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di Macrina Marilena Maffei

E' la storia dell'emigrazione eoliana raccontata da Angiolo Zaia, nato nel 1896 nella frazione di Serra a Lipari, così come l'ha sentita narrare dalla voce del padre.

Ero andata a intervistare Angiolo Zaia in una calda mattina di agosto del 1981 durante le mie prime ricerche etnografiche nelle Isole. Lo trovai sorridente e disponibile seduto nella sala da pranzo della sua casa situata in un luogo incantevole di Lipari. Dopo avere ascoltato con molta attenzione il motivo della mia visita e la mia esigenza come antropologa di ricevere notizie e informazioni sulla vita di un tempo, egli aveva iniziato a descrivere con competenza e attenzione ai dettagli, essendo un vecchio ed esperto manovale, la particolare architettura della casa eoliana. Poi aveva rievocato la festa del battuto solare che ne celebra la conclusione, e si era soffermato su alcuni riti della settimana santa che caratterizzano l'identità dell'arcipelago. Quindi aveva tratto dal suo repertorio storie di Saraceni e di Santi proiettando ambedue, lui voce narrante ed io esiguo uditorio, in uno scenario colorato da imprese piratesche e interventi divini decisamente risolutori. Essendo, infatti, le imprese dei santi finalizzate a liberare dalle prigionie turchesche gli sventurati isolani, proditoriamente catturati.

Infine Angiolo Zaia aveva preso a narrare con grande suggestione la realtà del contadino eoliano cogliendolo in quel periodo di transizione che sfociò nella grande emigrazione dei primi del Novecento. Ricostruendo pertanto le circostanze che causarono il fenomeno migratorio nelle Eolie, come aveva appreso dal padre. Nella sua storia, narrata in un lessico che non utilizza la trama dialettale ad eccezione di alcune parole come lo stesso lettore avrà modo di appurare qui di seguito, si intrecciano due diversi piani narrativi. Attraverso la vicenda di un individuo si delinea infatti la storia di un popolo, quella degli abitanti delle isole che lasciano alle spalle la loro esistenza di contadini, pescatori e piccoli artigiani, per andare in cerca di un futuro diverso per sé e i propri figli. Coinvolti in una enorme diaspora migratoria, gli isolani partono insieme ad una moltitudine di italiani. Vogliono raggiungere il Nuovo Mondo. Spinti dal desiderio di cambiare i loro destini. Proiettati verso nuove scoperte.

E finalmente, afferma Angiolo, a qualcuno è riuscito di sbarcare a New York, in America. America, parola dal successo prorompente. Terra che rende possibile mutare la propria sorte, l'America realizza ciò che prima era soltanto un sogno.
Nella visione del vecchio operaio quel sogno si concretizza nell'intensità di un dialogo fra la madre di un emigrato che vive lontano e u Signurinu che possiede le terre. La donna si reca da lui portando avvolta nel grembiule, come un prezioso tesoro da nascondere allo sguardo degli altri, 'na carta da mille lire, e avanzando la richiesta di comprare per il figlio un pezzo di terra di quell'isola sempre pensata e tanto amata: "Vussia se lo vuole vendere?", chiede. Quella carta sbalordisce ammalia incanta u Signurinu che volentieri la cede. Il gesto sancisce simbolicamente il momento della trasformazione epocale avvenuto nelle Eolie con l'emigrazione.

Cento anni fa le isole Eolie erano sotto il dominio di..., faccio un po' una [media], di una decina di proprietari fra massimi, medi o minimi. E allora tutti questi proprietari ci avevano i coloni in campagna, ed era tutta gente che lavorava nelle loro campagne e si può dire sotto la loro dipendenza. Poi questi grossi proprietari che ci avevano un territorio un po' più vasto si fabbricavano una casa, come si vede ancora oggi. [Case ora] tutte rimodernate, mentre i proprietari oggi sono scomparsi. Ma allora c'era [l'uso] che ogni proprietario fabbricava una casa al colono: una stanza, poi la pinnata per seccare a passulina, a stalla per il bue, per le pecore, pe' i gaddini ma per il colono una sola stanza. Di modo che tutta la famiglia doveva stare in quella stanza. Quindi erano preferiti più gli animali che il colono.
Questi coltivavano la terra, poi quando arrivava il 24 agosto si tiravano i conti, perché il colono nell'anno aveva bisogno dei viveri per coltivare a robba essendo povero, no? e tiravano i conti: quanto si era preso di viveri, fagioli, legumi e tutto e tiravano i conti. "Quest'anno abbiamo prodotto tanto. Tu hai prelevato tanto. Rimani tanto sotto". Quindi si trovava sempre in deficit.

Poi facevano il bue; il proprietario anticipava il capitale per comprare il bue, no? Quando era all'anno, si vendeva questo bue. Il proprietario levava prima la sorta principale, per quello che aveva speso, poi dell'altra metà facevano due parti.
Due parti significa che il colono si riservava a testa per dare a mangiare ai figli, i quali dopo un anno che lavoravano per darci a mangiare a questo bue, almeno avevano quella soddisfazione di assaggiare un po' di carne, e quindi la testa. E poi la pelle. La pelle del bue per fare i zampitti, le scarpe, per potere lavorare. Allora si usavano i zampitti con la pelle del bue che veniva composta così..., e si metteva il piede dentro. [...] E anche questo veniva incluso nel conto e quindi ci non restava altro dopo un anno di lavoro con il bue. Ci rimaneva la testa e la pelle
Però dopo è successo che le cose sono cambiate, di colpo! [...] Perché nelle isole Eolie generalmente si viveva di campagna e di mare. Fra la gente c'era quella che andava con i bastimenti, andava fuori navigando, no? Ora a qualcuno è riuscito di sbarcare a New York, in America. Ed è rimasto lì.
Così è rimasto lì e ha cominciato a chiamare a qualcuno dei parenti. Mano mano il parente chiamava l'altro, l'altro chiamava l'altro e quindi questa gente, i contadini, a uno a uno, a uno a uno sono emigrati in America.
In America lavorando stentatamente allora, vedevano qualche soldo. Cominciarono a conoscere qualche soldo. Che non l'avevano mai conosciuto!

E allora mettevano da parte [qualche soldo], si contentavano di fare dei sacrifici per mettere da parte qualche lira. Quando loro ricavavano, mettiamo: una carta da mille lire, pigliavano e la mandavano alla mamma, ai genitori ch'erano qui e ci dicevano: "Mamma, vedi, va' nu signurinu, che u proprietariu u chiamavanu: u signurinu, e gli domandi se vuole vendere quel pezzo di proprietà che io me lo compro".
E allora la mamma e il padre pigliavano quelle mille lire e se le mettevanu 'nto sinu, nel grembiule, u sinu, e facevano:
"Signurinu, il figlio mio mi mandò mille lire dd'America e mi disse si vussia si vuole vendere 'ddu pezzu i proprietà, che io me lo compro".
Il proprietario quando sentiva parlare di mille lire, era 'na cosa fenomenale!, era 'na cosa da istupidire! "Perché no?Te lo vendo".
E ci faceva il contratto per quel pezzo di proprietà e si prendeva le mille lire. [...] Poi via di seguito, continuavano sempre di questo passo. Poi ci mandava n' altra mille lire, questo in via generale io parlo di uno ma parlo di tutti no?, e ci diceva:
"Mio figlio mi ha mandato n'altra mille lire, che si vuole comprare un altro pezzo di terra".
E cominciava la solita storia essendo quello, anche il proprietario ché allora i soldi non si conoscevano, - e una carta da mille lire non so come la posso classificare. Oggi si parlerebbe di un miliardo! Vedi i tempi come erano indietro!-, [a non conoscerli].

Per abbreviare, tutta la proprietà delle isole Eolie è andata a finire a tutti questi emigranti e i proprietari se ne sono usciti completamente [dalle terre]. E questo oggi lo posso testimoniare e vi potete informare che le cose stanno così, oh!
Nel medesimo tempo sono uscite fuori anche le cave della pomice, e allora tutti quelli che non sono potuti andare in America sono rimasti qua a lavorare nelle cave della pomice. E così le cose sono cambiate tutt'un colpo, perché con la pomice gli operai lavoravano, [...] l'America mandava i soldi e le cose sono tutte cambiate.

Serra (Lipari), 7 agosto 1981.

Angiolo Zaia, con la moglie Angela Sciacchitano, è il nonno di Luciano Zaia (che si ringrazia per la foto) ed il bisononno di Luca, Marco e Giulia e dell'ampia dinastia della famiglia di Serra (bl).

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