ELEZIONI COMUNALI DEL 12 GIUGNO A LIPARI, SANTA MARINA SALINA E MALFA 

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Insegnante responsabile per autolesioni dell’alunno
Nell’ambito del suo dovere di protezione e sorveglianza il docente deve evitare anche che il bambino si procuri un danno «da solo»

In tema di danno cagionato dall’alunno a se stesso la responsabilità dell’istituto scolastico e dell’insegnante non ha natura generica ma «da contratto», atteso che l’accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell’alunno a scuola, determina l’instaurazione di un vero e proprio “patto” dal quale sorge a carico dell’istituto d'istruzione l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e l’incolumità del minore per tutto il tempo in cui fruisce della prestazione scolastica.

Ritardo nella diagnosi di una malattia dall’esito infausto: lesione del diritto di autodeterminarsi
di Muia' Pier Paolo, responsabilità e risarcimento, responsabilità medica

Nel caso di specie, secondo i giudici di legittimità, il diritto di autodeterminazione, in base al quale la paziente avrebbe potuto scegliere liberamente quale percorso intraprendere una volta edotta della sua malattia, è risarcibile in quanto si tratta di un diritto costituzionalmente protetto.

La Corte di cassazione, con la sentenza in commento, si è pronunciata avverso un ricorso presentato dagli eredi di parte attrice, morta in corso di causa, i quali avevano impugnato la pronuncia della Corte d’Appello di Firenze che aveva rigettato la richiesta di risarcimento dei danni asseritamente subiti dalla attrice per un evento di malpractice medica.

All’origine, parte attrice aveva adito il Tribunale di Lucca deducendo che il medico, cui si era recata per un’affezione cutanea presente sull’alluce sinistro, non aveva accertato tempestivamente la reale natura dell’affezione che presentava, la quale, dopo aver effettuato dopo un anno dal primo incontro degli esami più approfonditi, si era rivelata essere un melanoma maligno.

Il medico dermatologo si era costituito in giudizio chiedendo il rigetto delle domande di parte attrice. Egli sosteneva che era stata la paziente a rifiutarsi di sottoporsi a più approfonditi accertamenti nel corso delle cure.

Come suddetto, la paziente, parte attrice nel giudizio di primo grado, moriva in corso di causa; si costituivano così in giudizio, in qualità di eredi, i suoi figli i quali proponevano appello avverso la sentenza del Tribunale di Lucca che aveva respinto la domanda attorea in quanto dalla C.T.U. non era emersa alcuna negligenza del medico e neppure era stato accertato il nesso causale tra il melanoma e la morte della paziente.

La Corte territoriale, adita dagli eredi della paziente, respingeva l’appello sulla base di due motivi: in primo luogo, riteneva che gli eredi potevano agire solo iure successionis, poiché aventi causa della madre (invece “per chiedere iure proprio i danni cagionati dalla morte della madre avrebbero dovuto iniziare una nuova diversa causa”); in secondo luogo, riteneva che l’attrice, ossia la paziente, avrebbe dovuto dimostrare che i danni patiti e la successiva morte fossero collegati all’imperizia e negligenza del medico (onere della prova che, la Corte riteneva tuttavia non essere stato assolto).

A seguito del ricorso promosso dagli eredi della paziente, dunque, la questione giungeva dinnanzi alla Corte Suprema, la quale accoglieva il terzo motivo di ricorso con il quale veniva denunziato che la Corte territoriale aveva errato nel ritenere non allegato e non provato il danno che la paziente deceduta aveva sofferto. In particolare, la Corte di legittimità cassava la sentenza della Corte d’Appello e rinviava alla stessa, in diversa composizione, la causa in attesa di nuova pronuncia.

La Corte d’Appello di Firenze, presso cui veniva riassunta la causa, pronunciava nuova sentenza con la quale respingeva ancora una volta le domande risarcitorie iure ereditatis degli eredi della paziente in quanto, nuovamente, riteneva non provato il nesso causale tra la presunta condotta colposa del medico e il decesso della donna. In particolare, i giudici della Corte territoriale affermavano che una corretta e tempestiva diagnosi nel corso della prima visita non avrebbe comportato un esito differente della vicenda, in quanto il tumore si presentava già “ad uno stadio tale da poterle generare”.

Non soddisfatta neanche da questa pronuncia, parte ricorrente presentava ancora ricorso dinnanzi alla Cassazione, denunziando quattro motivi

Il primo motivo di ricorso, con il quale parte ricorrente sosteneva che la Corte territoriale non avesse osservato le risultanze della C.T.U., è stato rigettato dalla Corte di Cassazione, che ha richiamato a tal fine un precedente orientamento (Cass. Sez. I, n.5148/2011; Cass Sez. I, n. 988/2021) secondo il quale il giudice può legittimamente disattendere le conclusioni rese dal consulente d’ufficio avvalendosi di una valutazione critica ancorata a risultanze processuali e validi motivi. Secondo gli Ermellini, la decisone della Corte d’Appello non contrastava infatti con detti principi giurisprudenziali, fondando, perdi più, la sua decisone a dati scientifici acquisiti in corso di causa.

Con il secondo motivo di ricorso, veniva lamentato che la Corte territoriale si era ispirato al criterio dell’ “oltre ogni ragionevole dubbio”, piuttosto che al criterio del “più probabile che non” nel giudizio di accertamento del nesso di causalità tra i danni sofferti e la morte della paziente. Anche tale motivo è stato rigettato dalla Suprema Corte: secondo gli Ermellini, infatti, se è pur vero che nel processo civile, a differenza di quello penale, vige la regola del “più probabile che non”, tuttavia, nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva correttamente escluso il nesso di causalità proprio sulla base di un giudizio di verosimiglianza e non di certezza assoluta (infatti, non vi era la certezza assoluta che una tempestiva e precoce diagnosi della malattia avrebbe permesso di evitare il danno).

Con il terzo motivo di ricorso, veniva lamentato che la Corte territoriale si era pronunciata solo su una parte delle domande avanzate dal ricorrente in quanto veniva tralasciata la domanda “sui gravi danni patrimoniali anche connessi al decesso e non solo quelli conseguenti a detto evento finale”, mentre con il quarto motivo parte ricorrente denunziava che la Corte territoriale non aveva osservato i precedenti e costanti orientamenti della Corte di legittimità, non considerando che “il ritardo nella diagnosi avrebbe determinato di per sé una lesione del diritto di autodeterminarsi”.

I giudici di legittimità hanno accolto i due suddetti motivi di ricorso (esaminati congiuntamente), in quanto hanno ritenuto che la Corte d’Appello aveva omesso di considerare il seguente fatto: ossia il paziente, anche a seguito di una diagnosi di una malattia ad esito infausto, deve essere messo in una condizione tale da poter scegliere, nell’ambito dei suggerimenti della scienza medica, come “fruire della salute residua fino all’esito infausto e di programmare il suo essere persona in vista di quell’esito”.

Alla base di tale affermazione, si trova il c.d. principio di autodeterminazione, in virtù del quale nessun trattamento sanitario può essere compiuto in difetto del previo ed esplicito consenso del soggetto interessato. Quest’ultimo, infatti, è libero di scegliere in che modo “far fronte” alla malattia, anche in virtù di quanto disposto dall’art. 32 della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge“). Il consenso del paziente, che deve essere libero e consapevole (c.d. consenso informato), è ritenuto espressione dei diritti inviolabili della persona alla salute e ad autodeterminarsi. Il paziente deve trovarsi in una condizione tale da esprimere una scelta che sia frutto di una volontà consapevole e informata (ex art. 33 L. 833/1978).

Conclusioni
Secondo i giudici di legittimità, il diritto di autodeterminazione, in base al quale la paziente avrebbe potuto scegliere liberamente quale percorso intraprendere una volta edotta della sua malattia, è risarcibile in quanto si tratta di un diritto costituzionalmente protetto.

Sul punto, gli ermellini sono concordi nel ritenere che la condotta del medico non ha causato la morte della paziente, con conseguente esclusione dei danni non patrimoniali per lesione del diritto alla salute e/o alla vita, ma affermano, a differenza della Corte territoriale, che la condotta del medico ha comportato un peggioramento del periodo rimanente della paziente determinando, conseguentemente, la risarcibilità per lesione del diritto di autodeterminarsi. Infatti, l’omissione da parte del personale sanitario della diagnosi di una malattia terminale integra l’esistenza di un danno risarcibile poiché non permette al paziente di poter scegliere “cosa fare”: ciò nel senso che il paziente deve essere messo in una condizione tal da poter programmare il corso della vita in vista di quell’esito determinato dalla malattia terminale.

Per i motivi suddetti, la Corte suprema ha dunque rinviato nuovamente la causa alla Corte d’Appello fiorentina, che sarà chiamata ad applicare tale principio: i giudici fiorentini dovranno cioè valutare se gli eventuali colpevoli ritardi del medico nella diagnosi di patologie dall’esito infausto hanno determinano il danno per la perdita di un ventaglio di opzioni con le quali la paziente avrebbe potuto decidere come affrontare la fine della sua vita.

 

di Dario Ferrara

Non è reato coltivare cannabis in casa a uso terapeutico

Il fatto non sussiste: personale l’utilizzo del raccolto, rudimentale la gestione delle due piantine sulla finestra, nessun intento criminale. Pesa la consulenza di parte: la marijuana fa bene agli occhi

«Il fatto non sussiste». È assolto l’uomo che in casa coltiva cannabis a scopi terapeutici: le due piantine sul balcone, infatti, costituiscono una mera attività domestica, fruttano un modesto quantitativo di sostanza né risulta utilizzato alcun espediente per accrescere il prodotto. Pesa la consulenza tecnica di parte: la marijuana fa bene contro l’uveite cronica, l’infiammazione alla retina, di cui soffre l’ex imputato. Lo stabilisce la Cassazione con la sentenza 2388/22, pubblicata il 20 gennaio dalla sesta sezione penale.

Peso al peso
È annullata senza rinvio la pronuncia del gup che dichiarava l’imputato non punibile per particolare tenuità del fatto, mentre il sostituto procuratore generale concludeva per il rigetto. E non c’è dubbio che il prevenuto possa impugnare anche se dal provvedimento non può patire alcun danno sul piano civile o amministrativo, ma vuole solo cancellare l’iscrizione dal casellario giudiziale. Le due piante incriminate sono alte 170 e 130 centimetri con un diametro, rispettivamente, di 85 e 66; trova ingresso la censura secondo cui non si tratta di una coltivazione tecnico-agraria: è rivolta soltanto all’uso personale e risulta del tutto priva del requisito di tipicità della condotta. Sbaglia dunque il gup a ritenere integrato il reato, pur dichiarandolo non punibile per la particolare tenuità ex articolo 131 bis Cp. E ciò perché dà troppo peso al peso, nel senso del dato ponderale della sostanza, perché dalle piante si possono ricavare duecentoventi dosi medie singole: non sussiste infatti alcun elemento in grado di collegare l’imputato al mercato illegale.

Effetti positivi
La coltivazione è realizzata con tecniche rudimentali e produce un modesto quantitativo di principio attivo. I due vasi, peraltro, sono collocati sul balcone dell’appartamento, che sta di fronte alla stazione dei carabinieri del paese siciliano, e risultano ben visibili dai militari. Non c’è dunque una serra illuminata o qualche altro accorgimento per incrementare la resa. Insomma: l’imputato non risulta legato alla criminalità. E il consulente tecnico di parte conferma che la cannabis ha positivi effetti neuroprotettivi e antinfiammatori sulla retina: una mano santa contro l’uveite cronica che affligge l’uomo.

 

di Laura Cecchini

Azione possessoria a tutela del pari utilizzo di una parte comune

Il lastrico solare è una parte comune del Condominio, come espressamente indicato all'art. 1117, comma I, n.1) c.c., ricorrente oggetto di contenzioso per più e diversi fattori correlati alla sua funzione e destinazione e, anche, in relazione alle modalità ed ai limiti per il suo utilizzo.

Nella ordinanza in esame, emanata dalla Corte di Cassazione (n.35946/2021), la lite investe la limitazione di uso del lastrico solare, destinato a lavatoio/stenditoio, o meglio, la contestata ridotta fruizione dello stesso a seguito della installazione di un impianto di condizionamento d'aria da parte di un condomino.

Azione possessoria a tutela del pari utilizzo di una parte comune: la vicenda
La causa trae origine dalla domanda giudiziale promossa da alcuni proprietari e condomini innanzi al Tribunale per vedersi reintegrati nel compossesso del lastrico solare a causa del compromesso godimento delle vasche adibite a lavatoio e dei fili per stendere i panni, per l'avvenuta apposizione, di un'unità esterna di impianto di condizionamento a servizio esclusivo dell'immobile di altro condomino.

A sostegno della pretesa avanzata, i ricorrenti hanno rappresentato che le emissioni ed i flussi di aria calda provenienti dall'impianto pregiudicavano l'impiego del terrazzo comune per le finalità a cui era destinato e, per tale motivo, ne chiedevano la rimozione.

Costituitosi in giudizio il condomino ha eccepito l'avvenuta decadenza dall'azione possessoria nonché deduceva l'assenza di impedimento nel diritto al pari uso degli altri.

La responsabilità penale dell’amministratore di condominio

L'azione possessoria veniva accolta. Promossa impugnazione avverso la sentenza di primo grado i Giudici di seconde cure rigettavano il gravame confermando la pronuncia emanata dal Tribunale.

Ravvisando la falsa applicazione delle disposizioni di legge in materia, l'omesso esame di fatti decisivi per il giudizio e l'illogicità e contraddittorietà della motivazione, la vertenza veniva portata alla attenzione dei Giudici di Piazza Cavour, i quali hanno respinto il ricorso.

È proprio il caso di dire "non c'è due senza tre".

Sottotetto di proprietà esclusiva, montare le antenne televisive sul tetto, servitù di passaggio

Azione possessoria e termine di decadenza
Nella fattispecie in esame, occorre preliminarmente esaminare la censura sollevata in merito all' intervenuto decorso del termine di un anno per la proposizione della azione possessoria.

A tal riguardo, è appropriato ricordare che, ai sensi dell'art. 1168, comma I, c.c. «Chi è stato violentemente od occultamente spogliato del possesso può, entro l'anno dal sofferto spoglio, chiedere contro l'autore di esso la reintegrazione del possesso medesimo».

Sul punto la disamina della Corte è chiara nel soffermarsi sulla bontà delle argomentazioni esposte dai Giudici d'Appello per cui il solo fatto di aprire un foro sul lastrico solare non realizzava un evento rilevante ai fini della percettibilità della lesione possessoria in quanto non si poteva realisticamente ipotizzare dove e se sarebbe stato posto il motore dell'impianto e le conseguenze che ne sarebbero derivate.

Per tale motivo, assumere l'avvenuta decadenza dall'azione perché avanzata dopo oltre un anno dalla esecuzione del suddetto foro è palesemente fuorviante.

Invero, anche se dalla apertura del foro era trascorso più di un anno, considerato che lo stesso era stato chiuso e poi riaperto successivamente in occasione del posizionamento dei tubi e dell'impianto, solo da quest'ultimo accadimento, da considerarsi autonomo, poteva ragionevolmente decorrere il termine previsto per Legge.

In proposito, non può dubitarsi che, solo al momento della installazione dell'impianto sul lastrico solare ed alla sua messa in funzione, i condomini possono aver ritenuto configurato un pregiudizio nell'utilizzo di detta parte comune.

In particolare, richiamando l'indirizzo costante e consolidato sul tema (ex pluribus multis Cassazione civile sez. II, 14/06/2019, n.16053), appare utile ed opportuno ricordare che «Nel caso di spoglio o turbativa posti in essere con una pluralità di atti, il termine utile per l'esperimento dell'azione possessoria decorre dal primo di essi soltanto se quelli successivi, essendo strettamente collegati e connessi, devono ritenersi prosecuzione della stessa attività; altrimenti, quando ogni atto - presentando caratteristiche sue proprie - si presta ad essere considerato isolatamente, il termine decorre dall'ultimo atto».

Sono, dunque, prive di fondamento le doglianze del ricorrente, in quanto l'azione è stata esperita nel termine di un anno dall'ultimo atto, rappresentato dalla collocazione dell'impianto sul lastrico ovvero dall'evento che ha posto i condomini nella condizione di percepire e valutare le conseguenze che ne sarebbero derivate sull'esercizio dei loro diritti.

Le azioni a difesa del possesso: azione di reintegrazione e azione di manutenzione

Pari uso della cosa comune

Il principio del pari uso della cosa comune, dirimente nella trattazione della questione in esame, è codificato all'art. 1102 c.c. secondo cui «Ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto.

A tal fine può apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il migliore godimento della cosa».

Il dettato normativo è limpido nello stabilire che ciascun condomino può utilizzare le parti comuni purché (i) non ne alteri la destinazione e (ii) non impedisca agli altri di farne pari uso.

È bene osservare come la citata disposizione non richieda, per l'accertamento della sua violazione, la contestualità delle due condotte indicate, in quanto la stessa si verificherà anche con il concorso di una sola delle due fattispecie previste.

Sotto tale profilo, in aderenza alla funzione nomofilattica propria, la Giurisprudenza di Legittimità ha rilevato come occorra attendere ad una valutazione della situazione concreta per constatare se, a fronte di una determinata condotta, possa sussistere e realizzarsi una limitazione nella facoltà di fruizione ovvero dell'esercizio del pari diritto di tutti gli altri condomini.

Sulla questione, è risolutiva l'interpretazione offerta dalla Suprema Corte, secondo cui «se e in che misura l'uso diretto e più intenso della cosa comune da parte di un condomino sia legittimo o venga ad alterare il rapporto di equilibrio tra partecipanti e perciò sia da ritenere non consentito a norma dell'art. 1102 c.c., occorre avere riguardo all'uso potenziale in relazione ai diritti di ciascuno dei partecipanti al condominio, proporzionalmente alla quota di ognuno di partecipazione alla cosa comune» (Cass. 23 giugno 2014 n. 14245).

Nella presente vicenda l'azione possessoria avanzata nei confronti del condomino è stata giustificata dalla installazione di un impianto che, di fatto, ha causato una turbativa del compossesso degli altri comproprietari, precludendo il godimento conformemente alle precedenti modalità di utilizzo, come rilevato dalla Corte d'Appello nella propria motivazione.

 

 

 

Quali animali sono ammessi in un condominio?

Di norma, salvo divieto approvato all'unanimità da tutti i condomini, si ritiene che possano essere detenuti cani e gatti, pesci, uccelli da gabbia, tartarughe, criceti, conigli, furetti, scoiattoli, piccole tartarughe, cincillà e porcellini d'India. Tuttavia è sempre meglio verificare cosa prevede il Regolamento Condominiale ed eventualmente chiedere chiarimenti all'Amministratore.

Qualora non vi sia un divieto espresso si ritiene consentita la detenzione di tutti gli animali non vietati dalla legge e che non creino un pericolo per la salute e l'incolumità.

 

di Debora Alberici

La condanna per ricavi in nero scatta dall’elenco dei fornitori

Utilizzabile nel processo penale l’accertamento induttivo fatto in sede amministrativa

La condanna per ricavi in nero può scattare anche dall’accertamento fatto sulle banche dati fiscali, in questo caso dall’elenco dei fornitori.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza 2515 del 24 gennaio 2022, ha respinto il ricorso di un imprenditore.

La terza sezione penale ha motivato la sua decisione spiegando che in tema di reati tributari, ai fini del superamento della soglia di punibilità di cui all'art. 5 del D.lgs. n. 74 del 2000, il giudice può legittimamente avvalersi dell'accertamento induttivo dell'imponibile compiuto dagli uffici finanziari.

Infatti, in tema di reati tributari, ai fini della prova del reato di dichiarazione infedele, il giudice può fare legittimamente ricorso ai verbali di constatazione redatti dalla Guardia di Finanza ai fini della determinazione dell’ammontare dell’imposta evasa, nonché ricorrere all'accertamento induttivo dell'imponibile quando le scritture contabili imposte dalla legge siano state irregolarmente tenute e, dall'altro, che il giudice può legittimamente fondare il proprio convincimento, in tema di responsabilità dell'imputato per omessa annotazione di ricavi, sia

sull'informativa della Guardia di finanza che abbia fatto riferimento a percentuali di ricarico attraverso una indagine sui dati mercato, che sull'accertamento induttivo dell'imponibile operato dall’ufficio finanziario quando la contabilità imposta dalla legge non sia stata tenuta regolarmente. Ciò a condizione che il giudice non si limiti a constatarne l'esistenza e non faccia apodittico richiamo agli elementi in esso evidenziati, ma proceda a specifica, autonoma valutazione degli elementi nello stesso descritti comparandoli con quelli eventualmente acquisiti aliunde.

Nel caso sottoposto all’esame della Corte l’accertamento induttivo era valido anche ai fini penali in quanto si fondava sulle banche dati fiscali, in particolare l’elenco dei fornitori.

 

di Vanessa Ranucci

Diffamazione aggravata per chi posta frasi offensive sui social network anche senza far nomi

Respinto il ricorso di un giovane che su Facebook ha inveito contro l'Arma: basta il riferimento a un ampio novero di persone che appartengono a una determinata categoria

Scatta la diffamazione aggravata per chi posta sui social network frasi offensive anche senza indicazioni nominative. Lo ha stabilito oggi la sesta sezione penale della Cassazione che, con la sentenza 2598/22, ha respinto il ricorso di un giovane che su Facebook ha inveito contro il personale militare che lo aveva fermato poco prima: basta il riferimento a un ampio novero di persone che appartengono a una determinata categoria.

All’imputato era stato contestato di aver espresso frasi minacciose nei confronti dei Carabinieri che lo avevano sorpreso a orinare in una via pubblica e per aver, poi, pubblicato sul social network Facebook un post dal contenuto diffamatorio, sempre rivolto al personale militare che lo aveva condotto in caserma e identificato.

Il ricorrente è ricorso in sede di legittimità contestando il provvedimento in cui il giudice ha rilevato una condotta diffamatoria aggravata in quanto, a suo avviso, nelle espressioni virtuali usate non c'è stato nessun riferimento ai destinatari né la possibilità di dedurne l’identità. Insomma, le frasi diffamanti erano riferite ai carabinieri in genere e non a specifici componenti dell'arma.

Per i giudici di Piazza Cavour il motivo è infondato perché “non osta all'integrazione del reato di diffamazione l'assenza di indicazione nominativa del soggetto la cui reputazione e lesa, se lo stesso sia ugualmente individuabile sia pure da parte di un numero limitato di persone. L'individuazione del soggetto passivo deve avvenire attraverso gli elementi della fattispecie concreta, quali la natura e portata dell'offesa, le circostanze narrate, oggettive e soggettive, i riferimenti personali e temporali e simili, i quali devono, unitamente agli altri elementi che la vicenda offre, essere valutati complessivamente, così che possa desumersi, con ragionevole certezza, l'inequivoca individuazione dell'offeso, sia in via processuale che come fatto preprocessuale, cioè come piena e immediata consapevolezza dell'identità del destinatario che

abbia avuto chiunque sia entrato in contatto con la propalazione diffamatoria. Al verificarsi di tali presupposti, dunque, dovrà ritenersi configurabile il reato in esame anche quando l'espressione lesiva dell'altrui reputazione risulti apparentemente riferita, in assenza di indicazioni nominative, a un ampio novero di persone, identificato in ragione della appartenenza a un gruppo o una determinata categoria: ciò potrà verificarsi laddove, per le concrete dinamiche in fatto, la propalazione offensiva finisca per riguardare singole individualità ricomprese all'interno di tale più ampio novero di soggetti che siano (e possano sentirsi) concretamente e coerentemente individuabili come destinatarie di detta espressione”.

 

RIMBORSO SPESE LEGALI A CHI È INNOCENTE: COME FUNZIONA
Come funziona il rimborso delle spese legali agli assolti con formula piena da parte dello Stato, introdotto dalla legge di bilancio 2021

 

 

Rapina con la mascherina è un’aggravante, ladro si difende: “Ma è obbligatoria…”

Il reato di rapina è aggravato se compiuto indossando la mascherina: così ha stabilito la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso di un uomo. Il ladro infatti era condannato in primo e secondo grado per rapina con l’applicazione dell’aggravante relativa al travisamento del volto. Reato compiuto mentre indossava la mascherina, resa obbligatoria dalle norme anti-Covid.

Rapina con mascherina, il ladro si difende
Il rapinatore – come riporta l’Adnkronos consultando il massimario della Fondazione Gazzetta Amministrativa della Repubblica italiana – si era rivolto alla Suprema Corte. Facendo leva sul fatto che in periodo di emergenza Covid non avrebbe potuto compiere la rapina senza la mascherina, essendo quest’ultima imposta per legge. In pratica, secondo l’autore del reato, si sarebbe trattato di un comportamento obbligatorio previsto dalla normativa vigente. Quindi non avrebbe potuto costituire un’aggravante al delitto di rapina.

La II sezione penale della Corte di Cassazione, con sentenza n. 1712 depositata il 17 gennaio 2022, ha ritenuto però infondato il ricorso in quanto il camuffamento del volto per aver indossato la mascherina è comunque collegato alla commissione del delitto e utile a rendere difficoltoso il riconoscimento dell’autore del fatto. Per la Suprema Corte, inoltre, è corretta l’applicazione dell’aggravante dal momento che il nesso di “occasionalità necessaria” della rapina effettuata indossando la mascherina esclude la possibilità di ritenere quest’ultima condotta alla stregua di mero adempimento del dovere.

di Maria Crisafi

Il Tar Lazio accoglie il ricorso del Comitato Cura Domiciliare Covid-19 e annulla la circolare del ministero della Salute. Avvocato Grimaldi: "La sentenza pone fine alla follia sanitaria della vigile attesa"

 Tachipirina e vigile attesa, il contenuto delle linee guida del ministero della salute ormai dopo due anni di pandemia è noto a chiunque. Ma oggi questo contenuto viene bocciato dai giudici del Tar Lazio (con la sentenza n. 419/2022 sotto allegata) secondo i quali, non solo è in contrasto con l'agire in "scienza e coscienza" di ogni medico ma ha "impedito" di fatto l'utilizzo di terapie idonee ed efficaci per contrastare il Covid-19. Con le conseguenze che, purtroppo, sono altrettanto note a chiunque.

Grimaldi: La sentenza pone fine alla follia sanitaria della vigile attesa
"Il Governo, andando a vincolare i medici, ha di fatto privato i cittadini delle cure domiciliari precoci, paralizzando la sanità territoriale, e portato al collasso il sistema ospedaliero, con tutte le drammatiche conseguenze che migliaia di famiglie conoscono purtroppo bene" ha dichiarato a StudioCataldi.it l'avvocato Erich Grimaldi, presidente del Comitato Cure Domiciliari Covid-19 e autore del ricorso, insieme all'avvocato Valentina Piraino.

"La sentenza pone fine alla follia sanitaria della vigile attesa" ha rincarato Grimaldi.

Il ricorso del Comitato Cure Domiciliari Covid-19
Nella vicenda, il Comitato Cure Domiciliari, composto da medici di medicina generale e specialisti, ha fatto ricorso al Tar per chiedere l'annullamento della circolare del ministero della Salute recante "Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2" aggiornata al 26 aprile 2021, nella parte in cui, nei primi giorni di malattia da Sars-Cov-2, prevede unicamente una "vigilante attesa" e somministrazione di fans e paracetamolo e nella parte in cui pone indicazioni di non utilizzo di tutti i farmaci generalmente utilizzati dai medici di medicina generale per i pazienti affetti da Covid.

Con il ricorso in oggetto, i medici del Comitato Cure Domiciliari Covid-19, hanno contestato le linee guida promulgate da AIFA e pedissequamente mutuate con la circolare del Ministero della Salute "Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2" aggiornata al 26 aprile 2021, nella parte in cui, anziché dare indicazioni valide sulle terapie da adottare a domicilio, "prevedono un lungo elenco delle terapie da non adottare, divieto che non corrisponde all'esperienza diretta maturata dai ricorrenti".

Tar: le indicazioni del ministero della salute impediscono l'uso di terapie idonee ed efficaci
"È onere imprescindibile di ogni sanitario di agire secondo scienza e coscienza, assumendosi la responsabilità circa l'esito della terapia prescritta quale conseguenza della professionalità e del titolo specialistico acquisito" afferma preliminarmente il Tar nella decisione, e sentenzia:

"La prescrizione dell'AIFA, come mutuata dal Ministero della Salute, contrasta, pertanto, con la richiesta professionalità del medico e con la sua deontologia professione, imponendo, anzi impedendo l'utilizzo di terapie da questi ultimi eventualmente ritenute idonee ed efficaci al contrasto con la malattia Covid-19 come avviene per ogni attività terapeutica".

Inoltre, rappresentano i giudici amministrativi, "il giudice di appello nello scrutinare una analoga vicenda giudiziaria (la censura afferente alla sola determinazione dell'AIFA) ha precisato che: "la nota AIFA non pregiudica l'autonomia dei medici nella prescrizione, in scienza e coscienza, della terapia ritenuta più opportuna, laddove la sua sospensione fino alla definizione del giudizio di merito determina al contrario il venir meno di linee guida, fondate su evidenze scientifiche documentate in giudizio, tali da fornire un ausilio (ancorché non vincolante) a tale spazio di autonomia prescrittiva, comunque garantito".

Per cui, il contenuto della nota ministeriale, conclude il Tar Lazio, "imponendo ai medici puntuali e vincolanti scelte terapeutiche, si pone in contrasto con l'attività professionale così come demandata al medico nei termini indicati dalla scienza e dalla deontologia professionale".

Da qui l'accoglimento del ricorso e la bocciatura in toto della circolare del ministro della salute Roberto Speranza.

 

Sanzioni disciplinari, al preside spetta valutare (solo) quelle lievi
Non tocca al dirigente disporre conseguenze superiori al rimprovero verbale e inferiori alla sospensione dal servizio e dallo stipendio per oltre 10 giorni
Cassazione civile 9 gennaio 2022

In tema di sanzioni disciplinari nel pubblico impiego privatizzato al fine di stabilire la competenza dell’organo deputato a iniziare, svolgere e concludere il procedimento, occorre avere riguardo al massimo della sanzione disciplinare come stabilita in astratto, in relazione alla fattispecie legale, normativa o contrattuale che viene in rilievo. E ciò essendo necessario, in base ai principi di legalità e del giusto procedimento, che la competenza sia determinata in modo certo.

 

di di Dario Ferrara

Quando il dipendente s’infortuna il datore non può essere condannato «con il senno del poi»

Stop alla condanna emessa perché il macchinario non ha uno schermo protettivo: il giudice non considera la fase della produzione in cui si verifica il sinistro e quali siano le relative misure di protezione

Se il lavoratore s’infortuna, il datore non può essere condannato «con la logica del senno del poi». È escluso, infatti, che il giudice possa ritenere l’imprenditore penalmente responsabile senza considerare la fase della produzione in cui il sinistro si verifica né porsi il problema di quali siano le misure di protezione previste per quello specifico segmento della lavorazione. Insomma: l’errore sta nell’individuare la regola cautelare in base a una valutazione ricavata ex post a evento avvenuto, in modo del tutto astratto e svincolato dal caso concreto. È quanto emerge dalla sentenza 836/21, pubblicata il 13 gennaio dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Giustizia creativa
È accolto contro le conclusioni del sostituto procuratore generale il ricorso dei tre imputati per lesioni colpose. L’operaio riporta la frattura scomposta del mignolo nel tentativo di recuperare il tondino di alluminio lavorato mentre il tornio è ancora in movimento. Al datore si rimprovera di non aver dotato il macchinario di uno schermo frontale di protezione per evitare il contatto del lavoratore con gli ingranaggi in movimento. E con lui alla sbarra siedono il responsabile della sicurezza, per aver sottovalutato il rischio, e il titolare ditta produttrice, per aver venduto una macchina non a norma. Almeno secondo i pm. In realtà il tornio è conforme alla norma di riferimento Uni En 12840/2003, che non prevede lo schermo “vagheggiato” dai giudici del merito: la cui necessità, osservano gli “ermellini” appare frutto di un ragionamento creativo.

Mere congetture
La responsabilità colposa, invece, non può essere fondata sul senno del poi: il riscontro della colpa deve essere frutto di un processo cognitivo che individua a monte la regola cautelare che si assume violata, secondo una valutazione ex ante. Lo schermo non avrebbe salvato l’operaio che avrebbe comunque dovuto aggirarlo per infilare la mano nel tornio: lo strumento di protezione deputato, in quella fase, è il pedale del freno, mentre il lavoratore aziona la frizione, la rotazione continua per inerzia e il guanto impigliato fa il resto. Risultato: la regola cautelare dello schermo protettivo è ricavata in maniera congetturale. Parola al giudice del rinvio.

 

 

Stop alla condanna emessa perché il macchinario non ha uno schermo protettivo: il giudice non considera la fase della produzione in cui si verifica il sinistro e quali siano le relative misure di protezione

Se il lavoratore s’infortuna, il datore non può essere condannato «con la logica del senno del poi». È escluso, infatti, che il giudice possa ritenere l’imprenditore penalmente responsabile senza considerare la fase della produzione in cui il sinistro si verifica né porsi il problema di quali siano le misure di protezione previste per quello specifico segmento della lavorazione. Insomma: l’errore sta nell’individuare la regola cautelare in base a una valutazione ricavata ex post a evento avvenuto, in modo del tutto astratto e svincolato dal caso concreto. È quanto emerge dalla sentenza 836/21, pubblicata il 13 gennaio dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Giustizia creativa
È accolto contro le conclusioni del sostituto procuratore generale il ricorso dei tre imputati per lesioni colpose. L’operaio riporta la frattura scomposta del mignolo nel tentativo di recuperare il tondino di alluminio lavorato mentre il tornio è ancora in movimento. Al datore si rimprovera di non aver dotato il macchinario di uno schermo frontale di protezione per evitare il contatto del lavoratore con gli ingranaggi in movimento. E con lui alla sbarra siedono il responsabile della sicurezza, per aver sottovalutato il rischio, e il titolare ditta produttrice, per aver venduto una macchina non a norma. Almeno secondo i pm. In realtà il tornio è conforme alla norma di riferimento Uni En 12840/2003, che non prevede lo schermo “vagheggiato” dai giudici del merito: la cui necessità, osservano gli “ermellini” appare frutto di un ragionamento creativo.

Mere congetture
La responsabilità colposa, invece, non può essere fondata sul senno del poi: il riscontro della colpa deve essere frutto di un processo cognitivo che individua a monte la regola cautelare che si assume violata, secondo una valutazione ex ante. Lo schermo non avrebbe salvato l’operaio che avrebbe comunque dovuto aggirarlo per infilare la mano nel tornio: lo strumento di protezione deputato, in quella fase, è il pedale del freno, mentre il lavoratore aziona la frizione, la rotazione continua per inerzia e il guanto impigliato fa il resto. Risultato: la regola cautelare dello schermo protettivo è ricavata in maniera congetturale. Parola al giudice del rinvio.

 

di Dario Ferrara

Il chirurgo risarcisce perché il ferrista ha lasciato la garza nella pancia del paziente

Spetta al capo équipe assicurarsi dell’assenza di ritenzione interna prima di procedere alla chiusura anche se il conteggio del materiale e degli strumenti utilizzati è affidato all’infermiere

Anche il chirurgo compie reato se il ferrista dimentica la garza nell’addome del paziente. Spetta al capo dell’équipe medica, infatti, assicurarsi che non vi sia ritenzione interna al sito chirurgico di materiale o strumenti utilizzati prima di procedere alla chiusura. E ciò anche se la raccomandazione 2/2008 del ministero della Salute affida agli infermieri il compito di contare il materiale in entrata e in uscita nel campo operatorio. Evitare il danno connesso alla ritenzione di materiale nel corpo del paziente è un dovere proprio del chirurgo che deriva dalla posizione di garanzia che il medico assume con l’atto operatorio. È quanto emerge dalla sentenza 392/22, pubblicata l’11 gennaio dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Posizione di garanzia
È prescritto il reato di lesioni personali colpose ascritto al chirurgo, ma il ricorso è respinto agli effetti civili: il sanitario dunque dovrà risarcire la paziente che ha riportato una patologia con prognosi superiore ai quaranta giorni a causa della garza laparotomica lasciata nella sua pancia dall’infermiere. Non trova ingresso la censura della difesa secondo cui al capo dell’équipe competerebbe soltanto costatare l’avvenuto conteggio del materiale in entrata e in uscita e ricevere la relativa scheda infermieristica, dandone atto nella check list che sottoscrive. È vero: in base alla raccomandazione ministeriale spetta agli infermieri fare la conta del materiale introdotto e poi estratto dall’organismo del malato. E il rapporto tra infermiere e medico non si esprime più in termini di subordinazione ma in chiave di collaborazione delle rispettive sfere di competenza, con il primo che assume una specifica posizione di garanzia rispetto alla salute del paziente.

Culpa in vigilando
Il punto è che tutti gli operatori coinvolti nell’atto chirurgico devono assicurare l’adempimento degli oneri di controllo che servono a scongiurare l’evento avverso. E dunque il medico viene condannato per culpa in vigilando: è escluso che l’omesso controllo possa essere ritenuto una violazione lieve perché non si accompagna al rispetto di linee guida e buona pratiche ma dipende dall’inequivoca inosservanza di una norma precauzionale imposta al capo dell’équipe chirurgica.

 

Locazioni commerciali: l’emergenza da Covid-19 non giustifica il mancato pagamento del canone

Il caso, prende spunto dal procedimento di intimazione di sfratto per morosità promosso dal proprietario dell’immobile locato nei confronti nella società conduttrice di questo per ottenere la convalida dello stesso sfratto e la condanna di essa società al pagamento dei canoni di locazione e degli oneri accessori di gestione dell’immobile non corrisposti.

La conduttrice, da parte sua, nel costituirsi in giudizio contestava in fatto e in diritto la domanda, eccependo, tra l’altro, l’impossibilità sopravvenuta al rispetto delle obbligazioni derivanti dalla locazione in essere a causa della situazione emergenziale da Covid-19 e rilevando altresì la violazione da parte del locatore del principio di buona fede per avere egli disatteso alla richiesta di rinegoziare il canone di locazione in forza anche della fideiussione bancaria già rilasciata in suo favore.

Più precisamente, dunque, la conduttrice, sulla base di tali motivazioni, chiedeva che venisse accertata e dichiarata l’esistenza dei gravi motivi previsti dall’art. 665 cpc al fine di evitare l’emissione dell’ordinanza di convalida di sfratto e di quella per il pagamento dei canoni e degli oneri di locazione scaduti e che, conseguentemente, fosse disposta una equa riduzione del canone di locazione

Il Tribunale di Roma, con questa significativa e per certi versi innovativa pronuncia in un più ampio panorama interpretativo di una normativa, quella eccezionale da Covid-19, che assume contorni e contenuti in continua evoluzione, ha espresso un importante principio di diritto in materia, secondo il quale “in materia di locazione è da escludere che la grave situazione epidemiologica in essere ed i provvedimenti limitativi della libertà di iniziativa economica emanati per effetto della diffusione del virus “Covid-19” configurino un caso di impossibilità sopravvenuta e ciò sia con riferimento all’obbligazione di pagamento del canone della conduttrice (un’obbligazione di pagamento non può diventare obiettivamente impossibile, attesa la natura di bene fungibile del denaro mentre i mancati pagamenti riferibili, come quelli qui in esame, a condizioni soggettive dell’obbligato, quali la sua incapienza patrimoniale, non possono essere ritenuti rilevanti ai fini dell’impossibilità sopravvenuta), sia con riferimento all’impossibilità per la stessa conduttrice di utilizzare, in tutto o in parte, la prestazione della locatrice, avendo questi messo a completa disposizione, senza limitazioni alcune, il bene locato”.

Nella complessa e delicata questione, dunque, che da sempre ha interessato la regolamentazione dei contratti di locazione commerciale, come è noto contrassegnati dalle limitazioni e dai divieti che l’emergenza pandemica ha inevitabilmente determinato, i Giudici romani si schierano in questo caso apertamente a favore della parte locatrice, in un certo senso quasi a voler “compensare” quel favor che invece il legislatore ha riconosciuto ai conduttori con le ormai note disposizioni di sospensione degli sfratti allo stato ancora vigenti.

La conclusione, pertanto, cui giunge il Tribunale di Roma è certamente condivisibile perché perfettamente rispondente ai principi di diritto che sottendono alla regolamentazione dei contratti sinallagmatici a prestazioni corrispettive per i quali, come è noto, l’art. 1463 del Codice Civile prevede che solo nell’ipotesi di impossibilità totale la parte liberata dalla prestazione dovuta per la sopravvenuta impossibilità della stessa non possa chiedere la controprestazione e debba restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell’indebito.

I giudici romani, infatti, opportunamente precisano come nella fattispecie esaminata tale disciplina non possa ritenersi applicabile “poiché a causa del factum principis, che vieta le attività socialmente pericolose, non è l’immobile che diventa inidoneo all’uso ma l’attività che in essa vi si svolge ad essere impedita e ciò ricade nella sfera di rischio dell’imprenditore-conduttore”.

Il ragionamento seguito dal Tribunale, dunque, è basato sulla sottile, ma comunque evidente, differenziazione tra il bene-immobile oggetto della locazione rispetto al valore-prestazione commerciale che attraverso il primo si esplica e tale distinzione in effetti non è di poco conto sotto il profilo giuridico e sostanziale, sebbene sia chiaro come alla fine si discuta intorno ad una interpretazione semantica della “impossibilità sopraggiunta della prestazione” quanto mai labile nei suoi reali contorni identificativi ex ante, ma piuttosto doverosamente individuabile caso per caso nelle competenti aule di giustizia.

Effettivamente, come emerge anche nella sentenza in commento, possiamo certamente condividere l’assunto del Tribunale secondo il quale non sarebbero ravvisabili motivi di impossibilità materiale o giuridica per il conduttore all’uso od alla detenzione dell’immobile, dal momento che anche nei frangenti più delicati del periodo pandemico, durante i quali gran parte degli esercizi commerciali e delle attività produttive è stata oggetto di chiusura forzosa per disposizione ministeriale, ciò che può dirsi essere stato di fatto compromesso e/o addirittura impedito è la predetta prestazione commerciale senza alcuna incidenza sul bene-immobile inteso quale oggetto stricto sensu del contratto di locazione.

I Giudici romani, peraltro, sostanziano la propria decisione di avvenuta convalida dello sfratto per accertata grave morosità del conduttore su una attenta e scrupolosa valutazione non solo delle principali disposizioni civilistiche in materia di obbligazioni e contratti, ma anche della normativa speciale emergenziale che è stata emanata a partire dal marzo 2020 e che si è protratta sino ad oggi con varie proroghe e modifiche, per cui ancora di più la sentenza oggi in commento è da segnalarsi per una utile lettura.

Secondo il Tribunale capitolino, infatti, non sarebbe esperibile anzitutto il rimedio della risoluzione per inadempimento del locatore, e detta conclusione ci appare quanto mai plausibile poiché è in re ipsa la considerazione che la disposta chiusura delle attività economiche, in quanto dovuta unicamente a sopraggiunte normative ministeriali, giammai potrebbe ritenersi riconducibile alla sfera di responsabilità contrattuale del proprietario.

Se così non fosse, del resto, sarebbe paradossale addossare presunte colpe contrattuali in capo ad essi proprietari, probabilmente la categoria di soggetti che in questo particolare contesto socio-economico maggiormente ha risentito degli effetti pregiudizievoli della pandemia, dal momento che oltre ad aver subito la ricordata sospensione dell’esecutività degli sfratti ha ricevuto dal Governo, come magra consolazione, la sola esenzione dalle imposte sugli immobili per i canoni di locazione non incassati, senza che sia mai stato normato il tentativo, pure operato da alcune forze politiche, di riconoscere loro delle forme di ristoro economico[2].

E’ oltretutto notizia di questi giorni l’inserimento nella Manovra di fine anno di un emendamento che potrebbe finalmente prevedere un aiuto economico in favore dei piccoli proprietari che abbiano dovuto sottostare al blocco degli sfratti esecutivi in corso, sempre mediante forme indennitarie a copertura del canone eventualmente non percepito.

Il Tribunale di Roma ha poi ritenuto ugualmente non praticabile anche il ricorso alla tutela ex art. 1463 c.c. dal momento che anche questa presupporrebbe comunque l’accertato sopravvenuto impossibile godimento ed utilizzo del locale commerciale o dell’immobile[3] che come detto nei casi in questione non è ravvisabile.

I Giudici romani hanno altresì escluso l’applicabilità dell’art. 1464 c.c. per la parziale impossibilità della prestazione di una parte ed il conseguente diritto dell’altra ad ottenere una corrispondente riduzione della propria prestazione ovvero a recedere addirittura dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile all’adempimento parziale poiché anche questa soluzione contrasterebbe apertamente con la logica dei fatti che vede sempre il locatore adempiente ai propri obblighi contrattuali per aver posto comunque a disposizione del conduttore l’immobile locato e che quindi porta a concludere che se vi sia stata una limitazione all’esercizio dell’attività commerciale essa in realtà non abbia riguardato l’uso dell’immobile in sé.

Oltretutto, proprio a tale riguardo i Giudici capitolini precisano opportunamente come non possa “ritenersi esistente un diritto, fondato sulla disciplina della emergenza epidemiologica e sulla crisi che ne è scaturita, alla sospensione od alla riduzione del canone od ancora alla sua modifica da parte del conduttore che è rimasto nel godimento materiale dell’immobile con la propria famiglia oppure con la propria struttura, con i propri beni strumentali e con le proprie merci” e come non possa neanche “ritenersi legittima la unilaterale auto-sospensione od autoriduzione dei pagamenti, essendo tra l’altro, di regola, prevista nei contratti di locazione la clausola del c.d. solve et repete”.

In effetti, sappiamo tutti benissimo essere buona norma, nella predisposizione di un qualunque contratto di locazione, quella di limitare, se non appunto escludere del tutto come normalmente avviene, la possibilità per il conduttore di fare valere le proprie eventuali ragioni creditorie in compensazione automatica e/o diretta con i canoni o gli oneri di locazione, rispondendo ciò ad un fondamentale principio di certezza contrattuale e giuridica che intende anzitutto salvaguardare la posizione economica della parte locatrice in quanto proprietaria dell’immobile che si trova nell’uso e nella detenzione di altra persona.

La sopra riportata testuale considerazione contenuta nella sentenza oggi in commento, pertanto, costituisce la linea di congiunzione tra i principi civilistici di responsabilità contrattuale esaminati dal Tribunale di Roma e la vasta ed articolata normativa speciale ed emergenziale che nel tempo si è succeduta e che ancora oggi contrassegna, non senza polemiche o contrasti di pensiero, i complessi e delicati rapporti obbligatori connessi al contratto di locazione.

Nella rilevata mancata applicabilità, infatti, alle fattispecie considerate della richiamata normativa civilistica, l’unico appiglio giuridico cui eventualmente aggrapparsi per trovare la soluzione alla problematica in esame si sarebbe dovuto rintracciare negli interventi legislativi, di natura eccezionale, che sono nati per fronteggiare la pandemia in atto, ma anche questa disamina, secondo i Giudici romani, ha esito negativo.

Nessuna, invero, delle norme emergenziali introdotte in costanza di pandemia si è preoccupata di disciplinare le sorti del contratto di locazione e le sue possibili variazioni nel corso del rapporto o sino alla sua naturale scadenza, quasi a voler confermare, anche in una situazione generalizzata del Paese di assoluta incertezza e di oggettiva difficoltà economica, il primato autentico dell’autonomia negoziale rispetto ad un intervento di imperio legislativo che, se fosse stato attuato tout court, probabilmente avrebbe sollevato non poche questioni di legittimità anche sotto il profilo costituzionale.

Il concetto di fondo che, effettivamente, ricaviamo dalla pronuncia in commento è proprio questo: il Legislatore, infatti, è voluto intervenire anche in questo particolare contesto negoziale senza pregiudicare o anche solo limitare in alcun modo l’obbligo, contrattualmente assunto dal conduttore, del pagamento del canone di locazione pur in presenza di una chiusura coatta del locale commerciale per ragioni di sicurezza pubblica, preferendo piuttosto modulare tale sua “ingerenza” attraverso tutta una serie di misure e di disposizioni in favore delle attività commerciali tra le quali ha assunto decisiva rilevanza, anche economica, il credito d’imposta previsto fino al 30.4.2021 dall’art. 28 del D.L. n. 34 del 2020.

Secondo il Tribunale di Roma, anzi, proprio l’introduzione di questo credito d’imposta è la dimostrazione certa e definitiva della obbligatorietà del canone di locazione, dal momento che il fatto che al comma 6 della suindicata norma sia stato precisato che “Il credito d’imposta di cui ai commi precedenti è utilizzabile nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa ovvero in compensazione…” conferma ancora di più come presupposto imprescindibile per il godimento di tale beneficio sia il regolare pagamento dei canoni di locazione ovvero la disponibilità espressa del locatore alla cessione, da parte del conduttore, del credito di imposta in luogo del pagamento della corrispondente parte del canone.

Né, sempre secondo i Giudici romani, ci autorizzano ad una diversa conclusione anche altri analoghi interventi legislativi, sempre favorevolmente indirizzati al conduttore esercente di attività commerciale e sempre costituiti da vantaggi fiscali, che pure hanno contrassegnato questo lungo periodo di emergenza, a partire dall’art. 65 del Decreto Cura Italia, poi modificato ed integrato con il Decreto Rilancio[8], che ha introdotto il bonus del 60 % del canone mensile di locazione pagato nei mesi di marzo, aprile e maggio 2020 in presenza di una data diminuzione del fatturato o dei corrispettivi, per proseguire con l’art.77 comma 1 lett.b) del D.L. n. 104 del 2020 che ha esteso la previsione del credito d’imposta del 60% sul canone di locazione e del 30% sul canone di affitto d’azienda anche per il mese di giugno 2020, ed ancora con l’art. 28 del menzionato Decreto Rilancio che ha previsto un credito di imposta per i contratti di affitto di azienda per finire con l’art. 8 del Decreto Ristori n. 137/2020 che ha invece accordato tale credito d’imposta a determinate imprese operanti in ben individuati settori, senza infine tralasciare altresì i vari contributi a fondo perduto che sono stati riconosciuti ai soggetti titolari di partita IVA con ulteriori decreti ministeriali.

Vi è stato, dunque, in questo continuo, quasi vertiginoso, legiferare un lodevole e giusto passo indietro della politica rispetto alla supremazia della volontà negoziale, mai di fatto compromessa da queste disposizioni normative; basti pensare, del resto, come la situazione emergenziale abbia anche determinato casi di rinegoziazione spontanea, ed ovviamente condivisa, del contratto di locazione senza che l’emergenza in quanto tale sia mai assunta ex se a causa giustificativa della riduzione del canone, come giustamente affermato anche da alcune sentenze di merito.

 

 

No accertamento con redditometro se il figlio guadagna e contribuisce alle spese

Accolto il ricorso del contribuente cui era stato notificato l’atto impositivo per la seconda casa e l’auto di lusso

Nullo l’accertamento con redditometro quando i figli guadagnano e contribuiscono alle spese della famiglia.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 692 del 12 gennaio 2022, ha accolto il ricorso di un contribuente cui era stato notificato l’atto impositivo per la seconda casa e l’auto di lusso.

In particolare l’uomo aveva subito chiesto l’annullamento della pretesa erariale dal momento che il figlio maggiore lavorava e contribuiva ai bisogni della famiglia; il piccolo era disabile e percepiva una indennità di accompagnamento.

Tutte circostanze, queste, irrilevanti per l’ufficio che aveva accertato una maggiore Irpef con metodo sintetico.

Inutile impugnare di fronte a Ctp e Ctr. I giudici di merito hanno infatti confermato l’atto impositivo.

Ora la Cassazione ha ribaltato il verdetto, accogliendo il secondo motivo del ricorso presentato dalla difesa.

Per i Supremi giudici, la commissione regionale a fronte del contenuto della prova contraria concessa al contribuente in caso di accertamento sintetico, la quale deve vertere sulla dimostrazione che il maggior reddito determinato o determinabile è costituito «in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta», attraverso la produzione di «idonea documentazione» attestante «l'entità» e «la durata» del possesso e il riferimento alla complessiva posizione reddituale dell'intero nucleo familiare, costituito dai coniugi conviventi e dai figli, soprattutto minori, atteso che la presunzione del loro concorso alla produzione del reddito trova fondamento, ai fini dell' accertamento suddetto, nel vincolo che li lega, si è limitata a fare generico richiamo, sostanzialmente per relationem, alle verifiche operate dall’ufficio, a suo dire affatto esaminate dai giudici di prime cure, e vaghi accenni ai redditi della moglie e del solo figlio piccolo e alla percentuale di attribuzione della casa di abitazione, senza alcun accenno al possesso di redditi da risparmio e a quelli dell’intero nucleo familiare.

Ora la causa dovrà essere rivalutata dalla Ctr di Milano che dovrà tener conto delle indicazioni fornite in sede di legittimità. E quindi dovrà invalidare o ridurre l’accertamento a seconda di quanto il giovane ha contribuito all’acquisto e il mantenimento di auto e case.

 

di Vanessa Ranucci

Anche il commercialista risponde degli illeciti del cliente perché non ha controllato la veridicità delle fatture

Pesa l'omessa segnalazione di una serie di anomalie rilevate nella contabilità e la prosecuzione dell’attività di assistenza

Il commercialista della società che commette illeciti fiscali può essere condannato in concorso se non ha controllato la veridicità delle fatture. Il contributo partecipativo all'evento criminoso è individuabile nell'omessa segnalazione di una serie di anomalie rilevate nella contabilità e, dunque, nella prosecuzione dell’attività di assistenza. Lo ha stabilito oggi la terza sezione penale della Cassazione con la sentenza 156/22.

La Corte d'appello aveva condannato un commercialista a due anni e mezzo di reclusione per evasione fiscale. In particolare, il professionista era stato ritenuto colpevole in concorso con le società da lui seguite, per l’attività illecita al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto.

Il ricorrente, ricorso in sede di legittimità contro questa decisione, ha affermato di aver controllato con regolarità le fatture e di non sapere che fossero relative a operazioni oggettivamente inesistenti, in quanto non aveva mai visionato i documenti accompagnatori né aveva un obbligo in merito.

Secondo il giudici di Piazza Cavour il ricorso è infondato e, al riguardo, hanno ricordato che “il commercialista di una società può concorrere nel reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, agendo a titolo di dolo eventuale. È sufficiente che la condotta di partecipazione si manifesti in un comportamento esteriore idoneo ad arrecare un contributo apprezzabile alla commissione del reato, mediante il rafforzamento del proposito criminoso o l’agevolazione dell'opera degli altri concorrenti, e che il partecipe, per

effetto della sua condotta, idonea a facilitarne l'esecuzione, abbia aumentato la possibilità della produzione del reato poiché in forza del rapporto associativo diventano sue anche le condotte degli altri concorrenti. Il dolo specifico richiesto per integrare il delitto di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, previsto dall'art. 2 Dlgs 10 marzo 2000, n. 74, è compatibile con il dolo eventuale, ravvisabile nell'accettazione del rischio che l'azione di presentazione della dichiarazione, comprensiva anche di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, possa comportare l'evasione delle imposte dirette o dell'Iva”.

Nella specie, il commercialista aveva rilevato delle anomalie e, invece di segnalarle alle autorità competenti, aveva proseguito nell'assistenza fiscale delle società per non perdere i clienti: proprio in tal senso, egli ha contribuito all’attuazione del meccanismo fraudolento che aveva consentito all’amministratore delle società di avvalersi di documentazione fittizia. Pertanto, il ricorso è stato respinto e il ricorrente condannato alle spese processuali.

 

di Annamaria Villafrate

NON PUNIBILE L'OCCUPAZIONE ABUSIVA DETTATA DAL BISOGNO DI DARE UN TETTO AI FIGLI

Per la Cassazione, lo stato di necessità esclude la punibilità per tenuità del fatto in presenza della necessità di garantire un tetto ai propri figli minori



 

SICUREZZA SUL LAVORO: PREPOSTO E OBBLIGHI FORMATIVI DEL DATORE

Il decreto lavoro fisco prevede la nomina del preposto e l'obbligo formativo del datore in materia di sicurezza sul posto di lavoro

Filicudi-Alicudi, mare piatto ma l'aliscafo non arriva...

 

Buongiorno direttore,

l'aliscafo Adriana M. sospende la corsa per Filicudi e Alicudi questa mattina con queste condizioni di mare.

Non Comment

Buone Feste

Lettera firmata

 

La vignetta di Silvana Clesceri

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Libertà sessuale del minore di anni 14: in caso di dubbio, il partner deve astenersi dal compiere atti sessuali

In tema di reati sessuali con minorenni, grava su chi invoca l’errore sull’età della vittima l’onere di dimostrare di avere attivato tutti gli accorgimenti per verificare di non trovarsi al cospetto di una persona minore degli anni quattordici.

Cass. pen., sez. III. 30 dicembre 2021), n. 47293
Il caso. Tre gli imputati condannati per il reato di atti sessuali con una minorenne, di anni quattordici, che hanno proposto ricorso in cassazione avverso la sentenza di condanna.

L’imputato è stato registrato in hotel? Uno dei ricorrenti ha contestato la mancata assunzione di una prova decisiva, avendo egli richiesto, nel giudizio di appello, di verificare se avesse fatto ingresso nell’albergo teatro del reato commesso, al fine di sondare altresì la veridicità delle dichiarazioni della persona offesa.

Cass. pen., sez. III, ud. 28 ottobre 2021 (dep. 30 dicembre 2021), n. 47293
Presidente Aceto – Relatore Semeraro

1. Con la sentenza del 10 dicembre 2020 la Corte di appello di Napoli, in parziale riforma di quella del Tribunale di Napoli nord del 30 marzo 2018, ha ridotto la pena inflitta ad Ri.Ar. a 3 anni e 2 mesi di reclusione, ad C.A. e R.M. a 3 anni ed 8 mesi di reclusione, confermando nel resto la sentenza di primo grado.

Gli imputati sono stati condannati per i reati, loro rispettivamente ascritti.

 

Spiacevole notizia dall'Agenzia delle Entrate che blocca il superbonus 110% per queste case indipendenti.

C’è un recente aggiornamento del Decreto Rilancio. Un nuovo punto, al comma 1-bis dell’art.119, rivede i parametri necessari per considerare indipendente un ‚abitazione. Il nuovo comma asserisce che una casa puà dirsi indipendente se ha proprietà esclusiva su almeno tre utenze. Le tre utenze di cui deve avere proprietà esclusiva devono rientrare tra: impianto di approvvigionamento idrico, impianto elettrico, impianto del gas, impianto di climatizzazione.

Per avere esclusiva proprietà degli impianti però, stando a quanto affermato dall’Agenzia delle Entrate, bisogna avere proprietà esclusiva dell’allaccio. Il problema sussiste,dunque, in quei complessi residenziali che hanno ingressi indipendenti e contatori autonomi, ma in cui la proprietà dell’llaccio è condivisa. E‘ il caso,per esempio, di moltissime case vacanza, apparentemente indipendenti, ma che non potranno usufruire die superbonus. Rischiano così di non potere usufruire del superbonus.

Infatti, se in questi contesti abitativi, le case spesso hanno contatori autonomi, altrettanto spesso, gli allacci delle utenze sono spartiti tra più abitazioni. In generale, lAgenzia delle Entrate specifica che il superbonus è applicabile a case funzionalmente indipendenti. Per determinarne l’indipendenza funzionale, però, rimanda sempre al suddetto comma 1-bis dell’art.119 del Decreto rilancio

 

Legittimità del diniego di apertura di fast food in aree tutelate dal piano territoriale paesaggistico (nella specie Terme di Caracalla).
Consiglio di Stato, Sez. VI, sent. del 28 dicembre 2021, n. 8641.

E’ legittimo il diniego di apertura di un McDonald's alle Terme di Caracalla, essendo l'area in cui si trova l'immobile tutelata dal piano territoriale paesaggistico ed inclusa nel centro storico tutelato come sito Unesco.

Ha premesso la Sezione che l’area in cui si trova l’immobile è tutelata dal PTP n. 15/12, art. 134, comma 1, lett c), Valle della Caffarella, Appia antica ed Acquedotti, inclusa nel Centro Storico tutelato come sito Unesco, in area attigua alle Terme di Caracalla, per la quale le Norme tecniche di attuazione (art. 46) prevedono espressamente l’obbligatorietà del procedimento di autorizzazione paesaggistica di cui all’art. 146 del Codice (d.lgs. n. 42 del 2004).

Ha aggiunto che l’art. 150, d.lgs. n. 42 del 2004 attribuisce espressamente sia alla Regione sia al Ministero il potere di ordinare la sospensione di lavori atti ad alterare i valori paesaggistici del territorio, a tutela sia dei beni già vincolati sia di aree che si intende tutelare con l'imminente adozione di un futuro vincolo paesaggistico; si tratta, pertanto, di un potere che può essere esercitato anche a salvaguardia di aree o immobili non ancora dichiarati di interesse culturale o paesistico.

Nel caso di specie peraltro, sulla scorta di quanto sopra evidenziato, la disciplina vigente conferma la sussistenza del vincolo – nei termini predetti – e la conseguente necessità dell’autorizzazione paesaggistica, la cui mancanza ha pertanto in ogni caso giustificato e legittimato il ricorso al potere inibitorio in esame.

Quanto all’esercizio del potere di autotutela, la Sezione ha ricordato che nella specie sussiste tale potere in termini non di mera rimozione dei pareri precedentemente espressi dalle singole soprintendenze sulla base di una disciplina diversa da quella correttamente ricostruita dalla direzione generale, in quanto l’effetto degli atti impugnati è quello – di per sé neppure integrante un totale arresto procedimentale definitivo – di diffida all’attivazione del corretto percorso procedimentale.

Ha aggiunto che l’assenso edilizio, rilasciato in carenza dell'autorizzazione paesaggistica, sia inefficace (cfr. art. 146, commi 2, e 4, d.lgs. n. 42 del 2004); analogamente, ove l’assenso edilizio sia rilasciato sulla base di un presupposto (id est, l'avvenuto rilascio dell'autorizzazione paesaggistica) in realtà non sussistente se non nominatim (come nel caso di specie, in cui erano stati adottati pareri settoriali, non integranti la forma e la sostanza dell’autorizzazione ex art. 146, d.lgs. n. 42 per il diverso quadro pianificatorio non correttamente prospettato), si è in presenza di una doppia situazione patologica.

trasformazione edilizia del territorio, applicabili a maggior ragione in ordine alla peculiare disciplina propria degli ambiti soggetti a parallela tutela latu sensu culturale, comprendente il versante paesaggistico.

In generale, i presupposti dell'esercizio del potere di annullamento d’ufficio dei titoli edilizi sono costituiti dall'originaria illegittimità del provvedimento, dall'interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione (diverso dal mero ripristino della legalità violata), tenuto conto anche delle posizioni giuridiche soggettive consolidate in capo ai destinatari; l'esercizio del potere di autotutela è dunque espressione di una rilevante discrezionalità che non esime, tuttavia, l'Amministrazione dal dare conto, sia pure sinteticamente, della sussistenza dei menzionati presupposti e l'ambito di motivazione esigibile è integrato dall'allegazione del vizio che inficia il titolo edilizio, dovendosi tenere conto, per il resto, del particolare atteggiarsi dell'interesse pubblico in materia di tutela del territorio e dei valori che su di esso insistono, che possono indubbiamente essere prevalenti, se spiegati, rispetto a quelli contrapposti dei privati, nonché dall'eventuale negligenza o malafede del privato che ha indotto in errore l'Amministrazione.

Nel caso di specie, oltre al limitato periodo temporale trascorso fra il rilascio degli evocati assensi e l’intervento di rimozione, assumono preminente rilievo i plurimi elementi posti a base degli atti impugnati, pienamente coerenti ai principi predetti: la disciplina vigente ed il conseguente previo necessario rilascio dell’autorizzazione ex art. 146 cit., nei termini già sopra condivisi; la relativa erronea rappresentazione degli elementi di fatto e di diritto rilevanti nella fattispecie; la circostanza che i lavori di trasformazione erano appena stati avviati senza alcun consolidamento, con conseguente connessa valutazione della relativa situazione giuridica dei privati interessati. Emerge altresì dagli atti l’approfondimento motivazionale degli interessi pubblici connessi alla tutela dell’area e del contesto culturale coinvolto, nei termini correttamente indicati sia dalla sentenza impugnata che dalla difesa erariale, oltre che del tutto coerenti ai principi sopra richiamati in tema di autotutela.

 

di Pietro Alessio Palumbo

Obbligo di mantenere il figlio 40enne all’università se ha ritardi di appredimento
Secondo la Corte, in un caso del genere, il ritardo negli studi non è dovuto a indolenza ma a una patologia che rende più difficoltoso il percorso

Secondo le regole del Codice civile l’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli non cessa con il raggiungimento della maggiore età da parte di questi ultimi, ma perdura immutato finché il genitore interessato alla dichiarazione della cessazione dell’obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto l’indipendenza economica; ovvero che è stato posto nelle concrete condizioni per potere essere economicamente autosufficiente; ovvero che il mancato svolgimento di un’attività economica dipende da un atteggiamento di “inerzia” o addirittura di ingiustificato “rifiuto”. Lo ha ricordato la Cassazione con la sentenza n. 40283/2021 specificando che se il figlio quarantenne ha ritardi d'apprendimento i genitori devono comunque pagargli l’università.

L’obbligo di mantenimento
In particolare la cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti deve essere fondata su un accertamento di fatto che abbia riguardo all’età, all’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa, nonché alla complessiva condotta personale tenuta dal ragazzo, dal raggiungimento della maggiore età.

Il caso
Nella vicenda affrontata dalla Corte con l'ordinanza n.40283 del 15 dicembre scorso, la Cassazione ha acclarato che la situazione del figlio della coppia coinvolta nei fatti, il quale privo di redditi al momento della pronuncia della sentenza aveva 35 anni ed era ancora iscritto all’università benché fosse quasi quattro anni fuori corso, aveva una spiegazione documentata da certificati medici che davano conto di un chiaro ritardo nell’apprendimento correlato a problemi insorti al momento della nascita. Problemi che avevano condizionato il percorso scolastico del “ragazzo” il quale si era infatti diplomato all’età di 24 anni.

Ebbene secondo la Corte in tali casi il ritardo negli studi non può dirsi riconducibile a una “indolenza” del figlio, o al rifiuto di svolgere una prestazione lavorativa, quanto a una patologia che in tutta evidenza rende difficoltoso ciò che per altre persone non lo è. In tali situazioni permane l’obbligo di mantenimento del figlio da parte dei genitori.

 

di Dario Ferrara

Il patrocinio del Comune va al legale col preventivo più basso perché non vale l’equo compenso

Amministrazione non tenuta a corrispondere all’avvocato un compenso in linea con i parametri ministeriali: sceglie la proposta più conveniente quando c’è una contrattazione con il professionista

Altro che equo compenso. A patrocinare il Comune nella causa sarà l’avvocato che ha presentato il preventivo più basso. E ciò benché l’importo sia inferiore alle somme previste dai parametri forensi. L’amministrazione, infatti, ben può scegliere la proposta più conveniente fra quelle dei legali che ha consultato: quando il professionista contratta la sua prestazione su di un piano paritetico con la committente, infatti, non ha bisogno della speciale tutela introdotta dal decreto legge 148/17. Lo sostiene la sentenza 1088/21, pubblicata il 20 dicembre dalla sede di Brescia del Tar Lombardia.

Base d’asta
Niente da fare per uno dei tre legali contattati dall’ente locale per farsi difendere in giudizio davanti al tribunale amministrativo regionale. Il Comune procede all’affidamento diretto evitando la procedura a evidenza pubblica perché l’incarico è ben sotto i 40 mila euro: vince l’avvocato che si contenta di meno di 3.200 euro, fra compenso e oneri di legge. Il punto è, scrivono i giudici, che l’equo compenso si applica quando l’amministrazione definisce in modo unilaterale gli emolumenti del professionista, ad esempio laddove determina la base d’asta nella gara d’appalto. La tutela del contraente debole è invece esclusa quando il prestatore d’opera intellettuale non deve accettare supinamente le scelte dell’ente pubblico. Nella specie, si legge nella sentenza, ciascuno dei tre professionisti ha potuto formulare il proprio preventivo «senza essere vincolato a criteri predeterminati e senza subire condizionamenti».

Spending review
È stato il collegato fiscale alla manovra 2018 a modificare la legge forense introducendo l’equo compenso per garantire all’avvocato la percezione di un compenso «proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto» oltre «al contenuto e alle caratteristiche della prestazione legale». Attenzione, però: l’applicazione dei parametri ministeriali di cui al dm 55/2014 deve ritenersi obbligatoria soltanto quando i committenti sono «determinati soggetti imprenditoriali come banche e assicurazioni, che notoriamente godono di una certa forza contrattuale». E non anche nei confronti delle pubbliche amministrazioni, che del resto non sono contemplate in

modo esplicito dall’articolo 13 bis, comma primo, della legge 247/12. Risultato: per gli enti pubblici si applica sì il concetto di equo compenso in favore del professionista, ma non entro i rigidi limiti dei parametri forensi; l’applicazione dell’istituto deve essere ancorato a criteri di maggiore flessibilità, legati da una parte a esigenze di contenimento della spesa pubblica e dall’altra alla natura e alla complessità dell’attività di difesa da svolgere. Imporre alle amministrazioni gli standard inderogabili anche quando non c’è un significativo squilibrio a carico del professionista, conclude la pronuncia, «comporterebbe un’irragionevole compressione della discrezionalità nell’affidamento dei servizi legali». Spese di lite compensate per la novità e la complessità della questione.

 

Il recupero delle spese anticipate dal Comune per la bonifica ambientale

L’ente locale può procedere al recupero delle relative spese per la bonifica ambientale in via esecutiva nei confronti del responsabile mediante iscrizione a ruolo delle corrispondenti somme solo nel caso in cui sia stata posta in essere la procedura amministrativa prevista dalla legge.

La Corte d'Appello confermava il rigetto dell'opposizione presentata da L.P. avverso una cartella di pagamento per crediti iscritti a ruolo dal Comune. I crediti avevano ad oggetto il recupero delle spese anticipate dall'ente per un intervento di bonifica ambientale.
L.P. ricorre in Cassazione, contestando il fatto che l'ente fosse fornito di titolo per iscrivere a ruolo la pretesa creditoria e, di conseguenza, per agire in via esecutiva nei suoi confronti. Il giudice di legittimità ha confermato la sentenza della Corte d'Appello

Presidente De Stefano – Relatore Tatangelo

di Gabriella Lax

DECESSI NON VACCINATI, CODACONS PRONTO A DENUNCIARE DRAGHI PER PROCURATO ALLARME

Ad essere sotto accusa le dichiarazioni del premier secondo cui tre quarti dei decessi sono di non vaccinati. Secondo il rapporto Iss i dati smentiscono le dichiarazioni

 

di Remo Bresciani

Il notaio che omette le visure non rimborsa la parte del prezzo pagata prima del rogito

La compagnia chiamata in causa deve tenere indenne il professionista ma risarcisce il terzo solo se l’assicurato contesta in appello il mancato esame della manleva

Il notaio che omette le visure in un contratto di compravendita non rimborsa la parte del prezzo pagata prima del rogito. Inoltre la compagnia chiamata in causa deve tenere indenne il professionista ma risarcisce il terzo solo se l’assicurato si costituisce nel giudizio di appello e contesta il mancato esame della manleva.

Sono questi i principi indicati dalla terza sezione civile della Cassazione nell'ordinanza 39418/21 del 13 dicembre che ha respinto il ricorso di una società di costruzioni. La srl aveva acquistato alcuni terreni a scopo edificatorio ma aveva successivamente appreso che la maggior parte degli appezzamenti apparteneva ad altri proprietari, che una porzione era oggetto di pignoramento immobiliare e che altri fondi non avevano destinazione urbanistica. Di qui la richiesta di risarcimento nei confronti della parte venditrice e del notaio che aveva redatto l’atto.

La venditrice dichiarava di non avere alcuna responsabilità avendo acquistato i terreni con atto di un altro notaio di cui ha chiesto la chiamata in giudizio. Il notaio rogante, invece ha chiamato in giudizio la compagnia assicurativa con cui aveva stipulato una polizza per responsabilità professionale. Il tribunale ha rigettato la domanda ma la corte d’appello ha riformato la decisione condannando venditrice e notaio a risarcire il danno. In particolare ha affermato la responsabilità del professionista per non avere eseguito le visure storico-catastali e ipotecarie, non bastando a esonerarlo da responsabilità la circostanza che l’oggetto trasferito provenisse da atti traslativi eseguiti da altri professionisti, né la mancata meccanicizzazione della

Conservatoria dei registri immobiliari. Inoltre ha reputato che il danno risarcibile non poteva identificarsi con il prezzo pagato dall’acquirente né con il pregiudizio subito per la mancata disponibilità del bene, ma con la situazione economica nella quale il medesimo si sarebbe trovato qualora il professionista avesse diligentemente eseguito la propria prestazione. Il corrispettivo, infatti, era stato interamente versato prima del rogito notarile e quindi il danno si era già irreversibilmente prodotto e per una serie causale indipendente dall’attività del notaio. Non avendo poi il notaio reiterato le domande di manleva nei confronti dell’assicurazione, non esaminate in primo grado, il collegio ha ritenuto che queste istanze non fossero più esaminabili.

La controversia è così giunta in Cassazione dove la società ha contestato la quantificazione del danno e la mancata condanna della compagnia di assicurazioni. La Suprema corte, nel rigettare il ricorso, ha affermato che al momento della stipula dell’atto notarile, il pregiudizio, costituito dal versamento del corrispettivo per l'acquisto delle particelle risultanti quantitativamente e qualitativamente diverse da quelle indicate, si era irreversibilmente prodotto, e per una serie causale indipendente dall'attività del convenuto. Ne deriva che legittimamente il giudice di appello ha escluso dal ristoro delle perdite determinate dal negligente comportamento del professionista le somme corrisposte dall'acquirente prima della sottoscrizione dell'atto notarile. Né miglior sorte ha avuto la domanda volta a coinvolgere direttamente l’assicurazione. Infatti, ha spiegato la Cassazione, la compagnia è obbligata solo nei confronti dell'assicurato a tenerlo indenne da quanto questi debba pagare a un terzo cui ha provocato un danno, sicché soltanto l'assicurato è legittimato ad agire nei confronti dell'assicuratore, e non anche il terzo, nei confronti del quale l'assicuratore non è tenuto per vincolo contrattuale, né a titolo di responsabilità aquiliana. Il notaio garantito è rimasto contumace in appello e non ha riproposto la domanda di condanna del garante, con la conseguenza che la questione non poteva più essere esaminata.

 

di Debora Alberici

I prelevamenti sospetti in banca dell’imprenditore fanno scattare l’accertamento induttivo

Accolto il ricorso incidentale dell’amministrazione finanziaria. Il monito della Suprema corte sulla poca chiarezza della sentenza della Consulta

La Cassazione lancia un chiaro monito sulle sente della Consulta relativa ai movimenti bancari sospetti. Con l’ordinanza n. 39747 del 13 dicembre 2021, afferma infatti che anche i prelevamenti sospetti dell’imprenditore fanno scattare l’accertamento induttivo.

Sulla base di questi motivi è stato accolto il ricorso incidentale dell’amministrazione finanziaria.

Gli Ermellini hanno ricordato che, con la decisione n. 228 del 2014 la Corte costituzionale aveva sottolineato come fosse arbitrario «arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di un reddito.

Ma per il Collegio di legittimità, nella citata sentenza del giudice delle leggi sembrerebbe essere rinvenibile una discrasia tra motivazione e dispositivo, nella prima avendo fatto chiaramente riferimento ai soli prelevamenti dai conti bancari e nella seconda, invece, avendo sancito in maniera perentoria l'illegittimità costituzionale della disposizione censurata (art. 32, comma 1, n. 2, secondo periodo, del D.P.R. 29 settembre 1973 n. 600, come modificato dall'art. 1, comma 402, lett. a, n. 1, della Legge 30 dicembre 2004 n. 311), «limitatamente alle parole "o compensi”», che nell'architettura della citata disposizione è posta con riferimento ai prelevamenti, ma anche agli «importi riscossi nell'ambito dei predetti rapporti ad operazioni», che potrebbero far pensare ai versamenti.

 

Superbonus, Draghi: l'Agenzia delle Entrate ha bloccato 4 miliardi di crediti come cedibili. "Il governo non voleva estendere il Superbonus perchè ha creato distorsioni, la prima è un aumento straordinario dei prezzi delle componenti per le ristrutturazioni e l'efficientamento energetico. E' la logica del 110 per cento che in un certo senso non rende e ha incentivato le frodi".

Lo ha detto il premier Mario Draghi nella conferenza stampa di fine anno. Il premier ha poi riferito che proprio questa mattina "l'Agenzia delle Entrate ha bloccato 4 miliardi di crediti come cedibili, insomma c'erano buoni motivi,oltre al costo per la finanza pubblica per la riluttanza del governo a estenderlo ulteriormente", ma il "Parlamento utilizzando i fondi a disposizione dell'azioneparlamentare ha deciso di usarli per estenderlo".

 

di Dario Ferrara

È ufficiale: addio al «prima paghi e poi fai causa»

Nella riformulazione della norma scompare l’iscrizione a ruolo della causa subordinata al pagamento del contributo unificato dopo la levata di scudi degli avvocati e i dubbi di costituzionalità

Vittoria per gli avvocati. È ufficiale: addio al «prima paghi e poi fai causa». Dopo la levata di scudi degli addetti ai lavori scompare dalla legge di bilancio 2022 la norma che subordinava l’iscrizione a ruolo della causa al versamento totale del contributo unificato, anche con modalità telematica. Il tutto grazie all’emendamento 192.2 che riscrive l’articolo 192 della manovra economica con la riformulazione approvata in commissione Bilancio al Senato (cfr. in allegato il nuovo e il vecchio testo della disposizione). E sul testo del disegno di legge così modificato il Governo porrà la fiducia per arrivare all’approvazione entro fine anno, evitando l’esercizio provvisorio.

Accesso alla giustizia
«La riformulazione dell’articolo 192 sul contributo unificato, accolta dal Governo, è di assoluto buonsenso», commenta il presidente della commissione Giustizia a Palazzo Madama, Andrea Ostellari. E in effetti l’organismo guidato dal senatore leghista aveva bocciato la norma, chiedendo di eliminarla, nel rapporto sulle disposizioni di competenza nella manovra economica. Il tutto facendo propri i dubbi di costituzionalità sollevati dagli organismi forensi, in primis Cnf e Ocf. «Lo abbiamo detto e abbiamo raggiunto il risultato», commenta soddisfatto Ostellari: «No a norme che rischiano di limitare l’accesso alla Giustizia, che invece deve essere garantito a tutti e non condizionato da adempimenti fiscali».

Uno stop annunciato nei giorni scorsi quando nel fascicolo dei “segnalati” al Senato sono spuntati tre emendamenti fotocopia di M5S, Lega e Forza Italia per sopprimere la norma incriminata. Ora la modifica all’articolo 208 del testo unico delle spese di giustizia si limita a espungere il riferimento al processo «contabile» dalla lettera a) del primo comma, mantenendo l’inserimento della lettera c), grazie alla quale sarà la Corte d’appello di Roma a recuperare per conto della Cassazione il contributo unificato, sempre tramite Equitalia Giustizia, laddove il provvedimento impugnato proviene, ad esempio, dalla Corte dei conti e dal Consiglio nazionale forense, autorità presso le quali non è previsto il versamento del tributo.

di Dario Ferrara

Chi ristruttura col Superbonus 110% ha diritto a vedere il progetto del vicino

Entro 30 giorni il Comune deve mostrare il fascicolo con la licenza edilizia per il rifacimento del tetto al proprietario dell’immobile sottostante: diretto, concreto e attuale l’interesse dell’istante

Trenta giorni di tempo. Il Comune deve sbrigarsi a tirar fuori il fascicolo con la licenza edilizia a suo tempo concessa per il rifacimento del tetto dello stabile: vuole vederlo il proprietario dell’immobile al piano di sotto, che intende ristrutturare l’appartamento con il Superbonus 110%. E gli incentivi così generosi per l’efficienza energetica non resteranno in vigore in eterno. L’istante, dunque, risulta titolare di un interesse diretto, concreto, attuale e pure strumentale all’ostensione dei documenti richiesti all’amministrazione. È quanto emerge dalla sentenza 8968/21, pubblicata dalla sezione seconda bis del Tar Lazio.

Silenzio illegittimo
Il ricorso della signora è accolto perché risulta illegittimo il silenzio-rifiuto serbato dall’ente locale sulla domanda inviata via Pec all’ente, con tanto di ricevuta automatica dal protocollo: un’istanza avanzata in base alla legge sulla trasparenza amministrativa, la 241/90, e al dpr 184/06, il regolamento sull’accesso agli atti degli enti pubblici. La proprietaria dell’appartamento di sotto sta per dare inizio ai lavori di cui all’articolo 119, commi 1 e 1 bis, del decreto legge 34/2020, il cosiddetto “dl rilancio”. Ma per farlo deve presentare i documenti sullo stato dell’arte.

E ha bisogno di vedere tutta la documentazione amministrativa che risale al lontano 1977, quando la madre dell’attuale proprietario del piano di sopra ottenne dal Comune la concessione per sostituire il tetto di legno con una copertura in cemento armato. E quindi il progetto, i grafici, la relazione tecnica: tutto. Non c’è dubbio che ne abbia diritto. L’interesse è diretto, in quanto correlato alla sfera individuale; concreto, perché i dati da acquisire servono per essere ammessi all’agevolazione; attuale, anzi urgente, laddove i benefici fiscali risultano comunque temporanei. E risulta pure strumentale: sul piano soggettivo, dal momento che la situazione della signora merita tutela dall’ordinamento; sotto il profilo oggettivo, visto che i documenti servono a veicolare le informazioni richieste dalle autorità.

Interesse giuridico
Nella fattispecie, insomma, emergono sia la legittimazione della signora a presentare l’istanza sia l’interesse ad accedere al fascicolo con i documenti del titolo edilizio: pesa la contiguità dell’appartamento della richiedente con l’immobile del controinteressato, dunque la circostanza che vivano fianco a fianco. Ma anche la connotazione strumentale della domanda per l’ostensione del progetto, dei grafici e della relazione tecnica. Secondo la giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato l’amministrazione deve consentire l’accesso se il documento contiene notizie e dati che riguardano la situazione giuridica tutelata. E perché la fondano, la integrano, la rafforzano o semplicemente la citano oppure vi interferiscono in quanto la ledono o ne

diminuiscono gli effetti. Il tutto in base sia a quanto sostiene l’istante sia alla luce di un esame oggettivo. La proprietaria dell’appartamento, dunque, ha diritto non soltanto a visionare il materiale necessario al Superbonus 110% ma anche a farsene le copie. I giudici, fra l’altro, sottolineano «l’urgenza correlata all’acquisizione della documentazione richiesta». Il diritto all’accesso ai documenti amministrativi, d’altronde, non serve soltanto a far causa a qualcuno ma consente ai cittadini di orientare i propri comportamenti sul piano sostanziale per curare i propri interessi giuridici. I trenta giorni a disposizione del Comune per adempiere partono dalla comunicazione della sentenza del Tar o dalla notifica della decisione. All’ente non resta che provvedere e pagare le spese di lite.

 

di Debora Alberici

Le notifiche del fisco sono valide e tempestive con la consegna dell’atto al messo notificatore

Le Sezioni unite civili respingono il ricorso dei contribuenti che lamentavano di aver ricevuto in ritardo l’accertamento

Le notifiche del fisco sono valide e tempestive con la consegna dell’atto impositivo al messo notificatore.

A sciogliere ogni dubbio in materia estendendo al procedimento tributario un principio valido nel processo civile sono le Sezioni unite civili della Corte di cassazione che, con la sentenza n. 40543 del 17 dicembre 2021, hanno respinto il ricorso del contribuente che lamentava l’intempestività della notifica dell’accertamento.

In particolare i due eccepivano la decadenza delle Entrate dalla potestà impositiva in quanto l’atto era arrivato in ritardo. In particolare l’ufficio aveva richiesto la maggiore Iva per l’acquisto di un immobile che aveva ritenuto, per le sue caratteristiche, di lusso. Aveva cioè negato l’aliquota agevolata del 4%.

La Ctp e la Ctr avevano respinto i ricorso dei neoacquirenti ritenendo comunque tempestive le notifiche di maggiori imposta e sanzioni.

Anche il fisco si difendeva sostenendo che la consegna dell’atto al messo era avvenuta entro i termini.

La tesi della difesa erariale è risultata vincente. Il Massimo consesso di Piazza Cavour ha infatti stabilito, in fondo alle lunghe motivazioni, che in materia di notificazione degli atti di imposizione tributaria e agli effetti di questa sull’osservanza dei termini, previsti dalle singole leggi di imposta, di decadenza dal potere impositivo, il principio della scissione soggettiva degli effetti della notificazione, sancito per gli atti processuali dalla giurisprudenza costituzionale, e per gli

atti tributari dall’art. 60 del d.P.R. 29 settembre 1973 n.600, trova sempre applicazione, a ciò non ostando né la peculiare natura recettizia di tali atti né la qualità del soggetto deputato alla loro notificazione. Ne consegue che, per il rispetto del termine di decadenza cui è assoggettato il potere impositivo, assume rilevanza la data nella quale l’ente ha posto in essere gli adempimenti necessari ai fini della notifica dell'atto e non quello, eventualmente successivo, di conoscenza dello stesso da parte del contribuente.

All’interno del Palazzaccio la posizione assunta dalle Sezioni unite sembra aver messo tutti d’accordo: anche la Procura generale aveva chiesto di confermare la validità e la tempestività dell’accertamento.

Conta la data di spedizione se l’opposizione alla cartella denuncia la mancata notifica della multa

Tempestività da verificare con riferimento non al giorno di arrivo in cancelleria del plico o di iscrizione a ruolo della causa ma al momento in cui il ricorso è affidato all’agente postale

Il termine per la verifica della tempestività del ricorso contro la multa stradale, che deduce anche l’omessa notifica del verbale di contestazione dell’infrazione, inviato per posta, va individuato nel momento in cui l’atto è consegnato all’agente postale. Lo ha affermato la Cassazione che, con l’ordinanza 39388/21, depositata il 10 dicembre, ha accolto il ricorso dell’attore multato.
Sbaglia il Tribunale a ritenere tardiva la proposizione dell’opposizione del ricorrente, che deduceva l’omessa notifica dei verbali di accertamento di contravvenzione al codice della strada, avendo avuto riguardo, quale dies ad quem, alla data in cui il ricorso è stato iscritto nel ruolo del giudice di pace.

L’opposizione al verbale di accertamento di violazioni del codice della strada deve essere proposta entro il termine perentorio di trenta giorni, che - nel caso di opposizione diretta avverso la cartella di pagamento emessa sulla base di atti non precedentemente notificati - decorre dalla data di notifica della cartella stessa. Per la sesta sezione civile, il dies ad quem per verificare la tempestività dell’opposizione, depositato a mezzo del servizio postale, va individuato nel momento in cui l’atto è consegnato materialmente all’agente postale, e quindi della spedizione del plico indirizzato all’ufficio del giudice di pace.

Pertanto, per la Suprema corte, «qualora la parte proponga opposizione a cartella di pagamento emessa sulla base di una sanzione amministrativa per violazione del codice della strada, deducendo anche l’illegittimità di tale atto per omessa notifica del verbale di contestazione dell’infrazione, la verifica della tempestività dell’opposizione va condotta con riferimento non alla data di arrivo in cancelleria del plico notificato, ovvero di iscrizione della causa al ruolo generale, bensì al momento, anteriore, in cui il plico contenente il ricorso viene affidato dalla parte opponente all’agente postale per la spedizione».

 

di Vanessa Ranucci

Nullo l'affidamento dell'incarico al geometra se il progetto prevede strutture in cemento

La competenza è limitata alla direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili che non richiedono particolari operazioni di calcolo

Scatta la nullità del contratto di affidamento del progetto e direzione dei lavori al geometra se è richiesta l'esecuzione di calcoli in cemento armato perché, questa, è riservata alla competenza degli ingegneri. Lo ha stabilito oggi la terza sezione civile della Cassazione con l'ordinanza 39230/21.

La Corte d'appello aveva condannato una coppia al pagamento del compenso per prestazioni professionali in favore di uno studio di geometri. I ricorrenti, in sede di legittimità, hanno osservato che il contratto di incarico professionale si era concluso prima che il D.lgs. 212/2010 abolisse le norme che impedivano ai geometri di progettare e dirigere i lavori comportanti anche opere in cemento armato: pertanto, a loro avviso, sussisterebbe violazione del Rd 2229/1939, con conseguente nullità del contratto.

I giudici di Piazza Cavour hanno ricordato che “la competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l'adozione - anche parziale - di strutture in cemento armato, mentre, in via d'eccezione, si estende anche a queste strutture solo con riguardo alle piccole costruzioni accessorie nell'ambito degli edifici rurali o destinati alle industrie agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone, essendo riservata agli ingegneri la competenza per le costruzioni civili, anche modeste, che adottino strutture in cemento armato. Ne deriva che, qualora il rapporto professionale abbia avuto a oggetto una costruzione per civili abitazioni, è affetto da nullità il contratto anche relativamente alla direzione dei lavori affidata a un geometra, quando la progettazione - richiedendo l’adozione anche parziale dei calcoli in cemento armato - sia riservata alla competenza degli ingegneri".

Secondo il collegio, il giudice non ha considerato che la categoria del «progetto architettonico» non ha riscontro, ai fini di causa, nella legge e nella giurisprudenza che afferma che "che i geometri, ai sensi dell'art. 16 del regolamento professionale di cui al Rd 11 febbraio 1929 n. 274, non possono redigere progetti, sia di massima che esecutivi, di costruzioni che comportino l'impiego di conglomerati cementizi, semplici o armati, in strutture statiche e portanti". Non solo: la Suprema corte ha osservato che l’attività edilizia è avvenuta in zona sismica, condizione che impone calcoli complessi che esulano dalle competenze professionali dei geometri. Pertanto, al giudice della Corte d'appello il nuovo giudizio sul punto.

 

di Giulia Provino

Sanzionato chi dà incarichi al dipendente pubblico senza il placet dell’ente nonostante la partita Iva

Il datore privato deve verificare l’assenza dei presupposti che richiedono l’autorizzazione parte dell’amministrazione di appartenenza: nulla rileva che gli interessati tacciano la loro condizione

Scatta la sanzione per il datore di lavoro che non verifica la qualità di dipendente pubblico del neoassunto, nonostante questi presenti la partita Iva. Il dipendente pubblico, infatti, non può svolgere incarichi per privati senza prima aver ottenuto l’autorizzazione della pubblica amministrazione. Lo ha stabilito la Cassazione che, con la sentenza 38314/21, depositata il 3 dicembre, ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle entrate.

Il caso riguarda l’assunzione da parte di una cooperativa di alcuni infermieri che erano dipendenti dell’amministrazione militare dello Stato e che si erano presentati al datore di lavoro privato in possesso di partita Iva. I giudici di appello avevano ritenuto sufficiente le dichiarazioni dei dipendenti per escludere la responsabilità del datore di lavoro privato. Tuttavia la Cassazione non concorda. Infatti, secondo la giurisprudenza della Suprema corte, in tema ai pubblico impiego privatizzato, l’esperimento di incarichi extraistituzionali retribuiti da parte di dipendenti della pubblica amministrazione è condizionato al previo rilascio di autorizzazione da parte dell’amministrazione di appartenenza, con un onere di verifica dell’assenza delle condizioni che ne impongono la richiesta posto a carico dell’ente pubblico economico o del datore di lavoro privato. La verifica non può essere surrogata dalle dichiarazioni dei lavoratori, in quanto queste sono inidonee ad elidere la colposità della condotta del conferente.

A nulla rileva, dunque, la circostanza che i lavoratori avessero taciuto la loro qualità di dipendenti pubblici, producendo l’iscrizione alla partita Iva. Il datore di lavoro privato, infatti, ha l’onere di verificare l’assenza delle condizioni che impongono l’autorizzazione da parte dell’amministrazione di appartenenza e la verifica non si esaurisce con le dichiarazioni dei lavoratori.

 

di Debora Alberici

La moglie consulente fiscale risponde dell’indebita compensazione anche se l’F24 dell’azienda l’ha fatto e trasmesso il marito

Respinto il ricorso della commercialista condannata insieme al partner per aver inventato crediti Iva

La moglie, consulente fiscale dell’azienda del marito, risponde per l’indebita compensazione anche se a redigere e trasmettere l’F24 è il marito, imprenditore.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 44939 del 6 dicembre 2021, ha respinto il ricorso di una commercialista.

La terza sezione penale ha spiegato che il delitto di indebita compensazione di cui all'art. 10-quater d.lgs. 74 del 2000 si consuma al momento della presentazione dell’ultimo modello F24 relativo all'anno interessato e non in quello della successiva dichiarazione dei redditi, in quanto, con l'utilizzo del modello indicato, si perfeziona la condotta decettiva del contribuente, realizzandosi il mancato versamento per effetto dell'indebita compensazione di crediti in realtà non spettanti in base alla normativa fiscale, è certamente configurabile la responsabilità concorsuale tra il consulente fiscale ed il contribuente, soprattutto nel caso di violazioni tributarie seriali e ripetitive.

 

di Dario Ferrara

Il professionista paga i danni anche se lavora gratis

Il prestatore può rinunciare al compenso ma l’obbligo giuridico non viene meno. Scatta comunque la responsabilità aquiliana laddove l’errore reca un pregiudizio a terzi nonostante il titolo di cortesia

Il professionista rischia di dover risarcire il cliente anche se lavora soltanto a titolo di cortesia. Il fatto che il prestatore d’opera intellettuale rinunci al compenso non consente di escludere l’esistenza di un obbligo contrattuale. In ogni caso scatterebbe la responsabilità aquiliana laddove l’errore del lavoratore autonomo genera danni a carico di terzi al di là dell’esistenza di un rapporto contrattuale. È quanto emerge dall’ordinanza 38592/21, pubblicata il 6 dicembre dalla sesta sezione civile della Cassazione.

Locatio operis
È accolto dopo una doppia sconfitta in sede di merito il ricorso proposto dalla signora che ha fatto causa all’ingegnere. La donna deduce di aver pagato al vicino 14 mila euro a titolo di danni per le infiltrazioni d’acqua provenienti dal terrazzo dopo i lavori di ristrutturazione svolti sotto la responsabilità del tecnico. Pesano i documenti prodotti: da una parte c’è l’autorizzazione rilasciata dalla signora al professionista a realizzare le opere, dall’altra la dichiarazione di inizio lavori firmata dall’ingegnere. Sbagliano i giudici del merito a rigettare la domanda sul mero rilievo che l’impegno assunto dal prestatore è da ricondurre a un mero rapporto di cortesia, il che escluderebbe la sussistenza di un vero e proprio vincolo giuridico: deve invece ritenersi che in capo al prestatore sorga un’obbligazione contrattuale ex articolo 2222 Cc anche se non risultano pattuiti un emolumento per la prestazione né una penale per l’inadempimento. Nessun dubbio che il contratto d’opera preveda normalmente un corrispettivo ex articolo 2225 Cc. Ma in tema di locatio operis le parti possono stabilire la gratuità della prestazione. Il che però vuol dire che il professionista rinuncia liberamente al compenso senza però far venir meno l’obbligo contrattuale.

Fatto irrilevante
Il professionista, tuttavia, risponderebbe comunque ai sensi dell’articolo 2043 Cc: non può sottrarsi alla responsabilità per il fatto puro e semplice che non risulta pattuito un compenso o che non vi sia rapporto contrattuale. Parola al giudice del rinvio.

 

di Annamaria Villafrate

Reato di vilipendio togliere fiori da una tomba. 

La Cassazione condanna per vilipendio l'uomo che si aggirava nel cimitero e che le telecamere hanno ripreso mentre toglieva fiori e ceri dalla tomba di una defunta fiori e lumini su una tomba

Vilipendio della tomba togliere fiori e ceri C'è spregio verso la defunta nel rimuovere fiori e ceri dalla tomba?
Non rileva il movente e neppure le modalità dell'azione Vilipendio della tomba togliere fiori e ceri

Il reato di vilipendio non richiede, ai fini dell'integrazione dell'elemento oggettivo che la condotta che denota mancanza di rispetto verso le tombe e i luoghi in cui si trovano, sia commessa con violenza. Neppure il movente dell'azione rileva.

Il vilipendio si configura semplicemente perché si viola il sentimento di pietas che la collettività nutre nei confronti dei defunti e che è la ragione per la quale si adornano le tombe con fiori e simboli religiosi.

Va quindi condannato il soggetto che rimuove dalla tomba di una defunta ceri e fiori, anche se la gestualità è calma e priva di violenza. Questi gli importanti chiarimenti contenuti nella sentenza della Cassazione n. 43093/2021.

La vicenda processuale
Un uomo viene condannato anche in sede d'appello alle pene di legge in relazione al reato di cui all'art. 408 c.p, che punisce gli atti di vilipendio, che lo stesso ha commesso ai danni della tomba di una defunta seppellita nel cimitero comunale di Omegna.

C'è spregio verso la defunta nel rimuovere fiori e ceri dalla tomba?
Il difensore dell'imputato, nel ricorrere in Cassazione solleva i seguenti motivi di doglianza.

Con il primo contesta la sussistenza dell'elemento oggettivo del reato perché all'imputato sono state contestate condotte ulteriori rispetto a quelle riprese dalle telecamere e perché le stesse sono state ricondotte al reato di vilipendio solo per la loro ripetitività. 

Con il secondo contesta anche la sussistenza dell'elemento soggettivo del reato perché i gesti non sono stati posti in essere in spregio alla vittima. Dalla calma e dall'assenza di violenza con cui sono stati realizzati si evince infatti il comportamento rispettoso dell'imputato. 

Con il terzo rileva l'omessa motivazione in ordine alla sussistenza dei danni morali riconosciuti alle parti civili, parenti non conviventi della defunta.

La Cassazione rigetta il ricorso avanzato dal difensore dell'imputato perché ritenuto nel complesso manifestamente infondato.

Nell'esaminare i vari motivi sollevati gli Ermellini analizzano i primi due congiuntamente perché connessi rilevandone la infondatezza, perché ripropongono le stesse doglianze già sollevate in sede di appello e sulle quali il giudice competente si è pronunciato e perché sollevano motivi di fatto mai devoluti al giudice di merito di secondo grado.

Passando quindi all'esame dell'art. 408 c.p. che contempla il reato contestato, la Corte rileva che oggetto di tutela è la "pietas" dei defunti, ossia il sentimento individuale e collettivo che si manifesta con il rispetto non necessariamente religioso, verso i defunti e le cose che sono destinate al loro culto nei cimiteri e nei luoghi di sepoltura.

L'elemento oggettivo del reato consiste pertanto in un'azione, definita "vilipendio" che comprende ogni atto da cui si evince disprezzo delle cose appunto usate per il culto dei morti, come croci immagini, fiori e lampade, così come cose destinate all'ornamento o difesa dei cimiteri. Il delitto quindi è previsto per tutelare il rispetto per il luogo di sepoltura, non solo e non tanto il defunto in sé.

Devono quindi considerarsi atti di vilipendio, come già chiarito in passato e in diverse occasioni, i gesti commessi nei confronti delle cose poste nei luoghi di sepoltura, danneggiandole, imprimendovi segni grafici, rimuovendole in tutto o in parte o sostituendole con altre, senza che rilevi la volontà di recare offesa.

Per quanto riguarda l'elemento soggettivo il reato richiede per la sua punibilità il dolo generico, ovvero la coscienza e la volontà del vilipendio e la consapevolezza del carattere del luogo destinato alla sepoltura. Non rileva quindi il movente dell'azione, costituendo vilipendio anche rimuovere fiori da una tomba perché disposti da altri, destinatari in realtà del gesto.

Per la Cassazione la Corte di Appello nel caso specifico ha fatto corretta applicazione dei principi descritti in quanto ha considerato non solo le condotte dell'imputato riprese dalle telecamere, ma anche quelle commesse nei mesi precedenti, periodo in cui è stato visto aggirarsi più volte nel cimitero e fuggire dopo essersi accorto dell'arrivo delle forze dell'ordine dopo che le stesse lo avevano già fermato in un'altra occasione.

La sentenza inoltre ha osservato in modo logico e corretto che i gesti compiuti sulla tomba, ossia danneggiamento di piante e fiori e rimozione dei ceri, sono sintomatici di disprezzo verso i familiari della defunta e verso il sentimento di pietà che essi manifestano proprio con l'apposizione di questi oggetti simbolici.

La rilevanza penale della condotta quindi emerge anche dalla ripetitività dei gesti, non rilevando la calma e l'assenza di violenza che hanno caratterizzato la condotta ripresa dalle telecamere, avendo chiarito l'irrilevanza del movente dell'azione che l'imputato ha qualificato, in sua difesa, in modo positivo, definendoli come rituali di celebra

 

di Dario Ferrara

Niente Imu perché lo stile di vita del contribuente giustifica consumi di energia vicini allo zero

Dimora abituale l’immobile in un Comune di villeggiatura: il proprietario vive solo, è un lavoratore turnista, mangia a mensa e usa l’immobile solo per dormire: senza picchi stagionali le bollette

Il contribuente non paga l’Imu sull’immobile, che pure si trova in un Comune di montagna dove in pochi vivono e in molti vanno in villeggiatura. E ciò benché dalle bollette della luce emergano importi veramente esigui, vale a dire l’indice che le amministrazioni locali utilizzano per escludere la dimora abituale nei locali. Ma a giustificare i bassi consumi di energia è lo stile di vita del proprietario che vive da solo, lavora tutto il giorno, sta spessa da amici e, in fin dei conti, utilizza l’abitazione soltanto per dormire. È quanto emerge dalla sentenza 1417/21, pubblicata dalla seconda sezione della commissione tributaria regionale per il Veneto.

Less is more
Bocciato l’appello del Comune: confermata la valutazione della Ctp Verona che smentisce la tesi dell’ente locale. È vero, le fatture mostrano somme irrisorie: una volta 28 euro, un’altra perfino 11. Ma non sono mai uguali fra i vari periodi, né ci sono picchi stagionali che denota un uso soltanto estivo dell’immobile. Il fatto è che l’uomo, vedovo, ha un lavoro articolato in turni in una società del capoluogo e mangia a mensa. Per il resto sta spesso con gli amici, mentre ha un solo figlio maggiorenne vive per conto suo. Di più: ha l’hobby della caccia che lo porta spesso nei boschi circostanti, mentre non ha elettrodomestici e dichiara di non possedere un televisore. Una vita spartana, insomma: è allora plausibile che il contatore giri poco, anche perché l’andamento dei consumi risulta omogeneo nel corso dell’anno. Ed è dunque dovuta l’esenzione dal tributo locale ex articolo 8 del decreto legislativo 504/92.

 

È mobbing una serie di atti leciti del datore unificati dall’intento persecutorio

Quattro i requisiti della fattispecie: vessazioni sistematiche e prolungate; danno alla salute; nesso eziologico fra condotte datoriali e pregiudizio; elemento soggettivo che lega i comportamenti lesivi

Il mobbing a carico del dipendente scatta anche se la condotta posta in essere dal datore, un suo preposto o perfino dai colleghi, sia costituita da una serie di atti di per sé leciti. E ciò perché ciò che conta è le azioni che siano unificate dal disegno persecutorio. Sono quattro, in particolare, i presupposti che devono sussistere affinché si configuri la fattispecie: le vessazioni sistematiche e prolungate a carico del lavoratore; il danno alla salute riportato dall’interessato; il nesso eziologico fra le condotte datoriali e il pregiudizio patito; l’elemento soggettivo rappresentato dall’intento persecutorio che unifica tutti i comportamenti. È quanto emerge dall’ordinanza 38123/21, pubblicata il 2 dicembre dalla sezione lavoro della Cassazione.

Danno non patrimoniale
Sono bocciati sia il ricorso del Comune sia quello della dipendente: l’uno contestava la condanna, l’altra pretendeva un risarcimento maggiore. Diventa definitiva la pronuncia che dispone a carico dell’ente locale il pagamento di un risarcimento di oltre 62 mila euro in favore della dipendente, dei quali oltre 10 mila a titolo di danno non patrimoniale. E ciò perché la funzionaria è progressivamente messa ai margini dell’ufficio, pur conservandone la titolarità: oltre a essere isolata, viene pure demansionata con il mancato riconoscimento della posizione organizzativa rivestita. Il tutto perché, a quanto pare, il sindaco vuole vendicarsi contro la sorella della lavoratrice che ha rifiutato di candidarsi nella lista del primo alle elezioni amministrative.

Illecito provato
Come che sia, la dipendente è trasferita in una stanza al piano terra, destinata alle relazioni con il pubblico e inadeguata alle funzioni, tra fascicoli stipati per terra. Il tutto con la scusa di dover trovare uno spazio per gli assessori uno spazio, mentre poi la stanza è assegnata a una collega. Scatta poi lo svuotamento delle mansioni: alla funzionaria sono taciute tutte le informazioni. Insomma, anche considerando legittima ciascuna delle condotte, risulta provato l’illecito compiuto in danno della dipendente con l’intento persecutorio: sussiste il nesso eziologico fra i comportamenti e il danno all’integrità psicofisica e alla dignità della lavoratrice.

 

Sospeso dall’Ordine perché non si vaccina

Legittimo sospendere dall’Ordine il medico che non si vaccina contro il Covid-19. E ciò perché è il giuramento di Ippocrate, prim’ancora della legge, che impone al sanitario di curare i malati e di non mettere in pericolo i pazienti con cui entra in contatto. Lo stabilisce il Consiglio di Stato con il decreto 6401/21, emesso il 2 dicembre dalla terza sezione.

Individuo e comunità
Respinta l’istanza cautelare di appello proposta dall’interessato: pesa sulla decisione di Palazzo Spada il principio costituzionale della solidarietà. Sussiste il fumus boni iuris nello stop all’esercizio della professione deciso dall’Ordine nei confronti dell’iscritto. La decisione di primo grado assunta dal Tar Abruzzo valuta in modo adeguato il bilanciamento fra la pretesa del sanitario a non immunizzarsi e l’esigenza essenziale di proteggere la saluta collettiva. E la soluzione è che la necessità di mettere la popolazione al riparo dal virus prevale sui dubbi individuali o di gruppi di cittadini sulla natura dei farmaci somministrati, peraltro in base a «ragioni mai provate» sul piano scientifico. Il rifiuto di farsi somministrare la dose assume una connotazione ancor più peculiare e dirimente quando proviene dal personale sanitario. La vaccinazione massiva, infatti, rappresenta una delle misure indispensabili per ridurre i contagi, che in questi giorni tornano a moltiplicarsi, i ricoveri, le vittime e la circolazione di nuove e pericolose varianti. Il tutto specialmente da parte di chi per motivi di servizio entra ogni giorno in contatto con altri cittadini, che peraltro si trovano in situazione di vulnerabilità.

Danno collettivo
Insomma: il danno irreparabile sarebbe per la collettività dei pazienti e per la salute in generale e non per i dubbi scientifici del sanitario, di fronte all’«imponente quantità di studi scientifici che indicano la netta prevalenza del beneficio vaccinale anti Covid 19 per il singolo e per la riduzione progressiva della pandemia ancora gravemente in atto».

di Patrizia Paciocchi

Per la «pacca» alla giornalista, Daspo e rischio condanna per violenza sessuale
La Cassazione è ormai ferma nel contestare il reato più grave e non la semplice molestia, per punire un gesto evergreen, come quello compiuto la scorsa settimana nei confronti di una giornalista, in diretta Tv

«Per favore ritira la denuncia, come vedi ci ho messo la faccia». Chiede scusa e si dice pentito il tifoso della fiorentina che, in diretta Tv, ha molestato la cronista di un’emittente privata toscana, fuori dallo Stadio. Gesti accompagnati da frasi sessiste anche da parte di altri spettatori al termine dell’incontro dei viola con l’Empoli. C’è da chiedersi se le scuse sarebbero arrivate lo stesso, se le telecamere non avessero immortalato e consegnato a tutta Italia, proprio l’immagine di quella faccia che ora l’uomo, 45 anni, dichiara di averci messo spontaneamente. Intanto per lui è arrivato un Daspo, già in vigore, che lo obbligherà a disertare, per tre anni, le partite della squadra del cuore. Decisamente peggiore l’accusa che pende sul capo del tifoso nell’ambito di un’indagine che ipotizza il reato di violenza sessuale. Accusa che può reggere alla luce della nutrita giurisprudenza della Corte di Cassazione, in tema di “pacche” sui glutei e palpeggiamenti.

La sorpresa della vittima
Orientamenti che, pur con molti distinguo, prendono le distanze dalla minimizzazione dei gesti “rubricati” come semplici molestie. L’ultimo verdetto senza incertezze, la Cassazione lo ha emesso proprio lo scorso 8 marzo. La Suprema corte, con la sentenza 9146/2021, ha affermato che scatta il reato di violenza sessuale, e non quello di molestia sessuale, in caso di «toccamento non casuale dei glutei», anche se sopra i vestiti «essendo configurabile la contravvenzione solo in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale o di atti di corteggiamento invasivo e insistito, diversi dall’abuso sessuale». Ad essere punita con il reato più grave è dunque l’invasione della sfera sessuale, subita dalla vittima che non può opporsi, perchè la mossa è quasi sempre repentina e imprevista. In passato i giudici di legittimità (sentenza 35473/2016) si erano preoccupati di sgombrare il campo dal rischio di confusione con lo sfioramento accidentale, cavallo di battaglia di molti difensori.

La casualità va esclusa, avevano chiarito gli ermellini quando la mano resta sul “posto” un «apprezzabile lasso di tempo» e il gesto è privo di concupiscenza. Un principio che imponeva quasi una prova diabolica e che aveva dato qualche speranza di farla franca ai patiti della mano lesta. Ma presto è arrivata un’inversione di rotta. Già nel 2017 (sentenza 31737) i giudici di legittimità avevano condannato per violenza sessuale un viaggiatore “distratto” che, in areo, mentre era intento a un leggere il giornale, forse non formato tabloid, si era allargato con la mano verso il seno della passeggera di fianco. La Cassazione aveva escluso il caso fortuito, anche perché c’era stato un bis, ovviamente non richiesto, e condannato per un reato che viene punito, secondo la gravità e la presenza di attenuanti, con una pena che va da sei a 12 anni.

Goliardia e casualità: cavalli di battaglia dei difensori
La Suprema corte ha poi mantenuto la rotta. Con la sentenza 31737/2020 ha affermato che per la consumazione del reato di violenza sessuale basta che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene). In tal caso non importa la durata del contatto, né che la vittima sia poi riuscita a sottrarsi all’azione dell’aggressore o che questa abbia tratto dal suo gesto una soddisfazione erotica. A pesare sono la sopraffazione fisica e la rapidità dell’azione tale da sorprendere la vittima superando la sua resistenza.Ad essere condannati a causa della loro attrazione per il “lato b”, sono stati in molti: dai giudici ai docenti universitario fino ai carabinieri. Una via molto percorsa, a volte con successo nei tribunali di merito, è quella del gesto goliardico.

Nel 2018 il Gip del Tribunale di Vicenza, su richiesta del Pm, ha archiviato un procedimento nato dalla denuncia di un’impiegata contro il suo capo, che aveva l’abitudine di dare manate sui glutei, come gesto cameratesco e goliardico, almeno così era risultato dalle testimonianze di molti colleghi dell’impiegata. Il Pm aveva allora chiesto l’archiviazione perchè con questo “quadro” l’accusa non avrebbe retto in Tribunale. Il problema è ancora una volta più culturale che giuridico. Basta fare in questi giorni un giro nei siti web che riportano la notizia della cronista toscana. C’è di tutto anche chi rimpiange i bei vecchi tempi in cui la “manata” era considerata un segno di apprezzamento per l’avvenenza femminile. E magari fonte di rammarico per chi non riceveva questo tangibile riconoscimento, perché non degna di attenzione particolare.

 

La Cassazione bacchetta i giudici fiscali: «Non basta annullare, dovete fare il calcolo dei tributi»
Una nuova grana per il giudice tributario onorario, già sotto tiro per la qualità dei giudicati, ritenuti dai professionisti del fisco «insoddisfacenti»
5 otobre 2021

Sentenze parziali e non definitive. Una nuova grana per il giudice tributario onorario, già sotto tiro per la qualità dei giudicati, ritenuti dai professionisti del fisco «insoddisfacenti». Nell’ormai noto 46% di provvedimenti delle Ctr annullati in Cassazione, rientrano anche tutte quelle sentenze che non esaminano nel merito la pretesa tributaria e che non rideterminano l’ammontare dei tributi e delle sanzioni, limitandosi di fatto ad annullare l’accertamento.

Rideterminazione affidata all’Ufficio
La questione è stata affrontata da diverse sentenze della Corte di cassazione, ma ora trova ulteriore fondamento nella decisione 3080 del 2021. Un privato s’è visto recapitare due avvisi di accertamento per maggior reddito imponibile ai fini Irpef. In realtà, come poi ha dimostrato, l’Amministrazione gli aveva erroneamente attributo il 100% dei beni che, però, aveva in regime di comunione legale con la moglie. Nella sua valutazione, la Ctr ha annullato integralmente gli atti impositivi, demandando alla stessa agenzia delle Entrate «il compito di provvedere al ricalcolo del reddito».

Si tratta di un trend diffuso, tanto che la stessa Cassazione, in casi del genere, ha dovuto più volte specificare che sono i giudici del merito a dover rideterminare il valore e non l’Amministrazione, che è parte nel procedimento.

La regola disattesa
La Corte ricorda che esiste un «consolidato orientamento», in quanto «il processo tributario non ha natura esclusivamente impugnatoria e di legalità formale», ma di «impugnazione-merito», perché «diretto a una decisione sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente sia dell’accertamento dell’Ufficio» (Cassazione, sezione 6 e 5: 19/09/2014, n. 19750; 28/06/2016, n. 13294; 15/10/2018, n. 25629; 30/10/2018, n. 27560; 10/09/2020, n. 18777; 6/04/2020, n. 7695). Di conseguenza, spetta al giudice del merito «il potere (dovere) di stabilire i limiti quantitativi di fondatezza della pretesa impositiva in modo da adottare una pronuncia sostitutiva sulla

sussistenza ed entità dei presupposti della pretesa fiscale». Il giudice, «qualora ritenga invalido l’avviso di accertamento per motivi non formali, ma di carattere sostanziale, non può limitarsi al suo annullamento, ma deve esaminare nel merito la pretesa e ricondurla alla corretta misura, entro i limiti posti dalle domande di parte, restando peraltro, esclusa la pronuncia di una sentenza parziale solo sull’an o di una condanna generica» (Cassazione, sezione 6 e 5: 15/10/2018, n. 25629; 24/01/2018, n. 1728, in motivazione). In conclusione, «quando il giudice ravvisa l’infodatezza parziale della pretesa dell’Amministrazione non deve, né può limitarsi ad annullare l’atto impositivo, ma deve quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dal petitum

 

Colpito al naso durante la prova d’esame di karate: nessun risarcimento

L’attività agonistica implica l’accettazione del rischio ad essa inerente da parte di coloro che vi partecipano, per cui i danni da essi eventualmente sofferti rientranti nell’alea normale ricadono sugli stessi.


G.S. subiva lesioni al setto nasale, durante la prova d'esame di karate, da parte di G.M.

Per questo motivo citava in giudizio quest'ultimo al fine di ottenere un risarcimento per i danni subiti. La ratio decidendi, però, è stata di ritenere che «nel caso di attività sportiva, chi vi partecipa accetta il rischio dei danni che possono derivare durante quella specifica pratica».

 

Cosa accade in caso di pignoramento di conto corrente affidato, ma con saldo negativo

Nel caso in cui il debitore esecutato sia titolare di un conto corrente bancario affidato, con saldo negativo, ma sottoposto a pignoramento, il creditore procedente non potrà pignorare le singole rimesse, che confluiscono sul detto conto, finché queste concorrono semplicemente a determinare una riduzione dello scoperto (sentenze n.9250/2020 e n. 6393/2015). Diversamente, ove esse siano tali da determinare un saldo positivo, sarà quest’ultimo ad essere assoggettato al pignoramento, nei limiti del suo ammontare.

Giuseppe Davide Giagnotti - Avvocato
Cass. civ., sez. III, sent., 23 novembre 2021, n. 36066

Con la sentenza n. 36066, depositata il 23 novembre 2021, la Corte Suprema di Cassazione, Terza Sezione Civile, ha affrontato il tema dell'assoggettabilità al pignoramento delle singole rimesse che affluiscono sul conto corrente del debitore, laddove questo goda di apertura di credito, ma il suo conto abbia, in quel frangente, un saldo negativo.

Cass. civ., sez. III, sent., 23 novembre 2021, n. 36066
Presidente Vivaldi – Relatore Tatangelo

Fatti di causa

G.M. , Gu.Ma. , G.T. , G.M. , B.M. , M.S. e B.P. hanno pignorato i crediti vantati dalla società loro debitrice, In Viaggi S.r.l., nei confronti di varie banche, tra cui la Cassa di Risparmio di Terni e Narni (oggi Intesa Sanpaolo S.p.A.). Quest'ultima ha reso dichiarazione di quantità in senso negativo ed i creditori hanno promosso il giudizio di accertamento dell'obbligo del terzo. La domanda è stata accolta dal Tribunale di Terni.

 

Colpito al naso durante la prova d’esame di karate: nessun risarcimento
L’attività agonistica implica l’accettazione del rischio ad essa inerente da parte di coloro che vi partecipano, per cui i danni da essi eventualmente sofferti rientranti nell’alea normale ricadono sugli stessi.

G.S. subiva lesioni al setto nasale, durante la prova d'esame di karate, da parte di G.M.

Per questo motivo citava in giudizio quest'ultimo al fine di ottenere un risarcimento per i danni subiti. La ratio decidendi, però, è stata di ritenere che «nel caso di attività sportiva, chi vi partecipa accetta il rischio dei danni che possono derivare durante quella specifica pratica».

 

di Emiliana Sabia

Niente condanna per omessa dichiarazione Iva se dall'estratto conto non risultano i pagamenti collegati alle fatture false

Il giudice non può fare riferimento solo ai controlli incrociati della Finanza presso clienti e fornitori senza operare una verifica sui documenti aziendali

L'estratto conto della società prova l'assenza di pagamenti collegati alle fatture per operazioni inesistenti e, dunque, non può scattare la condanna per omessa dichiarazione Iva dell'imprenditore. Il giudice non può fare riferimento soltanto ai controlli incrociati della Finanza presso clienti e fornitori da cui emerge che le fatture non sono state dichiarate senza operare una verifica sui conti dell'azienda.

Lo sancisce la Cassazione con la sentenza n. 35399/21, pubblicata oggi dalla terza sezione penale. Con la pronuncia, il Palazzaccio accoglie i ricorsi degli imputati, condannati in appello, quali componenti del Cda di una cooperativa, per omessa dichiarazione Iva a otto mesi di carcere. A inchiodare i ricorrenti, le deposizioni di un finanziere sulla ricostruzione del volume di affari attraverso l'esame delle fatture di acquisto e vendita e il successivo controllo incrociato presso clienti e fornitori e da cui era emerso che diverse fatture risultavano non dichiarate.

Il ragionamento della Corte di merito non convince la Cassazione perché se da un lato i giudici riconducono il debito Iva e, quindi, l'imposta evasa «alle risultanze dei documenti fiscalmente rilevanti rinvenuti presso le controparti delle operazioni commerciali imponibili che non erano state contabilizzate dalla cooperativa facente capo agli imputati», d'altro lato, tuttavia, la sentenza impugnata non individua «l'entità concreta dell'evasione Iva e le concrete modalità di determinazione del superamento della soglia di punibilità al pari di quella di primo grado».

La decisione, inoltre, non fornisce alcuna risposta circa le deduzioni difensive «in ordine all'assenza di verifiche e all'esistenza o meno di movimentazioni finanziarie, e in particolare di accrediti corrispondenti alle fatture reperite presso terzi». A questo proposito - evidenzia la terza sezione - a fronte della produzione difensiva di estratti conto «dimostrativi dell'assenza di pagamenti connessi alle fatture», la Corte territoriale ha del tutto omesso di motivare sulle ragioni in base alle quali ha comunque ritenuto «le fatture rappresentative di operazioni commerciali effettive e, quindi, idonee a quantificare il tributo evaso in misura superiore alla soglia di rilevanza». In base a queste considerazioni, la Corte annulla la sentenza impugnata con rinvio per un nuovo giudizio.

 

Cassazione: Il calciatore paga il procuratore per l'ingaggio anche se il merito non è suo

Salamon deve il 5% dei suoi guadagni lordi con il Milan al suo procuratore perché la revoca

dell'incarico non era stata formalizzata nei tempi e nei modi giusti

 

Caduta in strada: dal Comune ad Autostrade, l’ente gestore paga i danni se non dimostra il «caso fortuito»

Cassazione 8 gennaio 2021

 

Niente vitalizio anticipato per gli ex parlamentari: ricorso inammissibile

Per la Suprema corte è inammissibile il ricorso di Alfano e di altri tre ex parlamentari contro il Regolamento del 2012 che fissa la "pensione" a 60 anni Si allontana la possibilità del vitalizio anticipato per gli ex parlamentari, che avevano presentato ricorso in Cassazione contro le pronunce adottate in sede di autodichia parlamentare dalla Camera, contro il regolamento del 2012 di Montecitorio che fissa la "pensione" a 60 anni.

 

Offese e accuse ingiuste da parte dei colleghi? Paga il datore di lavoro che lascia correre
La lavoratrice aveva riferito di essere oggetto di accuse infondate e offese gratuite da parte di alcuni dipendenti ma il legale rappresentante aveva scelto di non approfondire e di non punire. Va invece monitorata l’integrità dell’ambiente di lavoro

di Patrizia Maciocchi

Offese quotidiane e accuse infondate nei confronti della collega, al solo scopo di prevaricare. Il tutto era stato riferito al legale rappresentante della società che aveva deciso però di non indagare a fondo sulla questione è di non adottare provvedimenti disciplinari in favore della dipendente presa nel mirino. Da qui la condanna della Cassazione (sentenza 27913) a risarcire la lavoratrice per l’invalidità temporanea come conseguenza del mobbing.

La Suprema corte punisce l’inerzia del datore che non solo era stato informato dei fatti ma aveva anche, almeno in un’occasione, sentito delle grida. I giudici di legittimità ricordano che da tempo, in linea con la Carta, sia stato ripudiato, anche dalla giurisprudenza più attenta, «l’ideale produttivistico quale unico criterio cui improntare l’agire privato».

E questo in considerazione del fatto che l’attività produttiva - oggetto di tutela costituzionale in nome dell’iniziativa economica privata - è subordinata all’utilità sociale «che va intesa non tanto e soltanto come mero benessere economico e materiale, sia pure generalizzato alla collettività, quanto soprattutto, come realizzazione di un pieno e libero sviluppo della persona umana e dei connessi valori di sicurezza, di libertà e di dignità».

La concezione “patrimonialistica” dell’individuo deve dunque fare un passo indietro di fronte alla dignità della persona. Il dovere del datore non si esaurisce - continua la Cassazione - nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e anti-infortunistiche ma si estende ad un obbligo di monitoraggio sull’integrità dell’ambiente nel quale il dipendente svolge il suo lavoro

 

I Dpcm sono anticostituzionali. La bomba passa alla Corte Costituzionale. Il leghista Carderoli spiega perchè Conte non può limitare le nostre libertà. Perchè non danno i verbali del Cts? Ci nascondono qualcosa?

Le liberta costituzionali possono essere compresse solo con una norma di rango costituzionale . Conte le ha limitate con un atto amministrativo contro la quale esiste il ricorso al Tar e al Consiglio di Stato. A creare polemica e stata la decisione di allungare da 30 a 50 giorni gli effetti del decreto.

Superano la sopportabilità e vanno inibite le attività di mercato che disturbino i residenti per il baccano della clientela (Tribunale di Como, 312/2019). Intollerabili anche le attività ricreative e ludiche dell’oratorio che, a causa di trombette e pallonate, pregiudichino il quieto vivere (Tribunale di Palermo, 5 dicembre 2019). I giudici fermano anche i rumori del pub che compromettono la salute psicofisica dei vicini (Tribunale di Catania, 1581/2019) e gli schiamazzi del bar notturno, che ha preso gli accorgimenti per contenere i rumori nei limiti permessi, ma faccia usare ai clienti gli spazi esterni dopo mezzanotte (Cassazione, 2757/2020).

E se i rumori delle attività produttive superiori ai limiti di accettabilità sono comunque illeciti (Tribunale di Termini Imerese, 368/2020), rispettarli non sempre salva da sanzioni se le caratteristiche dei luoghi o altri fattori li rendano insopportabili per l’uomo medio (Cassazione 28201/2018).

I giudici riducono poi gli orari del carwash aperto nei dintorni di alloggi destinati alla villeggiatura (Tribunale di Lecce, 1567/2020). E scatta il risarcimento del danno non patrimoniale per il meccanico che ripari le auto a portoni aperti o fuori dall’officina, compromettendo il pacifico svolgersi delle abitudini quotidiane dei vicini (Tribunale di Lecce, 1249/2019).

Ma ci sono situazioni più gravi che, danneggiando persone non specificate, sforano nel penale ed espongono i titolari delle attività rumorose al rischio di vedersi comminare l’arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a 309 euro.

Le sanzioni penali
Sono stati condannati per il reato previsto dall’articolo 659 del Codice penale, ad esempio, il gestore di un bar che non teneva a bada il fracasso dei clienti in sosta davanti all’ingresso, infrangendo le norme a tutela dell’ordine pubblico (Cassazione, 14750/2020) e quello che diffondeva musica assillante fino all’alba (Tribunale di Pescara 167/2020). Punito il venditore di bevande al minuto che non sappia contenere il chiassoso via vai dei suoi avventori (Cassazione 13915/2020). È reato anche amplificare l’impianto di un hotel, con tanto di serate karaoke o show d’intrattenimento, guastando il riposo di chi dimora nei dintorni (Tribunale di Ascoli Piceno, 479/2019).

Ancora, i giudici hanno riconosciuto la responsabilità penale di un uomo, condannato a 20 giorni di arresto, che lasciando galli e galline liberi di gironzolare nel proprio palazzo, disturbava i condòmini (Cassazione, 41601/2019). Il continuo abbaiare di cani è invece costato 300 euro di ammenda ai proprietari, colpevoli di non aver fatto di tutto per sedare il latrare degli animali (Cassazione, 38901/2018).

Per la condanna non è necessaria - come è accaduto al legale rappresentante di un’associazione culturale rumorosa - né la vastità dell’area interessata dai rumori né il disturbo di un numero rilevante di persone (Cassazione, 18521/2018), essendo sufficienti fastidi idonei a danneggiare un gruppo indeterminato di persone anche se conviventi in spazi ristretti come i condomìni. Non sfuggono a ripercussioni penali neanche l’iracondo che, urlando e rompendo vetri e oggetti, attiri l’attenzione dei passanti in strada (Cassazione, 9361/2018) o il responsabile di una palestra che animi gli allenamenti con musica ad alto volume (Cassazione, 17124/2018).

 

Corsa delle aziende per recuperare 3,4 miliardi di accise non dovute
Due sentenze della Cassazione ... Due sentenze della Cassazione, una nel giugno 2019 e una in ottobre, avevano riconosciuto il diritto dei consumatori di chiedere al fornitore elettrico il rimborso di quanto non dovuto dopo il 2008 e avevano regolato il modo in cui il fornitore elettrico può rivalersi sul Fisco per quanto ha raccolto dai consumatori e girato alle casse pubbliche.

 

No al beneficio prima casa per la coppia che compra due appartamenti ma non li unisce
I contribuenti devono provare di aver rispettato l’impegno assunto in sede di rogito di accorpare le due unità immobiliari e che l’abitazione, risultato della fusione, non è di lusso

 

Scatta il falso ideologico per il medico che, per fare un favore al farmacista che ha venduto un farmaco senza ricetta, lo prescrive sotto dettatura sul suo ricettario bianco. La Corte di cassazione (sentenza 28847), conferma la condanna per la prescrizione di un medicinale senza aver mai visto il paziente.

Senza successo la difesa fa presente che le ricette “incriminate” non erano rosse, e dunque a carico del servizio sanitario nazionale, ma “fogli” liberi del medico di base che non agiva come pubblico ufficiale.

Ad avviso dell’imputato la ricetta bianca era una semplice scrittura privata, che non conteneva nessuna attestazione di fatti di cui doveva essere provata la verità, ed aveva il solo scopo di autorizzare il farmacista alla vendita del farmaco, senza dare atto di una patologia. Un modo, insomma, di rimuovere l’ostacolo che la legge pone alla vendita di tutti i farmaci che non siano da banco.

 

La Cassazione richiede la taratura periodica anche per l'etilometro. Esteso il principio adottato dalla Consulta sui controlli di vel

Se sulle multe per eccesso di velocità tutti stanno attenti a verificare che l’apparecchio di rilevazione sia stato tarato, questa cautela è meno frequente nel caso delle pesanti sanzioni per guida in stato di ebbrezza comminate con gli etilometri. Ciò si deve al fatto che sugli autovelox c’è una sentenza della Corte Costituzionale, la 113/2015, che fece clamore. Ma per gli etilometri l’anno scorso la Cassazione ha applicato lo stesso principio.

La Consulta aveva dichiarato la parziale illegittimità del comma 6 dell’articolo 45 del Codice della strada, nella parte in cui non prevedeva che tutte le apparecchiature impiegate nell’accertamento delle violazioni dei limiti di velocità fossero sottoposte a verifiche periodiche di funzionalità e di taratura.

La Cassazione, con l’ordinanza 1921/2019, ha stabilito che il verbale dell’accertamento con etilometro deve contenere, per un’interpretazione costituzionalmente orientata, l’attestazione della verifica che l’apparecchio da adoperare è stato preventivamente sottoposto alla prescritta ed aggiornata omologazione ed alla indispensabile corretta calibratura.

 

Quando il Fisco non transige: il ristorante chiude per 1,5 euro di sconti
Due ordinanze della Cassazione riportano in primo piano i casi di «ostinazione» dell'amministrazione fiscale. ... E' quanto emerge dalla lettura di due ordinanze depositate il 19 novembre dalla Cassazione (26309 e 26322) che meritano qualche riflessione. ...

La sentenza della Ctr che dava ragione al contribuente era impugnata per Cassazione e i giudici hanno accolto il ricorso compensando però le spese tenuto conto «del modesto importo non versato» (4 euro!).

Proprio così, per un modesto importo tre gradi del giudizio. Vero puntiglio.

Sganciata la bomba Imu. Storica sentenza condanna a pagare tutti

Non c'è più scampo per quanti vogliano evitare di pagare l'Imu. Il vecchio trucco di dividere e spacchettare la famiglia non serve più. La sentenza n. 20130/2020 della Corte di Cassazione ha, infatti, aperto la strada al recupero dell'Imu arretrata da parte delle varie amministrazioni comunali.
 

 

Con ricorso iscritto al n. 3775 del 2018, Immobiliare 31 s.r.l. propone appello avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, 27 marzo 2018, n. 809, con la quale è stato respinto il ricorso proposto contro il Comune di Vedano al Lambro, A. M. e M. B. e con l’intervento ad adiuvandum di Keller & Associates s.r.l. per l'annullamento, previa sospensione, con tutti gli atti preordinati, consequenziali e connessi,
della deliberazione del Consiglio comunale di Vedano al Lambro n. (omissis);
in subordine, per l’accertamento e la declaratoria del diritto della società AUS srl a realizzare corpi di fabbrica anche in sopraelevazione ed ampliamento all’esistente a distanza inferiore a dieci metri (fino a 9 metri), del manufatto realizzato dai signori B. e M., come se tale manufatto risultasse irrilevante dal punto di vista urbanistico-edilizio-privatistico.
I fatti di causa possono essere così riassunti.

Con il ricorso in prime cure, Aus s.r.l. ha impugnato il provvedimento indicato in epigrafe, con il quale è stata approvata la deroga alle distanze previste dalla disciplina urbanistica comunale in relazione ad una variante di progetto presentata dalle controinteressate per la realizzazione di un ascensore e di un vano scala all’esterno della sagoma dell’immobile di loro proprietà in applicazione della legislazione sull’eliminazione delle barriere architettoniche.
In seguito a tale approvazione, il progetto si trova a un confine di 9 metri invece che di 10 rispetto alla costruzione della ricorrente.
A sostegno del proprio ricorso l’istante ha dedotto la violazione degli artt. 3, 97 e 117 della Costituzione, della legge n. 241/1990, della legge n. 13/1989, della legge n. 1150/1942, del d.lgs. n. 267/2000, del d.P.R. n. 380/2001, della legge regionale n. 12/2005 e n. 6/1989, oltre che la violazione del PRG di Vedano al Lambro, del principio di tipicità degli atti amministrativi e l’eccesso di potere per sviamento, illogicità, contraddittorietà, contrasto con precedenti manifestazioni di volontà, travisamento di fatto e di diritto, difetto di motivazione, carenza d’istruttoria, ingiustizia manifesta, illegittimità derivata, disparità di trattamento.
Si sono costituiti in giudizio il Comune intimato e le controinteressate, che hanno chiesto la reiezione del ricorso per infondatezza nel merito.

E’ intervenuta in giudizio ad adiuvandum Keller & Associates S.r.l., nella sua qualità di nuova proprietaria dell’immobile che in precedenza era della ricorrente.
Successivamente le parti hanno prodotto memorie a sostegno delle rispettive conclusioni.
All’udienza pubblica del 14 marzo 2018 il ricorso è stato discusso e deciso con la sentenza appellata. In essa, il T.A.R. riteneva infondate le censure proposte, sottolineando la correttezza dell’operato della pubblica amministrazione, in relazione alla natura delle opere realizzate, mirate all’eliminazione di barriere architettoniche.
Contestando le statuizioni del primo giudice, la parte appellante Immobiliare 31 s.r.l. (già Keller & Associates s.r.l. e subacquirente dell’immobile, evidenzia l’errata ricostruzione in fatto e in diritto operata dal giudice di prime cure, riproponendo come motivi di appello le originarie censure, meglio descritte in parte motiva.

Nel giudizio di appello, si sono costituiti il Comune di Vedano al Lambro e A. M., chiedendo di dichiarare inammissibile o, in via gradata, rigettare il ricorso.
All’udienza del 7 giugno 2018, l’esame dell’istanza cautelare veniva rinviato al merito.
Alla pubblica udienza del 6 giugno 2019, la Sezione richiedeva adempimenti istruttori, con ordinanza 18 giugno 2019 n. 4110, disponendo di “acquisire:
a) dal Comune di Vedano al Lambro, una relazione fotografica esplicativa (atteso che la produzione fotografica agli atti risulta indecifrabile) sulle opere realizzate, anche all’interno dell’edificio;
b) dalle parti controinteressate, una relazione tecnica che illustri quali soluzioni alternative sono state considerate e per quali ragioni sono state scartate, allegando idonea documentazione sulle valutazioni allora fatte.”
Alla pubblica udienza del 2 luglio 2020, il ricorso è stato discusso e assunto in decisione. Diritto

1. - L’appello è fondato e merita accoglimento entro i termini di seguito precisati.
2. - La disamina della vicenda deve necessariamente partire dall’esame delle opere realizzate e dalla loro corretta sussunzione all’interno delle categorie giuridiche dell’edilizia.
La questione in esame attiene infatti due diversi manufatti: il primo è un ascensore esterno al perimetro dell’edificio; il secondo è un vano scala, realizzato in sostituzione delle scale originariamente interne e posto parimenti all’esterno della sagoma dell’immobile, contornando il citato ascensore.
Il giudice di prime cure ha considerato i due detti manufatti in maniera unitaria, inquadrandoli entrambi nell’area di applicazione della legislazione sull’eliminazione delle barriere architettoniche, sulla base di una doppia considerazione. In primo luogo, ha ripreso la nozione di barriere architettoniche, contenuta nell'art. 2, lett. A), punti a) e b), d.m. 14 giugno 1989 n. 236, rubricato “Prescrizioni tecniche necessarie a garantire l'accessibilità, l'adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, ai fini del superamento e della eliminazione delle barriere architettoniche", che le definisce “gli ostacoli fisici che sono fonte di disagio per la mobilità di chiunque ed in particolare di coloro che, per qualsiasi causa, hanno una capacità motoria ridotta o impedita, in forma permanente o

temporanea", ovvero "gli ostacoli che limitano o impediscono a chiunque la comoda e sicura utilizzazione di parti, attrezzature e componenti". In secondo luogo, ha affermato che “Appare pertanto evidente che fra tali ostacoli debbono annoverarsi le scale dei palazzi a più piani, non affrontabili in assoluto da soggetti deambulanti con sussidi ortopedici, o comunque fonte di affaticamento - e, dunque, di "disagio" - per chiunque, a causa dell'età o di patologie di varia natura, abbia ridotte capacità di compiere sforzi fisici. Invero, non può ragionevolmente negarsi che l'installazione di ascensori costituisca anche rimozione di barriere architettoniche.”
La detta affermazione, in relazione alla prima delle due opere de qua, appare del tutto condivisibile, proprio per le ragioni espresse (e già scrutinate da questo giudice d’appello, Cons. Stato, VI, 5 marzo 2014, n. 1032) che rimarcano come l’utilizzo di un ascensore, in sostituzione delle scale, elimini gli ostacoli determinati dalle scale.

Meno condivisibile e, anzi, del tutto perplesso, è l’inquadramento, peraltro non motivato, nella stessa categoria concettuale anche delle scale esterne, ossia delle opere che determinano l’attuale contenzioso (atteso che, come evidenzia l’appello – pag. 9 – “è proprio la parte esterna della scala – larga 1,50 metri – a trovarsi illegittimamente ed illecitamente ex DM LL PP 02.04.1968 nella fascia dei 10 metri dalla parete finestrata dell’edificio della società ricorrente”).
A tal proposito, occorre ricordare che la finalità della legge 9 gennaio 1989, n. 13 "Disposizioni per favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati" è quella di permettere, come recita l’art. 2, “le innovazioni da attuare negli edifici privati dirette ad eliminare le barriere architettoniche” e, a questo fine, introduce una serie di agevolazioni ai fini autorizzatori. Pertanto, la norma è teleologicamente diretta ad eliminare le barriere e solo in funzione di tale obiettivo possono avere spazio le dette agevolazioni.

Nel caso in esame, per l’abbattimento della barriera architettonica, ossia la scala interna, si opera in due sensi diversi: per un verso, si realizza il citato ascensore, il che appare compatibile, come sopra detto, con la ratio legis; per altro verso, le scale preesistenti vengono spostate all’esterno dell’edificio, con recupero degli spazi interni e contestuale ampliamento degli spazi abitabili. Questa seconda fase realizzativa appare del tutto ultronea e non collegata con la prima. Infatti, la mera traslazione di una barriera da un luogo fisico ad un altro non concretizza l’eliminazione voluta dalla legge (anche quando questo concetto venga interpretato nel senso ampliativo sopra indicato che permette che la rimozione degli ostacoli avvenga con un’opera aggiunta a quella esistente), per l’evidente ragione che gli ostacoli permangono, seppur diversamente localizzati, perpetuando la situazione avversata dal legislatore.

Conclusivamente, mentre può sicuramente concordarsi col T.A.R. in relazione all’inquadramento tra le opere di cui alla legge 9 gennaio 1989, n. 13 del citato ascensore, deve invece escludersi che la scala esterna qui in scrutinio possa essere considerata opera di abbattimento di barriere architettoniche.
Una volta meglio inquadrata la problematica in esame, appaiono facilmente scrutinabili le doglianze proposte.
3. - Con il primo motivo di diritto, viene lamentato come il T.A.R. Lombardia ha omesso di pronunciarsi sul primo motivo, con cui è stata dedotta l’illegittimità dell’atto impugnato perché la deroga edilizia non può essere concessa in sanatoria.
3.1. - La censura è fondata e va accolta.

Occorre ricordare come il permesso di costruire in deroga di cui all'art. 14, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 sia un istituto di carattere eccezionale rispetto all'ordinario titolo edilizio e rappresenta l'espressione di un potere ampiamente discrezionale che si concretizza in una decisione di natura urbanistica, da cui trova giustificazione la necessità di una previa delibera del Consiglio comunale. In tale procedimento il Consiglio comunale è chiamato ad operare una comparazione tra l'interesse pubblico al rispetto della pianificazione urbanistica e quello del privato ad attuare l'interesse costruttivo e, come ogni altra scelta pianificatoria, la valutazione di interesse pubblico della realizzazione di un intervento in deroga alle previsioni dello strumento urbanistico è espressione dell'ampia discrezionalità tecnica di cui l'amministrazione dispone in materia e dalla quale discende la sua sindacabilità in sede giurisdizionale solo nei ristretti limiti costituiti dalla manifesta illogicità e dall'evidente travisamento dei fatti (da ultimo, Cons. Stato, IV, 24 ottobre 2019, n.7228).

L’esistenza di una così particolare articolazione procedimentale evidenzia una incompatibilità funzionale e strutturale con l’ordinario sistema della sanatoria edilizia di cui all'art. 36 del t.u. dell'edilizia approvato con d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, che richiede la conformità dell'intervento da assentire non solo allo strumento urbanistico vigente all'epoca dell'edificazione sine titulo, ma anche a quello vigente al tempo in cui è domandata la sanatoria.
Infatti, in primo luogo, va valorizzato la necessaria previa deliberazione del consiglio comunale, che contempla anche le specifiche garanzie partecipative per i soggetti interessati. Quindi, la considerazione dei contrapposti interessi dei soggetti che potrebbero subire pregiudizio dal rilascio del titolo e un simile iter procedimentale sono evidentemente incompatibili con una valutazione postuma di tali dati. Per altro verso, il titolo sanante ai sensi dell'art. 36 è rilasciato all’esito di un diverso procedimento collegato alla sussistenza del requisito della doppia conformità delle opere sia al momento della realizzazione dell'intervento senza titolo, sia al momento della presentazione della domanda di sanatoria alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente.

Pertanto, è ben condivisibile l’affermazione del principio secondo il quale il permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici è istituto di carattere eccezionale giustificato dalla necessità di soddisfare esigenze straordinarie rispetto agli interessi primati garantiti dalla disciplina urbanistica generale e, in quanto tale, applicabile esclusivamente entro i limiti tassativamente previsti dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 14, e mediante la specifica procedura.
Ciò porta ad escludere che possa essere rilasciato "in sanatoria" dopo l'esecuzione delle opere e che, anzi, sia “esclusa, pertanto, nel vigente ordinamento l'esistenza di poteri di sanatoria in deroga” (Cons. Stato, V, 30 agosto 2004, n.5622; Cass. pen., III, 31 marzo 2011, n.16591).
3.2. - Il motivo va quindi respinto e consente di ritenere assorbito il terzo motivo di appello, dove si lamenta l’erroneità dell’appellata sentenza laddove ritiene che la delibera consiliare impugnata sia sufficientemente motivata con richiamo ad un’autonoma valutazione che avrebbe operato l’organo competente in esecuzione della sentenza intervenuta tra le parti che aveva annullato per incompetenza il precedente atto dirigenziale, così convalidandolo.
Vista la necessità della necessaria partecipazione procedimentale sopra evidenziata, anche il tema della motivazione avrebbe dovuto essere valutato in funzione di tale esigenza ma resta comunque superato dall’incompatibilità giuridica di una delibera di autorizzazione in deroga, comunque argomentata, con il procedimento di sanatoria.

4. - Con il secondo motivo, viene censurata la sentenza appellata nella parte in cui ha riconosciuto che le nuove opere realizzate siano assoggettabili alla generale disciplina per il superamento delle barriere architettoniche, ritenendole – quindi - esonerate dal rispetto delle distanze legali tra costruzioni ai sensi degli artt. 78 e 79 del DPR 380/2001 e dall’art. 19 della LR Lombardia 6/1989.
4.1. - Il motivo è fondato in relazione a quanto già evidenziato in relazione all’inquadramento delle opere de qua.
Si può pertanto fare rinvio in generale a quanto già evidenziato, con una ulteriore addenda in relazione alla valutazione contenuta in sentenza per cui il nuovo corpo edilizio realizzato e formato dall’ascensore e dalle scale esterne costituisca idonea soluzione tecnica migliorativa per consentire agli utenti l’uscita dall’ascensore direttamente sul pianerottolo così superando la precedente criticità rappresentata da ostacoli fisici situati all’uscita dall’ascensore, senza che siano state provate possibili ulteriori alternative.

In primo luogo, deve notarsi come, secondo il principio dell’onere della prova, di cui all’art. 2697 cod. civ., la prova del fatto favorevole deve gravare sulla parte che se ne giova che, in questo caso, è la parte che voleva conseguire l’autorizzazione in deroga. È pertanto erronea l’affermazione del T.A.R. per cui sarebbe stata la controparte quella incaricata di fornire la dimostrazione dell’esistenza di soluzioni alternative
Per altro verso, va evidenziato come a seguito dell’istruttoria disposta con ordinanza 18 giugno 2019 n. 4110, è emerso come fossero comunque prospettabili soluzioni alternative a quella realizzata, sebbene con costi e oneri diversi. Il che rende evidente come, anche da questo punto di vista, la soluzione adottata non fosse necessitata né unica. Ovviamente, è da considerare il tema dell’onerosità ma questo non è presupposto considerato dalla normativa e quindi idoneo a mutare l’assetto degli interessi delineato dal legislatore.
Anche il secondo motivo di diritto deve quindi essere accolto.
5. - È invece irrilevante il quarto motivo di ricorso, dove si lamenta come il T.A.R. Lombardia abbia omesso di esaminare la questione di costituzionalità sollevata in via subordinata nel ricorso introduttivo e riproposta in appello.

Infatti, dal momento in cui non sussistono i requisiti per l’applicazione del procedimento in deroga, appare inapplicabile al caso concreto la disciplina regionale evocata, sulla quale la parte appellante solleva questione di costituzionalità.
Pertanto, non dovendo essere applicata la detta disciplina, viene a mancare l’indispensabile requisito della rilevanza per portare la vicenda all’attenzione della Corte costituzionale.
6. - L’appello va quindi accolto, con le precisazioni sopra indicate in relazione alla diversità delle opere realizzate. Tutti gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e comunque inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso. Le spese processuali possono essere compensate in relazione alla parziale novità della vicenda.

P.Q.M. Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunziando in merito al ricorso in epigrafe, così provvede:

1. Accoglie l’appello n. 3775 del 2018 e, per l’effetto, in riforma della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia, 27 marzo 2018, n. 809, accoglie il ricorso di primo grado;
2. Compensa integralmente tra le parti le spese del doppio grado di giudizio.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’autorità amministrativa.

 

Senza permesso di costruire il pergolato su cui sono installati i pannelli fotovoltaici
Annullato lo stop del Comune: non si tratta di una tettoia che trasforma il terrazzo in una superficie coperta, l’impianto che serve l’appartamento è una pertinenza che rientra nell’attività edilizia libera

Annullato. Addio al provvedimento del Comune che boccia il pergolato su cui è installato il pannello fotovoltaico a servizio dell’appartamento. E ciò perché l’impianto che produce l’energia elettrica per l’abitazione costituisce una pertinenza urbanistica dei locali e dunque rientra nell’attività edilizia libera. A maggior ragione dopo il decreto Scia 2. È quanto emerge dalla sentenza 531/20, pubblicata dalla sezione terza del Tar Puglia.

Autoconsumo domestico
Accolto il ricorso del proprietario di casa: sbaglia il Comune a bloccare il progetto del pergolato a sostegno dell’impianto per la produzione di elettricità per l’autoconsumo domestico. E ciò perché il pergolato non ha bisogno di un titolo abilitativo: è soltanto un sostegno ai pannelli realizzato in legno lamellare che non prevede l’esecuzione di opere in muratura. Insomma: è escluso che il titolare dei locali voglia realizzare una tettoia per ottenere una superficie non residenziale coperta, trasformando in veranda il terrazzo, come invece ritengono i tecnici dell’amministrazione. Già prima della riforma la giurisprudenza amministrativa aveva peraltro chiarito che i pannelli costituivano opere assentibili ex articolo 22 del testo unico dell’edilizia.

Collocazione oscura
È vero, l’impianto deve essere conforme agli strumenti urbanistici del Comune. Nella specie il pergolato sorge al terzo piano e si pone il problema dell’allineamento agli altri edifici. Ma la circostanza non viene contestata dall’amministrazione, che parte invece dal presupposto di una diversa ma non chiara collocazione urbanistica.

---L’ente deve pubblicare la sua Pec nel registro delle amministrazioni per consentire le notifiche
Quindici giorni per provvedere all’azienda ospedaliera inadempiente: vittoria della camera amministrativa, la legge non lascia alcuna discrezionalità e per ottemperare bastano risorse minime

Quindici giorni per adempiere. L’azienda ospedaliera deve comunicare al registro ad hoc delle pubbliche amministrazioni per consentire le notifiche online nelle cause con i privati. E ciò perché il termine per adempiere è scaduto da un pezzo e per ottemperare servono risorse minime. È quanto emerge dalla sentenza 585/20, pubblicata dalla prima sezione del Tar Calabria.

Elenco consultabile
Vittoria per la Camera amministrativa distrettuale degli avvocati delle Province di Catanzaro, Cosenza, Crotone e Vibo Valentia: l’ente pubblico deve provvedere agli adempimenti dettati dall’articolo 16, comma dodicesimo, del decreto legge 179/12, il dl sviluppo bis. L’indirizzo di posta elettronica certificata non è presente nell’elenco gestito dal ministero della Giustizia e consultabile dagli uffici giudiziari, dagli uffici notificazioni, esecuzioni e protesti e dagli avvocati: il termine per ottemperare era fissato al 30 novembre 2014. E la legge non lascia all’amministrazione alcuna discrezionalità nell’adempiere. Né è dimostrato che la dovuta comunicazione dell’ospedale abbia avuto luogo.

Indubbia legittimazione
Nessun dubbio che la Camera amministrativa sia legittimata a ottenere la condanna dell’ente: produce l’atto costitutivo e lo statuto dimostrando che è preposta a tutelare gli interessi degli avvocati amministrativi del distretto in cui ricade l’ospedale “incriminato”. E sicuramente gli avvocati sono titolari di una posizione giuridica rilevante come soggetti che hanno accesso all’elenco delle Pec tenuto da Via Arenula.

NB: Il Comune di Lipari a chi aspetta per pubblicare la sua Pec nel registro delle amministrazioni pubblIche?


Il proprietario del terreno non può essere diffidato a bonificare solo perché il sito è contaminato
Vale il principio Ue «chi inquina paga»: solo con «indizi plausibili» l’amministrazione può pretendere gli interventi dal titolare, salvo rivalsa. Ma servono istruttoria e accertamento rigorosi

Il proprietario non può essere diffidato a bonificare il terreno solo perché il sito risulta contaminato. Vale, infatti, il principio eurounitario «chi inquina paga»: il titolare dell’area non porta una responsabilità oggettiva, anzi l’amministrazione ha bisogno di un’istruttoria adeguata e di un accertamento rigoroso sul nesso causale fra le condotte imputabili e l’evento dannoso. È quanto emerge dalla sentenza 202/20, pubblicata dalla prima sezione della sede di Brescia del Tar Lombardia.

Misure di prevenzione
Accolto il ricorso della società che aveva acquisito parte di una cava per realizzarvi un impianto per il pretrattamento di rifiuti: annullato il provvedimento della Provincia che impone all’impresa di intervenire soltanto perché l’azienda era titolare di una porzione del terreno, che peraltro all’epoca dei riempimenti non autorizzati era stato concesso in comodato alla ditta incaricata dei lavori. In base all’articolo 242 e seguenti del testo unico dell’ambiente, infatti, gli interventi di ripristino possono essere imposti soltanto a chi è responsabile dell’inquinamento oppure ai soggetti che l’hanno determinato in tutto o in parte con i loro comportamenti commissivi o omissivi. Il proprietario, comunque, ha la facoltà di realizzare volontariamente tutti gli interventi necessari, come d’altronde ogni altro soggetto interessato. Per il resto risulta tenuto soltanto ad adottare le misure di prevenzione.

Presunzione e fondamento
Come si fa a identificare il responsabile dell’inquinamento? Fondamentali le indicazioni fornite dalla Corte di giustizia europea: in Italia non si applica il criterio penalistico della colpevolezza affermata soltanto oltre ogni «ragionevole dubbio», ma è in base il canone civilistico del più «probabile che non» che va individuato il nesso causale fra l’attività industriale svolta nel sito e la contaminazione dell’area. Ad esempio verificando se c’è corrispondenza fra i componenti e le materie prima impiegate dal produttore e le sostanze inquinanti ritrovate nel terreno. Insomma: l’autorità ha bisogno di «indizi plausibili» per dare fondamento alla sua presunzione. E dunque la Provincia avrebbe dovuto attivarsi, sentendo il Comune, senza poter coinvolgere l’ex proprietaria dei suoli sulla sola base della titolarità dei suoli: così facendo ha violato tanto il codice dell’ambiente quanto i principi Ue.

Valore e onere
Resta da capire che cosa succede se il “colpevole” della contaminazione non viene scoperto o non provvede alla bonifica. In tal caso a provvedere è l’amministrazione competente e le spese sostenute per i provvedimenti necessari possono essere recuperate agendo in rivalsa nei confronti del proprietario, che risponde entro i limiti del valore di mercato del sito dopo la bonifica. E a garanzia dell’amministrazione il fondo è gravato di un onere reale e di un privilegio speciale immobiliare.

---Decadenza permesso di costruire per mancato inizio lavori: insufficienza di una foto aerea Google Earth TAR Sardegna
Una foto aerea di Google Earth non è sufficiente per dichiarare la decadenza del permesso di costruire per mancato inizio dei lavori
L’onere della prova del mancato inizio dei lavori assentiti con il permesso di costruire incombe al Comune che ne dichiara la decadenza, alla stregua del principio generale in forza del quale i presupposti dell’atto adottato devono essere accertati dall’autorità emanante.

La giurisprudenza ritiene che le foto aeree di Google Earth non assicurino con certezza la data del rilevamento; ad esempio, è stato affermato che “il Collegio non ritiene che i rilevamenti tratti da Google Earth prodotti in giudizio possano costituire, di per sé ed in assenza di più circostanziati elementi che la ricorrente non ha fornito, documenti idonei al prefato scopo e ciò, in particolare, in considerazione della provenienza del suddetto rilevamento, delle incertezze in merito all’epoca di risalenza delle immagini visualizzate (come emerge dallo stesso sito – alla pagina: https://support.google.com/earth/answer/21417?hl=it – per impostazione predefinita il software “visualizza le immagini di qualità migliore disponibili per una determinata località”, con la precisazione che “a volte potrebbero essere visualizzate immagini meno recenti se sono più nitide rispetto a quelle più recenti”), della genericità delle informazioni relative ai metodi di esecuzione del rilevamento medesimo” (cfr. TAR Campania, Napoli, sez. II, sent. 27 novembre 2014 n. 6118).

di Annamaria Villafrate

La colpa di una violenza sessuale perpetrata da alcuni minori ai danni di un'altra minore ricade sui genitori. Su di essi grava quindi l'obbligo di risarcire i danni riconosciuti alla vittima della violenza sessuale, se dalle perizie realizzate al momento dei fatti e successivamente emerge la cattiva educazione dei figli e il loro atteggiamento violento e prevaricatore. A stabilirlo la sentenza n. 63/2020 della Corte d'Appello di Catanzaro.

Violenza sessuale e richiesta risarcitoria
Genitori responsabili se la citazione è notificata quando il figlio è maggiorenne?
I genitori devono risarcire la violenza sessuale se non hanno educato bene il figlio
Violenza sessuale e richiesta risarcitoria

In giudizio vengono convenuti alcuni ragazzi e i loro genitori affinché, previo accertamento della responsabilità dei giovani, accusati di aver perpetrato e concorso a perpetrare violenza sessuale ai danni di una minore, siano condannati a risarcire i danni patrimoniali e non patrimoniali subiti.

Le istanti raccontano che un pomeriggio di novembre 2004 la minore, colta da una pioggia improvvisa mentre si trovava fuori casa, si rifugiava in una casa in costruzione, dove, dopo essere stata raggiunta da alcuni ragazzi, veniva costretta a subire un rapporto sessuale da uno di questi, mentre un altro tratteneva la sua amica, che non poteva soccorrere la vittima che nel frattempo urlava e chiedeva aiuto.

Il Tribunale accoglie in parte la domanda condannando il violentatore e il complice (nella misura del 30%) a risarcire i danni richiesti. Una sentenza successiva dispone la condanna all'integrale risarcimento del danno perpetrato ai danni delle vittime.

Genitori responsabili se la citazione è notificata quando il figlio è maggiorenne?
Due dei genitori citati in giudizio ripropongono in appello, con il primo motivo, la carenza di legittimazione passiva nel procedimento già sollevata innanzi al Tribunale, perché al momento della notifica dell'atto di citazione essi non esercitavano più la potestà sul figlio, diventato nel frattempo maggiorenne.

Con il secondo motivo d'appello invece rilevano l'erroneità della sentenza di primo grado, che li ha considerati responsabili ai sensi del 2048 c.c. "senza considerare che l'evento per cui è causa è fine a se stesso, cioè è episodico, e come tale non è ascrivibile a mancanza di adeguata educazione familiare, ma piuttosto ad un fatto isolatamente dissonante spiega l'equipe socio familiare."

I genitori devono risarcire la violenza sessuale se non hanno educato bene il figlio
La Corte d'Appello, nel respingere le doglianze dei genitori, fa presente che il giudice di primo grado "ha disatteso l'eccezione in parola richiamando la giurisprudenza della Suprema Corte che ha chiarito che la responsabilità dei genitori per il fatto illecito dei minori, ai sensi dell'art. 2048 c.c., può concorrere con quella degli stessi minori fondata sull'art. 2043 c.c., se capaci di intendere e volere (...) dovendo pertanto ritenersi, da un lato sussistente la legittimazione passiva (dei due giovani responsabili della violenza) essendo, ormai maggiorenni all'epoca della proposizione del giudizio, dall'altra quella dei genitori, in proprio, ai sensi dell'art. 2048, e non quali genitori esercenti la potestà sul minore."

Il primo motivo di appello però per la Corte deve essere esaminato congiuntamente con il secondo al quale è strettamente connesso. Contrariamente a quanto sostenuto dai genitori, infatti il Tribunale non è giunto a considerare i genitori seccamente e automaticamente responsabili per la condotta del figlio. Esso "ha piuttosto ritenuto non raggiunta dai genitori del (…) la prova positiva di aver impartito al figlio una buona educazione e di aver esercitato su di lui una vigilanza adeguata, il tutto in conformità alle condizioni sociali, familiari, all'età, al carattere e all'indole del minore. In tal senso, ha evidenziato come alla luce delle evenienze istruttorie di cui si è ampiamente sopradetto (Relazione redatta dagli operatori della (...), sommarie informazioni rese da ……..), l'episodio di violenza in oggetto perpetrato da (…) non potesse considerarsi come un fatto isolato, ma come strettamente connesso ad una personalità incline alla violenza ed alla sopraffazione degli altri, "che è a sua volta il frutto di un'educazione non adeguata."

Tali conclusioni non vengono scalfite dal fatto che la relazione riporti che i genitori sono sembrate persone in grado di svolgere la loro funzione educativa tale da consentire al figlio una perfetta integrazione nella società e nel mondo del lavoro, perché dalla perizia redatta nei tre anni successivi tali conclusioni positive non sono state confermate.

di Lucia Izzo

Il Ministero dell'Interno sulla notifica delle multe a mezzo PEC

Particolari accorgimenti quando il veicolo con cui è stata commessa la violazione è intestato alla persona fisica e non all'impresa. Bandite le ricerche indiscriminate partendo dal Codice Fiscale della persona fisica senza valutare le concrete modalità di utilizzo del veicolo che ha commesso la violazione.

Lo ha chiarito il Ministero dell'Interno nella circolare 300/A/4027/20/127/9 dell'8 giugno in materia di notificazione a mezzo PEC delle sanzioni amministrative per violazioni del Codice della Strada.
Il Ministero ha fatto seguito alla richiesta del Garante per la protezione dei dati personali di intervenire sull'argomento, stante alcune segnalazioni giunte all'autorità, e ha allineato la precedente circolare in materia alle indicazioni normative del Regolamento (UE) 2016/679 e del D.lgs. 196/2003 (Codice in materia di protezione dei dati personali).
Rischio di illecita comunicazione dei dati personali

Secondo l'Autorità, in caso di notifica a mezzo PEC di un verbale a persona titolare di un'impresa individuale, regolarmente iscritta al registro delle imprese, si rende necessario utilizzare particolari accorgimenti quando il veicolo con cui la violazione è stata commessa risulti essere intestato all'interessato, persona fisica, e non all'impresa come persona giuridica.
In tali casi, infatti, il veicolo potrebbe essere effettivamente utilizzato da questi a titolo privato e non nell'esercizio di attività imprenditoriale. Pertanto, l'autorità rappresenta che in simili circostanze la notifica del verbale all'indirizzo PEC, ottenuto attraverso la consultazione del registro INI-PEC, può determinare un'illecita comunicazione dei dati personali a terzi, essendo la PEC stessa visibile a tutto il personale dell'azienda.


La problematica origina dalla particolare conformazione del registro INI­ PEC che, con riferimento alle imprese individuali, non consente di distinguere l'indirizzo della persona fisica che ne è titolare da quello dell'impresa come persona giuridica.
Ricerca indirizzo PEC del proprietario obbligato in solido
In ragione delle indicazioni fomite dall'Autorità Garante, il Ministero fornisce le seguenti ulteriori istruzioni operative.

In primis, nella ricerca dell'indirizzo PEC dell'obbligato in solido proprietario del veicolo con cui è stata commessa una violazione, potrà essere utilizzato il codice fiscale della persona fisica (estratto dalle annotazioni presenti negli archivi del PRA o dall'anagrafe tributaria) inserendolo nella sezione "imprese" del registro INI­ PEC solo quando è stato accertato, ad esempio in occasione della contestazione immediata della violazione, che il veicolo con cui la violazione è stata commessa era utilizzato nell'esercizio di attività imprenditoriale.
In ogni altro caso (es. violazione accertata con dispositivi di controllo remoto, senza contestazione immediata), il codice fiscale della persona fisica intestataria del veicolo può essere utilizzato solo per interrogazioni della sezione "professionisti" del registro INI-PEC.
Niente ricerche massive e indiscriminate

In nessun caso potranno essere effettuate ricerche massive e indiscriminate di indirizzi PEC partendo dal codice fiscale di una persona fisica, svincolate dalla valutazione del singolo caso e dalle concrete modalità di utilizzo del veicolo oggetto di accertamento della violazione.
Infine, la notifica del verbale a mezzo PEC non sarà obbligatoria nel caso di abbinamento del codice fiscale della persona fisica ad una PEC di chiara matrice aziendale; in tali casi, la notifica del verbale di violazione deve essere effettuata nelle forme ordinarie, senza il ricorso alla PEC.

---Il proprietario non può essere diffidato a bonificare il terreno solo perché il sito risulta contaminato. Vale, infatti, il principio eurounitario «chi inquina paga»: il titolare dell’area non porta una responsabilità ggettiva, anzi l’amministrazione ha bisogno di un’istruttoria adeguata e di un accertamento rigoroso sul nesso causale fra le condotte imputabili e l’evento dannoso. È quanto emerge dalla sentenza 202/20, pubblicata dalla prima sezione della sede di Brescia del Tar .

Accolto il ricorso della società che aveva acquisito parte di una cava per realizzarvi un impianto per il pretrattamento di rifiuti: annullato il provvedimento della Provincia che impone all’impresa di intervenire soltanto perché l’azienda era titolare di una porzione del terreno, che peraltro all’epoca dei riempimenti non autorizzati era stato concesso in comodato alla ditta incaricata dei lavori. In base all’articolo 242 e seguenti del testo unico dell’ambiente, infatti, gli interventi di ripristino possono essere imposti soltanto a chi è responsabile dell’inquinamento oppure ai soggetti che l’hanno determinato in tutto o in parte con i loro comportamenti commissivi o omissivi. Il proprietario, comunque, ha la facoltà di realizzare volontariamente tutti gli interventi necessari, come d’altronde ogni altro soggetto interessato. Per il resto risulta tenuto soltanto ad adottare le misure di prevenzione.

Presunzione e fondamento
Come si fa a identificare il responsabile dell’inquinamento? Fondamentali le indicazioni fornite dalla Corte di giustizia europea: in Italia non si applica il criterio penalistico della colpevolezza affermata soltanto oltre ogni «ragionevole dubbio», ma è in base il canone civilistico del più «probabile che non» che va individuato il nesso causale fra l’attività industriale svolta nel sito e la contaminazione dell’area. Ad esempio verificando se c’è corrispondenza fra i componenti e le materie prima impiegate dal produttore e le sostanze inquinanti ritrovate nel terreno. Insomma: l’autorità ha bisogno di «indizi plausibili» per dare fondamento alla sua presunzione. E dunque la Provincia avrebbe dovuto attivarsi, sentendo il Comune, senza poter coinvolgere l’ex proprietaria dei suoli sulla sola base della titolarità dei suoli: così facendo ha violato tanto il codice dell’ambiente quanto i principi Ue.

Valore e onere
Resta da capire che cosa succede se il “colpevole” della contaminazione non viene scoperto o non provvede alla bonifica. In tal caso a provvedere è l’amministrazione competente e le spese sostenute per i provvedimenti necessari possono essere recuperate agendo in rivalsa nei confronti del proprietario, che risponde entro i limiti del valore di mercato del sito dopo la bonifica. E a garanzia dell’amministrazione il fondo è gravato di un onere reale e di un privilegio speciale immobiliare.

---La mamma paga 10 mila euro al papà perché non gli ha fatto vedere la figlia per due anni
Condannata a risarcire la donna che sparisce all’estero con la minore, riconsegnata al padre solo grazie al giudice: esercizio della responsabilità genitoriale precluso con lesione alla sfera affettiva

La mamma paga 10 mila euro al papà perché non gli ha fatto vedere la figlia per circa due anni. Evidente la lesione prodotta nella sfera affettiva di lui: lei sparisce all’estero con la minore, che è riconsegnata all’uomo soltanto grazie all’intervento di un giudice. E il danno creato dall’irreperibilità della madre si risolve anche nell’aver impedito al padre l’esercizio della responsabilità genitoriale oltre che precluso il corretto svolgimento delle prescrizioni del giudice sull’affidamento della bimba. È quanto emerge dalla sentenza 588/20, pubblicata dalla prima sezione civile del tribunale di Modena (giudice Sira Sartini).

Nesso causale
Con la separazione dei coniugi la figlia è affidata in via esclusiva al padre mentre la madre, una cittadina nigeriana, potrà vederla soltanto nell’ambito di incontri protetti organizzate dai servizi sociali (sempre ammesso che rientri in Italia e ne faccia richiesta). Accolta l’istanza proposta dall’uomo ex articolo 709 ter Cpc, che contiene anche la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale. Non c’è dubbio che la condotta della donna integri la lesione alla sfera affettiva dell’uomo che a lungo non può mettersi in contatto con la figlia, che oggi ha dieci anni, oltre a non poterla vedere né frequentare: la donna è rintracciata addirittura in Canada e soltanto grazie all’intervento di un giudice di Oltreoceano la bambina può tornare a casa. Sussistono, dunque, il pregiudizio concreto e il nesso causale fra la condotta pregiudizievole e il danno lamentato, vale a dire i requisiti che fanno scattare il rimedio risarcitorio previsto al punto 3 dell’articolo 709 ter Cpc.

Liquidazione equitativa
Il danno è liquidato in via equitativa e tiene conto del fatto che a mettere fine alla fuga della donna sono le ricerche dell’ex marito e dell’autorità giudiziaria. Pesa anche la circostanza che sia stata necessario il provvedimento del giudice straniero a riconsegnare la bimba al padre.

---Lavoratore reintegrato perché non basta un solo detective a incastrarlo per l’abuso dei permessi 104
Licenziamento illegittimo, è inattendibile l’osservazione svolta dall’unico investigatore: le best practice della vigilanza impongono turni brevi e in coppia, inevitabili altrimenti cali di concentrazione

Reintegrato e risarcito. Il lavoratore non abusa del permesso “104” per assistere il familiare malato. O almeno: risulta illegittimo il licenziamento per giusta causa perché a spiare il dipendente sotto casa è stato un solo investigatore privato, con turni massacranti: l’attività di osservazione così svolta non risulta attendibile in quanto contraria alle best practice degli 007 privati che prevedono servizi di vigilanza più brevi e svolti in coppia; diversamente la distrazione è fisiologica. È quanto emerge dalla sentenza 167/20, pubblicata il 29 maggio dalla sezione lavoro del tribunale di Bologna (giudice Maurizio Marchesini).

Sovrapposizione involontaria
Bocciato il ricorso del datore contro l’ordinanza cautelare che boccia il recesso per giusta causa adottato contro la commessa: il risarcimento scatta dal giorno del provvedimento annullato fino al ritorno in servizio, nel limite di un anno e al netto dell’aliunde perceptum. Non serve ricorrere ai manuali di investigatori ma basta usare «la logica e il buon senso»: dopo tante ore passate dal detective da solo dentro l’abitacolo di un’auto la distrazione è in agguato. Anzi, risulta «automatica e subliminale». Con tanto di sovrapposizione involontaria di ciò che si è visto e di quello che invece si ritiene di avere percepito.

Documenti e testimonianze
È proprio l’agenzia investigativa, insomma, che non osserva le buone pratiche del suo lavoro. E i risultati si vedono: sia la barba finta alle calcagna della lavoratrice sia il collega che tallona la beneficiaria dell’assistenza non si accorgono che entrambi condomini sorvegliati hanno una seconda entrata-uscita. Crolla dunque il castello di carta costruito contro la lavoratrice laddove gli addebiti sono fondati su tre distinti episodi fra gennaio e marzo. Dalle contestazioni la dipendente incolpata tutto fa tranne che andare ad aiutare la cognata: accompagna la figlia a scuola, va a sbrigare commissioni e resta a lungo in casa. Ma anche la beneficiaria usa spesso la seconda uscita dal condominio che è al coperto e ripara dalla pioggia, mentre documenti e testimonianze confermano i servizi prestati nelle giornate “incriminate”. Le fotografie dell’auto prodotte in giudizio, invece, nulla dimostrano su chi è alla guida: ben potrebbe essere il marito della commessa. Alla società, dunque, non resta che pagare, anche le spese di lite. 

---Le spese per mantenere gli immobili ereditati fanno scattare l’accertamento sintetico
Per individuare l’effettiva capacità del contribuente contano i costi sostenuti per la gestione oltre alle modalità di acquisizione. I redditi ritenuti occultati prolungano il termine di decadenza del fisco

Ai fini dell’accertamento sintetico ex articolo 38, comma quarto, del dpr 600/73, l’effettiva capacità contributiva del contribuente va valutata non solo sulla base della mera proprietà o provenienza dei beni ma tenendo in considerazione anche la necessaria attitudine al sostenimento di spese congrue per il loro mantenimento. Inoltre è legittimo l’accertamento nel più lungo termine di decadenza previsto in caso di dichiarazione omessa dall’articolo 43 del dpr 600/73 in quanto in questi casi il mantenimento dei vari immobili e delle aziende ricevute in eredità si è potuto concretizzare, nel corso degli anni, soltantottingendo a redditi occultati all’erario. È quanto emerge dalla sentenza 1272/4/20, pubblicata dalla Ctr Lazio.

Accolto l’appello dell’Agenzia delle entrate: la commissione regionale evidenzia che non rilevano solo le modalità con cui i beni sono stati acquisiti al patrimonio - nel caso di specie a titolo successorio - bensì le spese sostenute per il mantenimento e la gestione dei medesimi, tali da evidenziare l’esistenza di redditi occultati all’erario.
Ribaltato dunque il verdetto della Ctp di Roma che aveva ritenuto nullo l’atto in quanto adottato dopo la scadenza del termine di accertamento sul rilievo che non si tratta di una dichiarazione omessa laddove è di tutta evidenza che vi può essere omissione soltanto se si è un obbligo nella presentazione, nel caso escluso dal momento che si tratta di redditi esenti.
In appello l’esito è rovesciato in quanto secondo la Ctr nei casi di beni ereditari l’effettiva capacità contributiva va individuata non in base alla mera proprietà o provenienza degli stessi, ma valutando il necessario sostenimento di spese congrue per il loro mantenimento (cfr. Cassazione 7408/11).

Sul punto si segnala un orientamento contrario espresso da Ctr Lombardia con sentenza 515/14/18 secondo cui il termine lungo di decadenza può operare anche nei confronti del soggetto che sia esonerato dall’obbligo di presentare la dichiarazione soltanto quando sia pienamente dimostrato “l’errore” compiuto dal contribuente, il quale, pur percependo redditi ulteriori rispetto a quelli da lavoro dipendente, non ha proceduto alla dovuta dichiarazione. Ciò non si verifica nel caso di contribuente in possesso di una sola certificazione Cud: con riferimento a questo contribuente deve applicarsi il termine di accertamento breve, non essendovi alcuna certezza circa la presenza di redditi ulteriori e, dunque, di un errore/omissione compiuto dal contribuente nel non presentare dichiarazione alcuna (in senso conforme, Ctr Veneto, sezione settima, 34/2013).
Secondo la Ctr Lombardia dovrebbe trattarsi di indici certi per applicare l’omissione, mentre la pronuncia in commento ritiene sufficiente anche redditi derivanti dal mantenimento di beni che l’ufficio presume occultati dal contribuente.

---È legittima la domanda risarcitoria nei confronti di un’Amministrazione che ha rilasciato un titolo autorizzatorio illegittimo.

Lo ha chiarito il Consiglio di Stato con la Sentenza 24 novembre 2017,n. 5475 che ha accolto il ricorso presentato per la riforma di una sentenza di primo grado con cui è stato rigettato il ricorso proposto per il risarcimento del danno conseguente al rilascio di autorizzazione edilizia riconosciuta illegittima, alla successiva inerzia nell’adozione dei provvedimenti repressivi.

I fatti
La vicenda riguarda il rilascio di un'autorizzazione edilizia illegittima non revocata dal Comune.

Con ricorso in primo grado è stata proposta domanda risarcitoria nei confronti del Comune in relazione al danno conseguente alla diminuzione di valore del proprio immobile per compromissione dei propri diritti. Ricorso in primo grado che è stato rigettato dal Tribunale Amministrativo Regionale e a cui è seguito ricorso al Consiglio di Stato.

La sentenza del Consiglio di Stato
Come indicato da Palazzo Spada, la domanda risarcitoria proposta nei confronti dell’Amministrazione comunale riguarda l’esclusione o comunque la grave violazione dei diritti subiti dal limitrofo fabbricato a seguito della realizzazione delle opere illegittime, quindi petitum e causa petendi diversa e non coperta dal giudicato civile.

Secondo i giudici del Consiglio di Stato, nessun rilievo può assumere la circostanza che i titoli edilizi sono rilasciati salvi i diritti dei terzi, che quindi possano agire a propria tutela in sede civile o in sede amministrativa. Tale “clausola” di salvezza non può ritenersi esonerativa da responsabilità dell’Amministrazione secondo i principi generali, quanto la stessa, con comportamenti commissivi o omissivi (e nella specie prima commissivi, mediante il rilascio del titolo edilizio, e quindi omissivi, attraverso l’omessa attivazione dei poteri di autotutela repressiva) ha concorso a cagionare la lesione del diritto dominicale.

Non può poi sostenersi che il fatto colposo del danneggiato, concorrente alla produzione dell’evento lesivo (e quindi semmai alla riduzione del risarcimento e non già all’esclusione della responsabilità), possa individuarsi nell’omessa impugnativa della della successiva concessione in sanatoria. Ne consegue il diritto del confinante ad ottenere il totale risarcimento dei danni da parte del Comune, in rapporto alla conseguente diminuizione del valore del proprio immobile. 

---La Regione paga stipendi per salvare il posto ai dipendenti degli studi. Aumenti di capitale agevolati. Enti territoriali e camerali coprono il costo del lavoro all’80% per un anno in zone e settori molto colpiti dalla pandemia. Nella società basta la maggioranza per deliberare nuovi conferimenti

È la Regione che paga gli stipendi ai dipendenti di imprese e studi professionali per evitare che siano licenziati. Il tutto nelle zone e nei settori particolarmente colpiti dalla crisi Coronavirus. E nelle società diventa più facile deliberare l’aumento di capitale, con una norma straordinaria efficace fino al 31 dicembre prossimo. Sono due delle misure contenute nella bozza del dl rilancio entrata nel Consiglio dei ministri di mercoledì scorso e in sostanza confermate da Palazzo Chigi dopo la seduta (cfr. in allegato il documento).

Aiuti retroattivi
Enti territoriali e camerali possono adottare misure di aiuto ad aziende e lavoratori autonomi sulla base delle loro risorse e in linea con le indicazioni contenute nella comunicazione della Commissione Ue C (2020) 1863 final sull’emergenza Covid-19. Lo schema prevede una sovvenzione mensile che per un anno copre fino all’80 per cento della retribuzione mensile lorda del personale beneficiario, compresi i contributi previdenziali a carico del datore. I dodici mesi partono dalla domanda di aiuto ma possono retroagire al primo febbraio scorso. Il tutto a patto che i dipendenti che fruiscono dell’intervento continuino svolgere l’attività lavorativa per il periodo interessato. La sovvenzione, che può essere diretta a imprese di determinate dimensioni, è cumulabile con altre misure di sostegno all’occupazione a condizione che il costo del lavoro non risulti poi sovracompensato. E in ogni caso gli aiuti non possono consistere nei trattamenti di integrazione salariale di cui al decreto legislativo 148/15 e degli articoli da 19 a 22 del #CuraItalia, convertito con modificazioni dalla legge 27/2020.

Quorum disattivato
Con la norma transitoria introdotta nel codice civile le società possono deliberare in modo più semplice e spedito l’aumento di capitale per affrontare la difficile congiuntura economica in arrivo. È disattivato il quorum rafforzato che impone il voto favorevole dei due terzi del capitale rappresentato in assemblea: basta la maggioranza assoluta, a condizione tuttavia che sia rappresentata almeno la metà del capitale sociale perché non si può derogare al principio imposto dall’articolo 83 della direttiva Ue 1132/2017). La deroga ha carattere eccezionale: vale solo quest’anno e si applica anche se lo statuto prevede un quorum pari o superiore a quello legale. Esteso poi l’ambito oggettivo e soggettivo dell’aumento di capitale con esclusione del diritto opzione in deroga alla procedura ordinaria di cui all’articolo 2441 Cc, sesto comma. Agevolata la raccolta di capitali di rischio mediante aumenti di capitale.

---Ordinanze contingibili ed urgenti nel sistema del diritto amministrativo
Le ordinanze contingibili ed urgenti sono atti a contenuto atipico che l’amministrazione, al fine di fronteggiare situazioni eccezionali e imprevedibili, può emanare sulla base di specifiche previsioni legislative, anche in deroga a norme di rango primario.

Storicamente, il potere di adottare ordinanze in deroga è stato individuato nel “creare il diritto per il caso singolo, limitatamente a quelle situazioni di necessità ed urgenza per le quali nessuna norma può provvedere[1]”, espressione della più ampia potestà d’impero dell’amministrazione volta al soddisfacimento e alla cura di un interesse pubblico tramite l’adozione di un provvedimento amministrativo che impone obblighi di condotta positivi o negativi la cui inosservanza comporta l’irrogazione di sanzioni.

L’attitudine delle ordinanze in esame a derogare alla disciplina di rango primario, sia pure in via provvisoria, ha fatto molto discutere in ordine alla relativa natura giuridica.

Ed invero, mentre secondo un primo orientamento (CORRADINI, CASETTA) le ordinanze contingibili ed urgenti hanno natura normativa e vanno inquadrate fra le fonti di secondo grado cui la legge consente di derogare alle norme primarie. Si valorizza a tal fine il carattere generale e astratto delle ordinanze, idonee a trovare applicazione in un numero di casi non predeterminato né determinabile, rivolgendosi alla generalità dei consociati.

Secondo altro orientamento, avallato anche dalla giurisprudenza costituzionale (Corte Cost. 4 gennaio 1977, Corte Cost. 14 aprile 1995, n. 127), tali ordinanze hanno natura di provvedimenti amministrativi.

A tale fine si rimarca l’eccezionalità del potere, temporalmente limitato, conferito all’amministrazione, abilitata solo ad introdurre una deroga alla disciplina di rango primario, giammai ad abrogarla o a modificarla, quindi l’innovatività carattere delle fonti normative sarebbe assente nelle ordinanze de quibus.

Vi è, infine, una posizione intermedia secondo cui occorre evitare generalizzazioni, dovendosi avere riguardo alla natura giuridica dell’ordinanza di necessità non in astratto, ma in concreto, analizzando la consistenza del relativo contenuto.

Occorre adottare un criterio fattuale, e avere riguardo al caso singolo al fine di valutare se l’ordinanza intende introdurre una norma generale e astratta, derogatoria della legge o se intende regolamentare il caso singolo, mantenendo perciò la natura di atto amministrativo.

Ciò che caratterizza maggiormente le ordinanze di necessità ed urgenza è il presupposto che facoltivizza l’esercizio del potere amministrativo, cioè la circostanza che la loro adozione, sia pure sulla base di una previsione normativa, postula una situazione di eccezionalità ed urgenza per fronteggiare la quale il legislatore invita l’Amministrazione ad adottare qualsiasi misura, il cui contenuto non è predeterminato dalla norma.

Pertanto connotato essenziale delle ordinanze in parole è la loro atipicità contenustica dato che il legislatore non stabilisce quale è il contenuto dell’atto che l’amministrazione è facoltizzata a porre in essere.

Stante tale caratteristica strutturale delle ordinanze contingibili ed urgenti le stesse potrebbero generare una possibile frizione con il principio di legalità.

A riguardo la dottrina maggioritaria (Sandulli, Cassese, Casetta) ritiene che le ordinanze di cui trattasi siano una deroga al principio di legalità e, in particolare al principio di tipicità che ne costituisce un corollario.

Ed invero tali atti non rinvengono nella previa legge attributiva del potere una definizione del contenuto né tantomeno degli effetti, che sono liberamente individuati dall’autorità emanante in relazione alla necessità ed urgenza presentatasi in concreto.

Ne deriva che le ordinanze contingibili ed urgenti dovrebbero avere un campo di applicazione limitato, pur riconoscendosi alle stesse la funzione di “valvola di sicurezza”[2] del sistema consentendo per i casi di urgenza di curare il pubblico interesse con le misure che appaiono più opportune alla luce delle circostanze concrete.

---L'annullamento in autotutela del certificato di agibilità per assenza di certificazione di idoneità statica può intervenire anche a notevole distanza di tempo, considerato che l’accertamento dell’idoneità statica afferisce ad interessi essenziali quali l’incolumità delle persone e che detto annullamento non comporta effetti dannosi irreversibili, ma soltanto la riapertura del procedimento che può concludersi in termini assai brevi. Il principio di buon andamento impegna la P.A. ad adottare gli atti il più possibile rispondenti ai fini da conseguire ed autorizza quindi anche il riesame degli atti adottati, ove reso opportuno da circostanze sopravvenute ovvero da un diverso apprezzamento della situazione preesistente. La proposizione di un ricorso giurisdizionale non impedisce alla P.A. di adottare determinazioni in autotutela.
La revoca del parere del Genio Civile determina l‘annullamento della Concessione edilizia.(P.A. - Consiglio di Stato)

di Dario Ferrara

Non online le udienze con testi, parti e ctu. Giudici collegati solo da uffici. Così l’app Immuni
Sì al dl coi paletti al processo da casa. Teams fino al 31 luglio. Riforma intercettazioni a settembre, stretta su permessi ai mafiosi, cause a distanza in Tar e CdS. Tracing volontario, anonimo e no gps

Ridimensionato il processo da casa nella fase 2 dell’emergenza Covid-19. Nel decreto legge approvato dal Governo attorno a mezzanotte è previsto che le disposizioni sul giudizio penale da remoto consentite fino al 31 luglio «non si applicano, salvo che le parti vi acconsentano, alle udienze di discussione finale, in pubblica udienza o in camera di consiglio e a quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti».

E ora anche il ministero della Giustizia conferma quanto anticipato qualche ora fa da Cassazione.net: le udienze civili che si possono svolgere online devono comunque avvenire «con la presenza del giudice nell’ufficio giudiziario» (cfr. il documento in allegato). Ma anche il termine fino a cui quale si può fare udienza cartolare e a distanza con Teams è spostato dal 30 giugno al 31 luglio. Ancora. Via libera all’app Immuni da scaricare sullo smartphone: il tracing anti Sars-CoV-2 sarà volontario, anonimo e a norma privacy. Rinviata a settembre l’entrata in vigore della riforma delle intercettazioni. Stretta sui permessi ai boss mafiosi. Processo a distanza anche davanti a Tar e Consiglio di Stato.

Addio divano
Dopo le furiose polemiche dei giorni scorsi fra avvocati e magistrati arrivano paletti al complesso di norme che consente di svolgere grazie a Internet una serie di attività processuali, dalle indagini alle udienze di trattazione, per tutto il periodo dell’emergenza Coronavirus. Già quando l’aula di Montecitorio ha convertito in legge il decreto #CuraItalia era stato approvato un ordine del giorno con cui il Governo si impegnava prevedere che nel penale il processo telematico non si applicherà alle udienze istruttorie e a quelle di discussione, salvo accordo tra le parti. Ora la norma dispone che le norme sulla modalità da remoto non «si applicano, salvo che le parti vi acconsentano, alle udienze di discussione finale, in pubblica udienza o in camera di consiglio e a quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti».

Addio al processo “da divano”, visto che il giudice deve collegarsi dall’ufficio nelle udienze civili che non richiedono la presenza di soggetti diversi da difensori, parti e ausiliari del giudice. Sulle udienze telematiche nuove misure riguardano anche la giustizia amministrativa e quella contabile. Soddisfatti dopo settimane di braccio di ferro i penalisti: è un «ripensamento decisivo», scrivono, «l’esclusione dalla celebrazione del processo penale da remoto dell’intera istruttoria dibattimentale, delle discussioni e delle conseguenti camere di consiglio». E bisogna darne «atto alla maggioranza di Governo e al ministro di Giustizia». Intanto la presidente facente funzioni Maria Masi del Consiglio Nazionale Forense scrive una lettera in cui chiede al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di riaprire in sicurezza i tribunali per la fase 2 dell’emergenza sanitaria.

Uffici impreparati
Si applicherà soltanto ai procedimenti penali iscritti dopo il 31 agosto la nuova normativa con intercettazioni utilizzabili in altri procedimenti, il pm custode della privacy e l’uso dei virus Trojan sui telefonini anche contro le mazzette: la riforma sarebbe dovuta entrare in vigore da domani ma a causa dell’emergenza epidemiologica non è stato possibile adeguare le strutture negli uffici giudiziari.

Parere del pm
Veniamo alla stretta sui permessi ai boss, anticipata nei giorni scorsi dal guardasigilli Alfonso Buonafede. Sarà necessario il parere del procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo sulle istanze di scarcerazione presentate da detenuti al 41 bis. Per coloro che hanno commesso reati gravi e sono detenuti in alta sicurezza il vaglio compete alla direzione distrettuale. La nuova norma, in particolare, prevede che in caso di gravi delitti - ad esempio le ipotesi aggravate di associazione a delinquere, associazione mafiosa o sequestro di persona a scopo di estorsione - il tribunale o il magistrato di sorveglianza, prima di decidere sul rinvio dell’esecuzione della pena

in detenzione domiciliare, chieda il parere del procuratore della Repubblica presso il tribunale del capoluogo del distretto dove ha sede il giudice che ha emesso la sentenza. Idem vale sulle istanze per i permessi a reclusi per reati gravi o sottoposti al carcere duro. A meno di urgenze, il permesso non può essere concesso prima di ventiquattro ore dalla richiesta dei pareri, mentre per la detenzione domiciliare il magistrato e il tribunale di sorveglianza decidono non prima, rispettivamente, di due e quindici giorni dalla richiesta dei pareri, anche in assenza di questi ultimi.

Deposito telematico
Fino al 31 luglio presso ciascun ufficio del pubblico ministero che ne faccia richiesta, è autorizzato il deposito telematico di memorie, documenti, richieste e istanze successive all’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Ufficiali e agenti di polizia giudiziaria sono autorizzati a comunicare al pm atti e documenti in modalità telematica.

Senza geolocalizzazione
Parte infine l’operazione Immuni grazie alla piattaforma creata dal ministero della Salute: l’app da scaricare solo sul base volontaria sul telefonino serve ad allertare le persone che sono entrate in contatto con soggetti risultati positivi al Covid-19. I dati personali raccolti sono quelli necessari ad avvisare gli utenti che rientrano fra i contatti più stretti di altri rivelatisi infetti, in modo da agevolare le misure di assistenza sanitaria. E possono essere utilizzati in forma aggregata e comunque anonima per soli fini statistici o di ricerca scientifica. Il trattamento, infatti, è fondato sui dati di prossimità degli smartphone resi anonimi o, se non è possibile, pseudonimizzati. Esclusa, in ogni caso, la geolocalizzazione degli utenti. Le informazioni saranno cancellate entro il 31 dicembre. E nessun diritto fondamentale può essere limitato in caso di mancato utilizzo dell’applicazione. La piattaforma è realizzata con infrastrutture localizzate soltanto sul territorio nazionale e gestite da amministrazioni o enti pubblici o in controllo pubblico.

Ddl al Senato
Dopo la firma del capo dello Stato il ddl per la conversione del decreto legge sarà incardinato al Senato martedì 5 maggio alle 16,30.

---Una sentenza che potrebbe anche creare un precedente. Ed essere un colpo di avvertimento nei confronti degli haters dilaganti sui social network.

Quegli insulti scritti in un post sulla sua pagina Facebook non erano un semplice sfogo ma diffamazione. Il tribunale di Nuoro ha condannato un uomo di 42 anni a 1 anno e sei mesi per diffamazione avvenuta su Facebook due anni prima e terminato davanti al giudice del tribunale monocratico.(ilsole24ore.com)

---Padre anziano, malato e impossibilitato a recarsi in carcere: 'permesso' per il figlio detenuto
Plausibile la richiesta presentata da un detenuto. Censurata la valutazione compiuta dal Tribunale di sorveglianza e centrata sull’assenza di un pericolo di vita per l’anziano genitore. Per i Giudici della Cassazione, invece, la situazione vissuta dal detenuto è riconducibile alla presenza di un evento familiare di eccezionale gravità, costituito dalla situazione di estrema difficoltà per il genitore, impossibilitato a recarsi in carcere per effettuare i periodici colloqui con il figlio.
(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 12343/20; depositata il 16 aprile)

La Suprema corte sdogana le massaggiatrici sulla spiaggia, assolvendo una cinese dal reato di esercizio abusivo della professione nonostante girasse con un cartello sullo zaino sul quale pubblicizzava manipolazioni terapeutiche.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 12539 del 20 aprile 2020, ha assolto perché il fatto non sussiste una orientale.

Per gli Ermellini, avuto riguardo alla ricostruzione storico - fattuale della vicenda e, precisamente, alle modalità al luogo di esecuzione delle operazioni - non sia revocabile in dubbio l'estraneità delle manipolazioni praticate dall’imputata dalla categoria dei massaggi terapeutici in senso proprio.

In poche parole, non può ritenersi atto a conferire alla condotta della donna la “qualità di esercizio di una professione subordinata al conseguimento di una speciale abilitazione il riferimento alle proprietà terapeutiche contenuto nel cartello appeso sullo zaino che ella teneva sulle spalle. Detto riferimento assolveva chiaramente a una finalità solo promozionale della propria attività e non vale di per sé a mutare la natura oggettiva delle prestazioni manuali da ella erogande.

Né pare revocabile in dubbio che, per le modalità ed il contesto nel quale le manipolazioni venivano praticate (su di un asciugamano o un lettino su di una spiaggia pubblica affollata di turisti), da parte di un soggetto che non faceva alcun riferimento a competenze particolari né ad una specifica abilitazione professionale, le persone che vi si sottoponevano potessero realmente trarre da tali circostanze il convincimento che si trattasse di massaggi praticati in modo professionale, da persona munita di una specifica qualifica sanitaria e muniti di una reale valenza terapeutica.

Né per i Supremi giudici può avere alcun peso, ai fini della condanna, il fatto che la signora usasse la canfora per fare i massaggi.(Cassazione civile n 12539 del 20 4 2020)

di Dario Ferrara

Non si può condannare il medico soltanto perché tarda a operare un paziente che ha al massimo il 20 per cento delle possibilità di sopravvivere. La responsabilità del sanitario, infatti, va accertata sulla base del giudizio controfattuale, cioè valutando se senza l’omissione il malato sarebbe sopravvissuto: il tutto secondo un criterio di alta probabilità logica fondato sulle evidenze scientifiche oltre che sui dati indiziari che caratterizzano il caso concreto. E non si può ritenere responsabile il sanitario attendista se dalla perizia emerge che il quadro clinico non risulta peggiorato fra la Tar eseguita al mattino e la risonanza magnetica effettuata in serata. È quanto emerge dalla sentenza 12353/20, pubblicata il 17 aprile dalla quarta sezione penale della Cassazione.

Teoria superata
Viene accolto contro le conclusioni del sostituto procuratore generale il ricorso dell’imputato: il reato è ormai prescritto e la causa prosegue in sede civile. Ma l’analisi sul nesso eziologico fra la condotta imputata al medico e la morte della donna risulta svolta in termini erronei e insoddisfacenti dai giudici di merito. Dalla Tac svolta presso un altro ospedale emerge «un quadro di idrocefalo drammatico»: il medico di guardia che aveva a disposizione l’esito avrebbe dovuto sottoporla subito a un intervento di derivazione liquorale esterna, almeno secondo le accuse. Ma secondo il collegio di periti anche se l’operazione fosse stata eseguita subito la paziente difficilmente si sarebbe salvata. La Corte d’appello, nel condannare l’imputato, fa in sostanza riferimento alla teoria della perdita di chance superata da anni e non valuta in termini scientificamente accettabili i dati indiziari disponibili.Cassazione penale sez.IV  sentenza n.12353 del 17 aprile 2020  

---Le Sezioni unite: Non è reato coltivare cannabis in casa per uso personale

Non è reato coltivare marijuana in casa, se è per uso personale. Parola delle Sezioni unite penali della Cassazione che fanno chiarezza - speriamo una volta per tutte - sulla vexata quaestio con la sentenza 12348/20, pubblicata in extremis il 16 aprile. Attenzione: il reato di coltivazione si configura al di là della quantità di principio attivo ricavabile, ma non è non riconducibile all’ambito di applicazione della norma penale, la condotta che consente di escludere un inserimento dell’autore nel mercato della droga laddove è esiguo sia il numero delle piantine sia il quantitativo di prodotto ricavabile mentre le tecniche utilizzare risultano rudimentali.

Mancanza di tipicità
Accolto il ricorso di un trentenne campano condannato a un anno di reclusione e 3 mila euro di multa perché aveva in casa due piantine e una riserva di circa undici grammi di cannabis. Deve infatti essere superata l’equiparazione fra coltivazione tecnico-agraria e domestica effettuata dallo stesso collegio esteso con la sentenza 28605/08, secondo cui è reato ogni coltivazione non autorizzata di piante dalle quali si possono estrarre sostanze stupefacenti anche se destinate all’autoconsumo. E ciò per le preoccupazioni che desta il problema della tossicodipendenza. Non c’è dubbio che a far scattare il reato di coltivazione è sufficiente che la pianta “incriminata” sia conforme al tipo botanico previsto e possa giungere a maturazione producendo sostanza stupefacente; l’illecito copre ogni attività: dalla semina al raccolto. Il punto è che la quando la condotta è destinata all’autoconsumo manca la tipicità che fa scattare l’applicazione della norma penale.

Produttività prevedibile
Il bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice è la salute, individuale e collettiva: un valore di pregnanza costituzionale, che giustifica la tutela penale anticipata tanto che la coltivazione di stupefacenti è un reato di pericolo presunto. E la prevedibilità della potenziale produttività è uno dei parametri che consente di distinguere fra la coltivazione penalmente rilevante e non laddove la seconda è caratterizzata da una produttività prevedibile come modestissima. Non basta tuttavia l’intenzione soggettiva dell’autoconsumo a escludere il reato: è serve un nesso di immediatezza soggettiva con l’uso personale. Ed è lecita pure la coltivazione industriale se quando le piante maturano non producono stupefacenti. Resta l’illecito amministrativo per la detenzione di sostanze per uso personale ottenute dalle piantine penalmente lecite. Mentre per quelle penalmente illecite, dove la coltivazione assorbe la detenzione, si può comunque ottenere la non punibilità per particolare tenuità del fatto o una condanna minore per lieve entità.Cassazione Sez.Penale 16/4/2020

--Soltanto la prescrizione salva il medico-pusher dalla condanna. Per la legge, infatti, è come un vero spacciatore il sanitario che prescrive farmaci a base di stupefacenti ai pazienti soltanto perché vogliono dimagrire. E ciò anche se i fatti sono di lieve entità. Il reato risulta estinto proprio grazie alla riqualificazione nell’ipotesi minore ex quinto comma dell’articolo 73 del testo unico sugli stupefacenti. La somministrazione di medicine preparate con sostanze psicotrope, infatti, è consentita unicamente quando risulta coerente con gli obiettivi clinici perseguiti. È quanto emerge dalla sentenza 12198/20, pubblicata il 15 aprile dalla sesta sezione penale della Cassazione

Uccisa dopo denunce non ascoltate. La Cassazione: i pm risarciscano gli orfani

La Suprema corte dà il via libera al riconoscimento della responsabilità civile delle toghe che non diedero seguito alle segnalazioni di Marianna Manduca, assassinata dall’ex marito nel 2007 a Palagonia (Catania). Accolto il ricorso dei figli minorenni della donna. Mentre divampano le polemiche sulla riforma della giustizia e sulla responsabilità civile dei magistrati, stabilisce che le toghe, se riconosciute negligenti, devono pagare.

 

MALTRATTAMENTO ANIMALI

Collare elettrico per l'addestramento del cane: condannato il padrone

Nessuna giustificazione per l'uomo che si è comportato da bestia nei confronti del suo amico a quattro zampe. Irrilevante il fatto che il collare elettrico sia reperibile facilmente sul mercato e che possa essere utilizzato per l'addestramento. Ciò che conta è che esso produce gravi sofferenze per l'animale.
(Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza n. 11561/20; depositata il 7 aprile)

 
Niente reato ma solo una sanzione amministrativa pecuniaria per chi compie atti osceni in luogo pubblico. È l'effetto dell'operazione depenalizzazione operata dal decreto legislativo n. 8/2016 su tutta una serie di reati, ivi compreso quello previsto dall'art. 527 del codice penale. A sancirlo è la terza sezione penale della Cassazione con la sentenza n. 36867/2016 annullando senza rinvio la decisione della Corte d'appello di Catania che condannava un uomo alla pena di tre mesi di carcere, convertita in 3.420 euro di multa, per essersi masturbato in corrispondenza del passaggio di alcune studentesse.

A essere fermati due uomini, beccati a trasportare uva. La polizia giudiziaria esegue l’arresto per quasi flagranza di reato. Il provvedimento è ritenuto legittimo dalla Cassazione, che smentisce la valutazione opposta data dal Tribunale. La frutta si presentava ancora verde e fresca e questo dettaglio rende palese, secondo i Giudici, l’immediatezza del controllo rispetto alla condotta.  

--Addio falso per induzione se dalla richiesta di permesso di costruire emerge che il manufatto è un rudere
Assolti beneficiario e progettista: la relazione riporta il «pessimo» stato di conservazione del fabbricato preesistente senza alterare i dati necessari all’adozione dei provvedimenti abilitativi

Niente falso per induzione per il beneficiario del permesso di costruire e per il progettista: è escluso che abbiano tratto in inganno i funzionari comunali chiamati a rilasciare il titolo edilizio e l’autorizzazione paesaggistica. E ciò perché nella relazione di accompagnamento il fabbricato preesistente viene indicato per quello che è, un rudere: risulta dunque esclusa ogni contraffazione dei dati di fatto che costituiscono i presupposti per l’adozione dei provvedimenti abilitativi da parte dell’amministrazione. La valutazione sulla fattibilità, poi, può essere giusta oppure sbagliata ma non può integrare il reato ex articoli 48 e 480 Cp. È quanto emerge dalla sentenza 10917/20, pubblicata il primo aprile dalla terza sezione penale della Cassazione.

Corte di Cassazione – VI sez. civ. – sentenza n. 21939 del 09-09-2019

La paziente che chiede il risarcimento del danno per contagio da virus dell’epatite c a seguito di un intervento chirurgico deve dimostrare di aver contratto il virus a causa di detto intervento.

---Stop all’ipoteca del fisco perché il contribuente non ha ancora accettato l’eredità
Serve una manifestazione di volontà del privato e spetta alle Entrate provare eventuali condotte concludenti: impossibile aggredire i beni prima che entrino nel patrimonio dell’interessato

Scatta lo stop all’iscrizione ipotecaria del fisco perché non risulta che il contribuente abbia accettato l’eredità paterna: è escluso che i beni possano già essere oggetto della formalità se non sono ancora entrati nel patrimonio della parte privata. È quanto emerge dalla sentenza 108/20, pubblicata dalla commissione tributaria regionale per il Molise.

Omessa dimostrazione
Bocciato l’appello dell’Agenzia delle entrate: smentita la tesi dell’amministrazione secondo cui la garanzia sui beni si potrebbe iscrivere perché l’ipoteca non è equiparabile al pignoramento, che costituisce l’atto esecutivo vero e proprio. Il punto è che anche un’eventuale rinuncia all’eredità, per quanto tardiva, esclude che il contribuente possa essere chiamato a rispondere dei debiti tributari: l’accettazione costituisce il presupposto per la responsabilità e spetta all’amministrazione finanziaria dimostrare che il privato abbia posto in essere condotte concludenti nel senso dell’accettazione tacita. L’articolo 480 Cc sancisce che il diritto di accettare l’eredità si prescrive in dieci anni nella specie il termine non risulta scaduto. Anche a fini conservativi non possono essere aggrediti i beni che non siano ancora entrati nel patrimonio dell’erede-debitore. E nella specie l’Agenzia delle entrate non ha dimostrato in alcun modo l’accettazione tacita dell’eredità. La mancata costituzione del contribuente appellato e la mancata riproposizione dei motivi di ricorso originario ritenuti assorbiti dal giudice di primo grado esime il collegio dall’esame.

---Il Comune risarcisce il bambino che si fa male cadendo nel parco giochi.
Non è necessaria la prova dell’insidia dello scivolo, spetta all’ente locale dimostrare che il danno era evitabile con la normale diligenza. Ordinanza Cassazione civile 27 marzo 2020

Accertamento anche se lo scostamento dagli studi è minimo

Per gli Ermellini, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, le risultanze degli studi di settore (come i parametri previsti dall’art. 3, commi da 181 187, della L. n. 549/1995), non costituiscono atto concreto noto e certo, specificamente inerente al contribuente, suscettibile di evidenziare in termini di rilevante probabilità l’entità del suo reddito, ma rappresentano la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni.

Sicché i detti studi rivelano valori che, quando eccedono il dichiarato, integrano il presupposto per il legittimo esercizio da parte dell’Ufficio dell’accertamento analitico—induttivo ex art. 39, comma 1, d), del d.P.R. n. 600 del 1973, ma, ove siano contestati sulla base di allegazioni specifiche, sono inidonei a sopportare l’accertamento medesimo, se non confortati da elementi concreti desunti dalla realtà economica dell’impresa che devono essere provati e non semplicemente enunciati nella motivazione dell’accertamento.

Detto questo, per la Cassazione la decisione della Ctr di Napoli si rileva, per i profili in esame, censurabile per aver, in difformità dai principi sopra richiamati, disconosciuto legittimità all’accertamento, sotto il profilo motivazionale, senza neanche aver fatto riferimento alla risposta del contribuente in sede di interpello oltre che alle specifiche contestazioni mosse dallo stesso in giudizio.

---Per la Cassazione non regge la versione dei fatti così narrata dall'imputato, secondo il quale solo parte civile, per problemi d'insonnia e di insofferenza ai rumori, mal sopportava l'alto volume della radio.

Gli Ermellini, nella sentenza n. 8966/2020, ritengono coerente la ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale, il quale ha rilevato che lo stereo veniva acceso ad alto volume in modo reiterato, al fine di recare disturbo a una quantità indefinita di persone. Superflua ogni misurazione del rumore per stabilire l'eventuale superamento della soglia di attendibilità. Cassazione penale 8966/220.

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