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Categoria: Cultura

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di Attilio Princiotto*

ALLA RICERCA DELLA PACE (seconda parte)

Da duemila anni il Cristianesimo predica la pace, la tolleranza, l'amore, eppure non ha eliminato la guerra; forse non ha insistito abbastanza sulle parole di Gesù Cristo "Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia”. Non può esistere pace vera e duratura senza giustizia. Quando manca la giustizia, in qualsiasi campo della vita, a tutti i livelli (tra singoli individui, tra categorie sociali, tra società diverse, tra gruppi etnici, tra Stati) inevitabilmente si genera un malcontento, una insoddisfazione diffusa, una voglia di ribellione, si crea insomma uno stato conflittuale che può avere sbocchi imprevedibili. La giustizia, è vero, è un ideale e come tale rientra nell'ambito morale e nella sfera della coscienza, quindi non si riesce ad applicarla in tutti i rapporti umani, nella vita concreta. Come conseguenza, è convinzione consolidata che essa non possa operare efficacemente in talune attività, come nella politica e nell'economia che obbediscono a leggi proprie.

Da tempo il mito del "sacro egoismo" informa di sè i comportamenti umani. Dai fatti risulta evidente che senza un profitto, un vantaggio economico nessuno è disposto a sacrificare risorse solo per porre fine ad atroci sofferenze. Vediamo anche che la tolleranza, figlia primogenita della giustizia, trova oggi vita difficile proprio perché è incompatibile con l'egoismo.

Il cammino umano non può essere definito un vero progresso in tutti i suoi aspetti perché, distinguendo e separando le diverse attività e attribuendo a ciascuna di esse leggi e finalità proprie, l'uomo ha creato confusione, per cui lo stesso fatto viene applaudito o approvato in un campo e in un altro campo riprovato e condannato. Nel corso della Storia si è verificata la scissione, la frantumazione della coscienza umana; ma l'entità uomo non è separabile in parti spesso contrapposte e indipendenti: ne sono prova i drammi intimi, le !acerazioni delle coscienze in presenza di taluni eventi, di talune decisioni che impongono una scelta.

Questa è la realtà di oggi, la stessa di cinquant'anni fa, di un secolo, di due secoli, di tanti secoli fa. L’uomo, magari sinceramente commosso di fronte a tante situazioni dolorose, condanna la violenza perché assurda, come ha sempre fatto, ma poco o nulla fa per eliminarla perché alberga nel suo animo la convinzione fatalista che non si può far niente.
Allora, possiamo fare qualcosa? Che cosa? Ascoltiamo ancora Quasimodo: "Dimenticate o figli le nuvole di sangue/salite dalla terra, dimenticate i padri ... ".

Sì; dimentichiamo il male ricevuto in eredità, non prima però di averlo analizzato nelle sue cause, poiché queste sono da eliminare se vogliamo veramente interrompere la nefasta catena di lutti. Dobbiamo ricostruire l'unità della coscienza individuale nella quale devono trovare sede e alimento gli ideali, i principi, i valori più alti che soli possono dare un senso alla vita rendendola degna di essere vissuta.

Concludendo, dobbiamo ricordarci in ogni momento che un principio, come la giustizia, deve essere universale, valido cioè per tutti gli uomini, e deve poter essere applicato in tutte le realtà, nei confronti di chiunque; non deve tollerare eccezioni, non deve ammettere zone franche pena la sua astrattezza e la conseguente scarsa credibilità. Il fine di ogni sforzo deve essere lo stesso uomo nella sua interezza, nella realizzazione piena della sua natura, libero nelle sue scelte perché consapevole, non lacerato fra sentimenti e convinzioni razionali. Un'utopia? Forse; ma qui è il fondamento della speranza e dell'impegno civile.

*Professore a Bologna

ALLA RICERCA DELLA PACE 

Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945 un sospiro di sollievo si levò dai petti di centinaia di milioni di uomini: era finita la seconda guerra mondiale, almeno in Europa. Si combatteva ancora nel settore del Pacifico, dove il Giappone, pur malridotto, resisteva strenuamente. Ma questa appendice dell'immane conflitto doveva segnare l'inizio di una nuova epoca; l'umanità, inorridita, dovette assistere alla più tremenda tragedia della sua storia: intorno alla metà di agosto l'Impero del Sol Levante si arrese, ma solo dopo aver subito il primo bombardamento atomico.

Inaudite erano state le sofferenze della guerra, le distruzioni, impressionante il numero dei morti (circa sessanta milioni) e accanto ad essi molti milioni di invalidi; e questa volta i morti e gli invalidi non erano solo soldati che avevano combattuto su vari fronti, ma anche donne, bambini, vecchi, insomma la popolazione civile. Tutti i principi, i valori, gli ideali del progresso civile erano stati dimenticati, vanificati, messi da parte, e avevano lasciato il posto all'odio, e alla violenza, alla sopraffazione alla distruzione, alla sete di sangue. L’uomo era ritornato, per dirlo con Quasimodo " ... quello della pietra e della fionda ... ".

Dunque, fra la primavera e l' estate del ‘45, gli uomini si sono sentiti come liberati da un incubo; potevano di nuovo sperare, guardare al futuro senza eccessivo timore; sentirono rinascere il piacere e la voglia di vivere. Era naturale che tutti, dopo una tale esperienza, ardentemente desiderassero e si adoperassero per costruire un mondo che rendesse impossibile il ripeterla, poiché è contro natura desiderare il dolore, volere consapevolmente il proprio male. E così, spinti da un vero bisogno di pace, gli uomini hanno dato vita a numerosi organismi internazionali, più o meno ampi, talvolta con obiettivi particolari, ma tutti volti ad impedire il formarsi dei presupposti di nuovi conflitti, a risolvere con negoziati i problemi eventuali tra gli Stati, a salvaguardare la pace anche, se necessario, ricorrendo alle armi. Ci sono riusciti?

Hanno soddisfatto il bisogno di pace definitiva degli uomini del 1945? Sono state realizzate condizioni di vita almeno accettabile per tutta l'umanità?
Oggi, a 75 anni di distanza, quando la seconda guerra mondiale dovrebbe essere una pagina chiusa, un evento concluso per sempre, e lo si dovrebbe ricordare solo per il rispetto delle sue vittime e soprattutto per l'insegnamento, e il monito, che ci vengono dal loro sacrificio, la risposta non può essere affermativa. Se diamo uno sguardo rapido ma attento al periodo trascorso, non riusciamo a trovare un solo anno di pace su tutto il pianeta. Certo, si è trattato sempre di guerre locali, limitate, spesso di guerre intestine. Si dice: "si è evitata la terza guerra mondiale"; è vero, ma questa affermazione che per molti vuole essere motivo di soddisfazione, è in buona misura ipocrita o quanto meno cinica.

Nel deserto del Sinai si sono combattute battaglie che, per violenza e per mezzi bellici usati, hanno superato quelle pur terribili del conflitto mondiale; e c'è proprio da inorridire di fronte ai guasti causati dal napalm così largamente utilizzato. Quanti sono stati i morti in Corea, nella tormentata Indocina, nel Medio Oriente, in Africa, nell'America Latina e nella stessa Europa? E l'odio e la ferocia che si sono scatenati all'interno di tanti paesi tra diverse etnie sono forse inferiori, meno terribili di quanto è avvenuto fino all’ 1945? Com'è possibile? Sono proprio inevitabili, ineliminabili le cause del-le guerre? Ai tanti uomini che hanno o hanno avuto nelle loro mani le sorti dei popoli e che possono o potevano scegliere la strada da intraprendere per la soluzione dei loro problemi, la storia non ha insegnato niente? Forse è più veritiero dire che costoro ignorano la Storia o la conoscono superficialmente o, peggio, la manipolano piegandola ai loro interessi.

In tanti, in troppi, c'è la convinzione che, essendo sempre andate così le cose, sempre andranno così, quasi si trattasse di leggi immutabili. È una sorta di fatalismo che il più delle volte è un alibi che copre interessi particolari o la cattiva coscienza di chi non vuole o non sa impegnarsi per cambiare il corso degli eventi. Costoro ignorano o fingono di non sapere che queste cosiddette leggi immutabili sono state pensate ed elaborate dallo stesso uomo in particolari momenti e situazioni, attribuendo loro il carattere dell'immutabilità. Diceva Einstein: "Nessuno scopo è, secondo me, così alto da giustificare dei metodi indegni per il suo conseguimento. La violenza può avere talvolta eliminato con rapidità degli ostacoli, ma non si è mai dimostrata capace di creare alcunché" e a queste affermazioni ha fatto eco anche papa Wojtyla quando ha detto che "la guerra non risolve alcun problema".

E’ vero tutto questo? Bisognerebbe riflettere seriamente prima di rispondere, soprattutto da parte dei "signori della guerra” che oggi sono tanti, noti e meno noti, e molti ancora sconosciuti, altri nascosti: bisogna riflettere seriamente perché la risposta deve comportare l'assunzione di gravosi impegni, di grandi responsabilità, non si può dire sì solo a parole. A questo punto chiediamoci: se non esiste un obiettivo tanto alto da giustificare il ricorso alla guerra, se la guerra lascia irrisolti i problemi anzi li aggrava, come mai l'uomo vi ricorre così spesso? [continua….]

 

Questa benedetta pace

Il 10 giugno del 1990 mi trovavo in visita all’Abbazia di Montecassino. Ero tutto assorto nella considerazione di quel luogo così carico di suggestioni e veramente unico nella storia della nostra civiltà; nella mia mente sfilavano le tante generazioni di monaci che lì si erano succedute pregando e lavorando e insieme elaborando i più alti valori spirituali, quelli cioè che devono guidare l'uomo non solo verso Dio, ma anche nel suo cammino terreno, nella costruzione di una società autenticamente umana, nella quale egli possa attuare tutte le sue potenzialità positive... All'improvviso fui come svegliato dal suono delle campane, suono che ridestò in me vivissimo il ricordo di altre campane, di altri rintocchi uditi esattamente cinquantanni prima, il 10 giugno 1940, in un pomeriggio caldo, luminosissimo, sotto il sole cocente della Sicilia.

Ricordo che io, bambino di non ancora sei anni, giocavo con altri coetanei in un boschetto dì castagni poco lontano da casa; improvvisamente udimmo suonare le campane; interrompemmo i giochi e ci guardammo negli occhi: quel suono, a quell'ora, ci parve strano. Subito dopo vidi mia madre che coi gesti e con la voce rotta dal pianto ci chiamava. A casa c'erano altre donne; piangevano invocando la Madonna, ci prendevano in braccio, ci accarezzavano, ripetevano: "Povero figlio!" Quelle campane annunciavano che l'Italia era entrata in guerra.

Ero triste e piangevo anch'io, pur non potendone comprendere la ragione; ma quel pianto, quelle campane, quel sole si sono impressi indelebilmente nell'animo mio, come il peso di una grande disgrazia: avevamo perduto la pace .

Le campane di Montecassino, di questo luogo che è stato teatro e testimone di una delle più terribili tragedie provocate dalla guerra, sembrava ammonissero a non dimenticare gli avvenimenti tragici e i tanti lutti che a partire dal giugno 1940 si sono abbattuti sul popolo italiano e sull'umanità intera: la memoria dei mali passati e la conoscenza delle cause che li resero possibili sono gli elementi indispensabili per evitare il loro ripetersi.

Si parla tanto di pace e molti ne parlano anche a sproposito e qualcuno potrebbe essere perfino in malafede. Viene spontaneo chiedersi: ma è solo oggi che se ne parla tanto? L'uomo ha capito solo adesso che la pace è un bene tanto prezioso?

Certamente oggi, rispetto a non molto tempo fa, c'è più informazione, più dibattito, quindi è più facile comprendere i termini di alcuni problemi, avere concetti più precisi, idee più chiare intorno a qualche questione; ma che coloro che parlano di pace la intendano tutti allo stesso modo, che tutti ne abbiano un'idea precisa ed esaustiva, che soprattutto ne conoscano la complessità e le implicazioni e le condizioni che la rendono possibile, è molto difficile da sostenere. Molti hanno considerato la pace e la considerano tuttora come la condizione di "non guerra", senza che si rendano conto costoro che proprio nei periodi di pace così intesa si preparano le guerre.

“I’ vo gridando: pace, pace, pace!" scriveva il Petrarca intorno alla metà del secolo XIV e quanti l'hanno gridato prima e dopo di lui! Ma questo grido è rimasto sempre inascoltato; le ansie, le aspirazioni, le speranze delle sterminate masse di uomini che nel corso dei millenni sono passate su questa terra, sempre sono state deluse. E allora, rimarrà delusa anche la nostra generazione? Insomma, la pace è un miraggio? È un'illusione?

Se cerchiamo nella storia la risposta, questa non può essere che affermativa: gli uomini non hanno mai goduto di vera pace. Ciò tuttavia non significa che dobbiamo rinunciare all'idea, alla speranza di vedere un giorno regnare una pace autentica. Quasi sempre gli insuccessi sono dovuti a un errore nel fissare taluni obiettivi o ad una scelta errata dei mezzi per raggiungerli; e la storia ci insegna anche come evitare dì ripetere certi errori.

¦Ma che cos'è, dunque, questa benedetta pace? Perché non si è mai attuata in modo duraturo?

Il Pontefice Giovanni Paolo II, inaugurando, alcuni anni or sono, l'anno internazionale della pace, ebbe a dire "La giustizia è il vero nuovo nome della pace"; ma già quasi tremila anni prima il profeta Isaia aveva scritto: "Opus iustitiae pax" la pace è l'opera, il frutto, il risultato della giustizia. Di questa affermazione però, del suo altissimo e, per certi aspetti, sconvolgente significato, non c'è traccia nella storia, nemmeno nell'azione della Chiesa che pure si è sempre proclamata la depositaria della "vera scientia” e che, istituzionalmente, si sarebbe dovuta ispirare alle Sacre Scritture.

Riflettiamo sulle poche parole di questa frase sublime, cerchiamo di cogliere tutte le connotazioni, e se la riconosciamo vera e la accettiamo come tale, allora vedremo il mondo e gli uomini da un'angolazione nuova, ogni cosa ci apparirà in una luce diversa. La pace, a questo punto, non ci appare più come una condizione di vita che si attua autonomamente da noi, indipendentemente dalla nostra volontà, come una sorta di paradiso nel quale ogni tanto l'uomo riesce ad entrare e nel quale si augura di rimanere per raccogliere i frutti di alberi che altri ha piantato e coltivato; essa è piuttosto un modo di essere, necessariamente legato ad altre condizioni, all'esistenza cioè tra gli uomini di alti valori, di rapporti corretti, tali che non mortifichino l'individuo, ma che al contrario lo esaltino consentendo la piena affermazione ed esplicitazione della sua umanità.

Nel mondo ci sarà pace solo quando ci sarà giustizia. Ovviamente non si tratta di quella giustizia che, raccolta nei codici, viene amministrata nei tribunali e in nome della quale, qualche volta, si commettono orrendi delitti; la vera giustizia è quella che vive e opera costantemente in ciascuno di noi, che ci fa sentire gli altri simili a noi e, proprio in quanto simili a noi, detentori dei nostri stessi diritti, tra i quali quello di non venirne privati. Da essa discende il riconoscimento della dignità di ogni singolo uomo, dignità che tutti devono rispettare nelle sue peculiarità, giustizia, in ultima analisi, significa autentico spirito democratico.

Ora, se noi consideriamo con attenzione la storia umana, ci accorgiamo che in nessuna epoca è stato affermato e difeso nella pratica il principio dell'eguaglianza fra tutti gli uomini e quindi imposto il rispetto della persona umana senza alcuna riserva, tranne in qualche raro caso e in modo assolutamente episodico; sempre la pace è stata la pace del vincitore, del più forte. E questa era una vera pace? poteva durare? Infatti, non è mai durata molto: mancava la condizione che la rende possibile: la giustizia!

 Dobbiamo convincerci del fatto che, fino a quando ci sarà un uomo che opprime e sfrutta un altro uomo, fino a quando una parte dell'umanità vive nell'opulenza sperperando risorse mentre l'altra parte si dibatte nella miseria, fino a quando rimarremo indifferenti e inerti di fronte all'immane tragedia di milioni di bambini che annualmente muoiono di fame, o al deprimente spettacolo di folle miserande che si umiliano a chiedere elemosina, che vivono di espedienti, che ricavano guadagni miseri, ancorché incerti, da attività lavorative pesanti e prolungate; fino a quando neppure ci interessiamo di conoscere le condizioni di vita in quei paesi retti da regimi autoritari le cui carceri sono piene di persone colpevoli solo di avere una dignità che vorrebbero venisse rispettata; fino a quando queste e simili  infamie avranno luogo sulla terra, allora non ci sarà posto per una pace vera, autentica, definitiva e che interessi tutta l'umanità, per il semplice motivo che mancheranno i fondamenti su cui essa necessariamente dovrebbe poggiare

Mi piace concludere queste considerazioni con un pensiero del poeta russo Evtushenko: "Anche la soppressione di un solo individuo è una guerra mondiale perché ci riguarda tutti".

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di Attilio Princiotto*

Com'è noto, l'armistizio di Cassibile del 3 settembre 1943, tra il Governo Italiano e il Comando Supremo dell'esercito anglo-americano, fu fatto conoscere al mondo l’8 settembre, rispettivamente alle ore 18:30 dal Comandante in capo generale Eisenhower attraverso Radio Algeri, e alle ore 19:42 dal Capo del Governo Italiano maresciallo Pietro Badoglio attraverso l'EIAR. In entrambi i messaggi si dava ordine di cessare le ostilità tra i due eserciti; Badoglio in particolare disponeva che le truppe italiane dovessero reagire con le armi solo se attaccate da qualsiasi altra parte.

I tempi della divulgazione non erano stati concordati sicché l'annuncio di Eisenhower colse di sorpresa sia Badoglio che il re, i quali furono così costretti a divulgare per radio la notizia il più presto possibile. D'altra parte non furono rese note le condizioni dell'armistizio che si rivelò presto una vera capitolazione; e tanto meno furono comunicati piani e impartiti ordini alle truppe che combattevano su tutti i fronti: in terra, in mare e, per quel poco che era rimasto, in aria. Erano milioni di uomini, molti dei quali all'estero, che vennero abbandonati a se stessi e così tanti di essi, convinti che la guerra fosse finita, abbandonarono le armi e, quando fu loro possibile, anche la divisa per non essere riconosciuti, e affrontarono lunghi, faticosi e pericolosi percorsi, a piedi o con mezzi di fortuna, per ricongiungersi alle loro famiglie; ma questa meta non fu per tutti.

Intanto, saputo che le truppe tedesche di stanza lungo il Tirreno si muovevano verso l'interno, il re e la corte abbandonarono precipitosamente Roma alla volta di Pescara, ma con destinazione Brindisi. Immensa fu la confusione che l'armistizio determinò in quei giorni; troppo in basso precipitarono le istituzioni che gli Italiani si erano date e per le quali si erano sacrificate tante vite. Mancavano persone degne, capaci e adatte alla situazione, e che avessero a cuore il bene del popolo italiano.

Non è possibile in breve tempo (ma non è nemmeno la mia intenzione) esaminare ln dettaglio gli avvenimenti di quei giorni per cercare di comprenderli : si tratta di uno dei momenti più amari che l'Italia ha vissuto, momenti bui, tragici, in cui non si scorge, tranne che nelle vittime e in pochi altri casi, nemmeno un barlume di quei principi, di quei valori, di quegli ideali che dovrebbero illuminare le menti di chi ha nelle proprie mani i destini di milioni di uomini. Dei tanti episodi tragici che si verificarono nelle ore che seguirono la divulgazione dell'armistizio, quello che mi è rimasto profondamente impresso quando l'ho incontrato, naturalmente nelle pagine di un libro, è stato l'affondamento della corazzata "Roma".

Fatti bellici più gravi, più sanguinosi, più terribili la Seconda Guerra Mondiale ne annovera tanti (proviamo a immaginare il fondo dell'Oceano Pacifico, le vittime delle bombe atomiche, la città di Dresda, tanto per citarne alcuni); questo però non solo ci riguarda da vicino (forse a qualcuno dei lettori sarà capitato quello che è successo a me: conoscere dei familiari di un marinaio morto in quel disastro, il che ci spinge a un impegno per evitare l'oblio), ma ha stabilito anche, purtroppo, due tristi primati; i tedeschi che già sospettavano la resa unilaterale dell'Italia e che avevano occupato più della metà della penisola, non persero tempo a preparare le loro rappresaglie sugli italiani, uccidendo e deportando, depredando armi e ricchezza; e così i 1.393 marinai che si inabissarono con la loro nave furono le prime vittime dell'ira germanica. Inoltre la "Roma" venne colpita da due missili teleguidati, nuovissima arma che la Germania aveva appena realizzato e che sperimentò contro la corazzata italiana (ed è la prima volta nella storia che vengono impiegati ordigni simili).

La nave era stata progettata dall ' ammiraglio Umberto Pugliese; costruita nei cantieri San Marco di Trieste, era stata varata il 9 giugno 1940. Il suo completamento era stato effettuato nei cantieri di Monfalcone ed era stata consegnata alla flotta il 14 giugno 1942; impiegata solo nel Mediterraneo a causa della sua autonomia limitata, non ha potuto dar prova delle sue potenzialità in azioni importanti. Era dotata dei dispositivi tecnologici più avanzati: era un vero gioiello. Era lunga 240 metri e larga 32 con una stazza di 46.000 tonnellate; l'armamento consisteva in più di 70 bocche da fuoco tra cannoni e mitraglieri, la formidabile corazzatura la rendeva quasi inaffondabile; era vulnerabile solo se colpita dall'alto. Il suo comandante, designato già al momento del varo, era il Capitano di Vascello Adone del Cima, l'equipaggio previsto era di 180 ufficiali e 1.880 marinai.

L'8 settembre la corazzata, con l'insegna della nave ammiraglia, era ancorata a La Spezia, pronta a salpare verso sud con l'intera squadra navale costituita di 23 navi tra incrociatori, cacciatorpediniere ecc., con l'obiettivo di affrontare la flotta americana la quale doveva proteggere dal mare lo sbarco alleato a Salerno, previsto per il giorno dopo. Nel pomeriggio 1 ' ammiraglio Bergamini, comandante in capo della squadra, ricevette via telefono dal Ministro della Marina Militare, Gen. De Curten, la comunicazione del tutto inaspettata che quanto prima sarebbe stato reso noto il testo di un armistizio, già firmato, tra il Governo italiano e Eisenhower, recante la clausola che la flotta doveva essere consegnata agli inglesi; le disposizioni erano di condurre la squadra alla Maddalena dove avrebbe trovato il re e Badoglio. Fu questo un boccone amarissimo per Bergamini che ha dovuto, in nome dell'onore e del giuramento di fedeltà al re d'Italia, ed essendo questo il suo preciso dovere, convincere all'obbedienza gli altri ufficiali, molti dei quali non volevano obbedire a un ordine che giudicavano infamante; alcuni proponevano addirittura l'auto affondamento o la ricerca di una battaglia disperata. Bergamini comprendeva i loro sentimenti che certamente condivideva; alla fine, suo malgrado, li persuase e riportò l'ordine. E così il 9 settembre, alle tre di notte, le navi salparono per unirsi con il resto della squadra tra Genova e Savona. Sulla corazzata "Roma" però veniva inalberato il Gran Pavese, mentre l'ordine ricevuto era di issare pennelli neri e dipingere cerchi neri sulle tolde in segno di resa. Superato il Capo Corso, la flotta puntò verso sud nel mare di Corsica,

mantenendosi a una ventina di kilo- metri dalla costa. Ma quando le navi si preparavano ad attraversare le Bocche di Bonifacio, proprio quando si accingevano ad attraversare il punto più stretto, quindi già vicini alla meta, Bergamini, tra le 15:30 e le 15:45 ricevette dal Ministero l'ordine di invertire il più rapidamente possibile la rotta e di dirigersi a Bona in Algeria perché la Maddalena era stata occupata dai tedeschi. Nasce spontanea la domanda, inquietante forse, ma legittima: non fu comunicato troppo tardi all’ Ammiraglio Bergamini che la Maddalena era in mano tedesca? Alla Maddalena si dovevano rifugiare la corte e il governo e non lo fecero proprio perché l'isola era stata occupata dai tedeschi. Saputa la notizia dell'occupazione il re e il Governo abbandonarono Roma già nella notte fra l'8 e il 9 settembre per mettersi in salvo a Brindisi.

Allora, a Roma quando appresero la notizia della Maddalena? Certamente molte ore prima delle 14.30, quando fu comunicata a Bergamini! Incuria? Inefficienza? O si tratta di qualcosa d'altro, qualcosa di molto più grave? Se da Roma avessero comunicato subito a Bergamini una notizia che tanto riguardava lui e la Marina Italiana, alle 15.15 del 9 settembre la flotta non sarebbe stata avvistata in quella posizione da uno stormo di bombardieri tedeschi che poco più di un'ora prima si erano alzati in volo da un aeroporto nei pressi di Marsiglia con l'ordine di colpire solo le corazzate italiane. 

E' vero, la storia non si fa con i "se", ma è anche vero che la storia non si può ridurre ad un elenco di nomi, di date, di fatti: la storia così intesa non servirebbe a nessuno poiché si tratterebbe di arido nozionismo. Nella storia va cercato il perché dei fatti e se nel comportamento umano sono stati commessi errori e negligenze, e soprattutto va capito in che cosa questi consistono; solo a queste condizioni la conoscenza storica può guidarci verso un autentico progresso e per operare in tal senso, per non uscire dalla via maestra, le ipotesi, purché frutto di seria riflessione, sono necessarie.

Dunque gli aerei avvistati sembravano dirigersi verso la "Roma" che esponeva il Gran Pavese e le insegne dell'ammiraglia; volavano altissimi, oltre 6.000 metri; bombe tradizionali , sganciate da quell'altezza, difficilmente avrebbero colpito nel segno e per di più gli aerei erano andati oltre il punto ideale di sganciamento: sembrava che quegli aerei non dovessero bombardare. Quando poi venne lanciato uno strano oggetto bianco, affusolato, simile a un siluro e con la coda luminosa, sulle navi si pensò a un segnale; ma l'incertezza e la perplessità durarono solo alcuni secondi: si trattava del micidiale razzo tele-guidato FX/1400, arma recentissima che veniva lanciata per la prima volta, come ho già riferito.

La prima bomba, lanciata alle ore 15:30, cadde in acqua; solo allora fu dato l'ordine di aprire il fuoco in ottemperanza alle disposizioni armistiziali; a nulla valsero i tanti cannoni la cui gittata non raggiungeva quell'altezza e i tedeschi lo sapevano bene. Alle 15:37 una seconda bomba colpì la corazzata Italia ma senza causare danni irreparabili. Alle 15:42 una terza bomba colpì la poppa della "Roma" a un metro dalla murata e scoppiò sott'acqua dopo avere trapassato lo scafo. Alle 15:52 un altro razzo colpì la "Roma" nella prua fra la torre numero due e il torrione di comando generando un inferno.

Secondo la testimonianza di qualche sopravvissuto, la bomba penetrò all'interno della nave esplodendo nel reparto macchine e facendo esplodere il grande deposito delle polveri e delle munizioni della torre di prua che venne lanciata in aria "come tappo di bottiglia", nonostante l'enorme peso di circa 1.500 tonnellate, e cadde in mare a circa 500 metri di distanza scomparendo subito. Si sprigionò un incendio che avvolse ogni cosa, con fiamme che raggiunsero un altezza di oltre 400 metri, mentre si succedevano gli scoppi delle granate dei cannoni di grosso calibro distruggendo ogni cosa. Dei sopravvissuti affermano che si sviluppò un calore altissimo, al punto che alcune strutture si sono liquefatte e che questo calore causò la morte di molte centinaia di uomini tra cui l'ammiraglio Bergamini e il comandante Del Cima, morte terribile ma per fortuna rapida.

Molti marinai, che poi furono salvati dalle altre navi, presentavano ustioni gravissime. La corazzata "Roma" esplose e, dopo essersi inclinata su un fianco e poi spezzata in due tronconi, alle ore 16 e 11 minuti si inabissò al largo dell'Asinara nel Mar di Sardegna e oggi giace a una profondità di circa 500 metri, tomba di 1.393 uomini, tornati in grembo alla Madre Terra, in una condizione di pace e di silenzio che speriamo nessuno andrà a turbare.

I naufraghi che avevano avuto il coraggio e la fortuna di abbandonare la nave in tempo, allontanandosi da essa con qualsiasi mezzo, dalle scialuppe ai salvagente, aggrappandosi ad ogni corpo galleggiante o semplicemente a nuoto, molti feriti e con gravi ustioni, furono recuperati in mare dalle altre unità della squadra; furono 622. Vennero sbarcati a Porto Mahon nell'isola di Minorca, territorio spagnolo e quindi neutrale. Nove morirono durante il tragitto e altri sedici nell'ospedale; oggi riposano nel cimitero di Porto Mahon.

Pertanto i caduti a causa dell'affondamento della corazzata "Roma" furono complessivamente 1.418. Questo tragico evento si verificò, ripetiamolo, il 9 settembre 1943, ossia ottantadue anni dopo . Ritengo doveroso ricordare quei nostri caduti.
Rimane l'amara consapevolezza che furono vittime non solo di coloro che appena 20 ore prima erano i nostri alleati, ma vittime anche della disorganizzazione, della incapacità e dell'inerzia delle istituzioni italiane, caratteristiche che sembrano permanere nella nostra classe politica.

*Professore a Bologna

L'INTERVENTO

DA RAVENNA IN LINEA MASSIMO RISTUCCIA

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di Massimo Ristuccia

Da appassionato della seconda guerra mondiale ho letto con piacere l'articolo del Sig.
Attilio Princiotto. Vorrei aggiungere, notizia che ebbe ampio risalto sui quotidiani e riviste specializzate, la notizia del ritrovamento del relitto avvenuto anni fa, riportando un piccolo stralcio di una intervista di chi fu l'artefice del ritrovamento.

Il relitto della corazzata Roma è stato infine trovato il 17 giugno 2012 dall'ingegnere Guido Gay grazie all'ausilio del ROV filoguidato Pluto Palla da lui stesso inventato e comandato da bordo del catamarano Daedalus.

Un catamarano commerciale, come quelli che si usano per fare diporto, un veicolo sottomarino grande poco più di un pallone e un ingegnere caparbio.

II catamarano si chiama Daedalus, l'uomo Giuda Gay ed il ROV Pinto Palla: sono loro che hanno trovato il relitto della corazzata Roma, nel mare di Sardegna a 16 miglia dall'Asinara, dopo 69 anni dall'affondamento.

MARE: Dov'è il Roma?:›

GAY: Dentro uno dei canaloni che si trovano sul fondale a Nord di Castelsardo, non proprio vicino alla posizione che era stata stimata come luogo dell'affondamento. Lungo uno di quei canyon che scende verso Nord/Ovest.

MARE : Un relitto introvabile che hanno cercato in molti, (cosa ha fatto di diverso Guido Gay?

GAY: Avevo già battuto quel punto, quell'oggetto, in due campagne distinte, nel 2005 e nel 2007, ma il fondale é segnato da profondi canyon con rocce di basalto che confondono le tracce.

Non avevo, all'epoca la strumentazione adatta, così ho dovuto inventarla. Poi dai 17 giugno di quest'anno con il Pluto Palla (un piccolo veicolo dì soli sessanta chili che può scendere oltre i 4 mila metri ho iniziato a lavorare sul contatto più importante e su di un'area di mezzo chilo-metro quadrato, sino a realizzare il filmato attualmente in rete, Non sono nuovo a trovare relitti, ma questo è stato certamente il progetto più importante.

Ad esempio, sempre con il Pluto Palla ho trovato ii relitto del Transylvania davanti la costa savonese (un piroscafo trasporto truppe affondato nelle I° GM. ndr

MARE: A che profondità siamo? Noi avevamo stimato poco oltre i mille metri?,

GAY : Si poco oltre i mille metri si tratta di un canalone sottomarino dove non è facile muoversi con i ROV di grosse dimensioni e dove il sonar imbarcato su di un battello non potrà mai dare gli stessi risultati di uno strumento che lavora direttamente sul fondo.

MARE : Come sono le condizioni del

GAY Non è un relitto integro, ci sono parti di nave, abbiamo trovato una parte del ponte, quella dove erano i cannoni antiaerei, poi ci sono altre immagini di eliche, ma la nave deve essersi divisa in molte parti e questo vuol dire che non possiamo cercare due tronconi soli, ma tanti pezzi dello scafo.

Sarà un lavoro lungo. Forse molte parti sono sotto il fango…

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