tpajnodi Tilde Pajno

Il Circolo di lettura continua ad esplorare la narrativa americana, questa volta dedicando l'incontro di maggio ad una narratrice contemporanea, Elisabeth Strout , nata nel Maine, dove sono ambientati i suoi primi racconti.
Attualmente vive a New York.
Tra le sue prime opere di narrazione, pubblicate in Italia dall'Editore Fazi, si collocano Amy e Isabelle, Resta con me, I ragazzi Burgess.
Con Olive Kitteridge vinse il Premio Pulitzer nel 2009 ed ottenne il Premio Bancarella nel 2010 ed il Premio Mondello nel 2012.
Il successo ottenuto in Italia la porta spesso nel nostro paese, dove nel frattempo il suo editore è diventato Einaudi, che ha pubblicato i due ultimi romanzi Mi chiamo Lucy Burton (2016) e Tutto è possibile (2017).
Quelli di Elisabeth Strout sono romanzi "di personaggi", dove le storie individuali sono osservate e raccontate nei minimi particolari : l'elemento più caratteristico della narrazione consiste, infatti, nell'osservazione minuziosa e nella descrizione dettagliata di stati d'animo, sensazioni, emozioni, momenti, pensieri... La Strout parla dei suoi personaggi come persone vere : ogni vita viene descritta "dall'interno", con uno sguardo attento e partecipe, mai distaccato o indifferente, ma sempre lucido e sincero.

"Mi interessa la gente, scrivo della gente: non mi interessano le idee...Non mi interessano il bene o il male, quello è melodramma. Non mi interessa il sentimentalismo. Mi interessa cosa succede nelle vite delle persone, come si incasinano – perché si incasinano – e non le voglio giudicare".

Alle opere della scrittrice americana è dedicato il prossimo incontro di lettura con la narrativa che si terrà martedì 29 maggio 2018 alle ore 17,00 nella saletta della Biblioteca Comunale di Lipari.

Buona lettura!

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Il Circolo di lettura torna alla narrativa americana contemporanea.
Dopo Steinbeck e Kent Haruf, è la volta di Cormac McCarthy – autore, tra l'altro, di Non è un paese per vecchi e Il Procuratore , da cui sono stati tratti soggetti cinematografici di successo.

Anche The road (La Strada), pubblicato nel 2006 e vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa nel 2007, è diventato film con la regia di John Hillcoast.
Questo piccolo libro (poco più di 200 pagine fatte di descrizioni stringate e dialoghi asciutti) è essenziale come una sceneggiatura. Le descrizioni superflue eliminate, i commenti, le disquisizioni, le introspezioni sparite. Le spiegazioni inesistenti, i paesaggi scarnificati, i personaggi ridotti all'osso : non c'è nulla nel racconto che non sia essenziale al racconto stesso.
Un uomo ed un bambino camminano senza sosta "come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito", fra le macerie di un mondo disfatto, coperto di cenere, dove sono spariti gli uccelli e gli alberi sono ridotti ad un groviglio di rami secchi e spezzati. Il sole è nascosto da una coltre di polvere e cenere che ha ridotto la terra ad un deserto di relitti informi e scarnificati. "Un modo arido, muto, senza dio".
Notti fonde e lunghissime, giorni senza sole come brevi crepuscoli grigi.
La narrazione procede per fotogrammi in bianco e nero : lenti, cupi, pesanti.
L'azione consiste nel camminare, cercando di sopravvivere agli agguati dei predoni e soprattutto alla fame e alla sete.
I due sono padre e figlio, sono laceri, smunti, spaventati e tuttavia conservano qualcosa che sarebbe difficile definire altro che "umanità", ovvero qualcosa che abbia a che fare – come dice McCarthy – con la bellezza e con la bontà : qualcosa che l'uomo ed il bambino chiamano "fuoco": andrà tutto bene, perché noi portiamo il fuoco.
E' il fuoco quella "ghianda" – per dirla con Hillmann – quel nucleo profondo che conserva l'essenza dell'umana pietà, della compassione, della generosità e persino della speranza.
Il padre vede nel bambino l'unica speranza di sopravvivenza, perché in lui sono incarnati i più alti valori dell'umana coscienza : la bontà, la bellezza, l'altruismo, la generosità.
"L'uomo lo guardò venire avanti nell'erba e inginocchiarsi con la tazza d'acqua che era andato a prendergli. Aveva un alone di luce tutto intorno...
Il bambino prese la tazza e si allontanò la luce si mosse con lui...
Steso a terra guardava il bambino davanti al fuoco. Voleva avere la vista sgombra. Guardati intorno, disse. Non c'è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione."
Questo bambino senza nome è una delle figure più forti e luminose della narrativa dei nostri giorni e ci resterà nel cuore.
"Ma chi lo troverà se si è perso ? chi lo troverà quel bambino ?
Lo troverà la bontà. E' sempre stato così. E lo sarà ancora".

Il prossimo incontro del Circolo sarà dedicato al romanzo La strada (titolo originale The road) di Cormac McCarthy, Edizione Einaudi.
Vi aspettiamo in Saletta Biblioteca (Via Garibaldi, Lipari) martedì 17 aprile p.v. alle ore 17,00
Buona lettura

La rubrica Il Circolo di Lettura del mese di marzo è dedicata allo scrittore americano John Steinbeck, in particolare al romanzo Furore, pubblicato nel 1939, di cui allego recensione.

I prossimi incontri del Circolo di lettura saranno :

15 marzo p.v. ore 17,00 Incontro con la poesia (proposte dei lettori)

29 marzo p.v. ore 17,00 Incontro con le opere di Steinbeck.

Gli incontri si tengono nella Saletta di Lettura della Biblioteca - Via Garibaldi, Lipari - e sono aperti a tutti.

Il Circolo di Lettura torna alla grande narrativa americana, con uno degli autori più controversi del XX secolo: John Steinbeck (1902-1968) considerato uno dei principali esponenti della cosiddetta "Generazione perduta", insignito nel 1962 Premio Nobel per la letteratura, "per le sue scritture realistiche ed immaginative, unendo l'umore sensibile e la percezione sociale acuta". Tra le opere più interessanti si colloca il romanzo The Grapes of Wrath (tradotto in italiano con il titolo di "Furore").

Furore è considerato un grande-romanzo-americano, uno di quelli in grado di dipingere e incarnare lo spirito degli Stati Uniti in un preciso periodo storico, un racconto epico che rappresenta l'intera nazione.
Steinbeck, che aveva 37 anni quando uscì Furore, ci mise cinque mesi a scriverlo. All'epoca aveva già scritto Uomini e topi, tradotto in Italia per Bompiani da Cesare Pavese, ma Furore è la sua opera più famosa e rappresentativa: uscì il 14 aprile del 1939 e divenne subito un caso politico e di denuncia sociale, più che letterario; fu il libro più venduto negli Stati Uniti in quell'anno e in quello successivo vinse il premio Pulitzer per la narrativa e contribuì all'assegnazione del Nobel per la letteratura a Steinbeck, nel 1962.
Furore racconta la storia di povertà e disperazione di una delle tante famiglie americane colpite dalla Grande Depressione e in particolare l'esodo dal Midwest, dove la siccità e le tempeste di sabbia avevano distrutto i raccolti: le famiglie pativano la fame e non potevano pagare i debiti alle banche, che requisivano le fattorie, privandole di tutto, con l'unica prospettiva di spostarsi vesto Ovest in cerca di lavoro e paghe migliori.
Il romanzo racconta l'epopea della famiglia Joad, costretta a lasciare l'Oklahoma in cerca di fortuna, attratta dal mito della California. Durante in viaggio sull'autostrada 66 i Joad incontrano orde di altri migranti, dormono in tende improvvisate e ascoltano le storie dei tanti derelitti che hanno perso tutto, anche la speranza .
Arrivati in California, i protagonisti scoprono che è diversa dalla terra promessa che immaginavano: è piena di migranti in cerca di lavoro, gli stipendi sono bassi, gli operai sono sfruttati e ridotti alla fame.
"Affamati e risoluti. Avevano carezzato la speranza di trovare una casa in California, ed ecco che trovano, dappertutto, solo odio. Okies : i padroni li odiano perché sanno di essere deboli al confronto degli Okies, d'essere ben nutriti al confronto degli Okies... E nelle città i negozianti odiano gli Okies perché non hanno denaro da spendere; i banchieri odiano gli Okies perché sanno che non possono estorcerne nulla; e gli operai odiano gli Okies perché, affamati come sono, offrono i loro servizi per niente, e automaticamente il salario scende per tutti....
E le strade sono affollate di gente avida di lavoro, ma avida al punto da esser disposta ad assassinare pur di trovarne. E le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi, e sulle strade circola l'umanità affamata. I granai sono pieni e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere. Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro, e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta."
Furore è un'opera di grande impegno civile, è un romanzo di denuncia e di condanna del sistema economico americano che portò alla Grande Depressione del 1929.
Tuttavia – come ogni grande opera letteraria – non appare datata, in quanto dotata di una sorta di "atemporalità" che la rende attuale ed in qualche modo "profetica.

I dieci romanzi più belli di Steinbeck :

Al Dio sconosciuto (To a God Unknown), 1933.

Pian della Tortilla (Tortilla Flat), 1935.

La battaglia (In Dubious Battle), 1936.

Uomini e topi (Of Mice and Men), 1937.

Furore (The Grapes of Wrath), 1939.

La luna è tramontata (The Moon Is Down), 1942.

Vicolo Cannery (Cannery Row), 1945.

La perla (The pearl), 1947.

La valle dell'Eden (East of Eden), 1952.

Quel fantastico giovedì (Sweet Thursday), 1954.

A John Steinbeck ed alle sue opera è dedicato il prossimo incontro del circolo di lettura, che si terrà nella Saletta della Biblioteca Comunale giovedì 29 marzo 2018 alle ore 17,00.

Gli incontri sono aperti a tutti i lettori ed agli interessati.

sparite. Le spiegazioni inesistenti, i paesaggi scarnificati, i personaggi ridotti all'osso : non c'è nulla nel racconto che non sia essenziale al racconto stesso.
Un uomo ed un bambino camminano senza sosta "come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito", fra le macerie di un mondo disfatto, coperto di cenere, dove sono spariti gli uccelli e gli alberi sono ridotti ad un groviglio di rami secchi e spezzati. Il sole è nascosto da una coltre di polvere e cenere che ha ridotto la terra ad un deserto di relitti informi e scarnificati. "Un modo arido, muto, senza dio".
Notti fonde e lunghissime, giorni senza sole come brevi crepuscoli grigi.
La narrazione procede per fotogrammi in bianco e nero : lenti, cupi, pesanti.
L'azione consiste nel camminare, cercando di sopravvivere agli agguati dei predoni e soprattutto alla fame e alla sete.
I due sono padre e figlio, sono laceri, smunti, spaventati e tuttavia conservano qualcosa che sarebbe difficile definire altro che "umanità", ovvero qualcosa che abbia a che fare – come dice McCarthy – con la bellezza e con la bontà : qualcosa che l'uomo ed il bambino chiamano "fuoco": andrà tutto bene, perché noi portiamo il fuoco.
E' il fuoco quella "ghianda" – per dirla con Hillmann – quel nucleo profondo che conserva l'essenza dell'umana pietà, della compassione, della generosità e persino della speranza.
Il padre vede nel bambino l'unica speranza di sopravvivenza, perché in lui sono incarnati i più alti valori dell'umana coscienza : la bontà, la bellezza, l'altruismo, la generosità.
"L'uomo lo guardò venire avanti nell'erba e inginocchiarsi con la tazza d'acqua che era andato a prendergli. Aveva un alone di luce tutto intorno...
Il bambino prese la tazza e si allontanò la luce si mosse con lui...
Steso a terra guardava il bambino davanti al fuoco. Voleva avere la vista sgombra. Guardati intorno, disse. Non c'è profeta nella lunga storia della terra a cui questo momento non renda giustizia. Di qualunque forma abbiate parlato, avevate ragione."
Questo bambino senza nome è una delle figure più forti e luminose della narrativa dei nostri giorni e ci resterà nel cuore.
"Ma chi lo troverà se si è perso ? chi lo troverà quel bambino ?
Lo troverà la bontà. E' sempre stato così. E lo sarà ancora".

Il prossimo incontro del Circolo sarà dedicato al romanzo La strada (titolo originale The road) di Cormac McCarthy, Edizione Einaudi.
Vi aspettiamo in Saletta Biblioteca (Via Garibaldi, Lipari) martedì 17 aprile p.v. alle ore 17,00
Buona lettura

 

---I romanzi della Trilogia della pianura (Benedizione, Canto della Pianura e Crepuscolo) insieme a Le nostre anime di notte, pubblicato postumo nel 2017, costituiscono quasi l'intera produzione dello scrittore americano Kent Haruf (1943 – 2014), tradotto in Italia da Fabio Cremonesi e pubblicato da NNE.
Nei libri di Haruf il lettore si trova, quasi senza accorgersene, a passeggiare nelle strade di Holt, a condividere i sogni, le speranze, le delusioni, le fatiche quotidiane e le semplici gioie della gente di quel paese immaginario della profonda provincia americana. Haruf è riuscito a rendere lirica la vita di personaggi ordinari, dove non accade nulla di straordinario e nessuno alza la voce. Ogni vita è raccontata con autentico realismo narrativo pervaso di umana "compassione".
Nelle opere di Haruf si avverte la presenza della grande letteratura americana del Novecento : da Faulkner ad Hemingway, in una commistione continua di forme letterarie e modalità espressive che dà vita ad una prosa personale sciolta, diretta, scorrevole, intrigante.

Nonostante la sobrietà della scrittura e l'apparente semplicità della trama, la narrazione arriva al cuore del lettore, trasformandolo da semplice osservatore a parte integrante delle vicende narrate, grazie al legame emotivo che si instaura con i personaggi.
"La grandezza di Haruf risiede nel potere della parola e del racconto di vite comuni rese straordinarie dalla letteratura e da quel sentire universale che trascende il tempo e lo spazio. Nella fittizia comunità di Holt lo scrittore crea la vita e la carica di bellezza, anche quando tragica e disperata, celebra l'uomo e i sentimenti comuni, quelle esistenze ordinarie in cui i giorni scorrono lenti, scanditi dal lavoro, dalle stagioni, da felicità misurate. Anche il dramma che inevitabilmente entra nelle vite delle persone lascia comunque spazio alla speranza, a quella fiducia nell'uomo che è forse il messaggio più bello di Haruf . (D. Lambruschini)

Ciò che ho visto, dice uno dei personaggi di Haruf in Benedizione, è la gentilezza e la dolcezza reciproche tra le persone. Lo scorrere lento del tempo in una notte d'estate. La vita normale.
A Kent Haruf ed alla sua produzione letteraria sarà dedicato il prossimo incontro del Circolo di Lettura, che si terrà nella Saletta della Biblioteca Comunale martedì 27 febbraio p.v. alle ore 17,00.
La partecipazione agli incontri di lettura è libera ed aperta a tutti gli interessati.

---Kazuo Ishiguro è giapponese di nascita ed inglese d'adozione. Dal paese d'origine eredita il nome, i tratti, il gusto dell'osservazione acuta e minuziosa dei particolari, esaminati con apparente distacco, fin quasi alla scarnificazione. Dal paese d'elezione invece viene la lingua letteraria, lo stile, il paesaggio, le ambientazioni.

Dalla mescolanza delle due culture proviene forse quel senso sottile di estraneità che pervade tutte le sue pagine.
Ishiguro è uno degli scrittori di lingua inglese più premiati degli ultimi quarant'anni. Il Time ha inserito "Non lasciarmi" (2005) nella lista dei 100 migliori romanzi di lingua inglese pubblicati tra il 1923 ed il 2005.
"Quel che resta del giorno" ha vinto il Booker Prize nel 1989 e nel 1993 il regista James Ivory ne ha tratto uno splendido film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson.
Nel 2017 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura. "Nei suoi romanzi di grande forza emotiva - si legge nella motivazione - ha scoperto l'abisso sottostante il nostro illusorio senso di connessione con il mondo".
A Kazuo Ishiguro sarà dedicato il prossimo incontro del Circolo di lettura, che si terrà martedì 23 gennaio p.v. alle ore 17,00 nella saletta della Biblioteca Comunale – Via Garibaldi, Lipari.
L'iniziativa è aperta a tutti gli interessati.

 

---Secondo appuntamento con la rubrica intitolata "Il Circolo di Lettura", curata da chi scrive, in collaborazione con i lettori che si riuniscono mensilmente nella saletta della Biblioteca Comunale per leggere, commentare, confrontarsi. Il prossimo incontro è fissato per Libro del mese il 5 dicembre e non giovedi 23 novembre alle ore 17

Il Ministero della Suprema Felicità, di Arundhati Roy - Milano, Ugo Guanda Editore, 2017

Esattamente vent'anni dopo Il Dio delle piccole cose, Arundhati Roy torna alla narrativa con questo romanzo ambizioso e complesso, dal titolo altrettanto criptico.
Leggendo la prima opera narrativa della scrittrice indiana, di chiara ispirazione autobiografica, avevamo captato la potenza evocativa del suo realismo magico, l'attenzione per la storia mescolata alla fascinazione dell'arcano, dell'infanzia, della diversità.
Nei vent'anni trascorsi tra la pubblicazione dei due romanzi, la Roy ha scritto instancabilmente articoli e saggi su questioni di storia, economia, ambiente, diritti civili, stigmatizzando diseguaglianze e pregiudizi ancora vivi in India, nonostante l'aspirazione del subcontinente a diventare una potenza mondiale.
Leggendo Il Ministero della Suprema Felicità si ha l'impressione che tutte le vicende vissute e descritte dalla Roy nei suoi saggi socio-politici e nei suoi articoli d'assalto siano confluite in queste pagine densissime di avvenimenti, di personaggi, di storie.
Sullo sfondo è sempre la Storia, quella con la S maiuscola, fatta di verità scomode e troppo spesso nascoste sotto una coltre di ipocrisia : il conflitto tra Hindu e Islam, la separazione tra musulmani ed induisti dopo l'indipendenza, la nascita dello stato islamico del Pakistan, la guerra infinita tra India e Pakistan per l'occupazione del Kashmir, la sistematica violazione dei diritti civili, i soprusi, le torture perpetrate anche nei confronti dei civili inermi, di donne e di bambini.

La Storia con la S maiuscola, raccontata con pennellate secche, decise e minuziosamente documentate, travolge come un fiume in piena la vita dei mille personaggi di questa narrazione, alcuni appena intravisti, altri tratteggiati con cura: l'ermafrodito Anjum della casta degli "hijra", anima di donna intrappolata in un corpo maschile ; la piccola Zainab, abbandonata in una moschea ed adottata dalla comunità hijra del Khwabgab ; il sedicente Saddam Hussein, fondatore – insieme ad Anjum – della pensione Jannat nel vecchio cimitero musulmano di Delhi. L'affascinate S. Tilottama ed i tre uomini che l'hanno amata, primo tra tutti Musa, il combattente kashmiro. La bambina – foca Udaya, trovata in una culla di rifiuti e ribattezzata Miss Jebeen seconda, a rammentare che – al di là di tutto il dolore del mondo – esiste un'incrollabile speranza di sopravvivenza e di felicità.
Nel Ministero della suprema felicità, dove si saldano tutta la speranza e tutto il dolore del mondo,ci sarà sempre spazio per un sogno:" Le rivoluzioni possono cominciare - ha scritto la Roy - a volte lo hanno fatto, dalla lettura di un libro".

Vi aspettiamo nella Saletta di lettura della Biblioteca Comunale di Lipari giovedì 23 novembre p.v. alle ore 17,00

 

Come comincia...
Viveva nel cimitero come un albero. All'alba assisteva alla partenza dei corvi e dava il benvenuto ai pipistrelli. Al crepuscolo faceva il contrario. Tra un turno e l'altro conferiva con i fantasmi degli avvoltoi che incombevano dai suoi rami più alti. Percepiva la stretta delicata dei loro artigli come una fitta di dolore in un arto amputato. Tutto sommato, immaginava, non dovevano essere troppo dispiaciuti di aver preso educatamente congedo dalla storia. Quando si era trasferita lì, aveva sopportato mesi di ripetute cattiverie come avrebbe fatto un albero: senza battere ciglio. Non si girava a guardare quale bambino le avesse scagliato addosso una pietra, non allungava il collo per leggere le ingiurie incise nella sua corteccia. Quando qualcuno la insultava – pagliaccio senza circo, regina senza palazzo – lasciava che l'offesa le soffiasse tra i rami come una brezza leggera e usava la musica del proprio stormire come un balsamo per alleviare il dolore.

 

 

giovedì 26 ottobre p.v. alle ore 17,00 con il romanzo di Arundhati Roy "Il Dio delle piccole Cose".
Gli incontri sono liberi ed aperti a tutti.

Arundhati Roy
Il dio delle piccole cose
Titolo originale: The God of small Things
I edizione: Milano, Guanda, 1997
Nuova edizione : Guanda, 2017
Traduzione di Chiara Gabutti

Il Dio della Perdita.
Il Dio delle Piccole Cose.
Il Dio della Pelledoca e del Sorriso subitaneo.
Poteva fare solo una cosa alla volta.
Non lasciava impronte sulla sabbia, né increspature nell'acqua
né la sua immagine nello specchio.

Il dio delle piccole cose è il primo romanzo di Arundhati Roy, scrittrice e giornalista indiana, attivista no global, celebre per le campagne contro il nucleare e le mega dighe. Il libro ha vinto il Booker Prize nel 1997 ed è stato tradotto e pubblicato in 40 paesi del mondo, ottenendo ovunque un immediato successo di pubblico e di critica.
I protagonisti del racconto sono due gemelli dizigoti, Esthappen e Rahel, gli ambasciatori "E. Pelvis" e "I. Stecco" : Estha con il ciuffo alla Elvis e le scarpe a punta, Rahel con un codino fermato in cima alla testa da un elastico del tipo I love Tokyo.
All'epoca dei fatti narrati hanno circa otto anni e vivono nella regione del Kerala, nell'India meridionale. La loro madre – Ammu – ha abbandono il marito alcolizzato e violento ed è tornata a vivere con l'anziana madre, proprietaria della fabbrica "Conserve & Composte Paradiso" nel villaggio di Ayemenem.
Alla fine del racconto Estha e Rahel hanno superato da poco i trent'anni : "né giovani, né vecchi, ma vitalmente morituri", così li descrive la Roy in una sequenza di immagini e flash back che ripercorrono le vicende dei due ragazzi e della loro famiglia senza un preciso ordine cronologico, ma trasponendo continuamente passato, presente e futuro, in un intreccio di ricordi, emozioni, giochi di parole ed immagini toccante ed originale.
La trama del romanzo, di chiara ispirazione autobiografica, si snoda lungo vari periodi della vita dei personaggi, filtrati dallo sguardo assorto ed innocente dei due bambini, fino ad addensarsi in alcuni eventi di grande impatto emotivo che segneranno drammaticamente la vita dei protagonisti : la morte improvvisa della cugina inglese Sophie Mol, il martirio di Velutha, colpevole di essere un Paravan, un paria, la morte solitaria e disperata di Ammu, colpevole di aver amato un intoccabile e di avere gettato il disonore sulla sua famiglia.
Prima del Terrore c'era un mondo incantato di fiori, di uccelli, di fiumi pescosi, una visione dell'India diversa rispetto a quella cui molta narrativa ci ha abituato. Poi i tirapiedi della storia spezzano l'incantesimo con la sopraffazione e l'infanzia finisce. I gemelli verranno separati e la loro vita sarà spezzata per sempre.

Scrive Arundhati Roy "I gemelli erano troppo giovani per sapere che quelli non erano altro che i tirapiedi della storia. Mandati a far quadrare i conti e a riscuotere il dovuto da coloro che trasgredivano le sue leggi. Spinti da motivazioni primitive ma paradossalmente del tutto impersonali. Sentimenti di disprezzo, nati da una paura rozza e inconfessata : la paura della civiltà di fronte alla natura, dell'uomo di fronte alla donna, del potere di fronte all'impotenza. L'impulso subliminale che l'uomo ha di distruggere quello che non può né sottomettere né divinizzate".

L'incipit....

CONSERVE & COMPOSTE PARADISO

Maggio ad Ayemenem è un mese caldo, meditabondo. Le giornate sono lunghe e umide. Il fiume si ritira e corvi neri si rimpinzano di manghi lucidi sugli alberi verdepolvere, immobili. Maturano le banane rosse. Si spaccano i frutti dell'albero del pane. Mosconi viziosi ronzano vacui nell'aria fruttata. Poi si schiantano contro i vetri delle finestre e muoiono, goffamente inermi sotto il sole.
Le notti sono limpide, ma soffuse di un'attesa fosca e pigra.
Con l'inizio di giugno, però, arriva il monsone da sudovest, portando tre mesi di vento e pioggia, con brevi incantesimi di sole aspro e brillante che i bambini elettrizzati rubano per i loro giochi. La campagna diventa di un verde sfrontato. I confini sfumano man mano che i filari di tapioca mettono radici e fioriscono. I muri di mattoni diventano verdemuschio. I viticci del pepe nero serpeggiano su per i pali della luce. I rampicanti selvatici traboccano dagli argini di laterite e si riversano nelle strade allagate. Le barche riforniscono i bazar. E nelle pozzanghere che riempiono le buche lasciate per le strade dal Dipartimento dei Lavori Pubblici compare qualche pesciolino.
Pioveva, quando Rahel tornò ad Ayemenem. Argentee funi frustavano la terra sfatta, arandola a colpi di cannone. La vecchia casa sulla collina portava il ripido tetto a due spioventi calcato sulle orecchie come un cappello. I muri, striati di muschio, si erano ammorbiditi e leggermente gonfiati per l'umidità che filtrava dal terreno. Il giardino incolto e straripante era pieno del sussurro e del trapestio di piccole vite. Nel sottobosco un serpente si strofinava contro una pietra lucente. Gialle ranetoro perlustravano speranzose lo stagno melmoso in cerca di un compagno. Una mangusta fradicia sfrecciò per il viale d'accesso cosparso di foglie.

 

 

LE NOTIZIE PRECEDENTI

Bella e coraggiosa prova del giovane attore eoliano Gabriele Furnari Falanga, che l'altro ieri sera al Centro Studi Eoliano ha portato in scena (con la regia di Adriana Mangano) il monologo "Sogno di un uomo ridicolo" tratto dal racconto di Fedor Dostoevskij.
Il testo dostoevskijano è stato oggetto di numerose trasposizioni teatrali, ultima quella di Gabriele Lavia, che ne ha fatto la sua ossessione. Tuttavia, nulla manca all'interpretazione del giovane Falanga, voluta dall'Associazione Euterpe Eolie nel centenario della rivoluzione russa : passione, identificazione, intensità, commozione. L'aura creata dalla scenografia essenziale ma efficace, dai buoni effetti sonori e dalla presenza scenica del protagonista, ha catturato completamente il pubblico, nonostante i rumori di fondo dovuti ad un inquinamento acustico senza scampo che ammorba le notti estive a Lipari.

Fedor Dostoevskij scrive "Il sogno di un uomo ridicolo" nel 1876 e lo pubblica in "Diario di uno scrittore" nel 1877. E' una delle opere più cupe e disperate dello scrittore russo, il lungo e ininterrotto monologo di un uomo che esordisce dicendo "Io sono un uomo ridicolo" e che una notte stellata decide di morire.
E' la notte del 3 novembre ed il protagonista – che non ha nome – ha raggiunto l'età di 46 anni, la stessa di Dostoevskij al momento della pubblicazione. Anche lo scrittore, come il protagonista del racconto, attraversa momenti bui di desolazione, segnati da debiti, lutti e malattie. Anche Fedor, come l'oscuro protagonista senza nome, viene probabilmente attraversato da pensieri di morte e si interroga sul senso della vita e del nulla.In una sorta di transfert catartico, l'uomo ridicolo diviene l'alter ego di Dostoevskij, diviene colui che decide di uccidersi con un colpo di pistola al cuore, ma – paradossalmente – si addormenta e sogna: sogna di essersi suicidato e di essere stato trasportato, attraverso spazi interplanetari, in un mondo paradisiaco. «Questa terra non era stata profanata da alcuna colpa e le persone che ci vivevano non avevano peccato; essi vivevano in un paradiso simile a quello nel quale aveva vissuto, secondo le tradizioni, l'intera umanità, e così anche i nostri progenitori che però caddero nel peccato; la sola differenza era che qui tutta la terra era ovunque un unico paradiso. Questa gente mi si stringeva intorno ridendo serena e colmandomi di carezze, mi portavano con loro e ognuno voleva tranquillizzarmi.

Oh, essi non mi chiesero nulla, ma sembrava che sapessero già tutto e volessero allontanare il più presto possibile la sofferenza del mio volto... Per mangiare e vestirsi lavoravano poco e facevano lavori facili e leggeri... Erano felici dei figli che nascevano perché avrebbero diviso con loro la gioia di vivere... Componevano anche canti gli uni per gli altri, lodandosi come bambini; erano canzoni molto semplici, ma sgorgavano dal cuore e lo penetravano... Era una specie di innamoramento totale e collettivo... Il fatto è che io... Finii per corromperli tutti!... Desiderarono soffrire poiché, dicevano, la verità si ottiene solo soffrendo... Quando divennero cattivi cominciarono a parlare della fratellanza e umanità, comprendendone i concetti. Quando diventarono criminali, allora istituirono la giustizia e si imposero interi codici per difenderla... Non riuscivo, non avevo la forza di uccidermi con le mie mani, ma volevo che mi torturassero, volevo subire i peggiori supplizi, desideravo che il mio sangue fosse versato in questi tormenti fino all'ultima goccia... Allora una terribile pena irruppe nel mio animo pervadendolo con una tale forza da attanagliarmi il cuore per l'angoscia che provavo, tanto che mi sembrò di morire, ma ecco che qui... sì, proprio a questo punto, io mi svegliai.»Al risveglio l'oscuro protagonista – toccato da una sorta di illuminazione - dichiara la sua fede fervente nella verità di quell'età d'oro: «Ma come posso non crederci? Io ho visto la Verità, non me la sono inventata, l'ho vista, l'ho vista, e la sua immagine vivente ha colmato la mia anima per sempre».

Non importa che si tratti solo di un sogno, di un delirio, di un'allucinazione, poco importa che il paradiso non sarà di questo mondo: «"l'uomo ridicolo" camminerà, camminerà, se è necessario, anche per mille anni ancora».
Avviene dunque una conversione, avviene che il precetto "Ama gli altri come te stesso" esca dagli schemi evangelici e diventi principio di vita e di speranza per l'avvenire e la sopravvivenza dell'umanità.
La speranza di restare presenti e vivi e partecipi del destino dell'umanità non come spettatori distratti ma come protagonisti coscienti ed autodeterminati.
Affidiamo il ruolo di "profeti" del nostro tempo ai grandi artisti - scrive Jacques Michaut – Paternò – perché sono dotati di un sesto senso che a noi difetta e sono in grado di percepire nell'aria correnti, suoni ed umori che costituiscono la musica del tempo.

Si è costituito a Lipari un Circolo di lettura che si riunisce almeno due volte al mese nella Saletta di lettura della Biblioteca Comunale.

Gli incontri sono aperti a tutti i lettori, non è richiesto alcun tesseramento o altra condizione se non quella di amare le buone letture e di sentire il bisogno di scambiare pareri, opinioni, punti di vista e riflessioni con altri lettori.
I prossimi appuntamenti saranno:
 
martedì 31 gennaio alle ore 17,00 "Incontro la poesia" : verranno lette e messe a confronto le proposte dei lettori (testi poetici scelti liberamente)
 
giovedì 9 febbraio alle ore 17,00 "Incontro con l'autore":  Questa volta si legge "Argo il cieco" di Gesualdo Bufalino

Ricordo che nei giorni 4 - 5 e 6 settembre alle ore 19,30 presso la Chiesa Addolorata al Castello di Lipari si terranno tre concerti di musica classica e sinfonica, organizzati dall'Associazione Euterpe.
Da Mendelssohn a Bach, da Mahler a Franck, passando per Bela Bartok fino ad un travolgente Piazzolla, programma vario ed intrigante, musicisti di grande qualità.
Ingresso libero

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