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di Carlo D'Arrigo*

Ma quanti scienziati c’erano nel passato

Con i pezzi pubblicati in questi ultimi tempi ho rievocato i “sapienti” vissuti intorno all’800. Perché tirar fuori scienziati di due secoli fa? Il 1800 e il 1900 hanno rappresentato, il passaggio dal medioevo scientifico ai nostri giorni. Sicuramente il Medioevo fu un’epoca ricca di scoperte e di straordinari progressi tecnologici. Spesso realizzati da ecclesiastici, perché era il Cristianesimo a dare slancio agli studi. La forza motrice dell’acqua, la carrucola, l’impiego delle leve, gli ingranaggi di legno, la fucina per plasmare il ferro, e tutto ciò che è possibile apprendere semplicemente con un po’ di osservazione. L’Umanità poi, forte di quelle esperienze, ha affrontato i congegni più complicati. Allora i progressi avvenivano nei monasteri dove i religiosi erano dediti a inventare congegni per alleviare la fatica dell’uomo. Il mondo antico, di età precedente al periodo citato, fu inventivo solo per la tecnologia militare e le macchine per l’assedio. Ad esempio, per l’uso liturgico i monaci perfezionarono l’organo a canne, già presente nientemeno all’epoca di Carlo Magno. Per misurare il tempo furono costruiti orologi da torre, con annessa campana e campanile per comunicare l’orario. Le pitture medievali mostrano persone con abiti eleganti e colorati, con cappelli dalle fogge più strane che rappresentano le persone, almeno quelle nobili, contente del loro vivere. Naturalmente tutto ciò accanto a gente che non aveva di che mangiare. Il mondo non si è mai contraddetto. Certo i testi scritti nel Medioevo si mostrano seri e dediti solo ad argomenti solenni come il diritto, la teologia e la filosofia, escludendo quella che oggi chiamiamo tecnologia. Sicuramente è stato il Cristianesimo a creare la civiltà di oggi. Ricordiamo che i registri della popolazione erano custoditi nella parrocchie e il Parroco era, di fatto, l’autorità del paese. Senza il culto della religione non avremmo imparato a scrivere e leggere. E allora quando e come è avvenuto il grande salto? Lo start al progresso cui siamo abituati è sicuramente conseguente alla prima rivoluzione industriale, all’invenzione della macchina a vapore di Denis Papin, resa fruibile dagli studi di James Watt. Con la macchina a vapore è possibile, per la prima volta, sostituire la forza animale con un mezzo meccanico e, da allora, le navi a carbone iniziano a solcare i mari, anche in assenza di vento e di schiavi rematori. Ma il grande passo si ha con la scoperta dell’elettricità, e qui mi riallaccio agli scienziati ultimi rievocati e a quelli che saranno richiamati nei prossimi pezzi.

*Fisico, Consulente di Acustica del Comune di Lipari
carlodarrigo47@gmail.com

Un britannico veramente interessante, James Clerk Maxwell

James Clerk Maxwell, un altro britannico protagonista della fisica. Il lavoro che lo ha reso immortale è la teoria che unifica i fenomeni elettrici e magnetici. Nel 1864 James Clerk Maxwell pubblica la teoria dell’elettromagnetismo che dimostra che l’Elettricità, il Magnetismo e la Luce sono tutte manifestazioni dello stesso fenomeno: il campo elettromagnetico. Dopo la prima grande unificazione della Fisica classica per mano di Newton, questa è riconosciuta dalla comunità scientifica come la seconda unificazione dei fenomeni fisici. Maxwell rese omogenei i lavori su elettricità e magnetismo di Michael Faraday, Andrè Marie Ampere e altri del periodo, in un insieme di quattro equazioni differenziali note come equazioni di Maxwell (…perdonate la cattiva parola “equazioni differenziali”).

Le “equazioni di Maxwell“, come sono chiamate oggi dai ricercatori, riassumono tutti i fenomeni osservati fra 1700 e 1800 tra cariche elettriche e campi magnetici, ma prevedono anche come un'onda elettromagnetica si propaghi, con buona approssimazione, alla velocità di 300.000 km al secondo, la velocità della Luce. Sulla base delle sue equazioni, Maxwell identificò la luce come una forma di onda elettromagnetica, esattamente come le onde radio o televisive. L’importanza delle equazioni di Maxwell non si esaurisce sul piano storico e teorico. Le “equazioni” hanno anche un carattere predittivo che apre, a fine 800, alla successiva rilevazione sperimentale dell’esistenza delle Onde Elettromagnetiche, prima di allora sconosciute.

Sono due gli studiosi che fanno tesoro delle equazioni di Maxwell, Heinrich Rudolf Hertz -di cui si parlerà- e, successivamente, Guglielmo Marconi con l’invenzione della telegrafia senza fili e della radio. E dire che tutti gli scienziati che hanno fatto grande il Regno Unito hanno sempre lavorato con pochissimi fondi, spesso rimettendoci di tasca propria e mettendo in campo intelligenza e genialità. E allora la ricerca andava avanti senza scomodare economicamente altri Paesi, come avviene oggi con i Fondi europei. Infatti con la Brexit -per parlarne ancora- la Scienza Britannica perderà l’accesso a buona parte dei flussi di finanziamento del programma Horizon, il Programma europeo che finanzia la ricerca nei Paesi membri. Ma sicuramente gli Inglesi sapranno farne a meno.

 

Michael Faraday, lo scienziato che rilegava libri

Michael Faraday, un altro scienziato Britannico classe 1791. Mi si può chiedere: ma i Britannici non finiscono mai? ce ne ancora qualcuno da spulciare. Hanno sempre dimostrato di essere superiori, si veda la grande furbata che hanno dimostrato con la Brexit! A proposito, a fronte dei gufi, la quotazione della Sterlina non va certo male, anzi! Ma non mi faccio distrarre dalla pseudo-politica e torno a Faraday, raccontando un passo simpatico del giovane prodigio. A tredici anni la famiglia, peraltro poverissima, lo mandò a rilegare libri, ma Faraday non si limitava a rilegare i libri, ma anche li leggeva. La sua mente fu attratta da argomenti di chimica ed elettricità. Per questo fu notato da un cliente della libreria che lo finanziò per frequentare il primo anno delle lezioni del chimico Humphry Davy presso la Royal Institution di Londra.

L’ordinamento universitario di allora era ben diverso da oggi. Di Davy si è parlato su queste pagine il 26 gennaio. Un articolo sulla nascente elettricità, edito sull’Enciclopedia Britannica lo colpisce tanto da convincerlo a dedicare la sua vita alla Scienza. Si rivolge a Davy per un posto di lavoro, e questo lo prende con sé come assistente di laboratorio. L’abilità di Michael Faraday fa si che ben presto superi il “maestro”. La fama di Faraday si sparge in gran fretta, procurandogli numerosi incarichi da parte dell’industria chimica. In particolare si occupò di “ioni o particelle” in soluzione scoprendo le leggi che governano l’elettrolisi, cioè il passaggio di elettricità nei liquidi. E’ il risultato scientifico che lo fa entrare nella Storia. Ricordate quando il vostro medico vi prescrive l’elettroforesi per valutare la quantità di proteine nel sangue? Beh, in quella prescrizione c’è un po’ di…Faraday! Dal punto di vista fisico Faraday fu il primo a sviluppare l’idea dei campi elettrici e magnetici. Il fatto curioso è che non avendo sufficienti nozioni di matematica per trattare teoricamente i problemi di campo, nel suo monumentale lavoro, "Ricerche sperimentali sull’elettricità", non inserì neppure un’equazione.

Ma le sue osservazioni erano così giuste e importanti che un grande fisico dell’Ottocento, James Clerk Maxwell (di cui si parlerà in un prossimo pezzo), le usò come base per le sue famose equazioni che descrivono appunto il campo elettromagnetico. Si può dire che dopo l’elettrochimica i suoi interessi furono rivolti all’elettricità. La scoperta più significativa è il fenomeno dell’induzione elettromagnetica, una scoperta ancor oggi applicata in tutti i fenomeni che impiegano l’elettricità.

Dai generatori di corrente ai motori elettrici, al semplice campanello che suona a casa nostra, e l’elenco non può che essere infinito. E’ il caso ricordare che un fenomeno fisico o chimico, per essere scientifico, prima ancora di essere spiegabile deve essere riproducibile, e le scoperte di Faraday le riproduciamo da due secoli. Per chiudere non mi resta che dire “al prossimo Britannico”, ma non esagererò.

 

SEMPRE PIU’ POVERI, SEMPRE PIU’ RICCHI

“Perché a chiunque ha sarà dato, e sarà nell’abbondanza, ma a chiunque non ha sarà tolto anche ciò che ha”. E’ questa la prima lettura (interpretazione) del Vangelo secondo Matteo. Nel 1968, il sociologo americano Robert C. Merton, padre del Nobel per l’economia pensò di riferirsi a questo passo del Vangelo secondo Matteo. L’Economista parlò di Effetto San Matteo per definire e studiare il fenomeno secondo il quale certi vantaggi iniziali tendono ad accumularsi, creando nel tempo un divario sempre maggiore tra chi ha meno e chi ha di più in termini di denaro e prestigio. Tale realtà è poi validata dal cosiddetto Rapporto Oxfam 2019 che recita come nel mondo 26 ultramiliardari possiedono più risorse della metà più povera del pianeta, e in Italia il 5% più ricco detiene la stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero della popolazione. Gli “Effetti di Matteo”, quando operano senza un intervento correttivo, in genere producono crescente divario tra chi ha di più e chi ha meno.

L’effetto è analogo all’accumulo di interesse composto in matematica. In questi tempi è opinione diffusa che i poveri siano in qualche modo responsabili della propria condizione, che se la siano cercata per mancanza di istruzione e voglia di lavorare. Di fatto questo è un meccanismo mentale che la gente attua per non sentirsi in colpa e legittimare il loro disinteresse. Spesso la povertà, infatti, non ha nulla a che fare con le doti e le abilità degli individui, ma si tratta semplicemente di una mancanza di denaro per mancanza di lavoro. Senza andar lontani, il cosiddetto reddito di cittadinanza aveva il fine di abolire (…ridurre) la povertà, ma non è andata così. Purtroppo quando sei poveri ti “avviti su te stesso” e pensi solo a come mangiare domani. Siamo in un’epoca in cui la politica è interessata a combattere, per proprio interesse, i sintomi della povertà piuttosto che curarne le ragioni profonde. In Italia oltre una persona su quattro è a rischio povertà assoluta, e i poveri sono oltre cinque milioni. A fronte di questi numeri allarmanti, nel nostro Paese i poveri sono stati persino disumanizzati e trasformati dai politici, sia di destra sia di sinistra, in un problema di decoro urbano.

Nel 2017 l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti aveva emesso un provvedimento che puniva gli ultimi con sanzioni disumane, e in nome di un presunto “decoro” e di una presunta sicurezza, aveva emanato il daspo urbano allontanando dalle strade, dalle stazioni e persino dalle soglie delle Chiese i senzatetto e i mendicanti. I sindaci hanno addirittura emanato ordinanze derivate dal decreto Minniti, come quelle anti clochard vietando di dar da loro da mangiare e portare generi di assoluta necessità. Nel 1929 il mondo, e in specie l’America, si trovò in mezzo alla catastrofe economica conosciuta come la “grande depressione”. Milioni di persone persero il lavoro e in molti patirono la fame. I Governanti obbligarono gli allevatori a disfarsi di migliaia di litri di latte e di milioni di capi di bestiame. Perché questi sprechi quando questi prodotti sarebbero stati preziosi per i poveri? Semplice, era difficile venderli per trarne profitto, furono considerati senza valore e quindi eliminati. Tanti morirono di fame e tutto questo accadde negli Stati Uniti. All’inizio della grande depressione il possente sistema economico di quel paese tagliò le gambe a chi aveva il reddito più basso. Anziché dare la priorità ai bisogni di tutti i cittadini, il sistema economico considerò quei bisogni di secondaria importanza rispetto al meccanismo del profitto. Oggi l’economia mondiale si è ripresa e molti ora sembrano più ricchi e più sicuri che mai. Nonostante tutta l’abbondanza che esiste, però, i poveri hanno poche opportunità di migliorare la loro condizione. Probabilmente chi ha tanto non può capire chi ha poco. Totò, il grande comico, quando percepiva il compenso per una sua interpretazione, cambiava i soldi in tanti biglietti da 10.000 lire che andava a metterli sotto le porte delle famiglie più povere.

La verità è che nessun sistema economico di matrice umana riuscirà a soddisfare in modo adeguato i bisogni dell’umanità. L’aiuto al povero può arrivare solo da chi vive la povertà ma, purtroppo, al Governo non ci saranno mai poveri. Anzi, la “grande economia Europea” sta stritolando ancora di più chi è già povero e i Paesi già poveri. Una pubblicità di panettoni recita “a Natale c’è sempre un lusso che puoi permetterti…”, ci permetteremo il lusso di festeggiare la pace e la serenità lasciando la fantasia contorta dei Governanti europei a contare la loro ricchezza.

 

Morto Fred Bongusto, le sue canzoni vivranno nella mente di tutti noi.


Desidero riportare un post semplice e tanto espressivo trovato su Facebook, “Ha fatto pomiciare, fidanzare e sposare un’intera generazione, la nostra”. E’ questo vale sicuramente anche per chi scrive. Un grande cantante con l’amore nel cuore; non fingeva, era proprio come le sue parole. Ho avuto l’onore di conoscerlo nel 2006 quando venne a trovarmi per problemi di udito e desiderava tarare i suoi ear-monitor sulla curva residuale di percezione delle sue orecchie. Desiderava e voleva ancora cantare, e soprattutto voleva trasmettere il pathos confidenziale, profondamente umano, che gli era proprio.

Non l’avevo mai visto prima di persona ma ero innamorato delle sue canzoni. Figlio inconsapevole di altri artisti melodici come Natalino Otto, Little Tony, Tony Dallara e Johnny Dorelli, Fred Bongusto cantò l’amore fino alla fine della sua carriera nel 2013. Conosciutissimo per “Una rotonda sul mare” esordi nel 1962 con Bella Bellissima con cui iniziò la corsa verso un successo fatto di simpatia e, soprattutto, di una voce calda e sensuale. Adesso Fred Bongusto appartiene alla storia della musica italiana. Ci lascia un patrimonio di successi che continueremo a cantare e che ci aiuterà a ricordarlo per sempre. In rete Peppino di Capri lo ricorda come “Una persona sempre a caccia di ironie; tra noi c'era quella sottile competizione che ci legava, una competizione simpatica e generosa”.

Bongusto era la vera voce del night, una voce originale e una timbrica unica. Un animo nobile che acchiappava i sentimenti più importanti. Ciao Fred, ti porterò nel cuore come i più cari amici.

 

La radio diventa digitale, dalla FM alla DAB

Sino agli anni quaranta la trasmissione di voci e musica attraverso la radio avviene mediante la codifica chiamata “modulazione di ampiezza” o AM acronimo inglese di “amplitude modulation”. Con parole semplici con la modulazione di ampiezza, AM, il segnale sonoro fa variare “l’ampiezza” dell’onda elettromagnetica da diffondere nell’etere facendo sì che questa diventi più o meno grande in relazione alla potenza del suono da trasmettere, e che questo cambiamento sia più o meno veloce in relazione alla tonalità da trasmettere, e cioè toni gravi o acuti. E’nel 1935 che l’ingegnere americano Edwin Howard Armstrong inventa la modulazione di frequenza, FM, una tecnica che invece di far variare l’ampiezza dell’onda da trasmettere fa variare la sua frequenza, sempre in funzione del segnale sonoro da trasportare nell’etere.

La FM introduce un considerevole miglioramento rispetto alla AM sia per immunità ai disturbi, cui è invece soggetta la AM, sia per l’elevata fedeltà della trasmissione. La radio a modulazione di frequenza ci ha accompagnato fino ai giorni nostri regalandoci suoni e musica in casa e in auto. Le trasmissioni si sono moltiplicate occupando tutta la gamma di ricezione da 88 a 108 MHz, come possiamo osservare guardando il display della nostra autoradio. Oggi anche l’FM sta per andare in pensione per essere sostituita dalla DAB, Digital Audio Broadcasting. E’ un passo epocale che cambierà il modo di ascoltare la radio. I programmi si moltiplicheranno grazie alla grande disponibilità di canali concessi dalla codificazione digitale, la diffusione dei segnali sul territorio sarà capillare senza zone “d’ombra” e con la possibilità di ascoltare la radio, senza interruzione, anche in galleria. La Norvegia è stato il primo paese al mondo, nel 2017, ad effettuare il cosiddetto "switch off" della radio FM. Il Governo italiano, con un emendamento alla legge di bilancio 2018, ha proposto che al più presto tutti gli apparecchi radiofonici abbiano la contemporanea possibilità di ricevere i programmi analogici FM e quelli digitali DAB.

Dal 1 gennaio 2020 in Italia potranno essere vendute solo radio con doppio sistema, analogico-digitale. In vista di ciò, a partire dal 1 giugno 2019 i negozi di elettronica, e i portali internet, non hanno più acquistato ricevitori radio senza il doppio sistema, in modo da smaltire le scorte dei magazzini. Naturalmente la decisione del Governo non prevede, al momento, lo spegnimento delle reti analogiche FM che continueranno a diffondere i loro tradizionali programmi. La radio analogica ci farà compagnia nelle nostre auto ancora per qualche tempo.

 

Ma chi si accorge dei cambiamenti?

Chi gestisce la cosa pubblica nel nostro Paese mostra sempre più difficoltà a calarsi nelle necessità della gente. Oggi, il politicante o politico di una certa fazione (ogni lettore ci metta pure ciò che vuole, sx o dx, anche se è facile capire a cosa mi riferisco) sembra scollato dal mondo reale o, almeno, lontano dal mondo della gente di cui dovrebbe interessarsi. Lontano dalle necessità dei singoli parlando stancamente di Italia e mai di Italiani.

Negli interminabili talk-show televisivi i personaggi pubblici sembrano voler dire “…ma come, ce la metteremo tutta e poi vi abbiamo sfamati col reddito di cittadinanza, c’è quota 100, ridurremo il cuneo fiscale e vedrete cosa faremo ancora!”. Si parla sempre al futuro perché fino a quel momento non si è fatto nulla. Purtroppo non funziona così e le necessità, spesso impellenti, hanno fatto aprire gli occhi anche a chi sembrava sonnecchiare su questi pseudo governanti. Nel 1950, Giorgio La Pira sindaco di Firenze, profondo cattolico e dedito veramente alla povera gente, pubblicava un saggio dal titolo “L’attesa della povera gente”.

A partire dalle premesse dell’etica cristiana la Pira compie una analisi della situazione economica italiana del dopoguerra iniziando dal problema della disoccupazione e concludendo con indicazioni per la politica economica e sociale del governo che, probabilmente, sarebbero ancora applicabili. Il messaggio è chiaro e semplice. La gente non va accompagnata al seggio e poi disprezzata perché “non sa votare” (cioè non vota come vuole qualcuno), come si dice in qualche rete televisiva. Più che mai la gente ha bisogno di aiuto, in tutti i sensi, morale – materiale – economico.

La grande Europa, nata nel dopoguerra dalle “ceneri nazifasciste”, deve ancora concretizzare la vera “Unione Europea” sociale e non nazifascista. Europa che, a tutt’oggi, non esiste. Unione Europea come sognata da Gaetano Martino, medico e grande politico messinese, che l’ha preconizzata e fortemente voluta. L’UE va ricostruita, estirpando quel rimasuglio di “ceneri” cui spesso ci si ispira al di la delle Alpi, anche se ci si rifiuta di credere che ciò avvenga. Chi non conosce la storia è costretto a riviverla.

Ci si insulta fascisti  senza conoscere il significato di tale termine. Si rievocano fatti e personaggi senza aver letto un rigo dei racconti di quell’epoca. Siamo circondati da bande di ignoranti che si fanno insultare Onorevoli. Gaetano Martino oggi avrebbe tanto da dire e da insegnarci, putroppo.

 

L’ha detto la televisione

Un qualunque prodotto non ha mercato se non appare in televisione. Questo può essere il caffè, l’acqua miracolosa che fa fare plin plin o qualunque altra diavoleria. Si dice, infatti, che la pubblicità è l’anima del commercio. Cioè la pubblicità fa “conoscere” un dato prodotto, e fin qui va tutto bene. Ciò che non va bene è che la gente non è solo informata ma è “influenzata” dal prodotto che vede. La pubblicità non solo informa ma modifica l’idea di chi la vede, spesso in modo acritico.

Questo è un fatto acquisito sia dai venditori sia da politici e politicanti, perché anche questi utilizzano il mezzo televisivo per vendere la propria immagine e le proprie malfatte. Cioè il nulla, perché il politicante (se preferite chiamatelo politico) solitamente offre “il nulla”. Dietro di lui (notare la l minuscola, sic!) si nasconde spesso incapacità e scorrettezza. Chi dice no al taglio dei parlamentari, soprattutto se il denaro risparmiato va a favore dei più deboli? Nessuno, certamente. Ma dove va a finire questo gruzzolo risparmiato? A coprire il debito pubblico, direbbe l’uomo di governo! cioè un buco nero senza fine e continuamente rivalutato perché frutto di un meccanismo perverso. Ma in televisione si è detto che andava alle fasce deboli, cioè a chi non aveva i soldi per comprare il pane. Purtroppo si fa una promessa e, subito dopo, si smentisce.

Si sa, il Governo ha bisogno di tanti soldi e ogni piccola entrata è utile. Ricordate le raccolte di denaro per i terremotati o quelle per le patologie più gravi? Tanti scandali e niente soldi a destinazione. E poi le intenzioni di voto. Se un politico-politicante in un talk show riesce elegantemente a raccontare balle, l’indomani il suo credito sale. Le indagini di mercato, pardon di voto, si spostano verso il venditore di fumo, esattamente come l’acqua minerale che fa fare plin plin. Ma in questo caso non fa andare in bagno ma lascia nei guai chi ne ha già tanti.

E ancora tutto ciò può essere quasi accettabile, ciò che non va è la totale acriticità di chi guarda, ascolta e sposta le sue intenzioni di voto a seconda di chi appare ultimo in televisione. Non ho fatto e non faccio nomi, ma ho timore di andare a votare perché c’è il rischio di omologare un governo, come quello in carica caduto dall’alto, il cui fine prestabilito è impoverire la classe media e media-povera. Esattamente come avvenuto in questi ultimi otto anni, dall’autunno 2011 ad oggi con un Governo caduto dall’alto, anzi da fuori confini.

 

Cambiamenti climatici? Dove sono?

Cambiamenti climatici? probabilmente Giulio Verne avrebbe detto di più e, quantomeno, ci avrebbe fatto sorridere. Nel mondo in cui chi “buca il video” ha ragione, incompetenti e ciarlatani cercano visibilità per delega di chi ha interesse all’allarmismo. Il clima non è il mio campo di interesse scientifico ma, come fa la gente che sa di non sapere, mi informo attraverso la miriade di mezzi a disposizione. A fronte della gridata e minacciosa accusa al Mondo intero da parte della piccola (…ha 16 anni) Greta Thunberg un miriade di Scienziati, sicuramente di chiara fama, smentiscono lo stato di emergenza raccontato, purtroppo, in luoghi istituzionali. Da quanto emerge dai loro racconti, i cambiamenti climatici ci sono sempre stati e vanno osservati sui lunghi periodi e cioè migliaia di anni, e non da una stagione all’altra. Legare un aumento di temperatura allo scioglimento dei ghiacci che avviene da poco tempo (il mondo ha milioni e milioni di anni) dimostra di essere miopi e, come spesso accade, di non conoscere l’argomento. Un vecchio detto recita “chi non sa insegna, chi non sa insegnare fa politica”. E’ ciò che sta avvenendo, ad esempio, in questi giorni con l’assegnazione di Ministeri delicati a persone che non si sono mai interessati di quei argomenti e che dovranno semplicemente far da portavoce ai preparati funzionari già presenti negli uffici ministeriali. La Rete riporta decine di Scienziati di tutto il mondo che hanno indirizzano al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, una lettera contro l’allarmismo climatico. Questa dichiarazione, pubblicata in un momento in cui il clima è in vetta alle preoccupazioni mondiali, ha lo scopo di far “raffreddare” l’urgenza perché non esiste alcuna crisi esistenziale del pianeta. Spicca in questa storia il disinteresse manifestato da Trump durante l’incontro “climatico”. Due italiani, Nobel per la Fisica Antonio Zichichi e Carlo Rubbia, hanno smentito che i cambiamenti climatici siano legati al modo di vivere sul pianeta. Probabilmente invece di impegnarci ad un presunto degrado della Terra converrebbe aiutare chi non è in grado di vivere e mangiare dignitosamente su questa Terra.

 

Non chiamiamola bella stagione

E’ tradizione che “bella stagione” sia sinonimo di estate e di alte temperature. Ma è veramente bella se il caldo ci avvilisce con tante meteoropatie correlate a condizioni atmosferiche, temperature, umidità e pressione spesso impossibili? Molti dicono di si, salvo rifuggiarsi sotto il climatizzatore che rimette tutti i “parametri” a posto. Si dice, comunemente, che dal freddo è facile proteggersi indossando vestiti pesanti mentre dal caldo non è possibile far nulla, anche a pelle nuda. E allora perché la chiamiamo bella stagione? Un motivo si trova nella libertà che hanno i giovani nel muoversi liberamenti scevri da impegni di studio e negli adulti che vanno in ferie per il semplice fatto che con il caldo…è difficile essere attivi e produrre. Ma forse il motivo più interessante va ricercato fra i problemi che poneva un tempo la cosiddetta brutta stagione. Fino a cento e più anni addietro le case erano costruite in maniera meno performante, con infissi a bassa tenuta che lasciavano passare aria (fredda) e sovente anche la pioggia. Il tetto, poi, era spesso di cattiva e improvvisata fattura e non sempre a perfetta tenuta alle intemperie. Era quindi facile che in presenza di un temporale la casa si…allagasse. E poi le case erano prive di riscaldamento che, solo nei momenti di maggior freddo, veniva improvvisato con brace o stufe a legna che raramente facevano stare al calduccio come oggi. E allora l’inverno era si una brutta stagione. Oggi, che sentiamo la necessità di “condizionarci” dappertutto, sarebbe opportuno rivisitare il significato di bella stagione sostituendo l’aggettivo “bella” con “calda”. Estate si ma a condizione, anzi condizionata.

 

Accoccolarsi al rumore “bianco” del mare

I suoni improvvisi svegliano il nostro cervello e possono interrompere il sonno. Con i suoni che aumentano gradualmente non si ha, solitamente, il risveglio. Lo squillo del telefono ci sveglia, il rumore di un ruscello o di una debole pioggia o del mare sulla battigia ci accompagnano al sonno. E’ il rumore “bianco” che ci rasserena e ci porta nelle braccia di Morfeo, il Dio dei sogni della mitologia greca. Senza scendere troppo in dettagli, i suoni sono composti in generale da un'ampia gamma di frequenze: dalle più alte (gli acuti) alle più basse, ciascuna di queste lo rende più o meno gradevole al nostro orecchio. I suoni prodotti sfruttando la sommatoria di tutte le frequenze udibili sono chiamati bianchi perché questo colore rappresenta, sullo spettro visivo, l’unione di tutte le possibili frequenze visibili, tutti i colori. Ma perché questi suoni ci fanno addormentare? Il rumore bianco annulla tutti gli altri rumori, li “maschera” e il nostro cervello non li avverte più. La nostra mente presta poca attenzione a ciò che è monotono e ripetitivo, mentre si attiva per un rumore improvviso o irregolare. E' come se questi passassero in secondo piano, permettendoci così di rilassarci. Il rumore bianco si trova in natura come lo scorrere di un torrente, lo stormire delle foglie o, meglio ancora, l’infrangersi delle onde del mare. Un rumore bianco “pronto all’uso” si può scaricare gratuitamente dalla rete, basta digitare whitenoise e scegliere quello che ci piace di più. Ma perché perdersi il piacere di “Accoccolarsi ad ascoltare il mare…senza fiatare” e magari ad “inventare un nuovo amore” come diceva una vecchia canzone di Claudio Baglioni? E dove se non nelle nostre belle Isole?
 

6 e 9 agosto 1945, l’inferno scende sulla Terra

“Mai più la guerra". Da settantatreanni si rinnova il ricordo di Hiroshima e Nagasaki, due momenti della più grande bestialità umana. Ma perché l’atomica contro il Giappone? morto il presidente americano Delano Roosevelt nell’aprile ‘45 e la resa senza condizioni del Reich tedesco, Harry Truman, successore di Roosevelt, fece un calcolo su quanto la guerra contro il Giappone -ancora in conflitto- sarebbe potuta durare. Le previsioni dicevano un anno se combattuta con mezzi “normali” e con grande numero di morti americani, invece l'ordigno a fissione nucleare, da poco creato grazie al potente progetto Americano “Manhattan”, avrebbe messo in ginocchio il Giappone costringendolo alla resa immediata. Già dal ’44 gli americani bombardavano sistematicamente i Nipponici con l’apporto di grandi portaerei e giganteschi ‘bombardieri’, delle vere e proprie fortezze volanti. L’attacco via terra e via mare nel territorio giapponese era previsto per l’estate del ‘45, ma il Giappone non sembrava affatto sul punto di arrendersi. Al contrario, i kamikaze continuavano a farsi esplodere sulle navi americane. Il presidente Truman decise quindi l’utilizzo della bomba atomica contro il Giappone.

L’obiettivo era quello di rendere più breve una guerra lunga e complessa, ma l’America voleva anche dimostrare agli alleati -ed in particolare ai sovietici- la propria potenza. Il 6 agosto del 1945 la prima bomba è sganciata su Hiroshima, e dopo tre giorni un’altra è lasciata cadere su Nagasaki. Oltre all’immenso numero di morti nell’immediato e alla devastazione di entrambe le città, c’era l’effetto a lungo termine delle radiazioni. Con la resa dell’imperatore Hirohito del 2 settembre 1945 si chiudeva la Seconda guerra mondiale. Ma l’atomica, nei suoi primi piani strategici, non era prevista contro il Giappone. Churchill, primo Ministro inglese, già nel 1944 voleva lanciare l’atomica su Berlino in risposta ai feroci attacchi del Reich germanico con le bombe volanti di Von Braun, lo scienziato tedesco che inventò le micidiali bombe V2. Ma il Progetto americano Manhattan non era ancora pronto e gli Alleati passarono ai bombardamenti a tappeto con bombe convenzionali sulle città del Reich. La ferocia americana contro quella tedesca tanto da convincere nell’aprile ‘45 Hitler, e i suoi stretti collaboratori, al suicidio liberando l’Europa dall’inferno in cui l’avevano fatta piombare.

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