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di Alessio Pracanica

Dopo la morte di Lorenza la comunità eoliana sembra essersi svegliata e ha ripreso la lotta per il diritto alla salute. Un ospedale efficiente.

Una lotta che viene da lontano, iniziata tanti anni fa, quando alle eoliane incinte è stato tolto il diritto di partorire nella loro isola, vicino ai propri familiari. Fu deciso un servizio con l’elisoccorso: senza badare a spese un elicottero preleva le donne pronte per partorire e le porta all’ospedale di Messina. Delle lotte di questi giorni ne parliamo con una delle protagoniste, la signora Maristella. Una giovane ragazza anziana. Una donna sportiva (tutte le mattine va al mare in motorino), allegra, disinvolta, piena di vita. Attiva e attivista. Di fronte alle lotte per l’ospedale di Lipari è stata (e lo è ancora) sempre in prima fila insieme alla cittadinanza che si batte per il diritto alla salute. Nulla di straordinario se non fosse che Maristella ha 82 anni.

Sig.ra Maristella, che cosa spinge una persona di una certa età a manifestare per i diritti di tutti?

Mah… veramente mi sembra una battaglia giusta. Come si fa, in un’isola, a non avere un ospedale. Io poi sono attaccatissima a Lipari. In quest’ospedale è nato uno dei miei figli. Sono stata la prima a partorire in ospedale. Per me, che quest’ospedale venga potenziato e riacquisti la sua dignità è una cosa molto importante. Anche sul piano affettivo. La signora Maristella De Luca è una ragazzina di 82 anni, che tutte le mattine va al mare in motorino. E di fronte alle obiezioni di parenti e amici, preoccupati per tale disinvolta abitudine, non ha trovato di meglio che scrivere un piccolo componimento in versi, in cui argomentava che «se proprio uno se ne deve andare, “Pensiamo che le cose succedano sempre a casa di quell’altro. Invece, dopo succedono anche da noi. A parte il fatto umano, che dovrebbe essere partecipativo comunque, mi auguro che non debbano pentirsi della loro indifferenza”

meglio farlo sul lungomare», piuttosto che immobili in un letto. Nei giorni scorsi, la signora si è resa protagonista di un’attiva partecipazione alle manifestazioni e alle proteste della comunità eoliana, in seguito alla scomparsa di Lorenza Famularo.

La morte di una ragazza di 22 anni, com’è ovvio in una piccola comunità, ha colpito tutti. Da madre, c’è qualcosa che sente di poter dire, ai genitori di Lorenza?

Credo sia un dolore talmente profondoche non possono esserci parole. Posso solo esprimere tutta la mia tristezza e la mia vicinanza. Tutto il mio, anzi il nostro affetto, per loro.

Com’è questa storia di “un piccolo diverbio con i carabinieri” durante lo sgombero del presidio?

Mah, una cosa proprio minima, ecco! Io stavo per entrare dal portale esterno dell’ospedale e ho

visto i carabinieri che chiedevano i documenti a una persona. Al che io ho detto: «Volete i documenti? Sono qui per l’assemblea». «L’assemblea non c’è», mi hanno risposto, «perché non era autorizzata». «Mi sembra una battaglia giusta», ho risposto io, «per cui sarebbe anche lecito disubbidire». «Sa», hanno commentato loro, «potrebbe anche rischiare una denuncia». Erano gentilissimi, per carità, ma in una fase, diciamo così, molto ufficiale…

È finita, lì, comunque? Non la stanno ancora cercando…

Si, è finita lì. Io poi, per ridere, ho scritto alle mie figlie: portatemi le arance…

Lei ha detto di essere stata la prima, a Lipari, a partorire in ospedale. Com’era, allora? Perché adesso non si può più partorirenell’isola?

Quando ho detto che volevo partorire in ospedale, la levatrice si è meravigliata. Ma come, lei, con questa bella casa… Però, di fronte alla mia decisione, l’ospedale c’è stato. Una saletta parto e poi la stanza col balconcino, che esiste tuttora e dà sul prospetto…

Erano gli anni?

Sessanta. Gennaio 1960.

E si partoriva tranquillamente? Non era una cosa rischiosa?

Un piccolo aneddoto. Era organizzato a livello così familiare, che ogni giorno mi domandavano che cosa volessi mangiare. Io rispondevo sempre: quello che c’è. Non vi date pensiero. Per cui, il secondo o terzo giorno, mi hanno detto che c’erano i totani chini. Buonissimi. Una gran mangiata di totani ripieni. E poi, la creatura mia ha pianto per ore. Quando è venuto a trovarmi il dottor Palamara, l’avrà sentito nominare, gli ho chiesto se il pianto del bambino poteva dipendere dall’aver mangiato i totani. Signora, sarebbe il caso di rivedere la dieta, mi ha risposto.

Però poi, il ragazzo è venuto fuori robusto, a quanto mi risulta. Un bel ragazzone. I totani avranno aiutato, immagino.

una mia amica decise di partorire anche lei in ospedale e quindi altre signore. Anche la mia terza figlia è nata in ospedale, a Lipari, nel gennaio del ’64, ma ormai era diventata una cosa normale.

A quel tempo, parliamo degli anni ’60, la sanità eoliana e quella italiana, avevano senza dubbio molti meno strumenti di quella attuale, eppure l’impressione è che ci si sentisse comunque più garantiti, sul piano dei diritti. Mi sbaglio?

Nessuno ha fatto obiezioni, di fronte alla mia decisione. Adesso siamo diventati tutti molto preoccupati della responsabilità.

Se succede qualcosa… Un tempo era naturale partorire normalmente, con la levatrice e basta.

Che impressione ha tratto dalla protesta e dalla partecipazione popolare? Si poteva fare qualcosa di più, o di diverso, a suo avviso?

Ho avuto un’impressione positiva. Ho visto le persone che partecipavano davvero. Che c’era questo dolore di fondo. Non è un lutto qualsiasi. Viene da chiedersi, ma come? Com’è possibile?

In conclusione, che cosa diciamo a quelle persone, anche molto più giovani di lei, che invece di

Sì, sì–ride–. Successivamente,

protestare, hanno preferito restare a casa?

Pensiamo che le cose succedano sempre a casa di quell’altro. Invece, dopo succedono anche da noi. A parte il fatto umano, che dovrebbe essere partecipativo comunque, mi auguro che non debbano pentirsi della loro indifferenza. Però spero che prima venga fuori un sentimento di fratellanza, tra tutti, su quest’isola.(LeSciliane -Casablanca 25)

NOTIZIARIOEOLIE.IT

5 SETTEMBRE 2019

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di Maria Stella De Luca

La foto risale al 1949. I ragazzi di Lipari sul set del film "Vulcano" con Anna Magnani. 

Da sinistra Gaetano Fiorentino, Mimmo Maggio, Pino Di Giovanni, l'attrice Geraldine Brooks, Tammy Ferlazzo, Rossano Brazzi, Isabella Di Lorenzo, sposata con Nino Costa, Edwige Barresi e sempre a sinistra in basso Mario De Luca, comandante dei vigili urbani dal 1959 al 1967 e Rosetta Saltalamacchia.

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25 AGOSTO 2020

Lipari, il museo "Bernabò Brea" uno dei più ricchi e meno conosciuti del Mediterraneo 

 

SAPROFITI SERIALI
Volendo prestar fede al nuovo supercomissario galattico della sanità calabrese, i contagiati Covid sarebbero solo dei libidinosi pomicioni, che ficcano la lingua nelle cavità orali altrui, per la bellezza di 15 minuti. In specie se anziani, categoria notoriamente viscida e bavosa.

A proposito di anziani, il loro strenuo difensore Giovanni Toti ha partorito un nuovo tweet, con cui spiega al volgo crasso e ignorante, che in Liguria non c'è un "problema di posti letto", ma solo "di sovraffollamento negli ospedali".

Attendiamo con ansia la smentita di domani, con l'annessa accusa di "aver decontestualizzato un ragionamento molto più ampio".

Per fortuna c'è sempre Claudio Lotito, che per spiegare il Covid, tira in ballo i batteri saprofiti della vagina.
Alla fine, il Covid si sta rivelando il minore dei problemi.

 

 

La Chiesa sta divenendo per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo.
(Benedetto XVI)

Salus extra ecclesiam non est, scriveva nel 256 d.C. san Cipriano, vescovo di Cartagine.
Non v’è salvezza, al di fuori della chiesa.
Frase da intendersi, a quanto pare, anche in senso letterale, soprattutto in tempi di Covid.
Non si spiegherebbe altrimenti la premura con cui il governo, dopo aver chiuso cinema, teatri, arene e altri notori luoghi di perdizione, abbia dimenticato accuratamente spalancate le chiese.
Fidando forse nel potere taumaturgico di liturgie e orazioni, al termine delle quali il devoto verrà riconsegnato al secolo, se non purificato, quanto meno paucisintomatico mentis corporisque.
Maxime mentis.

Nessuno potrebbe mai dubitare di questo. Eccezion fatta, forse, per quell’eretico miscredente di Emile Zola, il quale, tornando da Lourdes, ebbe l’impudenza di scrivere che tra gli ex voto vi erano molte stampelle, ma nessuna gamba di legno.
Per nostra fortuna, Zola non fa parte dell’attuale esecutivo, composto da uomini molto pii e devoti, che hanno a cuore il nostro benessere spirituale, oltre che fisico.
Sbaglierebbe quindi, e di molto, chi vedesse in questo provvedimento un atto di sudditanza del governo nei confronti della Chiesa.
Susseguente forse, alla forte presa di posizione del cardinale Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che durante il lockdown primaverile, nel silenzio generale, arringò lo Stato con toni da colonnello greco. Dicendo di non poter accettare di veder compromessa la libertà di culto ed esigendo di poter riprendere l’azione pastorale.
Atteggiamento rigoroso, ma comprensibile, se solo si paragonasse la gretta ed effimera immanenza della salute pubblica con l’eterna trascendenza dell’anima.
Da mihi animas cetera tolle, tuonava san Giovanni Bosco. Dammi le anime e prenditi tutto il resto. Toccante preghiera che, continuando a cincischiare con banchi semoventi e DPCM a puntate, da qui a poche settimane rischia di essere ampiamente esaudita.
Non si può escludere che il governo abbia, con questa decisione, tentato di stimolare l’impresa privata, agevolando la cantieristica di edifici sacri, per risvegliare un settore strategico come l’edilizia, affossato dai balzelli di Mario Monti.

Cogliendo la palla al balzo, si potrebbero utilizzare a tale scopo i fondi del Mes, invece di impiegarli per insulse futilità come i reparti di rianimazione, risollevando il Pil e tacitando certi inquieti membri della maggioranza.
D’altronde la storia ci insegna che nel passato, in tempi di epidemie e pestilenze, in mancanza di altri mezzi sanitari, si era soliti costruire basiliche e colonne votive, implorando la celeste intercessione affinché si placasse il temibile morbo.

Con risultati, purtroppo, duole riconoscerlo, non sempre lusinghieri. Certo non per svogliatezza delle principali divinità, quanto per la mancanza di fede che talvolta affligge noi, misero gregge.
Istruttivo a tal proposito, anche se fuori contesto, l’aneddoto attributo a Cosimo III De Medici.
Il povero Cosimo, con un figlio morto per sifilide, una figlia sterile e un fratello, Gian Gastone, dichiaratamente gay, disperava di poter avere un erede, in mancanza del quale, il Granducato di Toscana sarebbe passato agli Asburgo-Lorena. Pertanto fece innalzare a Piazza della Signoria una colonna votiva a Sant’Antonio Abate.

Trovandovi, la mattina dopo, appiccicato un cartello con la scritta: caro Cosimo, a ingravidar le donne abbisognan c... e non colonne.
Irriguardosa e pasquinesca trovata che certo ebbe a demotivare il santo dal compiere il sospirato miracolo.
Se è vero che, come riportano le cronache, alla morte di Cosimo comparve sul portone di palazzo De Medici un altro cartello: fittasi entro l’anno, che i Medici se ne vanno.
Insomma, edificare non basta. Ben vengano, in mancanza di vaccini, cattedrali, battisteri, certose, santuari, templi, abbazie, pievi, duomi e parrocchie. Ma perché siano efficaci ci vuole fede.

In tal senso ci conforta la presenza, al timone del paese, di uno come Giuseppe Conte.
Uomo tenacemente cattolico (pare sia accanito tifoso di padre Pio) come dimostrato dalla firma apposta sul decreto sicurezza by Salvini. Salvo disconoscerlo al successivo giro di valzer.
Uno che a Ponzio Pilato potrebbe fare scuola e doposcuola, ma che, aspirando a un colle diverso dal Golgota, sa bene che lungo la dorata, ma faticosa via crucis quirinalizia, una manina episcopale può essere molto più d’aiuto, rispetto ai tanti barabba della cultura laica.
Quanto ai teatri, s’arrangino. Di essi non vi è alcun bisogno. Questo paese non è forse, di suo, un immenso teatro a cielo aperto? Una commedia continua e vivente? Ovvia e doverosa constatazione che ci permette, per l’ennesima volta, di saccheggiare l’immenso Flaiano, quando diceva che in Italia la situazione è grave, ma non è seria..(antimafiaduemila.com)

 

La crisi di leadership come crisi di società

“Un leader è un commerciante di speranza”
(Napoleone Bonaparte - Correspondances)

Il secolo scorso, prima di innescare la più grave slavina economica della storia, attese pazientemente fino al 1929. Poi arrivò il martedì nero e la Grande Depressione.
Quel Big Crash in cui, ironizzava cinicamente Pelham Wodehouse, passando da Wall Street bisognava schivare i corpi dei banchieri che si gettavano dalle finestre.
Nel 21° secolo, che s’annuncia brevissimo, ci siamo portati avanti col lavoro e già all’alba degli anni venti possiamo annoverare una catastrofe, sanitaria ed economica, potenzialmente senza precedenti dai tempi del secondo conflitto mondiale.

Corsi e ricorsi, direbbe un mio amico napoletano, ma con una sostanziale differenza.
Dopo il '29, il mondo occidentale, l’unico che all’epoca realmente contasse, seppe tirar fuori dal cilindro Roosevelt e il New Deal. E in seguito Churchill, De Gaulle, De Gasperi, Adenauer. Capaci di rimediare ai disastri dei predecessori. Si trattasse di incapaci benintenzionati come Chamberlain o sanguinari megalomani come Hitler e Mussolini.
Financo uno Stalin, esecutore testamentario più che realizzatore del sogno comunista, ebbe comunque il merito di tenere in piedi un giovane edificio, che minacciava di crollare sotto i calci degli stivali nazisti.
Ben diversa appare oggi la situazione, per qualità di leadership e suo costante degradarsi nel tempo.
Basta guardarsi intorno.

Il militare che porta legata al polso la famigerata valigetta nera, contenente i codici del più grande arsenale nucleare del pianeta, cammina due passi indietro a un tizio con una bizzarra capigliatura bananiforme, color stoppa, che nel dramma del Covid ha consigliato ai propri concittadini beveraggi di candeggina a scopo profilattico. Con l’unico risultato di intasare i centri antiveleni.
Motivo in più per seguire con ansia le presidenziali americane, nella speranza che gli elettori a stelle e strisce eleggano stavolta, se non un genio, quantomeno un normodotato.
Il quadro non migliora se buttiamo l’occhio sulla povera Europa.
La Gran Bretagna, non contenta di annaspare nel pantano della Brexit, affida i suoi destini a un altro biondastro dai neuroni scompagnati, che invece di predisporre il lockdown ha suggerito agli inglesi di prepararsi a perdere i propri cari. Salvo fare precipitosa marcia indietro, quando ha rischiato, causa contagio, di essere lui a dover interpretare il ruolo del caro estinto.
Il povero Boris ispira così tanta fiducia che persino i suoi colleghi di partito lo chiamano, neanche troppo segretamente, the walking stuffed turkey, il tacchino ripieno che cammina. Con l’implicita convinzione che, come tanti altri gallinacei, il suo orizzonte temporale non oltrepassi il Natale.

Il tutto mentre il partito Laburista risulta non pervenuto. L’opposizione al nasty party conservatore, in Great Britain, la fanno solo i tipi come Marcus Rutheford, attaccante dello United, che ha deciso di offrire pasti caldi ai bambini poveri, per tutto il tempo in cui le mense scolastiche resteranno chiuse.
Attraversando la Manica le cose, se possibile, peggiorano. Emmanuel Macron ha finora dimostrato notevole incoerenza in tutto, fuorché negli affetti, stante l’incrollabile rapporto con Brigitte, dai banchi del liceo di Amiens fino a una futura ipertrofia prostatica.
Monsieur le président è quello che, con la Lombardia già devastata dai contagi, passeggia per l’Avenue des Champs-Élysées, invitando i parigini a fare altrettanto e godersi la Ville Lumiere.
Oltre a ciò, si conferma in ogni occasione gaffeur di fama mondiale, come quella volta che, nel presentare al Papa il proprio ministro degli esteri Jean Yves Le Drian, nativo di Lorient, spiegò che i bretoni sono la mafia francese. Ma, aggiunse subito dopo, una mafia con una morale, che fa del bene.

Con gran gioia, è il caso di presumere, degli operosi abitanti della Bretagna. Bene, ma non benissimo, insomma.
Qui da noi c’è qualche ingenuotto che ancora lo paragona a Matteo Renzi, dimenticando che, a differenza del sostanziale vuoto ideologico di En Marche, il renzismo nostrano ha una sua ben precisa ideologia, ovvero il renzismo stesso.
Jean Cocteau diceva che il francese è un italiano di cattivo umore. In questo senso, il caro Emmanuel è più la versione d’oltralpe, solo un tantino meno prudente, di Giuseppe Conte.
Un sughero che tenta di galleggiare in ogni possibile acqua e potrebbe indifferentemente presiedere il Direttorio della Rivoluzione come il parlamento di Vichy, passando per l’Associazione Bocciofila di Faenza.

E, il che è ancora peggio, con identici risultati.
La Germania invece, almeno per il momento, sembra essere il paese che ha gestito meglio la pandemia, con soli (si fa per dire) diecimila morti, contro i trentasette mila italiani, pur avendo venti milioni di abitanti in più.
Quanto questo, però, sia merito dell’eterna signora Merckel, piuttosto che di una burocrazia più efficiente e di maggiori mezzi economici (28mila posti di terapia intensiva, a fronte dei nostri 4mila) è tutto da dimostrare.
Certo, quand’anche dipendesse solo dai mezzi disponibili, il non aver fatto danno sarebbe per das Mädchen Angela (la ragazzina, soprannome appiccicatole da Helmut Kohl) quasi una medaglia al valore. Ma, al netto dei tedeschi che la reputano quasi insostituibile, l’austerity che grava sui bilanci di tutta Europa, non può non essere inclusa nel giudizio politico.
Angelona non è né Bismarck, né Willy Brandt. Ha solo la non trascurabile fortuna di pilotare una macchina ben oleata per antica tradizione, in un paese arricchitosi per l’indubbia capacità del popolo tedesco, ma anche e soprattutto a spese del resto dell’Unione.

Il buon gusto imporrebbe infine di sorvolare sulla vasta panoplia di microsovranismi che infesta il continente. Autentica animal farm in cui, tra un grugnito ungherese e un rutte olandese, si esprime identica mancanza di lungimiranza, quanto sovrabbondanza di profano egoismo. Per tacere delle dissennate scelte svedesi (a oggi 5° paese per decessi rispetto alla popolazione) e della mirabolante pietas svizzera, che negherà la terapia intensiva agli ultrasettantacinquenni.
Altrettando superfluo rivangare la stocastica casistica delle incompetenze di casa nostra. I DPCM a puntate, i banchi semoventi, i decreti attuativi immobili, i millemila ritardi di un paese in cui mancano le mascherine, ma le regaliamo alla Cina e ci scopriamo, dopo decenni di tagli lineari, nudi e inermi di fronte all’emergenza.

Una classe politica sorda non solo ai dettati costituzionali, ma anche a quelli delle elementari, a giudicare dagli stupri perpetrati ai danni di grammatica e sintassi, in ogni pubblica dichiarazione. Che negli anni ha annoverato statisti del calibro di Antonio RazziMaria Stella Gelmini (come dimenticare il mitico tunnel neutrinico tra la Svizzera e il Gran Sasso?) Valeria Fedeli (io non sono attaccata alla sua propria sedia) Domenico ScilipotiDanilo Toninelli (un ponte dove la gente possa mangiare, giocare, incontrarsi) Luigi Di Maio (qui l’aneddotica è così sterminata che richiederebbe un trattato a parte).

Personaggi da commedia di nessuna arte, ma nel complesso quasi innocui, se paragonati ai Berlusconi, ai Dell’Utri, ai Salvini. Gente che sarebbe giù imbarazzante avere come portinai del palazzo, figuriamoci come ministri o presidenti di regione.
Eh già, se Atene piange, Sparta singhiozza e spostandosi a livello locale ci imbattiamo nel mitico duo Fontana-Gallera o in un Luca Zaia, che avendo fatto due anni due, di veterinaria, sostiene di capirne di virus.
La crisi di leadership è insomma un problema diffuso, ingenerato dal progressivo peggioramento della società.

Non che i cretini siano aumentati, intendiamoci. Di minus habens ce ne sono stati in ogni epoca.
Solo che adesso sono tronfi, saccenti, autorevoli. Riportando alla mente le parole di Leonardo Sciascia: ci imbattiamo in cretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali, come il pane di casa.
Niente di più vero. Il cretino attuale ha negli occhi un lucore di inane furbizia, segno che pensa di essere meglio, di aver capito più di ogni altro. È anche, sempre più spesso, diplomato o laureato, avendo acquisito una qualche settoriale microcompetenza, che sta alla vera cultura come le mense aziendali alla nouvelle cuisine.

L’attuale leadership non è nient’altro che l’espressione di una società forzosamente istruita, male, al di sopra del proprio livello intellettivo e di curiosità intellettuale. Ingozzata di nozionismo come i polli d’allevamento e perciò incapace di volare oltre gli angusti confini del proprio immediato ed immanente interesse. Che arrivata al potere, non sa ben distinguere tra il Cile e il Venezuela, tra antivirali e candeggina, chiudendo i teatri e lasciando aperte le chiese.
Si è volutamente commesso l’errore di trasferire il concetto di uguaglianza dalla politica, in cui doveva rappresentare pari dignità e non massificata omologazione, alla cultura.
Uno vale uno quando si vota, non quando si pensa. Il valore del voto è sancito dalla Costituzione, quello di un pensiero solo dalla qualità del pensiero stesso e della conoscenza che c’è dietro.

Bisognerebbe ripartire proprio da lui, dal pensiero. Da quella filosofia da troppo tempo ridottasi a rimasticatura di sé stessa.
In un villaggio che assomiglia sempre più una sterminata periferia globale, l’Occidente dovrebbe puntare sulla ricerca, sul know how, sulla cultura derivante dalla sua immensa storia.
Un processo lento, lungo e faticoso che farebbe finalmente avverare uno dei miei più sfrenati desideri. Ovvero essere governato da qualcuno migliore di me.
Il che, considerato che non sono né Churchill, né Stalin, non dovrebbe poi essere così difficile.(antimafiaduemila.com)

Terre nel sale

Il termine latino insula è di incerta etimologia. Secondo le fonti più autorevoli, potrebbe derivare da salum, mare aperto, come crasi di solum in salo, terra in mezzo al mare.
Da queste due parole derivano i nostri lemmi isola, isolato, solo, solitudine ect.
Con il Covid all’orizzonte, le fiamme dietro casa e l’enorme peso che grava sul petto, quando il pensiero va una ragazza di 22 anni che non c’è più, mai come in questi giorni ci siamo sentiti isola, soli e isolati.

Eppure certe disgrazie non cadono dal cielo, ma sono figlie, almeno in parte, di un lento, costante abbandono della cosa pubblica, di un interesse esclusivo per le proprie faccende e di un affaccendarsi per i propri interessi.
Le proteste vanno bene, anzi sono spesso l’unico modo per farsi ascoltare, ma come si è giunti a questo? 
Come si è permesso che un ospedale venisse smontato pezzo a pezzo, oggi un reparto, domani un altro, con tacita e costante pazienza? Lasciando chi ci lavora nella solitudine più totale?

Senza che nessun ingresso, slargo o passerella, venisse occupata per protesta. Senza scioperi, né indignazioni.
Si dice questo non per recriminare, arte narcisistica quanto inutile, ma per ricordare come sia difficile, poi, recuperare in una volta i legittimi diritti persi negli anni. Mentre il pensiero andava alla casa da affittare o ai tavolini da sistemare sul marciapiede.
Le proteste vanno bene, dicevamo, ma devono proseguire nella sede più opportuna, che in democrazia è l’urna elettorale. Scegliendo, piuttosto che farci scegliere. Votando, invece di farci assumere o assoldare.

Esercitando costantemente un forte controllo su ciò che è nostro, in termini di diritti. Comportandoci da membri di una comunità.
In questo senso, il mio pensiero va all’intelligenza e al grande senso civico, con cui il mio amico Luis Mazza ha gestito la vicenda dei turisti francesi positivi al tampone. Rimettendoci di suo, anche solo in termini di libertà personale, per il bene di tutti.
O allo spirito di sacrificio e di abnegazione di tutti quelli che si stanno impegnando per la difesa dell’ospedale. Sacrificando riposo e affetti, nel tentativo di riaffermare un diritto comune.
Li ringrazio, per quel che hanno fatto e per quel che tenteranno di fare. Sapendo che certe decisioni non dipendono da loro e che, come si è detto prima, recuperare i diritti perduti è impresa ben più difficile che proteggerli.

La stessa etimologia che ci isola, ci potrebbe salvare. Insula, in latino, ha anche l’accezione di palazzina, quel che oggi chiameremmo condominio.
Ecco, se tutti ci comportassimo come coinquilini di un bene comune, tante cose andrebbero meglio.
Infine, un’ultima piccola proposta. L’ospedale civile di Lipari, se non erro, non ha nome.
Il giorno in cui dovesse recuperare il tanto, troppo, che manca, sarebbe giusto, io credo, intitolarlo a Lorenza. 
Non per esercitare una qualche forma di contrappasso o di vuoto risarcimento, ma per ricordare in eterno, a tutti noi, l’enorme prezzo pagato per riavere ciò che dovrebbe essere scontato.

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