Lina Paola _ 2020.jpg

di Lina Paola Costa

Perché la “Festa del papà” non sia uno stereotipo (parte 1).
Una poesia riscoperta

Salvatore Quasimodo (1901-1968), premio Nobel per la Letteratura nel 1959, compose questa poesia in occasione dei novant’anni anni del padre Gaetano.

I versi cantano anche la bellezza della terra siciliana e menzionano la tragedia del 28 dicembre 1908, quando Messina fu distrutta dal terremoto e maremoto. Ai primi di gennaio del 1909 il ferroviere Gaetano Quasimodo (nato nel 1867) ebbe infatti l’incarico di riorganizzare la stazione ferroviaria della città dello Stretto e la famiglia lo seguì, vivendo i primi tempi in un carro merci ferroviario, in quanto la città era stata quasi del tutto rasa al suolo.

 Quasimodo (1).jpg

Al padre

Dove sull’acque viola
era Messina, tra fili spezzati
e macerie tu vai lungo binari
e scambi col tuo berretto di gallo
isolano. Il terremoto ribolle
da due giorni, è dicembre d’uragani
e mare avvelenato. Le nostre notti cadono
nei carri merci e noi bestiame infantile
contiamo sogni polverosi con i morti
sfondati dai ferri, mordendo mandorle
e mele dissecate a ghirlanda. La scienza
del dolore mise verità e lame
nei giochi dei bassopiani di malaria
gialla e terzana gonfia di fango.

La tua pazienza
triste, delicata, ci rubò la paura,
fu lezione di giorni uniti alla morte
tradita, al vilipendio dei ladroni
presi fra i rottami e giustiziati al buio
dalla fucileria degli sbarchi, un conto
di numeri bassi che tornava esatto
concentrico, un bilancio di vita futura.

Il tuo berretto di sole andava su e giù
nel poco spazio che sempre ti hanno dato.
Anche a me misurarono ogni cosa,
e ho portato il tuo nome
un po’ più in là dell’odio e dell’invidia.
Quel rosso del tuo capo era una mitria,
una corona con le ali d’aquila.
E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni
ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali
di partenza colorati dalla lanterna
notturna, e qui da una ruota
imperfetta del mondo,
su una piena di muri serrati,
lontano dai gelsomini d’Arabia
dove ancora tu sei, per dirti
ciò che non potevo un tempo – difficile affinità
di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo

cicale del biviere, agavi lentischi,
come il campiere dice al suo padrone:
“Baciamu li mani”. Questo, non altro.
Oscuramente forte è la vita.

Salvatore Quasimodo

Ottomarzo al tempo del Covid
L’Ottomarzo rischia di ridursi a uno stereotipo, un brand linguistico appiattito dalla consuetudine, una barzelletta che racconta come dal giorno dopo ricominci la festa dell’uomo.

E allora in questo tempo di pandemia del virus e delle congetture, forse un modo per rivitalizzare la ricorrenza può essere quello condividere pochi versi, che appaiono attualissimi.

Per esempio, quelli della versatile Gabriella Leto (Roma 1930-2019), nella raccolta “Nostalgia dell’acqua” pubblicata una trentina d’anni fa per i tipi di Einaudi.

Tutto in una strofe, il gioco della rima e dell’allitterazione, dell’anafora e dell’omoteleuto, sia di augurio a chi legge.

Questa che voglio raccontare
non saprei dire che cos’è
non è memoria e non è storia
non è vissuta non è sognata
non è inventata eppure c’è.
Che sia materia di corto fiato

priva di pubblico destinato

non serve dirlo va da sé.

Gabriella Leto

htlliscabianca.jpg