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di Carlo D'Arrigo*

Tanta musica, tanto rumore…ma è divertimento?

L’impatto acustico dei bar, e dei locali pubblici in genere, è sempre argomento di attualità e cronaca. Le persone sono sempre meno tolleranti a intrusioni nella propria vita privata, come avviene per il rumore, e sempre meno rispettosi degli altri. Peraltro, oltre al rumore prodotto dagli avventori, si aggiunge il suono creato dalla musica ad alto volume diffusa nel locale o creata dal vivo. Il discorso si allarga perché fa parte della gestione del territorio, delle scelte di destinazione urbanistica e della fruizione turistica e commerciale delle aree comunali. Ma andiamo alla situazione reale. A fronte casa un bar fa musica ad alto volume, sui lati ad appena cento metri un pub sprigiona musica dance senza ritegno: cosa fare? Certo la soluzione non è ricorrere ai sonniferi e allora si ricorre alle autorità, alla Polizia Municipale o ai Carabinieri. Ma è sempre opportuno questo? Comprensione e dialogo possono prevenire il nascere di qualunque contenzioso. La prima cosa che ti chiedi, quando sei invaso dalla musica, è quali sono i limiti di decibel (dB) consentiti per queste attività e, pertanto, ritengo utile discutere le normative più importanti che regolano la materia. Sono solo due e di facile lettura. La prima riguarda il dettato dell’art. 844 del codice civile, che regola le Immissioni Inquinanti fra differenti proprietà private, che cosi recita: “Il proprietario di un immobile non può impedire al vicino di casa, anche bar o pub, di fare rumore se il suo disturbo rientra nella normale tollerabilità”. Apparentemente non è stabilito cosa si debba intendere per “normale” e sembrerebbe lasciare all’eventuale giudice tutto il potere di interpretare la disposizione caso per caso, tenendo conto di una serie di variabili come: entità e persistenza del rumore, orario in cui viene prodotto il rumore e collocazione geografica del sito rumoroso. In effetti non è così, come vedremo. Prosegue poi il Codice civile stabilendo che, “nell’applicare la norma, il giudice deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà, e può tener conto della priorità di un determinato uso”. Ciò significa che, per le attività commerciali, i limiti di rumore devono necessariamente essere più elastici: non si può infatti paralizzare un Paese e bloccare la “produzione” solo per garantire il silenzio assoluto nei quartieri. Diversamente dovremmo pensare le città come divise in due parti: al centro le abitazioni e in periferia tutte le attività rumorose. Dunque, il legislatore – ferma restando una certa discrezionalità lasciata al giudice nel determinare quale sia la “normale tollerabilità” – stabilisce dei limiti più ampi per tutte le attività economiche. E passiamo ai numeri o “limiti” stabiliti dall’art. 844 c.c.. Sulla scorta di questo i Tribunali adottano un sistema comune per determinare quando il rumore costituisce disturbo alla quiete delle persone: se l’immissione sonora supera di 3 decibel il rumore di fondo, essa si ritiene «intollerabile» e quindi vietata. In altre parole, se a casa mia sono già immerso in un rumore di 20÷25 decibel, l’immissione rumorosa non può farmi superare i 28 decibel, e cioè 25+3=28! Va detto che se 20 o 25 dB possono sembrare livelli alti di fondo si ricorda che la scala dei decibel è logaritmica e il rumore del frigorifero o il rumore di fondo dell’alimentatore del PC o del televisore o della sveglia può facilmente superare il valore citato. Accanto all’articolo 844 del codice civile che regola le immissioni fra privati, va considerata la legge 447/1995 o “Legge Quadro sull’inquinamento acustico”, che stabilisce i limiti di zona previsti dal Piano di Classificazione Acustica di cui ogni Comune deve, per legge, dotarsi. Questi limiti si applicano solo nelle aree esterne di interesse comunale. Non sono valori differenziali come i 3 dB citati ma valori limiti assoluti. In altre parole, le aree comunali vanno divise in zone e si stabilisce seconde regole prestabilite e misurazioni fonometriche i livelli limite di immissione nell’ambiente esterno da parte delle varie attività. La normativa indica di classificare il territorio comunale in sette aree con livelli compresi fra 40 e 70 decibel che rappresentano i livelli da non superare da parte di chi immette rumore e che “devono” essere controllati dagli organi preposti, in genere dalla Polizia Locale. La mia esperienza ha rilevato che i livelli sonori immessi dai pubblici locali raggiungono, nelle aree esterne, persino 80÷90 decibel rendendo critica la situazione sotto l’aspetto sociale. Chiaramente se impongo che nell’ambiente esterno non si superino i 40 decibel, difficilmente supererò i limiti di normale tollerabilità (cioè i 3 dB differenziali con il rumore di fondo) all’interno delle abitazioni vicine alla sorgente di rumore. Quindi l’applicazione dei limiti di zona, o area, prestabiliti dall’Amministrazione comunale possono risolvere i contenziosi che, sovente, si accendono fra Privati e Gestori di pubblici locali. Ma come si fa a non superare i limiti previsti dal Piano di Classificazione Acustica comunale? A tal fine è necessario che gli impianti di amplificazione sonora, di cui il pubblico locale dispone, siano opportunamente progettati, posizionati e tarati con l’applicazione del limitatore elettronico di potenza sonora interposto sul circuito che collega i diffusori o casse acustiche, sia se si esegue musica dal vivo sia se si diffonde musica in “cosiddetta” filodiffusione. Tale opera va fatta da un Tecnico Competente in acustica, regolarmente riconosciuto dagli organi Ministeriali, e va relazionata in uno specifico fascicolo a disposizione delle Autorità. Ovviamente quando si è disturbati dalla musica o dal rumore la prima cosa da fare è cercare il dialogo. Il disturbo da rumore può portare rapidamente all’esasperazione e quindi ritengo corretto che si intavoli subito il discorso civilmente, spiegando il problema, orari e cosa effettivamente disturba. Se il locale si dimostra collaborativo bisogna dargli disponibilità e tempo per studiare il problema e trovare le soluzioni. Solo la mancanza di collaborazione può condurre a interessare gli organi competenti e avviare un eventuale contenzioso.

*Fisico, Consulente di Acustica del Comune di Lipari carlodarrigo47@gmail.com

Il pollo statistico di Trilussa

Secondo il poeta Trilussa l’osservazione delle medie statistiche è quella per cui se uno mangia un pollo e qualcun altro no, in media hanno mangiato mezzo pollo a testa senza che sia vero.

Le statistiche richiamate nei telegiornali, come l’inflazione o la possibilità di essere eletto un dato candidato, si basano su dati ottenuti da un insieme di campioni, solitamente ridotto. Il sistema del “campione” in teoria è semplice.

Si scelgono le persone in numero sufficiente, generalmente intorno a mille soggetti, contattati telefonicamente o per strada. La significatività (o quasi) statistica è definibile persino con un fattore matematico che si chiama “sigma”, o “deviazione standard”.

Tutto può sembrare chiaro e preciso, abbiamo persino il conforto dell’esattezza matematica! ma non è così perché entrano in gioco tanti fattori che influenzano la qualità dei risultati. Molto dipende dal comportamento degli intervistatori, dalla formulazione delle domande e dalla struttura dei questionari. Sullo stesso argomento si possono avere risposte molto diverse secondo il modo in cui è impostata una domanda e il momento in cui è collocata.

E può influire anche il rapporto fra chi chiede e chi risponde, il luogo e la situazione in cui avviene l’incontro. Per capire il significato di una ricerca, che può sembrare sufficientemente chiaro, non basta guardare i numeri. In queste indagini la gente dice bugie, non risponde, anche se sovente la statistica riesce ad anticipare i risultati in maniera “relativamente” precisa.

Certo, le previsioni sono l’unico strumento che abbiamo per farci un’idea di come potrebbero andare le cose prima che queste avvengano, e non possiamo rinunciarci. Ma il popolo è fortemente mutevole, anche a distanza di giorni e persino di ore, e nonostante tanta incertezza politici e politicanti fanno grande uso dei risultati statistici credendo o sperando di vincere e battere l’avversario se il risultato è favorevole.

Un tempo, ma anche ora, ci si affidava alle “fattucchiere” che si facevano pagare per raccontare fandonie, oggi la scienza statistica racconta fandonie ma non si fa pagare. E questa volta ho timore che manchi anche il pollo da dividere.

 

La democrazia poggia sul sapere

La parola "democrazia" unisce gli elementi 'Demos' o popolo e 'Kratos' o potere e, cioè, “potere al popolo”. Oggi l’assurto democrazia si è sbiadito. Il 27 agosto Il Giornale.it titolava “Il cittadino vota ma non conta più…”. In certi casi il popolo non fa la scelta giusta, ma è il popolo che deve dire la sua e la sua scelta deve “contare”. Si potrebbe ricordare che anche Hitler fu eletto democraticamente e abbiam visto in che tragedia ha scaraventato l’Europa. Non voglio disconoscere il valore della democrazia, anzi credo che essa non sia mai troppa. Ricordo il referendum contro il nucleare che portò in Italia alla dismissione del programma nucleare, incentivando, per contro, l’uso dei combustibili fossili e, persino, l’acquisto di elettricità da Paesi confinanti che producono con il nucleare. Ci sono effettivamente casi in cui il Popolo non può decidere, ma questi sono casi limite e ricchi di contenuto specifico o tecnico. Diverso è il potere rappresentativo dato a più e più persone. Credo che in Italia manchi la giusta capacità di elaborare gli ‘input’ acquisiti dai vari mezzi di informazione. Tantissimi questi, quasi infiniti e in cui ognuno dice tutto e il contrario di tutto. Un fatto come è accaduto oggi al Governo: idee assolutamente opposte fra due schieramenti che, però, si mettono insieme per ‘governare’. Quando lo scorso anno venne varato il Governo giallo-verde tutti hanno applaudito. Oggi tutti applaudiscono, anche se con qualche distinguo, al Governo giallo-rosso. Gustave Le Bon, studioso francese di psicologia delle folle, nel 1800 scriveva “Oggi la voce delle folle è diventata preponderante. Le masse popolari sono entrate nella vita politica, formando partiti davanti ai quali tutti i poteri capitolano”. L’avvento delle “folle o masse” costituisce, secondo lo studioso francese, un declino della civiltà occidentale. Il punto pare quello di porre l’attenzione non solo su una corretta informazione, ma su una corretta capacità a capire l’informazione e a formare un proprio giudizio. Il degrado dell'istruzione pubblica ha ridotto o annullato gli strumenti culturali destinati a operare la scelta giusta. La Scuola è al degrado e il telefonino supplisce con input insulsi alla formazione collettiva. Una vera débâcle popolare. Ne consegue che la scelta è spesso emotiva e caratterizzata da semplicità di comprensione, riponendo nell’assurto “l’ha detto la televisione” ogni spiegazione alla propria incapacità a comprendere. Intendo dire che la generalità delle persone pur scegliendo, senza essersi tecnicamente informata come nel caso del referendum sul nucleare, fa la propria scelta che il più delle volte risulta sbagliata. Questo “politico” è caduto o si è ritirato, viva il nuovo vincitore. Di quale vincitore si parli non si sa, anche se è uno che da tempo ha perso. Siamo alla follia.

Nove agosto 1945, l’atomica su Nagasaki: era necessaria?

La prima atomica è sganciata su Hiroshima il sei agosto 1945, la seconda il 9 agosto su Nagasaki facendo transitare cento mila persone dalla vita alla morte, travolti da una tempesta rovente di oltre mille gradi. Ma questa seconda bomba era proprio necessaria? Dopo la capitolazione della Germania, il Giappone cercava la pace e gli Americani ne erano al corrente avendo decifrato le comunicazioni fra i vertici nipponici. E allora perché la seconda bomba? Come si disse, le “atomiche”, provocarono migliaia di morti ma ne salvarono milioni. Era questo l’obiettivo più importante per gli Americani; lo stesso presidente americano Truman dichiarò all’epoca che lo scopo dei due bombardamenti nucleari era quello di “riportare i ragazzi a casa” e cioè mettere rapidamente fine alla guerra senza ulteriore perdite di vite sul fronte americano. I giapponesi non si erano arresi, neppure dopo il bombardamento “tradizionale” di Tokyo e solo l’esplosione delle 2 atomiche convinse l’imperatore Hirohito alla resa. E poi gli Alleati, anglo-americani, pretendevano (giustamente, “mio pensiero”) una resa incondizionata mentre i Giapponesi volevano ancora trattare. Ma ci sono altri motivi che convinsero all’uso del nucleare su Nagasaki. Quella bomba fu sganciata per almeno quattro ragioni; la prima era di mandare un messaggio a Mosca per mitigare l’antagonismo che in futuro sarebbe stato tra le due potenze vincitrice della guerra, Usa e Urss, la seconda era giustificare l’immensa spesa del progetto Manhattan, con gli italiani Enrico Fermi ed Emilio Segrè in testa, da cui scaturì la bomba atomica. Ma altre due tesi furono formulate dagli storici. Nagasaki era a maggioranza cattolica e gli americani vollero “punire” così Pio XII per non essersi schierato apertamente dalla parte degli Alleati. La bomba colpì in pieno il quartiere cattolico di Nagasaki, il più importante e numeroso centro della Chiesa in Estremo Oriente. Una quarta ipotesi, ed è la tesi più accreditata, è che gli scienziati e i militari avevano un’occasione unica per testare sul campo gli effetti delle loro scoperte. Come abbiamo potuto osservare in tutti questi anni, gli Americani operano per raggiungere il loro massimo profitto giustificandosi che sono “esportatori di democrazia”, anche se con pena di morte sempre pronta. Va per certo che da oltre oceano si sono sempre prodigati ad essere i gendarmi del mondo e, in tante occasioni, anche la semplice presenza virtuale è stata utile e necessaria. 

Le leggi antisemite hanno salvato l’Europa

Nel 1933, quando Hitler assunse il potere in Germania, Albert Einstein diede le dimissioni dall’Accademia prussiana (a Berlino) per stabilirsi nel New Jersey, a causa dell’antisemitismo creato dall’intolleranza nazista. Nel 1939, all’esordio del secondo conflitto, anche il fisico danese Niels Bohr giungeva in America annunciando che a Berlino gli scienziati avevano scoperto la fissione nucleare. Fu allora che Einstein, temendo che Hitler avrebbe potuto usare la bomba per mettere il mondo ai suoi piedi, scrisse una lettera al presidente Roosevelt per indurlo ad avviare un programma di ricerche nucleari. Questo diede vita al famoso Progetto Manhattan che riunì a Los Alamos, nel nuovo Messico, un gruppo di scienziati guidati dal fisico americano Robert Oppenheimer per giungere “all’atomica” e alle bombe lanciate il 6 e 9 agosto 1945 su Hiroshima e Nagasaki. Vennero assoldati parecchi rifugiati europei provenienti dalla Germania, dall’Italia e dall’Ungheria, contribuendo in modo significativo allo sforzo nucleare alleato. Contrariamente alle dicerie, il governo di Hitler non finanziò mai un programma di ricerca per le armi nucleari, dato che il Führer riteneva di essere già prossimo alla “immancabile vittoria” con le armi tradizionali. Le politiche repressive di Hitler incoraggiarono gli scienziati a fuggire dall’Europa e a contribuire al progetto alleato Manhattan. Persino Werner Heisenberg, scienziato di riferimento tedesco per la ricerca sul nucleare, fu bersaglio della propaganda nazista e tenuto d’occhio dalla terribile polizia Gestapo. L’opprimente atmosfera totalitaria influì così negativamente da far fallire qualunque velleità “atomica”. In Italia, alleata ai Nazisti, lo stesso Enrico Fermi, padre della fissione nucleare, fu costretto a fuggire in America semplicemente perché sua moglie, Laura Capon, era ebrea. E con Fermi andò in America un suo stretto collaboratore Emilio Segrè, anche lui di origine ebraica. L’ignoranza dei due dittatori, Hitler e Mussolini, salvava l’Europa da una tragedia ancora più grande. Ma, forse, questo è stato un segno divino che ha evitato che “l’atomica” cadesse in mano Italo-Tedesca.

Quante sciocchezze sull’aria condizionata

I condizionatori fanno male? Niente affatto! La prima cosa che si dovrebbe cambiare è il nome. Il condizionatore non “condiziona” un bel nulla, semmai abbassa la temperatura nell’ambiente, quando ci riesce. Si, perché in presenza di grande caldo non sempre c’è la fa. Pensare che l’aria che fuoriesce dal condizionatore sia malefica (molti lo credono!) è solo un prodotto del non sapere.

L’aria trattata è quella già presente nella nostra stanza, che viene fatta circolare da una ventola (interna) su una superficie fredda. Tutto qui. Il modo in cui questa superficie diventa fredda esula da questa sede. Inoltre i sistemi di raffreddamento, per legge fisica, fanno precipitare il vapore acqueo presente nell’aria riducendo cosi il tasso di umidità e contribuendo a creare le condizioni di benessere.

Gli effetti del condizionamento, al di là delle dicerie, restituiscono pertanto lo stato di benessere e attenzione. I fastidi genericamente manifestati da chi utilizza l’aria condizionata nascono, di solito, da una errata circolazione dell’aria fredda in ristrette parti del corpo; tali inconvenienti si superano, banalmente, con una impostazione equilibrata del sistema, naturalmente da uno che ha idea dei tasti che pigia.

Lo stato di benessere termico é avvertito ogni volta che gli scambi di calore tra il nostro corpo e l’ambiente raggiungono un livello di equilibrio termico. In queste condizioni l’organismo non attiva più le difese contro il caldo o il freddo mancando la sudorazione (per il caldo) o i brividi (per il freddo) e le reazioni di vasocostrizione o vasodilatazione.

L’uomo, sin dai primordi, per mantenere lo stato di neutralità termica, riducendo al minimo le reazioni termofisiologiche di cui è dotato, ha costruito le abitazioni completandole con i sistemi di climatizzazione essenziali come finestre e coperture. L’effetto sull’organismo delle temperature estive, spesso superiori ai trenta gradi, inducono malessere e caduta dello stato di attenzione mentale, e ciò avviene sia in riva al mare sia in montagna. Spesso si lamentano allergie o raffreddori causati dai condizionatori.

Il problema non è dell’apparecchio né della temperatura. Se non si viene contagiati da un virus o un batterio il freddo non potrà farci ammalare. Pertanto è importante tenere i filtri puliti, per evitare la diffusione di allergeni: quali polvere, pollini, batteri e virus. Purtroppo, il più delle volte, l’arroganza del non sapere fa rinunciare ad una vita più confortevole. Un falso da sfatare è che il condizionatore non deumidifichi: lo posiziono a “deumidificatore”, sento dire spesso.

No! Il raffreddamento dell’aria conduce già alla deumidificazione, per legge fisica! L’acqua che il sistema sputa fuori è l’umidità che avete nell’aria, tutto qui. La posizione di deumidificazione permette di abbattere l’umidità (come fa già in posizione di raffrescamento) senza modificare eccessivamente la temperatura. Cioè senza fare freddo.

Tutte le storie poi sui gas usati per raffreddare (che ruotano in un circuito sigillato) sono montati sul nulla, privi di senso scientifico e novellati da chi, ripeto, sconosce il problema. Un’ultima nota sulla differenza fra i condizionatori denominati On/Off e i tipi Inverter. Anche qui si raccontano fandonie. I primi funzionano come i frigoriferi, raggiungono la temperatura impostata e si fermano fin quando la stessa non sale di qualche grado.

Sono più semplici, esistono da quando è nata “l’aria condizionata” e, tutto sommato possono continuare a fare il loro lavoro. I modelli inverter lavorano in maniera modulare cioè progressiva. Abbassano quasi “linearmente” la temperatura dell’aria e la modulano, sù e giù, intorno alla temperatura impostata. Questo è oggi (da vent’anni) possibile grazie allo sviluppo dell’elettronica a inverter che permette di modificare i parametri elettrici in maniera funzionale.

Fanno bene o male? Nulla di ciò, sono però più progressivi e ci danno meno sbalzi. E ancora, è inutile impostare una temperatura molto bassa dal vostro telecomando come 18 o 20 gradi, il condizionatore non ci arriverà mai e il sistema “non si spegne” perché non raggiunge quella temperatura. Tutti i sistemi di condizionamento difficilmente abbattono la temperatura esterna più di 6÷7 gradi.

Se fuori ho 35 gradi, pensare di stare a 18, 20 o 22 gradi solo perché ho impostato tale temperatura sul telecomando è pura fantasia. Un’ultima nota per chi, come me, e sempre in Aliscafo: quando salite sul natante non lamentatevi se sentite un po’ di freddo, state arrivando sudati …e la rapida evaporazione vi dà un sensazione che gli altri viaggiatori già presenti non hanno.

Acclimatatevi, cioè lasciate che lentamente il sudore sia assorbito dalla deumidificazione di cui state godendo, e starete bene come gli altri. Il modificare la temperatura di un ambiente va fatto con molta cautela, infatti il sistema reagisce “come una nave” cioè dopo tanto tempo e, nel frattempo, finirete per sentire caldo. Da sempre sono convinto che l’aria condizionata fa male solo a chi non ce l'ha'.

ATTENTI AL SOLE

L’elioterapia è utilizzata da sempre in tutte le parti del Mondo. Scienziati di inizio novecento assegnarono alla cute un ruolo multifunzionale nel nostro organismo, ritenendo che fosse necessario curarla e proteggerla. Già negli anni trenta, in Italia, esistevano oltre 4000 colonie elioterapiche ospitanti oltre 800 mila bambini che alternavano alla radiazione solare esercitazioni ginniche e giochi. Tra i più importanti effetti dell’elioterapia è la trasformazione della vitamina D nella sua forma attiva (D3). Tale azione, ad esempio, è alla base della cura contro il rachitismo e le malattie respiratorie. Ma l’esposizione eccessiva ai raggi solari è a rischio. L’abbronzatura, che fa tanto piacere a grandi e piccini, è in effetti il modo con cui il nostro corpo si difende dal sole. E ciò grazie alla melanina, un pigmento che viene prodotto quando siamo colpiti dai raggi solari con il compito di proteggerci dalla radiazione Ultravioletta (Uv) e che dona il caratteristico colore “abbronzato”. Ma l’Uv ha un’elevata energia tanto che, colpendo la pelle, genera radicali liberi responsabili dello stress ossidativo. E cioè più ti esponi al sole, senza protezione, più radicali liberi produci e più alte sono le possibilità di sviluppare rughe, macchie del viso e, persino, malattie importanti come il cancro della pelle. Ma allora dobbiamo evitare l’esposizione al sole? sicuramente no; per evitare rischi è sufficiente non avere fretta a diventar “neri” e dare all’organismo il tempo per produrre la citata melanina. Chiaramente è bene proteggerci con una crema solare ed evitare di andare in spiaggia nelle ore centrali del giorno, fra le 11 e le 15 circa. E poi un fascinoso cappello a tesa larga è sempre utile, oltre che a proteggerci a donarci un’allegra immagine eoliana.

---Stavo per salire su una corsa del mattino sulla tratta Lipari-Milazzo. Proprio davanti a me, in fila, era un signore accompagnato dalla compagna. Non so se fidanzata, moglie o amante, poco importa. Al momento di salire sulla scaletta ha letteralmente detto al marinaio di servizio “accompagno la mia…e scendo.” Sembrava che sarebbe stato un vero e proprio tempuscolo (come si dice in matematica), e invece no.

La sua arroganza gli ha permesso di rimanere a bordo fino all’ultimo bacetto (o promessa d’amore) con disprezzo degli altri passeggeri e come se l’aliscafo fosse a sua totale disposizione. E il personale, che di fatto stava per “mollare le cime” era li a guardare. Nessun sollecito, nessun invito a lasciare il natante. Altro episodio, forse quello che ha fatto traboccare il vaso, è accaduto a Milazzo. Anche qui in fila per prendere posto sull’Aliscafo, ma questo era fermo, immobile con già venti minuti di ritardo sull’orario tabulato.

Mi permetto quindi di chiedere al personale di Liberty Lines come mai non lasciamo la banchina e mi vien risposto che ci sono ancora due ragazzi che devono parcheggiare! Si sa, a Milazzo trovare posto per la macchina non è facile, ma vi immaginate se in Aeroporto la Hostess vi risponde “ci sono passeggeri che devono ancora parcheggiare”!!! Perdonatemi, ma siamo veramente fuori da ogni logica professionale e commerciale.

E poi c’è il solito turista, o quasi, che non vede più in fila dietro di se l’amico o il parente e, per cercarlo, si ferma a metà della scaletta gridando il suo nome e fermando il flusso di passeggeri già sfiniti dal caldo. Ciò che brilla in tutte queste storie è il totale disinteresse del personale di Liberty Lines che, cosa ancor più grave, non si rende conto dell’assurdità del problema.

Sono infatti loro che ad alta voce, col megafono, gridando o, addirittura, spingendo devono costringere i passeggeri imbarcantisi a salire sul natante. Non sarà a conoscenza di molti, ma sui treni di Tokyo sono presenti gli spingitori che, senza troppe scuse, “impacchettano” le persone nei vagoni. E in Giappone i treni arrivano in orario e non sono certo fascisti.

E’ solo una battuta, ma dire che i treni sono in orario, in chi ha un minimo di cultura storica, fa rievocare i tempi fascisti dove il Ministro dei trasporti Costanzo Ciano era pronto a trasferire il malcapitato Capostazione se il treno tardava. E allora cosa può fare la Liberty Lines in clima di democrazia, ovviamente,? Semplicemente invitare il personale di bordo a sollecitare i propri passeggeri mentre si avviano sul mezzo, magari facendo uso dei comuni e già presenti altoparlanti di bordo.

Tutto qui, è poco ma fa tanto.

MA COME SI FA A PREVEDERE TUTTO?

Ma non doveva essere un’estate gelida? No, forse calda. Anzi, l’estate non doveva proprio esserci. Quante storie per non tirarci un ragno dal buco, anzi per non capirci un cavolo. Se volete sapere che tempo farà domani sarà bene rivolgersi agli autori di fantascienza, di solito ci azzeccano. Probabilmente Giulio Verne, autore francese di libri fantasiosi per ragazzi, sarebbe più attendibile dei sofisticati software previsionali dei centri meteorologici. Thomas Edison, padre della lampadina del grammofono e di tante altre diavolerie, nel 1922 disse che il cinema avrebbe “in pochi anni soppiantato in parte, se non del tutto, l’uso del libro di testo a scuola”. Forse, in parte, aveva previsto bene. Oggi, con la rete, si legge molto su video. Lord Kelvin, padre della scala termometrica che porta il suo nome, nel 1895 disse che “le macchine volanti più pesanti dell’aria non sono possibili”. Nel 1977 Kenneth Olsen, fondatore della Digital Equipment Corporation, sentenziò: “Non c’è motivo per un privato di avere un computer in casa”. Com’è difficile fare previsioni. Non sorprendiamoci se ci dicono che domani pioverà mentre, invece, splenderà il sole. Ben diverso è prevedere l’esplosione di un vulcano, ma in questo caso (forse perché si tratta di cose molto serie) la risposta è categorica: no! Semmai è possibile prevedere pochi minuti prima, grazie ai numerosi parametri che sono controllati. Peraltro sono queste le risposte dei ricercatori del Cnr e dell’Ingv. Purtroppo abbiamo dato tanta fiducia a scienza e tecnologia che ogni fatto imprevedibile ci sembra frutto di una “distrazione” umana e non di una natura che si riprende il suo corso. E, secondo me, la natura non andrebbe sfidata.

Supercaldo e temperatura percepita

Siamo in piena tempesta di calore con valori termometrici superiori alle cosiddette medie. Si parla spesso di temperatura reale, temperatura percepita e umidità con disinvoltura come se ogni parametro facesse parte a se. I valori termometrici diffusi sembrano essere rilevati da complesse macchine termometriche ma, al contrario, dipendono solo da calcoli previsionali che considerano, oltre al valore termometrico, l’umidità dell’aria e la velocità dei venti. Le temperature cosiddette percepite non sono valori strumentali e dipendono solo da condizioni soggettive che possono cambiare da persona a persona e da uno sito ad un altro. Ma cosa vuol dire temperatura percepita? se la temperatura reale è pari a 30°C in corrispondenza di una umidità del 70%, ci dicono che la temperatura percepita è di 35°C”… ma in corrispondenza di quale ipotetico tasso di umidità? Questo rimane un mistero! Percepita sì ma, ripeto, con quale tasso di umidità? Passando dall’oggettività della misura alla soggettività della sensazione avvertita dal nostro corpo, bisognerebbe specificare anche a quali “ulteriori” parametri si riferisce questa temperatura percepita. Una persona ferma all’ombra o a uno che corre al sole? A un soggetto sdraiato sulla spiaggia o a uno che cammina? Percepita sì, ma da chi? E durante lo svolgimento di quale attività? Alla luce di quanto ho recitato si conclude che la temperatura percepita è solo un numero privo di riscontro fisico e utile solo a creare confusione mediatica. In condizioni di caldo umido, per esempio, il sudore prodotto dall’organismo non ha modo di evaporare nell’aria, perché questa è già satura di umidità. Quindi, senza più l’apporto refrigerante dell’evaporazione, la temperatura del corpo tende a salire, provocando, nei casi più gravi, il "colpo di calore". L’aria secca ha un piacevole effetto rinfrescante perché favorisce la traspirazione, soprattutto se accompagnata da una debole corrente d’aria. In inverno l’aria umida viene percepita più fredda rispetto a quella secca perché la traspirazione, o sudorazione, è quasi azzerata ed è presente solo la conduzione termica del nostro corpo con l’aria che ci circonda, attivando un processo che tende a raffreddare il corpo. Tale fenomeno è accentuato se l’aria è carica di umidità che accentua la conducibilità termica dell’aria stessa. In definitiva possiamo dire che un'alta percentuale di umidità nell’aria funziona da “amplificatore” della temperatura percepita. Le reazioni del corpo umano non sono pertanto influenzate unicamente dal caldo o dal freddo, ma anche da altri fattori come l’umidità e il vento. È appunto grazie alla combinazione di questi che si determina il livello di disagio con cui le persone reagiscono alle condizioni meteo. In condizioni di caldo umido sentiremo più caldo, in condizioni di freddo umido sentiremo più freddo. E’ questa la temperatura percepita.

 

TANTO TELEFONINO, POCHE IDEE

Desidero riportare un concetto che si legge spesso e che si può definire di autore ignoto “I grandi parlano di idee, i mediocri dei fatti e la massa delle persone”. Può sembrare banale, ma se ci ragionate un po’ su vi accorgete che è vero. Da dove nascono le idee? Secondo me (e non solo me) dalla lettura e dai “buoni” rapporti sociali. Perché le idee si trasmettono, e se io frequento persone che hanno idee (naturalmente buone) anch’io mi ciberò delle loro idee e delle loro conoscenze. In fondo è quel che avviene, ad esempio, in un centro di ricerca scientifica dove un insieme di persone, con tante idee, scambiano le proprie conoscenze per scoprire e inventare ciò che fino a quel momento nessuno sapeva. Ma chi ha idee? Credo pochi. Se ho veramente conoscenze da scambiare non le “condivido” (che bella parola da cellulare) stando a parlare per ore al telefonino ma le scrivo, le medito, le revisiono con autocritica. E dopo le comunico. Ma andiamo al pratico. Avete mai cercato di capire cosa dicono al telefono quelli che in macchina, in spiaggia, per strada o al ristorante hanno sempre il telefonino in mano? Io si, ho ascoltato, forse ho spiato ma ne è valsa la pena. Non dicono assolutamente nulla, parlano di argomenti privi di logica, avulsi dal vita reale produttiva o affettiva. Gli argomenti sono sempre sovrapponibili e, nella maggioranza, si riferiscono ad altri. In altre parole fanno Gossip. E sapete cosa significa Gossip? È semplicemente sinonimo di pettegolezzo e maldicenza. E allora possiamo dire “tanto telefonino, poche idee”. E attenzione, meno idee si hanno in testa e meno si è disposti a cambiarle. Potremmo chiamare questa espressione “l’equazione dell’ignorante”. Che tristezza.

C’era una volta il night. Una proposta

“Musica” deriva dal greco antico e significa “arte delle muse”. L’arte di organizzare suoni e rumori nel corso del tempo secondo determinati schemi, utilizzando strumenti musicali e voce. La musica fa bene al nostro umore, al nostro equilibrio, alla nostra tranquillità. Ci porta a riflettere, a sognare, a capire. Riesce ad allontanarci dalla realtà per vivere attimi di poesia. Storie, leggende, cose antiche e attuali per chi ha memoria. Piano bar o night? Più o meno erano la stessa cosa. L’ambiente del night era di media classe o alta classe. Scarpe lucide e papillon, d’inverno ovviamente. D’estate, nelle località di mare, vestito bianco o bermuda. Un classico per farsi notare. Luci soffuse, suoni caldi e, soprattutto, canzoni e musiche esclusive, appunto da “night”. I re di questi luoghi erano nomi sconosciuti ai giovani: Bruno Martino, Fred Bongusto, Peppino di Capri e poi la grande Mina e altri nomi ancora che riempierebbero la pagina per chi ha memoria e per chi non l’ha mai avuta. Il panorama della musica ci ha regalato un patrimonio enorme di canzoni, che potrebbe alimentare le nostre orecchie per anni e anni. Parole d’amore che ci toccavano e ci toccano con le dichiarazioni più belle della storia. Abbiamo ascoltato, riascoltato, letto, riletto, abbiamo scritto e cancellato, pensato e ripensato, fino ad arrivare ai nostri giorni dove tutto sembra “vecchio”. Ma abbiamo mai pensato di far vivere qualcosa di “vecchio” nelle nostre Isole? Fin oggi non mi pare. Potrebbe pensarci qualcuno, recuperando quel tipo di turista che ha ancora in mente le parole dell’”Estate” di Bruno Martino o la “Rotonda sul Mare” di Bongusto. Queste musiche non si ascoltavano con le orecchie ma col cuore e con la fantasia dei sentimenti. Basterebbe poco per far rivivere tanta magia.

D-Day, 6 giugno 1944 W la libertà

Abbiamo appena finito di celebrare la Festa della Repubblica del 2 giugno ’46 per rievocare, dopo appena quattro giorni, il giorno che ci ha dato il dono di essere “Repubblica”. E’ infatti il 6 giugno 1944 che milioni di uomini, non certo europei ma provenienti da Stati Americani e Inghilterra, hanno ceduto la vita per salvarci dalla dittatura Hitleriana e Fascista sbarcando sulle coste della Normandia. Lo sbarco, su quella terra ostaggio delle malefiche truppe tedesche, è la storia della nostra libertà. Tra retorica e memoria dopo settant’anni ricordiamo il D-Day. “Il giorno più lungo” della seconda guerra mondiale che cambiò il destino dell’Europa aprendo le porte ad una lunga era di pace e prosperità nel solco del modello americano. Lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, evento celebrato con solenni cerimonie dai leader più importanti del mondo da Trump a Putin, fu un passaggio fondamentale della Seconda Guerra Mondiale, la svolta che indebolì la Germania di Hitler costretta a difendersi su più fronti. Le operazioni belliche furono guidate dal generale Eisenhower, americano, e dal britannico Montgomery. Fortunatamente, per Hitler fu una sorpresa. Le manovre cominciarono alla mezzanotte fra il 5 e 6 giugno con massicci lanci di paracadutisti dietro le linee nemiche. Impressionanti i numeri dell'operazione, una forza d'urto che fu impossibile fronteggiare per i tedeschi. Oltre 1.200 navi da guerra, 800 navi da cargo piene di truppe e veicoli, e più di 4.000 mezzi da sbarco con oltre 150.000 soldati. Il tributo di sangue fu altissimo per gli Alleati, come per i tedeschi, ma il coraggio profuso da oltre oceano costrinse la Germania di Hitler sulla via della resa. Da allora più di settant’anni di pace ci han permesso di vivere un lusso che le generazioni attuali non comprendono. Non è il caso rievocare il fantasma del fascismo, questo sicuramente non esiste perché ne mancano le condizioni, ma vanno conosciuti e memorizzati i fatti perché nessuno abbia a dire “non lo sapevo”.

E il sogno italiano si infranse nel Polo

E’ il 15 aprile 1928 quando il Generale Umberto Nobile, con nove componenti di equipaggio, parte col Dirigibile «Italia» alla volta del Polo Nord. Alle 0.20 del 24 maggio il dirigibile è già sul pack ghiacciato del Polo, e Nobile è orgoglioso dell’impresa che aveva voluto con forza. Era il genio dell’Italia «rinata» che appariva sul Polo con tutta la sua tenacia. Per due ore l’aeronave sorvola il polo e a bordo si è pronti per la discesa, ma tutto è rinviato di momento in momento per le cattive condizioni atmosferiche. Improvvisamente l’aeronave precipita urtando i ghiacci e scatenando la paura del suoi occupanti: sono le ore 11 del 25 maggio 1928. L’equipaggio formato dal generale Nobile, dal radiotelegrafista Giuseppe Biagi e altri otto esploratori si ritrova a terra, abbandonato a se stesso. Altri sei esploratori rimangono prigionieri di una parte dell’involucro del dirigibile che riprende quota e scompare verso fine ignota. Forse per istinto, ma certamente per miracolo, Giuseppe Biagi si trova catapultato a terra con la cassettina della radio stretta fra le braccia, nella confusa coscienza di stringere un inestimabile tesoro. I superstiti hanno subito la sensazione precisa che la loro sopravvivenza è legata alla “cassettina” di Biagi. Dopo vani tentativi Biagi riesce a stabilire il contatto con la nave Città di Milano. E’ l’8 giugno quando la radio della Regia Nave riceve le flebili onde lanciate dal Polo «Abbiamo ricevuto vostra nota, dateci le coordinate». Il collegamento era ormai stabilito e la salvezza era vicina. Ai soccorsi collaborarono diverse nazioni. La Russia mise a disposizione il rompighiaccio Krassin, Svezia e Norvegia, Germania e Francia, unitamente all’Italia, organizzarono l’invio di viveri e materiali di soccorso con mezzi aerei. La sera del 24 giugno l’aeroplano pilotato dallo svedese Lundborg si avvicina toccando lentamente la distesa di ghiaccio. L’emozionante salvataggio è stato possibile grazie alla minuscola radio a onde corte che il radiotelegrafista Giuseppe Biagi, dopo la caduta, riuscì ingegnosamente a mettere in funzione. Oggi rimane l’ammirazione per questi uomini che, anche a costo di sacrificare la propria esistenza e portandosi senza mezzi sicuri nei posti più ostili della Terra, hanno tentato di carpire e raccontare all’umanità i segreti del Polo. Senza riuscirci.

Giornata Mondiale della Comunicazione

Fu durante la Rivoluzione francese, a fine ‘700, che Claude Chappe inventò il primo sistema di trasmissione a distanza il “Telegrafo ottico a bandiere”. Era questo un sistema a braccia mobili lunghe quattro metri supportate da un asse e assumenti sette posizioni creando un insieme di forme corrispondenti ai segni di un codice predisposto. Il sistema prevedeva una serie di postazioni su alture come colline e torri, costruite a poche decine di chilometri l’una dall’altra tale da consentire ai “telegrafisti”, con l’ausilio di un cannocchiale, di vedere e decodificare i messaggi. Il sistema continuò a sopravvivere fino al 1837 quando l’americano Samuel Morse inventa un sistema telegrafico elettrico e formalizza un codice, il codice Morse, che codifica le lettere dell'alfabeto in sequenze di impulsi di due diverse durate, punti e linee. Il primo telegrafo Morse si ha fra Washington e Baltimora nel 1844. In breve il sistema si diffonde in tutti i continenti formando una fitta rete. In Italia il primo telegrafo è del 1847 fra Pisa e Livorno e il 1° settembre 1851 è inaugurata la prima linea telegrafica del Regno delle due Sicilie fra Caserta e Capua, per estendersi fino alla Sicilia. Nel 1853 è varata la linea telegrafica dello Stato Pontificio fra Roma e Castel Gandolfo. A Lipari il telegrafo elettrico arriva nel 1867 grazie a un “filo sottomarino” che pone in contatto l’Isola con la Sicilia, mentre nel 1882 la stessa Lipari viene connessa con Salina. Sulla rete telegrafica viaggiano ormai messaggi privati e notizie giornalistiche da parte dei corrispondenti, dando il via alle Agenzie di stampa come la Reuters a Parigi e la Stefani a Roma. Nel 1896 Guglielmo Marconi deposita il brevetto della “telegrafia senza fili”, mediante il quale possono stabilirsi comunicazioni transoceaniche senza l’uso di fili sottomarini. Da allora il mondo dell’informazione si è sempre più ingigantito intessendosi fittamente con la vita sociale. Il 17 maggio è stata proclamata Giornata mondiale delle telecomunicazioni e dell’informazione in coincidenza con il 17 maggio 1865, occasione in cui avvenne la stipula della prima Convenzione Telegrafica Internazionale. L’odierna immediatezza della comunicazione è oggi aspetto imprescindibile e consente trasmissioni senza collegamenti fisici, spesso impossibili, dando a più persone di fare informazione e di informarsi al di fuori dei canali canonici come televisione e carta stampata. Obiettivo del “17 maggio” è evidenziare il contributo apportato da Internet e dalle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni alle società e alle economie, sottolineando la necessità di colmare il divario digitale che sta incidendo un profondo solco nell’acquisizione delle conoscenze.

 

25 aprile, Festa della Liberazione e di un Evento ancora più grande

Il 25 aprile è Festa della Liberazione, ricorrenza importantissima per gli Italiani, ma proprio questo giorno rievoca la nascita di un personaggio che ha dato lustro alla nostra Terra, ancor più di osannati o oscuri personaggi politici, è Guglielmo Marconi nato a Bologna il 25 aprile 1874. E’ a Lui che dobbiamo il mondo moderno, l’evoluzione di tutte le tecnologie elettroniche. Dalla Radio sicuramente, alla telefonia a grande distanza, al telefonino alla televisione e a tutte le “diavolerie elettroniche” che ci circondano e che spesso non percepiamo. “Non vi è distanza sulla Terra che la radio comunicazione non possa superare”, così dichiarò Marconi a proposito delle potenzialità della nascente Telegrafia senza Fili nel 1902. Un pensiero che a oltre un secolo è, e sarà sempre, di attualità. Inventare, cambiare il mondo e soprattutto salvare vite umane: sono tre elementi fondamentali nella vita di Guglielmo Marconi. Per tutta la vita Marconi ha sviluppato la radio per salvare le vite umane e dare beneficio agli uomini che potessero avere notizie delle famiglie da posti lontani. Nei primi tempi la radiotelegrafia senza fili fu impiegata nelle comunicazioni transoceaniche e per soccorso, successivamente la sua evoluzione portò allo sviluppo dei moderni sistemi di radiocomunicazione e radiodiffusione. Per l’inventore italiano la più grande ricompensa era vedere la gratitudine delle persone. Gratifichiamolo oggi, insieme alla “liberazione”.

 

Oggi 16 aprile, Giornata mondiale della voce

Il poter esprimere in modo udibile le proprie idee ha sempre distinto l’essere umano che, con il potente mezzo della parola, ha espresso rabbia, amore e ha creato legami e posto distanze. L’arte vocale affonda radici nell’oratoria delle più antiche civiltà. Nota è l’importanza che ebbe l’arte del parlare nella vita dei Popoli greci e latini dove esistevano veri educatori della voce, così come fanno oggi i logopedisti. La radio prima, la televisione dopo e internet con skype, ci hanno portato all’uso sempre più frequente del mezzo vocale, incrementando le patologie della voce. Queste interessano, prevalentemente, chi ‘sforza’ le corde vocali come cantanti, attori, insegnanti e speaker radiotelevisivi. Per sensibilizzare a una voce sana e ad un uso corretto delle corde vocali, il 16 aprile è stata designata Giornata Mondiale della Voce. Per gli esperti la parola chiave è prevenzione, e a tal fine si sono elaborate le seguenti regole: 
-non parlare in fretta e fare pause per riprendere fiato
-bere almeno 1,5-2 litri di acqua al giorno, per idratare le corde vocali
-tenere, negli ambienti di vita, un tasso di umidità di almeno il 40%: l’aria secca non aiuta le pliche (corde) vocali
-non alzare la voce per richiamare l’attenzione, ma usare modi alternativi
-non cercare di superare il rumore ambientale, ed evitare di parlare a lungo in luoghi rumorosi
-per parlare a molte persone è opportuno utilizzare un sistema di amplificazione 
-non chiamare gli altri da lontano, ma avvicinarsi alle persone con cui si vuole comunicare
-evitare di parlare durante un esercizio fisico: non si ha abbastanza fiato per sostenere la voce senza sforzo
E per finire, porre sane abitudini di vita e cioè niente fumo, alcolici con moderazione, alimentazione ricca di frutta e verdura e pasti non troppo abbondanti. Con la ricorrenza del 16 aprile si desidera stimolare l’opinione pubblica sulle alterazioni, anche lievi, della voce e dell’organo fonatorio che possono essere foriere di patologie più complesse. E’ un invito a sottoporsi a uno screening vocale presso i centri di riabilitazione della voce (logopedia) presenti su tutto il nostro paese, Lipari compreso ovviamente.

 

14 – 15 aprile 1912, 107 anni dalla tragedia del Titanic  2° parte

 La notte del 14 aprile il Titanic viaggiava maestosamente e i passeggeri erano nella più grande euforia, fra balli e musica dell’orchestra di bordo. La Compagnia Marconi aveva fornito al Titanic l’equipaggiamento radio più avanzato del momento e gli stessi operatori, Jack Phillips e Harold Bride, si erano formati sotto la scuola di Marconi. Alle 13.50 del 14 aprile al comandante Smith viene consegnato un messaggio della nave Baltic (della stessa White Star) che lo avvisa di enormi banchi di ghiaccio. Alle 21.30 Phillips riceve un nuovo messaggio di allarme dalla nave Masaba, segnalante una immensa estensione di ghiaccio. Phillips, per nulla preoccupato, ringrazia il collega e riprende a trasmettere i costosissimi e futili telegrammi che i ricchi passeggeri gli chiedono di inviare ad amici e parenti. Il comandante Edward Smith non viene per nulla avvertito. Alle 22.55 Cyril Evans, operatore radio del California, una nave della Cunard Line, avverte il Titanic del pericolo: “siamo fermi e circondati dal ghiaccio….”, ma questa volta Phillips replica con un arrogante “taci!”. Evans saluta il collega Phillips e chiude la cabina radio per la notte. All’epoca il collegamento radio era considerato un mezzo cui ricorrere in caso di necessita, e non uno strumento continuamente interattivo con il ponte di comando come avviene oggi. Il comandante Smith, che aveva già sottovalutato il pericolo, é all’oscuro dei messaggi successivi e il Titanic prosegue la sua folle corsa. Solo più tardi Smith viene avvisato dalle vedette della presenza di una enorme massa ghiacciata, l’ordine di indietro tutta è immediato ma inutile. Alle 23.40 l’urto con la montagna di ghiaccio é inevitabile e dopo una serie di scossoni e strisciate che provocano profondi squarci sullo scafo, il Titanic imbarca acqua nei compartimenti stagni. L’equipaggio si rende conto che la nave é in grave pericolo e che i mezzi di salvataggio sono sufficienti per un terzo delle persone. Cinque minuti dopo la mezzanotte, ben venticinque minuti dopo l’impatto, Phillips e Bride ricevono finalmente l’ordine di chiedere aiuto e il CQD (Come Quick Danger) e l’SOS (Saver Our Soul) vengono disperatamente lanciati nello spazio. Fino all’ultimo si tentò di non far sapere che il grande Titanic era in pericolo, una vera follia. Gli operatori del Titanic continuarono a chiedere aiuto fino a che l’acqua non invase la loro stanza di lavoro. La prima a rispondere all’implorante chiamata fu la nave tedesca Frankfurt a oltre 200 miglia dal Titanic. Altre navi raccolsero la disperata invocazione che continuò ad essere lanciata fino alle 2.10 del 15 aprile 1912, quando gli apparati radio del Titanic smisero di trasmettere. Le caldaie stavano ormai per scoppiare e il forte sibilo dovuto alla fuoriuscita del vapore, trasmetteva il suo terrore di morte ai superstiti aggrappati ai rottami della nave e alle poche scialuppe già in mare. Il Carphatia, della concorrente Cunard Line, a 58 miglia, era la nave più vicina e il capitano Rostron diede l’ordine di tutta forza verso il luogo del disastro, ma arrivò sulla scena solo alle prime luci dell’alba. Del Titanic erano rimasti pochi pezzi galleggianti e le scialuppe con 740 disperati. Degli altri 1.618, tanti erano i dispersi e tanti i cadaveri affioranti sull’acqua gelida dell’oceano. Il Carpathia fece rotta su New York dove era atteso da oltre duemila persone. Phillips mori, come tanti altri, per ipotermia Bride mori in Scozia nel 1956. Tutti gli altri ospiti, umili e potenti riuniti ormai in una unica classe, riposano da oltre cento anni nell’assordante silenzio del fondo dell’oceano.

14 – 15 aprile 1912, 107 anni dalla tragedia del Titanic  1° parte 

Nata dall’ottimismo della Belle Epoque, un’epoca che affidava alla tecnologia la soluzione di tutti i problemi dell’umano, il Titanic rappresentava lo stato dell’arte della tecnologia marina. Costruito in un momento in cui i collegamenti transoceanici erano una conquista del desiderio di scoprire il mondo, il Titanic rispondeva alle esigenze della classe opulenta, che pretendeva lusso e comodità, e alla modesta richiesta degli emigranti in cerca di fortuna nel nuovo mondo. Disponeva di tre classi, rispettando rigorosamente le differenze sociali e di denaro. Per andare in America con il Titanic il costo andava dai centomila euro di oggi per la lussuosa suite, ai mille euro per la cuccetta di terza classe. Figlio dell’illuminismo che aveva dato vita allo sviluppo tecnologico del XIX secolo, il Titanic rappresentava la prima dimostrazione di onnipotenza dell’ultimo scorcio del millennio. Le avevano dato un nome che era una promessa di splendore, di potenza e di tanta ingenua arroganza, una gloria che sarebbe durata appena quattro giorni. Per la nuova soluzione tecnica del doppio fondo, e dei sedici compartimenti stagni, avrebbe dovuto garantire la massima sicurezza, tanto che la compagnia non provvide la nave di un numero di scialuppe di salvataggio adeguato al numero di passeggeri trasportati. Orgoglio della compagnia inglese White Star Line, la mattina del 10 aprile 1912 il Titanic lascia Southampton (Inghilterra), per il suo viaggio inaugurale diretto a New York ma, nella notte fra il a 14 e il 15 di aprile, il suo viaggio si interrompe per sempre affondando con 1.618 persone per lo scontro con un iceberg. Su 2358, fra passeggeri ed equipaggio, solo 740 riescono a raggiungere vivi la Terra americana. Cosa è accaduto nella notte del 14-15 aprile 1912? Come spesso accade la verità è ben diversa dalla fiction, ma è anche difficile da ricostruire con le memorie limitate che si sono tramandate. I mari, già allora, erano solcati da navi prestigiose e la White Star Line disponeva di un grande numero di navi veloci e confortevoli. Il Titanic avrebbe dovuto rappresentare l’ammiraglia della flotta. Per il suo primo viaggio il Titanic era stato affidato al comandante Edward Smith, vecchio lupo di mare e prossimo ad andare in pensione. Per dimostrare le grandi capacita di questa perla del mare, Smith la lancia alla massima velocita possibile, nel tentativo di battere tutti i precedenti traguardi e approdare a New York con 24 ore di anticipo. Ciò avrebbe imposto la supremazia sulla compagnia rivale, la Cunard Line, che deteneva il record dei collegamenti con il Nuovo Mondo.

“Finisce l’isola dei famosi e comincia il Grande fratello"

poi chiediamoci perché siamo il popolo più ignorante d’Europa”. L’espressione è di Piero Angela, grande divulgatore televisivo, e mi ha suggerito di buttar giù queste righe. E pensare che molti italiani non sanno nemmeno da dove derivi il nome del programma, Grande Fratello! Solo qualcuno sa del romanzo di George Orwell dal titolo 1984, scritto nel 1949 e che profetizza il controllo di tutto e di tutti sulla Terra attraverso un grande e unico Stato onnipotente e onnipresente. Naturalmente, secondo la fantasia, la tecnologia fa la sua parte e si organizza con mega sistemi di osservazione e controllo. Forse tutto questo si è poi e in parte concretizzato, ma con modalità differenti e sicuramente con maggiori spazi di libertà di quanto non aveva profetizzato Orwell. La televisione dovrebbe ospitare solo soggetti che hanno da insegnare qualcosa, e non spettacolarizzare l’idiozia. Probabilmente la gente vuole liberare la mente con programmi del genere, perché pensare troppo sembra quasi una malattia. E’ da 18 anni che questa trasmissione, il Grande Fratello, viene riproposta e ha un seguito di milioni di spettatori, ma quali? Gente che spera di assistere ad espressioni e atteggiamenti da sottosviluppati. Si può ipotizzare che il potere tema l’intelligenza e preferisca far rifugiare la massa nel nirvana. Le persone sono richiamate dai conflitti, dal superficiale e dal gratuito, dove non bisogna pensare ma basta seguire le avventure prive di senso logico. La maggior parte della gente che partecipa a questi reality, nella vita comune non ha molto da offrire agli altri. Al Grande Fratello partecipa gente che, forse, non ha mai letto un libro. Il mio vecchio pensiero “la massa è scarsa” trova qui la sua migliore applicazione.

 

Il Laser, un’invenzione con tanti padri e tre Nobel

Le invenzioni insignite quest’anno a Stoccolma del premio Nobel riguardano le applicazioni della radiazione Laser. Tre i premiati, tre fisici, rispettivamente un americano, un francese e una canadese. Sono Arthur Ashkin, Gerard Mourou e Donna Strickland. Sono loro che hanno aperto la ricerca alle possibili applicazioni del laser in moltissimi settori, dalla medicina alle comunicazioni. Ma cos’è il Laser? Laser è l’acronimo di “light amplification by stimulated emission of radiation” e cioè un dispositivo capace di creare fasci intensi ed estremamente concentrati di radiazioni elettromagnetiche. Alla base delle applicazioni dei laser sono le singolari proprietà della luce emessa, che la differenziano dalla luce emessa da qualsiasi altro tipo di sorgente. Tali proprietà sono: l’elevatissima monocromaticità della luce prodotta e il perfetto parallelismo dei fasci emessi e focalizzabili su aree microscopiche, anche su lunghissimi percorsi. Ad esempio utilizzando un fascio laser come portante di segnali modulati, come suoni e immagini, è possibile realizzare sistemi di telecomunicazione con una grandissima capacità d’informazione, migliaia di volte maggiore di quella dei sistemi a radio-microonde. E’ proprio grazie ai fasci modulati di luce laser che le fibre ottiche possono trasportare milioni di informazioni contemporaneamente. Ma l’implementazione più significativa del laser si ha in medicina. Le proprietà fototermiche di questo apparente semplice fascio luminoso consentono un uso mirato in chirurgia; l’alta temperatura del raggio causa infatti l’immediata coagulazione dei tessuti su cui viene puntato, consentendo una rapida coagulazione dei vasi sanguigni con minime perdite ematiche. La terapia fotomeccanica del raggio laser è utilizzata in chirurgia oftalmica, dove la rottura meccanica del tessuto biologico a seguito del puntamento di un potente impulso laser è utilizzata per la resezione o perforazione dei tessuti bersaglio, salvaguardando l’integrità di tessuti lontani. I ricercatori “Nobel” citati si sono distinti per le applicazioni di questa potentissima e straordinaria “luce”, ma chi è l’inventore del Laser? Come spesso accade i padri sono tanti e quella che sovente viene definita una scoperta o un’invenzione deve la paternità a un insieme di piccole invenzioni, piccoli contributi che in sinergia hanno contribuito al risultato finale. Nel 1960 Maiman diede vita al vero primo laser a Malibù in California, nel 1963 Patel nei Bell Laboratories del New Jersey mise a punto un laser ad anidride carbonica ed è del 1971 la nascita del diodo laser sempre nei Bell Laboratories americani ed ancor oggi utilizzato. Ma il fatto più curioso è che dobbiamo ad Albert Einstein l’aver disegnato nel lontano 1917 le basi teoriche della radiazione laser grazie ad una rivisitazione delle leggi sulle onde elettromagnetiche studiate da Max Planck pochi anni prima in Germania.

SI TELEGRAFAVA DA MONTE SANT’ANGELO 

Dobbiamo alla Rivoluzione francese l’invenzione dei primi sistemi di trasmissione a distanza. Questa voleva unificare la Francia sulla scorta del motto "Unitè, libertè, egalitè, fraternitè” imponendo, tra l’altro, l’impiego di un’unica moneta per facilitare gli scambi economico-commerciali. Mancava però un mezzo di comunicazione veloce con cui scambiare informazioni tra i vari potentati francesi. Il “Telegrafo ottico a bandiere” realizzato da Claude Chappe (Brulon 1763-Parigi 1805) supplì a questa necessità e, superando le distanze con le aree lontane dal centro di potere, contribuì a unificare il Territorio Francese. Il telegrafo ottico era costituito da due braccia mobili lunghe quattro metri e collegate ad un asse supportante. Ogni braccio poteva assumere sette posizioni creando un insieme di forme corrispondenti ai segni di un codice predisposto. Il sistema prevedeva una serie di postazioni su alture come colline e torri, costruite a poche decine di chilometri l’una dall’altra tale da consentire ai “telegrafisti”, con l’ausilio di un cannocchiale, di vedere e decodificare i messaggi. Chappe nel maggio 1792 presentò all’Assemblea Legislativa francese l’invenzione del telegrafo ottico e, appena due anni dopo, questa decise di costruire la prima linea di comunicazione tra Parigi e la città di Lilla, al confine belga. In pochi mesi furono realizzate 24 stazioni che collegavano Lilla con Parigi, una distanza di oltre 250 chilometri lungo la quale si potevano inviare messaggi di dieci parole in pochi minuti. Un vero avanzamento sociale se si pensa che fino ad allora la massima velocità possibile era quella del cavallo, come al tempo dell’impero romano. Oggi il telegrafo ottico è dimenticato e pochi sanno che sia esistito, ma sono rimaste le “alture” su cui era posto. Molte di queste hanno accolto i moderni sistemi di comunicazione come le antenne telefoniche, le antenne radio televisive e i ponti radio di trasferimento con antenne paraboloidi. Sicuramente pochissimi saprebbero dare risposte sul ruolo importante che hanno avuto questi sistemi di comunicazione del passato. La Galleria Telegrafo che collega il Paese di Villafranca con Messina attraversa il “Monte Telegrafo” mediante il quale si comunicava con la Terra Calabra. A Lipari l’altura per eccellenza era Monte Sant’Angelo dove, fino alla metà del 1800, erano visibili i resti del telegrafo ottico con la Sicilia. Il Bollettino del CAI, Club Alpino Italiano, n°22 del 1874 così recita “sull’orlo del cratere spento del Monte Sant’Angelo erano ancora presenti nel 1874 le rovine del telegrafo aereo che corrispondeva con la Sicilia”.

Le Veline, dal Ventennio a Striscia la notizia

“Non si deve dire camion ma autocarro” “Non parlare di omicidi ma di incidenti”
Negli anni trenta la stampa italiana è sorvegliata dal Minculpop, Ministero per la cultura popolare, diretto da Galeazzo Ciano, uomo fedelissimo e genero del Duce. Gli ordini alla stampa, detti anche "disposizioni" o “veline”, si moltiplicano fino ad essere emanati più volte al giorno e rappresentano un'Italia come il regime fascista avrebbe voluto che fosse e che apparisse. Chiamate “veline” perché riprodotte con la tecnica del ciclostile con carta carbone e su sottilissima carta riso, giusto “veline”. Le veline riportavano ciò che doveva essere pubblicato e ciò che doveva essere ignorato. Non siamo ancora nell’era della manipolazione dell’informazione e delle fake news odierne. Siamo nella preistoria quando, tacitato il consenso, radio e stampa dovevano contribuire in sinergia a promuovere la politica fascista presentandola alle masse “allegra e sorridente” senza mai parlare di risse o omicidi, ma di piccoli incidenti. E, naturalmente, in perfetta lingua italiana e ignorando qualunque neologismo straniero. “Non si deve dire camion ma autocarro”. La stampa del Ventennio ha quindi il bavaglio di cui si libererà solo dopo l’armistizio dell’otto settembre ’43.

E Striscia la Notizia che c’entra? semplicissimo. Nelle prime edizioni del programma le ragazze, chiamate poi veline, portavano ai conduttori delle “cartuzze” con le ultime news. Naturalmente niente da dire o da omettere come le veline narrate, anzi le cartuzze non erano nemmeno scritte ma facevano tanta scena giornalistica. In una delle prime puntate Ezio Greggio, presentatore di “Striscia” fin dall’esordio della trasmissione, ebbe a dire “arrivano le veline”, forse nei suoi pensieri c’erano le veline fasciste ma, chiaramente, non proferì verbo. E Veline fù. Sfatiamo quindi il fatto che le ragazze che si alternano al programma di Mediaset sono magre o hanno il lato B trasparente, molto semplicemente facevano (e fanno) spettacolo per dare alla trasmissione l’imprimatur di un pseudo notiziario, ovviamente satirico.

“Aboliamo la Storia dell’arte”… tanto c’è Facebook

«Anche io abolirei la Storia dell’Arte. Al liceo era una pena». Queste parole, pronunciate in maniera scherzosa (forse) dal Ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, negli Uffici liguri di Belle Arti stanno facendo il giro dei media. Certo la Storia dell’Arte non è come progettare una macchina da corsa e nemmeno come fare gli spaghetti all’amatriciana, è solo per conoscere “l’animo e le idee” di chi ci ha preceduto. Cose da poco, una noia o “una pena” appunto. O no? Sarebbe come dire se val la pena sapere o se è meglio non sapere… sempre parlando di Storia dell’Arte. Ma a questo punto abolirei anche la Storia e la Geografia. Per la Matematica e la Fisica ci sto pensando. Chiaramente la Storia dell’Arte non è tutto lo scibile ma è un tassello come altri per avvicinarsi al sapere. Pensare di poter fare a meno di sapere significa essere convinti di sapere senza, in realtà, saper nulla. Credo si debba essere convinti di non sapere per poter sentire lo stimolo ad acquisire conoscenza. Quanto più già si conosce, tanto più bisogna ancora apprendere. Col sapere cresce nello stesso grado il non-sapere o, meglio, la contezza del non-sapere. Scusate il giro di parole, ma tanto il Ministro non sa lo stesso e forse questa è la vera “pena”.

 

DROGATI DI PRIMO MATTINO 

Ci affanniamo a scovare chi vende droga ma non pensiamo mai chi è il consumatore di questi veleni. E’ mia opinione che tanti “drogati” si vedano per strada già alle prime ore del mattino. Non è normale che chi, in macchina, arriva allo stop freni all’ultimo memento e a pochi centimetri da te, o che sorpassi in curva quando non vedi nulla di ciò che puoi trovare davanti a te dopo la curva, e così via.

Non sono soggetti spiritosi o virtuosi della guida ma semplicemente dei fuori di testa. Forse è un pensiero azzardato, ma quanto descritto non verrebbe fatto da un “cervello” sereno e rispettoso della propria vita, oltre che di quella degli altri. E allora sono drogati? Per me si. Ripeto, è un giudizio azzardato ma ne sono convinto. Sembra che il nostro paese si collochi in Europa fra i maggiori consumatori di droghe.

Secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA) a predominare è il consumo di cannabis, consumata da 22 % delle persone, e di questi la maggior parte sono giovani sotto i 35 anni. Non siamo invece grandi consumatori di Ecstasy e Amfetamine, ma questo non ci fa certo onore. La droga non gira solo per strada, centinaia di siti web la propongono alla stregua di supermercati. La polizia informatica è sempre al lavoro per rimuovere gli annunci ma, chiaramente, ciò che si deve rimuovere è la deviazione mentale che porta i drogati a fare l’acquisto di tale sostanza.

La spesa per il consumo di sostanze stupefacenti sul territorio nazionale è stimata in 14,2 miliardi di euro. Per contro, secondo la Società degli Autori ed Editori, non si spendono più di due miliardi per l’acquisto di libri. Probabilmente delle forti campagne di informazione sociale potrebbero modificare questi numeri.

---La difesa della Razza, una vergogna nata nell’agosto 1938
Il 3 maggio 1938 Hitler arriva in Italia con gran parte dell’establishment nazista in visita ufficiale. E’ un passaggio fondamentale nella storia dell’alleanza tra la Germania nazista e l’Italia fascista e tra il Fuhrer e Mussolini e non è un caso che il 5 agosto dello stesso anno è pubblicato il primo numero della rivista “La difesa della Razza”, diretta dal fedelissimo Teresio Interlandi, affiancato dal giovane Giorgio Almirante. Una rivista dal nome infame che promette, o “minaccia”, sulla seconda di copertina che verrà edita il 5 e il 20 di ogni mese. Un indottrinamento assurdo, privo del più semplice supporto scientifico e denso di falsi e triti concetti pseudo biologici espressi da docenti universitari che, per convinzione o per convenienza, assecondavano i voleri di due ignoranti soli al comando. Tutto era iniziato molto tempo prima, quando con la Marcia su Roma Mussolini aveva conquistato il potere e Hitler era ancora un agitatore politico nella Germania di Weimar. Durante i giorni in Italia Hitler assiste a parate militari e manovre navali di eserciti “inesistenti”. Quando torna in Germania i destini dei due Paesi e dei due dittatori saranno, purtroppo, irrimediabilmente legati. E’ interessante notare che l'Osservatore Romano non fece cenno alla visita, e all'arrivo del dittatore tedesco Pio XI partì per un "soggiorno" a Castelgandolfo dopo aver chiuso l'accesso alla Basilica di San Pietro. Era nato, nell’agosto 1938, anche in Italia l’antisemitismo e la successiva caccia all’ebreo. Mira della pubblicazione “La difesa della Razza” era legittimare la discriminazione razziale contro i neri delle colonie africane e gli ebrei italiani. Si sottolineava il concetto di “razza italica” attraverso la costruzione di una sorta di identità storica basata sul presunto legame con gli antichi romani e le loro virtù, di cui i nuovi italiani fascistizzati erano presentati come gli eredi spirituali. Chiaramente gli “ebrei non appartengono alla razza italiana”, e dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul “Sacro Suolo italico” non è rimasto nulla. Peraltro tutti questi popoli erano di presunta razza inferiore, incapaci di lasciar traccia sulla nostra razza “pura”. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome. Per fortuna a noi siciliani ci salva quanto scritto in un pezzo edito sul n° 20 della Difesa della Razza del 20 agosto 1940 dal titolo “Omogeneità razziale del popolo siciliano” a firma di Vittorio Cavallaro. L’autore dichiara che la Sicilia, a fronte delle tante dominazioni come la Normanna, la Sveva, la Spagnola, ha saputo preservare le nobili virtù della sua razza sicula. Grazie a Dio noi Siciliani siamo stati salvati! Dopo ottant’anni non possiamo che vergognarci di questi due uomini, Hitler e Mussolini, “soli al comando”.

GLI UOMINI CUI L’ODIERNA CIVILTA’ DEVE TANTO

Tanti sono i nomi di persone dimenticate o di cui non abbiamo sentito parlare. Oggi, 29 agosto, ricorre la scoperta da parte di Michael Faraday, fisico britannico, dell’induzione elettromagnetica. Faraday, figlio di un fabbro, a 14 anni entra come apprendista rilegatore presso un libraio di Blandford Street, vicino Londra. Qui nascerà l’amore del giovane per la lettura, e la passione per la scienza che persegue grazie allo studio della voce "Electricity" dell’Encyclopaedia Britannica. Un fenomeno, quello di Faraday, scoperto il 29 agosto 1831, con cui conviviamo da quasi due secoli e che è alla base del funzionamento delle centrali elettriche, della dinamo dell’alternatore della nostra auto e di tutto, proprio tutto, l’universo elettrico in cui siamo immersi. Una spiegazione semplificata dell’induzione elettromagnetica è che un magnete che passa attraverso una bobina di filo “produce elettricità”, e una corrente elettrica che passa attraverso una bobina produce un “campo magnetico”. Questi processi sono ciò che rende possibili tutti i dispositivi elettrici. Senza il lavoro di Faraday tante altre ingegnose invenzioni non sarebbero mai avvenute. La storia avrebbe avuto un altro corso. Certo oltre a Faraday si dovranno celebrare tanti altri ancora, ma è proprio quello che continuerò a fare attraverso queste pagine.

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