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di Felice D'Ambra 

La Leggenda finale di ”Vitti na Crozza”.

Sui social continuano i commenti di parecchi affezionati della leggendaria storia di vitti na crozza, ognuno con parere diverso. Sono passati settant’anni da quel triste avvenimento che coinvolse il minatore, la canzone della crozza, il maestro Francesco Li Causi e il regista del film Pietro Germi. Secondo me è difficile capire, conoscere la vera storia del minatore che da “carusu” (ragazzo), era entrato a lavorare in quella miniera dove ha trascorso tutta la sua vita nella zolfara.

Consapevole della realtà che l’avrebbe atteso col passare degli anni, e non volendo morire come la crozza, ritornello che nasce proprio nella zolfara e che lui di continuo canticchiava proprio con quel presentimento di farne la stessa fine, che lui forse avrebbe potuto vederla nella cava di zolfo di Favara dove egli è nato e lì lavorava. Secondo me come alcune persone commentano sui social, la crozza mangiata dai vermi, non fu vista su un cannone, o appesa a un torrione di un antico castello, oppure, appesa ad un albero, mentre alcuni sostengono, possa essere stata portata dal mare, su una spiaggia delle tantissime e meravigliose dell’agrigentino.

Ascoltando attentamente l’allegro motivo, si ha la sensazione che camuffata ci sia una forte denuncia e una dolorosa richiesta d’aiuto quasi, implorata di quel minatore prossimo alla fine dei suoi giorni di vita. Pietro Germi maestro dell’arte cinematografica e regista del film “il cammino della speranza”, non conoscendo il senso delle parole dialettali, con grande fiuto interessato della drammatica misteriosa melodia canticchiata con estremo sentimento umano dal vecchio simpatico minatore, che all’apparenza sembrava allegra, ma che lasciava trasparire una profonda tristezza, chiese al maestro compositore siciliano Franco Li Causi, di comporre un testo musicale per adattarlo a colonna sonora, per il suo film in lavorazione, proprio sulla storia della miniera di Favara.

Il Film il cammino della speranza ambientato nelle zolfare, fu proiettato nelle sale cinematografiche italiane e non solo, ebbe un grande successo e vinse anche due importanti premi  internazionali di grande prestigio, grazie alla bravura del regista Pietro Germi e agli attori principali: Raf Vallone, Elena Varzi e Saro Urzì.

Molti appassionati ricordano ancora Raf Vallone, l’attore, calciatore, giornalista calabrese di Tropea, Raffaele Vallone, nome d’arte “Raf”, interprete dello sceneggiato televisivo di grande successo di mamma Rai1“Il Mulino del Po” del 1963, tratto dal romanzo di Riccardo Bacchelli e del regista Sandro Bolchi.  Pietro Germi definito il maestro della commedia all’italiana vinse l’oscar per la sceneggiatura del film “Divorzio all’italiana” (interpreti: Daniela Rocca, Stefania Sandrelli, Marcello Mastroianni, Leopoldo Trieste) e la nomination per la regia del film “Sedotta e abbandonata”.

Germi è anche da ricordare per essere stato il regista di tanti film di grande successo e fra questi: “un maledetto imbroglio, il ferroviere, Riso amaro, Alfredo, Alfredo, Serafino e tanti altri film di successo. Negli anni, l’accattivante canzone, fu portata al successo anche da molti cantanti di prestigio tra i quali: il Tenore Michelangelo Verso (che d’accordo col maestro Li Causi, modificò qualche frase e per la prima volta incise anche un disco), Domenico Modugno, Rosa Balistreri, Iva Zanicchi, Jimmy Fontana, Giuni Russo, Franco Battiato e tanti altri.

Il minatore dunque attraverso il teschio, si fece pubblicamente promotore di una verità nascosta, di una denuncia e di una richiesta pronunciata fra le righe e versi del suo ritornello da lui canticchiato nella miniera di zolfo e non solo.  Erano altri tempi, erano gli anni di fine ottocento metà novecento, il minatore aveva ottant’anni e ancora lo facevano lavorare, ma allora era anche nella normalità utilizzare i carusi (ragazzi) dai 10 anni in su, a scaricare fuori dalla miniera i cesti carichi di zolfo. 

Il grande regista del cinema Pietro Germi, uomo di grande fermezza e intuizione, da maestro del cinema italiano, ha saputo dare grande risalto a quegli uomini che come schiavi dello zolfo, lavoravano duro, silenziosi come zombi, irriconoscibili dell’amara terra giallo oro che sapeva solo di zolfo. Soltanto un teschio che attraverso il ritornello, si fa promotore di verità nascoste, di denunce fatte in versi col canto, urlato come quello di Munch; che giornalmente si consumava nel profondo silenzioso mondo delle miniere, dove gli schiavi dello zolfo morivano, senza tocco di campane e senza benedizione del prete, poiché la chiesa assente, era molto lontana.  

In realtà il motivo del filo conduttore cinematografico canticchiato con dolore, che chiedeva aiuto e che nessuno ha mai dato una risposta alla denuncia del povero ottantenne minatore (l’unico autore dei versi di vitti na crozza), si è portato con sé nel mondo dei morti, il segreto della leggendaria crozza. Un brandello di storia povera, di vita vissuta nei paesi dell’interno della Sicilia, nell’inferno delle cave di zolfo, dove quei minatori ci lasciavano l’anima.

Nel mondo della dimenticanza, forse, è più facile far finta di niente e dimenticare, che a ricordare un triste e doloroso fatto di morte, avvenuto tanti anni fa. E’ risaputo e la storia lo insegna, che chiunque uomo della terra, di qualsiasi religione,  dopo una vita vissuta di lavoro e di un’esistenza  di stenti, non può, non avere un’omelia funebre, un funerale, il suono delle campane e una degna sepoltura;  poiché questa esclusione, crea un grande disagio, un intenso dolore e una forte emozione in chiunque, come il divieto di unirsi, che  ha cancellato alcuni rituali che nei funerali permettevano alla comunità di riunirsi assieme ai famigliari, parenti e amici, di esprimere le proprie emozioni, di ricordare una persona amata e portarle l’ultimo abbraccio, e dirle addio!

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