attinto.

[6] A. Raffa, op.cit., pag. 97.

[7] M.C. Cannella , “Le unità di misure locali e il sistema metrico decimale nella scuola elementare”, Tesi di laurea dell’Università degli studi di Palermo, Facoltà di scienze della formazione, anno accademico 2004-2005, pag. 62 e ss..Il valore della salma cambiava da località a località della stessa Sicilia.

[8] La pica era un’altra unità di misura del tempo derivante dalla lancia di guerra,  probabilmente intono al metro o poco più.

[9] P. Bonaventura da Troina, manoscritto, op.cit.

[10] Secondo P. Bonaventura sarebbe stato il vicerè di Napoli a dare l’ordine “che mandassero le donne, figlioli e figliole a Milazo”, ordine che fu eseguito solo in parte.

[11] P. Campis, op. cit.,pag. 159-160.

[12] G.Iacolino, op.cit., pag. 99.

[13] Campis, op.cit., pag.298-299

[14] Si tratta di Chanchelubin, uno dei capitani di Barbarossa.

[15] G. Iacolino, I turchi…., op.cit., pag. 118.

[16] G. Iacolino, I turchi…, op.cit., p.147.

[17] Idem, pag. 152. La più parte dei cittadini approva l’operato del Camagna e del Comito, altri invece preferiscono morire combattendo.

[18] P.Campis, op.cit., pag.302.

[19] P. Campis, op.cit., pag. 304-305.

[20] G. Iacolino, I turchi---, op.cit., pag.170.(Archivio Storico Eoliano.it)

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Jacopo Camagna

Le premesse della “ruina”.

 

La lotta fra Carlo V e Francesco I

Il Castello è stato il centro dello scontro fra liparesi e turchi

Nell’aprile del 1503,le disfatte francesi in Puglia permettono alla Spagna di completare la riconquista del regno di Napoli. Il regno che fu dei Normanni viene ormai affidato a un viceré e integrato nell’impero di Carlo Quinto, titolare delle corone di Spagna e dell’impero romano germanico. Tale situazione viene definitivamente sancita dal trattato di Cateau-Cambrésis, il 3 aprile 1559 : un accordo tra Enrico II, re di Francia, e Filippo II di Spagna, pone fine alle pretese francesi in Italia.

Ma nel 1544, quando avviene la “ruina” di Lipari ad opera del Barbarossa con l’appoggio dei francesi, questo trattato è ancora lontano. La lotta fra  Carlo V e Francesco I è ancora in corso e  trasforma l'Europa intera in un grande campo di battaglia. In questo contesto – dopo vent'anni di scontri, battaglie, guerriglie – Francesco I,  stimandosi inferiore di forze, stringe una alleanza con Solimano il Grande con cui già in passato erano intercorsi parziali intese e addirittura un trattato nel 1536. Per la Francia era in gioco infatti la sua stessa esistenza come stato indipendente e sovrano. Ormai da lungo tempo viveva accerchiata dalla Spagna e dai suoi alleati e stati satelliti. Quindi la scelta di andare a cercarsi gli alleati fuori dalla “cristianità” era un passo obbligato. Un passo obbligato ma molto delicato perché il Solimano era il capo degli “infedeli” ed in un momento in cui la Chiesa era travagliata dallo scisma dei luterani, si poteva rischiare di cadere in un ulteriore e più grave isolamento. Ed infatti nella letteratura dell'epoca si parlò di “empia alleanza”.

Carlo V e Francesco I

Il lavoro di tessitura degli ambasciatori portarono alla definizione dell'azione comune. Si sarebbe messa in campo una flotta di 140 ( 142 ne conterà Maurando o Maurand, il prete francese aggregato alla spedizione, di cui parleremo) navi da battaglia accompagnate da numerose navi da trasporto. Questa flotta prese il mare da Costantinopoli il 17 aprile 1543 e dopo lunghe tappe in Egeo e nello Ionio, per imbarcare soldati e rifornimenti e per aggregare altre navi, raggiunse le rive italiane nel maggio 1544.

Angelo Raffa che ha studiato questa spedizione consultando anche gli archivi turchi osserva che “si trattava d'una delle più imponenti formazioni navali nell'intera storia del Mediterraneo”[1].

La flotta di Ariadeno il Barbarossa

Erano truppe – circa 23 mila fra marinai ed ufficiali esclusi i barbareschi,a cui si aggiungevano le truppe da sbarco , altri 7 mila uomini - al comando dei più alti ufficiali dell'esercito turco.

Il condottiero di questa incredibile flotta era Ariadeno il Barbarossa. Il suo vero nome era Khizr. Hayreddin da cui l'occidentale Ariadeno era un titolo arabo generale e generico che significava “Protettore della religione”. Barbarossa  era un soprannome che aveva ereditato, insieme al sultanato di Algeri stato satellite dell'Impero Ottomano, dal fratello Oruc a cui era succeduto nel 1519.  Il titolo ufficiale che gli riconosceva il Solimano non era però quello di Sultano o re, bensì di Beylerbey che significava governatore.

Ariadeno era stato un pirata in gioventù ma ormai da tempo si era lasciato alle spalle quel passato avventuroso e leggendario. Nel 1533 era divenuto grande ammiraglio ( Khapudan Pasha) di tutta la flotta imperiale facendo dell'impero turco la massima potenza marittima del Mediterraneo.

Una flotta di navi saracene

   

Sopra: fotta sarecena. Sotto : nave della flotta del Barbarossa disegnata da Maurando

Abbiamo detto che complessivamente la flotta ottomana mobilitò per questa missione oltre 30 mila uomini. Per il suo allestimento, fonti francesi parlano, di un esborso complessivo del Sultano di oltre 1.200.000 ducati. Somma ampiamente ripagata dal bottino. Si pensi che i prigionieri ridotti in schiavitù furono almeno 20 mila a cui vanno aggiunti preziosi, armi, denari, stoffe pregiate, oggetti d'arte sottratti dai luoghi attaccati. Moltissimi schiavi furono utilizzati come rematori nelle galee, ma molti furono venduti o riscattati ( soprattutto ecclesiastici e appartenenti a famiglie importanti e facoltose): le richieste per il riscatto erano fra 100 e 500 ducati. Di minor rilievo la squadra francese aggregata alla flotta. Si parla di cinque galere più una nave da trasporto. In realtà sotto il controllo diretto francese erano solo due galere, le altre tre rispondevano a Leone Strozzi, fuoriuscito fiorentino, cavaliere gerosolimitano, priore di Capua. Imbarcato sulla francese Réal agli ordini dell'Ammiraglio Antoine Escalin des Aimars, signore di Garde, detto Poulin o Polin, vi era Hieronimo Maurando ( Jerome Maurand), cappellano della nave, prete di Antiboul (Antibes) che redasse durante la navigazione ed il sacco di Lipari, un diario manoscritto che è giunto fino a noi[2].

Quindi quella flotta che terrorizzò per circa due anni tutto il Mediterraneo non era una flotta di pirati ma una vera armata militare formata in gran parte da ottomani, ma non solo. Lo erano in grande maggioranza, ma vi erano anche numerose imbarcazioni barbaresche, imbarcazioni pirate o corsare cioè ma inquadrate, per l'occasione, sotto un unico comando strategico; e vi era la presenza francese.

Ariadeno detto il Barbarossa

Una immagine di Ariadin il Barbarossa

Il percorso della flotta ottomana

La flotta colpisce per prima la città di Reggio Calabria dal 20 al 23 maggio del 1543. Dopo Reggio la essa compì sbarchi quotidiani e furono numerose le incursioni nei regni di Napoli, di Sardegna, forse della Sicilia, sicuramente della Toscana. Dopo Reggio la flotta ebbe un primo contatto con le Eolie passando da Stromboli dove venne presa  un'imbarcazione, il cui equipaggio fu in parte trucidato, in parte catturato e ridotto in schiavitù. Non vennero invece toccate le coste dello Stato della Chiesa.

Il 4 luglio i turchi passano dinnanzi a Nizza e si fermano a Marsiglia dove rimangono 15 giorni svolgendosi numerosi incontri fra i capi ottomani e nobili e dignitari francesi. Intanto Polin era andato a conferire con Francesco I e tornò comunicando la decisione del re. La flotta poteva occupare Nizza e svernare nella città francese di Tolone. L'assedio a Nizza ebbe inizio il 10 agosto e la città si arrese il 22 agosto. L'impegno era che gli abitanti restassero liberi e la città non venisse distrutta. Invece la città fu incendiata e gli episodi di violenza furono feroci e numerosi. Sebbene i francesi accusarono di questo i turchi vi sono testimonianze anche francesi che danno la responsabilità alle truppe di Francesco I. Il Castello comunque resistette e l'assedio fu tolto l'8 settembre quando si diffusero le notizie che dalla Lombardia e da Genova i stavano mobilitando truppe di terra e galee.

Per far posto agli ottomani Tolone fu sgomberata di tutti gli abitanti e la città assunse i connotati di un centro mussulmano con la trasformazione delle chiese in moschee e dei campanili in minareti. Da Tolone partì una squadra navale per Algeri carica delle prede fino a lì raccolte che non mancò, lungo la rotta, di attaccare porti ed isole.

Il viaggio di ritorno iniziò il 24 maggio 1544 dall'Isola di St. Marguerite di fronte a Cannes, e Francesco I dovette sborsare per convincere Ariadeno a salpare 800 mila scudi oltre ai viveri che i francesi avevano dovuto fornire durante la permanenza a Tolone.

Il viaggio dall'isola di St. Marguerite  allo stretto di Messina durò 54 giorni durante i quali si susseguono continui attacchi a città, paesi, castelli, isole con distruzioni, incendi, eccidi, cattura di schiavi e bottino.

L'obiettivo strategico

Ma sarebbe un errore pensare che questi assalti non facessero parte di un piano programmato e che gli ottomani si abbandonassero all'aggressione istintiva e senza freni. Lo scopo di questi attacchi era quello di mettere in stato d'allarme le città, i porti e le isole dell'impero spagnolo nel Mediterraneo costringendo l'apparato spagnolo a mobilitarsi sulla difensiva e a frantumare le sue forze fra i vari obiettivi non avendo tempo e forze per pensare ad un attacco risolutivo al regno di Francia. A questa strategia contribuì lo stesso Solimano che mentre Ariadeno ed i francesi combattevano a Nizza guidava un possente esercito contro il regno di Ungheria mettendo in grave pericolo i possedimenti asburgici in Austria. Inoltre tutti questi attacchi e scontri obbligavano gli spagnoli a continui esborsi di denari per le ricostruzioni delle difese incidendo negativamente sul già disastrato bilancio. Non era negli obiettivi dei due alleati una loro espansione territoriale che li avrebbe messi in competizione  e presto in conflitto, ma solo quello di indebolire l'avversario comune. Obiettivo che fu pienamente raggiunto.

La Spagna dovette decidere, per evitare un disastro economico e finanziario ancora più ampio, che avrebbe provocato il collasso definitivo dell'impero, di sacrificare alcune città e alcune isole non essenziali alla strategia della difesa. Fra queste ci fu Lipari. Le risorse difensive ed economiche spagnole si concentrarono nella salvaguardia dei luoghi essenziali dal punto di vista politico e militare per la tenuta complessiva dell'impero.

Lipari in cambio di Malta?

Leone Strozzi

In questo quadro c'è da chiedersi perchè Ariadeno non attaccasse Malta che pare fosse fra gli obiettivi prestabiliti della flotta. “Questa salvezza – scrive Angelo Raffa – ci è parsa connessa direttamente con la distruzione di Lipari. I documenti maltesi e fiorentini indicano con chiarezza questa ipotesi. La preoccupazione d'un eventuale attacco a Malta fu anzitutto di Leone Strozzi, vice comandante della squadra navale francese, che, a tal proposito scrisse al gran Maestro dell'ordine gerosolimitano dei cavalieri di San Giovanni, cui lui stesso apparteneva, e che era sovrano dell'isola di Malta. I Cavalieri, espulsi dall'antica sede di Rodi dai Turchi nel 1522, avevano ottenuto da Carlo V le basi di Tripoli e di Malta. In quest'isola erano giunti nel 1529 e quindici anni dopo mancavano ancora adeguate e definitive opere di fortificazione[3]”.

Per questo grande fu la preoccupazione per un attacco degli ottomani. Leone Strozzi mentre la flotta era fra Gaeta e Pozzuoli inviò segretamente a Malta un frate perchè desse assicurazioni al Gran Maestro che avrebbe fatto di tutto perché la flotta dirigesse altrove i suoi attacchi considerando che non avrebbe potuto dedicare molto tempo alle coste tirrene. Strozzi mette subito in atto in colloqui col Barbarossa questa strategia di convincimento verso altre mete. Nel caso estremo, promette, in cui non fosse riuscito nell'obiettivo avrebbe abbandonato la flotta e con le sue tre navi sarebbe andato in soccorso di Malta. Strozzi, forse con l'aiuto di Polin, riesce nel tentativo di convincere Ariadeno. Malta è salva, ma Lipari è condannata.

E che sia stato l'attacco a Lipari a salvare Malta lo rivelano stesse fonti maltesi che osservano come l'armata turca rimase dopo la presa di Lipari “ tanto esausta di munizioni, e tanto impedita e imbarazzata di robbe, e di schiavi; che rimase l'Armata sopradetta inhabile, à poter tentare per all'hora alcun altra impresa”[4].

Fra affari e miracoli

Prima  di affrontare il tema  dell’attacco a Lipari, dell’assedio e infine della devastazione, dobbiamo dare conto di alcuni episodi, i pochi che si sono tramandati, che riguardano le Eolie ed accaddero negli anni precedenti alla “ruina”. Il primo fatto è del 1530 ed è in relazione al sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi che avvenne nel 1527. Papa Clemente VII aveva bisogno di rilevanti risorse per ricostruire la città e pensò di attingere dalle mense vescovili e quindi anche dalla diocesi di Lipari. In particolare per Lipari si pensò di inasprire le decime abolendo, nel frattempo, il privilegio dell’esenzione totale  di cui godevano proprietari terrieri a basso reddito,  piccoli allevatori e modesti pescatori. Era un provvedimento particolarmente pesante e così si pensò di ricorrere alla Santa Sede ed il ricorso ebbe buon esito ed il 12 novembre del 1530 il papa scrisse ai liparesi confermando questo privilegio che risaliva “ab immemorabili tempore” e prevedeva l’esenzione totale dalla decima di quanti non riuscivano a ricavare dalle loro attività frutti, proventi e redditi non superiori al “valore annuo di sei ducati d’oro”[5].

Papa Clemente VII

Del 1533 è la notizia che il vescovo di Lipari, che però viveva a Roma dove era governatore, aveva dato in concessione ed enfiteusi perpetua tutte le cave di zolfo, vetriolo ed allume delle isole e, per questi prodotti, in particolare nell’isola di Vulcano. I beneficiari erano  genovesi e forse anche veneti. Ed è questo il segno dell’attenzione e degli interessi che in quel periodo maturavano sulle Eolie da parte di commercianti che operavano su tutto lo scenario del Mediterraneo. Gente  esperta dello sfruttamento del suolo e del sottosuolo che producevano e commerciavano. Infatti oltre ai prodotti minerari di Vulcano è in questo periodo che si parla di esportazione di passole e passoline  - probabilmente soprattutto da Salina – fino a Costantinopoli.[6]

L’ultima notizia è del 1541 e riguarda uno dei tanti miracoli che gli eoliani attribuiscono al loro santo patrono. Era il 17 giugno ed un naviglio di forestieri con i marinai affetti di peste voleva a tutti i costi sbarcare nell’isola facendo leva su falsi attestati di “perfetta salute” degli imbarcati. Ma improvvisamente, sopra l’isola, comparve San Bartolomeo, “in aria cinto di sblendori con la sua destra armata di rilucente e ben affilato coltello, propria difesa di quell’Apostolo, adirato nel volto e sdegnato nella voce, e, fattosi visibile a tutti in aria sopra l’appestato vascello, scridò a quanti su quello si trovavano minacciando a quelli subita morte se altrove non volgevano subitamente la prora con allontanarsi da quelle Isole al suo patrocinio raccomandate dalla provvidenza Divina[7].

I marinai si spaventarono e “con tutta prontezza vollero obbedire” senza però prima avere voluto informare i liparesi perché conoscessero la “vigilante sollecitudine” del loro patrono. Così una delegazione in barca si staccò dal vascello e raggiunto il porto, senza attraccarvi, narrò ad alta voce l’accaduto. Ed i liparesi fecero voto di celebrare in quel giorno, ogni anno, una solennissima festa in onore del Santo.  


[1] A.Raffa, “La fine della Lipari medioevale” in  Dal “Constitutum” alle “controversie liparitane”, Quaderni del Museo Archeologico Regionale Eoliano, 1998, pag.79.

[2] Jerome Maurand, La flotta di Barbarossa a Vulcano e Lipari nel 1544, Palermo, 1995. L’originale si trova nella Bibliothèque Inguimbertine di Carpantras e porta il titolo “Itinerario da Antibes a Costantinopoli del 1544”.  Il volumetto pubblicato nel 1995 da Vittorio Giustolisi  ne riproduce solo una parte ed in particolare i fogli 178-221 che furono esposti, per interessamento di A.Raffa, nella mostra che si tenne a Lipari dal 4 al 9 maggio 1995 alla Chiesa di S. Maria delle Grazie promossa dai quatto comuni eoliani in occasione delle celebrazioni del IX centenario del “Constitutum” dell’Abate Ambrogio. “La fondazione della ‘communitas’ eoliana”.

[3]A.Raffa, “La fine della lipari medioevale” , op.cit. , pag.89.

[4] A.Raffa, op.cit., pag.90

[5] G. Iacolino, op.cit., pag. 290-291; Archivio segreto  Vaticano, Armadio XL,28,fogli 184-5.

[6] G. Iacolino, op.cit., pag. 292-293. L Genuardi e L. Siciliano, Il Dominio del Vescovo sui terreni pomici peri dell’Isola di Lipari, Acireale, 1912, p.82, n.5 nella nota 3 è detto che nell’Archivio di Stato di Roma fu ritrovato l’atto notarile del 1623.

[7] P. Campis, op.cit., pag 198-199.(Archivio Storico Eoliano.it)

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Ancora un miracolo di S.Bartolomeo

A cavallo dei due secoli. L'era di Carlo V

 

Progetti di sviluppo

Sul finire del 400 Lipari conta ormai 6 mila abitanti anche se per la gran parte sono tutti concentrati al Castello, nel borgo di Marina San Giovanni- Sopra la terra; pochi nelle campagne, pochissimi nelle isole fra cui la più popolata è sicuramente Salina. Un dinamismo della popolazione che è forse legato ai commerci suffragati da collusioni con le imbarcazioni dei saraceni. Erano voci che circolavano nel regno e lo stesso re Ferdinando I il 22 marzo del 1493 ne fa cenno in lettera in cui lamenta l’accoglienza e i rifornimenti dati ai corsari[1] da parte dei liparesi..

Qualunque sia l’origine di questo contenuto sviluppo degli eoliani, esso si manifesta in alcune iniziative. Innanzitutto nel progetto di costruire sulla Civita un quartiere per dare sfogo alla città troppo concentrata nel castello. In una lettera al re Ferrante del 15 novembre 1492 i liparesi chiedono l’autorizzazione a costruire, a loro spese, un quartiere di 300 case che, affermano, facilmente si potrebbe fortificare. Ma questa richiesta non va a buon fine per non dare alloggio e riparo ad eventuali assalitori.

L’altro progetto è quello di creare un piccolo molo per facilitare l’attracco a Sottomonastero che allora si chiamava porto di Tramontana perché offriva riparo in particolare quando soffiava questo vento. Anche questa opera sarebbe stata realizzata a spese dell’università di Lipari ed al re si chiedeva solo che venisse messo a disposizione un pontone per uno o due anni fino a che l’opera non fosse stata realizzata[2].

Marina corta sul finire dell'800 (da Luigi Salvatore d'Austria).

Non sappiamo se il pontone fu concesso ed il molo  realizzato, comunque i traffici con le città marinare si erano intensificati ed i liparesi dovevano nominare in questi centri dei loro consoli che facessero da riferimento e da interlocutori con gli operatori liparesi che lì si recavano. Consoli che venivano nominati in una seduta pubblica che si teneva nel piano di San Giovanni cioè a Marina corta. Di queste riunioni, che avvenivano alla presenza dei giurati e del baiulo, e dei giudici oltre che del notaio che stilava il verbale, ci è pervenuto un verbale del 5 maggio 1484 riguardante una assemblea per la nomina del console di Siracusa svolta  “nel rispetto della consuetudine che da lungo tempo manteniamo di eleggere e nominare consoli in tutto il mondo ad arbitrio nostro e secondo la nostra libera volontà[3].

Un’altra opera a cui si mise mano sul finire del secolo fu l’ampliamento della cattedrale normanna che ormai era divenuta troppo angusta per gli abitanti dell’isola. Comunque la realizzazione dell’opera andò per le lunghe e probabilmente nel corso d’opera  si dovette intervenire a ridimensionare il progetto che inizialmente doveva essere molto ambizioso[4].

Una comunità ebraica

Sempre sul finire del secolo, ma forse anche qualche decennio prima, a Lipari si insediò una comunità di ebrei provenienti da Mazara e forse anche da Trapani in seguito agli editti del re di Spagna contro gli ebrei di Sicilia che li costringeva ad emigrare. Questa comunità, che doveva essere numerosa, si dedicava alla pesca del corallo a Panarea, all’artigianato ed al commercio, entrò in conflitto con i locali. Un conflitto tanto serio da portare gli ebrei ad appellarsi al re di Napoli e l’8 aprile 1494 la  Regia Camera della Sommarìa, che aveva il compito di tutelare i cittadini dagli abusi dei baroni e dei governatori, ordinò al capitano di Lipari di prendere informazioni e di riferire senza apportare nessuna innovazione alle norme che regolavano i rapporti con gli ebrei[5]. Comunque probabilmente la comunità  abbandonerà le isole fra la fine del secolo e l'inizio del secolo seguente allo scatenarsi di una nuova persecuzione antiebraica che raggiunse anche le Eolie. Nel frattempo però gli ebrei avevano eretto una sinagoga per il loro culto dove è ora la chiesa dell'Annunziata allora distante sia dal centro abitato di Lipari sia da quello di Quattropani. Naturalmente con la fine dell'insediamento ebraico anche la sinangoga fu abbandonata e divenne magazino per la coltivazione dei campi e ricovero per le derrate alimentari fino a quando nella seconda metà del 500 il vescovo Cavalieri non la fece restaurare trasformandola in chiesa.

Chiesa dell'Annunziata sul finire dell'800.

Il coraggio dei Liparesi

A cavallo dei due secoli i liparesi si distinsero non solo per la lealtà e la fedeltà al loro sovrano ma anche per il grande coraggio in alcune situazioni. Così nel giugno del 1495 quando nottetempo, a Napoli, con una arditissima impresa, scalarono Castel dell’Ovo che era una munitissima piazzaforte in cui erano asserragliati i francesi  di Carlo VIII, smantellando il presidio e permettendo al re Ferdinando II di riconquistare Napoli;  così, qualche giorno dopo in Calabria nella battaglia di Seminara dove “insupparono i Liparoti col loro sangue quelle campagne restate coperte da’ loro cadaveri nella strage che di essi fu fatta da’ calabresi, con tutto ciò buona parte di quella provincia fu per il loro valore ridotta alla divozione di Ferdinando”; così ancora nel 1502 quando, fedeli al re Federico d’Aragona, resistettero da febbraio a maggio al gran capitano Consalvo di Cordova, comandante delle truppe spagnole in Sicilia, che fingendosi amico del re  si era invece impossessato del regno ed ora voleva impossessarsi anche delle Eolie. Alla fine i liparesi dovettero capitolare ma lo fecero a ben precise condizioni e cioè conservazione e conferma di tutti i privilegi fino ad allora goduti dagli isolani; nessun provvedimento punitivo nei confronti di coloro che si fossero maggiormente esposti nella resistenza o che avessero arrecati danni alla flotta spagnola. Da parte loro gli spagnoli ingiunsero ai liparesi solo di restituire le imbarcazioni da loro catturate nel corso dell’assedio[6]. Un pacchetto di franchigie e di esenzioni di ben quarantaquattro richieste, “il più alto bottino che gli isolani riuscirono mai a conquistare”[7]

Napoli, Castel dell'Ovo

Le richieste dei liparesi con le approvazioni di Consalvo di Cordova sono contenuti nel Libro dei Privilegi della città di Lipari[8]. Come sempre nel Libro dei Privilegi è contenuto il diploma  del 28 marzo 1497 con cui Federico III che era succeduto a re Ferdinando, morto logorato dalle fatiche della guerra, riconosce il valore e il contributo dei liparesi negli eventi del 1495 dove hanno dato “prove evidentissime della particolare loro fidelità e divotione verso la Nostra Causa intrepidi sempre  in tutti i pericoli et in tutte le difficoltà”[9].

Ancora nel Libro dei Privilegi sono riportati quelli che il re concesse nel 1505, nel 1509 e nel 1514. Invece non ottennero i liparesi, ora che il regno di Napoli ed il regno di Sicilia appartenevano entrambi al re di Spagna, di sganciare le Eolie da Napoli per essere aggregati alla Sicilia. Come non ottennero. di fatto, soddisfazione alla petizione, formalmente accolta, di non inviare più nell’isola soldati forestieri per fare spazio ai giovani del luogo che erano costretti ad andare fuori a lavorare lasciando sole le famiglie[10].

La missione di Del Nobile

L'imperatore Carlo V

Quando, a partire dal gennaio del 1516, salirà al trono di Spagna Carlo I che alla morte del nonno paterno diventerà Carlo V, unificando sotto di se un regno che oltre alla Spagna contemplava la Sardegna, i regni di Napoli e di Sicilia e tutti i domini austriaci, dopo decenni di guerre e di dissesti catastrofici, si manifestano segni di distensione ed in ogni parte si  spera in un futuro più tranquillo e promettente. Anche i liparesi entrano in questo clima ed il 27 aprile del 1517 inviano in Spagna, come loro ambasciatore, il patrizio Antonello del Nobile, per farsi confermare i privilegi ed avanzare delle nuove richieste che presentano interessanti elementi di novità.

Del Nobile partì da Lipari con un documento dove erano segnati una ventina di punti che avrebbe dovuto illustrare  al sovrano, fidando nella sua “probità,virtù e legalità”, ma anche  nelle sue capacità oratorie: “vice set voces suas, che in dicte supplicatione e domande se possa regulare, jongere et mancare, ad suum velle moderare secondo che meglio ad ipso parerà expedire in lo più comodo et utile de la Università”[11]. E stando ai risultati Antonello dovette farsi onore.

Lipari, borgo della Maddalena e Sopra la Terra

Fra le nuove richieste, che il sovrano concede, vi è l’istituzione di una figura  nel governo locale, quella del tesoriere – che era già prevista nella riforma di Federico III ma che probabilmente a Lipari o non si era applicata o era caduta in disuso - con responsabilità nella contabilità e nell’amministrazione finanziaria, eletto in occasione dell’elezione dei giurati e sottoposto, come ogni altro amministratore o funzionario pubblico,ogni tre anni ad ispezione da parte di un emissario del viceré di Napoli; quindi la possibilità di utilizzare le tasse sul grano, che i liparesi commerciavano, per recintare con mura tutto il costone del borgo della Maddalena e di Sopra la Terra e per riscattare i cittadini che cadevano nelle mani dei pirati; il controllo della pratica corsara autorizzata che alcune volte non si rivolgeva contro i saraceni ma contro gli stessi correligionari rendendo così insicure le rotte marittime ed i traffici commerciali. A proposito proprio di questa pirateria che da pratica autorizzata per contrastare le incursioni dei saraceni si trasformava in pirateria tout court, che non aveva rispetto per nessuno, i liparesi avevano qualche esperienza diretta[12]. Le cronache dell’epoca parlano, a questo proposito, di un Ferrante Russo di Lipari e secondo Iacolino la “praia di Ferrante” che si trova a Lipari sotto la contrada di San Salvatore, potrebbe aver preso il nome proprio da questo pirata[13].

Una specifica richiesta riguarda la situazione ecclesiastica. I liparesi osservano che la Mensa vescovile ha una entrata annua di 700 ducati ma essi non vengono spesi né per il culto, né per restaurare le chiese, né per contribuire ad edificare le mura del borgo, anzi siccome i vescovi a Lipari si vedono poco, i liparesi vorrebbero che “vacando quisto Episcopato, che se faccia episcopo citadino e non forastiero”. Una speranza che andò delusa perché quando il vescovo Genoino nel 1530 rinunciò alla sede gli successero altri vescovi che continuarono a rimanere assenti, forse seguendo la diocesi da lontano[14].

Infine una richiesta specifica riguardava la Cattedrale: i liparesi chiedono che il sovrano intervenga presso il papa perché la Chiesa Maggiore di Lipari abbia l’organo, gli indumenti liturgici, gli ornamenti e le suppellettili necessari per gli altari, un decoroso tabernacolo ed una porta degna di questo nome. Il re acconsente ma non ritiene che per questo vada scomodato il papa, basta sollecitare il viceré di Napoli ed il vescovo di Lipari.

Da questo documento apprendiamo che i lavori per la nuova Cattedrale, iniziati sul finire del secolo precedente non erano ancora ultimati. La Chiesa era  aperta al culto ma era abbastanza trascurata nei decori e negli arredi e probabilmente presentava nell’aspetto un carattere di provvisorietà che veniva accettata come definitiva. “Sostanzialmente – annota Iacolino[15] - sarà questa la forma – una sola navata angusta e oblunga – che la nostra Cattedrale conserverà sino al 1772 allorché le sarà data quella planimetria ampia e abbastanza simmetrica che al giorno d’oggi vi riscontriamo”.

Ma il problema non era solo quello dei lavori non ultimati e degli arredi trascurati o mancanti, il fatto è che la chiesa non disponeva di un vero e proprio sagrato ma l’entrata dava immediatamente sulla strada principale della cittadina che ne era anche il punto centrale, dove si concentrava ogni giorno il mercato  con frastuono di carri e le grida dei banditori a cui si cercava di ovviare, inutilmente, con bandi che  proibivano di passare “innanti la Chiesa Cathredrale in tempi di Divini Officij per l’inconvenienti di sentire bennizzare ricotti ed altri simili per non disturbare il Divino Sacrificio[16].

Il Castello di Lipari da cui svetta la Cattedrale in un disegno di Spallanzani.

[1] F. Trinchera, Codice Aragonese, vol.II Napoli 1868,pp.58-59. G. Iacolino , op.cit., pag.254-255.

[2] F. Trinchera, Codice aragonese, vol. III, Napoli 1874, pag. 331. G. Iacolino, pag. 250-251.

[3] S. Polica, Carte adoperate dell’Archivio Gargallo, in “Archivio Storico Siracusano”. N.S. III (1974), Siracusa, pag. 32. G. Iacolino, op.cit., pag. 252-254.

[4] G. Iacolino, op, cit. pp 259-260.

[5] Archivio di Stato, Napoli-Sommarìa, Partium 40, 177, in C. Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1996, p.134. G.Iacolino, op.cit., pp 255-256. Per quanto riguarda la sinagoga all'Annunziata, una scarna notizia sulla primitiva destinazione della costruzione e quella successiva il prof. Iacolino l’ha trovata in un manoscritto dell’800 opera di un anonimo e di proprietà della famiglia Mancuso cui abbiamo fatto riferimento anche precedentemente..

[6] G.Iacolino, op.cit. pp 261-274.

[7] C.M. Rugolo, op.cit., pag. 401.

[8] Dal foglio 31 al foglio 41 v. G. Iacolino, op. cit., pag. 267-273.

[9] Libro Verde o Libro dei Privilegi foglio 20, P. Campis, op.cit., pp 381-82; G.Iacolino, op.cit., pag 264.

[10] Libro Verde, foglio 38; G. Iacolino, op.cit., pag. 274.

[11] C. Trasselli, Da Ferdinando II Cattolico a Carlo V,  Soveria Mannelli, 1982, vol.II, pp 687-8. G. Iacolino, op.cit., pag, 275- 287.

[12] La distinzione tra “corsa” e “pirateria”, acquisita dalla storiografia, risulta però difficile da applicare in genere in Sicilia ed in particolare nelle Eolie dove il confine non è mai così netto. V. Rossella Cancila, Corsa e pirateria nella Sicilia della prima età moderna, in Quaderni storici, 107, n. 2 agosto 2001, pag. 363-377.

[13] G.Iacolino, op.cit., pag 280-1;

[14] A Genoino o Zenone fu chiamato a succedere un certo Pietro di cui non sappiamo niente salvo che era forestiero ed amministrò la diocesi tramite il vicario generale Nicolò Comito che era liparese.  A Pietro il 23 agosto 1532 succede Gregorio Magalotti che era romano ed aveva già l’incarico di governatore di Roma che si guardò bene dall’abbandonare. Quindi fu la volta di Baldo Ferratini di Amelia in provincia di Terni che rimase vescovo di Lipari dal 1534 al 1553, anch’egli senza mai mettere piede in diocesi.(Archivio Storico Eoliano.it)

[15] G. Iacolino, op.cit., pag. 283.

[16] G. La Rosa, op. cit. p. 247.

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Antonello del Nobile

Le Eolie nel 400

 

Difficoltà economiche e pratica della pirateria

All’inizio del 400 le Eolie contavano ormai circa 5 mila abitanti ma - anche se andava emergendo una borghesia terriera e nel settore dei trasporti - le condizioni di vita non erano agevoli soprattutto per il popolo. Gli scontri che si susseguivano sulla terraferma con devastazioni non favorivano le attività produttive. Inoltre Lipari dipendeva  dall’esterno per quasi tutto: grano, legname, metalli lavorati, stoffe, carne salata, stoviglie di terracotta ecc. mentre si esportavano poche cose: qualche partita di vino, di uva passolina, di allume, di zolfo, di pomice, di pesce, i cereali. Inoltre i prodotti della terra non bastavano nemmeno alle necessità degli abitanti. Per questo vi era bisogno di rapporti con la terraferma. Cosa non facile visto che le Eolie appartenevano al regno di Napoli diversamente dal resto della Sicilia e le terre del regno di Napoli erano distanti. Già nel 1394 i liparesi avevano chiesto al duca Martino di autorizzare un accordo con i messinesi che permettesse l’accesso al loro porto e vicendevoli rapporti di traffico. Ora, il 2 settembre del 1400 si rivolgono al re di Napoli perché confermi i privilegi che le isole godevano di esenzione da gabelle, dazi, pedaggi, tasse di esportazione, diritti di ancoraggio, sia per il mare che per la terra, relativamente ad ogni genere di beni, di merci e di mercanzie. Ed il re, che aveva tutto l’interesse di tenere legate a se queste isole, le conferma[1]

Rappresentazione teatrale su Alfonso il magnanimo

Ma proprio gli scontri continui e le guerre intestine favorivano in quegli anni la pirateria per mare. La pirateria dei turchi ma anche la pirateria della gente delle coste italiane fra le quali i liparesi – la cui marineria si dedicava al trasporto merci per buona parte del Mediterraneo - che non erano certo gli ultimi anche in questo settore. Sono proprio gli studi sul commercio genovese che ci dicono come dal 1485 al 1498 un buon numero di imbarcazioni di Lipari, di piccola portata assicuravano i collegamenti, per conto dei genovesi,  per il  trasporto di merci ( grano, zucchero, lino, panni, formaggi) fra la Sicilia, il nord Africa ( Susa, Tunisi, Orano), Venezia e i porti toscani[2].Mentre altri documenti ci informano proprio sull’attività di pirateria a cominciare dalla licenza del 1432 del re Alfonso il Magnanimo che autorizzava la “cursarìa contra