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di Lelio Finocchiaro

IPSE DIXIT

Oggi, approfittando delle opportunità che la tecnologia ci offre, quando raggiungiamo un qualunque risultato in qualunque campo, abbiamo la possibilità di rendere compartecipi tutti gli altri ,in un attimo, della stessa conoscenza, ottenendo che migliaia di persone diverse, in tutto il mondo, possono usarla come bagaglio per muovere ulteriori passi in avanti. E' così che il progresso, in maniera quasi naturale, con lo studio e l'applicazione di tante persone contemporaneamente compie balzi prodigiosi in tempi relativamente piccoli. Una volta non era così. Certo anticamente non c'erano computers e non c'era internet, ma era la mentalità ad essere diversa. Quando si faceva una scoperta , in ogni campo,sia intellettuale che scientifico, si tendeva a tenerla per sè, per circondarsi di fama e di mistero. In fondo l'esoterismo è nato così. Da Ermete Trismegisto (da cui "ermetico", e cioè difficile da comprendere) in poi, fu così per molto tempo. Uno dei più grandi matematici e scienziati di tutti i tempi, (secondo alcuni , il più grande), Pitagora di Samo, non sfuggì a questa regola, (anzi, contribuì lui stesso crearla). Nato intorno al 570 a. C., astronomo, matematico e filosofo, allievo di Talete e di Anassimandro, è rimasto famoso per la scuola che fondò a Crotone (Magna Grecia) e che da lui prese il nome, e la sua vita divenne leggenda per le numerose "Vite di Pitagora" scritte diverso tempo dopo la sua morte che giunsero addirittura a descriverlo come figlio del Dio Apollo, e che gli attribuirono magie e miracoli. Viaggiò in Egitto e fu prigioniero del re persiano Cambise che lo portò a a Babilonia. La sua sapienza divenne proverbiale e spesso volendo tagliar corto una qualunque disputa culturale, bastava riferirsi a Pitagora e affermare "Ipse dixit" (lo ha detto Lui), per affermare una verità non più contestabile.

Purtroppo Pitagora non ha lasciato scritti o libri. Alcuni (come "Versi aurei" e "Tre libri") sono in realtà di autori di epoca cristiana.

Da piccolo il padre lo aveva avviato a studi di musica e di pittura, ma integrandoli con i suoi studi matematici, ritenne che tutto il cosmo fosse una perfetta fusione (armonia) tra numeri e note musicali.

Si deve a lui , per altro, la scoperta della "scala musicale", che ottenne fissando i due capi di una cordicella ad un ponticello e mettendo un fermo al centro (ricavando " l'ottava"), poi mettendo un fermo ai 2/3 (intervallo di quinta), e via dicendo, fino a determinare i "toni". Platone, nel "Timeo", afferma che la scala musicale costituisce la base numerica dell'anima del mondo.

Pare che a lui si debba l'invenzione del termine "filosofia". Era profondamente convinto che l'ignoranza fosse un peccato da cui occorreva liberarsi tramite la conoscenza, e che attraverso la "metempsicosi" (passaggio continuo dell'anima da un corpo ad un altro fino a liberarsi completamente della parte materiale raggiungendo la purezza che avvicinava alla divinità) si avviasse un ciclo di trasmigrazione dell'anima da un uomo ad un altro, o anche ad un animale, per cui sosteneva che anche questi ultimi avessero un'anima non dissimile da quella umana, in quanto facenti tutti parte, in definitiva, di una singola specie.

Questo è il motivo per il quale viene attribuito a lui il concetto di "uomo vegetariano", secondo il quale si può trovare ampio nutrimento nei prodotti che vengono offerti dalla Terra non rischiando di cibarsi , per così dire, di "anime in circolo".

Questi concetti sono riportati da Ovidio nelle sue famose "Metamorfosi".

Caratteristica della scuola pitagorica era la segretezza, e solo agli "iniziati" era concesso accedere alla conoscenza .Questa condizione è la stessa che viene normalmente applicata nel I° grado dei circoli massonici che Il simbolismo pitagorico ha fortemente influenzato.

Noi conosciamo la "tavola pitagorica" e "il teorema di Pitagora", che sono solo due tra le più importanti applicazioni del sapere del filosofo, ma per sapere di queste e delle altre bisognava, nella sua scuola, fare un lungo percorso. Pitagora teneva le sue lezioni nell'edificio detto "Casa delle Muse" ed i suoi allievi erano divisi in "matematici" ed "acusmatici". Ai secondi, tenuti ad ascoltare in silenzio, insegnava in maniera semplice e comprensibile, mentre ai primi era riservata una esposizione più approfondita , dibattuta e segreta, che poteva durare anche diversi anni.

A dimostrazione di come da lui debbano derivarsi pratiche esoteriche non ancora del tutto risolte, basti ricordare la corrispondenza che stabilì tra matematica e geometria: Uno il punto, Due la linea, Tre la superficie, Quattro il solido. E da questo enunciò la teoria della "tetraktis ", figura formata da dieci punti, quattro alla base e uno in cima, dalla caratteristica forma a piramide, dei cui significati esoterici oggi non dubita più nessuno.

Diversi erano i tabù imposti dalla scuola pitagorica, e sembra che proprio uno di questi sia stato la causa della sua morte. Non bisognava toccare le fave. Il motivo per cui non si dovesse fare è ancora oggi oggetto di dibattito nel quale in molti si sono cimentati , da Diogene ed Aristotele in poi, ipotizzando motivi sanitari o religiosi, fatto sta che proprio per non attraversare un campo di fave Pitagora preferì fermarsi facendosi uccidere dai suoi inseguitori (oppositori che si erano ribellati alla presenza della sua scuola).

Questo accadeva a Metaponto nel 495 a.C. circa

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I BEATI PAOLI

Spesso nella tradizione e nella storia di molti popoli si inseriscono vicende e personaggi che pur non potendo contare su riferimenti reali e dimostrati assumono comunque una dimensione reale, e che anche a distanza di tempo, anzichè sbiadire nei ricordi, acquistano man mano sempre più vigore.

In realtà esistono molti esempi che potrebbero annoverarsi in questa casistica, ma uno dei più illuminanti di questo modo di pensare è costituito dalla ben nota vicenda dei "Beati Paoli".

Di loro si incomincia a parlare nel XV secolo, ma sembra che le storie che li riguardano risalgano addirittura al XII secolo.

Dobbiamo al marchese di Villabianca la prima opera scritta ( si tratta degli "Opuscoli Palermitani") che narra di questa misteriosa setta composta da uomini il cui scopo era quello di combattere il potere e le ingiustizie in difesa degli oppressi e dei poveri quasi, nelle intenzioni, novelli Robin Hood.

C'è da dire che sino ad allora le tradizioni riferentesi ai Beati Paoli si erano affidate ad una trasmissione puramente orale, e che essi inizialmente avessero il nome di " Vendicosi", cioè Vendicatori.

Anche l'origine del nome Beati Paoli è avvolto nel mistero. Secondo i più si tratterebbe di uomini religiosi (beati, appunto), devoti a San Francesco di Paola, e la congrega sarebbe forse nata nel giorno dedicato al Santo.

Il comportamento degli affiliati alla setta era rituale. Approfittando dei loro abiti monacali di giorno andavano in giro, soprattutto per chiese, ascoltando e riportando quello che si diceva in giro negli ambienti umili e popolari, mentre la notte si presentavano presso il potente meritevole di punizione, che veniva sottoposto ad un rapido e sommario processo alla fine del quale la conclusione era sempre una : La morte tramite pugnale.

E' quasi inevitabile il confronto con la famosa setta Nazirita degli "Assassini", congrega sciita molto attiva nel vicino Oriente dal VII sino al XIV secolo, realmente esistita , e che provvedeva ad eliminare i nemici usando anch'essa il metodo del pugnale , che si chiamava "sica" , da cui derivò il termine "sicari".

In pratica i Beati Paoli si arrogavano il diritto di applicare una sorta di giustizia in difesa di coloro che erano stanchi di subire le vessazioni e i soprusi dei ricchi e dei potenti che come al solito sfuggivano alle legge o la usavano a loro stretto comodo. Pare però che il mistero che li circondava favorisse anche il compiere delitti comuni e vendette private.

Il tribunale della setta si trovava all'interno di un tortuoso dedalo di cunicoli sotterranei (probabilmente antiche catacombe del IV sec.) che si estendeva al di sotto della zona occupata da uno dei più grandi mercati palermitani ( detto "il Capo") e attraverso il quale potevano spostarsi facilmente da un punto all'altro, alimentando il mito della loro "inafferrabilità". Dentro questa rete di grotte sotterranee vi era la stanza col tribunale ed un pozzo che faceva sì che fosse denominata "stanza dello scirocco", in grado di dare refrigerio nelle giornate più afose.

Sempre il marchese di Villabianca indica un preciso punto d'ingresso al labirinto, e lo pone presso il palazzo Baldi-Blandano, situato non a caso proprio sulla via Beati Paoli.

Spesso la setta è stata vista come una congrega proto-mafiosa, che abbia cioè dato origine alla mafia siciliana vera e propria, i cui riti segreti sarebbero gli stessi descritti come caratteristici dei Beati Paoli.

Famosa è una leggenda antica , riproposta da Roberto Saviano nella trasmissione "Vieni via con me", che parla di tre cavalieri spagnoli: Osso, che si ferma in Sicilia per costituire Cosa Nostra, Mastrossso, che si porta in Calabria per fondare la 'ndrangheta, e Carcagnosso che si stabilisce a Napoli e crea la Camorra. In qualche modo collegando così la nascita della mafia con il comparire dei successivi Beati Paoli.

Come se ce ne fosse stato bisogno, nell'immaginario collettivo dei Siciliani, e dei Palermitani in particolare, la reale presenza dei Beati Paoli si è ulteriormente radicata per merito di uno scrittore nato a Palermo , di nome Luigi Natoli, che scrisse un ponderoso libro dal titolo, appunto,"I Beati Paoli", pubblicato in ben 239 puntate sulle pagine del Giornale di Sicilia nel 1909 che, miscelando sapientemente realtà e fantasia,ottenne un notevole successo . Il romanzo, con numerosi riferimenti all'opera del marchese di Villabianca, fu pubblicato con lo pseudonimo di William Galt, e pur rappresentando solo un' opera letteraria, contribuì non poco alla creazione del mito dei Beati Paoli, fornendo loro quella "concretezza storica" sino ad allora mancante .

A dimostrazione della popolarità di cui godevano, la Rai , nel 1975, trasmise uno sceneggiato, dal titolo "L'amaro caso della Baronessa di Carini" per la regia di Daniele D'Anza ,che ne ammetteva implicitamente la veridicità.

In conclusione anche se, come detto, la storia dei Beati Paoli non poggia su alcuna prova o documento , si tratta , in ogni caso, soltanto di una verità letteraria? Assolutamente no. In realtà è molto di più, perchè l'idea stessa che si nasconde dietro la loro immagine rivela, al di là del percorso mafioso che taluni vogliono intravedere, il costante desiderio di rivalsa delle masse sfruttate per le negazioni subite, e la speranza nella possibilità che qualcuno, finalmente, si possa ergere nuovamente a protettore-vendicatore, magari superando gli stretti confini di quei quartieri della meravigliosa città di Palermo, dove la loro storia ha visto la luce.

STORIA DELLA CRUDELTA'

( parte prima )

La storia, se vogliamo, non è altro che la narrazione delle varie sfaccettature dell'animo umano, buone o cattive che siano. Certo, preferiamo immaginare un uomo buono, un uomo santo, un uomo eroe, e tante sono nella storia le occasioni per poterlo fare, però così facendo tendiamo a ignorare, e a escludere, quasi a far finta che non esista, il lato nascosto dell'uomo, quello che esprime il suo peggio, ciò che non vorremmo vedere ma che costantemente si ripropone alla nostra conoscenza ed alla nostra coscienza vergognosa. E' vero, purtroppo, che da sempre la storia , più che dall'amore e dalla fraternità è stata caratterizzata da una costante sempre presente pur se difficile da accettare anche con noi stessi : la crudeltà.

Non basta infatti l'esistenza del dolore, non basta la presenza della morte. Da sempre la fantasia dell'uomo non ha avuto alcuna remora nell' escogitare forme di dolore diverse e raccapriccianti, spesso molto sproporzionate anche alle stesse colpe commesse che si vorrebbero punire. E' ovvio che non si intende la crudeltà privata, familiare od occasionale. Si intende altresì la crudeltà organizzata, istituzionalizzata, legalizzata, quasi elevata ad arte di raffinato compiacimento.

Sin dall'antichità il modo di giustiziare i colpevoli faceva parte di appositi codici legislativi, e fino a qui, anche se triste, tutto comprensibile, meno giustificabile invece sono i metodi adottati per eseguire le sentenze. Nel XVIII sec. a.C. già il re babilonese Hammurabi, nel suo codice, prevedeva il sistema "dell'occhio per occhio" (al ladro, per esempio, venivano tagliate le mani), ma si poteva essere sepolti vivi, o squartati, o bruciati ed altro ancora, anche per reati minori. In fondo gli antichi romani erano i più clementi quando si limitavano a gettare da una rupe coloro che dicevano il falso oppure offendevano la divinità, mentre ai prigionieri politici ,se potevano comprarsela da soli, dato l'alto costo, era concessa la cicuta, che dava una morte calma e quasi indolore. Anche in Grecia ricordiamo così la morte di Socrate come ci viene narrata da Platone nel 400 a.C. Sempre in Grecia uomini e donne (le quali venivano processate da un parente) subivano pene diverse tra cui spesso l'impiccagione. Martìri sempre più atroci erano poi riservati a chi tradiva la propria patria o uccideva il proprio padre, prevedendo particolari fustigazioni a morte o permettendo che animali vari potessero cibarsene.

Nell'antichità era molto in uso la ben nota crocifissione, durante la quale si giungeva a nutrire e dissetare i crocifissi per fare durare più a lungo l'atroce supplizio. La crocifissione ,inizialmente destinata solo agli schiavi, venne via via estesa anche agli uomini liberi. Fu Costantino il Grande ad abolire questa consuetudine, cosa sbandierata pomposamente dalla Chiesa, la quale dimentica di precisare che dallo stesso Costantino venne sostituita con l'impalatura e col fare bere piombo fuso ai condannati. Anche uomini della levatura di S. Tommaso d'Aquino giunsero a giustificare l'eliminazione di coloro che potevano rappresentare motivo di corruzione per la comunità. Tutti gli Stati, nei tempi, hanno fatto ricorso, in maniera del tutto legale, a svariate forme di esecuzione, ma non è da credere che istituzioni che per loro natura dovrebbero essere rivolte al bene ed alla compassione siano state da meno .Pensate alle migliaia di cristiani che persero la vita pur di non rinnegare la fede in cui credevano.

E poi non bisogna dimenticare che le forme più violente di tortura furono sicuramente adottate da quella che passò sotto il nome di Santa Inquisizione. Nata col nobile scopo di combattere le eresie medievali, naufragò nella pura crudeltà dimostrando una inesauribile fantasia nei metodi inventati per estorcere confessioni ed infliggere dolore (addirittura codificati nel "Malleus Maleficarum", vero e proprio codice comportamentale per i giudici di tale ineffabile organizzazione). E così sistemi come lo squartamento, la rottura delle ossa , la ruota, l'affogamento e altre piacevolezze del genere divennero di applicazione comune (per non parlare dei roghi o della "bollitura"). E si tenga conto che l'elenco potrebbe continuare a lungo, e non lo si fa solo per non turbare ulteriormente chi non dovesse avere lo stomaco sufficientemente robusto.

Lungo è anche l'elenco delle macchine progettate con l'unico scopo di infliggere tormento. Famosa è quella (protagonista anche di romanzate storie cinematografiche ) nota col nome di "Vergine di Norimberga" ( o anche Vergine di ferro), specie di armadio dalle vaghe forme femminili provvista di aculei al suo interno che trafiggevano in zone non vitali il malcapitato provocando per dissanguamemento una morte lunga ed estremamente dolorosa.

L'ultimo caso di squartamento di cui si ha notizia fu nel 1757 e riguardò un certo Francois Damiens che aveva attentato alla vita di re Luigi XIV. Alcune torture hanno avuto la particolarità di mantenersi attraverso secoli ed addirittura essere condivise in nazioni diverse . Pensiamo alla persecuzione degli ebrei, popolo senza patria condannato a vagare senza mai trovare un approdo sicuro, prima di ricevere quel pezzo di terra che occupano adesso, come parziale risarcimento sull'onda emotiva dell'olocausto alla fine della seconda guerra mondiale.

Ma le cose non finiscono qui, in quanto ogni epoca ha la sua crudeltà di cui vantarsi. La Francia ha lungamente adoperato la ghigliottina ( amabilmente soprannominata "Madame Guillottine"), per effettuare le sue esecuzioni, Ancora oggi viene con raccapriccio ricordato il supplizio di Auguste de Thou per il fatto che occorsero ben 11 colpi di lama per staccarne la testa dal collo.

Naturalmente ogni nazione aveva le sue abitudini per quel che riguardava la tortura ed evitiamo deliberatamente, per carità di patria, di descrivere quel che si faceva in Olanda nel XVII sec. , come pure quel che usavano fare i turchi contro gli armeni recentemente durante la I° Guerra mondiale.

Con l'illuminismo qualcosa iniziò a cambiare e si deve a Cesare Beccaria, che nel suo trattato "Dei delitti e delle pene" (XVIII sec.) definì la tortura un inutile e crudele strumento.

Fu con i nazisti che la crudeltà divenne un fatto di massa. A cavallo del 1940 deportarono ebrei, zingari e dissidenti politici, perchè fossero eliminati in modo sistematico nei forni crematori previo torture e sofferenze che riguardavano anche donne e bambini. Si cominciò a codificare quella che è presente comunque in ogni tortura : la sottomissione psicologica. E i prigionieri vennero usati per esperimenti che riguardavano il congelamento, la castrazione, la sterilizzazione, ecc...

Se qualcuno, ad ogni modo, pensa che con la pace le cose siano cambiate, forse farebbe bene a ricredersi. E' del 1963 un manuale statunitense dove si indica , per far confessare un detenuto ,la applicazione delle cosiddette 3D -dependency, debility, dreard- e cioè dipendenza , debilitazione, terrore. Con lo scopo preciso di azzerare ogni tipo di volontà.

Anche ai giorni nostri, se ci guardiamo intorno, non abbiamo che da scegliere: Le torture del regime Cambogiano di Pol Pot del 1978 e le camere di tortura argentine e cilene dello stesso periodo, per non parlare delle carceri di Abu Ghraib e di Guantanamo. I diritti civili in grandi nazioni come Cina , Russia e Paesi Islamici, sono poco più di parole prive di senso, mentre il fatto che nel mondo occidentale leggi apposite proibiscano la tortura ,hanno ottenuto che spesso la stessa venga applicata nascostamente. Amnesty International ha pubblicato un elenco delle nazioni occidentali in cui si pratica la cosiddetta "Criptotortura", e fra queste figura anche l'Italia.

LA CAMERA D'AMBRA

Spesso i misteri della storia, i "grandi misteri della storia", sono stati associati alla presenza, o alla scomparsa, di tesori inestimabili o, comunque, alla loro ricerca, oggi come nei tempi passati. Quanta gente ha cercato i tesori della tomba di Gengis Khan, o quelli degli antichi faraoni, o ancora quelli dei cavalieri templari, tanto per nominarne solo alcuni? E più il tempo si consuma in quella che sino ad ora si è rivelata una impresa quasi del tutto inutile , più la fama e la grandezza dei tesori stessi viene tramandata con sempre maggiore interesse e costantemente ingigantita. Così è per quello che è passato alla storia come il mistero della "Camera d'ambra".

Nel 1699 Federico I di Prussia decise di ricostruire il Palazzo Reale di Berlino senza badare a spese, e nel fare questo accolse la proposta di un architetto (Andreas Schluter) di realizzare una cosa mai vista prima, e cioè di rivestire una intera stanza di circa 36 metri quadrati utilizzando esclusivamente ambra e diaspro. Ne venne fuori un "oggetto" enormemente prezioso e sicuramente unico al mondo. Tale rarità colpì la fantasia dello zar Pietro I il Grande, che nel 1717 in occasione di una sua visita a Berlino per sancire un'alleanza militare contro la Svezia, la accettò in dono, per altro in cambio di armi, da Federico Guglielmo I di Prussia, e provvide a smontarla e a farla trasferire, prima per mare e poi per terra ( vennero usate 18 slitte trainate da cavalli) sino a San Pietroburgo. Qui la camera venne rimontata, arricchita di ulteriori 50 metri quadri di pannelli d'ambra e collocata nel palazzo della residenza estiva degli zar. Si calcola che al momento della sua ultima ristrutturazione, intorno al 1775, la stanza misurasse quasi 100 metri quadrati con sei tonnellate d'ambra , pietre preziose d'arredamento, specchi e lamine d'oro con pavimenti di legno pregiato. Il tutto facente parte a pieno titolo del patrimonio della corona degli zar, e talmente affascinante da essere definita "l'ottava meraviglia del mondo". Il suo valore veniva stimato intorno ai 250 milioni di dollari.

Per molto tempo, e nonostante la sua fragilità, la stanza resistette, tra un restauro e l'altro, sino alla seconda guerra mondiale. Quando i tedeschi assediarono San Pietroburgo, (chiamata poi Pietrogrado e in seguito Leningrado), pur non riuscendo a piegarla nemmeno dopo un lungo e sanguinoso assedio, tuttavia si impadronirono della residenza estiva e non facendosi ingannare da un puerile tentativo dei russi di mascherare le pareti della stanza con cartoni e carta verniciata, la smontarono per portala là dove Hitler la voleva, nel suo luogo di nascita all'interno del Reich tedesco.
La camera d'ambra rimase esposta fino al 1944 nel castello di Konisberg ( città della Prussia orientale, teatro di un famoso assedio da parte delle truppe sovietiche in una delle ultime operazioni militari in quel fronte) dove erano state ammassate enormi collezioni d'arte, ma quando le truppe alleate conquistarono la città della camera non fu trovata traccia. Per la verità qualche frammento è comparso qua e là in mano a vari collezionisti privati, ma nel 1979 i sovietici decisero di rifare una nuova versione della camera, basandosi su vecchie foto e disegni dell'epoca fino a quando nel 2003 la nuova camera venne inaugurata in occasione del trecentesimo anno della fondazione di San Pietroburgo e lì è oggi aperta al pubblico. In seguito ai bombardamenti alleati sembra che la camera (quella originale) sia stata smontata e conservata nei sotterranei del castello di Konisberg insieme a molti altri tesori, ma in realtà è dal 1945 che risulta ufficialmente dispersa.

Molti sono gli indizi che dimostrerebbero l'esistenza di una vasta rete di grotte e caverne scavate in profondità al di sotto del castello (una di queste avrebbe unito lo stesso con la cattedrale), e sembra che molte siano ancora esistenti nonostante i molteplici crolli dovuti a incendi e bombardamenti e continuerebbero a custodire nelle varie nicchie svariati oggetti di valore. Sulle macerie del castello Leonid Breznev avrebbe fatto costruire la casa del Soviet (per altro mai terminata). In realtà alcuni pezzi della camera (un mosaico e un cassettone), trafugati da un ufficiale prima della guerra, erano stati proposti alla vendita per un prezzo vicino ai tre milioni di dollari ma la transazione fu scoperta e i reperti sequestrati e restituiti alle autorità russe. Essi vengono ormai considerati gli unici pezzi originali della fantomatica camera.
Esistono altre ipotesi oltre a quella che vuole che il tesoro di ambra sia sepolto in profondità misteriose sotto a quella che ora sarebbe la fortezza dell'odierna Kalinigrad (oggi russa a tutti gli effetti) , e sono in molti a sostenere che i nazisti siano riusciti, in qualche modo, a nascondere questo e altri tesori e ad imbarcarli in una nave fatta salpare con direzione Sud-America. Che poi la nave sia effettivamente giunta a destinazione è tutto un altro discorso, in quanto gli alleati, si dice, potrebbero averla affondata, rendendo i tesori contenuti a bordo irrecuperabili per sempre. In ogni caso, supposto che la "camera d'ambra" si trovi effettivamente sepolta e quindi presumibilmente esposta a umidità e buio perenne, dato il carattere di estrema fragilità dell'opera, quand'anche venisse trovata , è molto alta la probabilità che i fenomeni di corrosione l'abbiano ridotta ad un cumulo di deludenti macerie.

L'INTERVENTO

di Gilormino Casali (Berlino)

Caro Bartolino, spero tutto bene, ho finito di leggere l'articolo scritto dal Dott. Lelio Finocchiaro sulla "Camera D'ambra". Questa è una foto della camera tutta in ambra. Alcuni pezzi sono stati ritrovati anche in Italia. Un caro saluto a te tua moglie e al dott. Finocchiaro! Un abbraccio.

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IL GATTO

Capita, a volte, che la storia di un animale possa identificarsi in maniera stupefacente con l'evoluzione dell'uomo e della sua civiltà. Nel tempo sono migliaia le specie che si sono estinte o che sono cambiate così tanto da non avere più riferimento con la loro antica progenie. Animali prima considerati pericolosi o addirittura da eliminare, sono in seguito divenuti parte integrante della nostra vita di tutti i giorni . Il gatto, oggi normale partecipe della nostra quotidianità, per lungo tempo ha sofferto stenti e fame per poi ,però , entrare a fare parte della nostra vita, mantenendo intatta la propria dignità e la propria indipendenza.

Il Felino Dinictis, derivato da un animale selvatico denominato "Miacis", pare che sia comparso sulla Terra almeno 10 milioni di anni fa, quindi ancora prima dell'uomo. Fu il gatto selvatico africano, Felis Lybica, il primo ad accostarsi ai centri abitati, ma quando accettò di partecipare alla vita dei Faraoni la sua stirpe aveva sulle spalle un fardello di svariati milioni di anni. E' quindi il gatto africano originario della terra del Nilo ad avere dato origine al gatto domestico attuale.

Ha sempre colpito il fatto che il gatto, e in particolare quello nero, fosse padrone della notte nella quale si muoveva silenzioso ed invisibile con i suoi occhi scintillanti. In Egitto il gatto,data la convinzione che molte divinità prendessero sembianze di animali, assume, nel 3000 a. C., una connotazione divina ed addirittura ad una importante dea di nome Bastet (ed anche alla sorella Sekmet) che godeva di numerosi templi a lei dedicati come dea della fertilità e della preveggenza, si attribuirono testa , arti e coda di gatto nelle sue rappresentazioni. Si tratta di un mondo in qualche modo al femminile, legato al mito di Iside.

Sempre in Egitto i gatti venivano tenuti in alta considerazione e alla loro morte, cui seguiva un pomposo cerimoniale di sepoltura nella necropoli di Bubasti (venivano addirittura mummificati come gli umani), la famiglia che li aveva posseduti usava radersi le sopracciglia. Inoltre, se qualcuno ne uccideva un esemplare, rischiava la pena capitale. Figurarsi che in caso di incendio salvare i gatti era preminente anche sulla vita dei familiari. Nella sola città di Beni Assan sono stati ritrovate 350.000 mummie di gatto. Questi felini erano apprezzati per la caccia ai topi, portatori di epidemie, e quando i Greci se ne accorsero (per lo stesso scopo in Europa si usavano donnole e puzzole, non altrettanto efficaci), e visto che gli egiziani non intendevano venderli perchè considerati sacri, dovettero letteralmente "rubarne" diverse coppie. Dopo un lasso di tempo nemmeno troppo lungo furono in grado di venderli ai Romani, ai Galli e così via, determinando la diffusione del gatto in Europa.

Anche fra gli Arabi e persino in Giappone il gatto è sempre stato visto con favore e come portatore di buona fortuna. Purtroppo tempi duri attendevano inaspettatamente questo simpatico animale. Con l'avvento del Cristianesimo per un lungo periodo, rappresentato dal Medioevo e a causa della cieca ottusità della Chiesa di allora, il gatto nero, forse per il suo colore che richiamava l'idea della notte e del mistero, fu associato al Diavolo e alle donne in quanto streghe. Con la necessità di estirpare sempre e comunque le credenze pagane non assimilabili con la nuova religione e coinvolti loro malgrado nei riti satanici , gatti e donne furono sterminati a centinaia (in realtà c'è chi dice che arrivarono a otto milioni i gatti bruciati in quel lungo periodo), tanto che si ebbe a dire che la Chiesa, "per eliminare i riti pagani usava seppellire i gatti". I missionari cristiani diffusero la credenza che per ottenere un buon raccolto occorresse durante la semina seppellire un gatto, e sacrificarne un altro per il ringraziamento finale (finendo per sostituire una superstizione con un'altra).

Sempre l'odio misogino clericale ha accomunato donna e gatto, come testimoniano anche numerose tele di quel periodo. Però si ricorderà anche, in epoca più recente, lo scalpore che suscito' la famosa tela "Olympia", di Eduard Manet, nella quale ad una splendida e bianchissima donna nuda (una prostituta, ovviamente) faceva contrasto un gatto nero simbolo del peccato. Quanto lontani i tempi in cui l'imperatrice Teodora faceva portare il cibo alla sua gatta in una scodella d'oro tempestata di gemme preziose! In ogni caso, allontanandosi dai tempi bui dell'oppressione della Chiesa medievale,quando i gatti costituirono l'unica difesa contro la pestilenza, mentre la Chiesa si affannava a distruggerne il maggior numero possibile, contribuendo alla sua diffusione , ne vennero fuori come immagine indistruttibile di fierezza , indipendenza e libertà. Famoso il locale "Le Chat Noir" di Parigi dove intellettuali della Belle Epoque si riunivano sotto l'insegna di un gatto che, ovviamente, non poteva che essere nero.

Alla figura del gatto si sono collegate credenze e superstizioni di tutti i tipi ed ancora adesso c'è chi considera segno di sciagura se un gatto nero attraversa la sua strada, giungendo a fermarsi per aspettare che qualcun altro passi attirando così su di sè le supposte sventure. Nel tempo il gatto ha ispirato pittori, scrittori (come dimenticare "Il gatto nero " di Edgar Allan Poe) e artisti vari, ed ha alimentato storie indimenticabili ( "Il Gatto con gli stivali"), nonchè leggende, film e fumetti (Il "Gatto Felix" modellato sulla figura di Charlot), sempre adattandosi agli alti e bassi degli umori (e della stupidità) di quegli uomini con cui , finalmente in pace, si è abituato a convivere.

 

 

 

 

 

LE LEGIONI SCOMPARSE

I Romani sono rimasti celebri nella storia perchè hanno fondato la loro fortuna militare su una invenzione tattica che si impose in battaglia e che si rivelò altamente difficile da superare e sconfiggere: la Legione. Composta da circa 6.000 uomini armati di plito,scudo e gladio, la legione (evoluzione della falange macedone) si muoveva come fosse un tutt'uno, un'enorme e semovente macchina di morte organizzatissima, dove ogni soldato sapeva di potere contare sui suoi commilitoni e dove l'orgoglio di servire "Roma" poteva avere la sua consacrazione. Spesso non si muoveva da sola , ed era integrata da squadroni di cavalleria ,di frombolieri ,di arcieri e di fanti ,tutti uomini disposti a morire per la gloria delle proprie insegne. Non fu un caso che il declino dell'impero romano cominciò quando l'esercito dovette ricorrere a mercenari che combattevano solo per il soldo e non per l'onore. Roma giunse ad avere anche 60 Legioni, e ad ognuna erano affidati il presidio e la difesa di un territorio. Eppure, nonostante l'importanza e la rilevanza assunta da questa particolare armata, Roma riuscì a perdersene qualcuna ogni tanto. E questo nel senso che ogni tanto qualche Legione semplicemente spariva senza lasciare traccia di sè. Che un manipolo di uomini in arme potesse essere sconfitto, che i suoi uomini venissero uccisi o fatti prigionieri in fondo era nell'ordine delle cose, ma che all'improvviso sparissero e che non se ne sapesse più nulla, questo non solo costituiva una rarità ma faceva nascere teorie strane per spiegarne i motivi. Questo è il caso, ad esempio ,della VIIII legione Hispana (solo successivamente si scrisse IX ),cosiddetta perchè i suoi uomini erano stati reclutati da Cesare in Spagna. La Nona Legione faceva parte dell'esercito che aveva conquistato la Britannia nel 43 d.C. dopo di che, credendo ormai pacificato quel territorio, fu la sola ad essere lasciata a presidio. In realtà questo si rivelò un tragico errore perchè i romani dovettero subire l'abilità guerriera e il desiderio di vendetta della regina degli Iceni, Budicca (o Boadicea). Budicca era la moglie di Prasutago ed aveva tutti i motivi per avercela a morte con i Romani. Infatti suo marito, morendo,aveva lasciato la sua eredità alle figlie e a Roma (per motivi diplomatici), ma i romani, non contenti, occuparono il regno ed umiliarono Budicca costringendola, nuda davanti a tutti, ad assistere allo stupro delle sue due figlie. La vendetta fu tremenda. Uno stuolo di barbari piombò sulle truppe romane guidate da Quinto Petilio Ceriale, arrivando a conquistare Londra nel 60 d.C. La Nona fu annientata. L'avventura di Budicca non durò a lungo, ma l'imperatore Adriano in persona fu costretto a recarsi in Britannia, portando con sè un'altra legione, la Sesta , e si convinse che fosse necessario costruire un muro che dividesse le terre romane dalle altre. In questo modo la civiltà al di qua e al di là del muro (detto "Vallo di Adriano") ebbe uno sviluppo diverso, dando origine a quelle che in futuro divennero Inghilterra e Scozia. Vent'anni circa dopo Budicca la Nona, su cui aleggiava lo spettro della sconfitta, fu inviata a sedare una rivolta dei Celti e dei Pitti, ed è a questo punto che di lei non si sa più niente, dissolta tra le brume del nord, senza lasciare tracce ne' cadaveri. Tra gli storici fiorirono tante più o meno fantasiose teorie,nessuna delle quali, a tutt'oggi riesce a dar conto della scomparsa di una intera Legione composta di 6000 uomini. Questa storia è splendidamente narrata nel romanzo "The Eagle of the Ninth" di Rosemary Sutcliff, importante best-seller del 1954, e anche la cinematografia non è restata insensibile al fascino della "Legione scomparsa".

Ma il caso della nona non è il solo. Nel deserto del Gobi, a ben 7000 Km.da Roma esiste un villaggio di nome Liquian (nome molto simile a Lijian con cui i cinesi indicavano l'impero romano), nella regione del Gansu, dove la popolazione ha inequivocabilmente tratti occidentali. Inoltre mura e fortificazioni ritrovate nella stessa zona indicherebbero un modo di costruire molto simile a quello dei Romani, e anche approfonditi test genetici proverebbero una notevole influenza occidentale (addirittura del 48%). Andando indietro nel tempo tutto questo si fa discendere dalla pesante sconfitta che un esercito agli ordini di Licinio Crasso (uno dei triumviri insieme a Pompeo e Cesare) avrebbe subito dai Parti a Carre nel 53 a.C., durante la quale lui stesso sarebbe stato decapitato, e dal fatto che di una intera legione non si sarebbe più saputo nulla. Successivamente, nel 36 a.C. lo storico cinese Ban Gu racconta di soldati che nella guerra degli Han contro Zhizhi erano disposti a lisca di pesce e facevano uso di scudi rotondi, e dice anche che gli Han, vincitori, avrebbero portato con sè circa 1500 di questi soldati a Fanmu (oggi Gansu)

Vi sono altri indizi della presenza di romani nella zona , (e ricordiamo che si tratterebbe di cose avvenute circa 13 secoli prima di Marco Polo, che sarebbe così stato anticipato da un intero esercito),e uno di questi consiste nel fatto che ancora in quei luoghi si pratica la tauromachia, molto amata presso i romani.

La teoria prevalente è che dopo la battaglia di Carre circa 5000 soldati siano riusciti a salvarsi ma non volendo tornare a Roma da vinti, avrebbero preferito mettersi in viaggio verso la Cina arrivando sino a Gansu.

Anche se queste notizie potrebbero far pensare a contatti tra l'impero romano e quello cinese, in realtà non vi sono prove che questo sia accaduto, essendo documentati solo scambi commerciali attraverso la famosa "Via della seta".

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