DIRETTA_cndcec-fnc-convegno-cassazione-controversie-fiscali--834x470-U20437912486PHH--835x437IlSole24Ore-Web.jpg 

Sganciata la bomba Imu. Storica sentenza condanna a pagare tutti

Non c'è più scampo per quanti vogliano evitare di pagare l'Imu. Il vecchio trucco di dividere e spacchettare la famiglia non serve più. La sentenza n. 20130/2020 della Corte di Cassazione ha, infatti, aperto la strada al recupero dell'Imu arretrata da parte delle varie amministrazioni comunali.

 

Con ricorso iscritto al n. 3775 del 2018, Immobiliare 31 s.r.l. propone appello avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, 27 marzo 2018, n. 809, con la quale è stato respinto il ricorso proposto contro il Comune di Vedano al Lambro, A. M. e M. B. e con l’intervento ad adiuvandum di Keller & Associates s.r.l. per l'annullamento, previa sospensione, con tutti gli atti preordinati, consequenziali e connessi,
della deliberazione del Consiglio comunale di Vedano al Lambro n. (omissis);
in subordine, per l’accertamento e la declaratoria del diritto della società AUS srl a realizzare corpi di fabbrica anche in sopraelevazione ed ampliamento all’esistente a distanza inferiore a dieci metri (fino a 9 metri), del manufatto realizzato dai signori B. e M., come se tale manufatto risultasse irrilevante dal punto di vista urbanistico-edilizio-privatistico.
I fatti di causa possono essere così riassunti.

Con il ricorso in prime cure, Aus s.r.l. ha impugnato il provvedimento indicato in epigrafe, con il quale è stata approvata la deroga alle distanze previste dalla disciplina urbanistica comunale in relazione ad una variante di progetto presentata dalle controinteressate per la realizzazione di un ascensore e di un vano scala all’esterno della sagoma dell’immobile di loro proprietà in applicazione della legislazione sull’eliminazione delle barriere architettoniche.
In seguito a tale approvazione, il progetto si trova a un confine di 9 metri invece che di 10 rispetto alla costruzione della ricorrente.
A sostegno del proprio ricorso l’istante ha dedotto la violazione degli artt. 3, 97 e 117 della Costituzione, della legge n. 241/1990, della legge n. 13/1989, della legge n. 1150/1942, del d.lgs. n. 267/2000, del d.P.R. n. 380/2001, della legge regionale n. 12/2005 e n. 6/1989, oltre che la violazione del PRG di Vedano al Lambro, del principio di tipicità degli atti amministrativi e l’eccesso di potere per sviamento, illogicità, contraddittorietà, contrasto con precedenti manifestazioni di volontà, travisamento di fatto e di diritto, difetto di motivazione, carenza d’istruttoria, ingiustizia manifesta, illegittimità derivata, disparità di trattamento.
Si sono costituiti in giudizio il Comune intimato e le controinteressate, che hanno chiesto la reiezione del ricorso per infondatezza nel merito.

E’ intervenuta in giudizio ad adiuvandum Keller & Associates S.r.l., nella sua qualità di nuova proprietaria dell’immobile che in precedenza era della ricorrente.
Successivamente le parti hanno prodotto memorie a sostegno delle rispettive conclusioni.
All’udienza pubblica del 14 marzo 2018 il ricorso è stato discusso e deciso con la sentenza appellata. In essa, il T.A.R. riteneva infondate le censure proposte, sottolineando la correttezza dell’operato della pubblica amministrazione, in relazione alla natura delle opere realizzate, mirate all’eliminazione di barriere architettoniche.
Contestando le statuizioni del primo giudice, la parte appellante Immobiliare 31 s.r.l. (già Keller & Associates s.r.l. e subacquirente dell’immobile, evidenzia l’errata ricostruzione in fatto e in diritto operata dal giudice di prime cure, riproponendo come motivi di appello le originarie censure, meglio descritte in parte motiva.

Nel giudizio di appello, si sono costituiti il Comune di Vedano al Lambro e A. M., chiedendo di dichiarare inammissibile o, in via gradata, rigettare il ricorso.
All’udienza del 7 giugno 2018, l’esame dell’istanza cautelare veniva rinviato al merito.
Alla pubblica udienza del 6 giugno 2019, la Sezione richiedeva adempimenti istruttori, con ordinanza 18 giugno 2019 n. 4110, disponendo di “acquisire:
a) dal Comune di Vedano al Lambro, una relazione fotografica esplicativa (atteso che la produzione fotografica agli atti risulta indecifrabile) sulle opere realizzate, anche all’interno dell’edificio;
b) dalle parti controinteressate, una relazione tecnica che illustri quali soluzioni alternative sono state considerate e per quali ragioni sono state scartate, allegando idonea documentazione sulle valutazioni allora fatte.”
Alla pubblica udienza del 2 luglio 2020, il ricorso è stato discusso e assunto in decisione. Diritto

1. - L’appello è fondato e merita accoglimento entro i termini di seguito precisati.
2. - La disamina della vicenda deve necessariamente partire dall’esame delle opere realizzate e dalla loro corretta sussunzione all’interno delle categorie giuridiche dell’edilizia.
La questione in esame attiene infatti due diversi manufatti: il primo è un ascensore esterno al perimetro dell’edificio; il secondo è un vano scala, realizzato in sostituzione delle scale originariamente interne e posto parimenti all’esterno della sagoma dell’immobile, contornando il citato ascensore.
Il giudice di prime cure ha considerato i due detti manufatti in maniera unitaria, inquadrandoli entrambi nell’area di applicazione della legislazione sull’eliminazione delle barriere architettoniche, sulla base di una doppia considerazione. In primo luogo, ha ripreso la nozione di barriere architettoniche, contenuta nell'art. 2, lett. A), punti a) e b), d.m. 14 giugno 1989 n. 236, rubricato “Prescrizioni tecniche necessarie a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, ai fini del superamento e della eliminazione delle barriere architettoniche", che le definisce “gli ostacoli fisici che sono fonte di disagio per la mobilità di chiunque ed in particolare di coloro che, per qualsiasi causa, hanno una capacità motoria ridotta o impedita, in forma permanente o

temporanea", ovvero "gli ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di parti, attrezzature e componenti". In secondo luogo, ha affermato che “Appare pertanto evidente che fra tali ostacoli debbono annoverarsi le scale dei palazzi a più piani, non affrontabili in assoluto da soggetti deambulanti con sussidi ortopedici, o comunque fonte di affaticamento - e, dunque, di "disagio" - per chiunque, a causa dell'età o di patologie di varia natura, abbia ridotte capacità di compiere sforzi fisici. Invero, non può ragionevolmente negarsi che l'installazione di ascensori costituisca anche rimozione di barriere architettoniche.”
La detta affermazione, in relazione alla prima delle due opere de qua, appare del tutto condivisibile, proprio per le ragioni espresse (e già scrutinate da questo giudice d’appello, Cons. Stato, VI, 5 marzo 2014, n. 1032) che rimarcano come l’utilizzo di un ascensore, in sostituzione delle scale, elimini gli ostacoli determinati dalle scale.

Meno condivisibile e, anzi, del tutto perplesso, è l’inquadramento, peraltro non motivato, nella stessa categoria concettuale anche delle scale esterne, ossia delle opere che determinano l’attuale contenzioso (atteso che, come evidenzia l’appello – pag. 9 – “è proprio la parte esterna della scala – larga 1,50 metri – a trovarsi illegittimamente ed illecitamente ex DM LL PP 02.04.1968 nella fascia dei 10 metri dalla parete finestrata dell’edificio della società ricorrente”).
A tal proposito, occorre ricordare che la finalità della legge 9 gennaio 1989, n. 13 "Disposizioni per favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati" è quella di permettere, come recita l’art. 2, “le innovazioni da attuare negli edifici privati dirette ad eliminare le barriere architettoniche” e, a questo fine, introduce una serie di agevolazioni ai fini autorizzatori. Pertanto, la norma è teleologicamente diretta ad eliminare le barriere e solo in funzione di tale obiettivo possono avere spazio le dette agevolazioni.

Nel caso in esame, per l’abbattimento della barriera architettonica, ossia la scala interna, si opera in due sensi diversi: per un verso, si realizza il citato ascensore, il che appare compatibile, come sopra detto, con la ratio legis; per altro verso, le scale preesistenti vengono spostate all’esterno dell’edificio, con recupero degli spazi interni e contestuale ampliamento degli spazi abitabili. Questa seconda fase realizzativa appare del tutto ultronea e non collegata con la prima. Infatti, la mera traslazione di una barriera da un luogo fisico ad un altro non concretizza l’eliminazione voluta dalla legge (anche quando questo concetto venga interpretato nel senso ampliativo sopra indicato che permette che la rimozione degli ostacoli avvenga con un’opera aggiunta a quella esistente), per l’evidente ragione che gli ostacoli permangono, seppur diversamente localizzati, perpetuando la situazione avversata dal legislatore.

Conclusivamente, mentre può sicuramente concordarsi col T.A.R. in relazione all’inquadramento tra le opere di cui alla legge 9 gennaio 1989, n. 13 del citato ascensore, deve invece escludersi che la scala esterna qui in scrutinio possa essere considerata opera di abbattimento di barriere architettoniche.
Una volta meglio inquadrata la problematica in esame, appaiono facilmente scrutinabili le doglianze proposte.
3. - Con il primo motivo di diritto, viene lamentato come il T.A.R. Lombardia ha omesso di pronunciarsi sul primo motivo, con cui è stata dedotta l’illegittimità dell’atto impugnato perché la deroga edilizia non può essere concessa in sanatoria.
3.1. - La censura è fondata e va accolta.

Occorre ricordare come il permesso di costruire in deroga di cui all'art. 14, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 sia un istituto di carattere eccezionale rispetto all'ordinario titolo edilizio e rappresenta l'espressione di un potere ampiamente discrezionale che si concretizza in una decisione di natura urbanistica, da cui trova giustificazione la necessità di una previa delibera del Consiglio comunale. In tale procedimento il Consiglio comunale è chiamato ad operare una comparazione tra l'interesse pubblico al rispetto della pianificazione urbanistica e quello del privato ad attuare l'interesse costruttivo e, come ogni altra scelta pianificatoria, la valutazione di interesse pubblico della realizzazione di un intervento in deroga alle previsioni dello strumento urbanistico è espressione dell'ampia discrezionalità tecnica di cui l'amministrazione dispone in materia e dalla quale discende la sua sindacabilità in sede giurisdizionale solo nei ristretti limiti costituiti dalla manifesta illogicità e dall'evidente travisamento dei fatti (da ultimo, Cons. Stato, IV, 24 ottobre 2019, n.7228).

L’esistenza di una così particolare articolazione procedimentale evidenzia una incompatibilità funzionale e strutturale con l’ordinario sistema della sanatoria edilizia di cui all'art. 36 del t.u. dell'edilizia approvato con d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, che richiede la conformità dell'intervento da assentire non solo allo strumento urbanistico vigente all'epoca dell'edificazione sine titulo, ma anche a quello vigente al tempo in cui è domandata la sanatoria.
Infatti, in primo luogo, va valorizzato la necessaria previa deliberazione del consiglio comunale, che contempla anche le specifiche garanzie partecipative per i soggetti interessati. Quindi, la considerazione dei contrapposti interessi dei soggetti che potrebbero subire pregiudizio dal rilascio del titolo e un simile iter procedimentale sono evidentemente incompatibili con una valutazione postuma di tali dati. Per altro verso, il titolo sanante ai sensi dell'art. 36 è rilasciato all’esito di un diverso procedimento collegato alla sussistenza del requisito della doppia conformità delle opere sia al momento della realizzazione dell'intervento senza titolo, sia al momento della presentazione della domanda di sanatoria alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente.

Pertanto, è ben condivisibile l’affermazione del principio secondo il quale il permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici è istituto di carattere eccezionale giustificato dalla necessità di soddisfare esigenze straordinarie rispetto agli interessi primati garantiti dalla disciplina urbanistica generale e, in quanto tale, applicabile esclusivamente entro i limiti tassativamente previsti dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 14, e mediante la specifica procedura.
Ciò porta ad escludere che possa essere rilasciato "in sanatoria" dopo l'esecuzione delle opere e che, anzi, sia “esclusa, pertanto, nel vigente ordinamento l'esistenza di poteri di sanatoria in deroga” (Cons. Stato, V, 30 agosto 2004, n.5622; Cass. pen., III, 31 marzo 2011, n.16591).
3.2. - Il motivo va quindi respinto e consente di ritenere assorbito il terzo motivo di appello, dove si lamenta l’erroneità dell’appellata sentenza laddove ritiene che la delibera consiliare impugnata sia sufficientemente motivata con richiamo ad un’autonoma valutazione che avrebbe operato l’organo competente in esecuzione della sentenza intervenuta tra le parti che aveva annullato per incompetenza il precedente atto dirigenziale, così convalidandolo.
Vista la necessità della necessaria partecipazione procedimentale sopra evidenziata, anche il tema della motivazione avrebbe dovuto essere valutato in funzione di tale esigenza ma resta comunque superato dall’incompatibilità giuridica di una delibera di autorizzazione in deroga, comunque argomentata, con il procedimento di sanatoria.

4. - Con il secondo motivo, viene censurata la sentenza appellata nella parte in cui ha riconosciuto che le nuove opere realizzate siano assoggettabili alla generale disciplina per il superamento delle barriere architettoniche, ritenendole – quindi - esonerate dal rispetto delle distanze legali tra costruzioni ai sensi degli artt. 78 e 79 del DPR 380/2001 e dall’art. 19 della LR Lombardia 6/1989.
4.1. - Il motivo è fondato in relazione a quanto già evidenziato in relazione all’inquadramento delle opere de qua.
Si può pertanto fare rinvio in generale a quanto già evidenziato, con una ulteriore addenda in relazione alla valutazione contenuta in sentenza per cui il nuovo corpo edilizio realizzato e formato dall’ascensore e dalle scale esterne costituisca idonea soluzione tecnica migliorativa per consentire agli utenti l’uscita dall’ascensore direttamente sul pianerottolo così superando la precedente criticità rappresentata da ostacoli fisici situati all’uscita dall’ascensore, senza che siano state provate possibili ulteriori alternative.

In primo luogo, deve notarsi come, secondo il principio dell’onere della prova, di cui all’art. 2697 cod. civ., la prova del fatto favorevole deve gravare sulla parte che se ne giova che, in questo caso, è la parte che voleva conseguire l’autorizzazione in deroga. È pertanto erronea l’affermazione del T.A.R. per cui sarebbe stata la controparte quella incaricata di fornire la dimostrazione dell’esistenza di soluzioni alternative
Per altro verso, va evidenziato come a seguito dell’istruttoria disposta con ordinanza 18 giugno 2019 n. 4110, è emerso come fossero comunque prospettabili soluzioni alternative a quella realizzata, sebbene con costi e oneri diversi. Il che rende evidente come, anche da questo punto di vista, la soluzione adottata non fosse necessitata né unica. Ovviamente, è da considerare il tema dell’onerosità ma questo non è presupposto considerato dalla normativa e quindi idoneo a mutare l’assetto degli interessi delineato dal legislatore.
Anche il secondo motivo di diritto deve quindi essere accolto.
5. - È invece irrilevante il quarto motivo di ricorso, dove si lamenta come il T.A.R. Lombardia abbia omesso di esaminare la questione di costituzionalità sollevata in via subordinata nel ricorso introduttivo e riproposta in appello.

Infatti, dal momento in cui non sussistono i requisiti per l’applicazione del procedimento in deroga, appare inapplicabile al caso concreto la disciplina regionale evocata, sulla quale la parte appellante solleva questione di costituzionalità.
Pertanto, non dovendo essere applicata la detta disciplina, viene a mancare l’indispensabile requisito della rilevanza per portare la vicenda all’attenzione della Corte costituzionale.
6. - L’appello va quindi accolto, con le precisazioni sopra indicate in relazione alla diversità delle opere realizzate. Tutti gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso. Le spese processuali possono essere compensate in relazione alla parziale novità della vicenda.

P.Q.M. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunziando in merito al ricorso in epigrafe, così provvede:

1. Accoglie l’appello n. 3775 del 2018 e, per l’effetto, in riforma della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, 27 marzo 2018, n. 809, accoglie il ricorso di primo grado;
2. Compensa integralmente tra le parti le spese del doppio grado di giudizio.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’autorità amministrativa.

 

Senza permesso di costruire il pergolato su cui sono installati i pannelli fotovoltaici
Annullato lo stop del Comune: non si tratta di una tettoia che trasforma il terrazzo in una superficie coperta, l’impianto che serve l’appartamento è una pertinenza che rientra nell’attività edilizia libera

Annullato. Addio al provvedimento del Comune che boccia il pergolato su cui è installato il pannello fotovoltaico a servizio dell’appartamento. E ciò perché l’impianto che produce l’energia elettrica per l’abitazione costituisce una pertinenza urbanistica dei locali e dunque rientra nell’attività edilizia libera. A maggior ragione dopo il decreto Scia 2. È quanto emerge dalla sentenza 531/20, pubblicata dalla sezione terza del Tar Puglia.

Autoconsumo domestico
Accolto il ricorso del proprietario di casa: sbaglia il Comune a bloccare il progetto del pergolato a sostegno dell’impianto per la produzione di elettricità per l’autoconsumo domestico. E ciò perché il pergolato non ha bisogno di un titolo abilitativo: è soltanto un sostegno ai pannelli realizzato in legno lamellare che non prevede l’esecuzione di opere in muratura. Insomma: è escluso che il titolare dei locali voglia realizzare una tettoia per ottenere una superficie non residenziale coperta, trasformando in veranda il terrazzo, come invece ritengono i tecnici dell’amministrazione. Già prima della riforma la giurisprudenza amministrativa aveva peraltro chiarito che i pannelli costituivano opere assentibili ex articolo 22 del testo unico dell’edilizia.

Collocazione oscura
È vero, l’impianto deve essere conforme agli strumenti urbanistici del Comune. Nella specie il pergolato sorge al terzo piano e si pone il problema dell’allineamento agli altri edifici. Ma la circostanza non viene contestata dall’amministrazione, che parte invece dal presupposto di una diversa ma non chiara collocazione urbanistica.

---L’ente deve pubblicare la sua Pec nel registro delle amministrazioni per consentire le notifiche
Quindici giorni per provvedere all’azienda ospedaliera inadempiente: vittoria della camera amministrativa, la legge non lascia alcuna discrezionalità e per ottemperare bastano risorse minime

Quindici giorni per adempiere. L’azienda ospedaliera deve comunicare al registro ad hoc delle pubbliche amministrazioni per consentire le notifiche online nelle cause con i privati. E ciò perché il termine per adempiere è scaduto da un pezzo e per ottemperare servono risorse minime. È quanto emerge dalla sentenza 585/20, pubblicata dalla prima sezione del Tar Calabria.

Elenco consultabile
Vittoria per la Camera amministrativa distrettuale degli avvocati delle Province di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia: l’ente pubblico deve provvedere agli adempimenti dettati dall’articolo 16, comma dodicesimo, del decreto legge 179/12, il dl sviluppo bis. L’indirizzo di posta elettronica certificata non è presente nell’elenco gestito dal ministero della Giustizia e consultabile dagli uffici giudiziari, dagli uffici notificazioni, esecuzioni e protesti e dagli avvocati: il termine per ottemperare era fissato al 30 novembre 2014. E la legge non lascia all’amministrazione alcuna discrezionalità nell’adempiere. Né è dimostrato che la dovuta comunicazione dell’ospedale abbia avuto luogo.

Indubbia legittimazione
Nessun dubbio che la Camera amministrativa sia legittimata a ottenere la condanna dell’ente: produce l’atto costitutivo e lo statuto dimostrando che è preposta a tutelare gli interessi degli avvocati amministrativi del distretto in cui ricade l’ospedale “incriminato”. E sicuramente gli avvocati sono titolari di una posizione giuridica rilevante come soggetti che hanno accesso all’elenco delle Pec tenuto da Via Arenula.

NB: Il Comune di Lipari a chi aspetta per pubblicare la sua Pec nel registro delle amministrazioni pubblIche?


Il proprietario del terreno non può essere diffidato a bonificare solo perché il sito è contaminato
Vale il principio Ue «chi inquina paga»: solo con «indizi plausibili» l’amministrazione può pretendere gli interventi dal titolare, salvo rivalsa. Ma servono istruttoria e accertamento rigorosi

Il proprietario non può essere diffidato a bonificare il terreno solo perché il sito risulta contaminato. Vale, infatti, il principio eurounitario «chi inquina paga»: il titolare dell’area non porta una responsabilità oggettiva, anzi l’amministrazione ha bisogno di un’istruttoria adeguata e di un accertamento rigoroso sul nesso causale fra le condotte imputabili e l’evento dannoso. È quanto emerge dalla sentenza 202/20, pubblicata dalla prima sezione della sede di Brescia del Tar Lombardia.

Misure di prevenzione
Accolto il ricorso della società che aveva acquisito parte di una cava per realizzarvi un impianto per il pretrattamento di rifiuti: annullato il provvedimento della Provincia che impone all’impresa di intervenire soltanto perché l’azienda era titolare di una porzione del terreno, che peraltro all’epoca dei riempimenti non autorizzati era stato concesso in comodato alla ditta incaricata dei lavori. In base all’articolo 242 e seguenti del testo unico dell’ambiente, infatti, gli interventi di ripristino possono essere imposti soltanto a chi è responsabile dell’inquinamento oppure ai soggetti che l’hanno determinato in tutto o in parte con i loro comportamenti commissivi o omissivi. Il proprietario, comunque, ha la facoltà di realizzare volontariamente tutti gli interventi necessari, come d’altronde ogni altro soggetto interessato. Per il resto risulta tenuto soltanto ad adottare le misure di prevenzione.

Presunzione e fondamento
Come si fa a identificare il responsabile dell’inquinamento? Fondamentali le indicazioni fornite dalla Corte di giustizia europea: in Italia non si applica il criterio penalistico della colpevolezza affermata soltanto oltre ogni «ragionevole dubbio», ma è in base il canone civilistico del più «probabile che non» che va individuato il nesso causale fra l’attività industriale svolta nel sito e la contaminazione dell’area. Ad esempio verificando se c’è corrispondenza fra i componenti e le materie prima impiegate dal produttore e le sostanze inquinanti ritrovate nel terreno. Insomma: l’autorità ha bisogno di «indizi plausibili» per dare fondamento alla sua presunzione. E dunque la Provincia avrebbe dovuto attivarsi, sentendo il Comune, senza poter coinvolgere l’ex proprietaria dei suoli sulla sola base della titolarità dei suoli: così facendo ha violato tanto il codice dell’ambiente quanto i principi Ue.

Valore e onere
Resta da capire che cosa succede se il “colpevole” della contaminazione non viene scoperto o non provvede alla bonifica. In tal caso a provvedere è l’amministrazione competente e le spese sostenute per i provvedimenti necessari possono essere recuperate agendo in rivalsa nei confronti del proprietario, che risponde entro i limiti del valore di mercato del sito dopo la bonifica. E a garanzia dell’amministrazione il fondo è gravato di un onere reale e di un privilegio speciale immobiliare.

---Decadenza permesso di costruire per mancato inizio lavori: insufficienza di una foto aerea Google Earth TAR Sardegna
Una foto aerea di Google Earth non è sufficiente per dichiarare la decadenza del permesso di costruire per mancato inizio dei lavori
L’onere della prova del mancato inizio dei lavori assentiti con il permesso di costruire incombe al Comune che ne dichiara la decadenza, alla stregua del principio generale in forza del quale i presupposti dell’atto adottato devono essere accertati dall’autorità emanante.

La giurisprudenza ritiene che le foto aeree di Google Earth non assicurino con certezza la data del rilevamento; ad esempio, è stato affermato che “il Collegio non ritiene che i rilevamenti tratti da Google Earth prodotti in giudizio possano costituire, di per sé ed in assenza di più circostanziati elementi che la ricorrente non ha fornito, documenti idonei al prefato scopo e ciò, in particolare, in considerazione della provenienza del suddetto rilevamento, delle incertezze in merito all’epoca di risalenza delle immagini visualizzate (come emerge dallo stesso sito – alla pagina: https://support.google.com/earth/answer/21417?hl=it – per impostazione predefinita il software “visualizza le immagini di qualità migliore disponibili per una determinata località”, con la precisazione che “a volte potrebbero essere visualizzate immagini meno recenti se sono più nitide rispetto a quelle più recenti”), della genericità delle informazioni relative ai metodi di esecuzione del rilevamento medesimo” (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. II, sent. 27 novembre 2014 n. 6118).

di Annamaria Villafrate

La colpa di una violenza sessuale perpetrata da alcuni minori ai danni di un'altra minore ricade sui genitori. Su di essi grava quindi l'obbligo di risarcire i danni riconosciuti alla vittima della violenza sessuale, se dalle perizie realizzate al momento dei fatti e successivamente emerge la cattiva educazione dei figli e il loro atteggiamento violento e prevaricatore. A stabilirlo la sentenza n. 63/2020 della Corte d'Appello di Catanzaro.

Violenza sessuale e richiesta risarcitoria
Genitori responsabili se la citazione è notificata quando il figlio è maggiorenne?
I genitori devono risarcire la violenza sessuale se non hanno educato bene il figlio
Violenza sessuale e richiesta risarcitoria

In giudizio vengono convenuti alcuni ragazzi e i loro genitori affinché, previo accertamento della responsabilità dei giovani, accusati di aver perpetrato e concorso a perpetrare violenza sessuale ai danni di una minore, siano condannati a risarcire i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti.

Le istanti raccontano che un pomeriggio di novembre 2004 la minore, colta da una pioggia improvvisa mentre si trovava fuori casa, si rifugiava in una casa in costruzione, dove, dopo essere stata raggiunta da alcuni ragazzi, veniva costretta a subire un rapporto sessuale da uno di questi, mentre un altro tratteneva la sua amica, che non poteva soccorrere la vittima che nel frattempo urlava e chiedeva aiuto.

Il Tribunale accoglie in parte la domanda condannando il violentatore e il complice (nella misura del 30%) a risarcire i danni richiesti. Una sentenza successiva dispone la condanna all'integrale risarcimento del danno perpetrato ai danni delle vittime.

Genitori responsabili se la citazione è notificata quando il figlio è maggiorenne?
Due dei genitori citati in giudizio ripropongono in appello, con il primo motivo, la carenza di legittimazione passiva nel procedimento già sollevata innanzi al Tribunale, perché al momento della notifica dell'atto di citazione essi non esercitavano più la potestà sul figlio, diventato nel frattempo maggiorenne.

Con il secondo motivo d'appello invece rilevano l'erroneità della sentenza di primo grado, che li ha considerati responsabili ai sensi del 2048 c.c. "senza considerare che l'evento per cui è causa è fine a se stesso, cioè è episodico, e come tale non è ascrivibile a mancanza di adeguata educazione familiare, ma piuttosto ad un fatto isolatamente dissonante spiega l'equipe socio familiare."

I genitori devono risarcire la violenza sessuale se non hanno educato bene il figlio
La Corte d'Appello, nel respingere le doglianze dei genitori, fa presente che il giudice di primo grado "ha disatteso l'eccezione in parola richiamando la giurisprudenza della Suprema Corte che ha chiarito che la responsabilità dei genitori per il fatto illecito dei minori, ai sensi dell'art. 2048 c.c., può concorrere con quella degli stessi minori fondata sull'art. 2043 c.c., se capaci di intendere e volere (...) dovendo pertanto ritenersi, da un lato sussistente la legittimazione passiva (dei due giovani responsabili della violenza) essendo, ormai maggiorenni all'epoca della proposizione del giudizio, dall'altra quella dei genitori, in proprio, ai sensi dell'art. 2048, e non quali genitori esercenti la potestà sul minore."

Il primo motivo di appello però per la Corte deve essere esaminato congiuntamente con il secondo al quale è strettamente connesso. Contrariamente a quanto sostenuto dai genitori, infatti il Tribunale non è giunto a considerare i genitori seccamente e automaticamente responsabili per la condotta del figlio. Esso "ha piuttosto ritenuto non raggiunta dai genitori del (…) la prova positiva di aver impartito al figlio una buona educazione e di aver esercitato su di lui una vigilanza adeguata, il tutto in conformità alle condizioni sociali, familiari, all'età, al carattere e all'indole del minore. In tal senso, ha evidenziato come alla luce delle evenienze istruttorie di cui si è ampiamente sopradetto (Relazione redatta dagli operatori della (...), sommarie informazioni rese da ……..), l'episodio di violenza in oggetto perpetrato da (…) non potesse considerarsi come un fatto isolato, ma come strettamente connesso ad una personalità incline alla violenza ed alla sopraffazione degli altri, "che è a sua volta il frutto di un'educazione non adeguata."

Tali conclusioni non vengono scalfite dal fatto che la relazione riporti che i genitori sono sembrate persone in grado di svolgere la loro funzione educativa tale da consentire al figlio una perfetta integrazione nella società e nel mondo del lavoro, perché dalla perizia redatta nei tre anni successivi tali conclusioni positive non sono state confermate.

di Lucia Izzo

Il Ministero dell'Interno sulla notifica delle multe a mezzo PEC

Particolari accorgimenti quando il veicolo con cui è stata commessa la violazione è intestato alla persona fisica e non all'impresa. Bandite le ricerche indiscriminate partendo dal Codice Fiscale della persona fisica senza valutare le concrete modalità di utilizzo del veicolo che ha commesso la violazione.

Lo ha chiarito il Ministero dell'Interno nella circolare 300/A/4027/20/127/9 dell'8 giugno in materia di notificazione a mezzo PEC delle sanzioni amministrative per violazioni del Codice della Strada.
Il Ministero ha fatto seguito alla richiesta del Garante per la protezione dei dati personali di intervenire sull'argomento, stante alcune segnalazioni giunte all'autorità, e ha allineato la precedente circolare in materia alle indicazioni normative del Regolamento (UE) 2016/679 e del D.lgs. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali).
Rischio di illecita comunicazione dei dati personali

Secondo l'Autorità, in caso di notifica a mezzo PEC di un verbale a persona titolare di un'impresa individuale, regolarmente iscritta al registro delle imprese, si rende necessario utilizzare particolari accorgimenti quando il veicolo con cui la violazione è stata commessa risulti essere intestato all'interessato, persona fisica, e non all'impresa come persona giuridica.
In tali casi, infatti, il veicolo potrebbe essere effettivamente utilizzato da questi a titolo privato e non nell'esercizio di attività imprenditoriale. Pertanto, l'autorità rappresenta che in simili circostanze la notifica del verbale all'indirizzo PEC, ottenuto attraverso la consultazione del registro INI-PEC, può determinare un'illecita comunicazione dei dati personali a terzi, essendo la PEC stessa visibile a tutto il personale dell'azienda.


La problematica origina dalla particolare conformazione del registro INI­ PEC che, con riferimento alle imprese individuali, non consente di distinguere l'indirizzo della persona fisica che ne è titolare da quello dell'impresa come persona giuridica.
Ricerca indirizzo PEC del proprietario obbligato in solido
In ragione delle indicazioni fomite dall'Autorità Garante, il Ministero fornisce le seguenti ulteriori istruzioni operative.

In primis, nella ricerca dell'indirizzo PEC dell'obbligato in solido proprietario del veicolo con cui è stata commessa una violazione, potrà essere utilizzato il codice fiscale della persona fisica (estratto dalle annotazioni presenti negli archivi del PRA o dall'anagrafe tributaria) inserendolo nella sezione "imprese" del registro INI­ PEC solo quando è stato accertato, ad esempio in occasione della contestazione immediata della violazione, che il veicolo con cui la violazione è stata commessa era utilizzato nell'esercizio di attività imprenditoriale.
In ogni altro caso (es. violazione accertata con dispositivi di controllo remoto, senza contestazione immediata), il codice fiscale della persona fisica intestataria del veicolo può essere utilizzato solo per interrogazioni della sezione "professionisti" del registro INI-PEC.
Niente ricerche massive e indiscriminate

In nessun caso potranno essere effettuate ricerche massive e indiscriminate di indirizzi PEC partendo dal codice fiscale di una persona fisica, svincolate dalla valutazione del singolo caso e dalle concrete modalità di utilizzo del veicolo oggetto di accertamento della violazione.
Infine, la notifica del verbale a mezzo PEC non sarà obbligatoria nel caso di abbinamento del codice fiscale della persona fisica ad una PEC di chiara matrice aziendale; in tali casi, la notifica del verbale di violazione deve essere effettuata nelle forme ordinarie, senza il ricorso alla PEC.

---Il proprietario non può essere diffidato a bonificare il terreno solo perché il sito risulta contaminato. Vale, infatti, il principio eurounitario «chi inquina paga»: il titolare dell’area non porta una responsabilità ggettiva, anzi l’amministrazione ha bisogno di un’istruttoria adeguata e di un accertamento rigoroso sul nesso causale fra le condotte imputabili e l’evento dannoso. È quanto emerge dalla sentenza 202/20, pubblicata dalla prima sezione della sede di Brescia del Tar .

Accolto il ricorso della società che aveva acquisito parte di una cava per realizzarvi un impianto per il pretrattamento di rifiuti: annullato il provvedimento della Provincia che impone all’impresa di intervenire soltanto perché l’azienda era titolare di una porzione del terreno, che peraltro all’epoca dei riempimenti non autorizzati era stato concesso in comodato alla ditta incaricata dei lavori. In base all’articolo 242 e seguenti del testo unico dell’ambiente, infatti, gli interventi di ripristino possono essere imposti soltanto a chi è responsabile dell’inquinamento oppure ai soggetti che l’hanno determinato in tutto o in parte con i loro comportamenti commissivi o omissivi. Il proprietario, comunque, ha la facoltà di realizzare volontariamente tutti gli interventi necessari, come d’altronde ogni altro soggetto interessato. Per il resto risulta tenuto soltanto ad adottare le misure di prevenzione.

Presunzione e fondamento
Come si fa a identificare il responsabile dell’inquinamento? Fondamentali le indicazioni fornite dalla Corte di giustizia europea: in Italia non si applica il criterio penalistico della colpevolezza affermata soltanto oltre ogni «ragionevole dubbio», ma è in base il canone civilistico del più «probabile che non» che va individuato il nesso causale fra l’attività industriale svolta nel sito e la contaminazione dell’area. Ad esempio verificando se c’è corrispondenza fra i componenti e le materie prima impiegate dal produttore e le sostanze inquinanti ritrovate nel terreno. Insomma: l’autorità ha bisogno di «indizi plausibili» per dare fondamento alla sua presunzione. E dunque la Provincia avrebbe dovuto attivarsi, sentendo il Comune, senza poter coinvolgere l’ex proprietaria dei suoli sulla sola base della titolarità dei suoli: così facendo ha violato tanto il codice dell’ambiente quanto i principi Ue.

Valore e onere
Resta da capire che cosa succede se il “colpevole” della contaminazione non viene scoperto o non provvede alla bonifica. In tal caso a provvedere è l’amministrazione competente e le spese sostenute per i provvedimenti necessari possono essere recuperate agendo in rivalsa nei confronti del proprietario, che risponde entro i limiti del valore di mercato del sito dopo la bonifica. E a garanzia dell’amministrazione il fondo è gravato di un onere reale e di un privilegio speciale immobiliare.

---La mamma paga 10 mila euro al papà perché non gli ha fatto vedere la figlia per due anni
Condannata a risarcire la donna che sparisce all’estero con la minore, riconsegnata al padre solo grazie al giudice: esercizio della responsabilità genitoriale precluso con lesione alla sfera affettiva

La mamma paga 10 mila euro al papà perché non gli ha fatto vedere la figlia per circa due anni. Evidente la lesione prodotta nella sfera affettiva di lui: lei sparisce all’estero con la minore, che è riconsegnata all’uomo soltanto grazie all’intervento di un giudice. E il danno creato dall’irreperibilità della madre si risolve anche nell’aver impedito al padre l’esercizio della responsabilità genitoriale oltre che precluso il corretto svolgimento delle prescrizioni del giudice sull’affidamento della bimba. È quanto emerge dalla sentenza 588/20, pubblicata dalla prima sezione civile del tribunale di Modena (giudice Sira Sartini).

Nesso causale
Con la separazione dei coniugi la figlia è affidata in via esclusiva al padre mentre la madre, una cittadina nigeriana, potrà vederla soltanto nell’ambito di incontri protetti organizzate dai servizi sociali (sempre ammesso che rientri in Italia e ne faccia richiesta). Accolta l’istanza proposta dall’uomo ex articolo 709 ter Cpc, che contiene anche la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale. Non c’è dubbio che la condotta della donna integri la lesione alla sfera affettiva dell’uomo che a lungo non può mettersi in contatto con la figlia, che oggi ha dieci anni, oltre a non poterla vedere né frequentare: la donna è rintracciata addirittura in Canada e soltanto grazie all’intervento di un giudice di Oltreoceano la bambina può tornare a casa. Sussistono, dunque, il pregiudizio concreto e il nesso causale fra la condotta pregiudizievole e il danno lamentato, vale a dire i requisiti che fanno scattare il rimedio risarcitorio previsto al punto 3 dell’articolo 709 ter Cpc.

Liquidazione equitativa
Il danno è liquidato in via equitativa e tiene conto del fatto che a mettere fine alla fuga della donna sono le ricerche dell’ex marito e dell’autorità giudiziaria. Pesa anche la circostanza che sia stata necessario il provvedimento del giudice straniero a riconsegnare la bimba al padre.

---Lavoratore reintegrato perché non basta un solo detective a incastrarlo per l’abuso dei permessi 104
Licenziamento illegittimo, è inattendibile l’osservazione svolta dall’unico investigatore: le best practice della vigilanza impongono turni brevi e in coppia, inevitabili altrimenti cali di concentrazione

Reintegrato e risarcito. Il lavoratore non abusa del permesso “104” per assistere il familiare malato. O almeno: risulta illegittimo il licenziamento per giusta causa perché a spiare il dipendente sotto casa è stato un solo investigatore privato, con turni massacranti: l’attività di osservazione così svolta non risulta attendibile in quanto contraria alle best practice degli 007 privati che prevedono servizi di vigilanza più brevi e svolti in coppia; diversamente la distrazione è fisiologica. È quanto emerge dalla sentenza 167/20, pubblicata il 29 maggio dalla sezione lavoro del tribunale di Bologna (giudice Maurizio Marchesini).

Sovrapposizione involontaria
Bocciato il ricorso del datore contro l’ordinanza cautelare che boccia il recesso per giusta causa adottato contro la commessa: il risarcimento scatta dal giorno del provvedimento annullato fino al ritorno in servizio, nel limite di un anno e al netto dell’aliunde perceptum. Non serve ricorrere ai manuali di investigatori ma basta usare «la logica e il buon senso»: dopo tante ore passate dal detective da solo dentro l’abitacolo di un’auto la distrazione è in agguato. Anzi, risulta «automatica e subliminale». Con tanto di sovrapposizione involontaria di ciò che si è visto e di quello che invece si ritiene di avere percepito.

Documenti e testimonianze
È proprio l’agenzia investigativa, insomma, che non osserva le buone pratiche del suo lavoro. E i risultati si vedono: sia la barba finta alle calcagna della lavoratrice sia il collega che tallona la beneficiaria dell’assistenza non si accorgono che entrambi condomini sorvegliati hanno una seconda entrata-uscita. Crolla dunque il castello di carta costruito contro la lavoratrice laddove gli addebiti sono fondati su tre distinti episodi fra gennaio e marzo. Dalle contestazioni la dipendente incolpata tutto fa tranne che andare ad aiutare la cognata: accompagna la figlia a scuola, va a sbrigare commissioni e resta a lungo in casa. Ma anche la beneficiaria usa spesso la seconda uscita dal condominio che è al coperto e ripara dalla pioggia, mentre documenti e testimonianze confermano i servizi prestati nelle giornate “incriminate”. Le fotografie dell’auto prodotte in giudizio, invece, nulla dimostrano su chi è alla guida: ben potrebbe essere il marito della commessa. Alla società, dunque, non resta che pagare, anche le spese di lite. 

---Le spese per mantenere gli immobili ereditati fanno scattare l’accertamento sintetico
Per individuare l’effettiva capacità del contribuente contano i costi sostenuti per la gestione oltre alle modalità di acquisizione. I redditi ritenuti occultati prolungano il termine di decadenza del fisco

Ai fini dell’accertamento sintetico ex articolo 38, comma quarto, del dpr 600/73, l’effettiva capacità contributiva del contribuente va valutata non solo sulla base della mera proprietà o provenienza dei beni ma tenendo in considerazione anche la necessaria attitudine al sostenimento di spese congrue per il loro mantenimento. Inoltre è legittimo l’accertamento nel più lungo termine di decadenza previsto in caso di dichiarazione omessa dall’articolo 43 del dpr 600/73 in quanto in questi casi il mantenimento dei vari immobili e delle aziende ricevute in eredità si è potuto concretizzare, nel corso degli anni, soltantottingendo a redditi occultati all’erario. È quanto emerge dalla sentenza 1272/4/20, pubblicata dalla Ctr Lazio.

Accolto l’appello dell’Agenzia delle entrate: la commissione regionale evidenzia che non rilevano solo le modalità con cui i beni sono stati acquisiti al patrimonio - nel caso di specie a titolo successorio - bensì le spese sostenute per il mantenimento e la gestione dei medesimi, tali da evidenziare l’esistenza di redditi occultati all’erario.
Ribaltato dunque il verdetto della Ctp di Roma che aveva ritenuto nullo l’atto in quanto adottato dopo la scadenza del termine di accertamento sul rilievo che non si tratta di una dichiarazione omessa laddove è di tutta evidenza che vi può essere omissione soltanto se si è un obbligo nella presentazione, nel caso escluso dal momento che si tratta di redditi esenti.
In appello l’esito è rovesciato in quanto secondo la Ctr nei casi di beni ereditari l’effettiva capacità contributiva va individuata non in base alla mera proprietà o provenienza degli stessi, ma valutando il necessario sostenimento di spese congrue per il loro mantenimento (cfr. Cassazione 7408/11).

Sul punto si segnala un orientamento contrario espresso da Ctr Lombardia con sentenza 515/14/18 secondo cui il termine lungo di decadenza può operare anche nei confronti del soggetto che sia esonerato dall’obbligo di presentare la dichiarazione soltanto quando sia pienamente dimostrato “l’errore” compiuto dal contribuente, il quale, pur percependo redditi ulteriori rispetto a quelli da lavoro dipendente, non ha proceduto alla dovuta dichiarazione. Ciò non si verifica nel caso di contribuente in possesso di una sola certificazione Cud: con riferimento a questo contribuente deve applicarsi il termine di accertamento breve, non essendovi alcuna certezza circa la presenza di redditi ulteriori e, dunque, di un errore/omissione compiuto dal contribuente nel non presentare dichiarazione alcuna (in senso conforme, Ctr Veneto, sezione settima, 34/2013).
Secondo la Ctr Lombardia dovrebbe trattarsi di indici certi per applicare l’omissione, mentre la pronuncia in commento ritiene sufficiente anche redditi derivanti dal mantenimento di beni che l’ufficio presume occultati dal contribuente.

---È legittima la domanda risarcitoria nei confronti di un’Amministrazione che ha rilasciato un titolo autorizzatorio illegittimo.

Lo ha chiarito il Consiglio di Stato con la Sentenza 24 novembre 2017,n. 5475 che ha accolto il ricorso presentato per la riforma di una sentenza di primo grado con cui è stato rigettato il ricorso proposto per il risarcimento del danno conseguente al rilascio di autorizzazione edilizia riconosciuta illegittima, alla successiva inerzia nell’adozione dei provvedimenti repressivi.

I fatti
La vicenda riguarda il rilascio di un'autorizzazione edilizia illegittima non revocata dal Comune.

Con ricorso in primo grado è stata proposta domanda risarcitoria nei confronti del Comune in relazione al danno conseguente alla diminuzione di valore del proprio immobile per compromissione dei propri diritti. Ricorso in primo grado che è stato rigettato dal Tribunale Amministrativo Regionale e a cui è seguito ricorso al Consiglio di Stato.

La sentenza del Consiglio di Stato
Come indicato da Palazzo Spada, la domanda risarcitoria proposta nei confronti dell’Amministrazione comunale riguarda l’esclusione o comunque la grave violazione dei diritti subiti dal limitrofo fabbricato a seguito della realizzazione delle opere illegittime, quindi petitum e causa petendi diversa e non coperta dal giudicato civile.

Secondo i giudici del Consiglio di Stato, nessun rilievo può assumere la circostanza che i titoli edilizi sono rilasciati salvi i diritti dei terzi, che quindi possano agire a propria tutela in sede civile o in sede amministrativa. Tale “clausola” di salvezza non può ritenersi esonerativa da responsabilità dell’Amministrazione secondo i principi generali, quanto la stessa, con comportamenti commissivi o omissivi (e nella specie prima commissivi, mediante il rilascio del titolo edilizio, e quindi omissivi, attraverso l’omessa attivazione dei poteri di autotutela repressiva) ha concorso a cagionare la lesione del diritto dominicale.

Non può poi sostenersi che il fatto colposo del danneggiato, concorrente alla produzione dell’evento lesivo (e quindi semmai alla riduzione del risarcimento e non già all’esclusione della responsabilità), possa individuarsi nell’omessa impugnativa della della successiva concessione in sanatoria. Ne consegue il diritto del confinante ad ottenere il totale risarcimento dei danni da parte del Comune, in rapporto alla conseguente diminuizione del valore del proprio immobile. 

---La Regione paga stipendi per salvare il posto ai dipendenti degli studi. Aumenti di capitale agevolati. Enti territoriali e camerali coprono il costo del lavoro all’80% per un anno in zone e settori molto colpiti dalla pandemia. Nella società basta la maggioranza per deliberare nuovi conferimenti

È la Regione che paga gli stipendi ai dipendenti di imprese e studi professionali per evitare che siano licenziati. Il tutto nelle zone e nei settori particolarmente colpiti dalla crisi Coronavirus. E nelle società diventa più facile deliberare l’aumento di capitale, con una norma straordinaria efficace fino al 31 dicembre prossimo. Sono due delle misure contenute nella bozza del dl rilancio entrata nel Consiglio dei ministri di mercoledì scorso e in sostanza confermate da Palazzo Chigi dopo la seduta (cfr. in allegato il documento).

Aiuti retroattivi
Enti territoriali e camerali possono adottare misure di aiuto ad aziende e lavoratori autonomi sulla base delle loro risorse e in linea con le indicazioni contenute nella comunicazione della Commissione Ue C (2020) 1863 final sull’emergenza Covid-19. Lo schema prevede una sovvenzione mensile che per un anno copre fino all’80 per cento della retribuzione mensile lorda del personale beneficiario, compresi i contributi previdenziali a carico del datore. I dodici mesi partono dalla domanda di aiuto ma possono retroagire al primo febbraio scorso. Il tutto a patto che i dipendenti che fruiscono dell’intervento continuino svolgere l’attività lavorativa per il periodo interessato. La sovvenzione, che può essere diretta a imprese di determinate dimensioni, è cumulabile con altre misure di sostegno all’occupazione a condizione che il costo del lavoro non risulti poi sovracompensato. E in ogni caso gli aiuti non possono consistere nei trattamenti di integrazione salariale di cui al decreto legislativo 148/15 e degli articoli da 19 a 22 del #CuraItalia, convertito con modificazioni dalla legge 27/2020.

Quorum disattivato
Con la norma transitoria introdotta nel codice civile le società possono deliberare in modo più semplice e spedito l’aumento di capitale per affrontare la difficile congiuntura economica in arrivo. È disattivato il quorum rafforzato che impone il voto favorevole dei due terzi del capitale rappresentato in assemblea: basta la maggioranza assoluta, a condizione tuttavia che sia rappresentata almeno la metà del capitale sociale perché non si può derogare al principio imposto dall’articolo 83 della direttiva Ue 1132/2017). La deroga ha carattere eccezionale: vale solo quest’anno e si applica anche se lo statuto prevede un quorum pari o superiore a quello legale. Esteso poi l’ambito oggettivo e soggettivo dell’aumento di capitale con esclusione del diritto opzione in deroga alla procedura ordinaria di cui all’articolo 2441 Cc, sesto comma. Agevolata la raccolta di capitali di rischio mediante aumenti di capitale.

---Ordinanze contingibili ed urgenti nel sistema del diritto amministrativo
Le ordinanze contingibili ed urgenti sono atti a contenuto atipico che l’amministrazione, al fine di fronteggiare situazioni eccezionali e imprevedibili, può emanare sulla base di specifiche previsioni legislative, anche in deroga a norme di rango primario.

Storicamente, il potere di adottare ordinanze in deroga è stato individuato nel “creare il diritto per il caso singolo, limitatamente a quelle situazioni di necessità ed urgenza per le quali nessuna norma può provvedere[1]”, espressione della più ampia potestà d’impero dell’amministrazione volta al soddisfacimento e alla cura di un interesse pubblico tramite l’adozione di un provvedimento amministrativo che impone obblighi di condotta positivi o negativi la cui inosservanza comporta l’irrogazione di sanzioni.

L’attitudine delle ordinanze in esame a derogare alla disciplina di rango primario, sia pure in via provvisoria, ha fatto molto discutere in ordine alla relativa natura giuridica.

Ed invero, mentre secondo un primo orientamento (CORRADINI, CASETTA) le ordinanze contingibili ed urgenti hanno natura normativa e vanno inquadrate fra le fonti di secondo grado cui la legge consente di derogare alle norme primarie. Si valorizza a tal fine il carattere generale e astratto delle ordinanze, idonee a trovare applicazione in un numero di casi non predeterminato né determinabile, rivolgendosi alla generalità dei consociati.

Secondo altro orientamento, avallato anche dalla giurisprudenza costituzionale (Corte Cost. 4 gennaio 1977, Corte Cost. 14 aprile 1995, n. 127), tali ordinanze hanno natura di provvedimenti amministrativi.

A tale fine si rimarca l’eccezionalità del potere, temporalmente limitato, conferito all’amministrazione, abilitata solo ad introdurre una deroga alla disciplina di rango primario, giammai ad abrogarla o a modificarla, quindi l’innovatività carattere delle fonti normative sarebbe assente nelle ordinanze de quibus.

Vi è, infine, una posizione intermedia secondo cui occorre evitare generalizzazioni, dovendosi avere riguardo alla natura giuridica dell’ordinanza di necessità non in astratto, ma in concreto, analizzando la consistenza del relativo contenuto.

Occorre adottare un criterio fattuale, e avere riguardo al caso singolo al fine di valutare se l’ordinanza intende introdurre una norma generale e astratta, derogatoria della legge o se intende regolamentare il caso singolo, mantenendo perciò la natura di atto amministrativo.

Ciò che caratterizza maggiormente le ordinanze di necessità ed urgenza è il presupposto che facoltivizza l’esercizio del potere amministrativo, cioè la circostanza che la loro adozione, sia pure sulla base di una previsione normativa, postula una situazione di eccezionalità ed urgenza per fronteggiare la quale il legislatore invita l’Amministrazione ad adottare qualsiasi misura, il cui contenuto non è predeterminato dalla norma.

Pertanto connotato essenziale delle ordinanze in parole è la loro atipicità contenustica dato che il legislatore non stabilisce quale è il contenuto dell’atto che l’amministrazione è facoltizzata a porre in essere.

Stante tale caratteristica strutturale delle ordinanze contingibili ed urgenti le stesse potrebbero generare una possibile frizione con il principio di legalità.

A riguardo la dottrina maggioritaria (Sandulli, Cassese, Casetta) ritiene che le ordinanze di cui trattasi siano una deroga al principio di legalità e, in particolare al principio di tipicità che ne costituisce un corollario.

Ed invero tali atti non rinvengono nella previa legge attributiva del potere una definizione del contenuto né tantomeno degli effetti, che sono liberamente individuati dall’autorità emanante in relazione alla necessità ed urgenza presentatasi in concreto.

Ne deriva che le ordinanze contingibili ed urgenti dovrebbero avere un campo di applicazione limitato, pur riconoscendosi alle stesse la funzione di “valvola di sicurezza”[2] del sistema consentendo per i casi di urgenza di curare il pubblico interesse con le misure che appaiono più opportune alla luce delle circostanze concrete.

---L'annullamento in autotutela del certificato di agibilità per assenza di certificazione di idoneità statica può intervenire anche a notevole distanza di tempo, considerato che l’accertamento dell’idoneità statica afferisce ad interessi essenziali quali l’incolumità delle persone e che detto annullamento non comporta effetti dannosi irreversibili, ma soltanto la riapertura del procedimento che può concludersi in termini assai brevi. Il principio di buon andamento impegna la P.A. ad adottare gli atti il più possibile rispondenti ai fini da conseguire ed autorizza quindi anche il riesame degli atti adottati, ove reso opportuno da circostanze sopravvenute ovvero da un diverso apprezzamento della situazione preesistente. La proposizione di un ricorso giurisdizionale non impedisce alla P.A. di adottare determinazioni in autotutela.
La revoca del parere del Genio Civile determina l‘annullamento della Concessione edilizia.(P.A. - Consiglio di Stato)

di Dario Ferrara

Non online le udienze con testi, parti e ctu. Giudici collegati solo da uffici. Così l’app Immuni
Sì al dl coi paletti al processo da casa. Teams fino al 31 luglio. Riforma intercettazioni a settembre, stretta su permessi ai mafiosi, cause a distanza in Tar e CdS. Tracing volontario, anonimo e no gps

Ridimensionato il processo da casa nella fase 2 dell’emergenza Covid-19. Nel decreto legge approvato dal Governo attorno a mezzanotte è previsto che le disposizioni sul giudizio penale da remoto consentite fino al 31 luglio «non si applicano, salvo che le parti vi acconsentano, alle udienze di discussione finale, in pubblica udienza o in camera di consiglio e a quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti».

E ora anche il ministero della Giustizia conferma quanto anticipato qualche ora fa da Cassazione.net: le udienze civili che si possono svolgere online devono comunque avvenire «con la presenza del giudice nell’ufficio giudiziario» (cfr. il documento in allegato). Ma anche il termine fino a cui quale si può fare udienza cartolare e a distanza con Teams è spostato dal 30 giugno al 31 luglio. Ancora. Via libera all’app Immuni da scaricare sullo smartphone: il tracing anti Sars-CoV-2 sarà volontario, anonimo e a norma privacy. Rinviata a settembre l’entrata in vigore della riforma delle intercettazioni. Stretta sui permessi ai boss mafiosi. Processo a distanza anche davanti a Tar e Consiglio di Stato.

Addio divano
Dopo le furiose polemiche dei giorni scorsi fra avvocati e magistrati arrivano paletti al complesso di norme che consente di svolgere grazie a Internet una serie di attività processuali, dalle indagini alle udienze di trattazione, per tutto il periodo dell’emergenza Coronavirus. Già quando l’aula di Montecitorio ha convertito in legge il decreto #CuraItalia era stato approvato un ordine del giorno con cui il Governo si impegnava prevedere che nel penale il processo telematico non si applicherà alle udienze istruttorie e a quelle di discussione, salvo accordo tra le parti. Ora la norma dispone che le norme sulla modalità da remoto non «si applicano, salvo che le parti vi acconsentano, alle udienze di discussione finale, in pubblica udienza o in camera di consiglio e a quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti».

Addio al processo “da divano”, visto che il giudice deve collegarsi dall’ufficio nelle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi da difensori, parti e ausiliari del giudice. Sulle udienze telematiche nuove misure riguardano anche la giustizia amministrativa e quella contabile. Soddisfatti dopo settimane di braccio di ferro i penalisti: è un «ripensamento decisivo», scrivono, «l’esclusione dalla celebrazione del processo penale da remoto dell’intera istruttoria dibattimentale, delle discussioni e delle conseguenti camere di consiglio». E bisogna darne «atto alla maggioranza di Governo e al ministro di Giustizia». Intanto la presidente facente funzioni Maria Masi del Consiglio Nazionale Forense scrive una lettera in cui chiede al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di riaprire in sicurezza i tribunali per la fase 2 dell’emergenza sanitaria.

Uffici impreparati
Si applicherà soltanto ai procedimenti penali iscritti dopo il 31 agosto la nuova normativa con intercettazioni utilizzabili in altri procedimenti, il pm custode della privacy e l’uso dei virus Trojan sui telefonini anche contro le mazzette: la riforma sarebbe dovuta entrare in vigore da domani ma a causa dell’emergenza epidemiologica non è stato possibile adeguare le strutture negli uffici giudiziari.

Parere del pm
Veniamo alla stretta sui permessi ai boss, anticipata nei giorni scorsi dal guardasigilli Alfonso Buonafede. Sarà necessario il parere del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo sulle istanze di scarcerazione presentate da detenuti al 41 bis. Per coloro che hanno commesso reati gravi e sono detenuti in alta sicurezza il vaglio compete alla direzione distrettuale. La nuova norma, in particolare, prevede che in caso di gravi delitti - ad esempio le ipotesi aggravate di associazione a delinquere, associazione mafiosa o sequestro di persona a scopo di estorsione - il tribunale o il magistrato di sorveglianza, prima di decidere sul rinvio dell’esecuzione della pena

in detenzione domiciliare, chieda il parere del procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo del distretto dove ha sede il giudice che ha emesso la sentenza. Idem vale sulle istanze per i permessi a reclusi per reati gravi o sottoposti al carcere duro. A meno di urgenze, il permesso non può essere concesso prima di ventiquattro ore dalla richiesta dei pareri, mentre per la detenzione domiciliare il magistrato e il tribunale di sorveglianza decidono non prima, rispettivamente, di due e quindici giorni dalla richiesta dei pareri, anche in assenza di questi ultimi.

Deposito telematico
Fino al 31 luglio presso ciascun ufficio del pubblico ministero che ne faccia richiesta, è autorizzato il deposito telematico di memorie, documenti, richieste e istanze successive all’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Ufficiali e agenti di polizia giudiziaria sono autorizzati a comunicare al pm atti e documenti in modalità telematica.

Senza geolocalizzazione
Parte infine l’operazione Immuni grazie alla piattaforma creata dal ministero della Salute: l’app da scaricare solo sul base volontaria sul telefonino serve ad allertare le persone che sono entrate in contatto con soggetti risultati positivi al Covid-19. I dati personali raccolti sono quelli necessari ad avvisare gli utenti che rientrano fra i contatti più stretti di altri rivelatisi infetti, in modo da agevolare le misure di assistenza sanitaria. E possono essere utilizzati in forma aggregata e comunque anonima per soli fini statistici o di ricerca scientifica. Il trattamento, infatti, è fondato sui dati di prossimità degli smartphone resi anonimi o, se non è possibile, pseudonimizzati. Esclusa, in ogni caso, la geolocalizzazione degli utenti. Le informazioni saranno cancellate entro il 31 dicembre. E nessun diritto fondamentale può essere limitato in caso di mancato utilizzo dell’applicazione. La piattaforma è realizzata con infrastrutture localizzate soltanto sul territorio nazionale e gestite da amministrazioni o enti pubblici o in controllo pubblico.

Ddl al Senato
Dopo la firma del capo dello Stato il ddl per la conversione del decreto legge sarà incardinato al Senato martedì 5 maggio alle 16,30.

---Una sentenza che potrebbe anche creare un precedente. Ed essere un colpo di avvertimento nei confronti degli haters dilaganti sui social network.

Quegli insulti scritti in un post sulla sua pagina Facebook non erano un semplice sfogo ma diffamazione. Il tribunale di Nuoro ha condannato un uomo di 42 anni a 1 anno e sei mesi per diffamazione avvenuta su Facebook due anni prima e terminato davanti al giudice del tribunale monocratico.(ilsole24ore.com)

---Padre anziano, malato e impossibilitato a recarsi in carcere: 'permesso' per il figlio detenuto
Plausibile la richiesta presentata da un detenuto. Censurata la valutazione compiuta dal Tribunale di sorveglianza e centrata sull’assenza di un pericolo di vita per l’anziano genitore. Per i Giudici della Cassazione, invece, la situazione vissuta dal detenuto è riconducibile alla presenza di un evento familiare di eccezionale gravità, costituito dalla situazione di estrema difficoltà per il genitore, impossibilitato a recarsi in carcere per effettuare i periodici colloqui con il figlio.
(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 12343/20; depositata il 16 aprile)

La Suprema corte sdogana le massaggiatrici sulla spiaggia, assolvendo una cinese dal reato di esercizio abusivo della professione nonostante girasse con un cartello sullo zaino sul quale pubblicizzava manipolazioni terapeutiche.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 12539 del 20 aprile 2020, ha assolto perché il fatto non sussiste una orientale.

Per gli Ermellini, avuto riguardo alla ricostruzione storico - fattuale della vicenda e, precisamente, alle modalità al luogo di esecuzione delle operazioni - non sia revocabile in dubbio l'estraneità delle manipolazioni praticate dall’imputata dalla categoria dei massaggi terapeutici in senso proprio.

In poche parole, non può ritenersi atto a conferire alla condotta della donna la “qualità di esercizio di una professione subordinata al conseguimento di una speciale abilitazione il riferimento alle proprietà terapeutiche contenuto nel cartello appeso sullo zaino che ella teneva sulle spalle. Detto riferimento assolveva chiaramente a una finalità solo promozionale della propria attività e non vale di per sé a mutare la natura oggettiva delle prestazioni manuali da ella erogande.

Né pare revocabile in dubbio che, per le modalità ed il contesto nel quale le manipolazioni venivano praticate (su di un asciugamano o un lettino su di una spiaggia pubblica affollata di turisti), da parte di un soggetto che non faceva alcun riferimento a competenze particolari né ad una specifica abilitazione professionale, le persone che vi si sottoponevano potessero realmente trarre da tali circostanze il convincimento che si trattasse di massaggi praticati in modo professionale, da persona munita di una specifica qualifica sanitaria e muniti di una reale valenza terapeutica.

Né per i Supremi giudici può avere alcun peso, ai fini della condanna, il fatto che la signora usasse la canfora per fare i massaggi.(Cassazione civile n 12539 del 20 4 2020)

di Dario Ferrara

Non si può condannare il medico soltanto perché tarda a operare un paziente che ha al massimo il 20 per cento delle possibilità di sopravvivere. La responsabilità del sanitario, infatti, va accertata sulla base del giudizio controfattuale, cioè valutando se senza l’omissione il malato sarebbe sopravvissuto: il tutto secondo un criterio di alta probabilità logica fondato sulle evidenze scientifiche oltre che sui dati indiziari che caratterizzano il caso concreto. E non si può ritenere responsabile il sanitario attendista se dalla perizia emerge che il quadro clinico non risulta peggiorato fra la Tar eseguita al mattino e la risonanza magnetica effettuata in serata. È quanto emerge dalla sentenza 12353/20, pubblicata il 17 aprile dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Teoria superata
Viene accolto contro le conclusioni del sostituto procuratore generale il ricorso dell’imputato: il reato è ormai prescritto e la causa prosegue in sede civile. Ma l’analisi sul nesso eziologico fra la condotta imputata al medico e la morte della donna risulta svolta in termini erronei e insoddisfacenti dai giudici di merito. Dalla Tac svolta presso un altro ospedale emerge «un quadro di idrocefalo drammatico»: il medico di guardia che aveva a disposizione l’esito avrebbe dovuto sottoporla subito a un intervento di derivazione liquorale esterna, almeno secondo le accuse. Ma secondo il collegio di periti anche se l’operazione fosse stata eseguita subito la paziente difficilmente si sarebbe salvata. La Corte d’appello, nel condannare l’imputato, fa in sostanza riferimento alla teoria della perdita di chance superata da anni e non valuta in termini scientificamente accettabili i dati indiziari disponibili.Cassazione penale sez.IV  sentenza n.12353 del 17 aprile 2020  

---Le Sezioni unite: Non è reato coltivare cannabis in casa per uso personale

Non è reato coltivare marijuana in casa, se è per uso personale. Parola delle Sezioni unite penali della Cassazione che fanno chiarezza - speriamo una volta per tutte - sulla vexata quaestio con la sentenza 12348/20, pubblicata in extremis il 16 aprile. Attenzione: il reato di coltivazione si configura al di là della quantità di principio attivo ricavabile, ma non è non riconducibile all’ambito di applicazione della norma penale, la condotta che consente di escludere un inserimento dell’autore nel mercato della droga laddove è esiguo sia il numero delle piantine sia il quantitativo di prodotto ricavabile mentre le tecniche utilizzare risultano rudimentali.

Mancanza di tipicità
Accolto il ricorso di un trentenne campano condannato a un anno di reclusione e 3 mila euro di multa perché aveva in casa due piantine e una riserva di circa undici grammi di cannabis. Deve infatti essere superata l’equiparazione fra coltivazione tecnico-agraria e domestica effettuata dallo stesso collegio esteso con la sentenza 28605/08, secondo cui è reato ogni coltivazione non autorizzata di piante dalle quali si possono estrarre sostanze stupefacenti anche se destinate all’autoconsumo. E ciò per le preoccupazioni che desta il problema della tossicodipendenza. Non c’è dubbio che a far scattare il reato di coltivazione è sufficiente che la pianta “incriminata” sia conforme al tipo botanico previsto e possa giungere a maturazione producendo sostanza stupefacente; l’illecito copre ogni attività: dalla semina al raccolto. Il punto è che la quando la condotta è destinata all’autoconsumo manca la tipicità che fa scattare l’applicazione della norma penale.

Produttività prevedibile
Il bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice è la salute, individuale e collettiva: un valore di pregnanza costituzionale, che giustifica la tutela penale anticipata tanto che la coltivazione di stupefacenti è un reato di pericolo presunto. E la prevedibilità della potenziale produttività è uno dei parametri che consente di distinguere fra la coltivazione penalmente rilevante e non laddove la seconda è caratterizzata da una produttività prevedibile come modestissima. Non basta tuttavia l’intenzione soggettiva dell’autoconsumo a escludere il reato: è serve un nesso di immediatezza soggettiva con l’uso personale. Ed è lecita pure la coltivazione industriale se quando le piante maturano non producono stupefacenti. Resta l’illecito amministrativo per la detenzione di sostanze per uso personale ottenute dalle piantine penalmente lecite. Mentre per quelle penalmente illecite, dove la coltivazione assorbe la detenzione, si può comunque ottenere la non punibilità per particolare tenuità del fatto o una condanna minore per lieve entità.Cassazione Sez.Penale 16/4/2020

--Soltanto la prescrizione salva il medico-pusher dalla condanna. Per la legge, infatti, è come un vero spacciatore il sanitario che prescrive farmaci a base di stupefacenti ai pazienti soltanto perché vogliono dimagrire. E ciò anche se i fatti sono di lieve entità. Il reato risulta estinto proprio grazie alla riqualificazione nell’ipotesi minore ex quinto comma dell’articolo 73 del testo unico sugli stupefacenti. La somministrazione di medicine preparate con sostanze psicotrope, infatti, è consentita unicamente quando risulta coerente con gli obiettivi clinici perseguiti. È quanto emerge dalla sentenza 12198/20, pubblicata il 15 aprile dalla sesta sezione penale della Cassazione

Uccisa dopo denunce non ascoltate. La Cassazione: i pm risarciscano gli orfani

La Suprema corte dà il via libera al riconoscimento della responsabilità civile delle toghe che non diedero seguito alle segnalazioni di Marianna Manduca, assassinata dall’ex marito nel 2007 a Palagonia (Catania). Accolto il ricorso dei figli minorenni della donna. Mentre divampano le polemiche sulla riforma della giustizia e sulla responsabilità civile dei magistrati, stabilisce che le toghe, se riconosciute negligenti, devono pagare.

 

MALTRATTAMENTO ANIMALI

Collare elettrico per l'addestramento del cane: condannato il padrone

Nessuna giustificazione per l'uomo che si è comportato da bestia nei confronti del suo amico a quattro zampe. Irrilevante il fatto che il collare elettrico sia reperibile facilmente sul mercato e che possa essere utilizzato per l'addestramento. Ciò che conta è che esso produce gravi sofferenze per l'animale.
(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 11561/20; depositata il 7 aprile)

 
Niente reato ma solo una sanzione amministrativa pecuniaria per chi compie atti osceni in luogo pubblico. È l'effetto dell'operazione depenalizzazione operata dal decreto legislativo n. 8/2016 su tutta una serie di reati, ivi compreso quello previsto dall'art. 527 del codice penale. A sancirlo è la terza sezione penale della Cassazione con la sentenza n. 36867/2016 annullando senza rinvio la decisione della Corte d'appello di Catania che condannava un uomo alla pena di tre mesi di carcere, convertita in 3.420 euro di multa, per essersi masturbato in corrispondenza del passaggio di alcune studentesse.

A essere fermati due uomini, beccati a trasportare uva. La polizia giudiziaria esegue l’arresto per quasi flagranza di reato. Il provvedimento è ritenuto legittimo dalla Cassazione, che smentisce la valutazione opposta data dal Tribunale. La frutta si presentava ancora verde e fresca e questo dettaglio rende palese, secondo i Giudici, l’immediatezza del controllo rispetto alla condotta.  

--Addio falso per induzione se dalla richiesta di permesso di costruire emerge che il manufatto è un rudere
Assolti beneficiario e progettista: la relazione riporta il «pessimo» stato di conservazione del fabbricato preesistente senza alterare i dati necessari all’adozione dei provvedimenti abilitativi

Niente falso per induzione per il beneficiario del permesso di costruire e per il progettista: è escluso che abbiano tratto in inganno i funzionari comunali chiamati a rilasciare il titolo edilizio e l’autorizzazione paesaggistica. E ciò perché nella relazione di accompagnamento il fabbricato preesistente viene indicato per quello che è, un rudere: risulta dunque esclusa ogni contraffazione dei dati di fatto che costituiscono i presupposti per l’adozione dei provvedimenti abilitativi da parte dell’amministrazione. La valutazione sulla fattibilità, poi, può essere giusta oppure sbagliata ma non può integrare il reato ex articoli 48 e 480 Cp. È quanto emerge dalla sentenza 10917/20, pubblicata il primo aprile dalla terza sezione penale della Cassazione.

Corte di Cassazione – VI sez. civ. – sentenza n. 21939 del 09-09-2019

La paziente che chiede il risarcimento del danno per contagio da virus dell’epatite c a seguito di un intervento chirurgico deve dimostrare di aver contratto il virus a causa di detto intervento.

---Stop all’ipoteca del fisco perché il contribuente non ha ancora accettato l’eredità
Serve una manifestazione di volontà del privato e spetta alle Entrate provare eventuali condotte concludenti: impossibile aggredire i beni prima che entrino nel patrimonio dell’interessato

Scatta lo stop all’iscrizione ipotecaria del fisco perché non risulta che il contribuente abbia accettato l’eredità paterna: è escluso che i beni possano già essere oggetto della formalità se non sono ancora entrati nel patrimonio della parte privata. È quanto emerge dalla sentenza 108/20, pubblicata dalla commissione tributaria regionale per il Molise.

Omessa dimostrazione
Bocciato l’appello dell’Agenzia delle entrate: smentita la tesi dell’amministrazione secondo cui la garanzia sui beni si potrebbe iscrivere perché l’ipoteca non è equiparabile al pignoramento, che costituisce l’atto esecutivo vero e proprio. Il punto è che anche un’eventuale rinuncia all’eredità, per quanto tardiva, esclude che il contribuente possa essere chiamato a rispondere dei debiti tributari: l’accettazione costituisce il presupposto per la responsabilità e spetta all’amministrazione finanziaria dimostrare che il privato abbia posto in essere condotte concludenti nel senso dell’accettazione tacita. L’articolo 480 Cc sancisce che il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni nella specie il termine non risulta scaduto. Anche a fini conservativi non possono essere aggrediti i beni che non siano ancora entrati nel patrimonio dell’erede-debitore. E nella specie l’Agenzia delle entrate non ha dimostrato in alcun modo l’accettazione tacita dell’eredità. La mancata costituzione del contribuente appellato e la mancata riproposizione dei motivi di ricorso originario ritenuti assorbiti dal giudice di primo grado esime il collegio dall’esame.

---Il Comune risarcisce il bambino che si fa male cadendo nel parco giochi.
Non è necessaria la prova dell’insidia dello scivolo, spetta all’ente locale dimostrare che il danno era evitabile con la normale diligenza. Ordinanza Cassazione civile 27 marzo 2020

Accertamento anche se lo scostamento dagli studi è minimo

Per gli Ermellini, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, le risultanze degli studi di settore (come i parametri previsti dall’art. 3, commi da 181 187, della L. n. 549/1995), non costituiscono atto concreto noto e certo, specificamente inerente al contribuente, suscettibile di evidenziare in termini di rilevante probabilità l’entità del suo reddito, ma rappresentano la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni.

Sicché i detti studi rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico—induttivo ex art. 39, comma 1, d), del d.P.R. n. 600 del 1973, ma, ove siano contestati sulla base di allegazioni specifiche, sono inidonei a sopportare l’accertamento medesimo, se non confortati da elementi concreti desunti dalla realtà economica dell’impresa che devono essere provati e non semplicemente enunciati nella motivazione dell’accertamento.

Detto questo, per la Cassazione la decisione della Ctr di Napoli si rileva, per i profili in esame, censurabile per aver, in difformità dai principi sopra richiamati, disconosciuto legittimità all’accertamento, sotto il profilo motivazionale, senza neanche aver fatto riferimento alla risposta del contribuente in sede di interpello oltre che alle specifiche contestazioni mosse dallo stesso in giudizio.

---Per la Cassazione non regge la versione dei fatti così narrata dall'imputato, secondo il quale solo parte civile, per problemi d'insonnia e di insofferenza ai rumori, mal sopportava l'alto volume della radio.

Gli Ermellini, nella sentenza n. 8966/2020, ritengono coerente la ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale, il quale ha rilevato che lo stereo veniva acceso ad alto volume in modo reiterato, al fine di recare disturbo a una quantità indefinita di persone. Superflua ogni misurazione del rumore per stabilire l'eventuale superamento della soglia di attendibilità. Cassazione penale 8966/220.

Guarda i video suIl Notiziario si YoutubeSeguici su  logo facebook-piccolo logo twitter 
Condividi il "Notiziario" pubblica gli articoli sul tuo profilo 

Eolie siti utili isoleolie.it - vacanzeeolie.it 
alberghieolie.com - eolianinelmondo.com 
eolieintouch.it - casevacanza.isole-eolie.com

siremar720x210.jpg