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di Francesco Specchia

Immaginate, nell’Italia dei primi anni 60, una livida aula giudiziaria, dove si accenda la furia di una vedova dell’onorata società.

Serafina Battaglia, tutta di nerovestita, con lo sguardo puntato verso un orizzonte immaginario, scandisce le parole di una “vindice inflessibilità”; e punta il dito come la canna d’un fucile, e accusa, di fronte a lei, il capomafia che le ha ammazzato marito e figlio: “Loro sono venuti meno alla legge dell'onore. E perciò anch'io mi sento sciolta”. Ed ecco che Serafina squarcia il velo dell’omertà. Ecco che si scandisce il regolamento di conti mafioso, in un monologo da tragedia greca, quasi con l’indicazione di un’inquadratura in campo lungo.

Una tragedia che è cronaca vera, d’accordo. Ma pure un soggetto cinematografico, uno dei tre formidabili testi che Leonardo Sciascia, realizzando un’antica vocazione - diventare regista o sceneggiatore -, scrisse per il grande schermo, e che sono sinora rimasti inediti. Quei testi adesso  escono raccolti in Questo non è un racconto -Scritti per il cinema e sul cinema in libreria e sulla pagina Facebook di Adelphi (pp 224, euro 13), e sul canale Youtube delle Fondazione Sciascia; e rappresentano il modo migliore per festeggiare i 100 anni dalla nascita dello scrittore, saggista, drammaturgo, il maggior spirito libero e libertario del Novecento. La passione di Sciascia per il cinema era nata alla fine degli anni Venti nel «piccolo, delizioso teatro» di Racalmuto trasformato in cinematografo, e in seguito venne alimentata, tra il 1958 e il 1989 da acute riflessioni “affidate ai rari scritti pure qui radunati: sull’erotismo nel cinema, sulla nascita dello star system, sul periglioso rapporto tra opere letterarie e riduzioni cinematografiche”, racconta la sinossi dei testi venuti alla luce. Che sono sì storie, “nonché splendidi ritratti: come quelli di Ivan Mosjoukine, dal volto ‘affilato, spiritato, di nevrotica malinconia’, di Erich von Stroheim, ‘l'ufficiale austriaco che ha dietro di sé il crollo di un impero’, o ancora di Gary Cooper, ‘eroe della grande e libera America’ - vertiginosamente somigliante al sergente americano che nell'estate 1943 avanzava al centro della strada ‘fulminata di sole’ di un paese della Sicilia”. La giornata sciasciana che prosegue attraverso mille celebrazioni per la penisola, si chiude con un documentario di Sky Arte, il film Leonardo Sciascia. Scrittore alieno, scritto da Marco Ciriello e diretto da Simona Siri, voce narrante di Gioele Dix. Suddiviso in quattro capitoli, i cui titoli – Sicilia, Politica, Religione, Giallo – riassumono il mondo dello scrittore, l’opera ne ricostruisce la biografia, l’impegno letterario e quello politico. Una cosa bella densa, insomma.

 Ora, a parlare del maestro (in tutti i sensi, era diplomato alle magistrali, e se ne vantava) di Racalmuto, della sua vita imprevedibile che sapeva della zolfara in cui aveva lavorato il nonno, be’, si rischia di affondare nel banale. Sciascia è il nostro Borges, un cervello da intellettuale incastonato nell’anima d’un artista. Di Sciascia, potremmo discettare, per ore, delle sue lucide analisi influenzate dal relativismo conoscitivo di Pirandello; del suo estro nello scuotere la realtà fatta di ipocrisie “anche a costo di fraintenderla” e della sua eterna lezione di una nazione riflessa nello sguardo offuscato della sua Sicilia (“Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed è già, oltre Roma” scriveva nel 60 nel Giorno delle civetta). Sciascia è, da sempre, un fiume dai mille rivoli, una batteria di tuoni sotto la pioggia della Repubblica. Di lui, si può affermare e ribadire tutto: le poesie e i saggi notati e recensiti da Pasolini; i racconti scritti a Roma e i romanzi a Caltanissetta; l’inchiesta sul Caso Moro e la sua entrata in Parlamento, prima col Pci e dopo, deluso, con la pattuglia irregolare dei Radicali di Pannella; le dure prese di posizione sui “professionisti dell’antimafia” ma anche sulle torture ai brigatisti dopo il sequestro del generale Dozier. Peraltro, riguardo alle sue sofferte scelte politiche -che non giustificano affatto la cooptazione culturale che ne ha fatto la sinistra, perlomeno non del tutto- ha scritto definitivamente Pietrangelo Buttafuoco, in un “ritratto di Sciascia inedito ed inimmaginabile”: “Litiga con Renato Guttuso, titolare del mistero comunista; in tema di terrorismo polemizza con Italo Calvino che è potente idolo della Cultura col C maiuscolo; si butta alle spalle l’esperienza di consigliere comunale del Pci a Palermo, quella di parlamentare radicale al fianco di Marco Pannella e dopo aver votato la lista del Garofano, scrive – ma senza iscriversi al partito – a Bettino Craxi. Col leader del Psi, inviso a tutte le anime belle, Sciascia consuma il trauma definitivo presso il ceto dei colti e sulla questione dolente della giustizia”. 

Di Sciascia si possono evocare le critiche d’arte, l’ attività giornalistica specie a L’Ora di Palermo.  E la sua satira: l’opera teatrale in quattro parti pubblicata sul Correre della sera e da Einaudi nel 69, Recitazione della controversia liparitana dedicata ad A.D. era ambientata nelle chiesa di Lipari nel 700 ma in realtà denunciava i rapporti tra Stato-guida dell'ex Urss e gli Stati satelliti. Sciascia venne premiato a Forte dei Marmi , “la satira è il luogo di confine tra la letteratura, il potere e la gente”.
Ma tutto in lui era scandito dal ritmo di una sceneggiatura, drammatizzato, inquadrato da un’immaginaria cinepresa. E riscoprire la sua estrema, inedita, vocazione oggi è l’omaggio supremo...(liberoquotidiano.it)

 

La "Recitazione" di Sciascia e la controversia liparitana

 

Dove le ragioni della speranza?

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di Michele Giacomantonio

Sulla vicenda della “controversia liparitana” Leonardo Sciascia pubblicò nel 1969 una “Recitazione”  dedicata a Alexader Dubcek la cui primavera a Praga veniva schiacciata dai carri armati russi. Quello di Sciascia, partendo dalla vicenda di Lipari ed in qualche modo forzandola nel suo significato, voleva essere  un inno alla laicità dello stato ma anche e forse sopratutto ad una tesi ottimistica:  le ragioni del potere se avevano la meglio in un frangente storico grazie all’uso della forza, non l’avevano però nel lungo periodo. Infatti le ragioni degli uomini che hanno avuto speranza ed hanno mantenuto la schiena diritta di fronte al potere, finiranno, nel tempo, coll’evidenziarsi ed anche col fruttificare.

Le ragioni della speranza per Sciascia, in quella vicenda del settecento, erano rappresentate da uomini come Giacomo Longo, giudice del Tribunale della Monarchia, Francesco Ingastone, giudice della Gran Corte, Ignazio Perlongo, avvocato fiscale sempre della Gran Corte. Ma era proprio così? Che rappresentavano le due parti in competizione? La Sicilia illuminata contro quella reazionaria, come vorrebbe Sciascia sull’ala dell’ottimismo della fine degli anni 80 del secolo scorso? O piuttosto, più in sintonia col realismo disincantato di oggi,  due sistemi di potere che cercavano di difendere o accrescere le proprie prerogative?

Cerchiamo di approfondire i fatti.

La “Recitazione”  è, da una parte, una riflessione sul potere, sulla sua forza omologante, sulla capacità di piegare valori ed ideali, sulla tendenza al compromesso per la propria conservazione; dall’altra, sulla laicità dello stato che il potere temporale della S.Sede tende a condizionare ma anche sulla libertà della Chiesa che risulta impastoiata in mille logiche temporali che ne offuscano la missione religiosa.  Qui, il libero pensatore del XX secolo può addirittura citare il cattolico Pascal in epigrafe al suo lavoro. Gesù sapeva che il potere esercitato in nome della religione “che detiene il ramo principale e si insinua dappertutto” facilmente poteva degenerare in tirannide e per questo aveva stabilito, citato da Luca (22,25-27), il precetto “Vos autem non sic”[1], “Per voi però non sia così”. Un precetto che, secondo Sciascia, moltissime volte o sempre, è stato contraddetto nel corso della storia, proprio per la natura stessa del potere.

L’illuminista Sciascia sviluppa i suoi quattro atti sulla base di un diario del canonico Antonino Mongitore, uno storico del settecento che nella controversia si era schierato  col papa sposandone le posizioni anche se fra i cosiddetti “curialisti”, era forse uno dei più obiettivi. Il nostro autore non solo fonda il suo racconto su questo testo che giudica di parte, ma pubblica in appendice alla “Recitazione” un estratto di quel diario, proprio ad evidenziarne la fonte ed a invitare a verificarne  la fedeltà con la storia tradotta sulla scena. Così lo scrittore di Regalmuto vuole dimostrare al lettore e spettatore moderno come la coscienza storica e civile del nostro tempo è in grado di rendere giustizia ai fatti al di là della parzialità del narratore. E se la ragione del potere ha la meglio in quel frangente storico – come a Praga -  le ragioni della speranza, alla lunga, finiranno col prevalere.

Ma quali sono le ragioni di Mongitore e con lui, secondo Sciascia, di chi si schierò con il papa? E dall’altra quali le ragioni di chi invece  vi si oppose e non in nome di una visione antireligiosa ma, sempre secondo Sciascia, sulla base della concezione di una fede più genuina e più umana come in Giacomo Longo, giudice del Tribunale della Monarchia,o in nome di una giustizia redistributiva come in Francesco Ingastone , giudice della Gran Corte, che più concretamente  mira ad eliminare o ridurre i privilegi patrimoniali del clero, degli ordini e dei monasteri che gravano sulle spalle della gente?

Per il Mongitore, come si evince dal suo Diario, la ragione nella controversia sta dalla parte del Vescovo di Lipari prima e quindi del papa che le ha sostenute dando loro una valenza più ampia e generale. Il Vescovo di Lipari ha ragione perché la scomunica che emise contro i due catapani Tesoriero e Cristò non poteva essere annullata dal Tribunale della Monarchia di Palermo ma solo dal papa giacchè la Diocesi di Lipari non era soggetta alla Legazia Apostolica siciliana ma immediatamente alla S.Sede per una concessione ancora più antica di quella della Legazia. La reazione dei “ministri di Sicilia con molte e gravi vessazioni”  all’opposizione del Vescovo che si rifiutava di riconoscere la competenza giurisdizionale di detto Tribunale diede vita ad un’escalation che superò i confini diocesani e si propagò a tutto il Regno di Sicilia. Qui non era più in gioco il privilegio della Chiesa di Lipari ma prima l’autorità del papa su materie che egli riteneva di carattere dogmatico e quindi sottratte alla Legazia, poi la Legazia stessa che da un papa era stata concessa sei secoli prima e quindi solo un altro papa poteva togliere.

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IL RICORDO DEL CENTRO STUDI EOLIANO

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“CENTENARIO DELLA NASCITA DI L. SCIASCIA”

L’8 gennaio 1921 nasce a Racalmuto (Agrigento) Leonardo Sciascia: intellettuale, letterato, scrittore.
Illustre figlio di Sicilia si colloca fra le menti più eccelse dell’Europa del secolo scorso.
Nel maggio 1984 il Centro Studi Eoliano ebbe il privilegio di ospitare Leonardo Sciascia quale autore della “Recitazione della Controversia Liparitana – dedicata ad AD” storico scontro tra la Santa Sede e il Regno di Sicilia che trasse spunto da un conflitto tra il Vescovo di Lipari e due ufficiali fiscali relativamente ad una modesta vendita di ceci. Nel 2011, a cura di Clara Raimondi e con il contributo di Michele Giacomantonio, il Centro Studi ha pubblicato la “Recitazione della Controversia Liparitana – dedicata ad AD”
Per ricordarlo la Fondazione Sciascia oggi, 8 gennaio 2021, alle ore 21,00 trasmetterà in diretta online sui suoi canali Facebook e Youtube una tavola rotonda con Antonio Di Grado, Matteo Collura, Massimo Onofri, Luis Luque Toro, Giuseppe Traina, Nino De Vita, Lavinia Spalanca, Rosario Castelli e Paolo Squillacioti.
Lo stesso giorno alle ore 21,15 andrà in onda in prima visione su Sky Arte il documentario “Leonardo Sciascia. Scrittore alieno”.
Il Centro Studi ricorderà Leonardo Sciascia trasmettendo l’incontro del 24 maggio 1984 sul suo canale Youtube sabato16 gennaio alle ore 18,00.

 

di Michele Giacomantonio 

Una nuova "classe dirigente"?

Dall’altra parte, quella dei “regalisti” - come venivano chiamati i sostenitori delle tesi siciliane in opposizione ai “curialisti”, sostenitori delle tesi romane – sembrano ignorare il privilegio della Chiesa liparese e cioè la sua esclusione dalla Legazia e il suo legame diretto con la S.Sede e tendono a ridurre la controversia, se non ad un arbitrio, ad un eccesso di reazione del vescovo di Lipari ed a una impuntatura priva proprio di carità cristiana. La competenza del Tribunale della Monarchia in materie ecclesiastiche ma non dogmatiche viene fatta risalire “alla remunerazione concessa da Pontefici a quel Gran Ruggero che nel conquistare a se stesso la Sicilia, si rese tanto benemerito della Sede Apostolica, per avere discacciati da quel Regno i Saraceni Nemici della Fede, e per haver indi donata a le molte Chiese da lui fondate la terza parte dei Redditi di tutto il Regno[2]. Questa peculiarità di cui gode la Sicilia – continua il documento dal titolo “Veridica Relatione” che si rifà chiaramente alle posizioni regaliste – non può destare meraviglia se si pensa che essa è totalmente separata dal Continente e quindi consente ai cittadini di non fare uscire le loro cause fuori dal Regno con aggravi intollerabili di spese e col rischio di dover viaggiare per mare spostandosi a Roma per chiedere ed ottenere riparazioni alle ordinanze e sentenze dei loro prelati[3].

Quanto alle motivazioni più idealiste e radicali tendenti ad una riforma della fede o delle istituzioni ecclesiastiche che Sciascia attribuisce a personaggi come Longo, Perlongo e Ingastone  - facendone  una sorta di pool riformista-illuminato, simboli in qualche modo di una nuova “classe dirigente” venuta fuori in quel frangente[4], nel conflitto fra regno di Sicilia e curia romana, anticipatore di visioni che matureranno, fra i cattolici, nei secoli XIX e XX - bisognerebbe quantomeno articolare il discorso. Dei tre personaggi, alla luce delle conoscenze storiche, quello che in qualche modo potrebbe essere all’altezza del ruolo che gli fa giocare lo scrittore di Regalmuto è il Longo. Avvocato, giudice, filosofo e letterato apparteneva a “quella scuola che sulle orme di Cartesio tendeva, tra la fine del XVII e il principio del XVIII secolo, a rompere in Sicilia i ceppi aristotelici[5]. Al culmine di una carriera accompagnata da onori e generale rispetto, improvvisamente decide di dedicarsi alla vita religiosa ed entra in un convento dell’ordine dei Teatini  dove va a trovarlo Vittorio Amedeo – che indubbiamente lo conosceva di fama – appena giunge a Palermo. Ma se una figura chiara e priva di ombre era quella del Longo, circondata da generale rispetto anche da parte di chi era su tutt’altro fronte[6], non altrettanto si può dire del Perlongo e dell’Ingastone. Del  Perlongo gli storici annotano che girava per i conventi della  Sicilia indagando sul comportamento dei religiosi per poterli denunziare e perseguire[7]. Ancora più ambigui sono i riscontri che riguardano l’Ingastone e il contributo che questi diede  nella persecuzione degli osservanti le disposizioni di Roma servendosi dell’opera di un figuro come Matteo Lo Vecchio. Quel LoVecchio  che Sciascia cerca in qualche modo di nobilitare attribuendogli, alla vigilia del suo assassinio, una crisi di coscienza e la manifestazione di scrupoli religiosi che non hanno riscontro nelle cronache dell’epoca[8]

Il vicolo dedicato a Matteo Lo Vecchio a Palermo con il pozzo dove fu gettato il cadavere.

Anche volendo ammettere che il Longo facesse parte di un nuovo tipo di clero “che credeva in Dio e propugnava il diritto dello Stato”[9]ci sembra azzardato sostenere che esso fosse l’emblema di una nuova classe dirigente che la “restaurazione” del 1719 disperse. Una classe dirigente alla quale, in qualche modo, Sciascia sembra assimilare persino il Lo Vecchio dedicandogli idealmente una rosa – come Faulkner la dedicò ad Emily che dorme nel suo letto accanto al cadavere dell’uomo amato[10]- “per questo cadavere che da un secolo e mezzo dorme in fondo ad un pozzo secco, accanto al cadavere dello Stato”[11].

Comunque lo scontro, soprattutto in Sicilia, non fu allora fra una parte illuminata ed un’altra retriva e codina ma fra due sistemi di potere che cercavano di difendere o accrescere le proprie prerogative.(archiviostoricoeoliano.it) 

[1] “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande fra voi  diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve “, Luca 22, 25-27.

[2] Da “Veridica Relatione, e confronto de’ procedimenti delle due Corti di Roma e Sicilia nelle note vertenze per fatto del Tribunale della Monarchia”, testo a stampa, Archivio della Congregazione per la  Dottrina della Fede, St.St. D2 d bis, pag. 4.

[3] Idem.

[4] In uno scritto del 1969 intitolato “Una rosa per Matteo Lo Vecchio ( in La corda pazza, L. Sciascia, Opere 1956-1971, Classici Bompiani, Milano, 1990, pag. 1017) Sciascia parla di “uomini nuovi, una vera e propria classe dirigente xhe mai la Sicilia aveva avuto ( e mai, purtroppo fino ad oggi, avrà). Corsero venature gianseniste, si ebbero più stretti rapporti conla cultura francese. Un clero che credeva in Dio e propugnava il diritto dello Stato contro la temporalità deella Chiesa veniva affermandosi contro il vecchio clero isolano sostanzialmente ateo, avido di benefici, intento a scrutare ed avallare prodigi e superstizioni”.

[5] I.LA LUMIA, Storie siciliane, IV, Palermo 1870, pag. 233.

[6] A. MONGITORE, Biblioteca sicula, Tomo I, pag.302;  G.B. CARUSO, Discorso istorico apologetico della Monarchia in Sicilia, Palermo 1863, pag. 165, I. LA LUMIA, op.cit., pag. 232-233.

[7] I. LA LUMIA, Storie siciliane, IV, op.cit., pag. 237.

[8] I. LA LUMIA, op.cit., pag. 237; pag. 254. Si veda anche G. IACOLINO, La Chiesa Cattedrale di Lipari, Quaderno III a, man. cit., pag. 138.

[9] L. Sciascia, Una rosa per Matteo Lo Vecchio,

[10] W. Faulkner, Una rosa per Emily, Milano, Adelphi, 1997.

[11] L. Sciascia, Una rosa per Matteo Lo Vecchio, op. cit., pag. 1017. Precisiamo che quando Sciascia il 21 giugno del 1969 andò a cercare a Palermo la via intitolata a Matteo Lo Vecchio e scoprì che si trattava di “un vicolo corto e stretto, fatto di tristissime case; e una piuttosto antica, forse appunto quella del Lo Vecchio” erano trascorsi due secoli e mezzo e non uno e mezzo dalla sua morte. Inoltre anche volendo prendere le distanze dal canonico Mongitore che, nel suo diario, a proposito del vilipendio fatto al cadavere parla di “divina giustizia”, ci sembra azzardato sostenere che , in fondo al pozzo secco, accanto al cadavere di Lo Vecchio dorma il cadavere dello Stato di Sicilia stroncato dalla restaurazione prima spagnola e poi austriaca.

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