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di Lelio Finocchiaro

IL CAVALIERE ERRANTE

L'emblema del "Cavaliere errante" resta, nell'immaginario collettivo, quello di Don Chisciotte della Mancia, hidalgo di Spagna,che accompagnato nella sua follia dal fido Sancho Panza è disposto a combattere contro tutti, anche contro i mulini a vento che lui crede giganti, andando alla ricerca della sua Dulcinea, bellissima nella sua fantasia perchè dolce e pura. E questo anche se ingabbiato dalle regole della cavalleria che gli impediscono di intervenire nelle contese tra coloro che non sono cavalieri come lui.

Ma se l'idea del cavaliere errante ci riporta alla mente il modello dei difensori dei deboli e delle donzelle indifese, circondato da un'aura di romanticismo fiabesco formato alle corti nobili da cui nacque "l'amor cortese", e senza volere distruggere una immagine così accattivante, è senz'altro lecito chiedersi come si sia tramandata questa interpretazione letteraria.

Purtroppo, ma come sempre, all'origine di tutto c'è il denaro ed il potere.

Nel Medioevo la ricchezza di un casato dipendeva totalmente dalla terra. Più se ne possedeva e più si veniva considerati ricchi.

D'altra parte era interesse dei Signori che il nome venisse tramandato. Disgraziatamente la mortalità a quei tempi aveva un tasso altissimo , ragion per cui si tendeva ad avere molti figli per aumentare le probabilità che qualcuno giungesse alla maggiore età. In realtà mentre le figlie femmine potevano essere usate per matrimoni di convenienza in alleanze socialmente o politicamente utili, o tutt'al più rinchiuse in convento, non ci si poteva permettere di smembrare le proprietà dividendole in tante parti quanti erano i figli maschi. Per questo vigeva la legge del "maggiorasco", secondo la quale beni e titolo erano di appannaggio solo del maggiore dei figli. Agli altri veniva concessa una modesta somma in denaro, un'armatura completa, uno o due cavalli e, talvolta, uno scudiero.

La scuola per diventare cavaliere era tutt'altro che semplice. Figurarsi che cominciava ad appena otto anni, per passare, a quattordici, a livello di scudiero (colui che portava lo scudo del Signore), mentre l'investitura finale avveniva con cerimonia fastosa e con un buffetto sulla guancia che consacrava il cavalierato. Dopo di che non restava che partire in cerca di un ingaggio remunerato presso un altro Signore.

Restare col primogenito non era pensabile in quanto quest'ultimo non si fidava di chi poteva tramare contro di lui per usurparne il titolo.

D'altra parte l'unica cosa per la quale erano stati addestrati era la guerra, non sapevano fare altro, e quindi la loro strada obbligata.

Perciò o si riunivano insieme per formare squadre dedite alla rapina e alla sopraffazione (accadde anche questo), o singolarmente cercavano di mettersi in luce in tornei vari per essere assoldati per il loro valore, o colpire con le loro gesta la damigella di turno sperando in un matrimonio che risolvesse contemporaneamente i problemi amorosi e quelli economici.

Col tempo il fenomeno dei cavalieri erranti divenne pian piano un vero problema. Erano in troppi a volersi misurare con le armi, e non sempre c'era una crociata pronta a soddisfare le speranze di bottino. Addirittura la Chiesa introdusse le cosiddette "tregue di Dio", durante le quale era vietato qualsivoglia combattimento.

Lo sfogo più importante di questa realtà sociale si ebbe quando papa Urbano II proclamò la I Crociata per liberare dai musulmani la Terra Santa. In quell'occasione alla pletora di guerrieri, mercanti,religiosi e prostitute che decisero di partire insieme verso le terre d'outremer, si unì una quantità rilevante di cavalieri erranti, tanto poveri quanto ardimentosi.

Ma l'aspetto romantico, tipico del "codice cavalleresco" di Arturiana memoria, dove per liberare le pulzelle in pericolo occorreva combattere draghi e streghe, riesce a sopravvivere e si identifica con un insieme di comportamenti tesi a conquistare la donna prescelta. Merita di essere ricordata la famosa storia di Jaufrè Rudel che, innamoratosi di Melisenda di Tripoli senza averla mai vista, si mise in viaggio per raggiungerla riuscendo a vederla, dopo molte peripezie, solo in punto di morte. Episodio che ispirò a Giosuè Carducci i famosi versi:

" Contessa, cosa mai è la vita?

E' l'ombra di un sogno fuggente.

La favola breve è finita,

il vero immortale è l'amor."

Il termine "cavaliere errante" compare per la prima volta nel XIV sec, in un romanzo cavalleresco che parla delle avventure di sir Gawain (Galvano), uno dei cavalieri della Tavola Rotonda, ma il grande successo di questa figura risieda nel fatto di essere divenuto un eroe senza tempo, pronto sempre a morire per un ideale, a costo di sembrare pazzo come Don Chisciotte.

La figura del Cavaliere entrò a pieno titolo nell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, che così ebbe a riassumere i motivi ispiratori del suo poema:

" Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori,

le cortesie, l'audaci imprese io canto".

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LA VIA DELLA SETA

Dicembre 2011, a Duisburg in Germania arriva il primo treno merci diretto dalla Cina.

Novembre 2017, da Mortara (Pavia) parte il primo treno diretto a Chengdu in Cina.

Si tratta in entrambi i casi di un viaggio di 11.000 Km che in circa 17 giorni potra' portare a destinazione convogli di 35 vagoni, impiegando un tempo di due terzi inferiore a quello occorrente per via mare. E si pensa che nel 2020 i convogli potranno diventare una ventina a settimana.

In realtà si tratta del compimento del progetto che il presidente cinese Xi Jinping ha voluto realizzare dando il via a quella che a ben vedere può chiamarsi la Nuova "Via della "seta". Il piano comporta una spesa di oltre 100 miliardi di dollari, e prevede la realizzazione di una rete di porti, autostrade, poli logistici e di smistamento, con lo scopo evidente di attrarre sempre più paesi nell'orbita commerciale cinese.

La Via della seta ha migliaia di anni di storia, e rapporti tra la Cina e l'impero romano sono storicamente provati sin dal 36 a. C., quando in occasione della battaglia di Carre i superstiti dell'esercito romano avevano preferirono affrontare il lungo viaggio verso la Cina anzichè tornare da sconfitti in patria. Il nome riferito alla seta si deve al fatto che nell'antichità essa costituiva il tessuto più lussuoso, ottenuto tramite un processo di lavorazione tenuto gelosamente segreto dai cinesi, e per avere la quale tutti i popoli, romani in testa, erano disposti a pagare somme folli, anche sotto forma di bestiame, pellicce, giada o vetro (di cui la Cina era carente). Si trattava quindi di introdurre in queste zone una enorme quantità di merci, che andavano dai fichi alle noci o anche alle tecniche per la preparazione del vino, che per la Cina volevano significare un costante e indispensabile arricchimento. Questa la ragione per cui le autorità cinesi fornivano i mercanti di appositi lasciapassare che consentiva loro di muoversi con facilità, e intervenendo anche con quella che, chiamata "pace mongola", limitava al massimo gli assalti alle carovane.

Come si notava, i Romani andavano pazzi per la seta, anche se persone importanti come il filosofo Seneca se ne scandalizzava dicendo "come può una donna vestita di sola seta affermare di non essere nuda?". Ma superando tutte le difficoltà costituite essenzialmente dal dovere attraversare le terre dei Parti e dei Persiani, si trovarono vie attraverso le piste del Nord e coprendo tratti marittimi dall'India o dall'Etiopia. La meta di tutte le carovane che venivano dall'Est era una sola: Roma. Fu solo nel 535 che due monaci si presentarono alla corte di Costantinopoli rivelando che la seta era dovuta all'azione di una specie di vermi. Gli stessi monaci furono incaricati dall'imperatore Giustiniano di procurane un certo quantitativo che essi riuscirono a trasportare nascondendo uova di bombice nascoste nei loro bastoni da pellegrini. Fu da allora che cominciò la produzione di seta anche in Europa, cosa che non causò la fine dei viaggi verso la Cina, sia perchè la quantità prodotta era del tutto insufficiente a coprire la richiesta, sia perchè, in ogni caso, dopo la caduta dell'impero romano e la conseguente invasione barbarica, i commerci si spostarono in modo naturale verso l'est. I bizantini impiantarono una importante coltura del baco da seta in Sicilia nel XII sec, da dove veniva esportata in tutta Europa.La via della seta non è da ricordare storicamente solo per il commercio della seta. Attraverso questa fondamentale via di penetrazione si scambiarono varie forme di cultura, e non solo di merci.

Così in Cina arrivò il cristianesimo nestoriano, per altro dichiarato eretico da Costantinopoli in quanto sosteneva che la natura umana di Gesù fosse separata da quella divina ( e che contribuì a diffondere la leggenda di Prete Gianni e del suo Regno, che ebbe notevole eco in tutta Europa) ,così come furono monaci buddisti a fondare in Cina il monastero di Shaolin, dove nacque il kung fu. Lungo la Via, inoltre, all'incirca ogni 25 miglia era possibile trovare stazioni di ristoro che in diversi casi si trasformarono gradatamente in vere e proprie fiorenti città. Nello stesso modo in Europa ebbero ad arrivare invenzioni come la bussola e la polvere da sparo. Il famoso resoconto di viaggio che col nome di "Il Milione" ci è pervenuto per merito di Marco Polo (1254-1324), che non sapendo scrivere lo dettò al suo compagno di cella Rustichello da Pisa, ci regala una precisa informazione delle difficoltà che doveva superare chi decideva di intraprendere viaggi così lunghi e pericolosi ( si stimava che il tempo occorrente fosse di circa 225 giorni), descrivendo aridi deserti(come quello di Gobi) o montagne invalicabili, e tutto per giungere al favoloso Catai (questo era il nome antico dato alla Cina). Marco Polo, giunto all'odierna Pechino godette di un lasciapassare in oro datogli da Qubilai Khan (che era il nipote di Gengis Khan), col patto di portare altri commercianti in Cina, patto che lui rispetto' tornando in Catai due anni più tardi (Il Milione racconta in realtà questo secondo viaggio).

Erodoto chiamava la Via della seta col nome di "Via Reale di Persia", e fu Alessandro Magno a fondare la città più lontana dalla Macedonia, Alessandria Eskate, che aprì la via al Golfo Persico, mentre per evitare il pericolo dei Sasanidi (nemici giurati dell'impero),Giustiniano cercò di aprire nuove vie attraverso la Crimea e l'Oceano Indiano. I pericoli incessanti e le fatiche del viaggio fecero sì che la Via della Seta perdesse man mano di importanza e che già nel XIV sec il suo uso fosse grandemente ridimensionato. L'idea che una nuova Via della Seta possa prendere vita ai nostri tempi è affascinante. Certo non ci sono più cammelli e cavalli, e non dovremo attendere un nuovo Marco Polo per avere notizie dettagliate. Naturalmente non esistono più predoni ne' gran Khan, però riconoscere la validità delle intuizioni che centinaia e centinaia di anni fa resero possibile attraverso lo scambio di merci ,una reciproca conoscenza di popoli e culture, e facendo uso di quei mezzi che il progresso ci mette a disposizione per farne rivivere le finalità ,resta comunque qualcosa di meraviglioso, soprattutto per il fatto che oggi per fare questo viaggio, che comunque resta avventuroso, si attraversano paesi e territori questa volta uniti insieme da comuni interessi di crescita economica e di conoscenza.

IGIENE E PULIZIA NEL MEDIOEVO

Il Medio Evo è pieno di avvenimenti gloriosi e magnifici, che si identificano spesso in storie di cavalieri, papi e imperatori. In realtà ci sono altri aspetti della vita medievale non altrettanto piacevoli ma che sarebbe poco corretto ignorare se non altro per potere avere una prospettiva a tutto tondo di quel periodo tanto bistrattato.

Se c'è un termine di paragone attraverso il quale si può dare un'idea precisa di come , pur con tutti i suoi difetti, l'uomo sia progredito nel tempo, questo è sicuramente quello del mutamento delle condizioni igieniche. Forse è difficile, ai tempi nostri, immaginare una moderna casa priva di acqua corrente e di elettricità (pure se in alcuni posti ancora succede), e nei nostri bagni non mancano saponi profumati e comode docce. Inoltre non ci preoccupiamo di dove vadano a finire i liquami maleodoranti prodotti perchè proprio non li vediamo e non ce ne curiamo più di tanto. Spostiamoci adesso con la fantasia in un Medio Evo nemmeno poi tanto lontano e colpevolmente dimentico della antica cultura romana (ricordiamo infatti che la Cloaca Massima resta il primo esempio di condotta fognante, ancora funzionante dopo oltre 2000 anni , realizzata nientemeno che da Tarquinio Prisco nel VI sec. prima di Cristo facendo uso degli archi a volta) Anzitutto, come al solito, anche i bisogni fisiologici più semplici individuavano le differenze di i censo o di stato sociale.

Solo i ricchi potevano disporre di apposite stanze dove i pitali pieni venivano presi e poi svuotati (altrove) dal personale di servizio. In realtà questo non faceva del resto una grande differenza, in quanto in mancanza di un apparato fognante ancora di là da venire, sia i sunnominati pitali come i bisogni del popolino finivano entrambi riversati nelle strade. Pensate un pò a quello che le stesse finivano per contenere, al loro inevitabile puzzo,e alle possibilità infinite di malattie, ancora non curabili, a cui quei terribili miasmi dovevano esporre. E pensate poi al fatto che tali liquami erano destinati a finire,portati dal naturale scorrere della pioggia, nei fiumi e nei corsi d'acqua da cui si era soliti prelevare l'acqua da bere. Ci volle la peste del 1300 per cominciare a prendere accorgimenti sanitari per contenere le epidemie anche di vaiolo e di tifo. Spesso, però, erano le frequenti guerre a distruggere quanto faticosamente si costruiva. Nelle case borghesi, però, il concetto di " lavarsi" non era assente, anche se ci si doveva accontentare di quello che si aveva a disposizione-. Ad esempio, generalmente si aveva un catino dove immergersi, solo che lo faceva tutta la famiglia, e sempre nella stessa acqua. Ed in ordine gerarchico: prima il padre, poi la madre e quindi i figli in ordine di età. In realtà quando un ospite giungeva da lontano, stanco e polveroso, era buon uso offrirgli, come prima cosa, di prendere un bagno. Così come era consuetudine andare ai bagni pubblici, dove le miniature del tempo raffigurano uomini e donne del tutto nudi che si lavano insieme in modo naturale e addirittura conviviale, in dispregio alle indicazioni della Chiesa che non vedeva di buon occhio simili promiscuità.

Però alcune eccezioni c'erano. Parigi ebbe , forse la prima, un sistema fognario coperto, e Marsiglia era famosa per la pulizia delle sue strade, dove tutti i bottegai erano tenuti a tenere pulito il tratto di via antistante la propria bottega. Ancora più anticamente era noto il detto latino " Venari, ludere, lavari,bibere, hoc est vivere" (cacciare, giocare, lavarsi e bere, questo è vivere). Pian piano le misure sanitarie andarono migliorando e gli stessi ospedali furono dotati di acqua (sorgevano spesso vicino a fiumi) e di reparti separati l'uno dagli altri onde evitare contagi. Nel 1815 (in quell'anno venne inventato lo "sciacquone" a sostituzione dei pitali) a Londra si autorizzò lo scarico nel Tamigi dei liquami domestici, che diede origine a quella che passò alla storia come "La grande puzza di Londra" Infatti nel 1858, a causa di una forte siccità che fece diminuire di molto la portata del fiume per l'impoverimento degli affluenti, e complice una estate particolarmente calda, il Tamigi restò quasi a secco trasportando solo escrementi, cadaveri o resti di animali macellati e scarti industriali. L'olezzo fu talmente insopportabile che molti londinesi dovettero lasciare le loro abitazioni mentre Disraeli (Primo ministro dell'epoca) paragonò il fiume ad una "pozza infernale".

Inevitabilmente la principale risorsa contro l'inquinamento non poteva essere, allora come oggi,che l'uso sapiente delle risorse idriche, ma , come in un circolo chiuso, l'uomo non faceva che inquinare, spesso in modo pesante, la stessa acqua da cui traeva la vita. Si confidava sulla possibilità naturale di una ipotetica auto-depurazione, lasciata comunque al caso e non organizzata, fino a quando le strutture sanitarie non diedero l'esempio, situandosi in posti accuratamente scelti per l'opportuna aereazione e l'accesso a fonti di acqua pulita e continuamente rinnovabile. Certo anche ai tempi nostri non possiamo che constatare come le nazioni più progredite siano quelle maggiormente provviste di acqua, mentre quelle in difetto di questo prezioso liquido hanno dovuto segnare il passo sulla via del progresso. E per capire quanto ciò sia importante nella vita quotidiana dell'uomo contemporaneo, basterebbe chiedere a molte popolazioni africane e orientali se non sarebbero disposte a barattare il loro petrolio (di cui fra l'altro approfittano esclusivamente i soliti noti) con corrispondenti quantitativi di acqua. Che sarebbe, questa sì, la loro vera grande ricchezza.

LA CERVOGIA

Tutti quelli che hanno letto i famosi fumetti di Asterix e i Galli sanno senz'altro quale fosse la loro bevanda preferita : la "cervogia" . Antenata della birra così come oggi la conosciamo, la cervogia ha una storia antichissima che si fa risalire sino a 7000 anni fa, inventata addirittura in Mesopotamia dai Sumeri (era distribuita dalle sacerdotesse) e che poi si diffuse in tutta Europa (soprattutto nel Nord e in Irlanda) e nell'antico Egitto. Non era difficile da produrre e si ha notizia che anche in Cina fosse presente ben 5000 anni fa. Si otteneva dalla fermentazione spontanea di cereali come l'orzo e l'avena e il nome fa riferimento alla dea Cerere (da cui "cerveza"), mentre la denominazione tedesca bier o francese biere sembra derivare dal celtico brace riferendosi ad un cereale fermentato e bruciato.

Nell'antica Grecia si consumava in onore della dea Demetra e durante i Giochi olimpici, ma era considerata poco virile in quanto non molto alcolica. Il suo uso fu incontrastato e si dovette attendere la diffusione della coltura della vite perchè si ingaggiasse una bella battaglia con chi preferiva, invece, bere il vino. Addirittura da alcune culture nordiche veniva considerata un dono degli Dei,regalato agli uomini da un loro eroe epico di nome Mag Meld che in un certo senso emulava le imprese di Prometeo. I romani la consideravano una bevanda degna di popoli barbari , preferendo ad essa il vino, anche se lo stesso era spesso allungato con acqua o addolcito col miele, per diminuirne l'alto tasso alcolico. L'uso della birra ebbe un netto calo soprattutto nelle zone in cui nel medioevo attecchì il Cristianesimo, anche per l'uso che del vino si faceva durante i suoi riti.

Quando le invasioni germaniche portarono al crollo dell'impero romano la birra tornò in auge, ma occorse attendere il XIII sec. perchè la cervogia divenisse simile alla bevanda che gustiamo con piacere ancora oggi. Infatti fu per merito di alcuni frati che alla cervogia venne aggiunto il luppolo ottenendo il risultato di schiarirne il colore conferendogli quel sapore leggermente amarognolo tanto apprezzato. In Germania si arrivò al punto di identificare nel re Gambrinus (figura leggendaria) l'inventore della birra che addirittura ebbe l'onore di essere fatto Santo. In ogni caso nel Medioevo la birrificazione, occupazione sino ad allora riservata alle sole donne, fu nei monasteri che trovò non solo il suo luogo naturale , ma anche quello di principale consumo. Infatti, dato il basso contenuto alcolico che non faceva contravvenire alle regole ascetiche, divenne in pratica l'unica bevanda consumabile. Figurarsi, e questo anche perchè si faceva molto uso di carni o pesci conservati sotto sale, che per combattere la conseguente grande sete si concedeva ai frati di berne anche 4 litri al giorno, mentre in taluni conventi femminili si arrivava a berne anche 7 litri al giorno. Bisogna dire che tutto ciò aveva dei lati fortemente positivi.

Anzitutto la birra poteva essere preparata in tanti modi diversi e non tutti i mastri birrai aggiungevano il luppolo, almeno fino a quando , nel 1516, Guglielmo IV di Bavaria non promulgò una legge che stabiliva dei requisiti di purezza secondo i quali la birra doveva essere composta solo di acqua, malto d'orzo e luppolo. In secondo luogo la birra imponendosi come sostituto dell'acqua (spesso inquinata dalle deiezioni urbane), preveni' numerose occasioni di contagio, essendo preparata tramite ebollizione dell'acqua usata e quindi inconsapevolmente sterilizzata (il che ,in un periodo in cui le epidemie erano all'ordine del giorno, non era cosa di poco conto). Frate Colombano, noto per la sua estrema rigidezza di costumi, impedì, si narra,che un gruppetto di pagani offrissero in sacrificio al loro dio una botte di birra, spiegando loro che non si poteva sprecare così della buona cervogia, in quanto benedetta da Dio, soprattutto se bevuta nel Suo Nome. La Cervogia è citata anche nella Bibbia, nei Proverbi, quando si afferma :"date cervogia a chi sta per morire e del vino a chi ha l'animo amareggiato". Fra le leggende legate all'uso della birra , si tramanda che il benedettino Sant'Arnoldo capo dei mastri birrai della città di Soissons, imponendo la birra come bevanda , in quanto aveva notato che i cittadini che bevevano acqua erano più soggetti a coliche, li abbia in definitiva salvati dal colera.

Nel Medio Evo il consumo della birra era più diffuso nei paesi germanici dove, in qualche modo, si contrapponeva alla sacralità cristiana del vino, più diffuso nel Sud ed in Oriente, dove la prima era ritenuta facente parte di una civiltà barbara. Nell'Islam, dato il divieto di bere alcolici, tradizioni millenarie come quella egiziana scomparvero. Invece il gran consumo di cervogia medievale portò inevitabilmente all'introduzione di tasse che andavano pagate alla Chiesa o al Re allorchè si acquistavano quei miscugli di spezie (composte da cumino, ginepro, prugnolo, anice ed altro) indispensabili alla sua produzione e che venivano chiamati "Gruit" (altro nome della birra). Al Nord ai birrai si affiancarono i mulini-birreria (non obbligati al costoso gruit perchè non pagavano tasse alla Chiesa) e fu proprio nella città di Brema che nacquero le prime birre luppolate, più chiare per la presenza del frumento e che duravano più a lungo.

La Cervogia è uno dei pochi esempi di democrazia, essendo equamente distribuita e gradita in tutte le classi sociali in quanto il gradevole sapore si sposava convenientemente con il basso costo e la facilità di produzione. Oggi, con i procedimenti che riescono a controllare i tempi di fermentazione (alta o bassa) e data la varietà di ingredienti, si ha a disposizione una gamma assai variegata di questa bevanda che una volta si beveva nei corni d'osso, mentre oggi la misura è la "pinta"( o boccale), e chiamatela pure come vi garba , Cervogia, Birra, Gruit, resta il fatto che si tratta pur sempre di una bevanda tra le più amate in assoluto da sempre e in tutto il mondo.

IL MATRIMONIO NEL MEDIOEVO

Anche adesso esistono indubbiamente matrimoni, per così dire, "combinati". Nel Medio Evo, invece, costituivano la norma. E questo era tanto più vero quanto maggiore il rango ed il censo delle famiglie interessate all'evento. In realtà era un vero e proprio contratto tra due casati che ne traevano convenienza economica sociale o politica. In quel periodo non esistevano percorsi codificati ed il rito del matrimonio dipendeva dalla zona , dal tempo e dalla classe sociale dei contraenti , risentendo molto dell'influenza dei matrimoni pagani. Fondamentale era l'età degli sposi. Infatti la donna poteva contrarre matrimonio già a 12 anni, invecchiando precocemente per questo ruolo e considerata zittella raggiunti i vent'anni. Gli uomini , al contrario, potevano sposarsi a partire dai 17 anni e non avevano limiti massimi (infatti non era raro assistere a coppie in cui lo sposo era un uomo maturo, mentre la sposa era a tutti gli effetti una sposa -bambina). Questo perchè essendo di primaria importanza il numero e la qualità della discendenza, si preferiva una donna giovane che potesse offrire il massimo delle garanzie. L'amore non era tenuto in alcun conto anche se , quando c'era, era senz'altro il benvenuto.

La dote della donna,anche se nella disponibilità del marito, restava sempre di sua proprietà (consentendo alla famiglia della sposa di continuare ad esercitare una certa influenza sulla coppia) mentre l'uomo acquistava la moglie offrendole il rango di "mater familias" socialmente molto diverso in quanto si passava dalla "proprietà" paterna a quella dello sposo. Il contratto tra le famiglie veniva stipulato con una stretta di mano (impalpamento), da cui deriva ancora oggi il detto "impalmare" una fanciulla. A volte addirittura tali contratti venivano stipulati ancor prima che gli attori principali venissero al mondo. Sempre in quel periodo un matrimonio, per essere considerato valido, abbisognava che fosse consumato, e di tale fatto (anche per evitare successive contestazioni) occorreva una prova che poteva consistere nell'ostentazione del lenzuolo macchiato di sangue o addirittura nella testimonianza di persone che assistendo alla prima notte, potessero certificare direttamente l'avvenimento. Prima del 1563 l'unica autorità che potesse validare un matrimonio (con la cerimonia della consegna dell'anello) era quella notarile, e la sede in cui ciò avveniva poteva variare indifferentemente. La Chiesa, avendo la concezione del matrimonio come sacramento che suggellava un'unione monogama ed indissolubile aveva cercato diverse volte di codificare il rito nunziale, ma fu solo con il Concilio di Trento (appunto nel 1563) che venne stabilito che la celebrazione del matrimonio avvenisse in Chiesa davanti ad un prete e a due testimoni. C'è da precisare che il matrimonio,soprattutto per le classi agiate, non veniva effettuato in una sola giornata, bensì in tempi diversi che comprendevano tre fasi nettamente distinte. La prima prevedeva che si andasse alla presenza di un notaio dove si dichiarava la libera volontà di contrarre matrimonio e si stabiliva l'ammontare della dote. La seconda era una cerimonia religiosa che prevedeva il rito dell'anellazione e certificava l'avvenuto fidanzamento e quindi avveniva l'ultimo passo che era quello del matrimonio vero e proprio, dove l'officiante interrogava gli aspiranti sposi sull'età, la consanguineità e il libero consenso tra loro e con i genitori. Il prete procedeva poi alla benedizione degli anelli e dopo l'elargizione di pubblica elemosina ai poveri passava alla celebrazione del sacramento.

Da molte rappresentazioni e miniature del '400 si nota che le mani degli sposi erano unite insieme da una benda, consuetudine celtica di cui non si era persa l'abitudine e che si chiamava "handfasting".

Successivamente era il momento dei festeggiamenti laddove banchetti con abbondanti pietanze venivano approntati o all'interno della chiesa stessa ( se lo spazio lo permetteva) o nei cortili dei castelli se la cerimonia riguardava esponenti della nobiltà locale, o addirittura per le strade del paese, il tutto accompagnato da lanci di chicchi di grano sugli sposi (e non di riso come oggi).

Una figura tutt'altro che di secondo piano era quella del sensale (vero e proprio mestiere), interessato a fare circolare informazioni verso chi intendeva combinare una unione e spesso ne trattava anche le condizioni. In questo scopo erano affiancati dai cosiddetti "mezzani" spesso amici comuni che favorivano l'incontro della famiglie fino alla famosa stretta di mano (a Roma si usava anche il bacio- da cui abboccamento-) considerata del tutto vincolante. Tutto l'iter prevedeva dei passaggi obbligatori e costosissimi. La dote era spesso un tributo pesante, e tutti i regali,come abiti o gioielli, venivano consegnati con la consapevolezza di averne comunque la disponibilità e poterli dunque rivendere o restituire, se presi in prestito.

Per la donna il matrimonio era il compimento del suo destino. Infatti era inevitabile che il cambiamento dello status femminile comportasse lo sposarsi con un marito ovvero con Cristo entrando in convento. Al contrario che per l'uomo ,per cui il matrimonio era uno stadio del suo percorso di maturazione,per la donna

il cammino era segnato, e spesso l'entrare in convento, visto che le doti richieste per questo erano di molto inferiori a quelle occorrenti per le nozze, era giudicato conveniente dalle famiglie stesse anche se a volte vissuto in modo drammatico. Sovente accadeva che la morte del primogenito che doveva sposarsi costringesse il figlio cadetto e a prenderne il posto per assicurare la continuità del casato, come poteva anche verificarsi che in presenza di più figlie femmine si cercasse di fare accasare la più bella e di lasciare che le altre prendessero i voti. In realtà bisogna anche precisare che c'era la possibilità virtuale di non accettare lo sposo imposto, semplicemente ritirando la mano per non essere toccata o girare il capo per non accettare il bacio e non accettare alcun tipo di regali.

Le spose vestivano di rosso. Una lunga tradizione romana e bizantina faceva sì che tale colore simboleggiasse il lusso, ma anche la fertilità. Per tutto il Medio Evo fu il colore di gran lunga preferito, pur cambiando nella foggia e negli ornamenti a seconda della località e, naturalmente, del ceto sociale. La prima volta che una principessa usò un abito bianco per il suo matrimonio fu Filippa figlia di Enrico IV d'Inghilterra, nel 1406, ma scandalo in tutta Europa fu creato dalla sedicenne Maria Stuarda allorchè decise di sposare in abito bianco Francesco II di Francia. E dire che proprio in Francia l'abito bianco era tipico delle regine in lutto.

 

I FANTASMI

Nel Medio Evo, periodo in cui fiorirono alchimia, magia, superstizione ed esoterismo, ai fantasmi toccarono diversi ruoli che andavano dall'essere anime in cerca di vendetta o di amori perduti, a entità ammonitrici ed inquietanti.

Chi ama trovare sottili differenze e mettere etichette diverse, può distinguere tra fantasmi, spiriti, spettri, poltergeist, ectoplasmi ed altro, ma la cognizione popolare riunisce tutte queste " manifestazioni" chiamandole semplicemente "fantasmi".

Il credere o meno alla loro esistenza fa parte dei dubbi che ci assalgono quando ci domandiamo cosa accada mai dopo la morte e se è possibile che il legame con il mondo dei vivi, talora, non arrivi a spezzarsi completamente.

La Chiesa, con S. Agostino, nega fermamente l'esistenza dei fantasmi (" chi è morto non può per sua natura interferire con chi è vivo"), mettendo in guardia dal fatto che a volte, credendo di avere a che fare con anime caritatevoli, si offre al Demonio l'occasione di tendere i suoi agguati. Ma l'idea del soprannaturale che si rivela agli umani è stata adoperata di volta in volta per scopi diversi.

All'approssimarsi dell'anno Mille aumentò di molto il numero di coloro che dichiararono di avere assistito ad apparizioni, e la Chiesa sfruttò questa credenza, ad esempio con Beda il Venerabile (monaco e storico vissuto a cavallo del 700 d. C.) sostenendo che fosse la volontà divina a manifestarsi attraverso i fantasmi. Gli stessi vennero anche usati per affermare l'esistenza della vita oltre la morte e per contrastare credenze pagane, o anche filosofiche, che la negavano.

C'era anche chi affermava che i fantasmi fossero le anime in espiazione e in attesa del perdono divino.

A volte, poi, poteva trattarsi di anime di bambini o di persone morte prematuramente, non coscienti del loro stato e rimaste nei luoghi dove avevano vissuto accanto alle persone che avevano amato.

Le invasioni di barbari e pagani sono probabilmente all'origine della credenza di moltitudini di fantasmi che, presi tutti insieme, furono indicati come "Le armate degli Spiriti (o delle Tenebre)", orde assassine che cavalcavano con alla guida l'anima di un cavaliere che in vita aveva compiuto gesta particolarmente malvagie. Si tratta della "Leggenda della caccia", che parla della "masnada di Hellequin" da cui Dante trasse ispirazione per il suo demone Alichino, dai tratti caricaturali, che pare abbia poi determinato la nascita della maschera di Arlecchino.

Molte sono le figure legate generalmente ad atti di sangue, di cui sono stati teatro parecchi castelli di quel tempo, dove si dice che le anime delle vittime ricreino ciclicamente le circostanze della loro morte tra gemiti e rumore di catene, e tutt'ora luoghi meta di visitatori curiosi in cerca di forti emozioni.

Anche uomini di grande cultura si lasciarono sedurre dalla possibilità di instaurare un dialogo con i morti, e famosa resta la consuetudine che aveva Victor Hugo di cercare di ritrovare lo spirito della perduta figlia Leopoldine nei tavoli giranti ( così venivano chiamate allora le sedute spiritiche).

Non tutti i fantasmi sono legati ad episodi truculenti, anzi nel duecento si poteva essere condannati a vagare e soffrire anche per motivi sentimentali , come ad esempio per avere rifiutato l'amore di un cavaliere ( la donna) o per essersi ucciso per il rifiuto dell'amata ( l'uomo). Esperienza, quest'ultima, ben narrata nella novella di Nastagio degli Onesti nel Decamerone di Boccaccio.

Se qualcuno pensasse mai che i fantasmi , o comunque la ricerca di contatti con il mondo dei morti, sia stata un'abitudine caratteristica di un Medio Evo buio e superstizioso, è bene che si ricreda.

Proprio il periodo che stiamo vivendo rivela, al contrario, un interesse sempre crescente verso il paranormale in genere, creando le condizioni perchè un vero e proprio business faccia guadagnare somme notevoli a supposti cacciatori di fantasmi che promettono di liberare case "infestate".

Medium, tarocchi e sedute spiritiche fanno parte della vita normale di tutti i giorni, e l'uomo cerca di soddisfare in tal modo la sua costante ricerca della dimensione spirituale spesso sostituendola a quella religiosa.

C'è chi arriva ironicamente a sostenere che i Demoni si divertano molto per l'interesse che gli umani hanno verso di loro, non rendendosi conto dell'errore in cui continuano, imperterriti, a cadere.

UN GIORNO QUALUNQUE NEL MEDIOEVO

E' naturale, ai giorni nostri, lamentarsi delle tante cose che non vanno come dovrebbero. Le periferie delle città brillano per la loro scarsa sicurezza, la violenza spesso resta senza punizione, la malasanità e la corruzione non ci stupiscono più, e via di questo passo. E spesso cadiamo nel trito luogo comune che ci fa dire " Ai miei tempi era tutta un'altra cosa. Si stava meglio quando si stava peggio". Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio così? Abbiamo mai pensato, ad esempio , come potesse essere la giornata che i nostri avi del Medioevo erano costretti a vivere ogni giorno? E non mi riferisco alla mancanza di televisione o di telefonini (di cui non sapremmo più immaginarci l'assenza), e nemmeno a quella delle normali comodità di cui facciamo abituale uso ( come frigorifero, lavatrice, ecc...). Mi riferisco alla difficoltà di " rimanere vivi". Il Medioevo e' un periodo molto lungo (per convenzione si fa partire dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente, nel 476, per arrivare al 1492, con la scoperta dell'America) , sicuramente straordinario per la grandezza e la quantità di eventi importantissimi per l'umanità tutta,ma la tecnologia era di là da venire e libri e scuole erano appannaggio solo di quei pochi fortunati che potevano permetterseli.

Gli spostamenti, pur se frequenti , comportavano lunghi periodi di estremo disagio e difficoltà nel reperire strade adatte (a piedi come a cavallo) o luoghi dove approvvigionarsi (eppure erano stupefacenti le distanze che riuscivano a percorrere semplici pellegrini o enormi eserciti che si spostavano in continuazione, ora per difendersi ora per attaccare), ed era usuale , prima di mettersi in viaggio, redigere testamento. Una cosa comunque era certa: tutti convivevano con la sicurezza che la morte potesse sopraggiungere in qualunque momento per le cause più disparate. Era un periodo in cui una semplice ferita o una banale intossicazione potevano significare la differenza tra l'esserci e il non esserci più. Pensate che la vita media dell'uomo nel 1200 era calcolata in appena 24 anni, e che bisognò attendere il 1500 perchè arrivasse intorno ai 29 anni. Il pericolo era una costante che accompagnava l'uomo del medioevo in qualunque circostanza. Si cominciava dalla nascita,dove morire per parto era un rischio altissimo per l'assoluta mancanza di norme igieniche, e la morte coglieva anche le madri per le numerose infezioni puerperali che nessuno era in grado di curare. Bisogna tenere conto che i medici di allora, anche quelli che non erano volgari ciarlatani, erano inavvicinabili per le borse del popolino. Si proseguiva poi con la morte per denutrizione, per cui la mortalità infantile si calcola arrivasse al 30% dei bambini intorno ai 7 anni. Qualunque incidente poteva essere causa di precoce dipartita.

I viaggi poi, esponevano ad aggressioni e rapine da parte di briganti per cui era consigliabile viaggiare in gruppo per potersi difendere e passare le notti in luoghi sicuri. E le vie del mare erano forse anche più pericolose, perchè oltre ai soliti rischi legati alla navigazione ci si esponeva anche alle scorrerie dei pirati (primi fra tutti i Saraceni). Per non parlare del fatto che in una società basata sui ricavi dell'agricoltura, era sufficiente una carestia o un cambiamento climatico importante, come avvenne nel XIV sec in Inghilterra, per determinare tante morti per fame e , addirittura, casi frequenti di cannibalismo . Naturalmente anche non facendo nulla per andare incontro alla morte, la stessa provvedeva a compiere ugualmente il suo lavoro attraverso epidemie e malattie ( vaiolo,tifo o tubercolosi , incurabili con gli strumenti di allora),come successe nel caso dell'epidemia di peste del 1300, che causò in Europa il decesso di oltre un terzo della popolazione.

Da non trascurare il pericolo insito nel contrastare in qualunque modo il pensiero ortodosso della Chiesa, che rigidamente dogmatica e assolutamente intollerante, rese qualunque cosa considerasse eresia o diversità come causa legittima di morte. Si ricorda che durante la peste, considerata una punizione venuta direttamente da Dio, la Chiesa organizzando processioni e incontri di preghiera non fece altro che diffondere ancor di più il contagio. E che dire delle svariate trame dinastiche che sistematicamente portavano tutte le corti europee a fare uso abituale di tradimenti, assassini, faide , vendette e colpi di stato ? Non bisogna dimenticare che ignoranza e superstizione a quei tempi regnavano incontrastate e sia la morte come la sofferenza venivano considerate quasi sempre in modo magico o religioso, attribuendole a punizioni divine o comunque a superiori quanto arcane entità. A questo bisogna aggiungere un'altra causa fondamentale di morte. Come se non bastasse tutto quello che non si poteva evitare, l'uomo del medioevo ci metteva molto del suo impegnandosi in devastanti guerre e campagne militari per questioni di potere che non interessavano più di tanto i cittadini che in ogni caso erano costretti a partecipare e a subirne le conseguenze.

Per non sottacere tutte le guerre direttamente o indirettamente sponsorizzate dalla Chiesa, restia a rinunciare al suo potere temporale. Però occorre sottolineare che in quel periodo fra le tante paure che attanagliavano l'animo semplice dell'uomo medievale, la più grande era quella dell'Inferno, per cui era facile divenire preda di tutti coloro che promettevano future felicità post-mortem. Ma anche senza arrivare a questi scenari apocalittici, credete forse che sarebbe stato facile passare una tranquilla serata con gli amici all'osteria? Tutt'altro. Quasi sempre una normale cena finiva in risse e litigi in cui non poteva non scappare il morto.

Esagerazioni? Assolutamente no, anzi si potrebbe continuare. In quel periodo non si dava molta importanza alla morte, e forse nemmeno alla vita, visto la facilità con cui si era pronti a toglierla. E noi ci lamentiamo dei tempi in cui viviamo? Certo , le cose sono cambiate ed il progresso, per fortuna, non si è fermato,ma non posso esimermi dall'immaginare, in un futuro nemmeno troppo lontano, qualcuno che riferendosi a noi dirà " Si stava meglio quando si stava peggio". 

DI MODA SI PUO' ANCHE MORIRE

Per "Moda" si intende genericamente un comportamento collettivo tipico di una società,di un tempo, di un popolo e delle sue fasce sociali. Inizialmente il "vestirsi" era dato dalla necessità di coprirsi per proteggersi dal caldo o dal freddo. Pian piano nei secoli l'abbigliamento costituì una differenziazione sociale ed identificativa. I nobili e i ricchi adottarono naturalmente abiti costosi e decorati, mentre le classi meno abbienti dovettero accontentarsi di vestimenti piu rozzi . La diversificazione assunse un valore sociale importante, in quanto era necessario distinguere il soldato dal cavaliere, il notaio dal medico ,il sacerdote dal contadino, e così via. L'abito divenne pian piano un'etichetta.

Tanto importante venne riconosciuto il tipo di abito, da essere regolato da antiche leggi apposite, note col nome di "Leggi Suntarie" che obbligavano ad abbigliarsi in maniera consona alla propria classe sociale che doveva risultare facilmente distinguibile. Le stesse leggi spesso proibivano l'eccesso nel lusso o, col Cristianesimo, nella sfacciataggine. Però se i ceti intermedi generalmente obbedivano a tali prescrizioni, non era possibile farle rispettare ai signori o ai nobili, verso i quali fu sempre necessario chiudere un occhio. Ma al di là delle convenienze e delle opportunità, ciò che sempre ha prevalso è stato in realtà, il desiderio di apparire, la vanità e, soprattutto nell'universo femminile, il bisogno di essere in ogni caso più belle e anzi più belle "di tutte le altre".

Per soddisfare questo desiderio si è state disposte a tutto, e non solo a spendere per procurarsi stoffe gioielli e materiale da trucco, ma anche a sottoporsi a vere e proprie torture fisiche capaci di procurare dolori e tormenti non indifferenti, ed in alcuni casi anche la morte. Bisogna certo riconoscere che a volte non si era bene al corrente del pericolo che si correva in quanto non si avevano le opportune conoscenze (in altri campi, come la pittura, ad esempio, molti erano gli artisti che si ammalavano di Saturnismo per l'uso di pitture al piombo che essi stessi preparavano).Oggi le donne (e perchè no?, anche molti uomini) sono abbastanza sicuri delle sostanze che mettono in viso e sul corpo, ma anticamente gli unguenti e le creme profumate che venivano abbondantemente adoperate contenevano rilevanti quantità di sostanze tossiche, come mercurio e arsenico, che provocavano danni irreparabili.

Un elenco preciso delle sostanze vietate per questo tipo di usi è stato fatto solo in tempi recenti, nella prima metà del XX sec. Pensate che l'abitudine di fare risaltare il biancore del viso risale nientemeno che all'antica Grecia, ed ancora fu in uso nel 700 quando le nobildonne usarono la biacca per rendere bianche le loro gote, non sapendo che essa era fatta a base di carbonato di piombo che a lungo andare causava la perdita di interi lembi di pelle .Anche in Giappone tale usanza fu particolarmente diffusa , e anzi lì si cercò di farne risaltare ancor di più il biancore tingendo i denti (anche di nero) e per far questo si usarono dannosissime polveri a base di ferro. Il Kajal, unguento usato per sottolineare occhi e sopracciglia ,adoperato anche adesso, per lungo tempo fu a base di sostanze tossiche (fuliggine e piombo), che oltre a provocare fastidiose infiammazioni, inducevano anche disturbi mentali. Anche i primi mascara provocarono all'inizio del Novecento numerose morti per intossicazione.

Nell'Ottocento i cappelli erano formati da pelo di coniglio trattato con unguenti a base di mercurio che si dice provocassero fenomeni di pazzia (forse da qui la creazione del famoso "cappellaio matto" nel romanzo di Alice?). E che dire del fatto che abiti e mantelli molto lunghi finivano con lo strofinare a terra ricoprendosi di escrementi e rifiuti e provocando svariate malattie (così si propagò il vaiolo)? Si è calcolato che i decessi dovuti a malattie trasmessi da abiti non cambiati o lavati con la dovuta frequenza, e che quindi divenivano facili preda di parassiti infettivi, siano stati ,soprattutto fra gli eserciti, in numero maggiore di quelli causati dalla guerra stessa, trasmettendo temibili febbri tifoidee. Tutti ricordiamo ancora l'uso di busti, crinoline e tutù. I primi, creati allo scopo di fare apparire sempre più sottile il giro di vita femminile, giudicato elemento di estrema avvenenza, venivano stretti tanto da limitare la respirazione e provocare frequenti svenimenti. I secondi consistevano in vere e proprie impalcature (in legno ma poi anche in metallo) destinate a dare ampiezza a gonne importanti che però davano impaccio a movimenti, impedivano di sedersi comodamente e spesso prendevano fuoco passando vicino ai camini che allora erano l'unica fonte di riscaldamento casalingo.

Anche i tutù delle ballerine (famosi quelli delle tele di Degas) furono un pericolo costante per la facile infiammabilità dei materiali con cui erano fatti. Nel mondo vi sono tutt'ora esempi di torture legate alla moda. In un popolo africano le donne usano mettere degli anelli sempre più numerosi attorno al collo della bambine in modo da farlo allungare artificialmente e condannandole a doverli portare per sempre. In Giappone si usava costringere i piedi delle bimbe in forme piccole e deformanti, (il piede piccolo sarebbe stato più grazioso), ottenendo il risultato di non farle camminare per tutta la vita. Ed altri esempi si potrebbero trovare.

Potremmo ricordare i coloranti per capelli ( come il rosso tiziano molto usato, pare, dalle donne veneziane) o le armature fisse (che quindi non era possibile togliere nemmeno per andare a letto) il cui scopo era quello di tenere in alto i capelli ,aiutate da sostanze grasse , divenendo anche pericoloso ricettacolo di insetti vari. E che dire della lunga sciarpa molto in uso nei primi anni del 900 che causò la morte per strangolamento di Isadora Duncan (considerata l'iniziatrice del balletto moderno) impigliandosi nella ruota di un'automobile? Gli eccessi nel desiderio di apparire non sempre ebbero, però, effetti dannosi, come nel caso di Poppea che per avere una pelle più bianca e morbida ricorreva ad innocui bagni nel latte d'asina.

Nemmeno la Rivoluzione francese , che abolì le differenze di abbigliamento fra classi e che quindi stabilì che ognuno poteva vestirsi come meglio credeva, riuscì a fare scomparire il desiderio di distinguersi seguendo la moda (anche se tutti sanno, ovviamente,che "l'abito non fa il monaco").
E non si creda che le cose siano cambiate ai giorni nostri. Semplicemente la vanità è entrata a pieno titolo nelle nostre abitudini, e l'essere in linea con la moda , alle condizioni igieniche e controllate di oggi, è considerato un fattore di assoluta normalità. Certo, un pò di sofferenza non ce la facciamo mancare neanche adesso: pensate ad esempio a tutti quei "Piercing" e a quei tatuaggi sicuramente dolorosi e spesso situati in posti comici e fastidiosi . Per non parlare delle anoressiche modelle delle sfilate . Ma tant'è. Per la moda, in fondo,si può anche soffrire.

LA  PROSTITUZIONE      (seconda parte)

 Nei Vangeli non può dimenticarsi l'approccio che Gesù ebbe verso le prostitute, da Lui trattate non solo gentilmente, ma anche  come esempio di fede . Matteo così riporta le Sue parole " In verità vi dico, pubblicani e prostitute vi precederanno nel regno dei Cieli".  In pratica la Chiesa cristiana sostiene che le stesse commettono un grave errore morale, ma che la fede può salvarle. Nel Medioevo la prostituzione poteva facilmente essere ritrovata nel contesto urbano ed essa era accettata anche dalla Chiesa ( anche se in maniera riluttante) perchè in definitiva si pensava che potesse evitare danni maggiori, come stupro, sodomia e onanismo. I comuni si dotarono di apposite disposizioni relative alla prostituzione, permettendola solo in alcune zone della città o in alcune strade. Nella commistione tra sacro e profano può ricordarsi  come a Southwark (quartiere di Londra), i bordelli fossero di proprietà del vescovo di Winchester.  Successivamente i bordelli, nell'Europa del Sud, passarono sotto l'autorità dei Comuni stessi,  disponendo che la prostituzione potesse avvenire sono nei locali che si stabiliva fossero deputati a tale attività, mentre si era più permissivi nell'Europa del Nord.

Un velo giallo soleva identificare le prostitute nel Quattrocento, mentre i bagni pubblici (chiamati anche "stufe"), luogo di promiscuo incontro, furono talmente remunerativi che le autorità decisero di sfruttarli  gestendoli in proprio. Singolare l'episodio che racconta come in una città tedesca  (Ulma), le strade dei quartieri  "a luci rosse" venissero illuminate  festosamente allorchè era l'imperatore a farvi le sue capatine. In realtà tutte le città europee già nel Trecento avevano i loro bordelli di lusso e molte delle donne che posarono per artisti famosi nel Rinascimento altro non erano che donne di piacere.

Nel Cinquecento è rimasto famoso, benchè avesse avuto dei precedenti, il banchetto organizzato da Cesare Borgia per il padre  papa Alessandro VI  dove numerosissime "cortigiane " ( così dette perchè frequentavano le corti) furono chiamate a rallegrare la serata ballando recitando oltre che ad esercitare la loro professione.

Certo che durante il papato di Rodrigo Borgia la rilassatezza dei costumi vaticani raggiunse il suo apice. Già era costume che ogni papa avesse le sue amanti, riconoscesse i propri figli e assicurasse loro sovente una luminosa carriera pretale, ,ma il palazzo del Vaticano sotto Alessandro VI fu teatro di tante macchinazioni e assassinii che la prostituzione era forse il male minore.  Giulio II,  Papa successivo (dopo un papato di appena un mese di Pio III) , si rifiutò di frequentare le stesse stanze che avevano visto le nefandezze  del suo predecessore (e dire che lui era un noto omosessuale). A Venezia le cortigiane erano molto gradite in chiesa, mentre era proibito l’accesso alle meretrici. Dal Seicento le cortigiane  vengono chiamate “dame”.  Le stesse sono sposate con mariti orgogliosi e onorati che la loro moglie possa ricevere le attenzioni  del sovrano o di un cardinale. I vantaggi economici che ne ricavavano ripagavano evidentemente  l’onta del tradimento, fino a farlo apparire addirittura un privilegio.

Maometto considerò la prostituzione da vietare in ogni caso, ma durante la tratta araba degli schiavi tante furono le donne sia africane come europee che orientali,  portate a  servire come concubine negli harem dei signorotti musulmani.

Si è già detto della esplosione della prostituzione in occasione delle Crociate, ma ci furono almeno due momenti in cui la stessa entrò in crisi . Il primo si ebbe in occasione della peste nera del Trecento, in quanto ci si rese conto del potenziale pericolo di contagio. Il secondo, invece, quando i marinai di Cristoforo Colombo, di ritorno dall'isola di Hispaniola, portarono con sè il morbo della sifilide ( o lue),morbo benigno per i giamaicani che ben la tolleravano, mentre gli europei, del tutto sprovvisti di difese immunitarie contro tale malattia, nonchè delle opportune cure, ne divennero facili vittime.

In ogni caso per quanto riguarda la stessa Basilica di  S. Pietro, molti sanno che fu costruita facendo uso  delle entrate ottenute dalla vendita delle indulgenze, ma spesso trascurano di precisare che un'entrata almeno quattro volte superiore venne ricavata da una tassa sulla prostituzione.

 Nei paesi nominalmente comunisti, ed anche in Cina, la prostituzione è formalmente illegale, ma tutt'altro che eliminata.

Si deve a Napoleone la regolamentazione delle case di tolleranza (1804), mentre in Italia fu introdotta nel 1860. Strettamente legata alla prostituzione è la figura del protettore (lenone), che ne sfrutta l'attività configurandosi come vero e proprio "procacciatore di clienti".

Oggi la prostituzione costituisce un argomento di grande attualità, di cui si parla in modo naturale sui giornali e in televisione. Le "Sex worker" (denominazione sostituita dalla più elegante "escort") sono presenti, specie ad alto livello, in tutto il mondo, forse per effetto della globalizzazione.

Fenomeno squallido, nato nel tardo XX  secolo, è quello del turismo sessuale, col quale turisti provenienti da paesi ricchi e sviluppati, nel visitarne alcuni non così fortunati, come in  Africa o in Asia, approfittano della loro condizione per facile sesso a pagamento.

Nel 1958, in Italia, la Cosiddetta Legge Merlin fa sparire le "Case chiuse", trasferendo la prostituzione nelle strade. Da allora, anche in presenza di molte proposte di modifica di tale legge, le prostitute non sono sottoposte a controlli sanitari e non pagano tasse.

Una "Stufa medievale" da una miniatura dell'epoca

STORIA DELLA PROSTITUZIONE (Prima parte)

E' molto facile bollare la prostituzione come la "professione più antica del mondo", spesso riferendola in senso dispregiativo esclusivamente al mondo femminile.

In realtà la prostituzione nel tempo ha assunto in paesi diversi significati diversi, ma anche nello stesso paese, spesso, ha assunto diversi significati nel tempo. Così di volta in volta è stata esecrata, tollerata, giustificata ed addirittura, in alcuni casi,santificata. Se cerchiamo nei dizionari, alla voce prostituzione troviamo la definizione "fare mercimonio del proprio corpo" il che se è vero in taluni casi, costituisce una esemplificazione che non tiene conto di moltissime cose.

Si crede comunemente che la prostituzione abbia avuto inizio in Mesopotamia allorquando la popolazione da nomade si trasformò in stanziale (con l'introduzione dell'agricoltura), il che comportò,per necessità ereditarie e per l'esigenza di tramandare correttamente beni e terreni, avere la certezza della paternità, e quindi venne proibito alla donna di avere esperienze sessuali al di fuori dell'ambito familiare. Sarebbe per questo che per venire incontro alle necessità sessuali di uomini non accasati o a cui evidentemente non bastavano i piaceri del focolare domestico, sarebbe nata la prostituzione, che salvava la famiglia nonchè le numerose necessità delle donne sole. In ogni caso già più di 3000 anni fa, a Babilonia (quella stessa città che nel libro dell'Apocalisse viene definita "Grande meretrice, madre di tutte le prostitute") Hammurabi sentì la necessità , attraverso il suo famoso "codice", di regolamentare i diritti di proprietà di tutte le donne, anche se prostitute. Sempre a Babilonia esisteva, come tramandano Erodoto e Tucidide, una primitiva forma di prostituzione sacra, secondo la quale ogni donna una volta nella vita doveva recarsi al tempio di Militta (corrispondente ad Afrodite) per accoppiarsi con uno straniero in segno di ospitalità. C'erano in tutta la Mesopotamia vari templi, comunque, considerati luoghi di prostituzione sacra (chiamati "case del cielo" ), che furono sostituiti nel IV sec. da Costantino con Chiese cristiane.

Nella Grecia antica la prostituta ( pornè, da cui deriva direttamente la parola pornografia), non era solo donna , essendo affiancata anche da giovani che praticavano liberamente la pederastia. In Grecia però, le prostitute potevano essere , ed in effetti lo erano, assolutamente indipendenti, e le più belle e affascinanti conquistarono una loro indiscussa influenza. Indossavano vestiti che le distinguevano e pagavano le tasse allo stato. Famosa Aspasia, l'amante di Pericle, e forse ancor di più Frine ,amante dello scultore Prassitele che la prese a modello par la sua famosa statua "Afrodite Cnidia", che mostratasi nuda alla giuria che doveva giudicarla per empietà ,ottenne che nessuno ebbe il coraggio di condannarla, tanto era bella e seducente.

Fu Solone (uno dei "sette Savi" e padre della democrazia), nel VI sec. ,a istituire il primo bordello, con le entrate del quale edificò un tempio ad Afrodite. Strabone racconta che a Corinto e a Cipro esistessero templi dove la prostituzione religiosa fosse praticata da oltre mille donne. In ogni caso vi erano diverse categorie di prostitute, come le Etère, di gran classe, colte e che sapevano danzare e declamare versi (per questo solevano accompagnare ai simposi il loro amante di turno, sedendosi nei letti -clinai- insieme a lui, cosa che facevano anche le coppie pederaste) , o come le peripatetiche, che invece passeggiavano cercando per strada di incontrare i propri clienti. Per quanto riguarda la prostituzione maschile,essa veniva anche esercitata in bordelli esclusivamente ad essa riservata (famoso Fedone discepolo di Socrate).

Nell'impero Romano , decisamente più pragmatico di quello greco, la prostituzione era comunemente accettata ed era un fatto pubblico, senza che vi fosse una vera e propria riprovazione morale. Cicerone e Catone la tolleravano in quanto a protezione del matrimonio. C'erano , a livello basso, le pornai dei lupanari che appartenevano al pornoboskos (protettore) che ne pagava le tasse, mentre a livello alto vi erano le raffinate "meretrix". Luoghi di prostituzione potevano essere i bagni pubblici (stufe), o gli archi cittadini ("fornices" da cui fornicare"). Molte prostitute , inoltre ,seguivano il flusso dei mercati, delle fiere, o delle truppe. Fu romana la prostituta più famosa di tutte ,Messalina, moglie dell'imperatore Claudio, assidua frequentatrice di bordelli per puro piacere, che sfidava le altre a chi collezionava più amanti in un giorno (in questo caso più che di prostituzione sarebbe più giusto parlare di ninfomania). Quando luigi IX il Santo proibì che le prostitute si accompagnassero ai guerrieri della VI crociata,ottenne che esse furono prontamente sostituite da schiave arabe.

Nell'antico Egitto si usava trattenere come prostitute le donne che venivano prese prigioniere in guerra, però le donne egizie godevano di grande emancipazione, tanto che è rimasto famoso il caso di Rhodopis, schiava e meretrice che mise insieme tante ricchezze da costruirsi una piramide (anche se piccola) tutta per lei .

Il Corano proibisce la prostituzione, ma mentre i Sunniti sembra che riconoscano tale precetto, gli Sciiti sostengono una forma di "matrimonio a tempo" (che può durare quanto si vuole,anche una notte soltanto) che facilmente può mascherare una forma surrettizia di prostituzione. Eventuali figli, però, vanno logicamente riconosciuti.

Va ricordato che alcuni scienziati sostengono che la prostituzione abbia un'origine biologica, e portano ad esempio il fatto che tra gli scimpanzè dell'Africa Centrale è normale accettare cibo in cambio di prestazioni sessuali.

I TORNEI CAVALLERESCHI

In Europa nel Medio Evo la guerra era un'abitudine quotidiana. Gli Stati, piccoli o grandi che fossero, non lasciavano perdere nessuna occasione di imbarcarsi in imprese spesso più grandi di loro. E qualunque pretesto, come una successione contesa, o un'alleanza di comodo (sempre momentanea), era sufficiente per formare eserciti e ingaggiare battaglie. Anche la Chiesa era tutt'altro che aliena da adottare la guerra come strumento di persuasione (o forse meglio di coercizione) direttamente quando gestiva in proprio il potere temporale, o tramite alleanze quando non potè più farlo . Però le guerre comportavano spostamento di uomini e carriaggi, l'attraversamento di strade dissestate e terreni acquitrinosi, che specialmente in inverno risultavano difficili da superare. Per questo le battaglie venivano consumate nel periodo buono tra la primavera e l'autunno. Sorgeva il problema dei mesi di pace forzata dove il rischio che le truppe si infiacchissero era rilevante. Questo fu il motivo principale per cui l'aristocrazia del tempo (si fa riferimento al periodo di nascita degli ordini cavallereschi ,tra il IX e l' XI sec.) cercò di ricreare le condizioni di battaglia in tornei (dal francese "tourner", girarsi attorno) che fornissero l'opportuno addestramento e inoltre costituissero uno spettacolo seguito da tutto il popolo. Inizialmente furono vere e proprie squadre che si combattevano duramente (anche per diversi giorni), scendendo nella "lizza" ( che era un terreno aperto delimitato da una palizzata). L'impeto di tali scontri portava inevitabilmente, non ostante le raccomandazioni,a numerosi decessi , quindi in seguito si provvide a spuntare le armi, togliendo il filo alle spade, o a prendere quegli accorgimenti per far sì che lo spettacolo fosse il meno cruento possibile.

Si ricorda che la cavalleria era un corpo reclutato fra i nobili, con una morale ispirata dalla Chiesa e con lo scopo di costituire barriera e protezione per tutti i servi di Dio che ne avessero bisogno, come ad esempio vedove o orfani.

Il torneo feudale è la tipica espressione della cavalleria che quindi trovava risposta alla esigenza di gloria e di poesia unite ad abilità e destrezza. Ogni torneo, che solitamente veniva bandito dagli araldi per disposizione del signore locale, veniva preceduto da feste, banchetti e balli, mentre alla fine venivano consegnati premi ai vincitori,e gli sconfitti consegnavano le armi. Partecipare ad un torneo era molto costoso, ma era un modo di mettersi in mostra per cercare di essere ingaggiato e remunerato dai signori sempre in cerca di valorosi combattenti. Inoltre c'era la speranza di conquistare il cuore della damigella di turno in nome della quale si dichiarava di mettere in gioco il proprio onore. Insomma c'era la possibilità di una vera e propria ascesa sociale.

Però , malgrado le precauzioni, il pericolo c'era sempre, e alla fine, dopo la morte di Enrico II re di Francia (nel 1559) durante un torneo da lui stesso indetto ,questo tipo di spettacolo cambiò diventando più esercizio di abilità a cavallo, come nelle giostre e nei caroselli.

Nella giostra due cavalieri armati di lancia, e separati da una bassa staccionata, si correvano incontro cercando di disarcionarsi. C'erano vere e proprie eliminatorie e il cavaliere vincente riceveva dalla mani della dama il prestigioso premio. Numerosi erano gli spettatori che solitamente giungevano da tutti i paesi vicini.

Famosa è rimasta la giostra della Quintana (tanto da essere ancora oggi praticata a Foligno, Asti e Arezzo), nella quale i cavalieri dovevano colpire con la lancia un fantoccio rappresentante il Saracino (ma se facevano centro dovevano anche essere bravi ad evitare il fantoccio che,girando, poteva colpirli facendoli cadere di sella). Molto praticata anche la "giostra dell'anello", nella quale il cavaliere correndo a spron battuto, con la lancia doveva infilare quanti più anelli possibili. Tra i tornei più famosi quello del Pas des arbres d'or , tenuto in Francia (dover del resto nacquero i tornei), ma storico è , pur se con significati anche militari, quello conosciuto come "disfida di Barletta" avvenuta nel 1503 tra francesi e italiani.

Il declino di tornei e giostre è dovuto in massima parte alla introduzione della polvere da sparo, che fece perdere alla cavalleria quella importanza fino ad allora mantenuta. E questo non ostante gli appelli del papa e le invettive dell'Ariosto nell' Orlando Furioso, che non intravedevano alcun onore nello sparare da lontano una pallottola con l'archibugio senza affrontare l'avversario guardandolo negli occhi.

Però la fine non venne improvvisamente. Lentamente giostre e caroselli persero la valenza militare per acquistare quella di parata , dove esibire le proprie ricchezze con sfoggio di costosi abiti e preziosi gioielli, quasi in un trionfo che degli antichi onori conservava solo l'aspetto rievocativo.

In pratica tornei e giostre, laddove sopravvissero, espressero una realtà ormai fuori dal contesto reale, pallida rievocazione di quei valori che gli ordini cavallereschi e religiosi hanno tentato vanamente di perpetuare, divenendo solo ostentazione nobiliare.

 

SOGNI E PIRATI

Spero che per una volta sarò perdonato se invece di raccontarvi una storia tratta da quell'ineffabile Medio Evo che tanto mi affascina, vi narrero' qualcosa di molto più personale.

Prometto di non farlo più.

L'altra sera mi è capitato di andare a dormire dopo avere letto un interessantissimo capitolo di un libro che parlava dei Pirati dei Caraibi.

Sarà stato indubbiamente per questo che i miei sogni, quella notte, sono stati popolati da personaggi come Francis Drake, Pietro l'Olonese e Jean Lafitte.

Solo che, ad un certo punto, quasi inavvertitamente, i loro volti pian piano si sono cambiati con altri, emersi dalle brume di ricordi che credevo ormai dimenticati. Ed i Pirati, così, assunsero le sembianze di quel formidabile spadaccino che era il Corsaro Nero, e di sua figlia Iolanda, anch'essa pirata (...o piratessa?), e di Morgan, il famoso conquistatore di Portobello .Ed insieme a loro orde di pirati con le facce ghignanti, con bende nere agli occhi, uncini alle mani e gambe di legno, tutti brandenti coltellacci e spadoni, con sorrisi sdentati e olezzanti di rum scadente quanto abbondante.

Insomma erano parti di quell'universo giovanile che aveva popolato le mie fantasie di ragazzo.

E così mi trovai immerso in un mondo fatto di galeoni veleggianti fra onde spumose, armati di cannoni pesanti sempre pronti a sparare le loro micidiali bordate, e di ciurme che sotto l'insegna del famigerato "Jolly Roger" (la bandiera nera con teschio e ossa incrociate) si preparavano a lanciare i rampini per l'abbordaggio, preceduti dalle raffiche dei bucanieri che con i loro archibugi provvedevano a "ripulire" le tolde delle navi nemiche prima di scatenare l'attacco finale alla conquista dei floridi bottini di argento e oro in viaggio verso l'Europa.

E che dire del fascino della "Tortuga", isola porto-franco,dove pirati diversi si riposavano tra un'impresa e l'altra, dividendosi cospicui bottini e comprando o vendendo ostaggi per cui richiedere il riscatto?

Eh, sì. Erano i personaggi e i panorami così ben descritti da Emilio Salgari nei suoi numerosi libri di cui ero stato un avido lettore, e che ora riemergevano inaspettati da un lontano e felice passato.

Era per quei libri che avevo immaginato viaggi avventurosi ed imprese eroiche. In fondo, pensavo, una damigella da salvare o un cattivo da eliminare si trovano dappertutto, prima o poi.

Che delusione quando, più grande,scoprii che i luoghi meravigliosamente descritti da Salgari lui per primo non li aveva mai visti. Aveva trascorso la vita a scrivere alla sua scrivania immaginando fatti e personaggi che aveva trasferito nella mente e nella fantasia di intere generazioni di giovani.

Eppure,a pensarci bene, cosa saprei adesso di maestosi vascelli da guerra con grandi vele al vento che attraversavano gli oceani per l'onore di Spagna o Inghilterra, o di agili Prahos armati di spingarde e pronti all'attacco, o di animali come tigri, di elefanti con i loro cornac, di serpenti velenosi, e di altri come il mitico "Dugongo" (che mi chiedo ancora oggi che aspetto abbia). E inoltre di jungle misteriose fatte da enormi baobab, e di kriss malesi in mano ai temibili Thugs, devoti alla dea Kalì, con alla cintura i loro lacci strangolatori.

Insomma Sandokan, Tremal-Naik, il cacciatore di serpenti, col fido Kammamuri, e Yanez con la sua eterna sigaretta, tra maharaja e principesse eternanente in pericolo, furono la scusa per conoscere indirettamente città indiane ed isole tropicali di cui altrimenti non avrei avuto conoscenza alcuna.

Svegliarsi la mattina con queste immagini ancora negli occhi e nella mente fu un pò triste.
Mi guardai attorno quasi aspettandomi che tra gli abiti che mi apprestavo ad indossare ci fossero un cappello piumato ed una spada da mettere al fianco. Ma naturalmente non era così.

Dove sono andate a finire tutte le avventure sognate?Come è stata diversa la mia vita, che si è consumata in lunghe e stupide file in attesa dietro ad altrettanti stupidi uffici , riempiendo decine e decine di incomprensibili moduli, firmando infiniti protocolli bancari di cui non si leggono mai le scritte in piccolo, e saltando continuamente da una tassa all'altra.

Sarebbe bello potere credere che in una piega del futuro (sempre più piccolo) che resta da vivere si possa ancora nascondere un'avventura che dia ragione di tante speranze!

Ma come saremmo tutti diversi se Salgari non ci fosse stato! Io e tutta la mia generazione siamo cresciuti convinti della necessità di dover combattere per il trionfo delle cose giuste. Occorrerebbe, probabilmente, un Salgari anche per gli adulti, pur se con le dovute correzioni.

Nel frattempo ,in disperata attesa ed in mancanza di ciò, sono uscito ed ho cercato e comprato un libro da regalare alla mia nipotina.

Volete saperne il titolo? Ma certamente : "Jolanda la figlia del Corsaro Nero". Di Emilio Salgari, ovviamente.

LA  DISFIDA  DI BARLETTA

Parlare di onore, ai nostri tempi, fa quasi ridere. Pensate un po' se controversie importanti come quelle tra cristiani e protestanti, arabi ed israeliani, sciiti e sunniti, tanto per dirne solo alcune, potessero  essere risolte con una sfida tra i migliori rispettivi campioni. Quanto tutto sarebbe più facile. Eppure una volta le cose erano diverse. Per un attimo portiamoci con la mente al 1500, periodo in cui i cavalieri ispiravano ancora la loro forza e la loro abilità a codici  morali e picareschi  che andavano oltre le contingenti convenienze, limitandosi a risolvere diatribe altrimenti difficili con duelli il cui risultato veniva rispettato dal vinto e dal vincitore. In quell'epoca Luigi XII di Francia e Ferdinando II d'Aragona, tramite il "trattato di Granada", decisero di dividersi il regno di Napoli in parti uguali, nonostante lo stesso fosse governato da Federico I di Napoli. In seguito a tale decisione francesi e spagnoli invasero da sud e da nord il regno di Napoli che Federico fu costretto  a cedere. In realtà, lungo la linea di confine di tale spartizione, non perfettamente delineata, scoppiarono frequenti scaramucce tra francesi e spagnoli, spesso favorevoli ai primi che ridussero i secondi ad arroccarsi presso l'importante porto di Barletta.   Già verso la fine del 1502 si era svolta una sfida , presso Trani,  tra undici cavalieri francesi e altrettanti spagnoli,  senza un risultato definitivo. All'inizio del 1503, pero', alcuni francesi che si erano spinti troppo oltre, furono catturati dagli spagnoli agli ordini di Diego de Mendoza, e portati a Barletta. Fu allora che al comandante spagnolo Consalvo da Cordova venne l'idea di un trucco che doveva renderlo famoso. Infatti, rendendosi conto della forte superiorità numerica dell'esercito francese, e avendo bisogno di mantenere alto il morale delle sue truppe anche in attesa di rinforzi, organizzò una cena  invitando cavalieri francesi, spagnoli e italiani in quella che ancora oggi si chiama "La Cantina della sfida". Qui fece in modo che il valore dei cavalieri italiani venisse esaltato e paragonato a quello dei francesi.   A questo punto Charles de Tongue, detto Monsieur de La Motte, tracotante cavaliere francese, cadde nella trappola lanciando il suo guanto di sfida ai cavalieri italiani. La sfida fu naturalmente accettata e Prospero e Fabrizio Colonna chiamarono a guidare il drappello italiano i piu' accreditati  e abili combattenti tra cui spiccavano Ettore  Fieramosca   (che tra l'altro non era nemmeno presente alla cena) e Fanfulla da Lodi. Nei giorni immediatamente successivi, tramite contatti tra le due parti, fu stabilito, oltre alla data dell'incontro e al luogo ( tra Andria e Corato in territorio neutrale in quanto di sovranità veneziana), che  tredici cavalieri (inizialmente undici) per parte si sarebbero affrontati in un'area recintata e che le armi degli sconfitti sarebbero stati appannaggio dei vincitori, mentre il riscatto di ognuno dei perdenti veniva quantificato in 100 corone e, come avveniva di solito,  si sarebbe provveduto allo scambio di ostaggi in garanzia reciproca. Furono nominati anche quattro giudici.

Dopo il primo assalto due italiani furono disarcionati, ma continuarono a combattere a terra , uccidendo i cavalli degli avversari costringendoli a continuare la lotta sul terreno. La battaglia proseguì con lance e scuri, fino a quando tutti i francesi furono sopraffatti, uno ad uno. Notevole il fatto che in piena lotta il La Motte cadde da cavallo e che in pieno spirito cavalleresco il Fieramosca scese dal suo per combattere ad armi pari fino alla richiesta di pietà del francese.

Talmente sicuri della vittoria erano i francesi, che non avevano portato con se' nemmeno il denaro del riscatto, cosicche' furono portati tutti  (tranne uno, unica vittima della tenzone) a Barletta,dove sfilarono tra il dileggio del folto pubblico accorso numerosissimo un po' da tutte le parti  richiamato  dalla importanza dell'avvenimento. Fu lo stesso Consalvo a pagare per loro per poterli liberare.

L'importanza storica della "Disfida", al di la' dell'aspetto cavalleresco, rappresenta per gli italiani (in quel  momento estremamente divisi) forse il primo segno concreto di  sentimento nazionale e di unità popolare.

 Stava nascendo, piano piano, ,l'idea di un paese e di una nazione.

La vittoria degli italiani ,comunque, portò bene alle armi spagnole che in poco tempo, forti anche di rinforzi siciliani, passarono di vittoria in vittoria. Prospero Colonna occupò l'Abruzzo, mentre le Puglie e la Calabria furono conquistate. Consalvo  entrò a Napoli e assediò Castel Novo e Castel  dell'Ovo , dove si erano asserragliati i francesi, espugnandoli in pochi giorni, e così praticamente tutto il regno di Napoli passò in mano agli spagnoli.

 

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