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di Carlo Ruta*

Con l’avvio degli Annali di storia, che seguono i vari tomi di Storia dei Mediterranei, il progetto storiografico che da diversi anni si sta componendo entra in una fase cruciale, che necessita di ulteriori slanci metodologici e conoscitivi. Con varie competenze si è scandagliato il sostrato caratteriale di una storia lunga attraverso una pluralità di accostamenti. Si è lavorato sull’interdisciplinarietà, le aperture, i travasi, le specularità, le sinergie e le consonanze. Agli esordi di questa esperienza si è pensato di declinare il Mediterraneo al plurale per sottolineare il proposito di un ricollocamento tematico in senso pluridirezionale, di una «mobilitazione» quindi dello sguardo verso le alterità, le complessità, le pari dignità etniche e i mutamenti culturali. Sono state riscontrate difficoltà importanti ma il dato conclusivo è quello d’un impegno fruttuoso, utile per progettare nuove rotte.

Adesso si tratta di spostare in avanti il lavoro di disseminazione e di affrontare nuovi problemi e nodi paradigmatici. Si vive in un tempo ibrido, insieme fluido e rappreso, in un contesto globale sempre più percorso da aporie e incoerenze. È importante allora che la conoscenza storica e le discipline sociali, anche attraverso atti di riposizionamento, aiutino a riquadrare i conti e a recuperare chiavi di senso. Nello specifico di questa esperienza, si è riflettuto non poco sullo stato delle cose. Si è cercato di sondare il terreno nelle sue vastità, anche attraverso una discussione lanciata nel settembre dello scorso anno e diramatasi su vari campi disciplinari in Italia e all’estero, sul ruolo ricostruttivo della conoscenza storica, a determinate condizioni, in questa contemporaneità e negli orizzonti dei saperi in generale. Ne sono derivate interazioni produttive, che consentono peraltro di dotare il progetto degli Annali di un comitato internazionale di garanti. L’idea di fondo rimane quella di un fecondo punto di confluenza e di confronto tra esperienze che avvertono il bisogno dell’innovazione e di raccogliere le sfide poste da questa difficile modernità.

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Sono tempi disagevoli, appunto. Le critiche che investono oggi il lavoro degli storici ne sono un profilo sintomatico, mentre trionfano nei circuiti mediatici, tradizionali e nuovissimi, le semplificazioni, gli schemi, i sunti e, con effetti sempre più pregiudizievoli, le manipolazioni. È il nocciolo ossimorico di una normalità abnorme, che disorienta anziché orientare, come accade nei periodi di crisi, quando i travagli della conoscenza tanto più possono generare sconcerto e timori se si dimostrano attivi e produttivi. È importante allora che non vengano forniti motivi e pretesti all’opera di demolizione del passato. E un argine a tutto ciò può essere dato da condotte spiccatamente innovatrici, dal raccordo degli studi con la vita sociale e dalla scoperta comune, interdisciplinare appunto, di valori aggiunti.

Occorre partire allora da un dato: il passato, come risorsa cognitiva e orientativa, sociale e comunicativa, può essere interpretato con adeguatezza e può essere meglio assimilato dalle comunità civili se liberato, intanto, da schemi e concetti-contenitori che, elaborati soprattutto nell’Ottocento e largamente filtrati attraverso le maglie novecentesche, appaiono ormai tristemente invecchiati. In un’epoca tanto lacerata e difficile da definire come la presente, è importante mettere in guardia dalle concettualizzazioni, a volte anche sentimentali, di mondi antichi produttori di modelli, di età dell’oro paradigmatiche, di «medioevi» cristallizzati e nello stesso tempo dicotomici, tragicamente bui per gli uni e intensamente luminosi per altri, e ancora dall’idea di una modernità arroccata in regioni privilegiate della Terra, destinata a progredire, a distribuire risorse e lumi al resto delle popolazioni e, infine, a migliorare la condizione umana nella sua interezza. Occorre arginare la concezione modernista di un progresso riverberante, che traccia a ben vedere un vero e proprio fossato, tanto ideologico quanto irreale, tra le etnie, le culture e i grandi bacini delle risorse umane, intellettuali, cognitive e morali. Occorre fare i conti allora, giorno dopo giorno, con uno dei mali oscuri più persistenti della storia, che si nutre di pregiudizi, occidentalismi, etnocentrismi e, perché no, anche di mediterraneismi.

Di luogo in luogo, di età in età, da sistema a sistema, la freccia della storia, spinta in avanti come quella del tempo ma in grado di interagire con i sostrati dell’esperienza lunga custodita dalle epoche, non viaggia in maniera lineare. Priva di moti rigidamente ascensionali ma a rischio sempre di sprofondare in maniera rovinosa, essa procede zigzagando, contorcendosi e avvitandosi. La storia non può essere resa allora attraverso rassicuranti linee euclidee, tracciabili con squadra e compasso, né può essere compresa attraverso tassonomie «perfette». Essa si compone di fratture, discontinuità, trasversalità, smottamenti, grovigli, sconnessioni, difficili da seguire anche con strategie conoscitive bene organizzate. Con l’esperienza degli Annali, su cui convergono punti di vista e differenze da salvaguardare sempre e a prescindere, si può provare a scommettere allora su una nozione articolata della complessità.

Su un piano strettamente antropologico, si può riconoscere che sono, in prima istanza, le necessità a smuovere la storia e a farne i sedimenti culturali. E le grandi necessità chiamano in causa, per forza di cose, le grandi mobilità. Lungo le epoche, le popolazioni della Terra, anche le più sedentarie, non hanno mai smesso infatti di spostarsi. Essenzialmente, la storia è fatta quindi di itinerari, attraversamenti materiali e immaginativi, sociali e culturali. Prima ancora che dalle corti, dalle cancellerie e dagli ordinati tracciati ortogonali delle capitali, essa passa attraverso le movimentate geografie dell’estremo e dell’instabile. È la vicenda lunga di mari, steppe, deserti, vie del ghiaccio e del gelo che, come è ben riscontrabile, hanno impresso svolte decisive, materiali e culturali, alla vita dei continenti. È importante allora che si stabilisca un confronto serrato con tali fenomenologie, che dalla sconnessione, dall’instabile e dall’imprevedibile hanno tratto e irradiato razionalità, manualità e saperi divenuti in buona misura patrimonio comune. Una cultura storica che, per un vizio etnocentrico e occidentalista o per tradizioni di supremazia, non si misuri in maniera diretta e con strumenti affinati con queste geografie mobili, tanto più in un’età critica come l’odierna, che le gestisce spesso in maniera del tutto incongrua, rischia di avere risonanze deleterie.

Non si comincia nulla, ovviamente. Il Novecento consegna eredità immense, fatte da esperienze che, dopo lunghi travagli, sono riuscite a rompere accostamenti e schemi legittimisti, colonialisti e imperiali. Ha rivoluzionato in sostanza il profilo delle scienze umane, tracciando alvei e rotte che in larga misura restano da percorrere. Si pensi all’importanza che continuano ad avere oggi l’annalismo francese da Bloch a Braudel, le antropologie di Claude Lévi-Strauss e di Ernesto de Martino, la New Archeology, la global history e numerosi altri modelli conoscitivi prodotti nel secolo scorso, in contesti anche soffocanti e drammatici. Si tratta di esperienze nodali, con cui è necessario fare i conti per progredire, anche quando possono ricorrere i motivi e le condizioni per percorrere vie differenti.

*Storico e saggista

 

I numeri dell’infezione in Italia si confermano enormi. La cifra dei morti registrata da domenica 22 febbraio ad oggi, cioè in appena 5 giorni, ha superato quelli che la Cina ha contato in quattro mesi. E il cauto ottimismo che veniva esibito da vari ambienti da qualche giorno, per la lieve flessione nell’aumento dei contagi, ha lasciato il posto, ancora una volta, alla disillusione, ad una realtà che, come si è cercato di documentare da un po’ di giorni, sfugge ormai ad ogni controllo e che richiede, è il caso di ribadirlo ancora, uno sguardo più lungo e una correzione severa del paradigma.

Le semplificazioni, in una fase di emergenza come questa, non aiutano infatti a comprendere e a muoversi nel modo più idoneo. Bisogna cominciare a scomporre i dati, molto differenti da regione a regione, guardare in faccia la realtà mettendo da parti la superbia del restare fedeli ai propri modelli, anche quando si dimostrano inefficaci, e, infine, cominciare a prestare una maggiore attenzione all’ascesa virulenta dell’infezione in altri Stati europei, che rischia di abbattersi sul Paese come un’onda di ritorno. Spero di riuscire, una volta ancora, a farmi capire e continuo a sperare che esista un qualche «giudice a Berlino».

Ad una lettura disincantata delle cose, continua ad emergere in realtà che l’emergenza sanitaria non è più risolvibile nei tempi brevi con i mezzi di contrasto che sono stati impiegati: le ragioni, suggerite anche da uno sguardo retrospettivo, dall’anamnesi delle grandi epidemie del passato, sono state già esposte e non è il caso di ritornarci. Ma la situazione va aggravandosi perché, da un lato il morbo, dall’altro una serie di misure adottate senza i dovuti distinguo, stanno producendo una ulteriore emergenza, economica, quindi sociale e civile, mentre peggiora la scena complessiva, globale.

Il morbo avanza appunto in tutta Europa, con picchi esorbitanti in Spagna, dove i ritmi sempre più ricalcano quelli italiani, e si sta radicando negli Stati Uniti, con epicentro a New York, megalopoli irradiante per definizione, con tutto quel che di tragico può derivarne. Il maggiore focolaio del contagio in questo momento rimane comunque l’Italia, dove è fin troppo facile prevedere che tra 4-5 giorni i morti supereranno i 10.000, ossia tre volte tanto quelli contati dalla Cina da novembre ad oggi, mentre si aggrava la situazione nelle aree del Paese che nella prima fase sono risultate meno colpite.

Malgrado l’isolamento in casa delle famiglie italiane e l’arresto di gran parte delle attività economiche, il contagio diventa sempre più impetuoso nel Nord, sale pericolosamente nelle regioni del Centro, come testimonia tra l’altro il caso Fondi, e rischia d’impennarsi nelle aree meridionali, dove cresce intanto il disagio economico. In Sicilia, dove i livelli di povertà, di sottoccupazione e di precariato sono elevati a prescindere, e dove la chiusura delle attività economiche può sfocare in fenomeni sociali destabilizzanti, sono stati ufficializzati già oltre mille contagi, e non è facile prevedere cosa potrà accadere nelle prossime settimane, anche a causa delle decine di migliaia di persone che dal Nord si sono riversate nei luoghi d’origine.

Non ci si può fermare allora ad una lettura semplificata dei dati e dei fatti, che chiamano invece ad atti consapevoli delle comunità, del paese civile, dell’opinione pubblica, e non solo di chi è chiamato a responsabilità di governo e di intervento sanitario. Un paese civile bene informato e consapevole può riuscire ad impedire infatti che si vada ad esiti ancora più catastrofici. Mi si consenta allora, ancora una volta, una breve digressione, alche per fugare alcuni possibili equivoci di fondo.

La storia delle grandi epidemie documenta che il morbo finisce solitamente con lo sconvolgere il sentire comune. La paura di un’entità enigmatica che corrode i corpi tende a generare una sorta di «virus» percettivo e rappresentativo, che corrode le menti, sobilla l’immaginario, alimentando stati di tensione in grado di procurare ulteriori danni materiali. Determina in sostanza uno stato d’insicurezza, impedisce lo sguardo sul futuro, mentre viene meno la facoltà di attingere, in tutto o in parte, al consueto paniere di risorse. Tale condizione è capace di sommuovere i costumi identitari, le regole morali, le dinamiche di gruppo e perfino familiari, mentre tende a intrecciarsi biecamente con il tarlo del pregiudizio, preesistente e connaturato ad ogni epoca, che in contesti simili porta a bollare come responsabili del contagio le «alterità» sociali, etniche, politiche, religiose, ideologiche, e così via.

Tutto ciò interagisce quindi con le questioni sociali, le tensioni economiche e le conflittualità di ceto, offrendo anche l’opportunità di regolare ogni sorta di conti preesistenti. Nella peste del 1347-50 crebbe la caccia agli Ebrei, ritenuti responsabili del contagio. Nel colera dell’Ottocento si andava a caccia degli avvelenatori, che venivano individuati spesso in ambienti istituzionali, negli organi di polizia e nei ceti più facoltosi, accusati spesso di voler ridurre la popolazione per difendere le loro ricchezze.

Il quadro odierno presenta purtroppo anche questo tipo di «ricorsi», esaltati peraltro dai social, con la parte dell’avvelenatore attribuita di volta in volta ad una Cina cospiratrice contro l’Occidente, ad un Putin lanciato contro l’Europa e l’America di Trump, alle grandi case farmaceutiche interessate al controllo globale dei vaccini, ai sistemi politici decisi a liberarsi di un bel po’ di anziani, e così via farneticando. Ma a fronte di queste assurdità, possono rivelarsi ancora più spiazzanti gli atteggiamenti fatalistici, catatonici e afasici, che possono ravvisarsi, purtroppo, anche là dove non dovrebbero esistere proprio.

Per vincere occorre lanciare una sfida di consapevolezza, liberandosi da ogni filtro distorcente, deformante o riducente. Se mi si consente di impiegare ancora una volta, con un po’ di disagio, la metafora della guerra, dal Cesare del De bello gallico si evince con chiarezza l’atteggiamento e la strategia di fondo dei Romani al cospetto dei Galli e dei Germani, nelle fasi in cui tali popoli, «barbari», impedivano l’estensione del limes. Era ben chiaro ai comandanti delle legioni che la percezione non corretta dello scenario bellico costituisce un danno a prescindere, e tale consapevolezza contribuì di certo alla longevità di Roma. Da gennaio di quest’anno, la visione delle cose difetta radicalmente. Appare perciò ben chiaro il rischio che l’Italia sta correndo.

 

VIDEOMESSAGGIO DI LIBERTY LINES

Liberty Lines Famiglie, comunità e imprese stanno affrontando un evento globale senza precedenti. In questo momento sappiamo che il nostro ruolo è quello di continuare a lavorare per il paese e di regalare la certezza di un futuro migliore anche attraverso un semplice sorriso.

L'INTERVENTO

 

di Saverio Merlino

Stiamo vivendo una situazione d’emergenza inaspettata ma guai a soffermarci solo sulla negatività del momento che stiamo attraversando.
Ormai da un bel po’ siamo “obbligati”, giustamente, a restare in casa e voglio pensare che, in questa situazione così particolare, non mi è stato rubato o portato via tempo, anzi, mi hanno regalato giorni per gustare quello che il comportamento delle giornate frenetiche spesso non mi ha permesso di vivere con entusiasmo.
Che cosa posso imparare e trasferire da questa vicenda terribile e triste.
Sicuramente non mi è mancato il tempo su cui riflettere e ho pensato alle cose più belle, alla famiglia, a chi vogliamo bene veramente, a chi non c’è più…alla mamma anziana, che soffre e che non puoi più abbracciare come prima……alla vita, quella fatta ancora di tanti sogni con chi ami da una vita.
Le scuole chiuse, gli studi chiusi ci hanno costretto a trovare soluzioni alternative, a rimettere insieme mamma e papà con i propri figli, a collegarci in videochiamata, anche più volte al giorno, felice nel vedere i sorrisi dei nipoti che continuano a riempire i tuoi giorni, a mandarci baci a distanza e raccontarci il trascorre della giornata in casa.
Questo lungo tempo trascorso in casa, per chi crede, ed io credo, mi è servito anche per rispondere a questo “nemico invisibile”, che sconfiggeremo, con la universalità della preghiera, della compassione, della tenerezza.
Non molliamo. 

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