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di Dario Ferrara

Condannato il dirigente comunale per l’incidente sulla strada scivolosa se non cura la manutenzione

Il distacco del new jersey costa la vita a un bambino: responsabile insieme al conducente il responsabile delle opere pubbliche che ha poteri di spesa ma non dispone un intervento straordinario

Condannato. È responsabile anche il dirigente del Comune oltre che il conducente del veicolo per la morte del bambino nell’incidente automobilistico. E ciò perché il sinistro avviene su una strada rattoppata e scivolosa: la velocità eccessiva del pulmino sull’asfalto bagnato fa il resto. Risultato: il mezzo finisce contro lo spartitraffico e un blocco di cemento del new jersey colpisce l’auto in corsa. Ed è titolare di una posizione di garanzia il responsabile del settore opere pubbliche dell’ente: deve curare la manutenzione delle infrastrutture e ha potere di spesa oltre che di intervento straordinario eppure nulla ha disposto in un tratto di strada dove si sono già verificati sinistri. È quanto emerge da una sentenza pubblicata il 17 giugno dalla quarta sezione penale della Cassazione (e qui leggibile in fondo all’articolo).

Fonti di rischio
Bocciato il ricorso di entrambi gli imputati. La velocità del pulmino è inadeguata allo stato dei luoghi e alle condizioni meteo. E dire che al volante c’è un autista professionista che percorre spesso quella strada per lavoro, ma quella sera compie una serie di manovre errate e inappropriate alla situazione obiettiva. Insieme al conducente, tuttavia, risponde anche il dirigente comunale anche se ha segnalato alla Giunta comunale i problemi del tratto “incriminato”.

È in base all’articolo 14 Cds che gli enti proprietari delle strade devono provvedere alla manutenzione delle infrastrutture mentre l’articolo 107 Tuel riconosce ai dirigenti comunali poteri di spesa per intervenire. E fra le competenze del responsabile del settore ci sono gli interventi straordinari e d’urgenza oltre la manutenzione ordinaria. Proprio ciò che è mancato nella specie: il dirigente deve ritenersi consapevole del pericolo assoluto rappresentato dallo spartitraffico degradato che si trova in prossimità dello svincolo.

Si trova, d’altronde, in una posizione di garanzia rispetto a fonti di rischio note da anni a lui agli amministratori locali. Ma non interviene, anzi: poco prima del sinistro destina 18 mila euro alla manutenzione delle aree verdi invece che al rifacimento della strada-killer, dove peraltro aveva disposto in passato sui guard-rail e rappezzi dell’asfalto.

Tarsu, l’annullamento delle delibere non azzera la pretesa tributaria. Scatta per il giudice l’obbligo di applicare le tariffe corrette

L’annullamento delle delibere tariffarie della tassa rifiuti non comporta il venir meno della pretesa tributaria ma determina l’obbligo del giudice di applicare le tariffe corrette (quelle dell’anno precedente). L’annullamento di una delibera Tarsu, inoltre, non ha alcun effetto sulle delibere degli anni successivi, anche se meramente ripetitive della prima, trattandosi di atti autonomi.

 

Penalisti in sciopero il 27 e 28 giugno: no a cedimenti sui diritti
L'Unione delle Camere Penali Italiane denunzia la compromissione del diritto dell'imputato a essere giudicato dal medesimo giudice che ha raccolto la prova in dibattimento: una prassi ormai "abituale"

L'Unione delle Camere Penali Italiane ha indetto due giorni di astensione - il 27 e 28 giugno prossimi - degli avvocati penalisti per chiedere un immediato intervento legislativo a salvaguardia della concreta attuazione dei principi cardine del giusto processo. In particolare, i legali denunciano la compromissione del diritto dell'imputato a essere giudicato dal medesimo giudice che ha raccolto la prova in dibattimento. Una prassi ormai "abituale" denunciano i penalisti in quanto a seguito del mutamento del giudice non viene disposta la rinnovazione della prova. (Sono esclusi dall'astensione i circondari di Benevento e Napoli Nord interessati da astensioni indette dalla Camera Penale di Benevento per il 15 giugno e dalla Camera Penale di Napoli Nord per il 6 luglio 2022).

Con la legge delega n. 134/2021, si legge nella nota delle Camere penali, firmata dal Segretario, Eriberto Rosso, e dal Presidente Gian Domenico Caiazza, il Parlamento ha stabilito il principio per il quale il giudice che procede può valutare di non rinnovare la prova nella ipotesi in cui le dichiarazioni rese in dibattimento siano state videoregistrate e sia dunque possibile procedere alla loro visione e al loro ascolto, al fine di percepirne il contesto e anche tutti gli elementi che compongono la comunicazione non verbale. In buona sostanza, spiega l'Unione, la "delega Cartabia" ha inteso recepire le indicazioni che provengono dalla sentenza della Corte costituzionale n. 132/2019. Dove, la Corte delle leggi, tramite un obiter dictum, ha prospettato al Legislatore la possibilità di una limitazione dell'operatività dei principi di immediatezza e oralità a fronte di particolari condizioni quando vi sia quantomeno la possibilità per il nuovo giudice di esaminare la videoregistrazione della testimonianza.

Nonostante il principio di diritto vigente nel nostro ordinamento in quanto oggetto della legge delega, prosegue il comunicato dei penalisti, ogni giorno continua a verificarsi nelle nostre aule di giustizia il fenomeno determinato dalla regola stabilita dalla Suprema Corte di Cassazione con la nota sentenza Bajrami (Sez. Un. 41736/2019). Secondo tale pronuncia è possibile per il nuovo giudice non procedere alla rinnovazione dell'acquisizione della prova, limitando tali ipotesi al solo caso che la parte abbia indicato il teste nella sua lista o intenda indicarlo in una nuova lista testi, a condizione che siano diverse le circostanze rispetto a quelle oggetto della prima testimonianza. "Conseguenza di tale pronuncia sono le devastanti prassi in atto per le quali con inquietante frequenza mutano le composizioni dei collegi e dei tribunali monocratici, di fatto così bilanciando principi costituzionali con esigenze organizzative, trasferimenti a richiesta dei singoli magistrati, esigenze private degli stessi giudici".

È già stata richiesta – proseguono - la previsione di una disciplina transitoria che releghi la necessità della videoregistrazione quale precondizione per la rinuncia alla rinnovazione della prova ai casi futuri mentre, nell'attesa che gli Uffici si dotino degli adeguati strumenti tecnici, sarebbe sufficiente la sola trascrizione della registrazione dell'udienza. Ma i penalisti italiani "intendono reagire a questo stato di cose e, proprio nell'imminenza della chiusura dei decreti delegati, richiedono che siano previste quantomeno misure che diano certezza che il giudice della decisione abbia nel suo bagaglio di conoscenza la concreta visione delle videoregistrazioni". I provvedimenti attuativi debbono dunque prevedere l'obbligo, sanzionato da nullità, della visione pubblica, in una udienza dedicata, di quelle videoregistrazioni.

Inoltre, l'Unione delle Camere Penali chiede un "immediato intervento nell'ambito della riforma dell'ordinamento giudiziario volto a prevedere l'obbligo per il giudice richiedente il trasferimento di previamente esaurire il proprio ruolo portando a termine i processi già iniziati". "Tale onere, in realtà, è già contemplato in una precisa direttiva del CSM, semplicemente rimasta inattuata. Laddove il previo esaurimento del ruolo assumesse la forma di un preciso obbligo avente forza di legge troverebbero immediata soluzione almeno le più gravi storture determinate dalla infausta decisione delle Sezioni Unite".

 

La suocera invadente può essere causa di separazione

Sulla separazione dei coniugi un solo episodio di violenza è sufficiente per condurre all'addebito della stessa al marito, disinteressato dal punto affettivo alla moglie, costretta a sopportare una suocera invadente e controllante

Separazione dal marito anche per colpa della suocera
Addebito della separazione al marito anaffettivo
Sulla separazione pesa anche l'invadenza della suocera autoritaria
Separazione dal marito anche per colpa della suocera

Accordata la separazione alla moglie, che ha dato 5 figli al marito, che però non la ricambia con l'affetto e la comprensione di cui ha bisogno e che in un episodio, anche se isolato, la picchia in presenza del primogenito. Una crisi aggravata anche dalla presenza costante e controllante della suocera, che si intromette nella gestione dei nipoti e che, da quanto rivelano tate e collaboratrici, fa sentire la nuora ospite della sua villa, concessa in comodato al figlio per mettere su famiglia. Una separazione che costa cara al coniuge, visto che se lo stesso ha avuto dei problemi economici, è solo per colpa sua. 

Addebito della separazione al marito anaffettivo
Una donna si rivolge al Tribunale per chiedere la separazione con addebito al marito per violazione dei doveri coniugali di assistenza morale e per lesione della propria integrità fisica.

Chiede altresì l'assegnazione della casa di proprietà della suocera, l'affidamento condiviso dei figli con collocazione prevalente presso di sé, un assegno mensile per i 5 figli di 8.000 euro complessivi e di 20.000 per il proprio mantenimento.

La donna lamenta il disinteresse morale e sessuale del marito nei suoi confronti e dichiara di essere vittima di vessazioni da parte dello stesso, culminate nell'episodio del 2016, quando l'ha picchiata in presenza del figlio, intervenuto in sua difesa.

Da sempre esclusa dalla vita lavorativa del marito e ostacolata nello svolgimento di una sua attività esterna all'ambiente domestico, la donna fa presente di avere sempre subito la presenza autoritaria e invadente della suocera, che l'ha sempre trattata come un ospite della sua villa.

Il marito, costituitosi in giudizio, acconsente alla assegnazione della villa alla moglie fino alla scadenza del comodato concesso loro dalla sua famiglia di origine, ossia fino al 30 novembre 2017, il riconoscimento di un assegno mensile in favore dei figli di 1250 euro e di 750 euro per il mantenimento alla moglie, sostenendo che il tenore di vita goduto all'inizio del matrimonio è venuto meno a causa di debiti e problemi giudiziari.

Il Presidente, sentiti i coniugi, assegna la casa alla moglie, dispone l'affidamento congiunto dei figli con collocazione presso la madre e pone a carico del marito l'obbligo di corrispondere l'importo mensile di 1500 euro per i figli e di ulteriori 1500 euro per la moglie.

Sulla separazione pesa anche l'invadenza della suocera autoritaria
Il Tribunale, ritenendo fondata la domanda avanzata dalla moglie, pronuncia la separazione personale dei coniugi, addebitandola al marito in quanto "il grave episodio di violenza fisica è da solo sufficiente a fondare la responsabilità della crisi coniugale in capo al coniuge che ne è stato l'autore" come confermato dalla testimonianza del figlio, di anni 16 all'epoca dei fatti.

Il Tribunale conferma inoltre la versione della donna in relazione alla lamentata ingerenza della suocera autoritaria nel menage familiare, confermata dalle testimonianze rese in giudizio dalle collaboratrici domestiche e dalle tate. Dichiarazioni da cui è emersa la volontà dell'anziana donna di gestire la vita e le abitudini anche alimentari dei nipoti, di esercitare un continuo controllo, anche telefonico, sugli stessi e di far pesare alla nuora di vivere nelle villa di sua proprietà.

Dal punto di vista economico, dalle prove è emerso inoltre che il marito, oltre a svolgere una sua attività di impresa, è titolare di partecipazioni societarie in 13 società, mentre la moglie, di anni 47 è disoccupata.

Dalla valutazione comparativa delle rispettive situazioni dei coniugi il Tribunale dispone quindi l'assegnazione della casa coniugale alla moglie, conferma il mantenimento di 5000 euro al mese per i figli, a cui sommare le spese straordinarie, a totale carico del padre.

Alla moglie spetta invece un assegno mensile di 3000 euro, alla luce del suo stato di disoccupazione e della sua età (47 anni), a conferma di quanto deciso in sede di appello, dopo il reclamo della donna contro le decisioni del Presidente.

 

 

Abuso d'ufficio
I giudici iniziano a restringere il campo sul reato di abuso d’ufficio, applicando i principi portati avanti con la riforma del 2020 (decreto legge 76). Infatti, la Corte costituzionale prima (sentenza 8/2022) e la Cassazione poi (sentenza 13136/2022) hanno sottolineato l’esigenza di evitare controlli eccessivi del giudice penale sulla discrezionalità dell’attività amministrativa. Due decisioni che paiono segnare un’inversione di tendenza rispetto alle pronunce seguite alla riforma.

 

Morte da Covid-19: sì all’indennizzo se la polizza privata copre l'infortunio
Il Tribunale di Torino, ha accolto la domanda avanzata dagli eredi di un uomo, titolare di una polizza assicurativa privata che copriva il rischio “infortuni”, deceduto a causa di una insufficienza respiratoria da infezione SARS-CoV-2, tesa ad ottenere la condanna della Compagnia convenuta al versamento, a titolo di indennizzo, delle somme

assicurate da contratto per il caso di morte conseguita ad infortunio. In particolare, secondo il giudice di merito, ben interpretando la clausola contenuta nelle condizioni generali del contratto (secondo cui va ritenuto infortunio anche un evento dovuto a causa fortuita, violenta ed esterna che produca lesioni le quali abbiano per conseguenza la morte), anche l’infezione da SARS-CoV–2 va considerata, in assenza di specifica esclusione contrattuale, evento inquadrabile quale infortunio coperto dalla polizza e, come tale, tecnicamente indennizzabile.

Nel mese di gennaio 2019 un uomo, di professione medico dentista in regime di libera professione, sottoscriveva con una Compagnia assicurativa una polizza infortuni, a mente della quale, come riportato nelle condizioni generali di contratto, era considerato infortunio ogni evento dovuto a causa fortuita, violenta ed esterna, che producesse lesioni fisiche oggettivamente constatabili, le quali avessero per conseguenza la morte, una invalidità permanente oppure una inabilità temporanea. Per il caso di morte, nello specifico, era assicurata una somma pari a centomila euro. La polizza prevedeva anche, per il caso in cui l’infortunio avesse come conseguenza la morte, verificatasi entro due anni dal giorno dell'infortunio stesso, l’obbligo della Compagnia di corrispondere la somma assicurata ai beneficiari designati o, in difetto di designazione, agli eredi dell'assicurato in parti uguali. Nel mese di marzo 2020, purtroppo, l’uomo contraeva una infezione da coronavirus e decedeva in ospedale quale conseguenza di una grave insufficienza respiratoria da SARS-CoV-2. La moglie della vittima (erede al pari del figlio minore, autorizzato ad accettare l’eredità paterna in forza di un intervenuto provvedimento del giudice tutelare) rivendicava pertanto le somme previste nella suddetta polizza in aderenza alle previsioni contrattuali, ritenendo la morte del marito la conseguenza di un infortunio verificatosi per causa fortuita, violenta ed esterna, proprio come previsto nelle condizioni generali di contratto.

Nonostante la puntuale denuncia del sinistro alla Compagnia, tuttavia, quest’ultima negava il ristoro alla richiedente, sostenendo che l’evento denunciato non rientrasse nella definizione contrattualmente indennizzabile ai sensi delle condizioni generali di assicurazione. A nulla valeva, peraltro, il successivo invito del legale degli eredi a stipulare una convenzione di negoziazione assistita, alla quale la Compagnia aveva ritenuto di non partecipare, come pure ogni altro tentativo posto in essere in via stragiudiziale a scopo transattivo e deflattivo del contenzioso processuale. Gli eredi pertanto adivano le vie legali per ottenere la condanna della Società assicurativa al pagamento della somma prevista in polizza per il caso di morte per infortunio del contraente.

La domanda da porsi nel caso oggetto di valutazione, si legge in sentenza, è se l’infezione da SARS_CoV-2 sia da considerarsi evento inquadrabile quale infortunio tecnicamente indennizzabile ai sensi delle “Condizioni Generali di Assicurazione Infortuni” sottoscritte dal de cuius, titolare della polizza.

Più in generale, esulando un attimo dalla fattispecie in commento ma rimanendo in tema, è noto come l’equiparazione: “infezione da coronavirus=infortunio”, sia da tempo stata presa in considerazione dal legislatore e, de relato, dalle Compagnie assicurative.

L’art. 42 del Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18 (“Misure di potenziamento del Servizio sanitario nazionale e di sostegno economico per famiglie, lavoratori e imprese connesse all'emergenza epidemiologica da COVID-19”, più noto come Decreto “Cura Italia”) ha, in effetti, equiparato l’infezione da Covid-19 ad un infortunio sul lavoro.

Più precisamente, il secondo comma della norma appena citata (intitolata: “Disposizioni Inail”), recita testualmente: “nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS-CoV-2) in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio e lo invia telematicamente all’INAIL che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato. Le prestazioni INAIL nei casi accertati di infezioni da coronavirus in occasione di lavoro sono erogate anche per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato con la conseguente astensione dal lavoro. I predetti eventi infortunistici gravano sulla gestione assicurativa e non sono computati ai fini della determinazione dell’oscillazione del tasso medio per andamento infortunistico di cui agli articoli 19 e seguenti del Decreto Interministeriale 27 febbraio 2019. La presente disposizione si applica ai datori di lavoro pubblici e privati”.

La successiva circolare Inail 3 aprile 2020, n. 13, ha ulteriormente precisato quale fosse la disciplina alla base del riconoscimento dell’infortunio per le persone contagiatesi a lavoro.

Nella pratica, non pochi sono stati, tuttavia, i dubbi applicativi:

a) la copertura assicurativa dell’Inail in caso di infezione da Covid-19 contratta durante l’attività lavorativa è stata, infatti, riconosciuta unicamente a chi lavora come dipendente in una struttura pubblica o privata, e non ai liberi professionisti, titolari di polizze assicurative private a copertura del rischio “infortunio”, in quanto in questo caso l’infezione da Covid-19 è stata fatta rientrare nel concetto di “malattia”, e non di infortunio;

b) ciò ha fatto ritenere la sussistenza di una evidente disparità di trattamento tra chi lavora come dipendente in una struttura pubblica o privata e chi invece svolge la medesima attività come libero professionista.

L’Inail, d’altronde, seguendo l’indirizzo vigente in materia di trattazione dei casi di malattie infettive e parassitarie (come indicato nelle “Linee-guida per la trattazione dei casi di malattie infettive e parassitarie” di cui alla Circolare Inail 23 novembre 1995, n. 74), ormai da tempo tutela le affezioni morbose, inquadrandole nella categoria degli infortuni sul lavoro ed effettuando una equiparazione tra causa violenta e causa virulenta.

In tale ambito delle affezioni morbose sono stati, dunque, ricondotti anche i casi di infezione da nuovo coronavirus occorsi a qualsiasi soggetto assicurato dall’Istituto: la tutela assicurativa Inail, spettante nei casi di contrazione di malattie infettive e parassitarie negli ambienti di lavoro e/o nell’esercizio delle attività lavorative, è stata ritenuta operante anche nei casi di infezione da nuovo coronavirus contratta in occasione di lavoro per tutti i lavoratori assicurati all’Inail.

Come conseguenza, sono stati ritenuti destinatari di tale tutela, quindi, i lavoratori dipendenti e assimilati, nonché i lavoratori parasubordinati, gli sportivi professionisti dipendenti e i lavoratori appartenenti all’area dirigenziale.

Al contrario, con riferimento alle coperture “infortuni” private, l’ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) ha tenuto a far propria una interpretazione in virtù della quale:

a) il Covid-19 non può ritenersi coperto dalle polizze infortuni private, in quanto il sopra citato art. 42 del decreto c.d. “Cura Italia” rappresenterebbe una norma di carattere speciale, emanata in un contesto emergenziale, e che, come tale, non troverebbe applicazione in ambito privatistico;

b) nell’ambito delle coperture infortuni private, pertanto, occorrerebbe fare riferimento a una definizione di infortunio strettamente medico-legale, intendendolo come un evento traumatico e violento, dovuto ad una causa esterna, che produce delle lesioni fisiche obiettivamente constatabili;

c) i contagi da Covid, pertanto, andrebbero fatte rientrare nell’ambito delle coperture malattia.

Non a caso, con riferimento alle polizze con copertura del rischio “malattia” molte Compagnie, per andare incontro alle esigenze dei propri clienti, hanno modificato la propria offerta sviluppando prodotti assicurativi ad hoc e prevedendo garanzie specifiche in caso di contagio da Covid-19 come, ad esempio, indennità giornaliere (in genere previste solo in caso di ricovero) per il periodo di quarantena.

A seguito dell’introduzione del suddetto articolo 42, molte Compagnie, in un’ottica prudenziale, hanno comunque preferito disciplinare nelle condizioni contrattuali delle proprie polizze infortuni il caso delle infezioni, prevedendone, a scanso di equivoci, l’esclusione esplicita dalla copertura (pur ritenendosi una simile clausola di esclusione espressa in realtà non necessaria dal momento laddove il Covid venga appunto considerato quale malattia e non come infortunio).

Il Tribunale piemontese ha inteso valutare positivamente le istanze di parte attrice:

a) giudicando inquadrabile l’infezione da SARS-CoV-2 contratta dalla vittima alla stregua di un infortunio tecnicamente indennizzabile ai sensi delle Condizioni Generali di Assicurazione Infortuni contenute nella polizza sottoscritta dal libero professionista;

b) individuando quale danno ristorabile quello da morte da infortunio per causa fortuita, violenta ed esterna ex art. 12 delle suddette Condizioni;

c) condividendo pienamente l’iter argomentativo posto alla base della consulenza tecnica di ufficio, appositamente eseguita;

d) ritenendo, di conseguenza, pienamente accoglibili le domande attoree, atte ad ottenere il pagamento, da parte della Compagnia convenuta, della somma di centomila euro prevista contrattualmente per il caso di morte per infortunio del sottoscrittore della polizza.

Come evidenziato anche nella richiamata consulenza tecnica di ufficio, le Condizioni contenute nel contratto sottoscritto dal de cuius ricomprendevano espressamente nel concetto di “infortunio” coperto da polizza un evento dovuto a tre presupposti (causa fortuita, violenta ed esterna) in grado di determinare constatabili lesioni tali da determinare, come conseguenza, anche la morte.

Ebbene, il giudice di prime cure ha evidenziato:

a) quanto al primo presupposto (causa fortuita), come sia da prendere atto che l’infezione da SARS-CoV-2 risulta quale condizione determinata, innanzi tutto, da causa fortuita, posto che trattasi di atto assolutamente non volontario. Nel caso che ci riguarda, in particolare, il soggetto infettato si era venuto a trovare in siffatta condizione “senza sapere in modo alcuno di cosa si trattasse e senza neppure avere la più pallida idea di possibili comportamenti idonei a prevenire l’infezione” (l’epidemia da coronavirus non era ancora conosciuta bene, all’epoca dei fatti, e la si riteneva comunque confinata alla Cina (solo l’11 marzo 2020, come noto, l’OMS proclamò il Covid-19 come “pandemia”);

b) quanto al secondo presupposto (causa violenta), come ben possa dirsi violenta l’infezione da Covid-19, con un’alterazione dello stato normale di intere parti dell’organismo (in particolare dell’apparato respiratorio), tale da causare gravissime sofferenze e, alla fine, addirittura la morte del soggetto interessato;

c) quanto al terzo presupposto (causa esterna), come il virus sia un organismo estraneo al corpo umano e che nello stesso viene ad inserirsi proprio quale elemento proveniente dall’esterno (non a caso, precisa il giudicante, si è disposto l’utilizzo di una mascherina, atta proprio ad evitare il contatto con detta causa esterna).

Un altro aspetto da tenere in grande considerazione nel caso che qui ci occupa, si legge in sentenza, è poi rappresentato dal fatto che il contratto di assicurazione stipulato nella fattispecie dalla vittima non escludesse affatto le infezioni virali e batteriche: pertanto, proprio l’assenza di una specifica esclusione contrattuale fa sì che l’infezione da SARS-CoV-2 soddisfi pienamente, secondo la corte di merito, la definizione di infortunio come contemplata nelle Condizioni di polizza.

Più precisamente, la circostanza che non fosse presente in polizza alcuna clausola contrattuale di esclusione di indennizzo, ha reso tecnicamente indennizzabili anche le infezioni acute virulente che provengano dall’esterno, soddisfacendo esse la definizione di infortunio.

Il magistrato torinese si è spinto tuttavia ancora oltre, richiamando, a rafforzare ulteriormente la validità delle istanze attoree, il disposto di cui all’art. 1370 del Codice Civile, a mente del quale “le clausole inserite nelle condizioni generali di contratto o in moduli o formulari predisposti da uno dei contraenti s’interpretano, nel dubbio, a favore dell’altro”.

Secondo una consolidata interpretazione della giurisprudenza di legittimità, infatti, “le clausole di polizza, che delimitino il rischio assicurato, ove inserite in condizioni generali su modulo predisposto dall'assicuratore, sono soggette al criterio ermeneutico posto dall’art. 1370 cod. civ., e, pertanto, nel dubbio, devono essere intese in senso sfavorevole all’assicuratore medesimo” (così, ex multis, Cass. Civ., 17.01.2008, n. 866).

Ad ulteriore corollario, il giudicante ha peraltro rigettato, in modo perentorio, i rilievi del consulente di parte nominato dalla convenuta:

a) circa le pretese distinzioni da porre tra infortunio e malattia, ironicamente – ed amaramente – asserendo: “quasi che il contrarre una malattia non costituisse un infortunio (la cui stessa etimologia latina - in-fortunium - squaderna il riferimento ad un evento sfortunato, malaugurato), ma semmai, allora ... un colpo di buona sorte!”.;

b) circa la pretesa impossibilità, per chiunque appartenga alla classe medica, “di indennizzare in infortunistica privata una polmonite qualificandola quale infortunio e non, piuttosto, malattia”.

Per smentire tale asserzione, il giudicante ha richiamato una dichiarazione resa alla stampa addirittura dal Presidente della Società Italiana di Medicina Legale e delle Assicurazioni, secondo cui:

b1) è inequivocabile che la dottrina medico legale abbia costantemente considerato un’infezione virale o batterica, sulla cui trasmissione vi sia nozione delle modalità di contagio anche ambientale, ovvero non mediato da energie meccanica, un infortunio a tutti gli effetti, dotato delle caratteristiche della accidentalità, della violenza e dell’esteriorità causali;

b2) non vi è dubbio che un momento infettante, nella massima parte dei casi, per quanto fondato su evidenze scientifiche, rappresenti un preciso e ben circostanziato evento violento, fortuito ed esterno;

b3) in considerazione di un’articolata e costante dottrina medico legale nonché dei suoi sviluppi, deve affermarsi che, ontologicamente, anche nell’ambito della polizza privata contro gli infortuni, prescindendo da qualsiasi condizione o clausola speciale ovvero diversa specificazione contrattuale nonché dalla valutazione medico legale dell’indennizzabilità e della quantificazione delle sue conseguenze, l’evento infettante in sé costituisca, ad ogni effetto, infortunio ai sensi della più diffusa definizione contrattuale dello stesso.

Il Tribunale di Torino, in accoglimento della domanda attorea, ha condannato la Compagnia di assicurazioni al pagamento nei confronti degli eredi del dentista della somma di centomila euro, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali,le spese di lite, liquidate in complessivi diciottomila euro oltre ad accessori di legge, ed il rimborso delle spese per laconsulenza tecnica di ufficio.

 

 

Onorari avvocati, interessi dalla data della domanda

ha affermato che non si deve fare riferimento alla successiva data in cui intervenga la liquidazione da parte del giudice

In tema di onorari di avvocati, gli interessi decorrono dalla messa in mora e cioè dalla data della domanda. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sentenza n. 17122, accogliendo sotto questo profilo il ricorso di un legale e confermando l'indirizzo più recente.

L'avvocato ricorrente aveva denunciato la violazione dell'articolo 1282 c.c. e dell'articolo 1284 c.c., quanto al riconoscimento degli interessi legali sulle somme delle quali era stato riconosciuto creditore. Il professionista deduce che sebbene in dispositivo la condanna al pagamento del saldo residuo preveda la decorrenza degli interessi legali a far data dalla domanda fino al pagamento, "il capitale sul quale calcolare gli interessi sia quello frutto della riduzione anche in conseguenza dei versamenti effettuati in corso di causa". Invece, sostiene "gli interessi andavano riconosciuti sul capitale originariamente richiesto, sebbene ridotto a seguito delle decurtazioni compiute dal Tribunale".

Per la VI Sezione civile, che si è espressa in difformità alla proposta del Consigliere Relatore, il motivo è fondato. La Corte, prosegue la decisione, non ignora come in passato sia stato affermato che (Cass. n. 17655/2018) in tema di liquidazione di diritti ed onorari di avvocato e procuratore a carico del cliente, la disposizione (comune alle tre tariffe forensi) contenuta nel Dm n. 238 del 1992, applicabile "ratione temporis", per la quale gli interessi di mora decorrono dal terzo mese successivo all'invio della parcella, non si applica in ipotesi di controversia avente ad oggetto il compenso tra avvocato e cliente, non potendo quest'ultimo essere ritenuto in mora prima della liquidazione delle somme dovute con l'ordinanza che conclude il procedimento ex articolo 28 della legge n. 794 del 1942 (oggi art. 14 del Dlgs n. 150/2011; conf. Cass. n. 2954/2016 che ribadisce che è dalla data dell'adozione dell'ordinanza di liquidazione dei compensi che decorrono sugli importi riconosciuti). In ragione di tale principio doveva quindi escludersi che sulla somma vantata al momento della proposizione del ricorso potessero essere riconosciuti gli interessi, la cui data di maturazione andava individuata in quella dell'adozione del provvedimento di liquidazione.

Tuttavia, prosegue la Corte, la più recente giurisprudenza di legittimità, nel rimeditare la questione, ha invece affermato il principio di diritto secondo cui: "Nel caso di richiesta avente ad oggetto il pagamento di compensi per prestazioni professionali rese dall'esercente la professione forense, gli interessi di cui all'art. 1224 c.c. competono a far data dalla messa in mora (coincidente con la data della proposizione della domanda giudiziale ovvero con la richiesta stragiudiziale di adempimento), e non anche dalla successiva data in cui intervenga la liquidazione da parte del giudice, eventualmente all'esito del procedimento sommario di cui all'art. 14 del Dlgs n. 150/2011, non potendosi escludere la mora sol perché la liquidazione sia stata effettuata dal giudice in misura inferiore rispetto a quanto richiesto dal creditore, sicché è priva di fondamento la deduzione del ricorrente secondo cui l'attribuzione degli interessi sulla somma liquidata all'esito del processo sommario, ma a far data dalla domanda sarebbe per lui pregiudizievole" (n. 8611/2022).

Per il Collegio è questo il principio a cui dare continuità. Ne consegue – conclude la Cassazione - che "ove per effetto di versamenti effettuati in corso di causa il credito originariamente vantato si riduca, gli interessi vanno tuttavia calcolati sul credito originario sino alla data del pagamento parziale, decorrendo successivamente sul credito residuo, palesandosi quindi erronea la soluzione cui è pervenuto il giudice di merito".

 

Testimoni di Geova, esenzione Tarsu anche senza Intesa con lo Stato

Lo ha deciso la Corte di cassazione affermando un principio di diritto ed accogliendo il ricorso dell'Associazione dei testimoni di Geova di Sulmona contro il Comune

"Non è consentito escludere dal beneficio fiscale previsto per locali destinati a culto religioso quelle confessioni religiose che pur potendosi qualificare tali non hanno ancora stipulato le intese di cui all'art. 8 comma 3 della Costituzione". Lo ha deciso la Corte di cassazione, sentenza n. 16641 depositata oggi, affermando un principio di diritto ed accogliendo il ricorso dell'Associazione dei testimoni di Geova di Sulmona contro il Comune.

Nell'accertare se una determinata comunità sociale può qualificarsi come confessione religiosa, prosegue la decisione, il giudice "può avvalersi di alcuni indici presuntivi quali, esemplificativamente, la sussistenza di un riconoscimento ai sensi dell'art. 2 della legge n. 1159/1929 ovvero la circostanza che sia in fase di perfezionamento l'intesa di cui all'art. 8 della Costituzione, oppure operare detto accertamento tramite l'esame dello statuto, che ne esprima chiaramente i caratteri".

La Suprema corte ha poi stabilito che: "È facoltà dei singoli Comuni prevedere nel regolamento comunale che gli edifici adibiti a culto religioso siano esenti da Tari e Tarsu purché la norma venga applicata in armonia con il principio comunitario ‘chi inquina paga' e con le disposizioni degli artt. 62 e 70 del D.lgs. n. 507/ 1993".

"Pertanto – conclude - , possono essere esentati da Tari e Tarsu soltanto gli edifici effettivamente destinati all'esercizio del culto e come tali specificamente indicati nella denuncia o nella successiva variazione, non essendo sufficiente a tal fine la mera classificazione catastale. Se il contribuente non assolve all'onere di preventiva informazione tramite denuncia, la circostanza della destinazione a culto non può essere fatta valere nel giudizio di impugnazione dell'atto impositivo".

 

TARSU/TARI - Riduzione della superficie tassabile solo in caso dell'autosmaltimento fornita dal soggetto occupante
La riduzione della superfice tassabile ai fini TARSU /TARI è possibile solo in caso di autosmaltimento dei rifiuti speciali non assimilabili agli urbani da parte del produttore.

E' quanto ha disposto dalla Corte di Cassazione con la Sentenza N°14487 del 0505/2022 . Anche in caso di assolvimento dell'onere della prova ( in ordine all'autosmaltimento) ex art.2697 cc da parte del soggetto interessato al beneficio, comunque, a suo carico la debenza Tarsu.

 

Principio di rotazione solo per le procedure con prestazioni omogenee

di Dario Immordino

Il principio di rotazione di cui all’art. 36 del codice degli appalti, che prescrive l’avvicendamento degli inviti e degli affidamenti per le gare sotto soglia, non si applica alle procedure ordinarie o comunque aperte al mercato.

L’omogeneità del servizio posto a gara rispetto a quello svolto dal soggetto nei cui confronti opera l’inibizione costituisce infatti l’indefettibile presupposto logico del principio di rotazione (Cons. Stato, V, 5 marzo 2019, n. 1524).

Lo ha rilevato il Consiglio di Stato, con la sentenza 8030/2020, con la quale viene sottolineato che, ai fini dell’operatività del principio di avvicendamento dei partecipanti e degli aggiudicatari delle procedure di appalto, non basta che i due affidamenti, quello precedente e quello attuale, abbiano a oggetto una commessa rientrante nello stesso settore merceologico, ovvero nella stessa categoria di opere, ovvero ancora nello stesso settore di servizi (Linee guida ANAC n. 4,

punto 3.6.), in quanto “ciò che conta è l’identità (e continuità), nel corso del tempo, della prestazione principale o comunque – nel caso in cui non sia possibile individuare una chiara prevalenza delle diverse prestazioni dedotte in rapporto (tanto più se aventi contenuto tra loro non omogeneo) – che i successivi affidamenti abbiano comunque ad oggetto, in tutto o parte, queste ultime” (Cons. Stato, V, n. 1524 del 2019, cit.).

 

 

 

di Vanessa Ranucci

Per evitare la diffamazione al giornalista non basta invocare il comunicato della polizia senza esporne il contenuto

Non scatta il legittimo esercizio del diritto di cronaca se manca la dimostrazione della verità anche putativa della notizia

Per evitare la diffamazione al giornalista non basta invocare il comunicato della polizia senza esporne il contenuto: insomma, non è legittimo esercizio del diritto di cronaca se manca la dimostrazione della verità anche putativa della notizia. Lo ha stabilito la terza sezione civile della Cassazione con l'ordinanza 12985/22.

Un signore aveva chiesto il risarcimento dei danni per la pubblicazione di un articolo dal contenuto diffamatorio che, a suo avviso, non riportava fatti corrispondenti al vero. La Corte d'appello aveva respinto la domanda perché il ricorrente non aveva provato la non corrispondenza della notizia contenuta nel quotidiano con la verità dei fatti e con la conseguente lesione della sua immagine. Inoltre, secondo il giudice, l'articolo era espressione di legittimo esercizio del diritto di cronaca in quanto riportava un episodio realmente accaduto e comunicato dalla polizia giudiziaria.

Il ricorrente, in sede di legittimità, ha lamentato il fatto che il giudice aveva basato la propria decisione sul principio secondo il quale al giornalista, convenuto nel giudizio di risarcimento del danno da diffamazione, per andare esente da responsabilità deve dimostrare non la verità storica dei fatti narrati, ma anche soltanto la loro verosimiglianza; fornita tale prova, è onere di chi afferma di essere stato diffamato dimostrare che la fonte da cui il giornalista ha tratto la notizia, al momento in cui questa è stata diffusa, non poteva ritenersi attendibile.

Per Piazza Cavour il ricorso è fondato perché ha sbagliato la Corte distrettuale a ritenere sufficiente, per provare la verità del fatto storico, la circostanza che lo stesso non fosse stato contestato dal ricorrente. Al riguardo, gli ermellini hanno ricordato che, "secondo l’art. 2697 Cc, l'attore che assume di essere stato leso da una notizia di stampa deve provare il fatto della pubblicazione di una notizia di natura diffamatoria e, a fronte di ciò, spetta al convenuto dimostrare, a fondamento dell’eccezione di esercizio del diritto di cronaca (e della sussistenza

\della relativa esimente), la verità della notizia, che può atteggiarsi anche in termini di verità putativa, laddove sussista verosimiglianza dei fatti in relazione all’attendibilità della fonte, nel qual caso competerà all'attore l'eventuale dimostrazione della non attendibilità della fonte stessa". Nel caso in esame, è stato indicato un comunicato della polizia giudiziaria come fonte senza dare conto dell’esatto contenuto del documento che aiutasse a trovare il "requisito della verità" (assoluta o putativa) in relazione a ogni profilo della notizia. Pertanto, al giudice del rinvio il nuovo giudizio.

 

Avvocati "sotto soglia", la Consulta salva la Gestione separata ma taglia le sanzioni

La Corte costituzionale, sentenza n. 104 di oggi, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'articolo 18, comma 12, del Dl 6 n. 98/2011 nella parte in cui non esonera gli avvocati dal pagamento delle sanzioni civili per l'omessa iscrizione prima della sua entrata in vigoreContenuto esclusivo Norme & Tributi Plus

È legittimo l'obbligo di iscrizione alla Gestione separata dell'Inps a carico degli avvocati del libero foro iscritti al relativo albo, ma non iscritti – né tenuti a iscriversi – alla Cassa di previdenza forense (e non obbligati, quindi, al versamento del contributo soggettivo) per mancato raggiungimento delle soglie di reddito o di volume di affari (articolo 22 della legge n. 576 del 1980). È stata invece dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'articolo 18, comma 12, del Dl 6 n. 98/2011 (convertito, con modificazioni, nella L. 111/2011), nella parte in cui non prevede che costoro siano esonerati dal pagamento, in favore dell'ente previdenziale, delle sanzioni civili per l'omessa iscrizione con riguardo al periodo anteriore alla sua entrata in vigore. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 104 depositata oggi .

L'ordinanza di rimessione è stata emessa in un giudizio in cui sono state riunite le cause di due avvocati del libero foro che avevano ricevuto dall'Inps intimazioni di pagamento di contributi dovuti alla Gestione separata in ragione del reddito da attività professionale maturato nell'anno 2010. Il primo, ha impugnato l'avviso del 22 giugno 2016, con cui l'Inps aveva richiesto il pagamento di complessivi 1.920,70 euro (di cui 1.098,46 a titolo di contributi ed 822,24 a titolo di sanzioni), in ragione del reddito imponibile di 4.111,00 euro tratto dall'attività professionale nell'anno 2010. Il secondo, a sua volta, ha impugnato l'avviso del 4 dicembre 2019 con cui l'Inps gli aveva richiesto il pagamento della somma di 2.743,35 euro (di cui 1.511,00 a titolo di contributi ed 1131,06 a titolo di sanzioni), in ragione del reddito imponibile di 5.655,00 euro tratto dall'attività professionale nell'anno 2010.

L'obbligo di iscrizione alla gestione separa, spiega la Consulta nella lunga decisione che ricapitola l'intera disciplina previdenziale, si iscrive nella tendenza dell'ordinamento verso la progressiva eliminazione delle lacune rappresentate da residui vuoti di copertura assicurativa. "Essa, pertanto, non introduce elementi di irrazionalità, incoerenza e illogicità nel sistema giuridico previdenziale – come sospetta il giudice rimettente – ma, al contrario […] assume una funzione di chiusura del sistema…".

Il rapporto tra il sistema previdenziale categoriale e quello della Gestione separata, del resto, "si pone in termini non già di alternatività, bensì di complementarità". Il legislatore della riforma del 1995, con l'introduzione della Gestione separata, non ha voluto dunque "fissare in astratto un rigido riparto di competenze tra essa e le casse professionali, ma ha attribuito un carattere elastico alla capacità di espansione del nuovo istituto, in diretta dipendenza dal concreto esercizio della potestà di autoregolamentazione della cassa professionale". Si ha quindi che, se la cassa professionale, proprio nell'esercizio del potere di autoregolamentazione riconosciutole dalla legge, decide di non includere taluni professionisti (eventualmente per mancato raggiungimento di soglie reddituali stabilite da propri organi interni) nell'obbligo di versamento di contributi utili a costituire una posizione previdenziale, l'operatività della Gestione separata, quale istituto residuale a vocazione universalistica, vede espandersi la sua sfera di operatività, sempre che, beninteso, ne ricorrano i relativi presupposti; ossia che ricorra l'esercizio abituale di un'attività professionale che abbia prodotto un reddito superiore a un determinato importo.

Inoltre, non vi è alcuna duplicità di iscrizione ai fini previdenziali a fronte dell'unicità dell'attività professionale esercitata. Il professionista con reddito (o volume di affari) "sottosoglia" non incorre in un irragionevole obbligo di duplice iscrizione in corrispondenza di un'unica attività, ma è tenuto a iscriversi unicamente alla Gestione separata proprio perché non ha l'obbligo (e neppure ha esercitato la facoltà) di iscriversi alla cassa categoriale, cui versa soltanto il contributo integrativo.

Per la Consulta è invece fondata, nei limitati termini di cui si dirà, la questione sollevata in via subordinata, per effetto della quale è sospettata di illegittimità costituzionale la norma interpretativa introdotta dall'articolo 18, comma 12, del Dl n. 98 del 2011, come convertito, nella parte in cui non prevede che l'obbligo degli avvocati del libero foro (non iscritti alla cassa di previdenza forense per mancato raggiungimento delle soglie di cui all'articolo 22 della legge n. 576 del 1980) di iscriversi alla Gestione separata istituita presso l'Inps decorra dalla data della sua entrata in vigore.

Il giudice rimettente richiama infatti l'iniziale orientamento della giurisprudenza di legittimità, che aveva sposato un'interpretazione restrittiva della disposizione successivamente oggetto di interpretazione autentica (l'articolo 2, comma 26, della legge n. 335 del 1995), nel senso che il suo ambito soggettivo di applicazione sarebbe stato limitato ai professionisti esercenti attività per le quali non era prevista l'iscrizione in albi professionali. In seguito all'introduzione, nel 2011, di tale disposizione di interpretazione autentica l'orientamento giurisprudenziale di legittimità è mutato, così estendendosi l'obbligo di iscrizione nella Gestione separata anche ai lavoratori autonomi iscritti agli albi professionali, ma non iscritti alla relativa cassa previdenziale.

Una doglianza condivisa dalla Consulta che ricorda come la Corte di cassazione – in alcune pronunce precedenti alla censurata disposizione di interpretazione autentica (Corte di cassazione, sezione lavoro, sentenze 19 giugno 2006, n. 14069, 16 febbraio 2007, n. 3622 e 22 maggio 2008, n. 13218), pur rese con riferimento all'ipotesi dell'esercizio di attività di lavoro autonomo in assenza dell'obbligo di iscrizione ad albi o elenchi abilitanti – è apparsa univocamente orientata ad affermare un'interpretazione restrittiva dell'articolo 2, comma 26, della legge n. 335 del 1995, secondo la quale l'obbligo di iscrizione alla Gestione separata non avrebbe trovato applicazione nel caso di attività professionale forense, sussistendo già una specifica cassa di previdenza con una relativa regolamentazione speciale dell'obbligo di iscrizione e di pagamento dei contributi.

L'affidamento in questa interpretazione, prosegue la Consulta, trovava quindi l'avallo della giurisprudenza di legittimità e, in ragione di ciò, "assumeva una connotazione più pregnante, raggiungendo un livello di maggiore significatività, di cui il legislatore non poteva non tener conto nel momento in cui ha introdotto la disposizione di interpretazione autentica in esame".

Prima di quest'ultima, il comportamento dell'avvocato con un reddito (o un volume d'affari) "sottosoglia", che ometteva di iscriversi alla Gestione separata e che poi sarebbe risultato essere "inadempiente" per effetto della disposizione di interpretazione autentica censurata, trovava però una scusante proprio nei primi arresti della giurisprudenza di legittimità, maturati peraltro in un contesto in cui il regime previdenziale di categoria, centrato sulla regolamentazione della cassa di previdenza forense, aveva carattere di specialità.

Il legislatore, dunque, pur fissando legittimamente, con l'articolo 18, comma 12, del Dl n. 98 del 2011, come convertito, un precetto normativo che la disposizione interpretata era fin dall'inizio idonea ad esprimere, avrebbe dovuto comunque tener conto, in questa particolare fattispecie, di tale già insorto affidamento in una diversa interpretazione; ciò, peraltro, in sintonia con un criterio destinato ad affermarsi nell'ordinamento previdenziale.

Ma la Consulta offre anche una soluzione. La reductio ad legitimitatem della norma censurata, afferma, "può, quindi, essere operata mediante l'esonero dalle sanzioni civili per la mancata iscrizione alla Gestione separata Inps relativamente al periodo precedente l'entrata in vigore della norma di interpretazione autentica.

"In tal modo – conclude la Corte - è soddisfatta l'esigenza di tutela dell'affidamento scusabile, ossia con l'esclusione della possibilità per l'ente previdenziale di pretendere dai professionisti interessati, oltre all'adempimento dell'obbligo di iscriversi alla Gestione separata e di versare i relativi contributi, anche il pagamento delle sanzioni civili dovute per l'omessa iscrizione con riguardo al periodo intercorrente tra l'entrata in vigore della norma interpretata e quella della norma interpretativa".

 

di Dario Ferrara

Roma diventa Regione

In commissione alla Camera sì unanime al testo-base di riforma. Alla Capitale poteri legislativi come le metropoli Ue: escluse sanità e altre materie, in legge ordinaria l’intesa con Stato e Lazio

Roma Capitale diventa Regione. Avrà i poteri legislativi degli enti territoriali, la città eterna: esattamente come le altre metropoli europee. È approvato all’unanimità il testo base della riforma costituzionale dalla commissione Affari istituzionali della Camera, predisposto dai relatori Annagrazia Calabria (Fi) e Stefano Ceccanti (Pd) sulla base di quattro proposte di legge (cfr. il documento in allegato).

Sistema pattizio
L’ente del Campidoglio disporrà, come ampiezza massima, dei poteri legislativi di cui all’articolo 117, commi terzo e quarto, della Costituzione, cioè le materie di competenza concorrente e di competenza residuale delle Regioni. Ma risultano comunque escluse la tutela della salute e le altre materie che saranno stabilite d’intesa con la Regione Lazio e lo Stato con una legge nazionale, approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti. Che stabilirà forme di coordinamento fra l’ente della Pisana e quello dell’Urbe. Roma Capitale potrà delegare per legge proprie funzioni amministrative ai municipi. Ora comincia la fase degli emendamenti, poi si andrà in aula: l’iter di approvazione “aggravato” prevede la doppia lettura delle Camere.

Tempi e modi
In sede di prima attuazione della riforma si applicheranno alla città eterna le leggi della Regione Lazio precedentemente in vigore. Il trasferimento dei poteri legislativi a Roma Capitale scatterà dopo due anni dall’entrata in vigore della legge costituzionale. Va affrontato il nodo dei rapporti con la Città metropolitana. «Dedichiamo questo voto - spiega Ceccanti - all’impegno del professor Beniamino Caravita, che ci ha lasciato qualche mese fa, che tanto ha dato anche su questo tema». «Auspico che questo processo riformatore possa concretizzarsi entro la fine della legislatura», twitta la ministro per gli Affari regionali e le autonomie Mariastella Gelmini.

 

Il marito malato sparisce dalla struttura sanitaria e per la moglie non c'è nessun risarcimento.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una donna che aveva fatto causa ad una struttura sanitaria per la “scomparsa” del marito malato dal luogo di cure.

 

Il marito malato sparisce dalla struttura sanitaria e per la moglie non c'è nessun risarcimento.
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una donna che aveva fatto causa ad una struttura sanitaria per la “scomparsa” del marito malato dal luogo di cure.

 

di Dario Ferrara

Il padre non mantiene più il figlio che lavora anche se non ha sostenuto l’esame di abilitazione

Revocato l’assegno perché il maggiorenne si è inserito in un settore produttivo pertinente agli studi effettuati: grazie all’usufrutto sull’immobile può crearsi una vita autonoma dal nucleo familiare

Addio mantenimento al figlio maggiorenne. Il padre divorziato non versa più l’assegno al quasi trentenne che lavora, anche se il rampollo non ha ancora sostenuto l’esame di abilitazione alla professione: ciò che conta è che l’interessato si sia inserito in un settore produttivo coerente con gli studi compiuti. E che grazie all’usufrutto su un immobile possa crearsi una vita autonoma dal nucleo familiare. È quanto emerge dall’ordinanza 11047/22, pubblicata il 5 aprile dalla sesta sezione civile della Cassazione.

 

La suocera invadente può essere causa di separazione. Sulla separazione dei coniugi un solo episodio di violenza è sufficiente per condurre all'addebito della stessa al marito, disinteressato dal punto affettivo alla moglie, costretta a sopportare una suocera invadente e controllante

Separazione dal marito anche per colpa della suocera. Addebito della separazione al marito anaffettivo. Sulla separazione pesa anche l'invadenza della suocera autoritaria. Separazione dal marito anche per colpa della suocera

Accordata la separazione alla moglie, che ha dato 5 figli al marito, che però non la ricambia con l'affetto e la comprensione di cui ha bisogno e che in un episodio, anche se isolato, la picchia in presenza del primogenito. Una crisi aggravata anche dalla presenza costante e controllante della suocera, che si intromette nella gestione dei nipoti e che, da quanto rivelano tate e collaboratrici, fa sentire la nuora ospite della sua villa, concessa in comodato al figlio per mettere su famiglia.

Una separazione che costa cara al coniuge, visto che se lo stesso ha avuto dei problemi economici, è solo per colpa sua. Queste in sintesi le conclusioni del Tribunale di Teramo contenute nella sentenza n. 1052 del 26 novembre 2021 (sotto allegata).

Addebito della separazione al marito anaffettivo
Una donna si rivolge al Tribunale per chiedere la separazione con addebito al marito per violazione dei doveri coniugali di assistenza morale e per lesione della propria integrità fisica.

Chiede altresì l'assegnazione della casa di proprietà della suocera, l'affidamento condiviso dei figli con collocazione prevalente presso di sé, un assegno mensile per i 5 figli di 8.000 euro complessivi e di 20.000 per il proprio mantenimento.

La donna lamenta il disinteresse morale e sessuale del marito nei suoi confronti e dichiara di essere vittima di vessazioni da parte dello stesso, culminate nell'episodio del 2016, quando l'ha picchiata in presenza del figlio, intervenuto in sua difesa.

Da sempre esclusa dalla vita lavorativa del marito e ostacolata nello svolgimento di una sua attività esterna all'ambiente domestico, la donna fa presente di avere sempre subito la presenza autoritaria e invadente della suocera, che l'ha sempre trattata come un ospite della sua villa.

Il marito, costituitosi in giudizio, acconsente alla assegnazione della villa alla moglie fino alla scadenza del comodato concesso loro dalla sua famiglia di origine, ossia fino al 30 novembre 2017, il riconoscimento di un assegno mensile in favore dei figli di 1250 euro e di 750 euro per il mantenimento alla moglie, sostenendo che il tenore di vita goduto all'inizio del matrimonio è venuto meno a causa di debiti e problemi giudiziari.

Il Presidente, sentiti i coniugi, assegna la casa alla moglie, dispone l'affidamento congiunto dei figli con collocazione presso la madre e pone a carico del marito l'obbligo di corrispondere l'importo mensile di 1500 euro per i figli e di ulteriori 1500 euro per la moglie.

Sulla separazione pesa anche l'invadenza della suocera autoritaria
Il Tribunale, ritenendo fondata la domanda avanzata dalla moglie, pronuncia la separazione personale dei coniugi, addebitandola al marito in quanto "il grave episodio di violenza fisica è da solo sufficiente a fondare la responsabilità della crisi coniugale in capo al coniuge che ne è stato l'autore" come confermato dalla testimonianza del figlio, di anni 16 all'epoca dei fatti.

Il Tribunale conferma inoltre la versione della donna in relazione alla lamentata ingerenza della suocera autoritaria nel menage familiare, confermata dalle testimonianze rese in giudizio dalle collaboratrici domestiche e dalle tate. Dichiarazioni da cui è emersa la volontà dell'anziana donna di gestire la vita e le abitudini anche alimentari dei nipoti, di esercitare un continuo controllo, anche telefonico, sugli stessi e di far pesare alla nuora di vivere nelle villa di sua proprietà.

Dal punto di vista economico, dalle prove è emerso inoltre che il marito, oltre a svolgere una sua attività di impresa, è titolare di partecipazioni societarie in 13 società, mentre la moglie, di anni 47 è disoccupata.

Dalla valutazione comparativa delle rispettive situazioni dei coniugi il Tribunale dispone quindi l'assegnazione della casa coniugale alla moglie, conferma il mantenimento di 5000 euro al mese per i figli, a cui sommare le spese straordinarie, a totale carico del padre.

Alla moglie spetta invece un assegno mensile di 3000 euro, alla luce del suo stato di disoccupazione e della sua età (47 anni), a conferma di quanto deciso in sede di appello, dopo il reclamo della donna contro le decisioni del Presidente.

 

di Vanessa Ranucci

Sì all’azione di indebito arricchimento verso il Comune dall’amministratore convenuto dal privato

Senza un contratto scritto sorge un rapporto obbligatorio diretto tra chi ha fornito la prestazione e il funzionario inadempiente che l'ha consentita

E' legittima l’azione di indebito arricchimento verso il Comune dall’amministratore convenuto dal privato: senza un contratto scritto sorge un rapporto obbligatorio diretto tra chi ha fornito la prestazione e il funzionario inadempiente che l'ha consentita. Lo ha stabilito oggi la sesta sezione civile della Cassazione con l'ordinanza 10432/22.

Un avvocato, nei confronti del sindaco e dell'assessore di un Comune, aveva chiesto la condanna in solido al pagamento dei compensi professionali per un’attività svolta per il Comune su incarico della giunta senza contratto scritto. I convenuti si erano costituiti svolgendo domanda di manleva o di arricchimento senza causa nei confronti dell'ente locale. Il giudice di pace, però, aveva dichiarato inammissibile le domande di arricchimento. Il Tribunale, successivamente, aveva ritenuto che nella specie difettasse l'impoverimento “ingiustificato” a carico degli appellanti, dal momento che questi erano stati condannati al pagamento delle spettanze dell’avvocato per una precisa giustificazione causale derivante dall’art. 191 Dlgs 267/2000.

I ricorrenti, in sede di legittimità, hanno dichiarato che il giudice non aveva rilevato che il Comune era l'unico effettivo beneficiario della prestazione professionale. Al riguardo, il Palazzaccio ha osservato che la prestazione dell’avvocato era stata attuata senza l'osservanza del procedimento formale e contabile previsto per l'assunzione di obbligazioni vincolanti per l'ente locale. Così, la Suprema corte ha ricordato che “in questi casi il privato - professionista o fornitore del servizio - si reputa in generale non legittimato a proporre l'azione diretta di indebito arricchimento verso l'ente pubblico, per difetto del requisito di sussidiarietà: egli è legittimato a esercitare l’azione ex art. 2041 Cc nei confronti dello stesso ente solo utendo iuribus

dell'amministratore suo debitore, e quindi in via surrogatoria ex art. 2900 Cc, con gli oneri probatori a ciò correlati. In tema di assunzione di obbligazioni da parte degli enti locali, qualora le obbligazioni siano state assunte senza un previo contratto e senza l'osservanza dei controlli contabili relativi alla gestione dello stesso, al di fuori delle norme di evidenza pubblica, insorge un rapporto obbligatorio direttamente tra chi abbia fornito la prestazione e l'amministratore o il funzionario inadempiente che l'abbia consentita; ma proprio per salvaguardare il principio di sussidiarietà dell'azione di ingiustificato arricchimento, la Corte costituzionale ha affermato che in linea generale ben sussistono in questi casi in favore del funzionario (o amministratore) le condizioni affinché egli possa esercitare l’azione ex 2041 Cc verso l’ente nei limiti dell'arricchimento da questo conseguito”.

Insomma, per il collegio ha sbagliato il giudice a non ritenere che l'amministratore convenuto dal privato può esercitare l'azione di arricchimento ed essere rilevato indenne dall’esborso: ciò significa che l'azione diretta di indebito arricchimento verso l'amministrazione locale è preclusa al professionista o al fornitore del servizio, il quale può agire contrattualmente in via principale nei confronti del singolo amministratore per il rapporto obbligatorio con lui. Pertanto, al giudice del rinvio il nuovo giudizio sul punto.

 

di Vanessa Ranucci

Chi riconsegna l’immobile danneggiato risarcisce il costo delle riparazioni e il reddito perso per la ristrutturazione

Il locatore deve provare il maggior danno ma non di aver dovuto rinunciare a richieste di affitto

Nel caso in cui il conduttore di un immobile restituisca la cosa con danni, deve risarcire il proprietario pagando sia le riparazioni sia il corrispettivo dovuto per l’impossibilità di locare l’immobile per tutta la durata dei lavori. Inoltre, il proprietario deve provare il maggior danno ma non è tenuto a dimostrare di aver avuto e rinunciato a richieste di affitto durante il periodo della ristrutturazione. Così ha stabilito oggi la terza sezione civile della Cassazione con l’ordinanza 9849/22.

La Corte d'appello aveva condannato un’inquilina a pagare, alla proprietaria dell’immobile, una somma di denaro a titolo di risarcimento dei danni per aver restituito l’immobile a lei locato ad uso abitativo in stato di degrado. Il totale della quantificazione era stato raggiunto sommando le spese affrontate per le necessarie riparazioni e quello riconosciuto a titolo di danno per mancato reddito percepito durante il periodo di esecuzione dei lavori.

La ricorrente, in sede di legittimità, ha lamentato che la Corte territoriale aveva ritenuto provato e liquidabile il danno da lucro cessante. Per il Palazzaccio il ricorso va respinto, ricordando che “qualora, in violazione dell’art. 1590 Cc, al momento della riconsegna l'immobile locato presenti danni eccedenti il degrado dovuto a normale uso dello stesso, incombe al conduttore l'obbligo di risarcire tali danni, consistenti non solo nel costo delle opere necessarie per la rimessione in pristino, ma anche nel canone altrimenti dovuto per tutto il periodo necessario per l'esecuzione e il completamento di tali lavori, senza che, a quest’ultimo riguardo, il locatore sia tenuto a provare anche di aver ricevuto - da parte di terzi - richieste per la locazione, non soddisfatte a causa dei lavori. Il conduttore in mora a restituire la cosa è tenuto a dare al locatore il corrispettivo convenuto, fino alla riconsegna, salvo l’obbligo di risarcire il maggior danno.

Ogni qualvolta il locatore per fatto del conduttore non può disporre della cosa locata, Io stesso ha diritto a conseguire il corrispettivo convenuto, nonché eventuali danni, ulteriori, ove ne dimostri l'esistenza. Il locatore, in caso di anormale usura dell’immobile, ha diritto al risarcimento del danno consistente sia nella somma di denaro occorrente per l’esecuzione delle riparazioni imposte dai danni all'immobile provocati dal conduttore, sia nel mancato reddito ritraibile dalla cosa nel periodo di tempo necessario per l'esecuzione dei lavori di riparazione".

Dunque, il risarcimento dovuto al locatore in conseguenza della mancata disponibilità del bene durante il periodo occorrente per il restauro non costituisce un danno in re ipsa. Il periodo di indisponibilità dell'immobile reso necessario dall'urgenza del restauro, è equiparato quoad effectum alla ritardata restituzione dell‘immobile, con la conseguenza che spetterà per tale periodo al proprietario il corrispettivo convenuto, ai sensi dell'art. 1591 Cc, salva la prova del maggior danno, che grava sul locatore.

 

di Remo Bresciani

Avvocato risarcito per perdita di chance se il numero di studio non è inserito nell’elenco telefonico

È irrilevante che il legale abbia ottenuto un incremento di reddito nel periodo considerato perché ciò che va indennizzato è il sacrificio della possibilità di un risultato migliore

La compagnia telefonica deve risarcire all’avvocato il danno da perdita di chance se il numero dello studio non viene inserito nell’elenco. È irrilevante, peraltro, che il professionista abbia ottenuto un incremento di reddito nel periodo considerato perché ciò che va indennizzato è il sacrificio della possibilità di un risultato migliore.
Lo ha affermato la sesta sezione civile della Cassazione con l’ordinanza 9565/22 del 24 marzo che ha accolto il ricorso di un avvocato.

Il tribunale aveva respinto la sua domanda di risarcimento ritenendo insussistente la prova del nesso di causalità tra la riduzione del fatturato relativo all’attività professionale del legale e il mancato inserimento nell’elenco del suo recapito telefonico dello studio. La corte d’appello ha poi confermato la decisione e la vertenza è così giunta in Cassazione.
In sede di legittimità il legale ha contestato la decisione nella parte in cui aveva escluso il nesso causale tra il pur riscontrato inadempimento della società di telefonia e il danno patrimoniale lamentato. Inoltre ha censurato l’affermazione contenuta nella sentenza impugnata secondo cui,

essendo lo studio legale situato in un Comune di appena tredicimila abitanti, la mancata inserzione del suo nominativo nell’elenco telefonico non sarebbe stata ostativa alla possibilità di contattarlo. In questo modo però, ha sostenuto il ricorrente, la corte di merito avrebbe disatteso il principio secondo cui il danno ipotizzabile in questa ipotesi è da ravvisare non nella perdita di un vantaggio economico, ma nella perdita definitiva della possibilità di conseguirlo, potendo, inoltre, essere liquidato anche in via equitativa.

La Cassazione, nell’accogliere la domanda, ha affermato che ciò che rileva in caso di mancato o inesatto inserimento nell’elenco telefonico non è tanto la possibilità di continuare a essere contattati da clienti già acquisiti, quanto il fatto di non poter essere contattati da nuova clientela, rispetto alla quale nessuna prova della «perdita» può essere pretesa, se non in termini di «possibilità» e perdita di chance, suscettibile anch’essa di valutazione equitativa. Né rileva che il professionista abbia depositato una parziale o incompleta documentazione fiscale dal momento che l’omissione incide sulla liquidazione del risarcimento ma non consente di

escludere che un danno ci sia comunque stato. Addirittura è irrilevante che nell’anno di riferimento il legale abbia avuto un incremento di reddito. Infatti, ha concluso la Corte, essendo il pregiudizio economico lamentato un danno da “perdita di chance”, e dunque da lucro cessante, nulla esclude che, in presenza, invece, dell’inserimento del nominativo del legale negli elenchi telefonici, il suo reddito da attività di lavoro autonomo “potesse conoscere un’ancora maggiore ripresa, se è vero che la perdita di chance si sostanzia nel sacrificio della possibilità di un risultato migliore”.
Di qui il rinvio della causa al giudice di merito per un nuovo esame della vicenda.

 

di Dario Ferrara

Nessuna responsabilità all’automobilista se il pedone investito spunta all’improvviso nel traffico

Escluso il concorso di colpa per il conducente che non può avvistare ed evitare il danneggiato, sbucato da un’aiuola: decisivi i testi nel confermare il rispetto delle regole di Cds e comune prudenza

Escluso il concorso di colpa dell’automobilista che investe il pedone. Nessuna responsabilità al conducente che all’improvviso vede sbucare il danneggiato davanti alla macchina e non può dunque evitarlo con una manovra d’emergenza: pesano in favore del primo l’osservanza delle norme di comune prudenza oltre che del codice della strada e carico del secondo la condotta anomala e imprevedibile; decisivi i testimoni. È quanto emerge dall’ordinanza 8940/22, pubblicata il 18 marzo dalla sesta sezione civile della Cassazione.

Condotta esigibile
Bocciato il ricorso dell’uomo investito, che pure è rimasto invalido al 95 per cento dopo il sinistro: diventa definitivo il no dei giudici alla domanda di risarcimento per oltre 776 mila euro. Il punto è che il pedone si materializza di botto nel traffico da un’aiuola da spartitraffico: spunta letteralmente dalla vegetazione e l’automobilista non lo vede o lo vede troppo tardi, complici le prime ombre della sera autunnale in Sicilia. Il tutto in una zona poco illuminata, caratterizzata da una complessa circolazione dei veicoli: attorno alla rotonda che dà ingresso alla città si convoglia il traffico di ben quattro arterie. Insomma: dall’automobilista non risulta esigibile una condotta diversa.

Attraversamento repentino
La responsabilità del conducente è esclusa all’esito di un’applicazione molto rigorosa dall’articolo 2054 Cc. Da una parte risulta necessario ma non sufficiente che il guidatore rispetti le regole della circolazione stradale, dall’altra non basta che il pedone cammini fuori dalle strisce per superare la presunzione sfavorevole alla controparte: è necessario un attraversamento repentino e non prevedibile. Esattamente come avviene nella specie: al momento dell’impatto l’auto procede a 20-30 chilometri orari e la circostanza non risulta smentita dalle lesioni riportate dal pedone; che è appena sceso dall’aiuola, come confermano le tracce di sangue, e non si trova in pieno attraversamento come sostiene la controparte. Anche se il guidatore avesse visto il pedone un paio di metri prima non avrebbe potuto compiere una manovra salvifica. Infine: il fatto che il conducente sposti l’auto dopo il sinistro non impedisce di ricostruirne la dinamica.

 

di Debora Alberici

Niente mantenimento al figlio che dopo la scuola non ridimensiona le sue aspirazioni pur di lavorare

Accolto il ricorso del padre che chiedeva la revoca del contributo economico: è il giovane che deve dimostrare di aver cercato un lavoro accontentandosi di ciò che gli capita

Stop ai trentenni ancora a casa mantenuti dai genitori. D’ora in poi i ragazzi, una volta terminati gli studi, dovranno cercare subito un impiego e, se necessario, ridimensionare le proprie aspirazioni e ambizioni.

Con una decisione segno di civiltà e al passo con i tempi, la Cassazione – ordinanza n. 8049 dell’11 marzo 2022, dà un monito preciso ai giovani d’oggi: non cercate scuse, andate a lavorare, uscite da casa e crescete.

La vicenda riguarda un uomo che aveva chiesto la revoca dell’assegno in favore del figlio perché dopo qualche anno dalla fine degli studi era ancora a casa disoccupato.

Sarà ora il 24 enne a dover dimostrare di aver fatto l’impossibile per cercare un impiego, anche sacrificando le sue aspirazioni e ambizioni.

Sul punto i Supremi giudici hanno in prima battuta chiarito che «il figlio di genitori divorziati, che abbia ampiamente superato la maggiore età, e non abbia reperito, pur spendendo il conseguito titolo professionale sul mercato del lavoro, una occupazione lavorativa stabile o che, comunque, lo remuneri in misura tale da renderlo economicamente autosufficiente, non può soddisfare l'esigenza a una vita dignitosa, alla cui realizzazione ogni giovane adulto deve aspirare, mediante l'attuazione dell’obbligo di mantenimento del genitore, bensì attraverso i diversi strumenti di ausilio, ormai di dimensione sociale, che sono finalizzati ad assicurare sostegno al reddito, ferma restando l'obbligazione alimentare da azionarsi nell'ambito familiare per supplire ad ogni più essenziale esigenza di vita dell’individuo bisognoso».

Insomma, l'obbligo del genitore non convivente di contribuire al mantenimento del figlio maggiorenne «non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni».

Ma la decisione di oggi segna una netta inversione di rotta rispetto ai tempi dei “bamboccioni”. Per la Cassazione, infatti, «il figlio divenuto maggiorenne ha diritto al mantenimento a carico dei genitori soltanto se, ultimato il prescelto percorso formativo scolastico, sia dimostrato (dal figlio, ove agisca il medesimo in giudizio, o dal genitore interessato) che il medesimo si sia adoperato effettivamente per rendersi autonomo economicamente, impegnandosi attivamente per trovare un’occupazione in base alle opportunità reali offerte dal mercato del lavoro, se del caso ridimensionando le proprie aspirazioni, senza indugiare nell'attesa di una opportunità lavorativa consona alle proprie ambizioni».

 

di Deborah Alberisi

Anche nel processo tributario il compenso del legale non può scendere sotto i minimi

Accolto il ricorso del contribuente che chiedeva una liquidazione delle spese più adeguata

Nell’ambito del processo tributario, come già avviene nelle cause civili, il compenso del legale non può scendere sotto i minimi.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con l’ordinanza 8889 del 18 marzo 2022, ha accolto il ricorso del contribuente che chiedeva una liquidazione maggiore per il suo difensore.

La tesi del legale ha fatto breccia presso i Supremi giudici che hanno esteso un principio già noto nell’ambito delle cause civili.

Infatti, si legge nella breve quanto interessante motivazione, «in tema di spese processuali, la liquidazione dei compensi in applicazione del dm. n. 55 del 2014 deve essere effettuata per ciascuna fase del giudizio, in modo da consentire la verifica della correttezza dei parametri utilizzati ed il rispetto delle relative tabelle».

Nel caso sottoposto all’esame della Corte sbaglia la Ctr a liquidare a titolo di spese processuali un importo determinato complessivamente per entrambi i gradi di giudizio e in misura inferiore ai minimi previsti dalla tariffa forense, peraltro senza adottare alcuna motivazione sull’applicabilità di disposizioni che consentissero la riduzione delle tariffe, ponendosi così in contrasto con il principio della inderogabilità dei minimi.

 

Sicilia delenda est: la giunta regionale decreta la fine del sistema di tutela del Paesaggio e del Patrimonio culturale della Nazione nell’Isola, con il pretesto di tagli al bilancio inesistenti. In realtà istituisce ben 121 postazioni dirigenziali nell’assessorato beni culturali mentre l’intero Ministero della Cultura ne ha solo 94, su tutto il territorio nazionale, e cancella le competenze scientifiche dalle Soprintendenze e dai luoghi della cultura siciliani.
Per garantire la legalità e l’efficienza delle Istituzioni di tutela nell’Isola le associazioni (Confederazione Italiana Archeologi, Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, Italia Nostra Onlus e Associazione Memoria e Futuro - ODV) chiedono a gran voce che il Governo nazionale eserciti, nei confronti della Regione Siciliana, il potere sostitutivo previsto dall’articolo 120 della Costituzione.
Il testo completo del comunicato lo trovate sul nostro sito, https://www.archeologi-italiani.it/.../18/siciliadelendaest/

 

di Fario Ferrara

Il dl semplificazioni condanna il Comune ad attestare il silenzio-assenso sul permesso di costruire

Illegittima la condotta dell’ente che tace dopo aver chiesto una mole di documenti: è tenuto a rilasciare il titolo o a certificare che è decorso il termine previsto dalla legge per il procedimento

Il Comune ha venti giorni per concedere il permesso di costruire oppure per certificare che sulla richiesta del privato si è formato il silenzio assenso. Il tutto grazie al dl semplificazioni che ha voluto conferire certezza sull’effettivo decorso del termine previsto dalla legge per la conclusione del procedimento, prescrivendo l’attestazione da parte dell’amministrazione. È quanto emerge dalla sentenza 165/22, pubblicata dalla terza sezione del Tar Toscana.

Senza ostacoli
Il ricorso dei proprietari del terreno è accolto perché risulta illegittimo il silenzio serbato dall’ente locale, dopo che gli uffici hanno ottenuto un’ampia documentazione a integrazione dell’originaria istanza del titolo edilizio: gli interessati vogliono costruire un fabbricato con sei unità abitative e relative autorimesse. Il decreto legge 76/2020 ha modificato l’articolo 20, comma ottavo, del testo unico dell’edilizia: entro quindici giorni l’amministrazione deve attestare su richiesta del privato che non ci sono provvedimenti negativi sull’istanza né richieste degli uffici rimaste inevase, ciò che consente al richiedente di accertare che si è formato in modo tacito il titolo autorizzativo per gli interventi richiesti.

Buona fede
L’obbligo in capo al Comune non scatta soltanto per legge: pesa il principio di leale collaborazione fra privati e pubblica amministrazione, che impone a quest’ultima di agire secondo buona fede, facendo chiarezza sulle situazioni giuridiche pendenti. L’ente locale non l’ha fatto e adesso deve eseguire l’ordine del giudice.

 

 

Quando il dipendente s’infortuna il datore non può essere condannato «con il senno del poi»

Stop alla condanna emessa perché il macchinario non ha uno schermo protettivo: il giudice non considera la fase della produzione in cui si verifica il sinistro e quali siano le relative misure di protezione

Se il lavoratore s’infortuna, il datore non può essere condannato «con la logica del senno del poi». È escluso, infatti, che il giudice possa ritenere l’imprenditore penalmente responsabile senza considerare la fase della produzione in cui il sinistro si verifica né porsi il problema di quali siano le misure di protezione previste per quello specifico segmento della lavorazione. Insomma: l’errore sta nell’individuare la regola cautelare in base a una valutazione ricavata ex post a evento avvenuto, in modo del tutto astratto e svincolato dal caso concreto. È quanto emerge dalla sentenza 836/21, pubblicata il 13 gennaio dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Giustizia creativa
È accolto contro le conclusioni del sostituto procuratore generale il ricorso dei tre imputati per lesioni colpose. L’operaio riporta la frattura scomposta del mignolo nel tentativo di recuperare il tondino di alluminio lavorato mentre il tornio è ancora in movimento. Al datore si rimprovera di non aver dotato il macchinario di uno schermo frontale di protezione per evitare il contatto del lavoratore con gli ingranaggi in movimento. E con lui alla sbarra siedono il responsabile della sicurezza, per aver sottovalutato il rischio, e il titolare ditta produttrice, per aver venduto una macchina non a norma. Almeno secondo i pm. In realtà il tornio è conforme alla norma di riferimento Uni En 12840/2003, che non prevede lo schermo “vagheggiato” dai giudici del merito: la cui necessità, osservano gli “ermellini” appare frutto di un ragionamento creativo.

Mere congetture
La responsabilità colposa, invece, non può essere fondata sul senno del poi: il riscontro della colpa deve essere frutto di un processo cognitivo che individua a monte la regola cautelare che si assume violata, secondo una valutazione ex ante. Lo schermo non avrebbe salvato l’operaio che avrebbe comunque dovuto aggirarlo per infilare la mano nel tornio: lo strumento di protezione deputato, in quella fase, è il pedale del freno, mentre il lavoratore aziona la frizione, la rotazione continua per inerzia e il guanto impigliato fa il resto. Risultato: la regola cautelare dello schermo protettivo è ricavata in maniera congetturale. Parola al giudice del rinvio.

 

Addio accertamento se il fisco non produce in giudizio la delega al funzionario che l’ha firmato

Anche se risulta demandata solo la sottoscrizione e non la funzione dal dirigente dell’ufficio, il mancato deposito agli atti impedisce al giudice di scrutinare l’esistenza e l’identità dell’interessato

Annullato. Addio all’accertamento a carico del contribuente perché il fisco non deposita in giudizio la delega del dirigente dell’ufficio che autorizza il funzionario di carriera a sottoscrivere l’atto impositivo. E ciò benché si tratti di una delega di firma e non di funzioni. La mancata produzione, infatti, impedisce al giudice di scrutinare l’esistenza del documento oltre che l’identità del sottoscrittore dopo le contestazioni avanzate dalla parte privata. È quanto emerge dall’ordinanza 7441/22, pubblicata l’8 marzo dalla sezione tributaria della Cassazione.

Sindacato precluso
La Suprema corte decide nel merito accogliendo l’originario ricorso proposto dal contribuente contro l’accertamento sintetico sul reddito che quantificava maggiori imposte per oltre 43 mila euro più interessi e sanzioni. Trova ingresso la censura rivolta contro la sottoscrizione degli atti impositivi relativi alle due annualità incriminate. Secondo la parte privata gli accertamenti sarebbero stati firmati in modo illegittimo dal capo area controllo mentre l’unica firma legittima poteva essere quella del direttore titolare dell’Agenzia delle entrate oppure quella di un funzionario di carriera dirigenziale munito di delega ad hoc. E, denuncia il contribuente, un “direttore tributario”, corrispondente all’ex nono livello, non sarebbe di per sé legittimato a spiccare da solo un atto di accertamento. Come che sia, è certo che l’amministrazione finanziaria non ha depositato agli atti la delega anche in grado d’appello nonostante il soccorso istruttorio all’epoca vigente. E la mancata produzione impedisce il sindacato sulla legittimità della sottoscrizione di chi non ha istituzionalmente la rappresentanza esterna dell’ufficio fiscale, una circostanza oggetto di censura ad hoc da parte del contribuente fin dal primo grado di giudizio.

 

Rifiuti. Discarica, responsabilità sindaco

Con sentenza del 29/1/2003 la corte di appello di Lecce ha confermato quella resa il 19/3/2002 dal tribunale monocratico di Tricase, che aveva condannato B.C., con i doppi benefici di legge, alla pena di nove mesi di arresto e 10.000 euro di ammenda quale colpevole dei reati di cui all’art. 51, comma 3, D.L.vo 22/1997 e all’art. 1 sexies legge 431/1985 [1], perché, quale sindaco del comune di Corsano, aveva realizzato in zona sottoposta a vincolo paesaggistico e idrogeologico una discarica non autorizzata di rifiuti pericolosi e non pericolosi (sino al 12/10/1999).

Il C., col ministero del difensore, ha proposto ricorso per cassazione, deducendo tre motivi a sostegno.

In particolare lamenta: violazione dell’art. 107 D.L.vo 18/8/2000 n. 267 (testo unico sugli enti locali) secondo cui la responsabilità per i fatti de quibus doveva fare carico al dirigente del settore tecnico del territorio, cioè all’organo burocratico, e non all’organo politico; violazione degli artt. 195, 177 e 507 c.p.p., atteso che il giudice, su richiesta del PM aveva sentito come testi di riferimento i dipendenti comunali B.C. e L.C., che invece dovevano essere sentiti sin dall’origine come imputati, in quanto colti nell’atto di scaricare rifiuti nella discarica; mancanza o illogicità di motivazione in ordine alla affermata responsabilità del sindaco.

Nel corso della discussione pubblica il difensore ha sollevato questione di nullità per incapacità del giudice di primo grado, dott. Paolo Moroni, che in data 19/3/2002 ha emesso sentenza contro l’imputato, come giudice monocratico del tribunale di Lecce, sezione distaccata di Tricase, senza aver maturato i tre anni di anzianità nell’esercizio della funzione giurisdizionale prescritti dall’art. 7 bis, comma 2 quater, dell’ordinamento giudiziario.

Al riguardo ha depositato copia delle delibere del CSM che hanno rifiutato l’approvazione della proposta tabellare relativa al tribunale di Lecce in ordine al dott. Moroni.

MOTIVI DELLA DECISIONE Trattandosi di nullità assoluta, insanabile e rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo, bisogna affrontare la dedotta questione sull’incapacità del giudice di primo grado.

Invero, a norma dell’art. 7 bis, comma 2 quater, dell’Ordinamento Giudiziario (R.D. 30/1/1941 n. 12), introdotto dall’art. 57 legge 16/12/1999 n. 479, il tribunale in composizione monocratica è costituito da un magistrato che abbia esercitato la funzione giurisdizionale per non meno di tre anni.

E, come risulta dalle delibere del CSM prodotte dal difensore, alla data della sentenza (19/3/2002), il dott. Moroni, sebbene assegnato tabellarmente alla sezione distaccata di Tricase in composizione monocratica, non aveva ancora raggiunto l’anzianità richiesta.

Tuttavia, ai sensi dell’art. 33, comma 2, c.p.p., modificato dall’art. 169 D.L.vo 51/1998, le disposizioni sulla destinazione dei giudici agli uffici giudiziari e alle sezioni non si considerano attinenti alla capacità del giudice, con la conseguenza che la violazione di dette disposizioni non integra quella incapacità del giudice che l’art. 178 lett. a) c.p.p. prevede come causa di nullità, assoluta e insanabile.

Secondo una corrente distinzione dottrinale, infatti, da luogo a nullità assoluta solo il difetto di capacità generica del giudice, cioè il complesso dei requisiti richiesti dalla legge per l’esercizio della funzione giurisdizionale generalmente intesa, mentre non è causa di nullità il difetto di capacità specifica, intesa come l’insieme delle condizioni richieste per l’esercizio della funzione giurisdizionale in un determinato processo: appunto in dette condizioni rientrano le disposizioni relative alla destinazione del giudice nell’ufficio giudiziario competente in ordine al processo medesimo.

Passando alle censure di merito, si deve osservare che la ripartizione delle funzioni tra organi di governo e organi burocratici del comune stabilita dall’art. 107 D.L.vo 18/8/2000 n. 267, non può esonerare il sindaco dalla sua responsabilità per aver realizzato una discarica di rifiuti non autorizzata in un’area di proprietà comunale.

In materia di gestione dei rifiuti, questa corte ha avuto modo di ritenere che detta ripartizione funzionale può liberare il sindaco da responsabilità inerenti a inosservanza delle prescrizioni contenute nelle autorizzazioni rilasciate dall’autorità competente (Sez. III, n. 8530 del 4/3/2002, Casti, rv. 221261), o da responsabilità inerenti alle soluzioni operative adottate nel servizio di raccolta differenziata (Sez. III, n. 23855 del 21/6/2002 PG in proc. Pino, rv. 222706), che invece spettano ai dirigenti amministrativi.

Ma ha anche escluso l’effetto liberatorio nel caso di realizzazione di una discarica non autorizzata, attese le specifiche competenze del sindaco, il quale, come capo dell’amministrazione comunale, ha il compito di programmare l’attività di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, e, come ufficiale di governo, ha il potere di emanare ordinanze contingibili e urgenti a tutela della salute pubblica e dell’ambiente (Sez. III, n. 3878 del 27/3/2000, Stillitani, rv. 216212).

Ciò significa che il sindaco va esente da responsabilità solo per quelle condotte che rientrano nell’ambito esecutivo o gestionale riservato ai dirigenti amministrativi, ma deve sempre rispondere delle scelte programmatiche e di quelle contingibili e urgenti che egli adotti nell’ambito dei suoi poteri, o anche eccedendo da questo abito.

Che nella fattispecie sia stato il sindaco C. a disporre l’apertura non autorizzata della discarica in un’area di proprietà comunale è stato accertato dai giudici di merito con motivazione congrua, esente da vizi logici e giuridici.

In particolare, è stato accertato che alcuni dipendenti comunali avevano ripetutamente scaricato rifiuti vari nell’area in questione da una moto Ape con l’effige del comune.

Sentiti come testi di riferimento ex artt. 195 e 507 c.p.p., nonostante una iniziale reticenza, uno, R.C., ammetteva di aver scaricato materiali vari col consenso del responsabile dell’ufficio tecnico comunale, l’altro L.B., ammetteva di essere stato verbalmente autorizzato dal sindaco per lo smaltimento dei rifiuti.

Il difensore ha contestato l’utilizzabilità delle dichiarazioni accusatorie dei dipendenti comunali, giacché essi dovevano essere sentiti come coimputati ex art. 210 c.p.p. e non come testimoni.

Ma la tesi va disattesa perché è infondato il suo presupposto.

Infatti chi abbandona o deposita in modo incontrollato rifiuti risponde solo dell’illecito amministrativo di cui all’art. 50, comma 1, a meno che non sia titolare di imprese o responsabile di un ente, nel qual caso risponde del reato di cui all’art. 51, comma 2, D.L.vo 22/1997, o a meno che non si provi un suo concorso consapevole del reato di gestione non autorizzata di discarica di cui all’art. 51, comma 3, D.L.vo 22/1997.

Nel caso di specie i dipendenti comunali, essendosi resi responsabili di un illecito amministrativo e non dei reati di cui all’art. 51, potevano essere sentiti come testimoni.

Tutte le censure sono quindi infondate e il ricorso va respinto.

Consegue ex art,. 616 c.p.p. la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Considerato il contenuto dei motivi non si commina anche la sanzione pecuniaria a favore della cassa delle ammende.

PQM La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

Sanzioni disciplinari, al preside spetta valutare (solo) quelle lievi
Non tocca al dirigente disporre conseguenze superiori al rimprovero verbale e inferiori alla sospensione dal servizio e dallo stipendio per oltre 10 giorni

In tema di sanzioni disciplinari nel pubblico impiego privatizzato al fine di stabilire la competenza dell’organo deputato a iniziare, svolgere e concludere il procedimento, occorre avere riguardo al massimo della sanzione disciplinare come stabilita in astratto, in relazione alla fattispecie legale, normativa o contrattuale che viene in rilievo. E ciò essendo necessario, in base ai principi di legalità e del giusto procedimento, che la competenza sia determinata in modo certo.

 

Corte di Cassazione 26 dicembre 2021

Obbligo di mantenere il figlio 40enne all’università se ha ritardi di appredimento
Secondo la Corte, in un caso del genere, il ritardo negli studi non è dovuto a indolenza ma a una patologia che rende più difficoltoso il percorso
di Pietro Alessio Palumbo

Secondo le regole del Codice civile l’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli non cessa con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura immutato finché il genitore interessato alla dichiarazione della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica; ovvero che è stato posto nelle concrete condizioni per potere essere economicamente autosufficiente; ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di “inerzia” o addirittura di ingiustificato “rifiuto”. Lo ha ricordato la Cassazione con la sentenza n. 40283/2021 specificando che se il figlio quarantenne ha ritardi d'apprendimento i genitori devono comunque pagargli l’università.

L’obbligo di mantenimento
In particolare la cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti deve essere fondata su un accertamento di fatto che abbia riguardo all’età, all’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa, nonché alla complessiva condotta personale tenuta dal ragazzo, dal raggiungimento della maggiore età.

Il caso
Nella vicenda affrontata dalla Corte con l'ordinanza n.40283 del 15 dicembre scorso, la Cassazione ha acclarato che la situazione del figlio della coppia coinvolta nei fatti, il quale privo di redditi al momento della pronuncia della sentenza aveva 35 anni ed era ancora iscritto all’università benché fosse quasi quattro anni fuori corso, aveva una spiegazione documentata da certificati medici che davano conto di un chiaro ritardo nell’apprendimento correlato a problemi insorti al momento della nascita. Problemi che avevano condizionato il percorso scolastico del “ragazzo” il quale si era infatti diplomato all’età di 24 anni.

Ebbene secondo la Corte in tali casi il ritardo negli studi non può dirsi riconducibile a una “indolenza” del figlio, o al rifiuto di svolgere una prestazione lavorativa, quanto a una patologia che in tutta evidenza rende difficoltoso ciò che per altre persone non lo è. In tali situazioni permane l’obbligo di mantenimento del figlio da parte dei genitori.

 

di Dario Ferrara

Il patrocinio del Comune va al legale col preventivo più basso perché non vale l’equo compenso

Amministrazione non tenuta a corrispondere all’avvocato un compenso in linea con i parametri ministeriali: sceglie la proposta più conveniente quando c’è una contrattazione con il professionista

Altro che equo compenso. A patrocinare il Comune nella causa sarà l’avvocato che ha presentato il preventivo più basso. E ciò benché l’importo sia inferiore alle somme previste dai parametri forensi. L’amministrazione, infatti, ben può scegliere la proposta più conveniente fra quelle dei legali che ha consultato: quando il professionista contratta la sua prestazione su di un piano paritetico con la committente, infatti, non ha bisogno della speciale tutela introdotta dal decreto legge 148/17. Lo sostiene la sentenza 1088/21, pubblicata il 20 dicembre dalla sede di Brescia del Tar Lombardia.

Base d’asta
Niente da fare per uno dei tre legali contattati dall’ente locale per farsi difendere in giudizio davanti al tribunale amministrativo regionale. Il Comune procede all’affidamento diretto evitando la procedura a evidenza pubblica perché l’incarico è ben sotto i 40 mila euro: vince l’avvocato che si contenta di meno di 3.200 euro, fra compenso e oneri di legge. Il punto è, scrivono i giudici, che l’equo compenso si applica quando l’amministrazione definisce in modo unilaterale gli emolumenti del professionista, ad esempio laddove determina la base d’asta nella gara d’appalto. La tutela del contraente debole è invece esclusa quando il prestatore d’opera intellettuale non deve accettare supinamente le scelte dell’ente pubblico. Nella specie, si legge nella sentenza, ciascuno dei tre professionisti ha potuto formulare il proprio preventivo «senza essere vincolato a criteri predeterminati e senza subire condizionamenti».

Spending review
È stato il collegato fiscale alla manovra 2018 a modificare la legge forense introducendo l’equo compenso per garantire all’avvocato la percezione di un compenso «proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto» oltre «al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale». Attenzione, però: l’applicazione dei parametri ministeriali di cui al dm 55/2014 deve ritenersi obbligatoria soltanto quando i committenti sono «determinati soggetti imprenditoriali come banche e assicurazioni, che notoriamente godono di una certa forza contrattuale». E non anche nei confronti delle pubbliche amministrazioni, che del resto non sono contemplate in modo esplicito dall’articolo 13 bis, comma primo, della legge 247/12. Risultato: per gli enti pubblici si applica sì il concetto di equo compenso in favore del professionista, ma non entro i rigidi limiti dei parametri forensi; l’applicazione dell’istituto deve essere ancorato a criteri di maggiore flessibilità, legati da una parte a esigenze di contenimento della spesa pubblica e dall’altra alla natura e alla complessità dell’attività di difesa da svolgere. Imporre alle amministrazioni gli standard inderogabili anche quando non c’è un significativo squilibrio a carico del professionista, conclude la pronuncia, «comporterebbe un’irragionevole compressione della discrezionalità nell’affidamento dei servizi legali». Spese di lite compensate per la novità e la complessità della questione.

 

di dario Ferrara

Il Comune risarcisce la caduta nella buca perché la bici può circolare in zona pedonale

Sì al ricorso del danneggiato, finito in una cavità del terreno per evitare un passante sulla ciclabile: da verificare la responsabilità di manutenzione dell’ente, che deve provare di aver segnalato le restrizioni

Impossibile gettare la croce addosso al ciclista che finisce in una buca per schivare un passante, mentre percorre la pista riservata alle due ruote. Sbagliano i giudici del merito a ritenere la responsabilità esclusiva del danneggiato sul rilievo che l’uomo in sella alla bici invade prima una zona pedonale e poi l’area verde: la prima, infatti, è interdetta solo alla circolazione dei veicoli, mentre altre restrizioni devono essere segnalate; quanto al manto erboso, è tutta da verificare la responsabilità dell’ente che lascia aperta e incustodita una buca di notevoli dimensioni. È quanto emerge dall’ordinanza 2667/22, pubblicata il 28 gennaio dalla sesta sezione civile della Cassazione.

Regime giuridico
È accolto dopo una doppia sconfitta in sede di merito il ricorso del ciclista, che ha riportato lesioni al volto cadendo in una cavità del terreno profonda 40 centimetri e larga 50 centimetri per 50. L’errore compiuto dal Tribunale prima e dalla Corte d’appello poi sta nel ritenere l’evento pregiudizievole interamente imputabile alla «condotta negligente e imprudente del danneggiato». Non ha senso in sede di legittimità discutere della qualificazione dell’area in cui cade il ciclista perché si tratta di una questione che rientra nel merito della vicenda: inutile dunque interrogarsi se il tratto sia o no una prosecuzione della pista, come sostiene il danneggiante, sul rilievo che il Comune avrebbe creato un passaggio ad hoc per consentire ai ciclisti di portarsi sul lato opposto della strada evitando la rotatoria. Risulta invece fondata la questione posta sul regime giuridico dell’area teatro del sinistro. È l’articolo 3, comma primo numero 2, Cds a imporre al Comune di segnalare restrizioni alla circolazione delle bici nell’area pedonale: sbaglia dunque la Corte d’appello a ritenere irrilevante la mancanza di segnaletica orizzontale.

Omesso accertamento
L’eventuale imprudenza del ciclista, fra l’altro, non esclude una responsabilità dell’amministrazione che ha lasciato aperta e non intercettabile una buca di rilevante profondità. La parola passa al giudice del rinvio.

 

di Paolo Storari

Sospensiva-lampo di Palazzo Spada su paracetamolo e vigile attesa, ma la partita è aperta sulle cure domiciliari in attesa della discussione del 3 febbraio 2022

Abbiamo dedicato uno spazio molto ampio alla sentenza del TAR Lazio - Sezione Terza Quater - Pres. Riccardo Savoia e Rel. Roberto Vitanza, del 15 gennaio 2022 che ha eliminato l'inconcepibile imposizione al paziente Covid di Tachipirina (paracetamolo) e vigilante attesa: il concetto di "vigile attesa" è un autentico ossimoro paragonabile al consenso tuttora richiesto ai vaccinandi obbligati che così a lungo ha ostacolato i nostri medici di medicina generale nell'erogazione sui territori delle terapie domiciliari precoci delle quali avrebbero avuto necessità i pazienti affetti da Covid.

Per contro, come ha ricordato il 18 gennaio 2022 la Prof.ssa Maria Rita Gismondo, direttore di microbiologia clinica e virologia dell'Ospedale Sacco di Milano, durante la trasmissione "Fuori dal coro" di Mario Giordano, si era burocratizzata in modo elefantiaco proprio quella fase delle prime 72 ore dal manifestarsi della sintomatologia, decisive per la sorte del paziente.
Continuiamo a ritenere che il protocollo tanto caro al due volte Ministro della Salute Roberto Speranza sarà bandito in quanto inammissibile dal punto di vista medico-scientifico oltre che illogico.

Ad ogni modo, s'impone annotare che il Presidente del Consiglio di Stato, Franco Frattini, con una fulmineità che d'ora in avanti i cittadini saranno legittimati ad attendersi anche per le restanti vicende processuali (sospensiva del 19 gennaio 2022!), ha già disposto con decreto inaudita altera parte la sospensione in via cautelare della pronuncia appellata dal Ministero della Salute e commentata su questa Rivista.

 

di Remo Bresciani

Vietato senza eccezioni il terzo mandato consecutivo ai consiglieri dell’ordine dei commercialisti

Esclusa l’applicazione analogica della normativa prevista per gli avvocati che consente la terza rielezione se la carica cessa prima di metà dell’incarico

È vietato senza eccezioni il terzo mandato consecutivo ai consiglieri dell’ordine dei commercialisti. Esclusa, infatti, l’applicazione analogica della normativa prevista per gli avvocati che consente la terza rielezione se la carica cessa prima di metà dell’incarico. Lo ha affermato la prima sezione civile della Cassazione con l’ordinanza 38333/21 del 3 dicembre che ha respinto il ricorso di alcuni dottori commercialisti contro la delibera del consiglio dell’ordine che li aveva esclusi dalla competizione elettorale per il rinnovo delle cariche.
I consiglieri e il presidente non sarebbero rieleggibili al terzo mandato neanche in presenza di dimissioni.

Di qui il ricorso in Cassazione dove i professionisti hanno sostenuto che doveva essere applicata in via analogica la disciplina dettata per l’elezione del consiglio degli ordini forensi che ha ritenuto non ostativo alla ricandidatura l’espletamento di due precedenti mandati consecutivi, di cui il secondo interrotto prima della metà del tempo.
La Suprema corte, nel decidere la questione, ha ricordato che il fondamento dell’ineleggibilità sta nell’esigenza di assicurare la più ampia partecipazione degli iscritti all'esercizio delle funzioni di governo degli ordini, favorendone l’avvicendamento nell’accesso agli organi di vertice, in modo tale da garantire la par conditio tra i candidati, la quale è suscettibile di essere alterata da rendite di posizione, ed evitare il manifestarsi di fenomeni di “sclerotizzazione” nelle relative compagini. Né è possibile ricorrere all’analogia con la disciplina dettata per gli avvocati dal momento che una lacuna normativa non esiste. Infatti se il principio generale è proprio quello della limitazione ai due mandati, l’irrilevanza del parziale espletamento di uno dei due, contenuta nell’articolo 3, comma 4, della legge 113/17, si palesa regola non applicabile in via analogica, né tantomeno espressione di un principio generale limitativo dell’incapacità.

Al contrario, nel ricordato contesto normativo e sistematico, la regola del limite a due mandati consecutivi per gli organi elettivi professionali costituisce un principio di carattere generale, mentre la rieleggibilità per il terzo mandato a date condizioni si configura come eccezione insuscettibile di interpretazione analogica. Ne consegue, ha concluso la Cassazione, che il ricorso deve essere respinto in esecuzione del principio di diritto secondo cui «in tema di elezione dei consigli dell’ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, l’art. 9,

comma 9, d.lgs. 28 giugno 2005, n. 139 disciplina la situazione di ineleggibilità alla carica, senza eccezioni o limitazioni, stabilendo, al fine di assicurare il preminente valore dell’avvicendamento nelle cariche rappresentative, che i consiglieri ed il presidente siano eleggibili per non oltre due mandati consecutivi: ne deriva che, non essendovi una lacuna da colmare, non può farsi applicazione analogica dell'art. 3 legge 12 luglio 2017, n. 113, il quale, in tema di elezione dei componenti dei consigli degli ordini circondariali forensi, permette la terza rielezione, se la precedente carica sia cessata prima di metà del mandato».

 

di Debora Alberici

L’ex amministratore della srl non risponde dei debiti fiscali della società estinta

Accolto il ricorso di un consulente accusato di aver ideato la frode dell’ente poi liquidato

L’ex amministratore della srl non risponde dei debiti fiscali della società estinta. Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 25530 del 21 settembre 2021, ha accolto il ricorso di un consulente fiscale accusato di aver ideato la frode per evadere l’Ires.

L’uomo ha presentato ricorso al Palazzaccio chiedendo di annullare la decisione con la quale la Ctr lo aveva condannato a versare i tributi evasi dall’ente.

Il gravame della difesa ha fatto breccia presso la sezione tributaria che, sul punto, ha accolto. Per i Supremi giudici , infatti, la particolare ipotesi di responsabilità posta dall'art. 36 Dpr 602/73 a carico di liquidatori, amministratori e soci di società in liquidazione, è infatti una particolare ipotesi di responsabilità per obbligazione propria ex lege, ed ha natura civilistica e non tributaria, in quanto trova il suo fondamento in un credito civilistico fondato sulla violazione degli artt. 1176 e 1218 c.c., non ponendo detta norma alcuna coobbligazione di debiti tributari a carico di tali soggetti.

Va quindi esclusa una responsabilità diretta dell'ex amministratore per le obbligazioni tributarie della società.

In altre parole, la responsabilità dei liquidatori, degli amministratori e dei soci di società in liquidazione, in presenza dell’integrazione delle distinte fattispecie previste dall'art. 36 del d.P.R. 29 Settembre 1973, n. 602, per l'ipotesi di mancato pagamento delle imposte sul reddito delle persone giuridiche i cui presupposti si siano verificati, è responsabilità per obbligazione propria ex lege (per gli organi, in base agli artt. 1176 e 1218 cod. civ., e per i soci di natura sussidiaria), avente natura civilistica e non tributaria, non ponendo la norma alcuna successione o coobbligazione nei debiti tributari a carico di tali soggetti, nemmeno allorché la società sia cancellata dal Registro delle Imprese.

Con riguardo ai crediti per imposta sul reddito delle persone giuridiche i cui presupposti si siano verificati a carico della società, è riconosciuta, infatti, all'amministrazione finanziaria dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 36 azione di responsabilità nei confronti del liquidatore, nel caso in cui egli abbia esaurito le disponibilità della liquidazione senza provvedere al loro pagamento, con azione esercitabile alla duplice condizione che i ruoli in cui siano iscritti i tributi della società possano essere posti in riscossione e che sia acquisita legale certezza che i medesimi non siano stati soddisfatti con le attività della liquidazione medesima.

 

Il tasso usurario sul finanziamento si calcola al lordo delle spese di assicurazione

Accolto il ricorso del consumatore che aveva chiedeva il riconoscimento dei costi per avere il prestito

È al lordo dei costi di assicurazione che si calcola la natura usuraria di un finanziamento.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 22465 del 6 agosto 2021, ha accolto il ricorso del consumatore.

Per la sesta sezione civile – 1 male ha fatto la Corte territoriale a non spiegare la compatibilità di tale decisione che nega il collegamento tra i contratti di Finanziamento e di assicurazione con il principio secondo cui, ai fini della valutazione della natura usuraria di un contratto di mutuo,

devono essere conteggiate anche le spese di assicurazione sostenute dal debitore per ottenere il credito, in conformità con quanto previsto dall'art. 644, comma 4, c.p., essendo sufficiente che le stesse risultino collegate alla concessione del credito, fermo restando che la sussistenza del collegamento può essere dimostrata con qualunque mezzo di prova ed è presunta nel caso di contestualità tra la spesa di assicurazione e l'erogazione del mutuo.

 

di Debora Alberici

Chi contribuisce economicamente alla costruzione dell’immobile sul terreno del coniuge non ne acquista la proprietà

Irrilevante la comunione legale dei beni. Al più l’ex può incassare le spese sostenute per manodopera e materiali se riesce a provarle

Chi contribuisce alla costruzione o alla manutenzione dell’immobile che insiste sul terrendo di proprietà esclusiva del coniuge non ne acquisterà mai la proprietà, nonostante la comunione legale dei beni. Al più, qualora riesca a provarle, può ripetere le somme spese per materiali e manodopera.

Cosa che non è riuscita a fare una casalinga di Roma alla quale, con l’ordinanza 22193 del 3 agosto 2021, la Corte di cassazione ha dato torto respingendo in pieno il ricorso del suo difensore.

La prima sezione civile ha spiegato che la tutela del coniuge non proprietario del suolo, opera non sul piano del diritto reale, nel senso che in mancanza di un titolo o di una norma non può vantare alcun diritto di comproprietà, anche superficiaria, sulla costruzione, ma sul piano obbligatorio, nel senso che a costui compete un diritto di credito relativo alla metà del valore dei materiali e della manodopera impiegati nella costruzione.

Per gli Ermellini, ciò si legittima sul presupposto che il principio generale dell'accessione posto dall'art. 934 cod. civ., in base al quale il proprietario del suolo acquista ipso iure al momento dell'incorporazione la proprietà della costruzione su di esso edificata e la cui operatività può essere derogata soltanto da una specifica pattuizione tra le parti o da una altrettanto specifica disposizione di legge, non trova deroga nella disciplina della comunione legale tra coniugi, in quanto l'acquisto della proprietà per accessione avviene a titolo originario senza la necessità di un'apposita manifestazione di volontà, mentre gli acquisti ai quali è applicabile l'art. 177, primo comma, cod. civ., hanno carattere derivativo, essendone espressamente prevista una genesi di natura negoziale.

 

di Emiliano Sabia

Il fisco non può imputare maggiori ricavi al contribuente solo perché ha la delega a operare sul c/c del partner

I versamenti in entrata trovano corrispondenza nelle fatture di vendita e non rileva il lasso temporale intercorrente tra la data di emissione del documento e i movimenti bancari

La delega a operare sul conto corrente del partner non basta al fisco per imputare al contribuente maggiori ricavi. I versamenti in entrata, inoltre, trovano corrispondenza nelle fatture di vendita, non rilevando il lasso temporale intercorrente tra la data di emissione del documento e le movimentazioni bancarie. Lo stabilisce la Cassazione con l'ordinanza n. 21849/21, pubblicata oggi dalla sezione tributaria. Il Palazzaccio respinge il ricorso del fisco contro la sentenza della commissione regionale che annullava un accertamento emesso nei confronti di un contribuente operante nel settore del commercio.

Al termine di una verifica condotta nei confronti della società della partner del contribuente e da cui risultava un conto corrente intestato al contribuente e un altro alla compagna, l'amministrazione recuperava a tassazione un maggior reddito di impresa. Il fisco lamentava che il giudice tributario avesse in modo errato ritenuto che il conto corrente intestato alla donna, ma con delega a operare del contribuente e il rapporto sentimentale tra i due, non erano utili a provare che il maggior reddito fosse imputabile al contribuente. Non solo: le fatture di vendita emesse nell'anno di accertamento giustificavano i versamenti in entrata indipendentemente dal lasso temporale tra la data di emissione del documento e le movimentazioni bancarie. La Corte suprema non condivide l'operato dell'amministrazione.

Secondo la Ctr, il contribuente ha dimostrato di aver tenuto conto «dei versamenti registrati sui c/c che trovano corrispondenza nelle fatture di vendita, non rilevando a tal fine il lasso di tempo intercorrente» tra la data di emissione della fattura e i movimenti bancari. Ad avviso del Palazzaccio, «a confortare la fondatezza e la legittimità di tale determinazione» è anche il comportamento dell'ufficio che, «nella fase precontenziosa, si era dichiarato disponibile a scomputare dai maggiori ricavi accertati i ricavi già dichiarati per effetto dell'emissione delle fatture di vendita, e ha correttamente applicato il regime probatorio avendo accertato che il contribuente aveva fornito la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già evidenziate nelle dichiarazioni, ovvero della loro estraneità alla sua attività, con conseguente non rilevanza fiscale delle stesse». Il ricorso va, pertanto, respinto.

di Debora Alberici

I figli restano a scuola dalle suore anche se il padre si oppone

Sradicare i minori dalla propria vita sociale dopo la separazione potrebbe avere conseguenze negative

I ragazzini restano a scuola privata di matrice cattolica quando erano già iscritti lì prima della separazione. Infatti, sradicare i minori dalla propria vita sociale dopo la separazione potrebbe avere conseguenze negative.

Con una decisione che farà discutere la Corte di cassazione - ordinanza n. 21553 del 27 luglio 2021 - ha respinto il ricorso di un padre, affidatario insieme alla ex dei bambini, che avrebbe voluto mandarli a una scuola pubblica e laica.

Per i giudici, che hanno condiviso in pieno le valutazioni della Corte d’Appello, la separazione era già stata un trauma per i bambini e il cambio di scuola avrebbe potuto rivelarsi ancora più dannoso.

Per gli Ermellini, «in caso di conflitto genitoriale, il perseguimento dell'interesse del minore può comportare anche all’adozione di provvedimenti, relativi all'educazione religiosa, contenitivi o restrittivi dei diritti individuali di libertà religiosa dei genitori, ove la loro esplicazione determinerebbe conseguenze pregiudizievoli per il figlio, compromettendone la salute psicofisica o lo sviluppo».

Nel caso sottoposto all’esame della Corte, i giudici di merito si sono allineati a questo principio. La scelta così compiuta non risponde a una ipotetica predilezione della Corte per una scuola confessionale, a discapito di quella pubblica. Dipende, invece, dall'acuito bisogno dei minori di avere - nel frangente – una continuità ambientale nel campo in cui si svolge propriamente la loro sfera sociale ed educativa.

 

POMERIGGI CULTURALI EOLIANI DEL CENTRO STUDI EOLIANO

Giovedì 29 luglio 2021- ore 19,00 Villa Famularo - Portinente

Presentazione del volume: “L’ECO DELLA FUGA” Di Martino Lo Cascio Edizioni Sce Intervengono con l’autore: Valeria Amendola Ornella Costanzo 

 

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di Emiliana Sabia

Domiciliari al detenuto perché se la scuola chiude per i contagi la madre non può farcela da sola col bimbo disabile

Il tribunale sbaglia a ritenere un fallimento educativo il coinvolgimento del condannato in procedimenti penali

L'andamento dell'emergenza epidemiologica da Covid-19 può incidere anche sulla concessione o meno degli arresti domiciliari. Scatta, infatti, la detenzione domiciliare del condannato, padre del bambino disabile, se la madre, con l'ipotetica chiusura delle scuole non può provvedere da sola alla gestione del figlio. La richiesta non può, inoltre, essere respinta perché i precedenti penali non sono un esempio edificante per il figlio. Lo sancisce la Cassazione che, con la sentenza n. 28973/21, pubblicata oggi dalla prima sezione penale, accoglie il ricorso di un detenuto, padre di un bambino con disabilità e necessità di assistenza continua, contro l'ordinanza del tribunale che rigettava la richiesta degli arresti domiciliari. Due sono gli aspetti su cui si basa il provvedimento del tribunale: la madre può provvedere in modo adeguato alla cura del figlio, a maggior ragione con la riapertura delle scuole materne dopo il lockdown legato alla pandemia e poi sul rigetto della richiesta peserebbe l'esempio non molto edificante del ricorrente, coinvolto in diversi procedimenti penali.

La Corte suprema di tutt'altro avviso accoglie il ricorso. Il provvedimento è discordante laddove non si confronta con la costante preoccupazione del ricorrente per la situazione familiare caratterizzata dalla difficoltà della moglie di gestire un bambino disabile e laddove insiste sul «fallimento educativo del genitore, inidoneo a causa dei coinvolgimenti in vicende penali, a indirizzare la prole verso scelte socialmente orientate». Il tribunale omette di considerare che nel bilanciamento tra le esigenze «di tutela della collettività da possibili ricadute nel reato e necessaria protezione dei figli», la sentenza della Corte costituzionale (n. 18/20) ha messo in evidenza la primarietà della cura e dell'assistenza che minori con disabilità debbano avere da parte dei genitori. Per tali motivazioni, la Corte annulla l'ordinanza impugnata con rinvio per un nuovo giudizio.

𝐄' 𝐨𝐧𝐥𝐢𝐧𝐞 𝐈𝐍𝐆𝐕𝐍𝐞𝐰𝐬𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫 𝑺𝑷𝑬𝑪𝑰𝑨𝑳𝒏𝒖𝒎𝒃𝒆𝒓:
𝑬𝒔𝒑𝒍𝒐𝒓𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒆 𝑰𝒔𝒐𝒍𝒆 𝑬𝒐𝒍𝒊𝒆, 𝒍𝒂𝒃𝒐𝒓𝒂𝒕𝒐𝒓𝒊𝒐 𝑰𝑵𝑮𝑽 𝒅𝒊 𝒗𝒖𝒍𝒄𝒂𝒏𝒊
(in italiano e inglese)
In questo numero:
📌   Cover_Story: 𝐆𝐥𝐢 𝐈𝐧𝐟𝐨𝐏𝐨𝐢𝐧𝐭 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐍𝐆𝐕 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐄𝐨𝐥𝐢𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐯𝐮𝐥𝐜𝐚𝐧𝐢𝐜𝐨
🌍   I PRESIDI DELL’INGV NELLE EOLIE: 
 𝑩𝒆𝒏𝒗𝒆𝒏𝒖𝒕𝒊 𝒂 𝑺𝒕𝒓𝒐𝒎𝒃𝒐𝒍𝒊 𝒆 𝑽𝒖𝒍𝒄𝒂𝒏𝒐. 𝑮𝒍𝒊 𝑰𝒏𝒇𝒐𝑷𝒐𝒊𝒏𝒕 𝒗𝒊 𝒂𝒔𝒑𝒆𝒕𝒕𝒂𝒏𝒐!
🌋   L'IDDU O IL FARO
𝙎𝙩𝙧𝙤𝙢𝙗𝙤𝙡𝙞, 𝙞𝙡 𝙛𝙖𝙨𝙘𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙞𝙨𝙤𝙡𝙖 𝙙𝙖𝙡 𝙫𝙪𝙡𝙘𝙖𝙣𝙤 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙤
🗺️   SCIENZA E SAPERE 
𝘾𝙤𝙣𝙤𝙨𝙘𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙚𝙧 𝙥𝙧𝙤𝙩𝙚𝙜𝙜𝙚𝙧𝙨𝙞: 𝙡𝙖 𝙘𝙤𝙢𝙪𝙣𝙞𝙘𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙨𝙘𝙞𝙚𝙣𝙩𝙞𝙛𝙞𝙘𝙖 𝙨𝙩𝙧𝙖𝙩𝙚𝙜𝙞𝙖 𝙫𝙞𝙣𝙘𝙚𝙣𝙩𝙚
🎙️   A MUNTAGNA E IDDU
𝙀𝙩𝙣𝙖 𝙚 𝙎𝙩𝙧𝙤𝙢𝙗𝙤𝙡𝙞, 𝙞 𝙙𝙪𝙚 𝙜𝙞𝙜𝙖𝙣𝙩𝙞 𝙨𝙞𝙘𝙞𝙡𝙞𝙖𝙣𝙞 𝙖𝙡𝙡𝙤 𝙨𝙥𝙚𝙘𝙘𝙝𝙞𝙤
🎯   VULCANOLOGIA NEL BLU DEL TIRRENO
𝙑𝙪𝙡𝙘𝙖𝙣𝙤 𝙚 𝙋𝙖𝙣𝙖𝙧𝙚𝙖. 𝙄𝙡 𝙫𝙪𝙡𝙘𝙖𝙣𝙞𝙨𝙢𝙤 𝙨𝙞 𝙨𝙩𝙪𝙙𝙞𝙖 𝙖𝙣𝙘𝙝𝙚 𝙨𝙤𝙩𝙩’𝙖𝙘𝙦𝙪𝙖
🤓   NON SOLO VULCANI
𝙇𝙖 𝙨𝙩𝙤𝙧𝙞𝙖 𝙨𝙞𝙨𝙢𝙞𝙘𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙄𝙨𝙤𝙡𝙚 𝙀𝙤𝙡𝙞𝙚
Clicca sul link per leggere gli articoli, per la prima volta anche in inglese, dedicati alle ricerche e al monitoraggio dell'INGV nelle Isole Eolie.
https://www.ingv.it/it/stampa-e-urp/ingvnewsletter-2021/newsletter-numero-speciale-esplorare-le-isole-eolie-laboratorio-ingv-di-vulcani

 

 

Assolto il medico dell’ospedale che consiglia ai pazienti lo studio del primario per cure specifiche

I suggerimenti per eseguire l'innesto di protesi dentali che la struttura pubblica non è in grado di fornire non sono idonei a determinare l'invio degli utenti alle cliniche private del professionista

Non commette il reato di abuso di atti d'ufficio il medico dell'ospedale che suggerisce ai pazienti di rivolgersi allo studio privato del primario per interventi specifici.

Lo sancisce la Cassazione che, con la sentenza n. 28653/21, depositata oggi dalla sesta sezione penale, assolve il medico di una struttura ospedaliera condannato in appello a quasi un anno di carcere per abuso d'ufficio. La condanna scattava perché il ricorrente suggeriva ai pazienti di rivolgersi per l'innesto di protesi dentali presso gli studi privati del primario che si procurava così ingiusti vantaggi patrimoniali. Il Palazzaccio annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste perché «i consigli dati dall'imputato ai pazienti che si erano rivolti all'azienda sanitaria per eseguire una tipologia di intervento che la struttura stessa non era in grado di fornire, sono strutturalmente inidonei a determinare l'invio dei pazienti alle strutture private del primario e, dunque, a integrare il contributo dell'imputato alla commissione del reato di abuso in atti di ufficio».

I suggerimenti del medico erano in realtà diretti ai pazienti che, secondo la ricostruzione in fatto svolta nella sentenza impugnata, «erano approdati» al reparto dell'ospedale sulla base delle pubblicità delle cliniche del primario e che ritenevano che «tali interventi potessero essere eseguiti presso la struttura pubblica, che non poteva eseguirli». Non c'è stata, insomma, «alcuna opera di convincimento, da parte dell'imputato, per eseguire quella specifica tipologia di intervento e di indirizzamento dei pazienti presso le strutture private del primario». Il ragionamento della Corte di appello è, pertanto, errato perché i consigli elargiti dal professionista non integrano la condotta materiale del reato. Per Piazza Cavour non c'è dubbio: il ricorso va accolto e l'imputato assolto.

 

L’art. 15, lett. a), della della legge Regione Sicilia n. 78/1976 ha imposto un vincolo di inedificabilità assoluta nella fascia di 150 metri dalla battigia, che consente solo opere che siano strettamente e direttamente finalizzate a rendere fruibile il mare (da parte di tutti) e la sola ristrutturazione, entro rigorosi limiti, delle opere che esistevano prima dell’indicata legge regionale. Lo stabilisce il C.G.A. 

 

Risarcita la dipendente che al rientro dalla maternità è assegnata a mansioni dequalificanti

Bocciato il ricorso del datore che per giustificare il demansionamento espone generiche deduzioni sui motivi riorganizzativi aziendali

Va risarcita la lavoratrice che, rientrata dalla maternità, è demansionata perché assegnata a mansioni inferiori rispetto alle precedenti. Lo stabilisce la Cassazione che, con l'ordinanza n. 20253/21, depositata oggi dalla sezione lavoro, respinge il ricorso di un'azienda nella causa contro una dipendente demansionata al rientro dalla maternità. La Corte di appello condannava il datore al risarcimento dei danni patrimoniali e non dopo aver accertato l'assegnazione della donna a mansioni dequalificanti e, nello specifico, a compiti amministrativi, predisposizioni di ordini sotto il controllo e la responsabilità di un collega.

La Cassazione non ha dubbi: il datore dovrà risarcire la dipendente perché la Corte territoriale ha correttamente accertato il demansionamento della lavoratrice, nella concretezza delle mansioni svolte prima e dopo la sua assenza per maternità così come evidenziate dalle risultanze istruttorie. Né basta, per giustificare il demansionamento, «la generica deduzione di una ragione riorganizzativa aziendale» dal momento che, quando il lavoratore allega un demansionamento riconducibile «a inesatto adempimento dell'obbligo gravante sul datore di

lavoro ai sensi dell'articolo 2103 Cc», è su quest'ultimo che incombe l'onere di provarne «l'esatto adempimento o attraverso la prova della mancanza in concreto del demansionamento, ovvero attraverso la prova della sua giustificazione per il legittimo esercizio dei poteri imprenditoriali o disciplinari oppure, in base all'articolo 1218 Cc, per impossibilità della prestazione derivante da una causa a sé non imputabile». Tutto ciò è mancato nel caso in esame perché il datore non ha fornito alcuna prova, motivo per cui la Corte respinge il ricorso dell'azienda.

 

L’Ilva risarcisce ai proprietari il deprezzamento delle case per l’inquinamento a Taranto

Danno pari al 20 per cento del valore degli immobili: compresso dalle polveri minerali nell’aria il diritto dominicale, i residenti nel quartiere Tamburi non possono godere pienamente dei loro beni

L’Ilva risarcisce ai proprietari il deprezzamento delle case per l’inquinamento a Taranto. Il danno è quantificato in misura pari al 20 per cento del valore degli immobili: le polveri minerali sparse nell’aria dall’impianto siderurgico comprimono il diritto dominicale dei residenti nel quartiere Tamburi che non possono godere pienamente dei loro locali a causa dell’inquinamento. È quanto emerge dalla sentenza 18810/21, pubblicata il 2 luglio dalla terza sezione civile della Cassazione.

Prova per presunzioni
Diventa definitiva la decisione che condanna la spa a pagare il ristoro determinato in via equitativa: le emissioni effettuate per anni dallo stabilimento salentino superavano la normale tollerabilità di cui all’articolo 844 Cc. E che la propagazione delle polveri minerali fosse «continua» e «massiva» lo dimostrano «l’emergenza» e le «sentenze penali» oltre che «l’accurata descrizione dei luoghi». compiuta dalla consulenza tecnica d’ufficio svolta nel giudizio di merito. Senza dimenticare gli stessi provvedimenti legislativi che a partire dal 2013 hanno cercato di tutelare l’ambiente oltre che i livelli occupazionali della fabbrica. Dai procedimenti penali, poi, emergono i disagi provocati dalle polveri che si depositano su strade e abitazioni di Tamburi: è provata per presunzioni, dunque, la lesione al diritto dei proprietari che non possono arieggiare gli appartamenti né uscire sui balconi.

Neminem laedere
È vero: l’articolo 844 Cc impone di sopportare le inevitabili propagazioni legate alle attività produttive, ma soltanto nei limiti della normale tollerabilità; bisogna insomma contemperare le ragioni della proprietà con le esigenze della produzione, che va gestita nell’ambito delle norme generali e speciali che ne disciplinano l’esercizio; fuori da quest’ambito, invece, si determina un’attività illegittima che non può imporre un sacrificio ai proprietari degli immobili: il fatto illecito che genera il danno a terzi fa scattare l’azione generale di risarcimento ex articolo 2043 Cc. La liquidazione equitativa scatta perché è molto difficile quantificare il danno nel suo preciso ammontare. Ed è giustificata dal «grave e persistente fenomeno di spandimento» delle polveri provenienti dai parchi minerali dell’impianto che compromettono in modo significativo le potenzialità d’uso degli appartamenti.

 

Sì alla sanatoria se il locale ricavato nel sottotetto è solo uno sgabuzzino

Il Comune manca di spiegare perché la posa in opera di semplici tramezzi non sarebbe conforme alla normativa: non risultano impianti di servizio, immutata la destinazione a locale di sgombero

Impossibile negare la sanatoria al proprietario dell’immobile per l’intervento nel sottotetto: il Comune, infatti, non spiega perché non sarebbe conforme alle norme urbanistiche ed edilizie la posa in opera di semplici tramezzi, che serve a ricavare un piccolo sgabuzzino senza alterare la destinazione d’uso a locale di sgombero. E che manchi la creazione di superficie utile lo dimostra anche il fatto che non sono realizzati impianti di servizio. È quanto emerge dalla sentenza 624/21, pubblicata ieri dalla prima sezione del Tar Liguria.

Motivazione postuma
L’amministrazione locale boccia la Scia e il privato chiede l’accertamento della conformità urbanistica in base alla legge regionale anche se resta convinto che per i lavori basterebbe la segnalazione certificata. Il punto è che l’intervento proposto risulta diverso da quelli realizzati da altri condomini che hanno tentato di ricavare locali abitabili nel sottotetto: lo dimostra la presenza di arredi e dagli allacci di luce, acqua, fogne e riscaldamento. Né il Comune contesta il cambio di destinazione d’uso nel preavviso di rigetto e nella motivazione del provvedimento impugnato: si tratta dunque di una motivazione postuma effettuata in sede di giudizio negli scritti difensivi. E come tale è certamente inammissibile se non rappresenta - come nel caso di specie - che il contenuto dispositivo del provvedimento non sarebbe potuto essere diverso da quello adottato.

Natura vincolata
L’ente locale, insomma, viene meno all’unica possibile motivazione del diniego di sanatoria, cioè la mancanza della doppia conformità, che ha invece ha natura vincolata, mentre non assumono alcuna rilevanza le giustificazioni o i motivi soggettivi del richiedente, ove non illeciti.

 

Assolto il giornalista che si avvale dello scritto anonimo per denunciare i favoritismi nella gestione di appalti pubblici

Utilizzabile il documento perché è evidente l'interesse pubblico se il professionista ha ritardato la notizia per verificare con prudenza fonti e fatti

Non scatta la diffamazione se il giornalista, dopo le doverose verifiche, si avvale di uno scritto anonimo per pubblicare un articolo in cui denuncia che un'importante carica dello Stato favorisce aziende a lui vicine per gestire appalti pubblici. Lo scritto, infatti, può ben essere utilizzato per dare diffusione a una notizia di evidente interesse pubblico. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza n. 24818/21, depositata oggi dalla quinta sezione penale. Bocciato il ricorso della parte civile, all'epoca dei fatti vice capo polizia di Stato contro la sentenza di appello che assolveva giornalista e direttore di un noto quotidiano dal reato di diffamazione. Stando ai fatti, il giornalista pubblicava un articolo, prendendo spunto da uno scritto anonimo, con cui muoveva accuse sul ricorrente di favoritismi nella gestione degli appalti dell'ufficio logistico del Viminale per acquistare impianti tecnologici da imprese a lui vicine.

Per la Corte territoriale, la notizia doveva essere pubblicata perché sussiste l'esimente del diritto di cronaca giornalistica; peraltro, nulla poteva imputarsi al giornalista in termini di mancato controllo delle fonti e della veridicità dei fatti. Secondo il Palazzaccio, è condivisibile l'affermazione della Corte territoriale secondo la quale il giornalista si era trovato a valutare uno scritto anonimo, le cui informazioni precise e dettagliate «lasciavano ragionevolmente ritenere la probabile fondatezza di quanto riportato o perlomeno la parvenza di veridicità riguardo ai favoritismi descritti, essendosi puntualizzato che lo stesso ministro dell'Interno, in ragione dell'apprezzabile serietà, aveva trasmesso l'anonimo alla Procura che, a sua volta aveva avviato le prime formalità di sua competenza e aveva ritenuto di darne notizia all'opinione pubblica tramite un apposito comunicato stampa». Il professionista ha verificato, inoltre, la «plausibile veridicità» delle notizie riportate nell'articolo e le ha pubblicate «ritenendone in buona fede l'autenticità».

Non solo. Va sottolineata la condotta prudente del professionista che, per nulla «animato dalla volontà di fare uno scoop», ha addirittura «bucato la notizia», con «inevitabili ricadute negative» sotto il profilo professionale, essendo in possesso dello scritto anonimo già da tempo e decidendo consapevolmente di non pubblicarlo subito ma solo dopo essersi confrontato «sull'opportunità della divulgazione con lo stesso prefetto». Sussiste, pertanto, l'esimente dell'esercizio del diritto di cronaca sotto il profilo putativo e, più in generale, va detto che la condotta del giornalista è stata corretta avendo il professionista verificato l'attendibilità delle sue fonti e operato i doverosi controlli prima di dare alle stampe l'articolo. Alla luce di queste considerazioni, la Corte rigetta il ricorso della parte civile.

 

di Remo Bresciani

La dichiarazione di aver versato il prezzo contenuta nell’atto notarile non esclude la simulazione

L’affermazione proveniente dalla parte non fa fede fino a querela di falso perché di fronte al pubblico ufficiale non è avvenuto alcun pagamento

La dichiarazione di aver versato il prezzo contenuta nell’atto notarile non esclude la simulazione della vendita. L’affermazione che proviene dalla parte, infatti, non fa fede fino a querela di falso perché di fronte al pubblico ufficiale non è avvenuto alcun pagamento.

Lo ha ricordato la sesta sezione civile della Cassazione con l’ordinanza 17566/21 del 18 giugno che ha respinto il ricorso di una coppia.

Il tribunale aveva accolto la domanda, proposta da una banca nei confronti dei coniugi, di simulazione del contatto di vendita immobiliare. Ad avviso del giudice il compratore non aveva provato l’effettivo pagamento del prezzo convenuto. La corte d’appello ha poi confermato la decisione rilevando che il contratto era stato stipulato meno di un anno dopo l’emissione da parte del tribunale di un decreto ingiuntivo. Inoltre il rapporto di parentela tra le parti del contratto e l’assenza di prova dell’avvenuto pagamento deponevano sicuramente per la simulazione. Né si poteva desumere la prova del pagamento dall’atto notarile in cui le parti si erano limitate a dichiarare che il prezzo era stato corrisposto in epoca anteriore al rogito.

La vertenza è così giunta in Cassazione dove i ricorrenti hanno contestato la decisione per avere desunto la natura simulata dell’atto, in assenza di indizi gravi, precisi e concordanti.

La Suprema corte, nel respingere il ricorso, ha ricordato che la dichiarazione relativa al versamento del prezzo di una compravendita immobiliare, seppur contenuta nel rogito notarile, non ha valore vincolante nei confronti del creditore di una delle parti del contratto che abbia proposto azione diretta a far valere la simulazione dell'alienazione, poiché questi è terzo rispetto ai soggetti contraenti.

Né, ha concluso la Cassazione, si può attribuire alcuna efficacia probatoria all’indicazione, contenuta nell'atto notarile di vendita, che il pagamento del prezzo sia avvenuto contestualmente alla firma del rogito, posto che tale dichiarazione, che proviene dalle parti, “non è assistita dal valore fidefacente fino a querela di falso derivante dall'attestazione del pubblico ufficiale, di fronte al quale non si è verificato, in concreto alcun pagamento”.

 

 

 

Anche le macchinette foto-tessera devono pagare l’imposta sulla pubblicità

Corte di cassazione: la dicitura «foto per documenti» presenti sulle macchinette pubbliche foto-tessera devono versare la tassa sulla pubblicita'

 

di Vanessa Ranucci

È diffamatorio denunciare all’Ordine che l’avvocato di controparte si è comportato da mercenario

L'assenza di una critica argomentata alla condotta professionale rende le frasi un attacco gratuito e denigratorio

Scatta la diffamazione per chi denuncia all'Ordine degli avvocati che la controversia è stata gestita in malafede dall'avvocato che si è comportato da mercenario se manca una critica argomentata alla condotta del professionista: in tal caso, le espressioni usate diventano denigratorie perché sono un attacco gratuito. Così ha stabilito oggi la quinta sezione penale della Cassazione con la sentenza 23708/21.

Un sessantasettenne era stato condannato per il reato di diffamazione per aver inviato una missiva all'ordine degli avvocati in cui aveva offeso la reputazione del Ctp e dell'avvocato della controparte in una controversia civile. Nella lettera egli aveva affermato che la controversia era stata gestita in malafede dai professionisti “non seri”.

L'uomo, proponendo ricorso in Cassazione, aveva basato la linea difensiva sull'esercizio del legittimo diritto di critica. E che il riferimento alla malafede era rivolta non alle persone in quanto tali ma alla loro condotta professionale.

Per il Palazzaccio il motivo è inammissibile perché il principio richiamato dal ricorrente è applicabile quando l'esposto contenga espressioni, sì offensive, ma pertinenti all'esercizio di un legittimo diritto di critica, non già quando le espressioni siano gratuitamente e immotivatamente denigratorie. “Integra il reato di diffamazione – si legge in sentenza - la condotta di colui che invii una missiva gratuitamente denigratoria a un Ordine professionale; né in tal caso può ricorrere l'esimente del diritto di critica, il quale sussiste solo allorché i fatti esposti siano veri o quanto meno l'accusatore sia fermamente e incolpevolmente, ancorché erroneamente, convinto della loro veridicità”.

Nel caso esaminato, il tenore delle frasi e il contenuto diffamatorio della lettera hanno arrecato pregiudizio alla reputazione professionale delle persone offese: ossia, le espressioni usate sono risultate denigratorie perché erano un attacco gratuito contro i professionisti, viso che mancava una censura argomentata alla loro condotta professionale.

 

di Dario Ferrara

Scaricabile da Internet e con le app Immuni e Io il green pass per tornare a viaggiare (e a vivere)

Presto in Consiglio dei ministri il dpcm sul certificato digitale a chi è vaccinato, guarito o negativo al tampone per partecipare a cerimonie e spostarsi nella Ue senza quarantena. Qr code antifrodi

Sì, viaggiare. Dopo mesi di “morte civile” causa Covid, conto alla rovescia per il dpcm sul green pass: la certificazione verde servirà a spostarsi nell’Unione europea senza tamponi e quarantene ma anche in Italia, per muoversi fra eventuali Regioni rosse o arancioni e soprattutto per partecipare a cerimonie come i matrimoni o visitare un parente anziano in una residenza sanitaria assistita: è previsto in settimana il Consiglio dei ministri per il via libera al provvedimento messo a punto da Palazzo Chigi con i ministeri della Salute, Innovazione tecnologica e Finanze (cfr. la bozza del decreto). Il certificato si potrà consultare e scaricare online, mentre il Qr code garantirà autenticità.

Chiavi digitali
Al certificato, gratuito, ha diritto chi: è stato vaccinato (con entrambe le dosi nel caso di Pfizer, Moderna e AstraZeneca); è risultato negativo a un tampone molecolare o un antigenico rapido effettuato entro le quarantotto ore; è guarito dall’infezione da Sars-Cov-2 e dopo il tampone negativo risulta uscito dall’isolamento. Il green pass di fatto esiste già nel nostro Paese ma dal primo luglio confluirà nel sistema europeo: si aspetta solo la digitalizzazione con il codice a barre di identificazione che contiene le informazioni necessarie per consentire di svolgere le diverse attività. È già operativo il gateway, la piattaforma informatica Ue che fornisce le chiavi virtuali per la validità transfrontaliera.

Dati sensibili
Il documento si potrà scaricare dal web grazie a un sito ad hoc, oppure con le app Immuni e Io (quella utilizzata per il cashback, per intenderci). E altrettanto si potrà fare dal fascicolo sanitario elettronico e tramite il sistema tessera sanitaria. Sarà il ministero della Salute il titolare del trattamento dei dati della piattaforma nazionale attraverso la Sogei. Sul certificato sono riportati: nome e cognome del titolare; data di nascita; struttura che ha rilasciato la certificazione; codice unico attribuito in automatico dal sistema Digital green certificate; Stato di appartenenza; scadenza del documento, che è valido nove mesi dopo la seconda dose di vaccino; a proposito: per i vaccinati sono riportati anche il tipo di farmaco inoculato, numero di dosi e data di somministrazione. E se un medico comunica alla piattaforma nazionale la positività al Sars-Cov-2 scatta subito la revoca con notifica all’interessato.

Informazioni utili
Il sito web del green pass offrirà nelle Faq le risposte a tutti i quesiti. A disposizione degli utenti ci saranno il numero di pubblica utilità del ministero della Salute (1500) e il call center di Immuni (800.91.24.91).

Vai col mix
Via libera dal ministero della Salute, infine, al mix di vaccini sotto i sessant’anni per la seconda dose a chi ha ricevuto la prima di Johnson & Johnson o AstraZeneca: si punta ad arrivi anticipati di dosi Pfizer e Moderna per rifornire i centri vaccinali.

 

di Debora Alberici

Il professionista può dedurre le fatture solo quando viene pagato l’assegno postdatato

Il principio di competenza vale se il titolo riporta lo stesso anno di consegna. Accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate

Il professionista può dedurre i costi delle fatture ricevute solo quando l’assegno postdatato viene effettivamente pagato. Infatti, l’agevolazione segue il principio di competenza.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 16711 del 14 giugno 2021, ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate spiegando che l’agevolazione approfitta del principio di competenza solo se viene dimostrato che l’assegno riporta la data dell’anno nel quale la spesa viene messa a bilancio.

Per gli Ermellini è senz’altro valido il principio secondo cui il momento rilevante cui imputare una spesa sostenuta con assegno bancario, ai fini della deducibilità per i lavoratori autonomi è, in base al principio di cassa, quello della consegna del titolo e non quello dell'effettivo incasso (risoluzione 138/e del 2009 per l'assegno circolare, ma il principio può ritenersi applicabile anche per l'assegno bancario).

Tuttavia, fa notare Piazza Cavour, il punto critico è un altro: il fatto che gli assegni siano stati consegnati nel 2005 la Ctr deve averlo dedotto da dichiarazioni sostitutive di terzi, e gli assegni sono datati 2006, probabilmente perché la data è stata apposta al momento dell'incasso.

Ciò che viene contestato, con una tesi condivisa dalla Suprema corte, è proprio questo tipo di prova. Le dichiarazioni sostitutive, in questo caso dei fornitori, non dimostrano che gli assegni erano stati consegnati nel 2005.

Fra l’altro per la Cassazione, la Ctr avrebbe dovuto scrutinare a fondo il valore delle dichiarazioni di terzo contenute in atti sostitutivi di notorietà, sulla base del principio per cui l'inammissibilità della prova testimoniale nel processo tributario non comporta l'inutilizzabilità, in sede processuale, delle dichiarazioni di terzi, sia raccolte dall'amministrazione procedente nella fase procedimentale, ma anche contenute in dichiarazioni sostitutive, per quanto alle stesse non debba essere riconosciuto valore probatorio pieno, rappresentando, piuttosto, un indizio, valutabile in relazione agli altri elementi acquisiti.

Ora saranno i giudici di merito a riconsiderare il caso alla luce dei principi affermati in sede di legittimità.

 

di Dario Ferrara

Due terzi d’Italia in zona bianca, ma con mascherine e distanze. Da luglio green pass Ue

Senza coprifuoco oltre 40 milioni di cittadini, in fascia gialla a casa a mezzanotte fino al 21 giugno. A luglio liberi tutti. Firma finale sul certificato digitale europeo per spostamenti e ripresa economica

Da oggi oltre 40 milioni di italiani si trovano in zona bianca, dunque senza coprifuoco. Ma devono continuare a usare le mascherine, a osservare il distanziamento personale di un metro e a lavarsi spesso le mani, raccomanda il ministro della Salute. Decisivo nello spostare due terzi del Paese nella fascia più bassa l’ingresso di Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Puglia, Lombardia e la provincia di Trento, avvenuto oggi grazie all’ordinanza di Roberto Speranza (cfr. il provvedimento in allegato). In zona gialla il coprifuoco continuerà fino lunedì 21 giugno, fissato alle 24.

E grazie alla campagna vaccinale, con l’attuale riduzione del contagio, tutta Italia potrebbe trovarsi in zona bianca a fine giugno, ha spiegato il presidente dell’istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro. Dal primo luglio, intanto, arriverà il Digital green pass (Dgc), il certificato europeo anti Covid nato per facilitare gli spostamenti all’interno dell’Unione e contribuire alla ripresa economica: oggi la firma finale da parte delle istituzioni eurounitarie.

Rischio malamovida
Dopo l’ultima ordinanza si trovano dunque in area bianca: Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, provincia autonoma di Trento, Puglia, Sardegna, Umbria e Veneto. Ancora in giallo Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Provincia Autonoma di Bolzano, Sicilia, Toscana, Valle d’Aosta. Il divieto di assembramento resta anche con l’addio al coprifuoco in gran parte del Paese. Preoccupa la malamovida dopo gli scontri fra giovani e polizia di sabato notte a Roma, a Campo de’ fiori. «Oggi più che mai occorre conservare le corrette abitudini per non vanificare i tanti sacrifici fatti, insiste Speranza.

Ristoranti e discoteche
In zona bianca serve il green pass per andare a matrimoni, cresime, comunioni, battesimi, compleanni, feste di laurea e anniversari: per partecipare, quindi, bisogna avere il certificato di vaccinazione o di guarigione oppure il tampone negativo effettuato nelle quarantotto ore precedenti. Nel dcpm che sarà approvato approvato nei prossimi giorni è previsto che la verifica delle certificazioni spetta ai soggetti che erogano i servizi e agli organizzatori degli eventi per cui è prescritto il possesso della certificazione, oltre che ai pubblici ufficiali. Fino al 21 giugno nei ristoranti in zona bianca il consumo al tavolo negli spazi al chiuso è consentito per un massimo di sei persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi. Nella fascia più bassa di rischio le discoteche possono aprire ma soltanto per l’attività di ristorazione e somministrazione, mentre resta vietato ballare in pista.

 

 

Viaggiare in prossimità della linea di mezzeria non fa scattare il concorso di colpa

Ai fini del risarcimento del danno va accertato se il conducente non ha effettuato manovre di emergenza per evitare l'impatto

Solo se il giudice accerta la mancanza di manovre di emergenza per evitare l'impatto può ascrivere al conducente che viaggia in prossimità della linea di mezzeria il concorso di colpa nel sinistro e condannarlo, di conseguenza, a risarcire il danneggiato. L'inosservanza di una norma cautelare, come ad esempio quella che prevede qual è la posizione che il conducente deve mantenere sulla carreggiata, non comporta, infatti, alcuna colpa ascrivibile all'agente in termini di responsabilità aquiliana.

Lo ha sancito la Cassazione che, con l'ordinanza n. 16192/21, depositata oggi dalla sesta sezione civile, accoglie il ricorso principale presentato da un motociclista, condannato a risarcire i danni non patrimoniali perché responsabile al 40 per cento di un sinistro. Il danneggiato, motociclista come il ricorrente, cadeva perché l'automobilista che lo precedeva frenava improvvisamente e, proprio in quel frangente, veniva investito dall'attore che procedeva nel senso opposto di marcia.

La Corte di appello riteneva il danneggiato responsabile al 60 per cento perché non rispettava le distanze e il ricorrente della restante parte perché viaggiava in prossimità della linea di mezzeria. La violazione del dovere di comune prudenza di viaggiare al centro della strada non basta però a far scattare il concorso di colpa per Piazza Cavour. Va riconosciuto l'errore del ragionamento svolto dalla sentenza impugnata che «lungi dall'inferire la misura del contributo del ricorrente nella causazione del sinistro dal solo posizionamento del veicolo in prossimità della linea di mezzeria, avrebbe dovuto accertare se il motociclista abbia effettivamente mancato di effettuare eventuali manovre di emergenza per evitare collisioni con veicoli marcianti nel senso opposto».

Non basta, infatti, la riscontrata violazione degli articoli 141 e 143 del codice della strada, potendo ricorrere dei casi in cui «l'inosservanza di una norma cautelare non comporti alcuna colpa ascrivibile all'agente in termini di responsabilità aquiliana, atteso che la qualificabilità del comportamento contrario a una norma cautelare in termini di colpa, rispetto a uno specifico evento, richiede, in ogni caso, il concreto riscontro di un nesso di causalità tra l'inosservanza della regola cautelare e lo specifico evento dannoso oggetto di esame». La Corte accoglie il ricorso principale.

di Dario Ferrara

Le Sezioni unite: aliquota al 3% e non all’8 per la cessione della cubatura Prg al terreno del vicino

Atto immediatamente traslativo del diritto di costruire, che non ha natura reale ma contenuto patrimoniale, non richiede la forma scritta ai fini della sostanza ed è trascrivibile. Pesa il dl sviluppo

Sconta l’imposta di registro al 3 e non all’8 per cento la cessione della cubatura autorizzata sul terreno dal piano regolatore generale, effettuata in favore del fondo del vicino. E ciò perché il proprietario trasferisce un diritto che non ha natura reale: va dunque assoggettato all’aliquota proporzionale prevista per l’atto a contenuto patrimoniale. Pesa il dl sviluppo, che per primo ha tipizzato i diritti edificatori prevedendo la trascrizione: la cessione della cubatura non richiede la forma scritta ai fini della sostanza e risulta trascrivibile ex articolo 2643, numero 2 bis, Cc. In caso di trascrizione e voltura scatta l’imposta ipotecaria e catastale in misura fissa. Lo stabiliscono le Sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza 16080/21, pubblicata il 9 giugno.

Autonomia negoziale
La Suprema corte accoglie il ricorso dei contribuenti e decide nel merito annullando l’avviso di liquidazione. Sbaglia la Ctr a riformare la decisione della Ctp sul rilievo che avrebbe «sicure caratteristiche di realità» l’atto con cui i proprietari del terreno, che non sono soggetti Iva, vendono una parte della cubatura edilizia ottenuta dalla convenzione col Comune: a comprarla è una società titolare di un fondo omogeneo dal punto di vista urbanistico. A chiudere il contrasto di giurisprudenza contribuisce il decreto 70/2011, che ha aggiunto il numero 2 bis all’articolo 2643 Cc, nonostante gli «evidenti limiti» segnalati dai giudici di legittimità perché non dà una definizione dei diritti edificatori in termini di contenuti e sostanza. Ma consente comunque di qualificarli come diritti veri e propri e aiuta a qualificare la cessione di cubatura dal punto di vista giuridico. È solo per effetto del contratto fra le parti che i diritti edificatori sono costituiti, trasferiti e modificati, il che consente il trasferimento con il consenso delle parti ex articolo 1376 Cc.

Correttezza e buona fede
Resta, comunque, il ruolo autorizzativo e regolatorio del permesso di costruire: quando il cessionario presenta il progetto per edificare, il cedente deve operare per il rilascio del titolo edilizio secondo correttezza e buona fede. Insomma: non si può applicare alla cessione di cubatura l’aliquota più alta prevista per il trasferimento della proprietà degli immobili o altri diritti reali.

 

Telefonata di raccomandazione?

Concorso in abuso d’ufficio per il «notabile» locale

La chiamata per evitare il ritiro della carta di circolazione all’automobilista amico fa scattare il concorso nel reato anche per l’estraneo al pubblico servizio, se l’agente viene influenzato nella decisione.

 

di Emiliana Sabia

Cade l'accertamento al contribuente se l'immobile acquistato è pagato dal figlio per celare un'operazione finanziaria

La compravendita è un'intestazione fiduciaria e non una donazione indiretta. No all'avviso di maggior reddito perché la disponibilità del denaro è del familiare

E' un'intestazione fiduciaria e non una donazione indiretta la compravendita di un fabbricato acquistato dal padre tramite la società del figlio che mette il contante per celare un'operazione finanziaria. L'accertamento di maggior reddito è, pertanto, illegittimo perché chi la disponibilità di denaro è un soggetto diverso dal contribuente. Lo dichiara la Ctr Lazio che, con la sentenza n. 2744/21, pubblicata dalla diciassettesima sezione, accoglie l'appello di madre e figlio, eredi di un contribuente destinatario di un accertamento di maggior reddito. Gli appellanti proponevano ricorso in riassunzione dopo il rinvio alla commissione regionale disposto dalla Cassazione in relazione a una compravendita con cui il contribuente acquistava dalla società di un altro figlio, noto imprenditore, un fabbricato.

Il fisco notificava l'atto perché risultava un'incongruenza in dichiarazione, vale a dire che i redditi imponibili del contribuente erano insufficienti a consentire l'operazione di acquisto. Non c'era, sempre secondo l'avviso, la prova dell'erogazione di liberalità effettuata dal figlio al padre; in altre parole, il figlio trasferiva direttamente alla sua società denaro contante senza avvalersi di intermediari. Il collegio ritiene fondato l'appello; l'operazione in questione va inquadrata come «un'intestazione fiduciaria, tesa a celare un'operazione finanziaria finalizzata ad apportare liquidità alla società venditrice piuttosto che di donazione indiretta ex articolo 809 Cc, non evidenziandosi dalla documentazione in atti un intento liberale del figlio nei confronti del padre». L'accertamento di maggior reddito è, in definitiva, illegittimo perché ad avere la disponibilità di denaro è un soggetto diverso dal contribuente e, dunque, non può essere qualificato come reddito imponibile di quest'ultimo. Il collegio accoglie l'appello e annulla l'avviso di accertamento.

 

di Debora Alberici

Niente diritto di abitazione al coniuge superstite nella casa in comunione fra il de cuius e la prima moglie

Respinto il ricorso della partner di secondo letto e confermato il verdetto di merito

Il coniuge superstite non è titolare del diritto di abitazione nella casa in comunione fra il de cuius e la prima moglie.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 15000 del 28 maggio 2021, ha respinto il ricorso della moglie di primo letto del de cuius.

La vicenda riguarda una donna che chiedeva, dopo la morte dell’ex marito, il diritto di abitazione nella casa intestata al de cuius e alla prima moglie.

I giudici di merito hanno negato la legittimità dell’occupazione con una decisione condivisa e resa definitiva in sede di legittimità.

Per gli Ermellini, infatti, “a norma dell'art. 540 cod. civ., il presupposto perché sorgano in favore del coniuge superstite i diritti di abitazione della casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la arredano è che la suddetta casa e il relativo arredamento siano di proprietà del "de cuius" o in comunione tra lui e il coniuge, con la conseguenza che deve negarsi la configurabilità dei suddetti diritti nell'ipotesi in cui la casa familiare sia in comunione tra il coniuge defunto ed un terzo".

In altre parole, “i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la arredano, previsti in favore del coniuge superstite, presuppongono per la loro concreta realizzazione l'appartenenza della casa e del relativo arredamento al de cuius o in comunione a costui e all'altro coniuge, non potendo estendersi a carico di quote di soggetti estranei all'eredità nel caso di comunione degli stessi beni tra il coniuge defunto e tali altri soggetti".

di Dario Ferrara

Conducente condannato anche se il pedone attraversa fuori dalle strisce

Il guidatore deve essere sempre in grado di padroneggiare il veicolo di fronte all’imprudenza altrui, se prevedibile: velocità da regolare in base a visibilità e tempi di reazione per la frenata

Scatta la condanna per omicidio colposo a carico del conducente, anche se il pedone non usa le strisce bianche per attraversare. E ciò perché il guidatore deve essere sempre in grado di padroneggiare il veicolo e di compiere manovre d’emergenza per evitare incidenti; il tutto pure quando il danno è dettato dall’imprudenza altrui, a patto che sia prevedibile: la velocità del mezzo, infatti, deve essere regolata in proporzione alla visibilità e considerando i tempi tecnici per l’eventuale frenata. Insomma: l’automobilista è colpevole perché non rallenta nei pressi della fermata dell’autobus, che crea comunque traffico pedonale. È quanto emerge dalla sentenza 20912/21, pubblicata il 27 maggio dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Principio di affidamento
Diventa definitiva la condanna inflitta alla signora: l’investimento avviene a sei metri dallo spartitraffico, in un posto dove l’automobilista e il pedone potevano vedersi reciprocamente, secondo le risultanze del consulente del pubblico ministero. E il punto d’urto non è messo in discussione dal perito della difesa. Pesa sulla sanzione penale il principio dell’affidamento così come maturato in ambito stradale, che riduce i suoi margini di fronte alla diffusività del pericolo: la responsabilità del conducente è proporzionale alla prevedibilità del comportamento scorretto o anche irresponsabile degli altri utenti della strada.

Colpa generica
La velocità del mezzo deve essere adeguata alle condizioni ambientali oltre che alle caratteristiche del veicolo: bisogna essere in grado di compiere la manovra d’emergenza necessaria se si concretizza il pericolo temuto, dovuto al comportamento negligente o imprudente altrui, così come alla violazione delle norme di circolazione da parte della vittima o di terzi. Sempre rilevante, anche in termini di colpa generica, la violazione delle norme ex articoli 141 e 145 Cds: l’una impone al conducente di mettersi in condizione di poter sempre frenare la marcia del veicolo entro i limiti del campo di visibilità e di fronte a qualsiasi ostacolo prevedibile; l’altra prescrive di usare la massima prudenza nei pressi degli incroci. L’attraversamento del pedone, nella specie, non può dirsi imprevedibile per la vicinanza della stazione degli autobus.

 

Niente diffamazione per il giornalista che riporta alla lettera le dichiarazioni lesive dell'intervistato perchè conta anche l'interesse pubblico all'informazione

Applicabile la scriminante dell'esercizio del diritto di cronaca: il professionista non è responsabile delle affermazioni del soggetto

Si applica la scriminante dell'esercizio del diritto di cronaca al giornalista che riporta alla lettera le dichiarazioni dell'intervistato lesive della reputazione altrui perché in ballo c'è anche il diritto dell'opinione pubblica di venire a conoscenza dei fatti. Lo ha sancito la Cassazione con l'ordinanza n. 14380/21, pubblicata oggi dalla prima sezione civile. Con la pronuncia, gli Ermellini accolgono il primo motivo del ricorso di una giornalista, condannata in solido con l'intervistata, a risarcire ben 20mila euro di danni a una cooperativa dopo la pubblicazione di un'intervista su un noto quotidiano. Dall'intervista, rilasciata da una persona molto conosciuta in ambito locale in quanto vicepresidente della commissione sanità, emergevano una serie di affermazioni sulle disfunzioni del sistema sanitario e, in particolare, l'intervistata affermava che ai bambini affetti da fibrosi cistica ricoverati presso un ospedale erano somministrate "porcherie" per avantaggiare un colosso della ristorazione con note amicizie qual era appunto la cooperativa convenuta.

Per la Corte di appello non c'è alcun dubbio: le dichiarazioni sono diffamatorie e a risponderne non doveva essere solo l'intervistata ma anche il giornalista che aveva omesso qualsiasi controllo sul contenuto. Il Palazzaccio non condivide l'operato del giudice di appello perché si applica la scriminante dell'esercizio del diritto di cronaca alla condotta del giornalista che, «pubblicando "alla lettera" il testo di un'intervista, riporti dichiarazioni del soggetto intervistato oggettivamente lesive dell'altrui reputazione, a condizione che la qualità dei soggetti coinvolti, la materia della discussione e il più generale contesto in cui le dichiarazioni sono state rese presentino, sulla base di una valutazione, questa sì, riservata al giudice dei merito, i necessari profili di interesse pubblico all'informazione, tali da far prevalere sulla posizione soggettiva del singolo il diritto di informare del giornalista».

Al giudice viene chiesto, prima di tutto, di accertare che ci sia «la condizione di interesse pubblico all'informazione» ma, «ove ciò sia, il giornalista che non abbia manipolato o elaborato le dichiarazioni dell'intervistato, in modo da falsarne anche parzialmente il contenuto, non può essere ritenuto responsabile di quanto affermato dall'intervistato stesso». La Corte accoglie il primo motivo del ricorso e cassa con rinvio la sentenza per un nuovo approfondimento.

 

di Vanessa Ranucci

Il concorso di colpa nel sinistro blocca la revoca della patente nonostante le lesioni stradali gravi

Accolto il ricorso di un automobilista a cui non sono state contestate le aggravanti di guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti

Il concorso di colpa nel sinistro ferma la revoca della patente nonostante le lesioni stradali gravi. Lo ha stabilito la quinta sezione penale della Cassazione che, con la sentenza 20437/21 depositata oggi, ha accolto il ricorso di un automobilista a cui non sono state contestate le aggravanti di guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti.

Il tribunale romano ha applicato a un automobilista la pena sospesa di 2 mesi e 20 giorni di reclusione e la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida, ai sensi dell'art. 222 CdS, per il reato di cui all'art. 590 bis Cp. Al conducente era stato contestato di avere, per colpa generica e specifica, cagionato lesioni personali guaribili in 60 giorni ai danni di un uomo.

Il conducente ha denunciato in Cassazione l'erronea applicazione della legge penale laddove il giudice ha ritenuto di dover applicare la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida: in particolare, ha osservato che, dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 88 del 17 aprile 2019, l'art. 222, comma 2 Dlgs 30 aprile 1992, n. 285, “è stato dichiarato incostituzionale nella parte in cui, in caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti peri reati di cui agli artt. 589 bis e 590 bis Cp, non consente di disporre, in alternativa alla revoca della patente di guida, la sospensione della stessa allorché non ricorrano le circostanze aggravanti previste dai rispettivi commi secondo e terzo degli artt.589 bis e 590 bis Cp”. Inoltre, il ricorrente ha sottolineato il fatto che il giudice non abbia dato spiegazioni sul perché applicare la revoca della patente di guida.

Al riguardo, la Suprema corte ha ricordato che “la corte Costituzionale, con sentenza n.88 del 19/2/2019, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 222, comma 2, quarto periodo, CdS nella parte in cui non prevede che, in caso di condanna, ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti, a norma dell'art. 444 del Cpp, per i reati di cui agli artt. 589 bis (omicidio stradale) e 590 bis (lesioni personali stradali gravi o gravissime) Cp, il giudice possa disporre, in alternativa alla revoca della patente di guida, la sospensione della stessa, ai sensi del secondo e terzo periodo dello stesso comma dell'art. 222 CdS, allorché non ricorra alcuna delle circostanze aggravanti previste dai rispettivi commi secondo e terzo degli artt. 589 bis e 590 bis Cp. L'automatismo della risposta sanzionatoria, non graduabile in ragione delle peculiarità del caso, può giustificarsi solo per le più gravi violazioni contemplate dalle due citate disposizioni, quali previste, come ipotesi aggravate, sanzionate con le pene rispettivamente più gravi, dal secondo e dal terzo comma sia dell'art. 589 bis, sia dell'art 590 bis Cp”.

Dunque, secondo il Palazzaccio, il caso portato in esame dal ricorrente può rientrare nelle ipotesi previste dall'intervento correttivo della corte Costituzionale perché non erano contestate all'automobilista le aggravanti della guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti.

Non solo: per gli Ermellini il magistrato di merito, quando ha disposto la revoca della patente, è stato lacunoso nel motivarne la decisione. “Deve rammentarsi che – si legge nel testo - il giudice di merito, chiamato a determinare la sanzione amministrativa accessoria in assenza delle aggravanti di cui al secondo e terzo comma dell'art. 590 bis Cp, ove stabilisca che l'imputato sia meritevole della sanzione maggiormente afflittiva (revoca della patente di guida), dovrà dare conto in modo puntuale delle ragioni che lo hanno indotto a scegliere il trattamento meno favorevole. Nel fare ciò deve considerare i parametri di cui all'art. 218, comma 2, CdS, valevoli anche ai fini della determinazione della durata della sospensione della patente di guida”.

Pertanto, sentenza annullata e al tribunale capitolino il nuovo giudizio.

di Dario Ferrara

No alla prima rata Imu con cali di fatturato del 30 per cento. Acconto Irap rinviato al 30 settembre

La Camera converte in legge il dl sostegni: ristori per le imprese al di là dei codici Ateco. Stralcio per le cartelle fino a 5 mila euro emesse tra il 2000 e il 2010. Non cedibile il credito su bonus mobili

Sono esentati dalla prima rata dell’Imu per il 2021 gli immobili posseduti dalle partite Iva che hanno i requisiti per accedere ai ristori previsti dal dl sostegni a marzo e che ora sono rifinanziati: è necessaria, dunque, una perdita di fatturato oltre il 30 per cento rispetto al 2020. Slitta poi al 30 settembre il pagamento del primo acconto dell’Irap, il tutto senza more e oneri. Sono due delle novità introdotte in sede di conversione al dl sostegni, che è legge dopo il via libera ottenuto dall’aula della Camera con 375 voti favorevoli, nessun contrario e 45 astensioni (cfr. il testo in allegato).

Il provvedimento è finanziato con i 32 miliardi di euro dello scostamento di bilancio autorizzato dal Parlamento nel gennaio scorso per uscire dalla crisi Covid: interviene in via prioritaria con nuovi ristori a favore delle imprese, svincolando le provvidenze dai codici Ateco utilizzati durante il lockdown.
Il decreto legge ha prorogato a fine giugno il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione ordinaria e al 31 dicembre quella in deroga. Previsto anche lo stralcio per le cartelle fino a 5 mila euro emesse tra il 2000 e il 2010, da più parti definito un condono fiscale. Non possono essere ceduti a terzi i crediti fiscali del bonus mobili ed elettrodomestici. Idem vale per quelli sull’acquisto di beni strumentali legati a Transizione 4.0, il cosiddetto superbonus per le aziende.

Fra le novità introdotte al Senato il fondo da 10 milioni per aiutare i genitori separati o divorziati che non possono pagare l’assegno di mantenimento ai minori perché sono rimasti senza lavoro causa Covid: il beneficio massimo è di 800 euro al mese.

 

Medico condannato solo indicando la probabilità con cui la condotta doverosa avrebbe evitato il danno

Al paziente provare il nesso causale intervento-lesione: manca di attestare l’assolvimento dell’onere il giudice che non precisa in che misura percentuale l’esecuzione corretta avrebbe escluso il pregiudizio

Dopo l’operazione fallita niente condanna al risarcimento a carico del medico sui cui vuole rivalersi l’azienda ospedaliera. E ciò perché il giudice del merito non indica in quale misura probabilistica l’eventuale corretta esecuzione della prestazione avrebbe evitato il danno al malato o almeno l’avrebbe ritardato. Nelle cause fra sanitario, struttura e danneggiato, infatti, si applica il principio del «più probabile che non»: quando il giudice non precisa la percentuale delle possibilità con cui la condotta doverosa avrebbe salvato il paziente, viene meno al dovere di attestare che il danneggiato ha adempiuto l’onere della prova. La causa per danno erariale a carico del primario, poi, è indipendente dall’azione per responsabilità civile. È quanto emerge dalla sentenza 13677/21, pubblicata il 19 maggio dalla terza sezione civile della Cassazione.

Omissione decisiva
Sono accolti i ricorsi del medico e dell’ospedale contro la sentenza che condanna l’azienda sanitaria a risarcire la paziente e il sanitario a tenere indenne la struttura. Tutto per i gravi danni patiti dalla signora per l’inadempimento del professionista agli obblighi di cura. Entrambi i mezzi di impugnazione trovano ingresso laddove criticano la decisione che ha ritenuto sussistente il nesso di causalità tra la condotta del sanitario e i danni alla persona denunciati dall’interessata. Spetta al malato, in effetti, dimostrare l’esistenza del nesso causale provando che è stata l’azione del medico la causa del danno secondo il principio civilistico del «più probabile che non»; mentre se la condotta resta incerta la domanda di risarcimento deve essere rigettata. L’omissione del giudice del merito pesa sul piano probatorio: non precisare in quale misura probabilistica la prestazione a regola d’arte avrebbe scongiurato la lesione equivale a non dar conto se il paziente abbia adempiuto l’onere di dimostrare il dedotto nesso di causalità.

Interessi distinti
Inutile invece per il medico dedurre la carenza di giurisdizione del giudice ordinario sul rilievo che spetterebbe alla Corte dei conti pronunciarsi sul punto nell’ambito della domanda di rivalsa spiegata dall’azienda ospedaliera. Si tratta di azioni diverse: quella per danno erariale punta a tutelare l’interesse pubblico al buon andamento dell’amministrazione, quella per responsabilità civile al pieno ristoro del danno. Parola al giudice del rinvio.

 

Orientamenti sessuali e comunicazione via Facebook con terzi: è diffamazione
L'attribuzione di orientamenti sessuali su Facebook può costituire diffamazione e a nulla rileva che determinate espressioni effettuate in pubblico abbiano perso il carattere dispregiativo per una presunta "evoluzione" della coscienza sociale.

E' quanto statuito dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione in una sentenza del 17 maggio 2021. La vicenda portata all'attenzione della Suprema Corte traeva origine da una sentenza della Corte d'appello di Milano .

 

RESPONSABILITÀ DEL DIRIGENTE COMUNALE IN CASO DI PERMESSO DI COSTRUIRE ILLEGITTIMO (CASS. 5439/2017)

In capo al dirigente non può aversi una responsabilità omissiva nella realizzazione di opere illegittime, pertanto per configurare un reato occorrono elementi di fatto indizianti un concorso consapevole, o quantomeno colposo, nella condotta. Superamento di un precedente orientamento giurisprudenziale. La posizione del Sindaco.

La Sentenza Corte di Cassazione 6 febbraio 2017, n. 5439, si è soffermata sulle possibili conseguenze, in capo al dirigente dell’area tecnica comunale, in caso di emanazione di un permesso di costruire illegittimo.
In particolare i giudici di legittimità hanno affermato il principio per cui in assenza di elementi di fatto indizianti un concorso consapevole, o quantomeno colposo, nella condotta di tale soggetto, lo stesso non può ritenersi responsabile.

LA DECISIONE DELLA CORTE - Sul punto, la pronuncia sottolinea che la funzione di dirigente dell’area tecnica comunale che ha rilasciato un permesso di costruire illegittimo non implica - in assenza di elementi di fatto indizianti un concorso consapevole, o quantomeno colposo, nella condotta - una responsabilità omissiva nella realizzazione di opere illegittime, in quanto il dirigente non è previsto tra i soggetti attivi del reato proprio indicati dall’art. 29 del D.P.R. 380/2001, e, ai sensi dell’art. 27 del medesimo D.P.R. 380/2001, riveste una posizione di garanzia limitata alla vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia nel territorio comunale ed alla demolizione delle opere abusive, non già di carattere generale.

PRECEDENTI GIURISPRUDENZIALI SUPERATI - Nell’assumere tale posizione, la sentenza ricorda l’esistenza di un precedente, ed invero risalente, orientamento giurisprudenziale (cfr. Sentenza Corte di Cassazione 28 aprile 2004, n. 19566) in base al quale, in materia edilizia, risponde del reato di cui all’art. 20 della L. 28 febbraio 1985 n. 47 - ora sostituito dall’art. 44 del D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 - il dirigente dell’area tecnica comunale che abbia rilasciato una concessione edilizia (ora permesso di costruire) illegittima, atteso che questi, in quanto incaricato in ragione del proprio ufficio del rilascio di quello specifico atto, è titolare in via diretta ed immediata della relativa posizione di garanzia che trova il proprio fondamento normativo nell’art. 40 del Codice penale.
Tale orientamento deve tuttavia ritenersi superato, dovendosi al contrario ritenere che: per poter ritenere configurabile la responsabilità ex art. 40 del Codice penale deve venire in rilievo una omissione, dovendosi quindi ritenere non ricompresa nella previsione normativa l’ipotesi in cui l’agente abbia posto in essere una condotta commissiva, contribuendo con essa alla produzione dell’evento.
Nel caso di specie, in effetti, oggetto di contestazione è proprio il compimento di un’attività, vale a dire il rilascio di un permesso di costruire illegittimo, consentendo l’esecuzione di lavori in una zona vincolata, in quanto rientrante in fascia di rispetto.

LA POSIZIONE DEL SINDACO - La Corte infine ricorda come anche a carico del Sindaco non sia configurabile alcuna responsabilità penale per non aver impedito lo svolgimento di attività abusive incidenti sull’assetto urbanistico e paesaggistico del territorio comunale, non sussistendo in capo al medesimo un generale dovere di vigilanza sulle attività in questione (cfr. Sentenza Corte di Cassazione 21 giugno 2011, n. 365

 

di Vanessa Ranucci

Peculato per l'albergatore che non ha versato al Comune le imposte di soggiorno

Escluso che per effetto dell'art. 180 della L. 77/21 la condotta di omesso o ritardato versamento sia stata trasformata con effetto retroattivo in un illecito amministrativo tributario

Condannato per peculato l'albergatore che nel 2015 non versò al Comune le imposte di soggiorno. Lo ha stabilito la sesta sezione penale della Cassazione che, con la sentenza 18105/21 pubblicata oggi, ha escluso che, per effetto dell'art. 180 della L. 77/21, la condotta di omesso o ritardato versamento sia stata trasformata con effetto retroattivo in un illecito amministrativo tributario.

La legale rappresentante di una struttura alberghiera era stata condannata alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione per il reato di peculato continuato per essersi appropriata di somme di denaro riscosse per il 2015 a titolo di imposta di soggiorno ma non corrisposte al Comune.

La ricorrente aveva denunciato la violazione di legge in punto di irretroattività della legge penale ex artt. 2, primo comma, Cp e 7 CEDU, sul rilievo che, all'epoca in cui la tassa di soggiorno venne istituita in virtù dei singoli regolamenti comunali, la qualifica di agente di riscossione in capo agli albergatori non era affatto prevedibile, tanto che la condotta di omesso, ritardato o parziale versamento era autonomamente sanzionata in via amministrativa dal regolamento comunale con rinvio alle sanzioni tributarie previste dai decreti legislativi nn. 471, 472 e 473 del 18 dicembre 1997. E ancora, che i fatti contestati risalivano a un'epoca precedente alla decisione emessa nel 2016 dalle Sezioni riunite della Corte dei conti in un quadro di incertezza interpretativa in merito alla natura del ruolo assegnato all'albergatore onerato della riscossione dell'imposta. In particolare, all'imputata venne notificato un atto amministrativo nel 2015 in cui la si informava del riconoscimento della qualifica di agenti contabili di fatto in capo ai gestori delle strutture ricettive e dei profili di rilevanza penale connessi al mancato adempimento dei relativi obblighi di rendicontazione non poteva prevedere la rilevanza penale della propria condotta né l'irrogazione delle gravi pene che ne conseguivano.

Per la Suprema corte sussiste il delitto di peculato per appropriazione attraverso la condotta del soggetto autorizzato alla riscossione che omette di versare le somme di denaro ricevute nell'adempimento di tale funzione pubblica, "atteso che quel denaro entra nella disponibilità della pubblica amministrazione nel momento stesso della consegna all'incaricato dell'esazione e che a esso non può attribuirsi alcuna diversa destinazione, laddove l'eventuale imputazione delle somme incassato dai contribuenti alla copertura di voci di altra natura, esulanti dal fine pubblico per il quale quelle somme sono state versate e ricevute, realizza la condotta di cui all'art. 314 Cp".

Per quanto riguarda le implicazioni della modifica dell'imposta di soggiorno dal legislatore operata con l'art. 180, comma 3, ultimo periodo, Dl 19 maggio 2020 n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, deve rilevarsi come alcuna incidenza tale novella legislativa eserciti in ordine alla configurabilità delle condotte di peculato precedentemente commesse. E deve escludersi che sia stata trasformata con effetto retroattivo la condotta di omesso, ritardato o parziale versamento dell'imposta di soggiorno da parte del gestore, prima punita a titolo di peculato, in un illecito amministrativo tributario. Ne consegue la rilevanza penale a titolo di peculato delle condotte commesse in epoca anteriore alla modifica dal legislatore apportata per effetto della disposizione cui all'art. 180, comma 4, cit.

 

Obbligo di assicurare anche i veicoli fermi che non funzionano
In Italia si attendono le Sezioni unite e un Dm recepisce in parte la stretta

Finora la normativa nazionale non ne ha tenuto conto, ma dal 2018 la Corte Ue ritiene che ogni veicolo immatricolato vada assicurato per la Rc auto, a prescindere dal tipo di area (pubblica o privata) su cui si muova o sia parcheggiato. Ora la sentenza del 29 aprile 2021 nella causa C-383/19 stringe ancora: l’obbligo c’è anche se il veicolo non funziona e quindi è inidoneo a circolare.

Il caso sottoposto alla Corte riguardava un veicolo immatricolato in Polonia che, a seguito di confisca, era passato nella proprietà di un ente locale, poi multato per non averlo assicurato mentre lo teneva in area privata in attesa di rottamazione. Alla Corte era stato chiesto di chiarire interpretazione e portata dell’articolo 3 della direttiva 2009/103, sulla possibilità di escludere l’obbligo «quando il veicolo...è immobilizzato su un terreno privato, è diventato proprietà di un ente...in forza di una decisione giudiziaria definitiva, non è idoneo alla circolazione ed è destinato alla demolizione per decisione del suo proprietario».

La sentenza è negativa e perentoria. Citando vari suoi precedenti, la Corte afferma che l’obbligo non dipende dall’effettivo utilizzo in un dato momento né viene meno se il mezzo resti, per sola scelta del proprietario che non vuole più usarlo, su terreno privato. Neppur basta il fatto che il veicolo sia non funzionante. Quindi l’articolo 3 va interpretato nel senso che l’obbligo vale «quando il veicolo...è immatricolato in uno Stato membro, qualora...non sia stato regolarmente ritirato dalla circolazione conformemente alla normativa nazionale applicabile».

Ciò condensa tre princìpi, dettati dall’esigenza di massimo rinforzo della tutela delle vittime di incidenti:

- la nozione di veicolo è oggettiva e non influenzata ai fini assicurativi dall’uso che si fa del mezzo

- l’obbligo non è escluso solo perché in un dato momento un veicolo immatricolato è inidoneo a circolare per via delle sue condizioni;

- la sola scelta di demolire il veicolo non basta a far venir meno l’obbligo di assicurarlo.

In Italia la Cassazione è chiamata a decidere a Sezioni unite (sin dal 18 dicembre 2019) se l’articolo 122 del Codice delle assicurazioni debba interpretarsi, alla luce della giurisprudenza europea, «nel senso che la nozione di circolazione su aree equiparate alle strade di uso pubblico comprenda e sia riferita a quella su ogni spazio in cui il veicolo possa essere utilizzato in modo conforme alla sua funzione abituale». In attesa della sentenza nazionale, la Corte Ue ha sposta ancora più in là il baricentro.

La recente disciplina del contratto base Rc auto (Dm 54/2020) pare seguire la giurisprudenza Ue, almeno sull’obbligo anche in aree private. Ma con qualche (risolvibile) problema di coordinamento con la possibilità, riconosciuta dallo stesso Dm e diffusa nella prassi, di sospendere a richiesta la copertura.

 

di Remo Bresciani

Il giudice del divorzio può determinare l’entità dell’assegno sulla base della ctu disposta in sede di separazione

La scelta di avvalersi di prove acquisite in un altro processo rientra nella discrezionalità della corte di merito a condizione che venga acquisita la documentazione

Il giudice del divorzio può determinare l’entità dell’assegno spettante all’ex coniuge sulla base della ctu disposta in sede di separazione. La scelta di avvalersi di prove acquisite in un altro processo rientra infatti nella discrezionalità della corte di merito a condizione che la documentazione sia acquisita al processo.

Lo ha ricordato la prima sezione civile della Cassazione con l’ordinanza 11794/21 del 5 maggio che ha respinto il ricorso di una donna nei confronti dell’ex marito.

L’uomo aveva agito per ottenere il divorzio con esclusione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie disposto in sede di separazione.

Il tribunale ha pronunciato lo scioglimento del vincolo matrimoniale e posto al carico dell’uomo l’obbligo di versare una somma. La corte d’appello ha poi confermato la decisione ritenendo congrua la determinazione dell’assegno di mantenimento. La controversia è così giunta in Cassazione dove la donna ha contestato la decisione per avere omesso di disporre le indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi, anche a mezzo della polizia tributaria e aver ritenuto di fondare la decisione esclusivamente sulle risultanze della ctu disposta in altro giudizio (di separazione dei coniugi); consulenza, peraltro, sottoposta a rilievi critici da parte del consulente di parte della ricorrente.

La Suprema corte, nel dichiarare inammissibile la censura, ha stabilito che il potere officioso di disporre, per il tramite della polizia tributaria, indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita rientra, nella discrezionalità del giudice di merito e non è censurabile in sede di legittimità non trattandosi di un adempimento imposto dall'istanza di parte, “purché esso sia correlabile anche per implicito ad una valutazione di superfluità dell'iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti”.

Né, ha concluso la Cassazione, è censurabile la scelta del giudice di appello di avvalersi della consulenza di ufficio disposta nel giudizio di separazione. Infatti, il giudice del merito può legittimamente tenere conto, ai fini della decisione, delle prove acquisite in un altro processo a condizione che la relativa documentazione venga ritualmente acquisita al giudizio - come avvenuto nel caso di specie, trattandosi di consulenza già nota alle parti ed espressamente richiamata dalla sentenza impugnata - al fine di farne oggetto di valutazione critica dei contendenti e stimolare la valutazione giudiziale su di essa.

 

Vaticano: Francesco abolisce un privilegio, cardinali e vescovi giudicati come tutti nel tribunale ordinario
ll Motu Proprio del Papa introduce una grossa novità, anche se resta l'autorizzazione preventiva del Pontefice per portare a processo porpore e presuli

 

Va sospeso il notaio poco scrupoloso: danneggia l’intera categoria
Riconosciute le ragioni del Consiglio Notarile che contestava le tante infrazioni commesse, tra le quali lo smarrimento di un testamento pubblico

Segreto professionale, sospeso l’avvocato che fa 35 cause contro il cliente rivelando notizie su di lui
Decine di cause contro l’ex assistito, i familiari e la società, per recuperare gli onorari. Nelle memorie indicate informazioni non rilevanti anche private

Falso e abuso d'ufficio per l'agente della stradale che annulla ai carabinieri la multa per eccesso di velocità
Falsa la causale "pubblica sicurezza" e contro la legge la prassi seguita dagli agenti che procedevano in autonomia ad archiviare le multe: solo il prefetto o il giudice di pace possono farlo

 

Condominio e utilizzatore del lastrico solare pagano i danni da infiltrazioni all’appartamento di sotto

Sì ai pannelli fotovoltaici sul tetto in area vincolata anche se si vedono dalla strada

Addio accertamento perché il canone di locazione non basta a determinare l'avviamento dell'azienda

Cassazione 
Non paga l'Irap il professionista nonostante la veste societaria data alla sua attività

DELITTI CONTRO IL PATRIMONIO
'Ho il malocchio': condannato il mago che compie rituali in cambio di denaro

Nessuna giustificazione, neanche parziale, per il sedicente professionista dell’occulto. Inequivocabile la condotta da lui tenuta nei confronti di una donna che lo aveva contattato convinta di essere vittima del malocchio. Irrilevante il fatto che i presunti riti magici siano stati effettivamente compiuti.

Cartella nulla se viene indicato solo il direttore dell'ufficio e non il responsabile del procedimento.

Papiro (M5S): “2800 tecnici assunti al Sud, un valido aiuto anche per le amministrazioni del messinese”.

Tra 100 giorni a partire da oggi, le amministrazioni del meridione avranno finalmente tecnici a disposizione per spendere al meglio i fondi del Recovery Plan e non solo.

A darne notizia è la deputata Antonella Papiro (m5s) – “Si tratta di 2800 professionisti di cui 497 per la Sicilia, assunti con contratto a tempo determinato, che daranno una boccata d'ossigeno ai comuni che troppo spesso non riescono a spendere i fondi stanziati dal governo nazionale per mancanza di progettisti, dovuti al blocco turnover, alla riduzione dei dipendenti pubblici e all'aumento dell'età media.

Siamo felici che finalmente si potrà portare a termine un grande impegno preso dal m5s, un intervento finanziato nella scorsa legge di bilancio 2018, che oggi diventa concreto assumendo migliaia di giovani laureati aventi i seguenti profili:

Tecnico ingegneristico - Esperti gestione, rendicontazione e controllo - Progettista, animatore territoriale e innovazione sociale - Amministrativo giuridico  -Process data analyst.

La domanda di partecipazione dovrà essere presentata in modo digitale accreditandosi con #SPID e utilizzando la piattaforma #StepOne2019, il concorso sarà per titolo ed esami con procedure semplificate e digitalizzate>>.

 

RESPONSABILITA' CIVILE
Si al risarcimento per la morte della zia anche se non convivente

PER LA PRIMAVERA CHE RITARDA LA NUOVA DEDICA A TUTTI GLI EOLIANI ED AGLI AMANTI DELLE ISOLE SPARSI NEL MONDO

MILVA "SONO NATA IL 21 A PRIMAVERA..."

https://youtu.be/qzO7FviRWgU

 

Arretrato fiscale in Cassazione, la ricetta della sezione tributaria: in tre anni giù di due terzi La sezione Tributaria traccia le linee-guida per abbattere le 54mila pendenze: rottamazione delle cause datate e aumento dell'organico da 40 a 60 consiglieri

Addio multa e taglio punti perché non si legge la targa dell'auto e la foto velox non va ingrandita

Targhe prova, in alto mare la soluzione per i mezzi targati

Non è ancora risolto il problema dell'uso delle targhe prova anche su veicoli targati, dopo che la Cassazione ha ritenuto che sia utilizzabile esclusivamente sui mezzi non ancora immatricolati. Certo, questa è solo un'interpretazione e nella prassi

 

La ex moglie laureata disdegna i lavori manuali? Il marito può tagliare il mantenimento

Bacchettata la Corte d'Appello per aver affermato che una laureata, abituata ad un alto tenore di vita, non può essere «condannata al banco di mescita o al badantato».

Affermazioni che tolgono dignità ai lavori manuali e all'assistenza alla persona

L'azienda sanitaria paga per la signora che cade sul marciapiede sconnesso del Pronto soccorso

La Corte di cassazione (sentenza 4035) accoglie dunque il ricorso della donna, che aveva perso i precedenti gradi di giudizio, ed era stata condannata a pagare anche le spese, malgrado la rovinosa caduta, su una mattonella del tutto infossata.

La Suprema corte non condivide il ragionamento dei giudici di merito, secondo i quali un pedone è tenuto non solo ad un comportamento normale ma diligente secondo la comune esperienza. 

La Cassazione chiede alla donna molto meno.

 

Covid-19, no al Daspo per il tifoso che viola le norme anti-assembramento

La Corte di cassazione (sentenza 6171) accoglie il ricorso del sostenitore dei neroazzurri - già destinatario del divieto di accesso ai luoghi di transito dei giocatori - al quale era stato imposto, per cinque anni, l'obbligo di presentarsi... Per la Cassazione i cori oltraggiosi e discriminatori dedicati alla squadra partenopea, non potevano essere considerati "violenti", requisito necessario per il Daspo, visto che erano assenti i tifosi del Napoli e non c'era...

 

Niente assegno ai figli che non trovano mai l'occupazione ideale

Lo puntualizza la Corte di cassazione con ordinanza n. 29779 del 29 dicembre 2020 (relatore Meloni). 

Del resto, già con l'ordinanza 17183/2020, la Suprema Corte aveva chiarito che la prole adulta conserva il diritto al mantenimento solamente se, una volta ultimato il prescelto percorso formativo scolastico dia prova – l'onere, quindi, è a suo carico – di un effettivo impegno a trovare un'occupazione «in base alle opportunità reali offerte dal mercato del lavoro,...

 

Alberi secolari in condominio: taglio ammesso solo per motivi seri e all'unanimità

Gli alberi ad alto fusto, anche se inseriti in giardini condominiali, sono beni propri di tutti i cittadini e i danni conseguenti al loro taglio sono irreversibili non solo per i condòmini, ma più in generale per la collettività

 

Cassazione: è violenza privata costringere l'ex a salire in macchina-

Per gli Ermellini integra il reato di violenza privata e non il sequestro di persona costringere la ex a salire in macchina per sostenere una conversazione non voluta

Foto d'epoca e lettere del padre, provano la paternità di una bambina del '47
Una lunga storia d'amore durata fino alla morte dell'uomo nel '55. Solo l'impossibilità di divorziare negli anni 40 ha impedito al padre naturale di vivere con la nuova famiglia.

No al licenziamento del disabile che prende la 104 a ridosso delle feste per svagarsi e viaggiare
l beneficio non è legato necessariamente ad esigenze di cura, ma è finalizzato al benessere psico-fisico del lavoratore con handicap e a favorire il suo inserimento sociale e familiare

 

Lo spessore del cappotto termico va calcolato ai fini del rispetto delle distanze?

Il cappotto termico non è un volume tecnico secondo la Cassazione. La problematica del rispetto delle distanze dopo la realizzazione della coibentazione dell'edificio.

Il Supremo Collegio ritiene pertanto che la distanza tra edifici va calcolata dal Cappotto termico. 

 

Reato per l'allevatore che lascia i maiali liberi perché non può sfamarli a causa della crisi Covid

Violazione del provvedimento del sindaco per l'allevatore che non potendo alimentare gli animali sia per la crisi economica sia per il divieto di spostarsi li lascia liberi

Cassazione penale 15 gennaio 2021

 

Nulla la multa per un abuso edilizio di 40 anni fa

La sanzione pecuniaria e l'ordinanza di demolizione, per un abuso edilizio degli anni 70, arrivano dopo quarant'anni ma sono nulle. Il Tar della Sardegna, accogliendo il ricorso, ha annullato i provvedimenti dell'amministrazione comunale che disponeva la demolizione di una parte del fabbricato abusivo e sanzionava il proprietario dell'immobile per 30 mila euro circa. Il procedimento, arrivato a sentenza l'11 aprile 2018, riguarda un fatto avvenuto Villacidro nel Medio Campidano. E' il 1975 quando il proprietario di un immobile ottiene la concessione edilizia per eseguire delle opere in un suo edificio. Nel 1981 presenta domanda per ottenere l'agibilità. Nel 1982 l'ufficio tecnico del Comune di Villacidro certifica l'abitabilità dopo un sopralluogo “senza rilevare profili di criticità”.

Nell'aprile del 2010, in seguito a un esposto di un terzo, viene eseguito un nuovo sopralluogo da cui emergono alcune difformità rispetto alla concessione edilizia del 1975. Ossia, “al primo piano dell'immobile - nel quale si trovano due piccoli appartamenti attualmente occupati dai figli del ricorrente (si legge nella sentenza) -sarebbe più grande di 68.05 metri quadri rispetto al progetto assentito”. Inoltre “nel giardino di casa il ricorrente avrebbe realizzato due vani adibiti rispettivamente a bagno e a lavanderia per una superficie complessiva di di 9, 18 metri quadri per i quali non risulta sia stata rilasciata concessione edilizia”.


Quindi la decisione del Comune che “dopo aver accertato che la maggiore superficie del primo piano non potrebbe essere demolita senza pregiudicare la staticità della parte realizzata legittimamente, ha dunque comminato al ricorrente la sanzione pecuniaria sostitutiva della demolizione prevista dall'articolo 7 della legge regionale n. 23/1985 determinandola in euro 30.380,24. Quanto al bagnetto e alla lavanderia del cortile, invece, è stata invece emessa un'ordinanza di demolizione”.

Nel 2011 il ricorso al Tar. Tre i motivi per i quali il ricorrente ha chiesto l'annullamento dei dispositivi. Un primo motivo riguarda “eccesso di potere (manifesta ingiustizia; carenza di motivazione in ordine all'interesse pubblico perseguito e violazione del principio dell'affidamento, carenza di istruttoria per mancata ponderazione degli interessi pubblici e privati coinvolti nel procedimento); violazione di legge (art. 3, legge 241/1990 e articolo 97 della Costituzione): in quanto, anche in ragione del lungo periodo di tempo trascorso dalla realizzazione delle opere in contestazione (35 anni), e tenuto conto che fin dal il 16 marzo 1982 era stata presentata al Comune nell'attuale configurazione dell'immobile, la richiesta di abitabilità senza ricevere alcuna osservazione in ordine ad eventuali abusi, mancherebbe un interesse pubblico concreto ed attuale alla loro adozione”.

Inoltre, come seconda motivazione c'è “eccesso di potere per errore nei presupposti: in quanto non sarebbe stata realizzata alcuna un opera difforme rispetto al progetto approvato anche se visto il lunghissimo lasso di tempo ormai trascorso il ricorrente si troverebbe nell'impossibilità di provarlo, non avendo rinvenuto le tavole progettuali allegate alla concessione edilizia”. Infine : “Prescrizione del diritto a percepire l'importo oggetto della sanzione pecuniaria: in quanto il Comune fin dal 1982 avrebbe avuto a disposizione la documentazione attestante le attuali caratteristiche dal fabbricato e fin da allora avrebbe dovuto perseguire l'eventuale illecito attraverso l'applicazione della sanzione pecuniaria che, per contro, oggi sarebbe prescritta”.

Per il Tar il Comune, “al più tardi dal 16 marzo 1982 disponeva di tutti gli elementi utili all'esercizio del suo potere di vigilanza urbanistica. L'averlo esercitato solo con l'invio della comunicazione di avvio del procedimento del 18 maggio 2010 non può non comportare per l'ufficio comunale, in presenza di un indubbio affidamento suscitato nel ricorrente circa il consolidamento di una situazione di fatto conclamata e computata in sede di pagamento dei correlativi oneri tributari, un onere motivazionale puntuale in ordine alle ragioni di pubblico interesse specifico, ulteriore al mero ripristino della legalità, che giustificavano l'adozione del provvedimento repressivo dell'abuso. E ciò anche tenuto conto dell'orientamento diffuso in giurisprudenza secondo cui il rilascio del certificato di agibilità, tutt'ora efficace, lungi dall'essere subordinato all'accertamento dei soli requisiti igienico-sanitari, presuppone altresì la conformità dell'opera.

 

Troppe pause caffè? È truffa continuata ma il reato è impunito se il danno alla Pa è lieve
Particolare tenuità del fatto applicabile anche al reato continuato, se il pregiudizio, da calcolare in base allo stipendio, non è rilevante e manca una propensione al crimine da parte degli amanti del break al bar

di Patrizia Maciocchi

Lo stipendio basso evita agli impiegati della pubblica amministrazione, habituè della pausa caffè al bar, di essere puniti per truffa continuata. A far scattare, malgrado la continuità, la possibilità di applicare la norma sulla particolare tenuità del fatto (articolo 131-bis del Codice penale) il danno lieve provocato e la scarsa propensione al crimine. Nel caso esaminato il reato era prescritto, ma la Cassazione analizza comunque la condotta prendendo le distanze dalla decisione della Corte d’appello che aveva condannato per truffa continuata alcuni impiegati di una prefettura.

Le violazioni ripetute

Ai patiti del coffee break in un bar di fronte al luogo di lavoro, era stata contestata un’assenza di circa 16 ore per un totale di circa 140 euro, calcolati in base alla retribuzione degli impiegati che uscivano senza passare il badge. Per la Suprema corte la sentenza della Corte d’Appello era contraddittoria per più ragioni: gli episodi erano stati contestati come singoli fatti di reato però era stata affermata la continuazione. In più era stata negata la particolare tenuità del fatto perché le condotte, in quanto reiterate, potevano essere definite abituali. Circostanza questa che, ad avviso dei giudici territoriali, avrebbe impedito di riconoscere la non punibilità.

L’apprezzabilità del danno

Per quanto riguarda l’apprezzabilità del danno, da tarare sullo stipendio, la Suprema corte ricorda che la truffa si doveva ritenere consumata al momento della percezione della retribuzione, quindi gli episodi andavano spalmati su più mensilità. Sbagliato anche il presupposto in base al quale era stato negato il beneficio previsto dall’articolo 131-bis. Secondo la giurisprudenza della Suprema corte più recente, infatti, la continuità tra i reati non rappresenta più, in astratto, un ostacolo insormontabile. Il giudice deve valutare se la condotta sia la manifestazione di una situazione episodica, se la lesione dell’interesse tutelato è minimale, oltre alla gravità del reato e alla capacità delinquenziale di chi lo commette. Considerazioni che giocano a favore dei ricorrenti, la cui ammissibilità del ricorso consente di affermare anche la prescrizione del reato. Anche nella sua complessità il danno era tenue, malgrado il Pm avesse fissato la soglia massima di “tolleranza” in 50 euro, e certo la caratura criminale dei patiti della moka non era un elemento che li qualificava.

 

Esenzione Ici abitazione principale
Per beneficiare dell'agevolazione prima casa il nucleo familiare deve risiedere e dimorare nella stessa casa.

La moglie quindi non può beneficiare dell'agevolazione se il marito risiede e abita in una casa diversa. Questa la decisione contenuta nell'ordinanza n. 28534/2020 della Cassazione, che sbroglia la vicenda-

A una contribuente viene notificato un avviso di accertamento relativo all'I.c.i del 2010. La donna si rivolge quindi alla C.T.P, che accoglie il ricorso. La s.r.l incaricata della riscossione dei tributi per conto del Comune ricorre quindi alla CTR, che però respinge l'impugnazione.

Settore idrico: governo Musumeci prepara ddl di riforma

Un'Autorità idrica unica in tutta la Sicilia al posto dei nove attuali Ambiti territoriali provinciali. E' questo uno degli obiettivi del disegno di legge al quale sta lavorando il governo Musumeci per riformare il settore. L'annuncio è stato fatto nel corso di una riunione operativa convocata a Palazzo Orleans dal presidente della Regione Nello Musumeci. Attorno allo stesso tavolo – insieme all'assessore all'Ambiente Toto Cordaro, al dirigente generale del dipartimento Acqua e rifiuti Calogero Foti, all'avvocato generale dell'Ufficio legislativo Giovanni Bologna e ai dirigenti generali dei dipartimenti Acqua e rifiuti e dell'Autorità di bacino Franco Greco – i nove presidenti delle Assemblee territoriali degli Ati e i 5 commissari di Agrigento, Messina, Ragusa, Siracusa e Trapani.

«Il caos nel settore idrico – sottolinea il presidente della Regione – non è più tollerabile e dimostra che la normativa vigente non è più adeguata. Dobbiamo tutelare gli interessi del cittadino onesto che paga l'acqua, la riqualificazione della rete distributiva e la omogeneità delle tariffe.

La bozza del disegno di legge verrà inviata agli Ati e ci confronteremo anche con l'Anci Sicilia. L'obiettivo è quello di arrivare possibilmente a un testo condiviso a metà gennaio per avviare il relativo iter all'Assemblea regionale».

Il nuovo sistema, comunque, sarà in stretta continuità con il passato.

 

PUBBLICA SICUREZZA
Costituisce (ancora) reato l'omessa comunicazione da parte dell'albergatore delle generalità dei clienti all'autorità competente

Nonostante l’abrogazione della l. n. 135/2001, l’art. 109 deve ritenersi ancora vigente, costituendo, dunque, reato la condotta di omessa comunicazione delle generalità dei clienti all’autorità di pubblica sicurezza da parte del preposto alla conduzione di un albergo.
(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 35573/20; depositata l'11 dicembre)

‘Volume insufficiente’: l’alcoltest inchioda comunque l’automobilista

di Attilio Ievolella
Il dettaglio richiamato dalla difesa non è sufficiente per mettere in discussione il funzionamento dell’apparecchio e la validità del controllo a cui è stata sottoposta la persona alla guida.

(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 35059/20; depositata il 10 dicembre)

 

Non è razzismo dire sul treno che gli extracomunitari sono asociali che vivono di sussidi

La Suprema corte blocca la consegna alla Germania del cittadino tedesco condannato nel suo paese per istigazione all’odio razziale: manca l’elemento della propaganda

 

Abuso d'ufficio per il sindaco che scioglie la seduta per non discutere la mozione contro di lui

La Cassazione (sentenza 32174 del 19 novembre 2020) respinge il ricorso del sindaco e conferma la condanna a un anno e otto mesi di reclusione.

Cassazione: riconosciuta la riduzione della TARI se si prova la mancata effettuazione del servizio

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 19767 2020 prende in esame un giudizio avente ad oggetto l’impugnazione dell’avviso di pagamento con cui un Comune aveva richiesto il versamento della TARI per il quale la CTP aveva accolto parzialmente il ricorso, ritenendo l’imposta dovuta nella misura ridotta del 15%, tenuto conto della mancata effettuazione del servizio di raccolta di rifiuti nell’area in cui operava l’azienda.
La decisione viene ribaltata in appello e il soggetto contribuente si è rivolto alla Cassazione per riaffermare le proprie ragioni a base della riduzione dell’imposta.
La Corte suprema afferma che è ormai consolidato un orientamento interpretativo costante secondo la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, è dovuta indipendentemente dal fatto che l’utente utilizzi il servizio, salva l’autorizzazione dell’ente impositore allo smaltimento dei rifiuti secondo altre modalità, purché il servizio sia istituito e sussista la possibilità della utilizzazione, ma ciò non significa che, per ogni esercizio di imposizione annuale, la tassa è dovuta solo se il servizio sia stato esercitato dall’ente impositore in modo regolare così da consentire al singolo utente di usufruirne pienamente.

Dunque, la tassa è dovuta indipendentemente dal fatto che l’utente utilizzi il servizio di smaltimento dei rifiuti, in quanto la ragione istitutiva del relativo prelievo sta nel porre le amministrazioni locali nelle condizioni di soddisfare interessi generali della collettività, piuttosto che nel fornire, secondo una logica commutativa, prestazioni riferibili a singoli utenti, e che pertanto l’omesso svolgimento, da parte del Comune, del servizio di raccolta – sebbene istituito ed attivato – nella zona ove è ubicato l’immobile a disposizione dell’utente comporta non già l’esenzione dalla tassa, bensì la conseguenza che il tributo è dovuto ma in misura ridotta.
Precisano i giudici che i criteri di ripartizione del servizio di smaltimento dei rifiuti, infatti, non sono collegati al concreto utilizzo, bensì ad una fruizione potenziale desunta da indici meramente presuntivi, quali l’occupazione e detenzione di locali ed aree, che tengono conto della quantità e qualità che, ordinariamente, in essi possono essere prodotti, il legislatore, tuttavia, ha ritenuto di temperare la rigidità di tale criterio impositivo introducendo ipotesi di esclusione e di riduzione, riduzioni che a loro volta si distinguono in obbligatorie, i cui presupposti sono già fissati dalla legge, e facoltative, spettanti solo se previste dal regolamento comunale e secondo le modalità ivi determinate.

La disciplina delle riduzioni TARI è disciplinata dai commi 656 e 657 dell’art. 1 della legge 147/2013 che costituiscono una migliore specificazione delle riduzioni di tariffa già previste per la TARSU dall’art. 59 del d.lgs. n. 507 del 1993, rispettivamente ai commi sesto e quarto.
Ai sensi del citato comma 656: “La TARI è dovuta nella misura massima del 20 per cento della tariffa, in caso di mancato svolgimento del servizio di gestione dei rifiuti, ovvero di effettuazione dello stesso in grave violazione della disciplina di riferimento, nonché di interruzione del servizio per motivi sindacali o per imprevedibili impedimenti organizzativi che abbiano determinato una situazione riconosciuta dall’autorità sanitaria di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente.”

Ai sensi del successivo comma 657: “Nelle zone in cui non è effettuata la raccolta, la TARI è dovuta in misura non superiore al 40 per cento della tariffa da determinare, anche in maniera graduale, in relazione alla distanza dal più vicino punto di raccolta rientrante nella zona perimetrata o di fatto servita.”
In entrambi i casi siamo in presenza di riduzioni cd. tecniche, chiamate a regolare situazioni in cui si realizza una contrazione del servizio, e quindi dei costi per il suo espletamento, per motivi oggettivi ed a favore di una pluralità indistinta e generalizzata di utenti, i cui presupposti operativi sono dettagliatamente disciplinati dalla legge.

Va dunque estesa alla TARI l’interpretazione già offerta dalla giurisprudenza di legittimità in tema di riduzioni TARSU, secondo cui «Il diritto alla riduzione presuppone l’accertamento specifico (mirato sul periodo, sulla zona di ubicazione dell’immobile sulla tipologia dei rifiuti conferiti e, in generale, su ogni altro elemento utile a verificare la ricorrenza in concreto della richiesta riduzione) della effettiva erogazione del servizio di raccolta rifiuti in grave difformità dalle previsioni legislative e regolamentari, il cui onere probatorio grava sul contribuente che invoca la riduzione, il quale deve dimostrare il presupposto della riduzione della Tarsu ai sensi del d.lgs. n. 507 del 1993, art. 59, comma 4; che consiste nel fatto obiettivo che il ‘ servizio di raccolta, istituito ed attivato: – non sia svolto nella zona di residenza o di dimora nell’immobile a disposizione o di esercizio dell’attività dell’utente; – ovvero, vi sia svolto in grave violazione delle prescrizioni del regolamento del servizio di nettezza urbana, relative alle distanze e capacità dei contenitori ed alla frequenza della raccolta, in modo che l’utente possa usufruire agevolmente del servizio stesso…..»

In materia di riduzioni TARI rilevano i commi 656 e 657 dell’art. 1 della legge citata, che costituiscono una migliore specificazione delle riduzioni di tariffa già previste per la TARSU dall’art. 59 del d.lgs. n. 507 del 1993, rispettivamente ai commi sesto e quarto.
Ai sensi del citato comma 656: “La TARI è dovuta nella misura massima del 20 per cento della tariffa, in caso di mancato svolgimento del servizio di gestione dei rifiuti, ovvero di effettuazione dello stesso in grave violazione della disciplina di riferimento, nonché di interruzione del servizio per motivi sindacali o per imprevedibili impedimenti organizzativi che abbiano determinato una situazione riconosciuta dall’autorità sanitaria di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente.”

Ai sensi del successivo comma 657: “Nelle zone in cui non è effettuata la raccolta, la TARI è dovuta in misura non superiore al 40 per cento della tariffa da determinare, anche in maniera graduale, in relazione alla distanza dal più vicino punto di raccolta rientrante nella zona perimetrata o di fatto servita.”
La riduzione tariffaria, si precisa nell’ordinanza, non opera quale risarcimento del danno da mancata raccolta dei rifiuti, né quale sanzione per l’amministrazione comunale inadempiente, bensì al diverso fine di temperare l’imposizione, entro la percentuale massima già individuata dalla norma, equilibrando l’ammontare della tassa comunque pretendibile, che nella misura ordinaria tiene conto dei costi generali del servizio completo svolto nell’area municipale, con i costi che il cittadino è tenuto presumibilmente a sostenere per far fronte alla mancata raccolta, laddove il Comune non assicuri in un ambito territoriale della zona perimetrata l’intero ciclo di smaltimento, ma lo garantisca solo in parte.

In conclusione, in mancanza di esplicite indicazioni del regolamento comunale, sarà compito del giudice di merito, incombendo comunque sul contribuente l’onere di allegare, dedurre e provare la sussistenza dei presupposti per beneficiare di una maggiore riduzione, graduare ulteriormente la percentuale di riduzione applicabile, tenendo conto di circostanze di fatto quali l’ubicazione dei locali o aree oggetto di tassazione all’interno della zona e la loro distanza dal più vicino punto di raccolta; in assenza di una richiesta specifica in tal senso o di una prova specifica dei presupposti per applicare la ulteriore graduazione, resta fermo che la riduzione dovrà essere applicata nella misura prevista dalla norma, e che quindi la TARI sarà dovuta in misura pari al 40% della tariffa intera applicabile.(SF)

 

Il datore può far seguire il dipendente dall’investigatore privato per verificare se la malattia è vera
Respinto il ricorso di un uomo assentatosi con certificazione del pronto soccorso e poi sorpreso a fare shopping

Il datore può far seguire da un investigatore privato il dipendente che si mette in malattia con tanto di certificato per accertare se la malattia è vera.

La linea dura arriva dalla Cassazione che, con l’ordinanza n. 11697 del 17 giugno 2020, ha respinto il ricorso di un operaio che si era assentato per una lombosciatalgia con tanto di certificato del pronto soccorso.

Peccato che poi era stato sorpreso a fare shopping con il figlioletto sulle spalle.

Per gli Ermellini, è legittimo servirsi delle agenzie investigative per verificare l'esatto adempimento delle obbligazioni facenti capo al dipendente con riguardo a comportamenti tenuti al di fuori dell'ambito lavorativo disciplinarmente rilevanti.

Infatti, aggiunge il Collegio di legittimità, non si verte in ipotesi di controllo datoriale circa l'esecuzione della prestazione ma, invece, di verifica e controllo di un comportamento extralavorativo illecito, fondata sul sospetto del mancato svolgimento illegittimo dell'attività lavorativa per l'insussistenza della incapacità lavorativa nel caso di specie invece presente.

Insomma, in casi quali quello di specie nei quali il datore di lavoro sia indotto a sospettare che il mancato svolgimento dell'attività lavorativa sia riconducibile alla perpetrazione di un illecito anche il solo sospetto o la mera ipotesi che un illecito sia in corso di esecuzione giustifica l'espletamento del controllo, né rileva la circostanza che si trattasse di infortunio sul lavoro e non di assenza per malattia e, quindi, non fosse richiesta reperibilità ed esperibile visita fiscale.

Infatti, le disposizioni dell'art. 5 della legge 20 maggio 1970, n. 300, in materia di divieto di accertamenti da parte del datore di lavoro sulle infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e sulla facoltà dello stesso datore di lavoro di effettuare il controllo delle assenze per infermità solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, non precludono al datore medesimo di procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l'insussistenza della malattia o la non idoneità di quest'ultima a determinare uno stato d'incapacità lavorativa e, quindi, a giustificare l'assenza.

Nel caso sottoposto all’esame della Corte, gli accertamenti espletati non avevano una finalità di tipo sanitario, sicuramente preclusa, mirando, piuttosto, esclusivamente ad una verifica della non riscontrabilità della malattia o la idoneità di essa a giustificare uno stato di incapacità lavorativa rilevante

 

Spetta alla banca provare che il bancomat è stato usato dal titolare
Accolto il ricorso del cliente che si era visto azzerare il conto in due giorni da due malfattori

La banca deve risarcire il cliente che si vede il conto azzerato da prelievi illeciti. Spetta infatti all’istituto di credito dimostrare che a usare la carta è stato il legittimo proprietario.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 9721 del 26 maggio 2020, ha accolto il ricorso del cliente della banca che si era visto azzerare il conto, con oltre 23 mila euro, da due malfattori.

Gli Ermellini hanno precisato che «in tema di responsabilità della banca in caso di operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, anche al fine di garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema (il che rappresenta interesse degli stessi operatori), è del tutto ragionevole ricondurre nell'area del rischio professionale del prestatore dei servizi di pagamento, prevedibile ed evitabile con appropriate misure destinate a verificare la riconducibilità delle operazioni alla volontà del cliente, la possibilità di una utilizzazione dei codici di accesso al sistema da parte dei terzi, non attribuibile al dolo del titolare o a comportamenti talmente incauti da non poter essere fronteggiati in anticipo. Ne consegue che, anche prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 11 del 2010, attuativo della direttiva n. 2007/64/CE relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, la banca, cui e richiesta una diligenza di natura tecnica, da valutarsi con il parametro dell'accorto banchiere, è tenuta a fornire la prova della riconducibilità dell'operazione al cliente».

In poche parole, la banca deve fornire la prova della riconducibilita dell'operazione al cliente. Ma non solo: la terza sezione civile, spiegando che il rapporto fra banca e cliente è di natura contrattuale, ha quindi messo nero su bianco che a responsabilità della banca per operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, con particolare riguardo alla verifica della loro riconducibilita alla volontà del cliente mediante il controllo dell'utilizzazione illecita dei relativi codici da parte di terzi, ha natura contrattuale e, quindi, va esclusa se ricorre una situazione di colpa grave dell’utente, configurabile nel caso di protratta mancata attivazione di una qualsiasi forma di controllo degli estratti conto.

---L'invalido munito di contrassegno,può entrare nelle zone Ztl, senza alcuna preventiva autorizzazione della Polizia Municipale. Lo ha sancito la Suprema Corte di Cassazione con sentenza n.719/2008 e ordinanza 7630/19 che ha annullato la compensazione delle spese a danno dell'automobilista. La Corte di Cassazione inoltre ha confermato con la sentenza n.2310/17 i superiori orientamenti. Al Comune non è rimasto che pagare le spese del giudizio.

Multato il lavoratore assente alla visita fiscale anche se ha il figlio all'ospedale. Cassazione sezione lavore,ordinanza n.24492/19

Subordinato e non autonomo. E' un vero e proprio dipendente e non un mero collaboratore il professionista che esegue la sua prestazione nell'ambito di un servizio e secondo orari prestabiliti dai dirigenti dell'azienda svolgendo le stesse mansioni dei colleghi strutturati a tempo indeterminato. Cassazione 2019  

Niente assoluzione per la speciale tenuità del fatto al Notaio anche se evade il fisco per poche migliai di euro. Ciò in quanto il Notaio riveste la figura di Pubblico Ufficiale. Per tale motivo la Corte di Cassazione ha respinto il gravame del prfessionosta con la sentenza n.38744 del 20 settembre 2019

---Il gallo Maurice vince in tribunale: potrà cantare all'Alba

E’ una vittoria schiacciante quella portata a casa dalla proprietaria di un gallo di nome Maurice, grazie alla sentenza della cassazione potrà continuare a salutare l’alba ogni mattina con il suo canto.

Isola di Oléron, la corte del magistrato di Rochefort, nella Charente-Maritime, ha respinto la denuncia dei vicini che accusavano il gallo di svegliarsi troppo presto.

Una lite di quartiere che è diventata il simbolo delle tensioni tra la popolazione locale e i nuovi arrivati ​​nelle campagne.

Corinne Fesseau, proprietaria di Maurice, ha festeggiato la sua vittoria in tribunale con il suo amato gallo in braccio asserendo :”Li abbiamo spennati !!”

Ed è effettivamente il caso di dirlo dato che il tribunale ha deciso che i vicini della donna dovranno continuare a sentire ogni mattina il canto del gallo e sono stati inoltre condannati a risarcire la donna con una somma di 1000 euro come risarcimento danni, e dovranno anche sostenere le spese legali sostenute per il processo.

Sembra infatti che per constatare l’effettivo disagio creato dal gallo un ufficiale giudiziario si sia recato per 3 notti consecutive nei pressi dell’abitazione per verificare il reale disagio che ha detta dei vicini veniva a crearsi ogni mattina verso le 4.

Ma l’orario denunciato dai vicini non è risultato veritiero sembra infatti che il gallo non inizi a cantare alle 4 della mattina ma che canti “in modo intermittente” solo tra le 06:30 e le 07:00, a un volume “appena percettibile quindi non molto intenso” se si tiene la finestra chiusa.

In breve, i vicini, una coppia di agricoltori in pensione dell’Alta Vienne la cui casa di Oléron è la residenza per le vacanze estive, non hanno dimostrato la prova di un disagio effettivo, e secondo il giudice hanno persino “agito in modo abusivo” nel presentare una denuncia, soprattutto perché “non hanno davvero vagliato la possibilità di una soluzione amichevole”, ha dichiarato la corte.

Corinne Fesseau ha affermato:“Questa è una vittoria per tutte le persone nella mia stessa situazione . Spero che questo crei un precedente per loro”.

Meglio mantenerle, le promesse elettorali, a meno che non si voglia finire sbeffeggiati sui manifesti affissi dagli avversari politici che sono legittimati a dare del falso e del bugiardo a chi, dopo essere stato eletto, fa dietrofront sugli impegni presi davanti ai cittadini. La Cassazione ha infatti riconosciuto il diritto di critica politica a un gruppo di consiglieri comunali dell’opposizione che avevano affisso lungo le vie cittadine di un centro del messinese, Furci Siculo, dei manifesti nei quali l’ex sindaco Bruno Antonio Parisi veniva definito «falso, bugiardo, ipocrita, malvagio» per aver deliberato l’erogazione dell’indennità di funzione «così tradendo le promesse elettorali».

In primo grado, il Tribunale di Messina nel marzo 2014 aveva escluso l’esimente del diritto di critica politica, «viste le connotazioni personali delle ingiurie contenute nel testo dei manifesti» e aveva condannato i consiglieri di opposizione Sebastiano Foti, Carmelo Andronico, Beniamino Lo Giudice, Alessandro Niosi, Saverio Palato e Agatino Vinci. Su ricorso degli imputati, la Corte di Appello di Messina nel marzo 2016 li aveva invece assolti. Ora la Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dall’ex sindaco Parisi per ottenere il risarcimento dei danni da diffamazione.

Ad avviso degli “ermellini”, il verdetto di assoluzione è corretto perchè è partito «dal presupposto incontestabile della offensività delle espressioni usate per riconoscere che gli epiteti rivolti alla parte offesa presentavano una stretta attinenza alle vicende che avevano visto l’opposizione contrapporsi al sindaco in merito alla erogazione di funzione, a cui il primo cittadino aveva dichiarato di voler rinunciare in campagna elettorale». «In questo ambito, gli epiteti `falso, bugiardo, ipocrita´ si ricollegano, secondo la Corte territoriale - prosegue la Cassazione - al mancato adempimento delle promesse elettorali nonchè all’avere omesso di dichiarare pubblicamente il proprio ripensamento sul tema dell’indennità di funzione e, quanto all’aggettivo `malvagio´, ad azioni giudiziarie, asseritamente infondate, che egli aveva promosso contro gli avversari politici». Per la Suprema Corte, - sentenza 317 depositata oggi - «è apparso quindi chiaro ai giudici di merito che l’attacco al Parisi riguardava specificamente le scelte politiche ed amministrative sue e della sua maggioranza e, del tutto correttamente, si è escluso che sia trasmodato in un attacco alla dignità morale e intellettuale della persona offesa» come invece ha tentato di sostenere l’ex primo cittadino di Furci Siculo. "lastampa.it)

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n.12662 del 13 maggio 2019, ha sancito il principio che rientra nella facoltà della pubblica amministrazione di sospendere il procedimento disciplinare, in attesa dell’esito del giudizio penale, per poi licenziare in tronco il dipendente accusato dell’illecito.

Anche l’ente pubblico risponde del danno cagionato al privato dal reato compiuto dal dipendente pubblico. E ciò anche se la condotta del agente ha una finalità soltanto personale se non egoistica, come appropriarsi del denaro del privato cui il funzionario ha accesso per lavoro. Sessioni unite civili della Cassazione, sentenza 13000246 del 16 maggio 2019.

La difesa in giudizio batte la privacy. E' legitimo registrare di nascosto le conversazioni tra i colleghi per precostituirsi un mezzo di prova contro il datore di lavoro in una causa futura o imminente. Anzi costituisce l'esercizio di un diritto, a patto che i dialoghi siano pertinenti alla tesi da sostenere in giudizio e il mezzo utilizzato non ecceda le finalità. Sentenza Cassazione n.12534 del 10 maggio 2019 sezione lavoro. Avanti con le registrazioni...

 

Stop della revisione massiva dei classamenti degli immobili di proprietà. Dopo la Sentenza della Corte Costituzionale n. 249 del 2017, il provvedimento del fisco dev'essere specifico e puntuale e non può fare riferimento solo al rapporto fra il valore di mercato e quello catastale. Devono essereelencati gli elementi che hanno inciso sulla microzona. Corte di Cassazione orinanza n. 12604 del 10 maggio 2019

Compie reato il commercialista che dopo la revoca del mandato non restituisce la contabilità al cliente per nascondere le sue responsabilità dopo le cartelle esattoriali notificate al contribuente. E ciò perché con il passaggio delle consegne a un nuovo incaricato il collega si accorgerebbe che gli errori del predecessore hanno determinato la grave esposizione dell’assistito nei confronti del fisco. Il delitto ex articolo 646 Cp, infatti, scatta con l’inversione del possesso: risulta dunque sufficiente compiere un atto di dominio sulla cosa, anche se si rassicura il legittimo proprietario di volerla restituire. Sentenza 20231/19, pubblicata il 10 maggio dalla seconda sezione penale della Cassazione.

Dev'essere rinnovato il permesso di soggiorno allo straniero non convivente con il coniuge italiano perchè il requisito della convivenza non è indispensabile,a meno che non si contesti la fittizietà del matrimonio. Cassazione sentenza prima sezione civile del 18 aprile 2019 n.10925.

 Le sentenze discordanti fanno scattare l'incertezza normativa che esonera il contribuente dalle sanzioni fiscali. La Corte di Cassazione in forza di tale principio ha acconto il ricorso proposto da una società che aveva impugnato una decisione sull'ici. In molte occasioni i Supremi giudici hanno escluso l'applicabilità delle sanzioni in caso di veri e propri contrasti giurisprudenziali o circolari ministeriali entrate in vigore troppo tardi o ancora in caso di provvedimenti poco chiari. In questa occasione gli Ermellini si spingono oltre ritenendo che la scriminante possa essere applicata anche in caso di sentenze discordanti. Si apre quindi un altro scenario pro-contribuente. Corte di Cassazione ordinanza n. 11084 del 19 aprile 2019.

La corte di Cassazione con sentenza numero 7044 del 12 marzo 2019 ha ritenuto sussistere il repporto di lavoro subordinato tra il giornalista e l'editore del quotidiano se il professionista si occupa di un settore specifico dalla sua zona di provenienza e sta a disposizione dei redattori. Ottiene l 'nquadramento da collaboratrice fissa la giornalista che ha seqguito per dieci anni cultura e spettacoli per conto del quotidiano dalla provincia con una media di tre quattro pezzi alla settimana.

Il ciclista caduto sulla crepa esistente sull'asfalto dev'essere risarcito. A pagare è l'ente proprietario della strada che come custode dell'infrastruttura non fornisce la prova del caso fortuito, mentre in base all'art 14 del cod. della strada l''emministrazione è tenuta alla manutenzione oltre che alla pulizia della carreggiata.Giudice di pace sentenza n,44/2019.

Ai fini dell'agevolazione IMU l'abitazione principale non è quella acquistata nel luogo dove si lavora ma è la dimora abituale di tutta la famiglia. E'onere del contribuente dimostrare che anche coniuge e figli vivono nella casa. Corte di Cassazione. ordinanza n.6634 del 7 marzo 2019.

La Suprema Corte di Cassazione con ordinanza n.6500 del 6 marzo 2019 ha statuito che gli eredi non sono tenuti a pagare le sanzioni per l'inesatto versamento dell'IMU da parte del De Cuis.
Il superiore Consesso ha accolto il ricorso dei figli del proprietario del terreno edificabile che ha pagato l'imposta come se il terreno fosse edificabile.

Corte Cassazione Sez. 3 del 5 marzo 2019 n.6326.
Il motociclista ha diritto al risarcimento dei danni a seguito della caduta avvenuta di notte sulla strada che lo conduce ogni giorno a casa e dovrebbe sapere che è coperta di ghiaia. La responsabilità da custodia del Comune è oggettiva e,spetta all'amministrazione offrire la prova liberatoria del fortuito, non potendosi rovesciare addosso al danneggiato l'onere di dimostrare l'insussistenza della colpa. non ha nessuna importanza che il centauro ben conosca il luogo dove si è infortunato se il giudice del merito non compie alcuno sforzo per verificare quanto ha fatto l'ente pubblico per rimuovere la sabbia dall'asfalto.

La prima sentenza di merito emessa sulle modifiche al testo unico sulla tutela Inail accende un faro sulle misure introdotte dal bilancio 2019 che riducono i risarcimenti a carico del datore negli incidenti sul lavoro oltre che i premi e contributi Inail a carico delle imprese. Infatti, la Finanziaria 2019 riduce i danni nei confronti del datore di lavoro se aumenta la sicurezza sul cantiere dopo il sinistro.

Con ordinanza n,6174 dell'1 marzo 2019 la Corte di Cassazione ha ritenuto che è legittimo il controllo dell'agenzia investigativa e non violano la privacy del dipendente solo se viene effettuato in luogo pubblico e riguardano fatti estranei alla prestazione lavorativa .La Corte di Cassazione con la predetta ordinanza ha respinto il ricorso di un lavoratore licenziato per giusta causa per essersi ripetutamente allontanato dal posto di lavoro durante l'orario di servizio senza timbrare il badge in uscita e facendo così risultare la regolare presenza in ufficio.

Gli eredi del dipendente vittima dell'amianto hanno diritto al risarcimento del danno nei confronti del datore di lavoro nonostante gli importi erogati o erogabili dall'Inail dopo le modifiche apportate dalla legge di bilancio 2019 al testo unico per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le malattie profesionali.Ciò perche la novella si applica al solo danno differenziale mentre i familiari del lavoratore morto di cancro devono essere ristorati per il danno alla salute da inabilità temporanea terminale, vale a dire voci non indennizzate dall'Istituto Previdenziale. Sentenza tribunale di Trieste n.26 del 25 febbraio 2019, giudice Silvia Burrelli, che costituisce la prima sentenza in materia dopo l'entrata in vigore della legge 145/18.

La Suprema corte di Cassazione, Sezione lavoro, con la sentenza n.6150 del 1° marzo 2019 ha statuito che in forza della legge 104/92 il lavoratore può ottenere il trasferimento alla sede più vicina al familiare disabile anche se non deve prestargli assistenza continua. Il merito deriva dal collegato lavoro che ha eliminato il requisito dell'esclusività: la tutela delle persone svantaggiate,costituisce un valore costituzionale e non si può limitare l'agevolazione alla scelta iniziale della sede di servizio. Motiva la cassazione che, l'esigenza di stare vicino al portatore di handicap può sorgere anche nel corso del rapporto di lavoro. Bocciare la domanda di trasferimento equivarrebbe ad andare contro le sentenze della Consulta. Dev'essere il datore di lavoro a provare che non ci sono posti disponibili nella sede richiesta.

L' imputato assolto a seguito della depenalizzazione del reato, deve pagare le spese del giudizio nonchè il risarcimento dei danni alla parte offesa dal reato.Secondo i giudici Ermellini la revoca delle statuizioni per la sopravvenuta abolitio criminis non può essere equiparata a soccombenza tecnica della persona offesa dal reato. Quinta sezione penale della Corte di Cassazione n.8536 del 27 febbraio 2019.

La morte del paziente appena visitato dalla guardia medica, gli eredi che vogliono il risarcimento danni devono dimostrare che l'omissione del medico è stata "più probabilmente che non la causa del decesso"; spetta poi all'azienda sanitaria provare che la morte sia sopraggiunta per una ragione imprevedibile e inevitabile. Ordinanza della Corte di Cassazione 5487/19 del 26 febbraio 2019 sezione terza.

Assolto perchè il fatto non costituisce reato. E' stato assolto con tale formula l'imprenditore rinviato a giudizio per omesso versamento dell'IVA e delle ritenute d'acconto. Manca l'elemento soggettivo del reato. L'imputato ha fatto di tutto per salvare l'azienda familiare, tentando di rilanciare la rete di vendita con il suo patrimonio in quanto la banca non gli aveva concesso il muto. Così è prevalsa la tesi della difesa che ha pienamente provato che l'imputato non era riuscito ad assolvere il suo debito con il fisco per motivi non dipendenti dalla sua volontà. Così la prima sezione del Tribunale di Milano con sentenza n.9642/18, con sentenza passata in giudicato, giudice monocratico Flaviana Balloi ha assolto l'imputato con formula piena. 

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