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di Antonio Famularo*

Sulla spiaggia solitaria di un'Isola Aeolia
le pietre levigate narrano la Leggenda
di una bella Principessa arrivata dal mare,
giunta col vento che spira da Oriente;
i pescatori raccontano che veniva da una reggia
situata lontano, forse sul fondo del mare,
dove stelle e coralli e perle marine
la cingevano attorno, adornando le mura.

E tutto il giorno se ne stava sulla scogliera
a cercare conchiglie o a parlar coi gabbiani,
o ascoltando leggende di luoghi e personaggi misteriosi
che il flusso del mare le narrava senza posa;
il Libeccio le accarezzava i corvini capelli
e la spuma dell'onda le coloriva il viso
con un tenue fondotinta fatto di salsedine,
e alghe odorose le cingevano i fianchi.

Da lontano io stavo silenzioso a spiarla
per carpirle uno sguardo, rubarle un sorriso,
accarezzando con gli occhi la sua figura sottile;
e avrei pure voluto andarle vicino
per lasciarmi attirare nel vortice profondo
dei suoi occhi scuri e puliti,
e sfiorarle il viso così lievemente
come sa fare soltanto un rèfolo di vento.

E avrei anche desiderato starle vicino
e poi a lungo stare a sentirla parlare
di antichi avvenimenti, di storie passate,
di grandi tempeste e bufere di vento;
o di placide notti passate a contare le stelle
e dalla riva guardare il profilo della Luna
che di nascosto si guarda, con istrionica posa,
sul magico cristallo dello specchio del mare.

E poi avrei voluto anche domandarle
(da quell'indiscreto che sono)
del suo magico mondo di meraviglie fantastiche,
chiederle perchè fosse venuta e conoscere il suo nome;
se era vero che andasse alla ricerca
di Dragut, leggendario pirata saraceno,
che da lunghi anni ormai l'aveva lasciata
senza dirle quando avrebbe fatto ritorno.

Così tutto il giorno vagava lungo la riva
confondendo la voce armoniosa del suo canto
col ripetitivo sciacquìo della risacca;
ed io, io come avrei voluto seguire i passi suoi
e donarle il mio tempo e amare tutto di lei,
lei che ogni sera stava a parlare alla Luna
di vecchie allegrie, di malinconiche nostalgie,
di gente andata via, partita per chissà dove.

Una nebbiosa mattina d'Inverno vi fu una tempesta
e onde gigantesche vennero a spazzare la riva
per cancellare sulla sabbia
ogni orma dei suoi piedi nudi
e rubare le sue stelle e conchiglie marine;
cosicché sulla spiaggia alcun segno rimase
a ricordare tutto il tempo
vissuto lì da quella Principessa.

E io da quel giorno mi reco sempre là
a scrutare sul mare, dall'alto di un dirupo,
e a domandare ai venti, chiedere al Libeccio
affinché ancora mi parlino di lei
e della sua misteriosa reggia incantata
situata lontano, forse sul fondo del mare,
dove stelle e coralli e perle marine
la cingono attorno alle sue mura.

Quando poi il Sole, alla fine del giorno,
scende piano a lambire la faccia del mare
me ne sto da solo, dall'alto di quel promontorio,
a guardare lungo la linea dell'orizzonte,
verso altre Aeolie dispiegate in lontananza,
sperando ancora di vederla apparire
perché forse un giorno dalle profondità del mare
risalirà nuovamente solo per me.

Della storia di quella Donna misteriosa
che vagava sulla riva,
e della quale se ne faceva
argomento di conversazione,,
forse ancora si rammenta
qualche vecchio pescatore
(tanti sono morti, alcuni non ricordano,
altri se ne sono andati via).

E molti, ancora oggi, non riescono a trovare
quella piccola terra di Isola Aeolia
che appare col suo fascino misterioso,
quando si dirada la foschia,
dove sulla sabbia della sua spiaggia solitaria
ancora gli antichi sassi narrano la Leggenda
di una bella Principessa arrivata dal mare,
giunta col vento che spira da Oriente.

Filicudi: Capo Graziano, 15 Agosto 2018 .

*Insegnante e Scrittore famularoantonio@yahoo.it

In questi ultimi giorni la Stampa Ufficiale, che finge e di prende troppo sul serio, quella "fuori dal Coro" (quale coro?) di giornalisti (a destra, o sinistra, di che cosa?) tutti rigorosamente iscritti e appartenenti al Disordine dei Giornalisti, si è divertita a farci una testa così, senza però riuscirci, perché la "Vecchia" si fotte solo una volta, e il vecchio anche due, essendo avvezzo, dati i tempi che corrono, a calarsi le braghe di tela e farsi sodomizzare. Titoli e sottotitoli accademici e altisonanti dello stesso tenore: 

I Giudici contro Salvini, i Silenzi di Mattarella, Bomba sull'ANM, si dimettono i Vertici. Nuove prove sulle trame dei magistrati e dei giornalisti contro il leghista. E' tempo che il Quirinale intervenga: qui c'è in gioco la tenuta dello Stato. Se questo non basta, si va avanti (per modo di
dire) così: Toghe rotte, stampa piegata: Giustizia pattumiera, Giornalisti spazzini.

Lotta fra correnti, magistratura dilaniata: i vertici pensano a spartirsi posti anche grazie a certi quotidiani. Però i paladini dell'informazione tacciono. Cronisti allo sbando: fanno l'interesse degli amici potenti e non dei lettori. 

A questo punto urge una mia pacata riflessione sulla Giustizia, in astratto, perché di queste cose non me ne intendo, dall'alto dei miei 65 anni, partendo, ovvio, un pò da lontano, con la speranza di non annoiare (si rischia di diventarlo quando si invecchia). 

Parto da Kant: "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me". Allorquando, 2.500 anni fa, la refrattaria Antigone si ribella agli  ordini del Re Creonte, a venire a galla è il duplice volto della giustizia. Da un lato quello della legge divina, mentre dall'altro vi è il volto di quella terrena. 

Antigone ne rappresenta quello tradizionale, la genia, il sangue, gli dei; Creonte raffigura la legge odernizzatrice, modernizzante, artificiale e superficiale.In questo contesto dove si pone l'esperto giurista? 

E' indubbio che viviamo in una società di profonde contraddizioni, e il giurista, come tutti gli altri, del resto, si pone nell'ottica di una duplice e ambigua realtà. Tanto tempo fa il Re Salomone lo lo disse per primo: "Sotto il sole non c'è niente di nuovo", e non c'è un solo uomo che, facendo il bene, non faccia anche il male. 

In particolar modo, a proposito di giustizia, le contraddizioni sono chiare ed evidenti proprio nel simbolo che la giustizia rappresenta, che da secoli viene simboleggiata e raffigurata da una donna bendata, con la bilancia nella mano sinistra, la spada nella destra e il ginocchio nudo
scoperto. Può essere il ritratto di una donna che oscilla tra una Madonna misericordiosa ed Eva, la prima donna e madre di tutti, riconosciuta distruttrice dell'umanità. 

La benda sugli occhi può raffigurare e simboleggiare la sua imparzialità, ovvero essere simbolo di mancata indipendenza; la spada potrebbe pure essere segno di protezione verso l'imputato di turno ma potrebbe anche significare la volontà di discernere il bene dal male; il ginocchio nudo scoperto, infine, è da interpretare come segno di prostituzione o di pietà. 

E da questo mio quadro, imperfetto, dunque, emerge tutta l'ambiguità della giustizia e, in conclusione, le interpretazioni cambiano a seconda dei punti di vista. Il personaggio prominente, che si serve della giustizia a suo piacimento, vi leggerà nella stessa la bella donna rappresentata. Invece, chi è vittima della giustizia, ne trarrà della stessa una visione d'insieme diametralmente opposta.

I potenti di turno, e i soccombenti anch'essi di turno, ancora una volta sono in contrasto: fino a quando le società saranno così stratificate,cristallizzate e imbalsamate, quei simboli non produrranno mai alcuna unificazione. Così, a mio parere, di ogni cosa occorre imparare a guardare anche l'altro lato, magari quello meno appariscente e nascosto. 

Quindi il nostro compito rimane quello di riuscire e sapere districarci in mezzo alle tante contraddizioni che avvelenano la vita e il core di tante persone e si attagliano alla nostra società.

 

Ciao, Ezio,
Ho provato un dolore intenso, e ho pianto, quando ho saputo dai Media che non c'eri più! Un dolore acuto, come il peso opprimente di un grosso sasso che anni fa mi è stato posto sul cuore, che ancora non sono riuscito a rimuovere!
E' successo quando sono stato derubato di tutto, e successivamente abbandonato, da coloro che avevano intinto il loro boccone nel mio piatto; dolore, non tanto per la perdita di cose materiali, che non potremo mai portarci dietro, essendo pure nati nudi!

Ma un dolore per come sono stato trattato e mortificato in ciò che considero il Bene più prezioso e più grande che una Persona possa avere nella  sua vita: gli affetti e la famiglia! C'è stato un tempo in cui meditavo di suicidarmi, pur di togliere quell'opprimente sasso dal cuore: e se non l'ho fatto è stato solo per amore di mio figlio, che non meritava un dolore così grande, di cui forse anche vergognarsi, e definitivo! E in questi anni di indescrivibile e penosa solitudine ho faticato e lottato molto per non smarrire la fiducia nelle persone, di ricercare e intessere nuove amicizie, e di costruire un'altra famiglia, concedendomi a nuovi affetti con nuove persone. E, solo per caso, forse, sono riuscito ad avere ancora fiducia e ad aprirmi, allargandomi il cuore, con una Persona che mi ha aiutato tanto e che, sin dal primo momento, giustamente, ho ritenuto davvero speciale!
Ezio, sarai sempre nei miei teneri affetti.

E non te ne sei andato per sempre: Hai appoggiato sul leggìo la tua bacchetta, ti sei solo assentato un momento, per fare una breve pausa di silenzio nell'universo sonoro della tua Musica, e per onorare tutti coloro che hanno suonato con Te e stringere loro la mano!
Ezio, mi è davvero triste pensare che il Pianoforte non sarà più lo stesso, che non avrà più il suo più straordinario e geniale esecutore! Forse neanche la Musica, nel suo sonoro e visivo astrattismo, sarà più la stessa: perché Tu l'hai presa per mano, prendendo per mano anche noi, portandola oltre ogni limite espressivo e compositivo, al di là del linguaggio della partitura e inventandone di nuovi, come i sentimenti provati, veri, sinceri e autentici, che vanno sempre al di là di un "oltre" e non possono essere ristretti dentro confini, e conducono i nostri cuori e le nostre anime in spazi infiniti.
Ezio, da Te ho imparato ancor meglio a capire il vero significato e la portata della Musica: una Musica costituita non solo di note e di suoni, "l'Arte dei Suoni", ma "l'Arte di Vivere", Musica come Armonia di Sentimenti, una Condivisione generosa di Sentimenti Sinceri, una Condivisione di Affetti Veri e profondi e un modo sinergicodi stare Insieme, come idealmente Abbracciati, abbracciando in particolare tutto ciò che non si vede con gli occhi: sei riuscito a entrare nel Pianoforte, uno strumento, e rivelare tutta la sua anima espressiva e comunicativa: E a trasmettere la tua gioia, il tuo entusiasmo, la tua voglia di sperimentare ed esplorare paesaggi sonori, il tuo stupore e grande amore per la Vita, che rimane sempre un mistero, con i suoi tanti interrogativi esistenziali senza risposte, e che forse non avremo mai! Infine, per la
tua intensa voglia di vivere! E dirti che Ti sono profondamente grato, per me è davvero poca cosa. Ezio, con tutto il mio affetto, Ti voglio tanto bene. Grazie, davvero, non solo per l'incredibile e irripetibile Musica di cui sei stato capace, un vero innovatore ed esploratore di mondi nascosti ma possibili. Ma Grazie ancora per ciò che hai detto, per l'eccellente Esempio dato, per essere stato davvero un Inno alla Vita, per ciò che come Persona e come Uomo sei stato! Ezio, sinceramente, da oggi mi sento ancora più solo! Da un tuo Amico, fraternamente, Caramente: Ciao, Ezio!

 

---Faccio riferimento all'articolo del 16 Marzo u.s., pag.17, della Gazzetta del Sud: "Troppi tagli Alla Sanità Pubblica: Ecco perchè siamo impreparati. In vent'anni sono stati cancellati migliaia di posti letto, corsie spopolate: appello per reclutare medici e infermieri."
Sorge una riflessione: A cosa è servito, se serve, limitare e circoscrivere ad un Numero Chiuso l'accesso alle Facoltà di Medicina nelle Università? Al punto da richiamare in servizio Medici e Infermieri già in pensione!

E il Numero Chiuso ad altre Facoltà, come Architettura? Quando l'Italia è un territorio ad alto rischio sismico e molti dei Suoi paesi colpiti dagli ultimi terremoti giacciono ancora sotto cumuli di macerie e detriti, senza la rimozione dei quali non si potrà avviare una loro concreta ricostruzione e un ritorno alla funzionalità.

A cosa è servito, allora, se serve, definire l'Italia, da Paese della Bellezza,  denominare alcune Città rappresentative della Cultura, altri Siti, parte del Patrimonio dell'Umanità, con l'Imprimatur dell'Unesco?
Si potrà mai vivere di "fumo negli occhi" e con "minestre riscaldate"?
Una cosa di positivo la pandemia di turno l'ha già indicata: che un mondo basato sulla Borsa, i Mercati, la Religione degli Schei, è definitivamente finito! Che  occorrono nuove basi, non più ciecamente e senza limiti poste sulla Sabbia, e che una Nuova Società va pensata per essere ricostruita, e che si compia un vero e proprio Rinascimento, nella piena accezione del termine e degli intenti, ripartendo e ricominciando dall'Uomo.

E questa pandemia, pur essendo sotto gli occhi di tanti, una cosa l'ha fatta, pur non essendocene bisogno, perchè lo sapevamo tutti da
tempo, col silenzio dei colpevoli e conniventi, cioè la Stampa piaciona e sbracata alla Feltri di "Libero" e del suo Compagno di Merende "Il Giornale", ormai asservita da tempo alla Politica "Creativa" di comprovati e riconosciuti incompetenti, ovvero incapaci, a ricoprire i loro incarichi di Governo, grazie pure al Presidentissimo di Turno di una Repubblica fondata (affondata?) su non si sa più che cosa, che ci ha licenziato uno dei migliori Governi possibili, che neanche Houdinì, il Mago di Oz, Mago Merlino, Maga Magò, avrebbero saputo e potuto offrire di meglio, con buona pace di quegli Italiani che li hanno votati e ai quali vanno bene senz'altro.

E, per ritornare all'iniziale domanda, non certo retorica, il tutto è stato decretato che andasse così gattopardescamente e per tenere in vita le Caste "Intoccabili" e, per questo, sì, a Numero Chiuso! Dunque all'Ospedale a Lipari si aspetta solo che ritornino in servizio le storiche Levatrici per assistere le Partorienti Eoliane nelle loro case?
Ci hanno detto per anni che "una risata" ci sommergerà: oggi si continua a ridere, tanto, si paga anche per farlo! Ma io, con ogni buona intenzione, non ho più tanta voglia di ridere, soprattutto con dei Guitti di strada prezzolati!

E vaaaiii con la Pubblicità, una nuova Shangri-La, i riti obsoleti di una cultura fatta di provole e salumi da degustare alle Sagre di turno spacciate come "nostrane".
Buon Coronavirus a Tutti, dunque... Nel senso che il Sig, Coronavirus sia benigno con tutti Noi, e che il Buon Dio ci benedica e ci protegga dal Male in tutte le sue forme e modalità. E così... sia!

 

Agli anziani che se ne vanno

Se ne vanno. Mesti, silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita,
fatta di lavoro, di sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la Guerra,
ne ha sentito l'odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa
ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da
rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente e il freddo pungente.
Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e
cappello di carta di giornale. Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat 500 o 600,
dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero e dei telefoni bianchi.
Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico
che con il sudore hanno ricostruito questa nostra Nazione, regalandoci quel benessere
di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l'esperienza, la comprensione, la
pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una
carezza, senza che nessuno gli stringesse la mano, senza neanche un ultimo bacio.
Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio della intera umanità.
L'Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest'ultimo Viaggio con 60 milioni
di carezze...
Dott. Begher, pneumologo Ospedale S. Maurizio (PD)

N.B. Ricevuto da Antonio Famularo. famularoantonio@yahoo.it

 

'IORNU E NOTTI    (A Marina Corta)
 
Tuttu 'u 'iòrnu assittàta qa
vicinu alla varca a ricamà',
'nt'a la Marina ammùcciu lu chiantu
mentri ricamu linzola 'i linu
'unni un ghiòrnu, ormai vicinu,
iò vògghiu dòrmiri a lu to' ciancu!
 
E di notti mi pari 'i séntiri
lu to' nomi chiamari da' mari,
rapu i balcuna e vìu 'a luna
parlari sula cu' la Marina,
e 'u ventu 'i notti c'a rina du' mari
veni alla porta a bussari e a sgraffiàri!
 
'Nt'a lu me' sonnu iò mi cunfunnu
tra i me' sogni e 'a rialtà,
rapu 'a porta pinzànnu chi
tu si' davveru turnatu 'unni mì!
Rapu 'a porta e lassu chi
'stu ventu sciùscia supa di mi:
rapu 'a porta e lassu chi
veni 'a so' rina a sgraffiàrimi!
 
(Da: STORIE EOLIANE, di Antonio Famularo)
famularoantonio@yahoo.it

 

L'AMURI MIA

Avìti vistu l'Amuri mia?
L'avìti vistu passari di qa?
Si ni 'ìu pi' mari tant'anni fa,
ora 'unn'è chu è chi lu sa?

Era beddu di formi e d'aspettu,
nìuri i rizzi di' so' capiddi
e russu lu mussu cumu i curaddi
e occhi cumu stiddi di notti.

Ni 'nnammuràmmu ch'era 'nt'a 'stati
cumu acedda 'i prima vulata,
ni maritàmmu ch'era 'i Fivràru'
curtu 'u misi e l'amuri amaru!

Iéva circannu l'Amuri mia
dumannànnu notti e 'iòrnu:
spirìu pi' mari e cusì sia
pirchì mai chiù farà ritornu!

Avìti vistu l'Amuri mia?
L'avìti vistu passari di qa?
Si ni 'ìu pi' mari tant'anni fa,
ora 'unn'è Diu sulu lu sa!

(Da: STORIE EOLIANE, di Antonio Famularo)
famularoantonio@yahoo.it

 

ERA MEGGHIU QUANNU SI STAVA PEGGIU?

'Na vota 'un c'era nenti, sulu pochi distrazioni;
ma si era chiù cuntenti, senza tanti fissazioni.
Puru 'a Vita era tritrìgna a 'ddi tempi di 'na vota:
si 'iucava cu' du' ligna e 'u circu di 'na rota.

Oggi, inveci, tanta genti havi i so' divirtimenti:
vìu ch'un ci manca nenti eppùru pàrunu scuntenti;
per esempiu 'i carusi: sunnu scarti e 'ntelligenti,
fannu puru 'i schizinusi e hannu tuttu tempu nenti.

Ma si stancanu 'nt'a nenti, 'ccuntintarli 'un si ponnu:
cosi novi hannu 'nt'a menti e 'un sannu qiddu chi vonnu.

'Na vota si manciava pani cuottu e niputiddàta
e cu' nenti si campava e 'a saluti era rinfurzata;
ora i cibbi sunnu beddi, chiù puliti e raffinati,
simu cumu i purceddi: suvrappisu e 'ngrassati!

'Cusì oggi divintammu boni amici di' duttura:
'nt'e 'spitàli aspittannu chi ni dùnanu 'a cura.
Simu sempri sutta stressu e cadimu in depressioni,
ni purtamu dintra 'u cessu 'nu giurnali pi' distrazioni!

Simu sempri assicutati da la prèscia e da l'impegni
e 'u tempu é decurtatu da la vita chi si spegni.
A 'stu puntu arrivati cu' li sforzi e lu progressu,
pro e contru suppisati, ci havi statu 'nu regressu!

Vistu e cunzidiratu chi ognunu voli 'u mègghiu
si iò penzu a lu passatu 'un si stava tantu peggiu:
si iò vardu a lu passatu forsi nun si stava peggiu!

(Da: STORIE EOLIANE, di Antonio Famularo)
famularoantonio@yahoo.it

'I FIGGHI DU' MARI

"Chu é chi bussa 'nt'a la me' porta,
chu é chi si spassa facènnulu apposta?
'N paci lassàtimi e 'itivìnni,
a 'n'àutra vanna 'rattàtivi 'i corna!"
"Signura mia 'un ti scantàri,
Sunnu 'i Fìgghi ch' anchiànanu da' mari;
stannu girannu p'i casi 'i 'Inostra,
'n mezzu a li càppari e ciuri 'i 'inestra.

Signura mia 'a porta rapìti
pirchì 'i Nichi ora hannu siti,
l'acqua du' puzzu vonnu assaggiàri
pirchì salata é l'acqua du' mari.
Signura mia 'a porta rapìti,
mali nun fannu, nun li timìti,
dàtici l'acqua chi vonnu assaggiàri
pirchì amara é l'acqua du' mari.

Vu' lu sapìti sunnu du' Carusi
e, cumu i carusi, sunnu curiusi,
da lu Purtùsu s'alluntanàru'
e 'nt'a lu mari Iddi si pirdìèru'.
Gìranu a 'Inostra 'i spiriti ancora
casa pi' casa, 'nt'e bàgghi e fora,
e si li senti bussari ancora
sèrvici l'acqua e làssala fora.

Fora da' porta ti làssanu un tisoru,
assa' chià priziùsu di l'argentu e l'oru:
tanti conchigli' e vuccùni rari
arricugghiùti 'nt'o funnu du' mari.
Fora da' porta ti làssanu un tisoru:
tanti conchigli' e un vuccùni raru,
chi si l'ascùti 'nt'a 'rìcchia attentamenti
senti lu ciatu di qiddi 'Nuzzenti.

Eranu du' Carusi du' primu Novicentu
chi si pirdièru' 'nt'o mari 'i 'Inostra
e si tu rapi puru 'a to' finestra
senti li vuci d'Iddi purtati da lu ventu!"

(Da: STORIE EOLIANE, di Antonio Famularo)
famularoantonio@yahoo.it

'A LIGGENNA DU' FARAGGHIUNI 'A PUDDARA

'N'ta 'st'Isuli abbrazzati da lu mari
ci sunnu tanti 'cunti e liggènni,
alcuni d'ìddi ni fannu 'nzunnàri
e sunnu antichi e pàrunu eterni.
E tanti cosi ni ponnu 'nzignari
si lu significatu si cumprenni,
tant'àutri ni ponnu affascinari
mentri 'u Tempu 'i pàggini distenni:

" 'Na vota assai luntanu 'nt'a lu tempu
spirduta 'nt'a la pràia da' Puddara,
mentri sciusciàva tantu forti 'u ventu,
accumparìu 'na bedda Piscatura.
Poi di luntanu vinni cu' lu ventu
'na navi chi parìa chi vulava,
sonàu cu' la 'rogna p'un mumentu
e fora du' Pirciàtu si fermava.

"Vinìti la me' navi a visitari",
ci dissi Cuda 'i Pisci a 'dda Criatura,
" 'sta navi èsti un po' particolari:
ti fa giràri 'u Munnu 'nt'a 'na ura.
Po' vèniri cu' mìa senza paura,
ti portu 'nt'o 'n paìsi assai luntanu
Unni finisci 'u mari, e quannu 'scura
tu po' tuccari 'i stiddi cu' la manu."

Salparu' cu' lu ventu di Sciroccu
'dda bedda Criatura e Cuda 'i Pisci,
si ni 'ièru' chiù luntanu du' Maroccu,
vicinu a lu Suli quannu abbrìsci.
E d'ìddu 'iornu nun si seppi nenti
di qidda Criatura e Cuda 'i Pisci
e si maravigghiàru' puru 'i genti
ma nun turnaru' mancu cu' Libbìci.

Chiancìu puru 'u mari 'nt'a la pràia
vidènnu li so' passi 'nt'a la rina,
e puru 'u ventu suspiràu 'nt'a l'aria,
si dispiràu 'u munti 'a Vàrdia Spina.
E tutta la muntagna sussultàu:
'nt'a lu so' pettu 'u cori si spaccàu;
'nu scògghiu all'improvvisu si mullàu,
'nt'o mari Faragghiùni divintàu.

E si tu va' 'nt'a pràia da' Puddàra
po' sèntiri ancora qidda 'rogna
pi' tia sonàri a 'na certa ura
e scopri ch'a to' menti puru sogna.
E si tu vardi versu Filicudi,
quannu svanisci tutta la nigghiàra,
po' vìdiri 'dda bedda Criatura
supra lu Faragghiùni da' Puddàra!

'Nt'a 'st'Isuli abbrazzati da lu mari
ci sunnu tanti 'cunti e Liggenni,
alcuni d'ìddi ni fannu 'nzunnàri
e sunnu antichi e pàrunu eterni.
E tanti cosi ni ponnu 'nzignari
si lu significatu poi s'afferra,
tant'àutri ni ponnu affascinàri
si ni pigghiàmu 'u tempu di 'scutàri!

(Da STORIE EOLIANE, di Antonio Famularo)
famularoantonio@yahoo.it

Strano, certe mattine una delle prime domande retoriche che mi faccio è: "Oggi chi cucìnu?
Dico 'strano' perché conosco la risposta: apro il frigo, guardo cosa c'é e quando esco, in bici,
compro quello che mi manca.

Dal Notiziario a volte leggo le ricette della Sig.a Pina e traggo
ispirazione dai suoi suggerimenti o dall'uso di qualche ingrediente. Per esempio: Nel 1883 il
dizionario Siciliano-Italiano di Vincenzo Nicotra riporta questa parola al singolare: cabbasìsa.

Ecco la spiegazione che ne dà l'illustre vocabolarista: "Pianta originaria dell'Africa, che mette
dei piccoli tuberi ovali con alcuni fili sporgenti, di una sostanza biancastra farinosa e dolciastra,
da cui si trae un latte medicinale".

Un secolo prima, nel 1785, nel Vocabolario siciliano etimo-logico Italiano e Latino, l'abate Michele Pasqualino afferma che in Africa, nella città di Capes, "per tutto quel terreno cresce sottoterra un frutto in grossezza come un radicchio, ma piccolo come fave, il quale, succhiato, è dolce come mandorle, e si usa in tutto il Regno di Tunisi". Il nome originario era habiziz, da cui proviene appunto cabbasisa e cabbasisi. Habiziz che nasce da habb (bacca) haziz (dolce).

Detta pianta, conosciuta con il nome di acetosella, è tutt'ora in uso nella cucina mediterranea per insaporire delle pietanze, come la caponata. Per gustare il sapore del loro contenuto biancastro, che veniva succhiato, come specifica il Pasqualino, chiaramente bisognava rompere i piccoli tuberi ovali. Bisogna quindi, Signora Pina, rompere i cabasìsi.

La fantasia dei siciliani, che in materia di allusione non è seconda a nessuna, ecco che da
cabbasisa ha coniato subito il vocabolo cabbasisi. Termine con il quale mai nessuno penserebbe
di tradurre come il plurale della pianta africana "con i tuberi ovali con alcuni fili sporgenti, di una
sostanza biancastra", ma che in Sicilia viene utilizzato intendendo ben altra cosa...!

Detto vocabolo è oggi molto conosciuto in Italia, anche grazie ad uno sceneggiato televisivo:
Il commissario Montalbano di Andrea Camilleri, dove il medico legale si rivolge spesso al
commissario con una frase diventata famosa: "non mi scassi i cabbasisi".

Tanto che, secondo la testimonianza di alcuni insegnanti, ci sono bambini che non disdegnano usare il termine
cabbasisi talvolta nel neologismo al singolare, cabbasiso, per esprimere meraviglia o irritazione.
Neologismo che probabilmente viene usato nell'intento di rendere meno scurrile il termine
cabbasisi, o nel tentativo di italianizzare il termine. Cordialmente.

DRAUTTU 'U CURSARU

Viniti tutti, Panariddìsi
chi abitati sutta 'u Castieddu,
a Santu Petru e Iditédda,
scinnìti tutti da lu paìsi!
Sapiti tutti ch'a Panarìa
c'era lu covu di Draùttu:
'ddu malanova e purcarìa,
'ddu gran maccàccu e farabuttu!

Ora vi dugnu 'na bona nova
chi succidìu un misi fa,
chi ni purtaru' genti di fora
chi si truvaru' a passari 'i qa.
Cu' lu bontempu o 'u malutempu
'un dura sempri 'u stissu tempu,
tirannu 'a corda sempri chiù forti
si spezza puru 'a bona sorti!

Mortu ammazzatu fu lu Draùttu,
'a malanova si lu futtù,
mortu sparatu 'nt'o 'n corpu sulu
ci arrivaru' 'i baddi 'nt'o culu.
Sinu di quannu era carusu
si dimustràu un fìgghiu 'i 'iarrùsa,
pi' tutti i mari curriénnu 'iéva,
da' Sirinìssima 'i navi assartàva.

Era 'i Giugnu 'u vinticinqu'
e Draùttu facci' 'i princu
cu' li Turchi contru i Maltìsi
scummattìa pi' 'ddu paìsi.
'Nt'a l'assédiu era 'mpignatu
ma lu distìnu era appustàtu:
'na pallòttula 'u curpìu
e a morti lu firìu!

I Tripulini si lu pigghiàru',
'nt'o so' paisi si lu purtaru',
e a Trìpuli 'u vurricàru'
e 'na muschèa c'intistàru'.
Ma puru i Turchi si ricurdaru'
chi cu' Draùttu lu Cursaru
pi li mari scummattièru'
e l'Occidenti fìciuru trimari.

Ora priàtivi Panariddìsi
'nt'a li cuntràti di sutta 'u Castieddu,
di Santu Petru e Iditedda,
arricriàtivi 'nt'a lu paìsi.
Mortu ammazzatu ésti Draùttu,
nun è chiù tempu di éssiri a luttu,
fìniu 'u Tirrùri di tutti li mari:
mortu e vurricàtu è Draùttu 'u Cursaru!

( Dall'Opera musicale I TURCHI 'NT'A MARINA,
di Antonio Famularo )

"Saracini", Parolacce e Licenza Poetica

A proposito di 'Parolacce' e di famigerata libertà di 'Licenza Poetica' (esempio di immunità letteraria?), da cui nemmeno Io mi sono sottratto, riporto un brano tratto da una lettera che Giacomo Leopardi indirizzò al fratello Carlo, per informarlo circa il suo stato di salute, esprimendosi con queste parole: "Non mi dir più che m'abbia cura, perché son guarito e sano come un pesce in grazia dell'aver fatto a modo mio, cioè non aver usato un cazzo di medicamenti." E se lo dice Leopardi...!

L'INTERVENT0

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di Gianni Iacolino

Simpaticissima la nota di Antonio Famularo che riporta un'altrettanto simpatica dichiarazione del sommo Leopardi. Ad onor del vero, devo, da medico, aggiungere una mia postilla, onde evitare che passi il principio che é meglio fare a meno delle medicine, quando servono, aggiungo io. Leopardi sicuramente ha fatto bene ad evitare le terapie che andavano in voga ai suoi tempi, quando drammatici salassi, enteroclismi e sanguisughe erano alla base di ogni cura o presunta tale. Certamente era meglio non fare niente. E fu questo il successo dell'omeoterapia che prese piede all'inizio del diciottesimo secolo. Meglio l'acqua fresca che le folli terapie dell'epoca che peggioravano di molto il precario stato di salute dei pazienti. Messe a confronto le due modalità, era scontato che con l'acqua fresca si facevano meno danni, ma non per virtù particolari di quell'acqua, ma perché, somministrando solo acqua, si evitavano le barbarie cui ho prima accennato. Perseverare ancora oggi con l'acqua fresca suggerisce considerazioni che lascio al lettore

ARIADENU VARVARUSSA

Iò sugnu di tutti li Saracini
'u chiù feroci, 'u chiù crudeli,
ci l'hàiu a morti cu' li parrìni
e 'un supportu mancu l'infideli!
Vàiu circannu pi' tutti li mari
navi nimìci di dipridàri,
sugnu lu scantu di li citàti
chi supra 'u mari stannu affacciàti!

Temu sulu 'u Patreternu
si manna all'infernu
pirchì l'anima hàiu dannata,
scuscinziàta e 'nìuricata!
Finu a quannu stàiu 'n pedi
mi la fazzu iò la Fedi:
'un ci dugnu nudda 'diènza
a la Scenza e la Cridenza!

Sugnu sciarrìnu e 'omu di 'uerra
e crìu sulu 'nt'a me' scimitarra,
cu' quattru amici e un pugnu 'i latri
'un ricanùsciu mancu a me' patri.
Cu' mia ci sunnu migghiàra di Turchi,
vàiu furriànnu puru i sapurchi,
vàiu girannu cumu vùgghia 'spersa:
Sugnu Ariadenu lu Varvarussa!"

(Dall'Opera musicale: I TURCHI 'NT'A MARINA, di Antonio Famularo)

ARRIVARU' I SARACINI!

Vìnniru' 'i luntani i Saracini,
brannènnu 'a scimitarra 'nt'a la manu,
sunnu 'i manu lesta e occhiu finu
e di cori sunnu malantrìni.
Sempri navigannu 'nt'o Tirrenu
spìnciunu la navi cu' lu remu,
vula lu sciabeccu cu' lu ventu
e ci vaci innanzi lu sgumentu
di 'na fama chi faci spaventu.

"Varda quanti Turchi chi spuntaru'!
Fora 'a pràia 'i Vinci arrivaru',
l'àncuri 'ittàru a lu funnu!
Si po' sapìri quantu spàcchiu sunnu?"
"Sunnu cum'a rina di lu mari,
cumu li cunìgghia chi figghiàru',
Mìnchia quanti Turchi ch'arrivaru',
accùmparièru' qa 'nt'a la Marina,
chi n'abbriscèru' qa qista matina!"

Sonati forti tutti li campani
e fuitivìnni 'nt'e campagni,
arricugghìti 'i fìmmini e i carusi
e ristati zitti e tutti chiusi!
Omini scinniti 'nt'a Marina,
stati all'erta, pronti, e stati attenti,
'un pirdìti 'i vista i bastimenti
chi sunnu ben'armati finu 'e denti,
ccussì ni difinnìmu 'a nostra genti!

"Varda quanti Turchi chi spuntaru'!"
"A' Punta da' Crapazza arrivaru' !"
"L'àncuri 'ittàru' a lu funnu!"
"Si po' sapìri quantu spàcchiu sunnu?"
"Sunnu cum'a rina di lu mari!"
"Cumu li cunìgghia chi figghiàru'!"
"Mìnchia quanti Turchi ch'arrivàru'!"
"Accumparièru' qa 'nt'a la Marina,
chi n'abbriscièru' qa qista matina!"

'Nchianàmu tutti a la Cattidràli,
a raffurzari tutti li bastiuna,
a cuntrastari tutti l'infidèli
e ci facìmu nìuri i vriùna!
'Nchianàmu tutti quanti a lu Castieddu,
a priparari l'armi di difesa,
chi la mègghiu difesa ésti l'offesa
e la smittimu cu qidda pretesa,
e a malu modu 'i rimannàmu a casa!

"Varda quanti Turchi chi spuntaru'!"
"Fora di la Sicca arrivaru'!"
"L'àncuri 'ittàru' a lu funnu!"
"Si po' sapìri quantu spàcchiu sunnu?"
"Sunnu cum'a rina di lu mari!"
Cumu li cunìgghia chi figghiàru' !"
"Mìnchia quanti Turchi ch'arrivaru' !"
"Ch'accumparièru' qa 'nt'a la Marina,
chi n'abbriscèru' qa qista matina!"

"Varda quanti Turchi chi spuntaru'!
A' Punta 'i San Franciscu arrivaru' !"
"L'àncuri 'ittàru' a lu funnu!"
"Si po' sapìri quantu cazzu sunnu?"
"Sunnu cum'a rina di lu mari,
cumu li cunìgghia chi figghiàru' !"
"Mìnchia quanti Turchi ch'arrivàru' !"
Ch'accumparièru' qa' 'nt'a la Marina,
Chi ni scassàru' 'u cazzu stamatina!"

(Dall'Opera musicale: " I TURCHI 'NT'A MARINA", di Antonio Famularo.

N.d.A. Preciso che in questa 'Ballata a Chiovu' alcuni termini "volgari"  sono stati usati volutamente - e mi scuso con i Lettori del Notiziario  per questo - ma è solo per descrivere meglio il sentimento dei Liparoti,  durante l'assedio/devastazione di Lipari ad opera di Ariadeno Barbarossa,  nel 1544. Noi Siciliani siamo un popolo pudico, ma dobbiamo evitare di dire certe parole, altrimenti si scopre che alcuni vocaboli li abbiamo  sempre... in bocca. In Sicilia gli uomini pronunciavano determinate parole  sottovoce, così come facevano le donne. Non bisogna certo pensare che le nostre Ave non le usassero: anzi, quando di riunivano, qualcuna, forse più audace delle altre, confidava di conoscere un proverbio, un detto, che conteneva una "parolaccia", una situazione "spinta". Occasione pure per  divertirsi in un mondo che riservava loro ben poche distrazioni e dove l'uso  di certi termini rappresentava quel proibito che, attraverso le parolacce o i
suoi sottintesi, lasciava spazio ai fraintendimenti e allo svago.)

'A LIGGENNA DU' LAGU DI SALINA

'Nt'a lu paisi di li Linguari
c'era 'na vota vicinu o' mari
'nu specchiu d'acqua cumu cristallu,
chinu di perli e di curallu;
e certi notti c'a Luna china
ci 'ìa 'na Fìmmima bedda e sula,
Idda scinnìa 'nt'a 'dd'acqua 'scura
e si vagnava 'a so' pedda fina.

'Dda Criatura accussì bedda,
cu' li capiddi cumu d'argentu,
parìa daveru cumu 'na Stidda
scinnuta da lu firmamentu;
poi discurrìa c'a Luna china
sinu a quannu si facìa matina,
poi si ni 'ìa 'nzemi a lu ventu
scumparènnu 'nt'a 'nu mumentu.

Poi 'na matina 'na sciroccata
spincìu lu mari dintra lu lagu,
sbuffànnu forti cumu 'nu dragu
lassàu alghi e acqua salata:
supra 'ddu specchiu d'acqua 'i mari
poi si furmaru' cristalli 'i sali;
'a Luna china vinni a vardari
ma 'dda Signura 'un si visti arrivari!

Qidda Signura accussì bedda,
cu' li capiddi cumu d'argentu,
turnau a éssiri 'na Stidda
'nt'o celu nìuru du' firmamentu.
'Nt'a lu paìsi di li Linguari
'a genti varda ogni tantu 'u mari
e poi aspetta 'dda Criatura
chi forsi veni quannu chi 'scura!

(Da: " Il Sale di Didyme", di Antonio Famularo)
famularoantonio@yahoo.it

 

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