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di Debora Alberici

Il tasso usurario sul finanziamento si calcola al lordo delle spese di assicurazione

Accolto il ricorso del consumatore che aveva chiedeva il riconoscimento dei costi per avere il prestito

È al lordo dei costi di assicurazione che si calcola la natura usuraria di un finanziamento.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 22465 del 6 agosto 2021, ha accolto il ricorso del consumatore.

Per la sesta sezione civile – 1 male ha fatto la Corte territoriale a non spiegare la compatibilità di tale decisione che nega il collegamento tra i contratti di Finanziamento e di assicurazione con il principio secondo cui, ai fini della valutazione della natura usuraria di un contratto di mutuo,

devono essere conteggiate anche le spese di assicurazione sostenute dal debitore per ottenere il credito, in conformità con quanto previsto dall'art. 644, comma 4, c.p., essendo sufficiente che le stesse risultino collegate alla concessione del credito, fermo restando che la sussistenza del collegamento può essere dimostrata con qualunque mezzo di prova ed è presunta nel caso di contestualità tra la spesa di assicurazione e l'erogazione del mutuo.

di Debora Alberici

Chi contribuisce economicamente alla costruzione dell’immobile sul terreno del coniuge non ne acquista la proprietà

Irrilevante la comunione legale dei beni. Al più l’ex può incassare le spese sostenute per manodopera e materiali se riesce a provarle

Chi contribuisce alla costruzione o alla manutenzione dell’immobile che insiste sul terrendo di proprietà esclusiva del coniuge non ne acquisterà mai la proprietà, nonostante la comunione legale dei beni. Al più, qualora riesca a provarle, può ripetere le somme spese per materiali e manodopera.

Cosa che non è riuscita a fare una casalinga di Roma alla quale, con l’ordinanza 22193 del 3 agosto 2021, la Corte di cassazione ha dato torto respingendo in pieno il ricorso del suo difensore.

La prima sezione civile ha spiegato che la tutela del coniuge non proprietario del suolo, opera non sul piano del diritto reale, nel senso che in mancanza di un titolo o di una norma non può vantare alcun diritto di comproprietà, anche superficiaria, sulla costruzione, ma sul piano obbligatorio, nel senso che a costui compete un diritto di credito relativo alla metà del valore dei materiali e della manodopera impiegati nella costruzione.

Per gli Ermellini, ciò si legittima sul presupposto che il principio generale dell'accessione posto dall'art. 934 cod. civ., in base al quale il proprietario del suolo acquista ipso iure al momento dell'incorporazione la proprietà della costruzione su di esso edificata e la cui operatività può essere derogata soltanto da una specifica pattuizione tra le parti o da una altrettanto specifica disposizione di legge, non trova deroga nella disciplina della comunione legale tra coniugi, in quanto l'acquisto della proprietà per accessione avviene a titolo originario senza la necessità di un'apposita manifestazione di volontà, mentre gli acquisti ai quali è applicabile l'art. 177, primo comma, cod. civ., hanno carattere derivativo, essendone espressamente prevista una genesi di natura negoziale.

 

di Emiliano Sabia

Il fisco non può imputare maggiori ricavi al contribuente solo perché ha la delega a operare sul c/c del partner

I versamenti in entrata trovano corrispondenza nelle fatture di vendita e non rileva il lasso temporale intercorrente tra la data di emissione del documento e i movimenti bancari

La delega a operare sul conto corrente del partner non basta al fisco per imputare al contribuente maggiori ricavi. I versamenti in entrata, inoltre, trovano corrispondenza nelle fatture di vendita, non rilevando il lasso temporale intercorrente tra la data di emissione del documento e le movimentazioni bancarie. Lo stabilisce la Cassazione con l'ordinanza n. 21849/21, pubblicata oggi dalla sezione tributaria. Il Palazzaccio respinge il ricorso del fisco contro la sentenza della commissione regionale che annullava un accertamento emesso nei confronti di un contribuente operante nel settore del commercio.

Al termine di una verifica condotta nei confronti della società della partner del contribuente e da cui risultava un conto corrente intestato al contribuente e un altro alla compagna, l'amministrazione recuperava a tassazione un maggior reddito di impresa. Il fisco lamentava che il giudice tributario avesse in modo errato ritenuto che il conto corrente intestato alla donna, ma con delega a operare del contribuente e il rapporto sentimentale tra i due, non erano utili a provare che il maggior reddito fosse imputabile al contribuente. Non solo: le fatture di vendita emesse nell'anno di accertamento giustificavano i versamenti in entrata indipendentemente dal lasso temporale tra la data di emissione del documento e le movimentazioni bancarie. La Corte suprema non condivide l'operato dell'amministrazione.

Secondo la Ctr, il contribuente ha dimostrato di aver tenuto conto «dei versamenti registrati sui c/c che trovano corrispondenza nelle fatture di vendita, non rilevando a tal fine il lasso di tempo intercorrente» tra la data di emissione della fattura e i movimenti bancari. Ad avviso del Palazzaccio, «a confortare la fondatezza e la legittimità di tale determinazione» è anche il comportamento dell'ufficio che, «nella fase precontenziosa, si era dichiarato disponibile a scomputare dai maggiori ricavi accertati i ricavi già dichiarati per effetto dell'emissione delle fatture di vendita, e ha correttamente applicato il regime probatorio avendo accertato che il contribuente aveva fornito la prova analitica della riferibilità di ogni singola movimentazione alle operazioni già evidenziate nelle dichiarazioni, ovvero della loro estraneità alla sua attività, con conseguente non rilevanza fiscale delle stesse». Il ricorso va, pertanto, respinto.

di Debora Alberici

I figli restano a scuola dalle suore anche se il padre si oppone

Sradicare i minori dalla propria vita sociale dopo la separazione potrebbe avere conseguenze negative

I ragazzini restano a scuola privata di matrice cattolica quando erano già iscritti lì prima della separazione. Infatti, sradicare i minori dalla propria vita sociale dopo la separazione potrebbe avere conseguenze negative.

Con una decisione che farà discutere la Corte di cassazione - ordinanza n. 21553 del 27 luglio 2021 - ha respinto il ricorso di un padre, affidatario insieme alla ex dei bambini, che avrebbe voluto mandarli a una scuola pubblica e laica.

Per i giudici, che hanno condiviso in pieno le valutazioni della Corte d’Appello, la separazione era già stata un trauma per i bambini e il cambio di scuola avrebbe potuto rivelarsi ancora più dannoso.

Per gli Ermellini, «in caso di conflitto genitoriale, il perseguimento dell'interesse del minore può comportare anche all’adozione di provvedimenti, relativi all'educazione religiosa, contenitivi o restrittivi dei diritti individuali di libertà religiosa dei genitori, ove la loro esplicazione determinerebbe conseguenze pregiudizievoli per il figlio, compromettendone la salute psicofisica o lo sviluppo».

Nel caso sottoposto all’esame della Corte, i giudici di merito si sono allineati a questo principio. La scelta così compiuta non risponde a una ipotetica predilezione della Corte per una scuola confessionale, a discapito di quella pubblica. Dipende, invece, dall'acuito bisogno dei minori di avere - nel frangente – una continuità ambientale nel campo in cui si svolge propriamente la loro sfera sociale ed educativa.

 

POMERIGGI CULTURALI EOLIANI DEL CENTRO STUDI EOLIANO

Giovedì 29 luglio 2021- ore 19,00 Villa Famularo - Portinente

Presentazione del volume: “L’ECO DELLA FUGA” Di Martino Lo Cascio Edizioni Sce Intervengono con l’autore: Valeria Amendola Ornella Costanzo 

 

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di Emiliana Sabia

Domiciliari al detenuto perché se la scuola chiude per i contagi la madre non può farcela da sola col bimbo disabile

Il tribunale sbaglia a ritenere un fallimento educativo il coinvolgimento del condannato in procedimenti penali

L'andamento dell'emergenza epidemiologica da Covid-19 può incidere anche sulla concessione o meno degli arresti domiciliari. Scatta, infatti, la detenzione domiciliare del condannato, padre del bambino disabile, se la madre, con l'ipotetica chiusura delle scuole non può provvedere da sola alla gestione del figlio. La richiesta non può, inoltre, essere respinta perché i precedenti penali non sono un esempio edificante per il figlio. Lo sancisce la Cassazione che, con la sentenza n. 28973/21, pubblicata oggi dalla prima sezione penale, accoglie il ricorso di un detenuto, padre di un bambino con disabilità e necessità di assistenza continua, contro l'ordinanza del tribunale che rigettava la richiesta degli arresti domiciliari. Due sono gli aspetti su cui si basa il provvedimento del tribunale: la madre può provvedere in modo adeguato alla cura del figlio, a maggior ragione con la riapertura delle scuole materne dopo il lockdown legato alla pandemia e poi sul rigetto della richiesta peserebbe l'esempio non molto edificante del ricorrente, coinvolto in diversi procedimenti penali.

La Corte suprema di tutt'altro avviso accoglie il ricorso. Il provvedimento è discordante laddove non si confronta con la costante preoccupazione del ricorrente per la situazione familiare caratterizzata dalla difficoltà della moglie di gestire un bambino disabile e laddove insiste sul «fallimento educativo del genitore, inidoneo a causa dei coinvolgimenti in vicende penali, a indirizzare la prole verso scelte socialmente orientate». Il tribunale omette di considerare che nel bilanciamento tra le esigenze «di tutela della collettività da possibili ricadute nel reato e necessaria protezione dei figli», la sentenza della Corte costituzionale (n. 18/20) ha messo in evidenza la primarietà della cura e dell'assistenza che minori con disabilità debbano avere da parte dei genitori. Per tali motivazioni, la Corte annulla l'ordinanza impugnata con rinvio per un nuovo giudizio.

𝐄' 𝐨𝐧𝐥𝐢𝐧𝐞 𝐈𝐍𝐆𝐕𝐍𝐞𝐰𝐬𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫 𝑺𝑷𝑬𝑪𝑰𝑨𝑳𝒏𝒖𝒎𝒃𝒆𝒓:
𝑬𝒔𝒑𝒍𝒐𝒓𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒆 𝑰𝒔𝒐𝒍𝒆 𝑬𝒐𝒍𝒊𝒆, 𝒍𝒂𝒃𝒐𝒓𝒂𝒕𝒐𝒓𝒊𝒐 𝑰𝑵𝑮𝑽 𝒅𝒊 𝒗𝒖𝒍𝒄𝒂𝒏𝒊
(in italiano e inglese)
In questo numero:
📌   Cover_Story: 𝐆𝐥𝐢 𝐈𝐧𝐟𝐨𝐏𝐨𝐢𝐧𝐭 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐍𝐆𝐕 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐄𝐨𝐥𝐢𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐯𝐮𝐥𝐜𝐚𝐧𝐢𝐜𝐨
🌍   I PRESIDI DELL’INGV NELLE EOLIE: 
 𝑩𝒆𝒏𝒗𝒆𝒏𝒖𝒕𝒊 𝒂 𝑺𝒕𝒓𝒐𝒎𝒃𝒐𝒍𝒊 𝒆 𝑽𝒖𝒍𝒄𝒂𝒏𝒐. 𝑮𝒍𝒊 𝑰𝒏𝒇𝒐𝑷𝒐𝒊𝒏𝒕 𝒗𝒊 𝒂𝒔𝒑𝒆𝒕𝒕𝒂𝒏𝒐!
🌋   L'IDDU O IL FARO
𝙎𝙩𝙧𝙤𝙢𝙗𝙤𝙡𝙞, 𝙞𝙡 𝙛𝙖𝙨𝙘𝙞𝙣𝙤 𝙙𝙚𝙡𝙡’𝙞𝙨𝙤𝙡𝙖 𝙙𝙖𝙡 𝙫𝙪𝙡𝙘𝙖𝙣𝙤 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙫𝙤
🗺️   SCIENZA E SAPERE 
𝘾𝙤𝙣𝙤𝙨𝙘𝙚𝙧𝙚 𝙥𝙚𝙧 𝙥𝙧𝙤𝙩𝙚𝙜𝙜𝙚𝙧𝙨𝙞: 𝙡𝙖 𝙘𝙤𝙢𝙪𝙣𝙞𝙘𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙨𝙘𝙞𝙚𝙣𝙩𝙞𝙛𝙞𝙘𝙖 𝙨𝙩𝙧𝙖𝙩𝙚𝙜𝙞𝙖 𝙫𝙞𝙣𝙘𝙚𝙣𝙩𝙚
🎙️   A MUNTAGNA E IDDU
𝙀𝙩𝙣𝙖 𝙚 𝙎𝙩𝙧𝙤𝙢𝙗𝙤𝙡𝙞, 𝙞 𝙙𝙪𝙚 𝙜𝙞𝙜𝙖𝙣𝙩𝙞 𝙨𝙞𝙘𝙞𝙡𝙞𝙖𝙣𝙞 𝙖𝙡𝙡𝙤 𝙨𝙥𝙚𝙘𝙘𝙝𝙞𝙤
🎯   VULCANOLOGIA NEL BLU DEL TIRRENO
𝙑𝙪𝙡𝙘𝙖𝙣𝙤 𝙚 𝙋𝙖𝙣𝙖𝙧𝙚𝙖. 𝙄𝙡 𝙫𝙪𝙡𝙘𝙖𝙣𝙞𝙨𝙢𝙤 𝙨𝙞 𝙨𝙩𝙪𝙙𝙞𝙖 𝙖𝙣𝙘𝙝𝙚 𝙨𝙤𝙩𝙩’𝙖𝙘𝙦𝙪𝙖
🤓   NON SOLO VULCANI
𝙇𝙖 𝙨𝙩𝙤𝙧𝙞𝙖 𝙨𝙞𝙨𝙢𝙞𝙘𝙖 𝙙𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙄𝙨𝙤𝙡𝙚 𝙀𝙤𝙡𝙞𝙚
Clicca sul link per leggere gli articoli, per la prima volta anche in inglese, dedicati alle ricerche e al monitoraggio dell'INGV nelle Isole Eolie.
https://www.ingv.it/it/stampa-e-urp/ingvnewsletter-2021/newsletter-numero-speciale-esplorare-le-isole-eolie-laboratorio-ingv-di-vulcani

 

 

Assolto il medico dell’ospedale che consiglia ai pazienti lo studio del primario per cure specifiche

I suggerimenti per eseguire l'innesto di protesi dentali che la struttura pubblica non è in grado di fornire non sono idonei a determinare l'invio degli utenti alle cliniche private del professionista

Non commette il reato di abuso di atti d'ufficio il medico dell'ospedale che suggerisce ai pazienti di rivolgersi allo studio privato del primario per interventi specifici.

Lo sancisce la Cassazione che, con la sentenza n. 28653/21, depositata oggi dalla sesta sezione penale, assolve il medico di una struttura ospedaliera condannato in appello a quasi un anno di carcere per abuso d'ufficio. La condanna scattava perché il ricorrente suggeriva ai pazienti di rivolgersi per l'innesto di protesi dentali presso gli studi privati del primario che si procurava così ingiusti vantaggi patrimoniali. Il Palazzaccio annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste perché «i consigli dati dall'imputato ai pazienti che si erano rivolti all'azienda sanitaria per eseguire una tipologia di intervento che la struttura stessa non era in grado di fornire, sono strutturalmente inidonei a determinare l'invio dei pazienti alle strutture private del primario e, dunque, a integrare il contributo dell'imputato alla commissione del reato di abuso in atti di ufficio».

I suggerimenti del medico erano in realtà diretti ai pazienti che, secondo la ricostruzione in fatto svolta nella sentenza impugnata, «erano approdati» al reparto dell'ospedale sulla base delle pubblicità delle cliniche del primario e che ritenevano che «tali interventi potessero essere eseguiti presso la struttura pubblica, che non poteva eseguirli». Non c'è stata, insomma, «alcuna opera di convincimento, da parte dell'imputato, per eseguire quella specifica tipologia di intervento e di indirizzamento dei pazienti presso le strutture private del primario». Il ragionamento della Corte di appello è, pertanto, errato perché i consigli elargiti dal professionista non integrano la condotta materiale del reato. Per Piazza Cavour non c'è dubbio: il ricorso va accolto e l'imputato assolto.

 

L’art. 15, lett. a), della della legge Regione Sicilia n. 78/1976 ha imposto un vincolo di inedificabilità assoluta nella fascia di 150 metri dalla battigia, che consente solo opere che siano strettamente e direttamente finalizzate a rendere fruibile il mare (da parte di tutti) e la sola ristrutturazione, entro rigorosi limiti, delle opere che esistevano prima dell’indicata legge regionale. Lo stabilisce il C.G.A. 

 

Risarcita la dipendente che al rientro dalla maternità è assegnata a mansioni dequalificanti

Bocciato il ricorso del datore che per giustificare il demansionamento espone generiche deduzioni sui motivi riorganizzativi aziendali

Va risarcita la lavoratrice che, rientrata dalla maternità, è demansionata perché assegnata a mansioni inferiori rispetto alle precedenti. Lo stabilisce la Cassazione che, con l'ordinanza n. 20253/21, depositata oggi dalla sezione lavoro, respinge il ricorso di un'azienda nella causa contro una dipendente demansionata al rientro dalla maternità. La Corte di appello condannava il datore al risarcimento dei danni patrimoniali e non dopo aver accertato l'assegnazione della donna a mansioni dequalificanti e, nello specifico, a compiti amministrativi, predisposizioni di ordini sotto il controllo e la responsabilità di un collega.

La Cassazione non ha dubbi: il datore dovrà risarcire la dipendente perché la Corte territoriale ha correttamente accertato il demansionamento della lavoratrice, nella concretezza delle mansioni svolte prima e dopo la sua assenza per maternità così come evidenziate dalle risultanze istruttorie. Né basta, per giustificare il demansionamento, «la generica deduzione di una ragione riorganizzativa aziendale» dal momento che, quando il lavoratore allega un demansionamento riconducibile «a inesatto adempimento dell'obbligo gravante sul datore di

lavoro ai sensi dell'articolo 2103 Cc», è su quest'ultimo che incombe l'onere di provarne «l'esatto adempimento o attraverso la prova della mancanza in concreto del demansionamento, ovvero attraverso la prova della sua giustificazione per il legittimo esercizio dei poteri imprenditoriali o disciplinari oppure, in base all'articolo 1218 Cc, per impossibilità della prestazione derivante da una causa a sé non imputabile». Tutto ciò è mancato nel caso in esame perché il datore non ha fornito alcuna prova, motivo per cui la Corte respinge il ricorso dell'azienda.

 

L’Ilva risarcisce ai proprietari il deprezzamento delle case per l’inquinamento a Taranto

Danno pari al 20 per cento del valore degli immobili: compresso dalle polveri minerali nell’aria il diritto dominicale, i residenti nel quartiere Tamburi non possono godere pienamente dei loro beni

L’Ilva risarcisce ai proprietari il deprezzamento delle case per l’inquinamento a Taranto. Il danno è quantificato in misura pari al 20 per cento del valore degli immobili: le polveri minerali sparse nell’aria dall’impianto siderurgico comprimono il diritto dominicale dei residenti nel quartiere Tamburi che non possono godere pienamente dei loro locali a causa dell’inquinamento. È quanto emerge dalla sentenza 18810/21, pubblicata il 2 luglio dalla terza sezione civile della Cassazione.

Prova per presunzioni
Diventa definitiva la decisione che condanna la spa a pagare il ristoro determinato in via equitativa: le emissioni effettuate per anni dallo stabilimento salentino superavano la normale tollerabilità di cui all’articolo 844 Cc. E che la propagazione delle polveri minerali fosse «continua» e «massiva» lo dimostrano «l’emergenza» e le «sentenze penali» oltre che «l’accurata descrizione dei luoghi». compiuta dalla consulenza tecnica d’ufficio svolta nel giudizio di merito. Senza dimenticare gli stessi provvedimenti legislativi che a partire dal 2013 hanno cercato di tutelare l’ambiente oltre che i livelli occupazionali della fabbrica. Dai procedimenti penali, poi, emergono i disagi provocati dalle polveri che si depositano su strade e abitazioni di Tamburi: è provata per presunzioni, dunque, la lesione al diritto dei proprietari che non possono arieggiare gli appartamenti né uscire sui balconi.

Neminem laedere
È vero: l’articolo 844 Cc impone di sopportare le inevitabili propagazioni legate alle attività produttive, ma soltanto nei limiti della normale tollerabilità; bisogna insomma contemperare le ragioni della proprietà con le esigenze della produzione, che va gestita nell’ambito delle norme generali e speciali che ne disciplinano l’esercizio; fuori da quest’ambito, invece, si determina un’attività illegittima che non può imporre un sacrificio ai proprietari degli immobili: il fatto illecito che genera il danno a terzi fa scattare l’azione generale di risarcimento ex articolo 2043 Cc. La liquidazione equitativa scatta perché è molto difficile quantificare il danno nel suo preciso ammontare. Ed è giustificata dal «grave e persistente fenomeno di spandimento» delle polveri provenienti dai parchi minerali dell’impianto che compromettono in modo significativo le potenzialità d’uso degli appartamenti.

 

Sì alla sanatoria se il locale ricavato nel sottotetto è solo uno sgabuzzino

Il Comune manca di spiegare perché la posa in opera di semplici tramezzi non sarebbe conforme alla normativa: non risultano impianti di servizio, immutata la destinazione a locale di sgombero

Impossibile negare la sanatoria al proprietario dell’immobile per l’intervento nel sottotetto: il Comune, infatti, non spiega perché non sarebbe conforme alle norme urbanistiche ed edilizie la posa in opera di semplici tramezzi, che serve a ricavare un piccolo sgabuzzino senza alterare la destinazione d’uso a locale di sgombero. E che manchi la creazione di superficie utile lo dimostra anche il fatto che non sono realizzati impianti di servizio. È quanto emerge dalla sentenza 624/21, pubblicata ieri dalla prima sezione del Tar Liguria.

Motivazione postuma
L’amministrazione locale boccia la Scia e il privato chiede l’accertamento della conformità urbanistica in base alla legge regionale anche se resta convinto che per i lavori basterebbe la segnalazione certificata. Il punto è che l’intervento proposto risulta diverso da quelli realizzati da altri condomini che hanno tentato di ricavare locali abitabili nel sottotetto: lo dimostra la presenza di arredi e dagli allacci di luce, acqua, fogne e riscaldamento. Né il Comune contesta il cambio di destinazione d’uso nel preavviso di rigetto e nella motivazione del provvedimento impugnato: si tratta dunque di una motivazione postuma effettuata in sede di giudizio negli scritti difensivi. E come tale è certamente inammissibile se non rappresenta - come nel caso di specie - che il contenuto dispositivo del provvedimento non sarebbe potuto essere diverso da quello adottato.

Natura vincolata
L’ente locale, insomma, viene meno all’unica possibile motivazione del diniego di sanatoria, cioè la mancanza della doppia conformità, che ha invece ha natura vincolata, mentre non assumono alcuna rilevanza le giustificazioni o i motivi soggettivi del richiedente, ove non illeciti.

 

Assolto il giornalista che si avvale dello scritto anonimo per denunciare i favoritismi nella gestione di appalti pubblici

Utilizzabile il documento perché è evidente l'interesse pubblico se il professionista ha ritardato la notizia per verificare con prudenza fonti e fatti

Non scatta la diffamazione se il giornalista, dopo le doverose verifiche, si avvale di uno scritto anonimo per pubblicare un articolo in cui denuncia che un'importante carica dello Stato favorisce aziende a lui vicine per gestire appalti pubblici. Lo scritto, infatti, può ben essere utilizzato per dare diffusione a una notizia di evidente interesse pubblico. Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza n. 24818/21, depositata oggi dalla quinta sezione penale. Bocciato il ricorso della parte civile, all'epoca dei fatti vice capo polizia di Stato contro la sentenza di appello che assolveva giornalista e direttore di un noto quotidiano dal reato di diffamazione. Stando ai fatti, il giornalista pubblicava un articolo, prendendo spunto da uno scritto anonimo, con cui muoveva accuse sul ricorrente di favoritismi nella gestione degli appalti dell'ufficio logistico del Viminale per acquistare impianti tecnologici da imprese a lui vicine.

Per la Corte territoriale, la notizia doveva essere pubblicata perché sussiste l'esimente del diritto di cronaca giornalistica; peraltro, nulla poteva imputarsi al giornalista in termini di mancato controllo delle fonti e della veridicità dei fatti. Secondo il Palazzaccio, è condivisibile l'affermazione della Corte territoriale secondo la quale il giornalista si era trovato a valutare uno scritto anonimo, le cui informazioni precise e dettagliate «lasciavano ragionevolmente ritenere la probabile fondatezza di quanto riportato o perlomeno la parvenza di veridicità riguardo ai favoritismi descritti, essendosi puntualizzato che lo stesso ministro dell'Interno, in ragione dell'apprezzabile serietà, aveva trasmesso l'anonimo alla Procura che, a sua volta aveva avviato le prime formalità di sua competenza e aveva ritenuto di darne notizia all'opinione pubblica tramite un apposito comunicato stampa». Il professionista ha verificato, inoltre, la «plausibile veridicità» delle notizie riportate nell'articolo e le ha pubblicate «ritenendone in buona fede l'autenticità».

Non solo. Va sottolineata la condotta prudente del professionista che, per nulla «animato dalla volontà di fare uno scoop», ha addirittura «bucato la notizia», con «inevitabili ricadute negative» sotto il profilo professionale, essendo in possesso dello scritto anonimo già da tempo e decidendo consapevolmente di non pubblicarlo subito ma solo dopo essersi confrontato «sull'opportunità della divulgazione con lo stesso prefetto». Sussiste, pertanto, l'esimente dell'esercizio del diritto di cronaca sotto il profilo putativo e, più in generale, va detto che la condotta del giornalista è stata corretta avendo il professionista verificato l'attendibilità delle sue fonti e operato i doverosi controlli prima di dare alle stampe l'articolo. Alla luce di queste considerazioni, la Corte rigetta il ricorso della parte civile.

 

di Remo Bresciani

La dichiarazione di aver versato il prezzo contenuta nell’atto notarile non esclude la simulazione

L’affermazione proveniente dalla parte non fa fede fino a querela di falso perché di fronte al pubblico ufficiale non è avvenuto alcun pagamento

La dichiarazione di aver versato il prezzo contenuta nell’atto notarile non esclude la simulazione della vendita. L’affermazione che proviene dalla parte, infatti, non fa fede fino a querela di falso perché di fronte al pubblico ufficiale non è avvenuto alcun pagamento.

Lo ha ricordato la sesta sezione civile della Cassazione con l’ordinanza 17566/21 del 18 giugno che ha respinto il ricorso di una coppia.

Il tribunale aveva accolto la domanda, proposta da una banca nei confronti dei coniugi, di simulazione del contatto di vendita immobiliare. Ad avviso del giudice il compratore non aveva provato l’effettivo pagamento del prezzo convenuto. La corte d’appello ha poi confermato la decisione rilevando che il contratto era stato stipulato meno di un anno dopo l’emissione da parte del tribunale di un decreto ingiuntivo. Inoltre il rapporto di parentela tra le parti del contratto e l’assenza di prova dell’avvenuto pagamento deponevano sicuramente per la simulazione. Né si poteva desumere la prova del pagamento dall’atto notarile in cui le parti si erano limitate a dichiarare che il prezzo era stato corrisposto in epoca anteriore al rogito.

La vertenza è così giunta in Cassazione dove i ricorrenti hanno contestato la decisione per avere desunto la natura simulata dell’atto, in assenza di indizi gravi, precisi e concordanti.

La Suprema corte, nel respingere il ricorso, ha ricordato che la dichiarazione relativa al versamento del prezzo di una compravendita immobiliare, seppur contenuta nel rogito notarile, non ha valore vincolante nei confronti del creditore di una delle parti del contratto che abbia proposto azione diretta a far valere la simulazione dell'alienazione, poiché questi è terzo rispetto ai soggetti contraenti.

Né, ha concluso la Cassazione, si può attribuire alcuna efficacia probatoria all’indicazione, contenuta nell'atto notarile di vendita, che il pagamento del prezzo sia avvenuto contestualmente alla firma del rogito, posto che tale dichiarazione, che proviene dalle parti, “non è assistita dal valore fidefacente fino a querela di falso derivante dall'attestazione del pubblico ufficiale, di fronte al quale non si è verificato, in concreto alcun pagamento”.

 

 

 

Anche le macchinette foto-tessera devono pagare l’imposta sulla pubblicità

Corte di cassazione: la dicitura «foto per documenti» presenti sulle macchinette pubbliche foto-tessera devono versare la tassa sulla pubblicita'

 

di Vanessa Ranucci

È diffamatorio denunciare all’Ordine che l’avvocato di controparte si è comportato da mercenario

L'assenza di una critica argomentata alla condotta professionale rende le frasi un attacco gratuito e denigratorio

Scatta la diffamazione per chi denuncia all'Ordine degli avvocati che la controversia è stata gestita in malafede dall'avvocato che si è comportato da mercenario se manca una critica argomentata alla condotta del professionista: in tal caso, le espressioni usate diventano denigratorie perché sono un attacco gratuito. Così ha stabilito oggi la quinta sezione penale della Cassazione con la sentenza 23708/21.

Un sessantasettenne era stato condannato per il reato di diffamazione per aver inviato una missiva all'ordine degli avvocati in cui aveva offeso la reputazione del Ctp e dell'avvocato della controparte in una controversia civile. Nella lettera egli aveva affermato che la controversia era stata gestita in malafede dai professionisti “non seri”.

L'uomo, proponendo ricorso in Cassazione, aveva basato la linea difensiva sull'esercizio del legittimo diritto di critica. E che il riferimento alla malafede era rivolta non alle persone in quanto tali ma alla loro condotta professionale.

Per il Palazzaccio il motivo è inammissibile perché il principio richiamato dal ricorrente è applicabile quando l'esposto contenga espressioni, sì offensive, ma pertinenti all'esercizio di un legittimo diritto di critica, non già quando le espressioni siano gratuitamente e immotivatamente denigratorie. “Integra il reato di diffamazione – si legge in sentenza - la condotta di colui che invii una missiva gratuitamente denigratoria a un Ordine professionale; né in tal caso può ricorrere l'esimente del diritto di critica, il quale sussiste solo allorché i fatti esposti siano veri o quanto meno l'accusatore sia fermamente e incolpevolmente, ancorché erroneamente, convinto della loro veridicità”.

Nel caso esaminato, il tenore delle frasi e il contenuto diffamatorio della lettera hanno arrecato pregiudizio alla reputazione professionale delle persone offese: ossia, le espressioni usate sono risultate denigratorie perché erano un attacco gratuito contro i professionisti, viso che mancava una censura argomentata alla loro condotta professionale.

 

di Dario Ferrara

Scaricabile da Internet e con le app Immuni e Io il green pass per tornare a viaggiare (e a vivere)

Presto in Consiglio dei ministri il dpcm sul certificato digitale a chi è vaccinato, guarito o negativo al tampone per partecipare a cerimonie e spostarsi nella Ue senza quarantena. Qr code antifrodi

Sì, viaggiare. Dopo mesi di “morte civile” causa Covid, conto alla rovescia per il dpcm sul green pass: la certificazione verde servirà a spostarsi nell’Unione europea senza tamponi e quarantene ma anche in Italia, per muoversi fra eventuali Regioni rosse o arancioni e soprattutto per partecipare a cerimonie come i matrimoni o visitare un parente anziano in una residenza sanitaria assistita: è previsto in settimana il Consiglio dei ministri per il via libera al provvedimento messo a punto da Palazzo Chigi con i ministeri della Salute, Innovazione tecnologica e Finanze (cfr. la bozza del decreto). Il certificato si potrà consultare e scaricare online, mentre il Qr code garantirà autenticità.

Chiavi digitali
Al certificato, gratuito, ha diritto chi: è stato vaccinato (con entrambe le dosi nel caso di Pfizer, Moderna e AstraZeneca); è risultato negativo a un tampone molecolare o un antigenico rapido effettuato entro le quarantotto ore; è guarito dall’infezione da Sars-Cov-2 e dopo il tampone negativo risulta uscito dall’isolamento. Il green pass di fatto esiste già nel nostro Paese ma dal primo luglio confluirà nel sistema europeo: si aspetta solo la digitalizzazione con il codice a barre di identificazione che contiene le informazioni necessarie per consentire di svolgere le diverse attività. È già operativo il gateway, la piattaforma informatica Ue che fornisce le chiavi virtuali per la validità transfrontaliera.

Dati sensibili
Il documento si potrà scaricare dal web grazie a un sito ad hoc, oppure con le app Immuni e Io (quella utilizzata per il cashback, per intenderci). E altrettanto si potrà fare dal fascicolo sanitario elettronico e tramite il sistema tessera sanitaria. Sarà il ministero della Salute il titolare del trattamento dei dati della piattaforma nazionale attraverso la Sogei. Sul certificato sono riportati: nome e cognome del titolare; data di nascita; struttura che ha rilasciato la certificazione; codice unico attribuito in automatico dal sistema Digital green certificate; Stato di appartenenza; scadenza del documento, che è valido nove mesi dopo la seconda dose di vaccino; a proposito: per i vaccinati sono riportati anche il tipo di farmaco inoculato, numero di dosi e data di somministrazione. E se un medico comunica alla piattaforma nazionale la positività al Sars-Cov-2 scatta subito la revoca con notifica all’interessato.

Informazioni utili
Il sito web del green pass offrirà nelle Faq le risposte a tutti i quesiti. A disposizione degli utenti ci saranno il numero di pubblica utilità del ministero della Salute (1500) e il call center di Immuni (800.91.24.91).

Vai col mix
Via libera dal ministero della Salute, infine, al mix di vaccini sotto i sessant’anni per la seconda dose a chi ha ricevuto la prima di Johnson & Johnson o AstraZeneca: si punta ad arrivi anticipati di dosi Pfizer e Moderna per rifornire i centri vaccinali.

 

di Debora Alberici

Il professionista può dedurre le fatture solo quando viene pagato l’assegno postdatato

Il principio di competenza vale se il titolo riporta lo stesso anno di consegna. Accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate

Il professionista può dedurre i costi delle fatture ricevute solo quando l’assegno postdatato viene effettivamente pagato. Infatti, l’agevolazione segue il principio di competenza.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 16711 del 14 giugno 2021, ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate spiegando che l’agevolazione approfitta del principio di competenza solo se viene dimostrato che l’assegno riporta la data dell’anno nel quale la spesa viene messa a bilancio.

Per gli Ermellini è senz’altro valido il principio secondo cui il momento rilevante cui imputare una spesa sostenuta con assegno bancario, ai fini della deducibilità per i lavoratori autonomi è, in base al principio di cassa, quello della consegna del titolo e non quello dell'effettivo incasso (risoluzione 138/e del 2009 per l'assegno circolare, ma il principio può ritenersi applicabile anche per l'assegno bancario).

Tuttavia, fa notare Piazza Cavour, il punto critico è un altro: il fatto che gli assegni siano stati consegnati nel 2005 la Ctr deve averlo dedotto da dichiarazioni sostitutive di terzi, e gli assegni sono datati 2006, probabilmente perché la data è stata apposta al momento dell'incasso.

Ciò che viene contestato, con una tesi condivisa dalla Suprema corte, è proprio questo tipo di prova. Le dichiarazioni sostitutive, in questo caso dei fornitori, non dimostrano che gli assegni erano stati consegnati nel 2005.

Fra l’altro per la Cassazione, la Ctr avrebbe dovuto scrutinare a fondo il valore delle dichiarazioni di terzo contenute in atti sostitutivi di notorietà, sulla base del principio per cui l'inammissibilità della prova testimoniale nel processo tributario non comporta l'inutilizzabilità, in sede processuale, delle dichiarazioni di terzi, sia raccolte dall'amministrazione procedente nella fase procedimentale, ma anche contenute in dichiarazioni sostitutive, per quanto alle stesse non debba essere riconosciuto valore probatorio pieno, rappresentando, piuttosto, un indizio, valutabile in relazione agli altri elementi acquisiti.

Ora saranno i giudici di merito a riconsiderare il caso alla luce dei principi affermati in sede di legittimità.

 

di Dario Ferrara

Due terzi d’Italia in zona bianca, ma con mascherine e distanze. Da luglio green pass Ue

Senza coprifuoco oltre 40 milioni di cittadini, in fascia gialla a casa a mezzanotte fino al 21 giugno. A luglio liberi tutti. Firma finale sul certificato digitale europeo per spostamenti e ripresa economica

Da oggi oltre 40 milioni di italiani si trovano in zona bianca, dunque senza coprifuoco. Ma devono continuare a usare le mascherine, a osservare il distanziamento personale di un metro e a lavarsi spesso le mani, raccomanda il ministro della Salute. Decisivo nello spostare due terzi del Paese nella fascia più bassa l’ingresso di Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Puglia, Lombardia e la provincia di Trento, avvenuto oggi grazie all’ordinanza di Roberto Speranza (cfr. il provvedimento in allegato). In zona gialla il coprifuoco continuerà fino lunedì 21 giugno, fissato alle 24.

E grazie alla campagna vaccinale, con l’attuale riduzione del contagio, tutta Italia potrebbe trovarsi in zona bianca a fine giugno, ha spiegato il presidente dell’istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro. Dal primo luglio, intanto, arriverà il Digital green pass (Dgc), il certificato europeo anti Covid nato per facilitare gli spostamenti all’interno dell’Unione e contribuire alla ripresa economica: oggi la firma finale da parte delle istituzioni eurounitarie.

Rischio malamovida
Dopo l’ultima ordinanza si trovano dunque in area bianca: Abruzzo, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, provincia autonoma di Trento, Puglia, Sardegna, Umbria e Veneto. Ancora in giallo Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Provincia Autonoma di Bolzano, Sicilia, Toscana, Valle d’Aosta. Il divieto di assembramento resta anche con l’addio al coprifuoco in gran parte del Paese. Preoccupa la malamovida dopo gli scontri fra giovani e polizia di sabato notte a Roma, a Campo de’ fiori. «Oggi più che mai occorre conservare le corrette abitudini per non vanificare i tanti sacrifici fatti, insiste Speranza.

Ristoranti e discoteche
In zona bianca serve il green pass per andare a matrimoni, cresime, comunioni, battesimi, compleanni, feste di laurea e anniversari: per partecipare, quindi, bisogna avere il certificato di vaccinazione o di guarigione oppure il tampone negativo effettuato nelle quarantotto ore precedenti. Nel dcpm che sarà approvato approvato nei prossimi giorni è previsto che la verifica delle certificazioni spetta ai soggetti che erogano i servizi e agli organizzatori degli eventi per cui è prescritto il possesso della certificazione, oltre che ai pubblici ufficiali. Fino al 21 giugno nei ristoranti in zona bianca il consumo al tavolo negli spazi al chiuso è consentito per un massimo di sei persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi. Nella fascia più bassa di rischio le discoteche possono aprire ma soltanto per l’attività di ristorazione e somministrazione, mentre resta vietato ballare in pista.

 

 

Viaggiare in prossimità della linea di mezzeria non fa scattare il concorso di colpa

Ai fini del risarcimento del danno va accertato se il conducente non ha effettuato manovre di emergenza per evitare l'impatto

Solo se il giudice accerta la mancanza di manovre di emergenza per evitare l'impatto può ascrivere al conducente che viaggia in prossimità della linea di mezzeria il concorso di colpa nel sinistro e condannarlo, di conseguenza, a risarcire il danneggiato. L'inosservanza di una norma cautelare, come ad esempio quella che prevede qual è la posizione che il conducente deve mantenere sulla carreggiata, non comporta, infatti, alcuna colpa ascrivibile all'agente in termini di responsabilità aquiliana.

Lo ha sancito la Cassazione che, con l'ordinanza n. 16192/21, depositata oggi dalla sesta sezione civile, accoglie il ricorso principale presentato da un motociclista, condannato a risarcire i danni non patrimoniali perché responsabile al 40 per cento di un sinistro. Il danneggiato, motociclista come il ricorrente, cadeva perché l'automobilista che lo precedeva frenava improvvisamente e, proprio in quel frangente, veniva investito dall'attore che procedeva nel senso opposto di marcia.

La Corte di appello riteneva il danneggiato responsabile al 60 per cento perché non rispettava le distanze e il ricorrente della restante parte perché viaggiava in prossimità della linea di mezzeria. La violazione del dovere di comune prudenza di viaggiare al centro della strada non basta però a far scattare il concorso di colpa per Piazza Cavour. Va riconosciuto l'errore del ragionamento svolto dalla sentenza impugnata che «lungi dall'inferire la misura del contributo del ricorrente nella causazione del sinistro dal solo posizionamento del veicolo in prossimità della linea di mezzeria, avrebbe dovuto accertare se il motociclista abbia effettivamente mancato di effettuare eventuali manovre di emergenza per evitare collisioni con veicoli marcianti nel senso opposto».

Non basta, infatti, la riscontrata violazione degli articoli 141 e 143 del codice della strada, potendo ricorrere dei casi in cui «l'inosservanza di una norma cautelare non comporti alcuna colpa ascrivibile all'agente in termini di responsabilità aquiliana, atteso che la qualificabilità del comportamento contrario a una norma cautelare in termini di colpa, rispetto a uno specifico evento, richiede, in ogni caso, il concreto riscontro di un nesso di causalità tra l'inosservanza della regola cautelare e lo specifico evento dannoso oggetto di esame». La Corte accoglie il ricorso principale.

di Dario Ferrara

Le Sezioni unite: aliquota al 3% e non all’8 per la cessione della cubatura Prg al terreno del vicino

Atto immediatamente traslativo del diritto di costruire, che non ha natura reale ma contenuto patrimoniale, non richiede la forma scritta ai fini della sostanza ed è trascrivibile. Pesa il dl sviluppo

Sconta l’imposta di registro al 3 e non all’8 per cento la cessione della cubatura autorizzata sul terreno dal piano regolatore generale, effettuata in favore del fondo del vicino. E ciò perché il proprietario trasferisce un diritto che non ha natura reale: va dunque assoggettato all’aliquota proporzionale prevista per l’atto a contenuto patrimoniale. Pesa il dl sviluppo, che per primo ha tipizzato i diritti edificatori prevedendo la trascrizione: la cessione della cubatura non richiede la forma scritta ai fini della sostanza e risulta trascrivibile ex articolo 2643, numero 2 bis, Cc. In caso di trascrizione e voltura scatta l’imposta ipotecaria e catastale in misura fissa. Lo stabiliscono le Sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza 16080/21, pubblicata il 9 giugno.

Autonomia negoziale
La Suprema corte accoglie il ricorso dei contribuenti e decide nel merito annullando l’avviso di liquidazione. Sbaglia la Ctr a riformare la decisione della Ctp sul rilievo che avrebbe «sicure caratteristiche di realità» l’atto con cui i proprietari del terreno, che non sono soggetti Iva, vendono una parte della cubatura edilizia ottenuta dalla convenzione col Comune: a comprarla è una società titolare di un fondo omogeneo dal punto di vista urbanistico. A chiudere il contrasto di giurisprudenza contribuisce il decreto 70/2011, che ha aggiunto il numero 2 bis all’articolo 2643 Cc, nonostante gli «evidenti limiti» segnalati dai giudici di legittimità perché non dà una definizione dei diritti edificatori in termini di contenuti e sostanza. Ma consente comunque di qualificarli come diritti veri e propri e aiuta a qualificare la cessione di cubatura dal punto di vista giuridico. È solo per effetto del contratto fra le parti che i diritti edificatori sono costituiti, trasferiti e modificati, il che consente il trasferimento con il consenso delle parti ex articolo 1376 Cc.

Correttezza e buona fede
Resta, comunque, il ruolo autorizzativo e regolatorio del permesso di costruire: quando il cessionario presenta il progetto per edificare, il cedente deve operare per il rilascio del titolo edilizio secondo correttezza e buona fede. Insomma: non si può applicare alla cessione di cubatura l’aliquota più alta prevista per il trasferimento della proprietà degli immobili o altri diritti reali.

 

Telefonata di raccomandazione?

Concorso in abuso d’ufficio per il «notabile» locale

La chiamata per evitare il ritiro della carta di circolazione all’automobilista amico fa scattare il concorso nel reato anche per l’estraneo al pubblico servizio, se l’agente viene influenzato nella decisione.

 

di Emiliana Sabia

Cade l'accertamento al contribuente se l'immobile acquistato è pagato dal figlio per celare un'operazione finanziaria

La compravendita è un'intestazione fiduciaria e non una donazione indiretta. No all'avviso di maggior reddito perché la disponibilità del denaro è del familiare

E' un'intestazione fiduciaria e non una donazione indiretta la compravendita di un fabbricato acquistato dal padre tramite la società del figlio che mette il contante per celare un'operazione finanziaria. L'accertamento di maggior reddito è, pertanto, illegittimo perché chi la disponibilità di denaro è un soggetto diverso dal contribuente. Lo dichiara la Ctr Lazio che, con la sentenza n. 2744/21, pubblicata dalla diciassettesima sezione, accoglie l'appello di madre e figlio, eredi di un contribuente destinatario di un accertamento di maggior reddito. Gli appellanti proponevano ricorso in riassunzione dopo il rinvio alla commissione regionale disposto dalla Cassazione in relazione a una compravendita con cui il contribuente acquistava dalla società di un altro figlio, noto imprenditore, un fabbricato.

Il fisco notificava l'atto perché risultava un'incongruenza in dichiarazione, vale a dire che i redditi imponibili del contribuente erano insufficienti a consentire l'operazione di acquisto. Non c'era, sempre secondo l'avviso, la prova dell'erogazione di liberalità effettuata dal figlio al padre; in altre parole, il figlio trasferiva direttamente alla sua società denaro contante senza avvalersi di intermediari. Il collegio ritiene fondato l'appello; l'operazione in questione va inquadrata come «un'intestazione fiduciaria, tesa a celare un'operazione finanziaria finalizzata ad apportare liquidità alla società venditrice piuttosto che di donazione indiretta ex articolo 809 Cc, non evidenziandosi dalla documentazione in atti un intento liberale del figlio nei confronti del padre». L'accertamento di maggior reddito è, in definitiva, illegittimo perché ad avere la disponibilità di denaro è un soggetto diverso dal contribuente e, dunque, non può essere qualificato come reddito imponibile di quest'ultimo. Il collegio accoglie l'appello e annulla l'avviso di accertamento.

 

di Debora Alberici

Niente diritto di abitazione al coniuge superstite nella casa in comunione fra il de cuius e la prima moglie

Respinto il ricorso della partner di secondo letto e confermato il verdetto di merito

Il coniuge superstite non è titolare del diritto di abitazione nella casa in comunione fra il de cuius e la prima moglie.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 15000 del 28 maggio 2021, ha respinto il ricorso della moglie di primo letto del de cuius.

La vicenda riguarda una donna che chiedeva, dopo la morte dell’ex marito, il diritto di abitazione nella casa intestata al de cuius e alla prima moglie.

I giudici di merito hanno negato la legittimità dell’occupazione con una decisione condivisa e resa definitiva in sede di legittimità.

Per gli Ermellini, infatti, “a norma dell'art. 540 cod. civ., il presupposto perché sorgano in favore del coniuge superstite i diritti di abitazione della casa adibita a residenza familiare e di uso dei mobili che la arredano è che la suddetta casa e il relativo arredamento siano di proprietà del "de cuius" o in comunione tra lui e il coniuge, con la conseguenza che deve negarsi la configurabilità dei suddetti diritti nell'ipotesi in cui la casa familiare sia in comunione tra il coniuge defunto ed un terzo".

In altre parole, “i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la arredano, previsti in favore del coniuge superstite, presuppongono per la loro concreta realizzazione l'appartenenza della casa e del relativo arredamento al de cuius o in comunione a costui e all'altro coniuge, non potendo estendersi a carico di quote di soggetti estranei all'eredità nel caso di comunione degli stessi beni tra il coniuge defunto e tali altri soggetti".

di Dario Ferrara

Conducente condannato anche se il pedone attraversa fuori dalle strisce

Il guidatore deve essere sempre in grado di padroneggiare il veicolo di fronte all’imprudenza altrui, se prevedibile: velocità da regolare in base a visibilità e tempi di reazione per la frenata

Scatta la condanna per omicidio colposo a carico del conducente, anche se il pedone non usa le strisce bianche per attraversare. E ciò perché il guidatore deve essere sempre in grado di padroneggiare il veicolo e di compiere manovre d’emergenza per evitare incidenti; il tutto pure quando il danno è dettato dall’imprudenza altrui, a patto che sia prevedibile: la velocità del mezzo, infatti, deve essere regolata in proporzione alla visibilità e considerando i tempi tecnici per l’eventuale frenata. Insomma: l’automobilista è colpevole perché non rallenta nei pressi della fermata dell’autobus, che crea comunque traffico pedonale. È quanto emerge dalla sentenza 20912/21, pubblicata il 27 maggio dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Principio di affidamento
Diventa definitiva la condanna inflitta alla signora: l’investimento avviene a sei metri dallo spartitraffico, in un posto dove l’automobilista e il pedone potevano vedersi reciprocamente, secondo le risultanze del consulente del pubblico ministero. E il punto d’urto non è messo in discussione dal perito della difesa. Pesa sulla sanzione penale il principio dell’affidamento così come maturato in ambito stradale, che riduce i suoi margini di fronte alla diffusività del pericolo: la responsabilità del conducente è proporzionale alla prevedibilità del comportamento scorretto o anche irresponsabile degli altri utenti della strada.

Colpa generica
La velocità del mezzo deve essere adeguata alle condizioni ambientali oltre che alle caratteristiche del veicolo: bisogna essere in grado di compiere la manovra d’emergenza necessaria se si concretizza il pericolo temuto, dovuto al comportamento negligente o imprudente altrui, così come alla violazione delle norme di circolazione da parte della vittima o di terzi. Sempre rilevante, anche in termini di colpa generica, la violazione delle norme ex articoli 141 e 145 Cds: l’una impone al conducente di mettersi in condizione di poter sempre frenare la marcia del veicolo entro i limiti del campo di visibilità e di fronte a qualsiasi ostacolo prevedibile; l’altra prescrive di usare la massima prudenza nei pressi degli incroci. L’attraversamento del pedone, nella specie, non può dirsi imprevedibile per la vicinanza della stazione degli autobus.

 

Niente diffamazione per il giornalista che riporta alla lettera le dichiarazioni lesive dell'intervistato perchè conta anche l'interesse pubblico all'informazione

Applicabile la scriminante dell'esercizio del diritto di cronaca: il professionista non è responsabile delle affermazioni del soggetto

Si applica la scriminante dell'esercizio del diritto di cronaca al giornalista che riporta alla lettera le dichiarazioni dell'intervistato lesive della reputazione altrui perché in ballo c'è anche il diritto dell'opinione pubblica di venire a conoscenza dei fatti. Lo ha sancito la Cassazione con l'ordinanza n. 14380/21, pubblicata oggi dalla prima sezione civile. Con la pronuncia, gli Ermellini accolgono il primo motivo del ricorso di una giornalista, condannata in solido con l'intervistata, a risarcire ben 20mila euro di danni a una cooperativa dopo la pubblicazione di un'intervista su un noto quotidiano. Dall'intervista, rilasciata da una persona molto conosciuta in ambito locale in quanto vicepresidente della commissione sanità, emergevano una serie di affermazioni sulle disfunzioni del sistema sanitario e, in particolare, l'intervistata affermava che ai bambini affetti da fibrosi cistica ricoverati presso un ospedale erano somministrate "porcherie" per avantaggiare un colosso della ristorazione con note amicizie qual era appunto la cooperativa convenuta.

Per la Corte di appello non c'è alcun dubbio: le dichiarazioni sono diffamatorie e a risponderne non doveva essere solo l'intervistata ma anche il giornalista che aveva omesso qualsiasi controllo sul contenuto. Il Palazzaccio non condivide l'operato del giudice di appello perché si applica la scriminante dell'esercizio del diritto di cronaca alla condotta del giornalista che, «pubblicando "alla lettera" il testo di un'intervista, riporti dichiarazioni del soggetto intervistato oggettivamente lesive dell'altrui reputazione, a condizione che la qualità dei soggetti coinvolti, la materia della discussione e il più generale contesto in cui le dichiarazioni sono state rese presentino, sulla base di una valutazione, questa sì, riservata al giudice dei merito, i necessari profili di interesse pubblico all'informazione, tali da far prevalere sulla posizione soggettiva del singolo il diritto di informare del giornalista».

Al giudice viene chiesto, prima di tutto, di accertare che ci sia «la condizione di interesse pubblico all'informazione» ma, «ove ciò sia, il giornalista che non abbia manipolato o elaborato le dichiarazioni dell'intervistato, in modo da falsarne anche parzialmente il contenuto, non può essere ritenuto responsabile di quanto affermato dall'intervistato stesso». La Corte accoglie il primo motivo del ricorso e cassa con rinvio la sentenza per un nuovo approfondimento.

 

di Vanessa Ranucci

Il concorso di colpa nel sinistro blocca la revoca della patente nonostante le lesioni stradali gravi

Accolto il ricorso di un automobilista a cui non sono state contestate le aggravanti di guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti

Il concorso di colpa nel sinistro ferma la revoca della patente nonostante le lesioni stradali gravi. Lo ha stabilito la quinta sezione penale della Cassazione che, con la sentenza 20437/21 depositata oggi, ha accolto il ricorso di un automobilista a cui non sono state contestate le aggravanti di guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti.

Il tribunale romano ha applicato a un automobilista la pena sospesa di 2 mesi e 20 giorni di reclusione e la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida, ai sensi dell'art. 222 CdS, per il reato di cui all'art. 590 bis Cp. Al conducente era stato contestato di avere, per colpa generica e specifica, cagionato lesioni personali guaribili in 60 giorni ai danni di un uomo.

Il conducente ha denunciato in Cassazione l'erronea applicazione della legge penale laddove il giudice ha ritenuto di dover applicare la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida: in particolare, ha osservato che, dopo la sentenza della Corte costituzionale n. 88 del 17 aprile 2019, l'art. 222, comma 2 Dlgs 30 aprile 1992, n. 285, “è stato dichiarato incostituzionale nella parte in cui, in caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti peri reati di cui agli artt. 589 bis e 590 bis Cp, non consente di disporre, in alternativa alla revoca della patente di guida, la sospensione della stessa allorché non ricorrano le circostanze aggravanti previste dai rispettivi commi secondo e terzo degli artt.589 bis e 590 bis Cp”. Inoltre, il ricorrente ha sottolineato il fatto che il giudice non abbia dato spiegazioni sul perché applicare la revoca della patente di guida.

Al riguardo, la Suprema corte ha ricordato che “la corte Costituzionale, con sentenza n.88 del 19/2/2019, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'art. 222, comma 2, quarto periodo, CdS nella parte in cui non prevede che, in caso di condanna, ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti, a norma dell'art. 444 del Cpp, per i reati di cui agli artt. 589 bis (omicidio stradale) e 590 bis (lesioni personali stradali gravi o gravissime) Cp, il giudice possa disporre, in alternativa alla revoca della patente di guida, la sospensione della stessa, ai sensi del secondo e terzo periodo dello stesso comma dell'art. 222 CdS, allorché non ricorra alcuna delle circostanze aggravanti previste dai rispettivi commi secondo e terzo degli artt. 589 bis e 590 bis Cp. L'automatismo della risposta sanzionatoria, non graduabile in ragione delle peculiarità del caso, può giustificarsi solo per le più gravi violazioni contemplate dalle due citate disposizioni, quali previste, come ipotesi aggravate, sanzionate con le pene rispettivamente più gravi, dal secondo e dal terzo comma sia dell'art. 589 bis, sia dell'art 590 bis Cp”.

Dunque, secondo il Palazzaccio, il caso portato in esame dal ricorrente può rientrare nelle ipotesi previste dall'intervento correttivo della corte Costituzionale perché non erano contestate all'automobilista le aggravanti della guida in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti.

Non solo: per gli Ermellini il magistrato di merito, quando ha disposto la revoca della patente, è stato lacunoso nel motivarne la decisione. “Deve rammentarsi che – si legge nel testo - il giudice di merito, chiamato a determinare la sanzione amministrativa accessoria in assenza delle aggravanti di cui al secondo e terzo comma dell'art. 590 bis Cp, ove stabilisca che l'imputato sia meritevole della sanzione maggiormente afflittiva (revoca della patente di guida), dovrà dare conto in modo puntuale delle ragioni che lo hanno indotto a scegliere il trattamento meno favorevole. Nel fare ciò deve considerare i parametri di cui all'art. 218, comma 2, CdS, valevoli anche ai fini della determinazione della durata della sospensione della patente di guida”.

Pertanto, sentenza annullata e al tribunale capitolino il nuovo giudizio.

di Dario Ferrara

No alla prima rata Imu con cali di fatturato del 30 per cento. Acconto Irap rinviato al 30 settembre

La Camera converte in legge il dl sostegni: ristori per le imprese al di là dei codici Ateco. Stralcio per le cartelle fino a 5 mila euro emesse tra il 2000 e il 2010. Non cedibile il credito su bonus mobili

Sono esentati dalla prima rata dell’Imu per il 2021 gli immobili posseduti dalle partite Iva che hanno i requisiti per accedere ai ristori previsti dal dl sostegni a marzo e che ora sono rifinanziati: è necessaria, dunque, una perdita di fatturato oltre il 30 per cento rispetto al 2020. Slitta poi al 30 settembre il pagamento del primo acconto dell’Irap, il tutto senza more e oneri. Sono due delle novità introdotte in sede di conversione al dl sostegni, che è legge dopo il via libera ottenuto dall’aula della Camera con 375 voti favorevoli, nessun contrario e 45 astensioni (cfr. il testo in allegato).

Il provvedimento è finanziato con i 32 miliardi di euro dello scostamento di bilancio autorizzato dal Parlamento nel gennaio scorso per uscire dalla crisi Covid: interviene in via prioritaria con nuovi ristori a favore delle imprese, svincolando le provvidenze dai codici Ateco utilizzati durante il lockdown.
Il decreto legge ha prorogato a fine giugno il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione ordinaria e al 31 dicembre quella in deroga. Previsto anche lo stralcio per le cartelle fino a 5 mila euro emesse tra il 2000 e il 2010, da più parti definito un condono fiscale. Non possono essere ceduti a terzi i crediti fiscali del bonus mobili ed elettrodomestici. Idem vale per quelli sull’acquisto di beni strumentali legati a Transizione 4.0, il cosiddetto superbonus per le aziende.

Fra le novità introdotte al Senato il fondo da 10 milioni per aiutare i genitori separati o divorziati che non possono pagare l’assegno di mantenimento ai minori perché sono rimasti senza lavoro causa Covid: il beneficio massimo è di 800 euro al mese.

 

Medico condannato solo indicando la probabilità con cui la condotta doverosa avrebbe evitato il danno

Al paziente provare il nesso causale intervento-lesione: manca di attestare l’assolvimento dell’onere il giudice che non precisa in che misura percentuale l’esecuzione corretta avrebbe escluso il pregiudizio

Dopo l’operazione fallita niente condanna al risarcimento a carico del medico sui cui vuole rivalersi l’azienda ospedaliera. E ciò perché il giudice del merito non indica in quale misura probabilistica l’eventuale corretta esecuzione della prestazione avrebbe evitato il danno al malato o almeno l’avrebbe ritardato. Nelle cause fra sanitario, struttura e danneggiato, infatti, si applica il principio del «più probabile che non»: quando il giudice non precisa la percentuale delle possibilità con cui la condotta doverosa avrebbe salvato il paziente, viene meno al dovere di attestare che il danneggiato ha adempiuto l’onere della prova. La causa per danno erariale a carico del primario, poi, è indipendente dall’azione per responsabilità civile. È quanto emerge dalla sentenza 13677/21, pubblicata il 19 maggio dalla terza sezione civile della Cassazione.

Omissione decisiva
Sono accolti i ricorsi del medico e dell’ospedale contro la sentenza che condanna l’azienda sanitaria a risarcire la paziente e il sanitario a tenere indenne la struttura. Tutto per i gravi danni patiti dalla signora per l’inadempimento del professionista agli obblighi di cura. Entrambi i mezzi di impugnazione trovano ingresso laddove criticano la decisione che ha ritenuto sussistente il nesso di causalità tra la condotta del sanitario e i danni alla persona denunciati dall’interessata. Spetta al malato, in effetti, dimostrare l’esistenza del nesso causale provando che è stata l’azione del medico la causa del danno secondo il principio civilistico del «più probabile che non»; mentre se la condotta resta incerta la domanda di risarcimento deve essere rigettata. L’omissione del giudice del merito pesa sul piano probatorio: non precisare in quale misura probabilistica la prestazione a regola d’arte avrebbe scongiurato la lesione equivale a non dar conto se il paziente abbia adempiuto l’onere di dimostrare il dedotto nesso di causalità.

Interessi distinti
Inutile invece per il medico dedurre la carenza di giurisdizione del giudice ordinario sul rilievo che spetterebbe alla Corte dei conti pronunciarsi sul punto nell’ambito della domanda di rivalsa spiegata dall’azienda ospedaliera. Si tratta di azioni diverse: quella per danno erariale punta a tutelare l’interesse pubblico al buon andamento dell’amministrazione, quella per responsabilità civile al pieno ristoro del danno. Parola al giudice del rinvio.

 

Orientamenti sessuali e comunicazione via Facebook con terzi: è diffamazione
L'attribuzione di orientamenti sessuali su Facebook può costituire diffamazione e a nulla rileva che determinate espressioni effettuate in pubblico abbiano perso il carattere dispregiativo per una presunta "evoluzione" della coscienza sociale.

E' quanto statuito dalla quinta sezione penale della Corte di Cassazione in una sentenza del 17 maggio 2021. La vicenda portata all'attenzione della Suprema Corte traeva origine da una sentenza della Corte d'appello di Milano .

 

RESPONSABILITÀ DEL DIRIGENTE COMUNALE IN CASO DI PERMESSO DI COSTRUIRE ILLEGITTIMO (CASS. 5439/2017)

In capo al dirigente non può aversi una responsabilità omissiva nella realizzazione di opere illegittime, pertanto per configurare un reato occorrono elementi di fatto indizianti un concorso consapevole, o quantomeno colposo, nella condotta. Superamento di un precedente orientamento giurisprudenziale. La posizione del Sindaco.

La Sentenza Corte di Cassazione 6 febbraio 2017, n. 5439, si è soffermata sulle possibili conseguenze, in capo al dirigente dell’area tecnica comunale, in caso di emanazione di un permesso di costruire illegittimo.
In particolare i giudici di legittimità hanno affermato il principio per cui in assenza di elementi di fatto indizianti un concorso consapevole, o quantomeno colposo, nella condotta di tale soggetto, lo stesso non può ritenersi responsabile.

LA DECISIONE DELLA CORTE - Sul punto, la pronuncia sottolinea che la funzione di dirigente dell’area tecnica comunale che ha rilasciato un permesso di costruire illegittimo non implica - in assenza di elementi di fatto indizianti un concorso consapevole, o quantomeno colposo, nella condotta - una responsabilità omissiva nella realizzazione di opere illegittime, in quanto il dirigente non è previsto tra i soggetti attivi del reato proprio indicati dall’art. 29 del D.P.R. 380/2001, e, ai sensi dell’art. 27 del medesimo D.P.R. 380/2001, riveste una posizione di garanzia limitata alla vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia nel territorio comunale ed alla demolizione delle opere abusive, non già di carattere generale.

PRECEDENTI GIURISPRUDENZIALI SUPERATI - Nell’assumere tale posizione, la sentenza ricorda l’esistenza di un precedente, ed invero risalente, orientamento giurisprudenziale (cfr. Sentenza Corte di Cassazione 28 aprile 2004, n. 19566) in base al quale, in materia edilizia, risponde del reato di cui all’art. 20 della L. 28 febbraio 1985 n. 47 - ora sostituito dall’art. 44 del D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380 - il dirigente dell’area tecnica comunale che abbia rilasciato una concessione edilizia (ora permesso di costruire) illegittima, atteso che questi, in quanto incaricato in ragione del proprio ufficio del rilascio di quello specifico atto, è titolare in via diretta ed immediata della relativa posizione di garanzia che trova il proprio fondamento normativo nell’art. 40 del Codice penale.
Tale orientamento deve tuttavia ritenersi superato, dovendosi al contrario ritenere che: per poter ritenere configurabile la responsabilità ex art. 40 del Codice penale deve venire in rilievo una omissione, dovendosi quindi ritenere non ricompresa nella previsione normativa l’ipotesi in cui l’agente abbia posto in essere una condotta commissiva, contribuendo con essa alla produzione dell’evento.
Nel caso di specie, in effetti, oggetto di contestazione è proprio il compimento di un’attività, vale a dire il rilascio di un permesso di costruire illegittimo, consentendo l’esecuzione di lavori in una zona vincolata, in quanto rientrante in fascia di rispetto.

LA POSIZIONE DEL SINDACO - La Corte infine ricorda come anche a carico del Sindaco non sia configurabile alcuna responsabilità penale per non aver impedito lo svolgimento di attività abusive incidenti sull’assetto urbanistico e paesaggistico del territorio comunale, non sussistendo in capo al medesimo un generale dovere di vigilanza sulle attività in questione (cfr. Sentenza Corte di Cassazione 21 giugno 2011, n. 365

 

di Vanessa Ranucci

Peculato per l'albergatore che non ha versato al Comune le imposte di soggiorno

Escluso che per effetto dell'art. 180 della L. 77/21 la condotta di omesso o ritardato versamento sia stata trasformata con effetto retroattivo in un illecito amministrativo tributario

Condannato per peculato l'albergatore che nel 2015 non versò al Comune le imposte di soggiorno. Lo ha stabilito la sesta sezione penale della Cassazione che, con la sentenza 18105/21 pubblicata oggi, ha escluso che, per effetto dell'art. 180 della L. 77/21, la condotta di omesso o ritardato versamento sia stata trasformata con effetto retroattivo in un illecito amministrativo tributario.

La legale rappresentante di una struttura alberghiera era stata condannata alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione per il reato di peculato continuato per essersi appropriata di somme di denaro riscosse per il 2015 a titolo di imposta di soggiorno ma non corrisposte al Comune.

La ricorrente aveva denunciato la violazione di legge in punto di irretroattività della legge penale ex artt. 2, primo comma, Cp e 7 CEDU, sul rilievo che, all'epoca in cui la tassa di soggiorno venne istituita in virtù dei singoli regolamenti comunali, la qualifica di agente di riscossione in capo agli albergatori non era affatto prevedibile, tanto che la condotta di omesso, ritardato o parziale versamento era autonomamente sanzionata in via amministrativa dal regolamento comunale con rinvio alle sanzioni tributarie previste dai decreti legislativi nn. 471, 472 e 473 del 18 dicembre 1997. E ancora, che i fatti contestati risalivano a un'epoca precedente alla decisione emessa nel 2016 dalle Sezioni riunite della Corte dei conti in un quadro di incertezza interpretativa in merito alla natura del ruolo assegnato all'albergatore onerato della riscossione dell'imposta. In particolare, all'imputata venne notificato un atto amministrativo nel 2015 in cui la si informava del riconoscimento della qualifica di agenti contabili di fatto in capo ai gestori delle strutture ricettive e dei profili di rilevanza penale connessi al mancato adempimento dei relativi obblighi di rendicontazione non poteva prevedere la rilevanza penale della propria condotta né l'irrogazione delle gravi pene che ne conseguivano.

Per la Suprema corte sussiste il delitto di peculato per appropriazione attraverso la condotta del soggetto autorizzato alla riscossione che omette di versare le somme di denaro ricevute nell'adempimento di tale funzione pubblica, "atteso che quel denaro entra nella disponibilità della pubblica amministrazione nel momento stesso della consegna all'incaricato dell'esazione e che a esso non può attribuirsi alcuna diversa destinazione, laddove l'eventuale imputazione delle somme incassato dai contribuenti alla copertura di voci di altra natura, esulanti dal fine pubblico per il quale quelle somme sono state versate e ricevute, realizza la condotta di cui all'art. 314 Cp".

Per quanto riguarda le implicazioni della modifica dell'imposta di soggiorno dal legislatore operata con l'art. 180, comma 3, ultimo periodo, Dl 19 maggio 2020 n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, n. 77, deve rilevarsi come alcuna incidenza tale novella legislativa eserciti in ordine alla configurabilità delle condotte di peculato precedentemente commesse. E deve escludersi che sia stata trasformata con effetto retroattivo la condotta di omesso, ritardato o parziale versamento dell'imposta di soggiorno da parte del gestore, prima punita a titolo di peculato, in un illecito amministrativo tributario. Ne consegue la rilevanza penale a titolo di peculato delle condotte commesse in epoca anteriore alla modifica dal legislatore apportata per effetto della disposizione cui all'art. 180, comma 4, cit.

 

Obbligo di assicurare anche i veicoli fermi che non funzionano
In Italia si attendono le Sezioni unite e un Dm recepisce in parte la stretta

Finora la normativa nazionale non ne ha tenuto conto, ma dal 2018 la Corte Ue ritiene che ogni veicolo immatricolato vada assicurato per la Rc auto, a prescindere dal tipo di area (pubblica o privata) su cui si muova o sia parcheggiato. Ora la sentenza del 29 aprile 2021 nella causa C-383/19 stringe ancora: l’obbligo c’è anche se il veicolo non funziona e quindi è inidoneo a circolare.

Il caso sottoposto alla Corte riguardava un veicolo immatricolato in Polonia che, a seguito di confisca, era passato nella proprietà di un ente locale, poi multato per non averlo assicurato mentre lo teneva in area privata in attesa di rottamazione. Alla Corte era stato chiesto di chiarire interpretazione e portata dell’articolo 3 della direttiva 2009/103, sulla possibilità di escludere l’obbligo «quando il veicolo...è immobilizzato su un terreno privato, è diventato proprietà di un ente...in forza di una decisione giudiziaria definitiva, non è idoneo alla circolazione ed è destinato alla demolizione per decisione del suo proprietario».

La sentenza è negativa e perentoria. Citando vari suoi precedenti, la Corte afferma che l’obbligo non dipende dall’effettivo utilizzo in un dato momento né viene meno se il mezzo resti, per sola scelta del proprietario che non vuole più usarlo, su terreno privato. Neppur basta il fatto che il veicolo sia non funzionante. Quindi l’articolo 3 va interpretato nel senso che l’obbligo vale «quando il veicolo...è immatricolato in uno Stato membro, qualora...non sia stato regolarmente ritirato dalla circolazione conformemente alla normativa nazionale applicabile».

Ciò condensa tre princìpi, dettati dall’esigenza di massimo rinforzo della tutela delle vittime di incidenti:

- la nozione di veicolo è oggettiva e non influenzata ai fini assicurativi dall’uso che si fa del mezzo

- l’obbligo non è escluso solo perché in un dato momento un veicolo immatricolato è inidoneo a circolare per via delle sue condizioni;

- la sola scelta di demolire il veicolo non basta a far venir meno l’obbligo di assicurarlo.

In Italia la Cassazione è chiamata a decidere a Sezioni unite (sin dal 18 dicembre 2019) se l’articolo 122 del Codice delle assicurazioni debba interpretarsi, alla luce della giurisprudenza europea, «nel senso che la nozione di circolazione su aree equiparate alle strade di uso pubblico comprenda e sia riferita a quella su ogni spazio in cui il veicolo possa essere utilizzato in modo conforme alla sua funzione abituale». In attesa della sentenza nazionale, la Corte Ue ha sposta ancora più in là il baricentro.

La recente disciplina del contratto base Rc auto (Dm 54/2020) pare seguire la giurisprudenza Ue, almeno sull’obbligo anche in aree private. Ma con qualche (risolvibile) problema di coordinamento con la possibilità, riconosciuta dallo stesso Dm e diffusa nella prassi, di sospendere a richiesta la copertura.

 

di Remo Bresciani

Il giudice del divorzio può determinare l’entità dell’assegno sulla base della ctu disposta in sede di separazione

La scelta di avvalersi di prove acquisite in un altro processo rientra nella discrezionalità della corte di merito a condizione che venga acquisita la documentazione

Il giudice del divorzio può determinare l’entità dell’assegno spettante all’ex coniuge sulla base della ctu disposta in sede di separazione. La scelta di avvalersi di prove acquisite in un altro processo rientra infatti nella discrezionalità della corte di merito a condizione che la documentazione sia acquisita al processo.

Lo ha ricordato la prima sezione civile della Cassazione con l’ordinanza 11794/21 del 5 maggio che ha respinto il ricorso di una donna nei confronti dell’ex marito.

L’uomo aveva agito per ottenere il divorzio con esclusione dell’assegno di mantenimento in favore della moglie disposto in sede di separazione.

Il tribunale ha pronunciato lo scioglimento del vincolo matrimoniale e posto al carico dell’uomo l’obbligo di versare una somma. La corte d’appello ha poi confermato la decisione ritenendo congrua la determinazione dell’assegno di mantenimento. La controversia è così giunta in Cassazione dove la donna ha contestato la decisione per avere omesso di disporre le indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi, anche a mezzo della polizia tributaria e aver ritenuto di fondare la decisione esclusivamente sulle risultanze della ctu disposta in altro giudizio (di separazione dei coniugi); consulenza, peraltro, sottoposta a rilievi critici da parte del consulente di parte della ricorrente.

La Suprema corte, nel dichiarare inammissibile la censura, ha stabilito che il potere officioso di disporre, per il tramite della polizia tributaria, indagini sui redditi e sui patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita rientra, nella discrezionalità del giudice di merito e non è censurabile in sede di legittimità non trattandosi di un adempimento imposto dall'istanza di parte, “purché esso sia correlabile anche per implicito ad una valutazione di superfluità dell'iniziativa e di sufficienza dei dati istruttori acquisiti”.

Né, ha concluso la Cassazione, è censurabile la scelta del giudice di appello di avvalersi della consulenza di ufficio disposta nel giudizio di separazione. Infatti, il giudice del merito può legittimamente tenere conto, ai fini della decisione, delle prove acquisite in un altro processo a condizione che la relativa documentazione venga ritualmente acquisita al giudizio - come avvenuto nel caso di specie, trattandosi di consulenza già nota alle parti ed espressamente richiamata dalla sentenza impugnata - al fine di farne oggetto di valutazione critica dei contendenti e stimolare la valutazione giudiziale su di essa.

 

Vaticano: Francesco abolisce un privilegio, cardinali e vescovi giudicati come tutti nel tribunale ordinario
ll Motu Proprio del Papa introduce una grossa novità, anche se resta l'autorizzazione preventiva del Pontefice per portare a processo porpore e presuli

 

Va sospeso il notaio poco scrupoloso: danneggia l’intera categoria
Riconosciute le ragioni del Consiglio Notarile che contestava le tante infrazioni commesse, tra le quali lo smarrimento di un testamento pubblico

Segreto professionale, sospeso l’avvocato che fa 35 cause contro il cliente rivelando notizie su di lui
Decine di cause contro l’ex assistito, i familiari e la società, per recuperare gli onorari. Nelle memorie indicate informazioni non rilevanti anche private

Falso e abuso d'ufficio per l'agente della stradale che annulla ai carabinieri la multa per eccesso di velocità
Falsa la causale "pubblica sicurezza" e contro la legge la prassi seguita dagli agenti che procedevano in autonomia ad archiviare le multe: solo il prefetto o il giudice di pace possono farlo

 

Condominio e utilizzatore del lastrico solare pagano i danni da infiltrazioni all’appartamento di sotto

Sì ai pannelli fotovoltaici sul tetto in area vincolata anche se si vedono dalla strada

Addio accertamento perché il canone di locazione non basta a determinare l'avviamento dell'azienda

Cassazione 
Non paga l'Irap il professionista nonostante la veste societaria data alla sua attività

DELITTI CONTRO IL PATRIMONIO
'Ho il malocchio': condannato il mago che compie rituali in cambio di denaro

Nessuna giustificazione, neanche parziale, per il sedicente professionista dell’occulto. Inequivocabile la condotta da lui tenuta nei confronti di una donna che lo aveva contattato convinta di essere vittima del malocchio. Irrilevante il fatto che i presunti riti magici siano stati effettivamente compiuti.

Cartella nulla se viene indicato solo il direttore dell'ufficio e non il responsabile del procedimento.

Papiro (M5S): “2800 tecnici assunti al Sud, un valido aiuto anche per le amministrazioni del messinese”.

Tra 100 giorni a partire da oggi, le amministrazioni del meridione avranno finalmente tecnici a disposizione per spendere al meglio i fondi del Recovery Plan e non solo.

A darne notizia è la deputata Antonella Papiro (m5s) – “Si tratta di 2800 professionisti di cui 497 per la Sicilia, assunti con contratto a tempo determinato, che daranno una boccata d'ossigeno ai comuni che troppo spesso non riescono a spendere i fondi stanziati dal governo nazionale per mancanza di progettisti, dovuti al blocco turnover, alla riduzione dei dipendenti pubblici e all'aumento dell'età media.

Siamo felici che finalmente si potrà portare a termine un grande impegno preso dal m5s, un intervento finanziato nella scorsa legge di bilancio 2018, che oggi diventa concreto assumendo migliaia di giovani laureati aventi i seguenti profili:

Tecnico ingegneristico - Esperti gestione, rendicontazione e controllo - Progettista, animatore territoriale e innovazione sociale - Amministrativo giuridico  -Process data analyst.

La domanda di partecipazione dovrà essere presentata in modo digitale accreditandosi con #SPID e utilizzando la piattaforma #StepOne2019, il concorso sarà per titolo ed esami con procedure semplificate e digitalizzate>>.

 

RESPONSABILITA' CIVILE
Si al risarcimento per la morte della zia anche se non convivente

PER LA PRIMAVERA CHE RITARDA LA NUOVA DEDICA A TUTTI GLI EOLIANI ED AGLI AMANTI DELLE ISOLE SPARSI NEL MONDO

MILVA "SONO NATA IL 21 A PRIMAVERA..."

https://youtu.be/qzO7FviRWgU

 

Arretrato fiscale in Cassazione, la ricetta della sezione tributaria: in tre anni giù di due terzi La sezione Tributaria traccia le linee-guida per abbattere le 54mila pendenze: rottamazione delle cause datate e aumento dell'organico da 40 a 60 consiglieri

Addio multa e taglio punti perché non si legge la targa dell'auto e la foto velox non va ingrandita

Targhe prova, in alto mare la soluzione per i mezzi targati

Non è ancora risolto il problema dell'uso delle targhe prova anche su veicoli targati, dopo che la Cassazione ha ritenuto che sia utilizzabile esclusivamente sui mezzi non ancora immatricolati. Certo, questa è solo un'interpretazione e nella prassi

 

La ex moglie laureata disdegna i lavori manuali? Il marito può tagliare il mantenimento

Bacchettata la Corte d'Appello per aver affermato che una laureata, abituata ad un alto tenore di vita, non può essere «condannata al banco di mescita o al badantato».

Affermazioni che tolgono dignità ai lavori manuali e all'assistenza alla persona

L'azienda sanitaria paga per la signora che cade sul marciapiede sconnesso del Pronto soccorso

La Corte di cassazione (sentenza 4035) accoglie dunque il ricorso della donna, che aveva perso i precedenti gradi di giudizio, ed era stata condannata a pagare anche le spese, malgrado la rovinosa caduta, su una mattonella del tutto infossata.

La Suprema corte non condivide il ragionamento dei giudici di merito, secondo i quali un pedone è tenuto non solo ad un comportamento normale ma diligente secondo la comune esperienza. 

La Cassazione chiede alla donna molto meno.

 

Covid-19, no al Daspo per il tifoso che viola le norme anti-assembramento

La Corte di cassazione (sentenza 6171) accoglie il ricorso del sostenitore dei neroazzurri - già destinatario del divieto di accesso ai luoghi di transito dei giocatori - al quale era stato imposto, per cinque anni, l'obbligo di presentarsi... Per la Cassazione i cori oltraggiosi e discriminatori dedicati alla squadra partenopea, non potevano essere considerati "violenti", requisito necessario per il Daspo, visto che erano assenti i tifosi del Napoli e non c'era...

 

Niente assegno ai figli che non trovano mai l'occupazione ideale

Lo puntualizza la Corte di cassazione con ordinanza n. 29779 del 29 dicembre 2020 (relatore Meloni). 

Del resto, già con l'ordinanza 17183/2020, la Suprema Corte aveva chiarito che la prole adulta conserva il diritto al mantenimento solamente se, una volta ultimato il prescelto percorso formativo scolastico dia prova – l'onere, quindi, è a suo carico – di un effettivo impegno a trovare un'occupazione «in base alle opportunità reali offerte dal mercato del lavoro,...

 

Alberi secolari in condominio: taglio ammesso solo per motivi seri e all'unanimità

Gli alberi ad alto fusto, anche se inseriti in giardini condominiali, sono beni propri di tutti i cittadini e i danni conseguenti al loro taglio sono irreversibili non solo per i condòmini, ma più in generale per la collettività

 

Cassazione: è violenza privata costringere l'ex a salire in macchina-

Per gli Ermellini integra il reato di violenza privata e non il sequestro di persona costringere la ex a salire in macchina per sostenere una conversazione non voluta

Foto d'epoca e lettere del padre, provano la paternità di una bambina del '47
Una lunga storia d'amore durata fino alla morte dell'uomo nel '55. Solo l'impossibilità di divorziare negli anni 40 ha impedito al padre naturale di vivere con la nuova famiglia.

No al licenziamento del disabile che prende la 104 a ridosso delle feste per svagarsi e viaggiare
l beneficio non è legato necessariamente ad esigenze di cura, ma è finalizzato al benessere psico-fisico del lavoratore con handicap e a favorire il suo inserimento sociale e familiare

 

Lo spessore del cappotto termico va calcolato ai fini del rispetto delle distanze?

Il cappotto termico non è un volume tecnico secondo la Cassazione. La problematica del rispetto delle distanze dopo la realizzazione della coibentazione dell'edificio.

Il Supremo Collegio ritiene pertanto che la distanza tra edifici va calcolata dal Cappotto termico. 

 

Reato per l'allevatore che lascia i maiali liberi perché non può sfamarli a causa della crisi Covid

Violazione del provvedimento del sindaco per l'allevatore che non potendo alimentare gli animali sia per la crisi economica sia per il divieto di spostarsi li lascia liberi

Cassazione penale 15 gennaio 2021

 

Nulla la multa per un abuso edilizio di 40 anni fa

La sanzione pecuniaria e l'ordinanza di demolizione, per un abuso edilizio degli anni 70, arrivano dopo quarant'anni ma sono nulle. Il Tar della Sardegna, accogliendo il ricorso, ha annullato i provvedimenti dell'amministrazione comunale che disponeva la demolizione di una parte del fabbricato abusivo e sanzionava il proprietario dell'immobile per 30 mila euro circa. Il procedimento, arrivato a sentenza l'11 aprile 2018, riguarda un fatto avvenuto Villacidro nel Medio Campidano. E' il 1975 quando il proprietario di un immobile ottiene la concessione edilizia per eseguire delle opere in un suo edificio. Nel 1981 presenta domanda per ottenere l'agibilità. Nel 1982 l'ufficio tecnico del Comune di Villacidro certifica l'abitabilità dopo un sopralluogo “senza rilevare profili di criticità”.

Nell'aprile del 2010, in seguito a un esposto di un terzo, viene eseguito un nuovo sopralluogo da cui emergono alcune difformità rispetto alla concessione edilizia del 1975. Ossia, “al primo piano dell'immobile - nel quale si trovano due piccoli appartamenti attualmente occupati dai figli del ricorrente (si legge nella sentenza) -sarebbe più grande di 68.05 metri quadri rispetto al progetto assentito”. Inoltre “nel giardino di casa il ricorrente avrebbe realizzato due vani adibiti rispettivamente a bagno e a lavanderia per una superficie complessiva di di 9, 18 metri quadri per i quali non risulta sia stata rilasciata concessione edilizia”.


Quindi la decisione del Comune che “dopo aver accertato che la maggiore superficie del primo piano non potrebbe essere demolita senza pregiudicare la staticità della parte realizzata legittimamente, ha dunque comminato al ricorrente la sanzione pecuniaria sostitutiva della demolizione prevista dall'articolo 7 della legge regionale n. 23/1985 determinandola in euro 30.380,24. Quanto al bagnetto e alla lavanderia del cortile, invece, è stata invece emessa un'ordinanza di demolizione”.

Nel 2011 il ricorso al Tar. Tre i motivi per i quali il ricorrente ha chiesto l'annullamento dei dispositivi. Un primo motivo riguarda “eccesso di potere (manifesta ingiustizia; carenza di motivazione in ordine all'interesse pubblico perseguito e violazione del principio dell'affidamento, carenza di istruttoria per mancata ponderazione degli interessi pubblici e privati coinvolti nel procedimento); violazione di legge (art. 3, legge 241/1990 e articolo 97 della Costituzione): in quanto, anche in ragione del lungo periodo di tempo trascorso dalla realizzazione delle opere in contestazione (35 anni), e tenuto conto che fin dal il 16 marzo 1982 era stata presentata al Comune nell'attuale configurazione dell'immobile, la richiesta di abitabilità senza ricevere alcuna osservazione in ordine ad eventuali abusi, mancherebbe un interesse pubblico concreto ed attuale alla loro adozione”.

Inoltre, come seconda motivazione c'è “eccesso di potere per errore nei presupposti: in quanto non sarebbe stata realizzata alcuna un opera difforme rispetto al progetto approvato anche se visto il lunghissimo lasso di tempo ormai trascorso il ricorrente si troverebbe nell'impossibilità di provarlo, non avendo rinvenuto le tavole progettuali allegate alla concessione edilizia”. Infine : “Prescrizione del diritto a percepire l'importo oggetto della sanzione pecuniaria: in quanto il Comune fin dal 1982 avrebbe avuto a disposizione la documentazione attestante le attuali caratteristiche dal fabbricato e fin da allora avrebbe dovuto perseguire l'eventuale illecito attraverso l'applicazione della sanzione pecuniaria che, per contro, oggi sarebbe prescritta”.

Per il Tar il Comune, “al più tardi dal 16 marzo 1982 disponeva di tutti gli elementi utili all'esercizio del suo potere di vigilanza urbanistica. L'averlo esercitato solo con l'invio della comunicazione di avvio del procedimento del 18 maggio 2010 non può non comportare per l'ufficio comunale, in presenza di un indubbio affidamento suscitato nel ricorrente circa il consolidamento di una situazione di fatto conclamata e computata in sede di pagamento dei correlativi oneri tributari, un onere motivazionale puntuale in ordine alle ragioni di pubblico interesse specifico, ulteriore al mero ripristino della legalità, che giustificavano l'adozione del provvedimento repressivo dell'abuso. E ciò anche tenuto conto dell'orientamento diffuso in giurisprudenza secondo cui il rilascio del certificato di agibilità, tutt'ora efficace, lungi dall'essere subordinato all'accertamento dei soli requisiti igienico-sanitari, presuppone altresì la conformità dell'opera.

 

Troppe pause caffè? È truffa continuata ma il reato è impunito se il danno alla Pa è lieve
Particolare tenuità del fatto applicabile anche al reato continuato, se il pregiudizio, da calcolare in base allo stipendio, non è rilevante e manca una propensione al crimine da parte degli amanti del break al bar

di Patrizia Maciocchi

Lo stipendio basso evita agli impiegati della pubblica amministrazione, habituè della pausa caffè al bar, di essere puniti per truffa continuata. A far scattare, malgrado la continuità, la possibilità di applicare la norma sulla particolare tenuità del fatto (articolo 131-bis del Codice penale) il danno lieve provocato e la scarsa propensione al crimine. Nel caso esaminato il reato era prescritto, ma la Cassazione analizza comunque la condotta prendendo le distanze dalla decisione della Corte d’appello che aveva condannato per truffa continuata alcuni impiegati di una prefettura.

Le violazioni ripetute

Ai patiti del coffee break in un bar di fronte al luogo di lavoro, era stata contestata un’assenza di circa 16 ore per un totale di circa 140 euro, calcolati in base alla retribuzione degli impiegati che uscivano senza passare il badge. Per la Suprema corte la sentenza della Corte d’Appello era contraddittoria per più ragioni: gli episodi erano stati contestati come singoli fatti di reato però era stata affermata la continuazione. In più era stata negata la particolare tenuità del fatto perché le condotte, in quanto reiterate, potevano essere definite abituali. Circostanza questa che, ad avviso dei giudici territoriali, avrebbe impedito di riconoscere la non punibilità.

L’apprezzabilità del danno

Per quanto riguarda l’apprezzabilità del danno, da tarare sullo stipendio, la Suprema corte ricorda che la truffa si doveva ritenere consumata al momento della percezione della retribuzione, quindi gli episodi andavano spalmati su più mensilità. Sbagliato anche il presupposto in base al quale era stato negato il beneficio previsto dall’articolo 131-bis. Secondo la giurisprudenza della Suprema corte più recente, infatti, la continuità tra i reati non rappresenta più, in astratto, un ostacolo insormontabile. Il giudice deve valutare se la condotta sia la manifestazione di una situazione episodica, se la lesione dell’interesse tutelato è minimale, oltre alla gravità del reato e alla capacità delinquenziale di chi lo commette. Considerazioni che giocano a favore dei ricorrenti, la cui ammissibilità del ricorso consente di affermare anche la prescrizione del reato. Anche nella sua complessità il danno era tenue, malgrado il Pm avesse fissato la soglia massima di “tolleranza” in 50 euro, e certo la caratura criminale dei patiti della moka non era un elemento che li qualificava.

 

Esenzione Ici abitazione principale
Per beneficiare dell'agevolazione prima casa il nucleo familiare deve risiedere e dimorare nella stessa casa.

La moglie quindi non può beneficiare dell'agevolazione se il marito risiede e abita in una casa diversa. Questa la decisione contenuta nell'ordinanza n. 28534/2020 della Cassazione, che sbroglia la vicenda-

A una contribuente viene notificato un avviso di accertamento relativo all'I.c.i del 2010. La donna si rivolge quindi alla C.T.P, che accoglie il ricorso. La s.r.l incaricata della riscossione dei tributi per conto del Comune ricorre quindi alla CTR, che però respinge l'impugnazione.

Settore idrico: governo Musumeci prepara ddl di riforma

Un'Autorità idrica unica in tutta la Sicilia al posto dei nove attuali Ambiti territoriali provinciali. E' questo uno degli obiettivi del disegno di legge al quale sta lavorando il governo Musumeci per riformare il settore. L'annuncio è stato fatto nel corso di una riunione operativa convocata a Palazzo Orleans dal presidente della Regione Nello Musumeci. Attorno allo stesso tavolo – insieme all'assessore all'Ambiente Toto Cordaro, al dirigente generale del dipartimento Acqua e rifiuti Calogero Foti, all'avvocato generale dell'Ufficio legislativo Giovanni Bologna e ai dirigenti generali dei dipartimenti Acqua e rifiuti e dell'Autorità di bacino Franco Greco – i nove presidenti delle Assemblee territoriali degli Ati e i 5 commissari di Agrigento, Messina, Ragusa, Siracusa e Trapani.

«Il caos nel settore idrico – sottolinea il presidente della Regione – non è più tollerabile e dimostra che la normativa vigente non è più adeguata. Dobbiamo tutelare gli interessi del cittadino onesto che paga l'acqua, la riqualificazione della rete distributiva e la omogeneità delle tariffe.

La bozza del disegno di legge verrà inviata agli Ati e ci confronteremo anche con l'Anci Sicilia. L'obiettivo è quello di arrivare possibilmente a un testo condiviso a metà gennaio per avviare il relativo iter all'Assemblea regionale».

Il nuovo sistema, comunque, sarà in stretta continuità con il passato.

 

PUBBLICA SICUREZZA
Costituisce (ancora) reato l'omessa comunicazione da parte dell'albergatore delle generalità dei clienti all'autorità competente

Nonostante l’abrogazione della l. n. 135/2001, l’art. 109 deve ritenersi ancora vigente, costituendo, dunque, reato la condotta di omessa comunicazione delle generalità dei clienti all’autorità di pubblica sicurezza da parte del preposto alla conduzione di un albergo.
(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 35573/20; depositata l'11 dicembre)

‘Volume insufficiente’: l’alcoltest inchioda comunque l’automobilista

di Attilio Ievolella
Il dettaglio richiamato dalla difesa non è sufficiente per mettere in discussione il funzionamento dell’apparecchio e la validità del controllo a cui è stata sottoposta la persona alla guida.

(Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza n. 35059/20; depositata il 10 dicembre)

 

Non è razzismo dire sul treno che gli extracomunitari sono asociali che vivono di sussidi

La Suprema corte blocca la consegna alla Germania del cittadino tedesco condannato nel suo paese per istigazione all’odio razziale: manca l’elemento della propaganda

 

Abuso d'ufficio per il sindaco che scioglie la seduta per non discutere la mozione contro di lui

La Cassazione (sentenza 32174 del 19 novembre 2020) respinge il ricorso del sindaco e conferma la condanna a un anno e otto mesi di reclusione.

Cassazione: riconosciuta la riduzione della TARI se si prova la mancata effettuazione del servizio

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 19767 2020 prende in esame un giudizio avente ad oggetto l’impugnazione dell’avviso di pagamento con cui un Comune aveva richiesto il versamento della TARI per il quale la CTP aveva accolto parzialmente il ricorso, ritenendo l’imposta dovuta nella misura ridotta del 15%, tenuto conto della mancata effettuazione del servizio di raccolta di rifiuti nell’area in cui operava l’azienda.
La decisione viene ribaltata in appello e il soggetto contribuente si è rivolto alla Cassazione per riaffermare le proprie ragioni a base della riduzione dell’imposta.
La Corte suprema afferma che è ormai consolidato un orientamento interpretativo costante secondo la tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, è dovuta indipendentemente dal fatto che l’utente utilizzi il servizio, salva l’autorizzazione dell’ente impositore allo smaltimento dei rifiuti secondo altre modalità, purché il servizio sia istituito e sussista la possibilità della utilizzazione, ma ciò non significa che, per ogni esercizio di imposizione annuale, la tassa è dovuta solo se il servizio sia stato esercitato dall’ente impositore in modo regolare così da consentire al singolo utente di usufruirne pienamente.

Dunque, la tassa è dovuta indipendentemente dal fatto che l’utente utilizzi il servizio di smaltimento dei rifiuti, in quanto la ragione istitutiva del relativo prelievo sta nel porre le amministrazioni locali nelle condizioni di soddisfare interessi generali della collettività, piuttosto che nel fornire, secondo una logica commutativa, prestazioni riferibili a singoli utenti, e che pertanto l’omesso svolgimento, da parte del Comune, del servizio di raccolta – sebbene istituito ed attivato – nella zona ove è ubicato l’immobile a disposizione dell’utente comporta non già l’esenzione dalla tassa, bensì la conseguenza che il tributo è dovuto ma in misura ridotta.
Precisano i giudici che i criteri di ripartizione del servizio di smaltimento dei rifiuti, infatti, non sono collegati al concreto utilizzo, bensì ad una fruizione potenziale desunta da indici meramente presuntivi, quali l’occupazione e detenzione di locali ed aree, che tengono conto della quantità e qualità che, ordinariamente, in essi possono essere prodotti, il legislatore, tuttavia, ha ritenuto di temperare la rigidità di tale criterio impositivo introducendo ipotesi di esclusione e di riduzione, riduzioni che a loro volta si distinguono in obbligatorie, i cui presupposti sono già fissati dalla legge, e facoltative, spettanti solo se previste dal regolamento comunale e secondo le modalità ivi determinate.

La disciplina delle riduzioni TARI è disciplinata dai commi 656 e 657 dell’art. 1 della legge 147/2013 che costituiscono una migliore specificazione delle riduzioni di tariffa già previste per la TARSU dall’art. 59 del d.lgs. n. 507 del 1993, rispettivamente ai commi sesto e quarto.
Ai sensi del citato comma 656: “La TARI è dovuta nella misura massima del 20 per cento della tariffa, in caso di mancato svolgimento del servizio di gestione dei rifiuti, ovvero di effettuazione dello stesso in grave violazione della disciplina di riferimento, nonché di interruzione del servizio per motivi sindacali o per imprevedibili impedimenti organizzativi che abbiano determinato una situazione riconosciuta dall’autorità sanitaria di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente.”

Ai sensi del successivo comma 657: “Nelle zone in cui non è effettuata la raccolta, la TARI è dovuta in misura non superiore al 40 per cento della tariffa da determinare, anche in maniera graduale, in relazione alla distanza dal più vicino punto di raccolta rientrante nella zona perimetrata o di fatto servita.”
In entrambi i casi siamo in presenza di riduzioni cd. tecniche, chiamate a regolare situazioni in cui si realizza una contrazione del servizio, e quindi dei costi per il suo espletamento, per motivi oggettivi ed a favore di una pluralità indistinta e generalizzata di utenti, i cui presupposti operativi sono dettagliatamente disciplinati dalla legge.

Va dunque estesa alla TARI l’interpretazione già offerta dalla giurisprudenza di legittimità in tema di riduzioni TARSU, secondo cui «Il diritto alla riduzione presuppone l’accertamento specifico (mirato sul periodo, sulla zona di ubicazione dell’immobile sulla tipologia dei rifiuti conferiti e, in generale, su ogni altro elemento utile a verificare la ricorrenza in concreto della richiesta riduzione) della effettiva erogazione del servizio di raccolta rifiuti in grave difformità dalle previsioni legislative e regolamentari, il cui onere probatorio grava sul contribuente che invoca la riduzione, il quale deve dimostrare il presupposto della riduzione della Tarsu ai sensi del d.lgs. n. 507 del 1993, art. 59, comma 4; che consiste nel fatto obiettivo che il ‘ servizio di raccolta, istituito ed attivato: – non sia svolto nella zona di residenza o di dimora nell’immobile a disposizione o di esercizio dell’attività dell’utente; – ovvero, vi sia svolto in grave violazione delle prescrizioni del regolamento del servizio di nettezza urbana, relative alle distanze e capacità dei contenitori ed alla frequenza della raccolta, in modo che l’utente possa usufruire agevolmente del servizio stesso…..»

In materia di riduzioni TARI rilevano i commi 656 e 657 dell’art. 1 della legge citata, che costituiscono una migliore specificazione delle riduzioni di tariffa già previste per la TARSU dall’art. 59 del d.lgs. n. 507 del 1993, rispettivamente ai commi sesto e quarto.
Ai sensi del citato comma 656: “La TARI è dovuta nella misura massima del 20 per cento della tariffa, in caso di mancato svolgimento del servizio di gestione dei rifiuti, ovvero di effettuazione dello stesso in grave violazione della disciplina di riferimento, nonché di interruzione del servizio per motivi sindacali o per imprevedibili impedimenti organizzativi che abbiano determinato una situazione riconosciuta dall’autorità sanitaria di danno o pericolo di danno alle persone o all’ambiente.”

Ai sensi del successivo comma 657: “Nelle zone in cui non è effettuata la raccolta, la TARI è dovuta in misura non superiore al 40 per cento della tariffa da determinare, anche in maniera graduale, in relazione alla distanza dal più vicino punto di raccolta rientrante nella zona perimetrata o di fatto servita.”
La riduzione tariffaria, si precisa nell’ordinanza, non opera quale risarcimento del danno da mancata raccolta dei rifiuti, né quale sanzione per l’amministrazione comunale inadempiente, bensì al diverso fine di temperare l’imposizione, entro la percentuale massima già individuata dalla norma, equilibrando l’ammontare della tassa comunque pretendibile, che nella misura ordinaria tiene conto dei costi generali del servizio completo svolto nell’area municipale, con i costi che il cittadino è tenuto presumibilmente a sostenere per far fronte alla mancata raccolta, laddove il Comune non assicuri in un ambito territoriale della zona perimetrata l’intero ciclo di smaltimento, ma lo garantisca solo in parte.

In conclusione, in mancanza di esplicite indicazioni del regolamento comunale, sarà compito del giudice di merito, incombendo comunque sul contribuente l’onere di allegare, dedurre e provare la sussistenza dei presupposti per beneficiare di una maggiore riduzione, graduare ulteriormente la percentuale di riduzione applicabile, tenendo conto di circostanze di fatto quali l’ubicazione dei locali o aree oggetto di tassazione all’interno della zona e la loro distanza dal più vicino punto di raccolta; in assenza di una richiesta specifica in tal senso o di una prova specifica dei presupposti per applicare la ulteriore graduazione, resta fermo che la riduzione dovrà essere applicata nella misura prevista dalla norma, e che quindi la TARI sarà dovuta in misura pari al 40% della tariffa intera applicabile.(SF)

 

Il datore può far seguire il dipendente dall’investigatore privato per verificare se la malattia è vera
Respinto il ricorso di un uomo assentatosi con certificazione del pronto soccorso e poi sorpreso a fare shopping

Il datore può far seguire da un investigatore privato il dipendente che si mette in malattia con tanto di certificato per accertare se la malattia è vera.

La linea dura arriva dalla Cassazione che, con l’ordinanza n. 11697 del 17 giugno 2020, ha respinto il ricorso di un operaio che si era assentato per una lombosciatalgia con tanto di certificato del pronto soccorso.

Peccato che poi era stato sorpreso a fare shopping con il figlioletto sulle spalle.

Per gli Ermellini, è legittimo servirsi delle agenzie investigative per verificare l'esatto adempimento delle obbligazioni facenti capo al dipendente con riguardo a comportamenti tenuti al di fuori dell'ambito lavorativo disciplinarmente rilevanti.

Infatti, aggiunge il Collegio di legittimità, non si verte in ipotesi di controllo datoriale circa l'esecuzione della prestazione ma, invece, di verifica e controllo di un comportamento extralavorativo illecito, fondata sul sospetto del mancato svolgimento illegittimo dell'attività lavorativa per l'insussistenza della incapacità lavorativa nel caso di specie invece presente.

Insomma, in casi quali quello di specie nei quali il datore di lavoro sia indotto a sospettare che il mancato svolgimento dell'attività lavorativa sia riconducibile alla perpetrazione di un illecito anche il solo sospetto o la mera ipotesi che un illecito sia in corso di esecuzione giustifica l'espletamento del controllo, né rileva la circostanza che si trattasse di infortunio sul lavoro e non di assenza per malattia e, quindi, non fosse richiesta reperibilità ed esperibile visita fiscale.

Infatti, le disposizioni dell'art. 5 della legge 20 maggio 1970, n. 300, in materia di divieto di accertamenti da parte del datore di lavoro sulle infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e sulla facoltà dello stesso datore di lavoro di effettuare il controllo delle assenze per infermità solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, non precludono al datore medesimo di procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l'insussistenza della malattia o la non idoneità di quest'ultima a determinare uno stato d'incapacità lavorativa e, quindi, a giustificare l'assenza.

Nel caso sottoposto all’esame della Corte, gli accertamenti espletati non avevano una finalità di tipo sanitario, sicuramente preclusa, mirando, piuttosto, esclusivamente ad una verifica della non riscontrabilità della malattia o la idoneità di essa a giustificare uno stato di incapacità lavorativa rilevante

 

Spetta alla banca provare che il bancomat è stato usato dal titolare
Accolto il ricorso del cliente che si era visto azzerare il conto in due giorni da due malfattori

La banca deve risarcire il cliente che si vede il conto azzerato da prelievi illeciti. Spetta infatti all’istituto di credito dimostrare che a usare la carta è stato il legittimo proprietario.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 9721 del 26 maggio 2020, ha accolto il ricorso del cliente della banca che si era visto azzerare il conto, con oltre 23 mila euro, da due malfattori.

Gli Ermellini hanno precisato che «in tema di responsabilità della banca in caso di operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, anche al fine di garantire la fiducia degli utenti nella sicurezza del sistema (il che rappresenta interesse degli stessi operatori), è del tutto ragionevole ricondurre nell'area del rischio professionale del prestatore dei servizi di pagamento, prevedibile ed evitabile con appropriate misure destinate a verificare la riconducibilità delle operazioni alla volontà del cliente, la possibilità di una utilizzazione dei codici di accesso al sistema da parte dei terzi, non attribuibile al dolo del titolare o a comportamenti talmente incauti da non poter essere fronteggiati in anticipo. Ne consegue che, anche prima dell'entrata in vigore del d.lgs. n. 11 del 2010, attuativo della direttiva n. 2007/64/CE relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, la banca, cui e richiesta una diligenza di natura tecnica, da valutarsi con il parametro dell'accorto banchiere, è tenuta a fornire la prova della riconducibilità dell'operazione al cliente».

In poche parole, la banca deve fornire la prova della riconducibilita dell'operazione al cliente. Ma non solo: la terza sezione civile, spiegando che il rapporto fra banca e cliente è di natura contrattuale, ha quindi messo nero su bianco che a responsabilità della banca per operazioni effettuate a mezzo di strumenti elettronici, con particolare riguardo alla verifica della loro riconducibilita alla volontà del cliente mediante il controllo dell'utilizzazione illecita dei relativi codici da parte di terzi, ha natura contrattuale e, quindi, va esclusa se ricorre una situazione di colpa grave dell’utente, configurabile nel caso di protratta mancata attivazione di una qualsiasi forma di controllo degli estratti conto.

---L'invalido munito di contrassegno,può entrare nelle zone Ztl, senza alcuna preventiva autorizzazione della Polizia Municipale. Lo ha sancito la Suprema Corte di Cassazione con sentenza n.719/2008 e ordinanza 7630/19 che ha annullato la compensazione delle spese a danno dell'automobilista. La Corte di Cassazione inoltre ha confermato con la sentenza n.2310/17 i superiori orientamenti. Al Comune non è rimasto che pagare le spese del giudizio.

Multato il lavoratore assente alla visita fiscale anche se ha il figlio all'ospedale. Cassazione sezione lavore,ordinanza n.24492/19

Subordinato e non autonomo. E' un vero e proprio dipendente e non un mero collaboratore il professionista che esegue la sua prestazione nell'ambito di un servizio e secondo orari prestabiliti dai dirigenti dell'azienda svolgendo le stesse mansioni dei colleghi strutturati a tempo indeterminato. Cassazione 2019  

Niente assoluzione per la speciale tenuità del fatto al Notaio anche se evade il fisco per poche migliai di euro. Ciò in quanto il Notaio riveste la figura di Pubblico Ufficiale. Per tale motivo la Corte di Cassazione ha respinto il gravame del prfessionosta con la sentenza n.38744 del 20 settembre 2019

---Il gallo Maurice vince in tribunale: potrà cantare all'Alba

E’ una vittoria schiacciante quella portata a casa dalla proprietaria di un gallo di nome Maurice, grazie alla sentenza della cassazione potrà continuare a salutare l’alba ogni mattina con il suo canto.

Isola di Oléron, la corte del magistrato di Rochefort, nella Charente-Maritime, ha respinto la denuncia dei vicini che accusavano il gallo di svegliarsi troppo presto.

Una lite di quartiere che è diventata il simbolo delle tensioni tra la popolazione locale e i nuovi arrivati ​​nelle campagne.

Corinne Fesseau, proprietaria di Maurice, ha festeggiato la sua vittoria in tribunale con il suo amato gallo in braccio asserendo :”Li abbiamo spennati !!”

Ed è effettivamente il caso di dirlo dato che il tribunale ha deciso che i vicini della donna dovranno continuare a sentire ogni mattina il canto del gallo e sono stati inoltre condannati a risarcire la donna con una somma di 1000 euro come risarcimento danni, e dovranno anche sostenere le spese legali sostenute per il processo.

Sembra infatti che per constatare l’effettivo disagio creato dal gallo un ufficiale giudiziario si sia recato per 3 notti consecutive nei pressi dell’abitazione per verificare il reale disagio che ha detta dei vicini veniva a crearsi ogni mattina verso le 4.

Ma l’orario denunciato dai vicini non è risultato veritiero sembra infatti che il gallo non inizi a cantare alle 4 della mattina ma che canti “in modo intermittente” solo tra le 06:30 e le 07:00, a un volume “appena percettibile quindi non molto intenso” se si tiene la finestra chiusa.

In breve, i vicini, una coppia di agricoltori in pensione dell’Alta Vienne la cui casa di Oléron è la residenza per le vacanze estive, non hanno dimostrato la prova di un disagio effettivo, e secondo il giudice hanno persino “agito in modo abusivo” nel presentare una denuncia, soprattutto perché “non hanno davvero vagliato la possibilità di una soluzione amichevole”, ha dichiarato la corte.

Corinne Fesseau ha affermato:“Questa è una vittoria per tutte le persone nella mia stessa situazione . Spero che questo crei un precedente per loro”.

Meglio mantenerle, le promesse elettorali, a meno che non si voglia finire sbeffeggiati sui manifesti affissi dagli avversari politici che sono legittimati a dare del falso e del bugiardo a chi, dopo essere stato eletto, fa dietrofront sugli impegni presi davanti ai cittadini. La Cassazione ha infatti riconosciuto il diritto di critica politica a un gruppo di consiglieri comunali dell’opposizione che avevano affisso lungo le vie cittadine di un centro del messinese, Furci Siculo, dei manifesti nei quali l’ex sindaco Bruno Antonio Parisi veniva definito «falso, bugiardo, ipocrita, malvagio» per aver deliberato l’erogazione dell’indennità di funzione «così tradendo le promesse elettorali».

In primo grado, il Tribunale di Messina nel marzo 2014 aveva escluso l’esimente del diritto di critica politica, «viste le connotazioni personali delle ingiurie contenute nel testo dei manifesti» e aveva condannato i consiglieri di opposizione Sebastiano Foti, Carmelo Andronico, Beniamino Lo Giudice, Alessandro Niosi, Saverio Palato e Agatino Vinci. Su ricorso degli imputati, la Corte di Appello di Messina nel marzo 2016 li aveva invece assolti. Ora la Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato dall’ex sindaco Parisi per ottenere il risarcimento dei danni da diffamazione.

Ad avviso degli “ermellini”, il verdetto di assoluzione è corretto perchè è partito «dal presupposto incontestabile della offensività delle espressioni usate per riconoscere che gli epiteti rivolti alla parte offesa presentavano una stretta attinenza alle vicende che avevano visto l’opposizione contrapporsi al sindaco in merito alla erogazione di funzione, a cui il primo cittadino aveva dichiarato di voler rinunciare in campagna elettorale». «In questo ambito, gli epiteti `falso, bugiardo, ipocrita´ si ricollegano, secondo la Corte territoriale - prosegue la Cassazione - al mancato adempimento delle promesse elettorali nonchè all’avere omesso di dichiarare pubblicamente il proprio ripensamento sul tema dell’indennità di funzione e, quanto all’aggettivo `malvagio´, ad azioni giudiziarie, asseritamente infondate, che egli aveva promosso contro gli avversari politici». Per la Suprema Corte, - sentenza 317 depositata oggi - «è apparso quindi chiaro ai giudici di merito che l’attacco al Parisi riguardava specificamente le scelte politiche ed amministrative sue e della sua maggioranza e, del tutto correttamente, si è escluso che sia trasmodato in un attacco alla dignità morale e intellettuale della persona offesa» come invece ha tentato di sostenere l’ex primo cittadino di Furci Siculo. "lastampa.it)

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n.12662 del 13 maggio 2019, ha sancito il principio che rientra nella facoltà della pubblica amministrazione di sospendere il procedimento disciplinare, in attesa dell’esito del giudizio penale, per poi licenziare in tronco il dipendente accusato dell’illecito.

Anche l’ente pubblico risponde del danno cagionato al privato dal reato compiuto dal dipendente pubblico. E ciò anche se la condotta del agente ha una finalità soltanto personale se non egoistica, come appropriarsi del denaro del privato cui il funzionario ha accesso per lavoro. Sessioni unite civili della Cassazione, sentenza 13000246 del 16 maggio 2019.

La difesa in giudizio batte la privacy. E' legitimo registrare di nascosto le conversazioni tra i colleghi per precostituirsi un mezzo di prova contro il datore di lavoro in una causa futura o imminente. Anzi costituisce l'esercizio di un diritto, a patto che i dialoghi siano pertinenti alla tesi da sostenere in giudizio e il mezzo utilizzato non ecceda le finalità. Sentenza Cassazione n.12534 del 10 maggio 2019 sezione lavoro. Avanti con le registrazioni...

 

Stop della revisione massiva dei classamenti degli immobili di proprietà. Dopo la Sentenza della Corte Costituzionale n. 249 del 2017, il provvedimento del fisco dev'essere specifico e puntuale e non può fare riferimento solo al rapporto fra il valore di mercato e quello catastale. Devono essereelencati gli elementi che hanno inciso sulla microzona. Corte di Cassazione orinanza n. 12604 del 10 maggio 2019

Compie reato il commercialista che dopo la revoca del mandato non restituisce la contabilità al cliente per nascondere le sue responsabilità dopo le cartelle esattoriali notificate al contribuente. E ciò perché con il passaggio delle consegne a un nuovo incaricato il collega si accorgerebbe che gli errori del predecessore hanno determinato la grave esposizione dell’assistito nei confronti del fisco. Il delitto ex articolo 646 Cp, infatti, scatta con l’inversione del possesso: risulta dunque sufficiente compiere un atto di dominio sulla cosa, anche se si rassicura il legittimo proprietario di volerla restituire. Sentenza 20231/19, pubblicata il 10 maggio dalla seconda sezione penale della Cassazione.

Dev'essere rinnovato il permesso di soggiorno allo straniero non convivente con il coniuge italiano perchè il requisito della convivenza non è indispensabile,a meno che non si contesti la fittizietà del matrimonio. Cassazione sentenza prima sezione civile del 18 aprile 2019 n.10925.

 Le sentenze discordanti fanno scattare l'incertezza normativa che esonera il contribuente dalle sanzioni fiscali. La Corte di Cassazione in forza di tale principio ha acconto il ricorso proposto da una società che aveva impugnato una decisione sull'ici. In molte occasioni i Supremi giudici hanno escluso l'applicabilità delle sanzioni in caso di veri e propri contrasti giurisprudenziali o circolari ministeriali entrate in vigore troppo tardi o ancora in caso di provvedimenti poco chiari. In questa occasione gli Ermellini si spingono oltre ritenendo che la scriminante possa essere applicata anche in caso di sentenze discordanti. Si apre quindi un altro scenario pro-contribuente. Corte di Cassazione ordinanza n. 11084 del 19 aprile 2019.

La corte di Cassazione con sentenza numero 7044 del 12 marzo 2019 ha ritenuto sussistere il repporto di lavoro subordinato tra il giornalista e l'editore del quotidiano se il professionista si occupa di un settore specifico dalla sua zona di provenienza e sta a disposizione dei redattori. Ottiene l 'nquadramento da collaboratrice fissa la giornalista che ha seqguito per dieci anni cultura e spettacoli per conto del quotidiano dalla provincia con una media di tre quattro pezzi alla settimana.

Il ciclista caduto sulla crepa esistente sull'asfalto dev'essere risarcito. A pagare è l'ente proprietario della strada che come custode dell'infrastruttura non fornisce la prova del caso fortuito, mentre in base all'art 14 del cod. della strada l''emministrazione è tenuta alla manutenzione oltre che alla pulizia della carreggiata.Giudice di pace sentenza n,44/2019.

Ai fini dell'agevolazione IMU l'abitazione principale non è quella acquistata nel luogo dove si lavora ma è la dimora abituale di tutta la famiglia. E'onere del contribuente dimostrare che anche coniuge e figli vivono nella casa. Corte di Cassazione. ordinanza n.6634 del 7 marzo 2019.

La Suprema Corte di Cassazione con ordinanza n.6500 del 6 marzo 2019 ha statuito che gli eredi non sono tenuti a pagare le sanzioni per l'inesatto versamento dell'IMU da parte del De Cuis.
Il superiore Consesso ha accolto il ricorso dei figli del proprietario del terreno edificabile che ha pagato l'imposta come se il terreno fosse edificabile.

Corte Cassazione Sez. 3 del 5 marzo 2019 n.6326.
Il motociclista ha diritto al risarcimento dei danni a seguito della caduta avvenuta di notte sulla strada che lo conduce ogni giorno a casa e dovrebbe sapere che è coperta di ghiaia. La responsabilità da custodia del Comune è oggettiva e,spetta all'amministrazione offrire la prova liberatoria del fortuito, non potendosi rovesciare addosso al danneggiato l'onere di dimostrare l'insussistenza della colpa. non ha nessuna importanza che il centauro ben conosca il luogo dove si è infortunato se il giudice del merito non compie alcuno sforzo per verificare quanto ha fatto l'ente pubblico per rimuovere la sabbia dall'asfalto.

La prima sentenza di merito emessa sulle modifiche al testo unico sulla tutela Inail accende un faro sulle misure introdotte dal bilancio 2019 che riducono i risarcimenti a carico del datore negli incidenti sul lavoro oltre che i premi e contributi Inail a carico delle imprese. Infatti, la Finanziaria 2019 riduce i danni nei confronti del datore di lavoro se aumenta la sicurezza sul cantiere dopo il sinistro.

Con ordinanza n,6174 dell'1 marzo 2019 la Corte di Cassazione ha ritenuto che è legittimo il controllo dell'agenzia investigativa e non violano la privacy del dipendente solo se viene effettuato in luogo pubblico e riguardano fatti estranei alla prestazione lavorativa .La Corte di Cassazione con la predetta ordinanza ha respinto il ricorso di un lavoratore licenziato per giusta causa per essersi ripetutamente allontanato dal posto di lavoro durante l'orario di servizio senza timbrare il badge in uscita e facendo così risultare la regolare presenza in ufficio.

Gli eredi del dipendente vittima dell'amianto hanno diritto al risarcimento del danno nei confronti del datore di lavoro nonostante gli importi erogati o erogabili dall'Inail dopo le modifiche apportate dalla legge di bilancio 2019 al testo unico per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le malattie profesionali.Ciò perche la novella si applica al solo danno differenziale mentre i familiari del lavoratore morto di cancro devono essere ristorati per il danno alla salute da inabilità temporanea terminale, vale a dire voci non indennizzate dall'Istituto Previdenziale. Sentenza tribunale di Trieste n.26 del 25 febbraio 2019, giudice Silvia Burrelli, che costituisce la prima sentenza in materia dopo l'entrata in vigore della legge 145/18.

La Suprema corte di Cassazione, Sezione lavoro, con la sentenza n.6150 del 1° marzo 2019 ha statuito che in forza della legge 104/92 il lavoratore può ottenere il trasferimento alla sede più vicina al familiare disabile anche se non deve prestargli assistenza continua. Il merito deriva dal collegato lavoro che ha eliminato il requisito dell'esclusività: la tutela delle persone svantaggiate,costituisce un valore costituzionale e non si può limitare l'agevolazione alla scelta iniziale della sede di servizio. Motiva la cassazione che, l'esigenza di stare vicino al portatore di handicap può sorgere anche nel corso del rapporto di lavoro. Bocciare la domanda di trasferimento equivarrebbe ad andare contro le sentenze della Consulta. Dev'essere il datore di lavoro a provare che non ci sono posti disponibili nella sede richiesta.

L' imputato assolto a seguito della depenalizzazione del reato, deve pagare le spese del giudizio nonchè il risarcimento dei danni alla parte offesa dal reato.Secondo i giudici Ermellini la revoca delle statuizioni per la sopravvenuta abolitio criminis non può essere equiparata a soccombenza tecnica della persona offesa dal reato. Quinta sezione penale della Corte di Cassazione n.8536 del 27 febbraio 2019.

La morte del paziente appena visitato dalla guardia medica, gli eredi che vogliono il risarcimento danni devono dimostrare che l'omissione del medico è stata "più probabilmente che non la causa del decesso"; spetta poi all'azienda sanitaria provare che la morte sia sopraggiunta per una ragione imprevedibile e inevitabile. Ordinanza della Corte di Cassazione 5487/19 del 26 febbraio 2019 sezione terza.

Assolto perchè il fatto non costituisce reato. E' stato assolto con tale formula l'imprenditore rinviato a giudizio per omesso versamento dell'IVA e delle ritenute d'acconto. Manca l'elemento soggettivo del reato. L'imputato ha fatto di tutto per salvare l'azienda familiare, tentando di rilanciare la rete di vendita con il suo patrimonio in quanto la banca non gli aveva concesso il muto. Così è prevalsa la tesi della difesa che ha pienamente provato che l'imputato non era riuscito ad assolvere il suo debito con il fisco per motivi non dipendenti dalla sua volontà. Così la prima sezione del Tribunale di Milano con sentenza n.9642/18, con sentenza passata in giudicato, giudice monocratico Flaviana Balloi ha assolto l'imputato con formula piena. 

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