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di Natalino Natoli*

Un viaggio nel pianeta “ansia”

N.6 Mente e corpo: un legame indissolubile

Sinora abbiamo detto che un qualsiasi evento di tipo fisico biologico oppure psicosociale può determinare nell’organismo umano una complessa reazione psico-fisica (stress). Questa reazione coinvolge in particolare 3 sistemi fondamentali del nostro corpo: il Sistema Nervoso Autonomo, il Sistema Neuroendocrino e il Sistema Immunitario.
Il Sistema Nervoso Autonomo, detto anche “cervello emozionale” dell’uomo, funziona da tramite con tutti gli organi coinvolti nella reazione dello stress. La tachicardia, la sudorazione, la “pelle d’oca”, il rossore o il pallore, che ci possono colpire in occasione di stimolazioni sia fisiche che emozionali, sono mediate dal Sistema Nervoso Autonomo. Ovviamente, quelle elencate, sono solamente alcune delle reazioni più evidenti controllate dal SNA. Quando una persona si arrabbia, ad esempio, i succhi gastrici presenti all’interno dello stomaco aumentano; se la rabbia non trova modo di scaricarsi essa diventa cronica e la produzione di succhi gastrici in

eccesso perdurerà nel tempo. I succhi gastrici, essendo addetti alla distruzione del cibo, sono particolarmente acidi e corrosivi e la loro presenza in eccesso nello stomaco, anche in assenza di cibo da digerire, provocherà pian piano la corrosione delle pareti dello stomaco determinando la cosiddetta “gastrite nervosa”, che altro non è che una infiammazione delle pareti dello stomaco dovuta ad un eccessiva produzione di succhi gastrici. Chiaramente l’esempio appena citato è stato semplificato per far meglio comprendere qual è uno dei possibili meccanismi nell’insorgenza di una tra le più comuni malattie psicosomatiche.
Di carattere altrettanto complessa è la reazione mediata dal sistema neuroendocrino e immunitario. In realtà questa distinzione è puramente teorica in quanto entrambi i sistemi, tra loro collegati, sono, a loro volta, controllati dal SNA.

Così è possibile che la reazione di rabbia che nell’esempio precedente aveva provocato un aumento della produzione di succhi gastrici in un individuo, potrebbe provocare, in un altro, la produzione in eccesso o in difetto di un certo tipo di ormone secreto da una ghiandola. Dal funzionamento del sistema endocrino dipende quello del sistema immunitario e spesso, infatti, situazioni di stress prolungato provocano una disfunzione tiroidea che ha come conseguenza l’abbassamento delle difese immunitarie.
Il funzionamento del nostro organismo è in realtà molto più complesso di quanto abbiamo semplicisticamente descritto ora ma il nostro fine, in questa sede, non è quello di fare un trattato di fisiopatologia quanto quello di dare un’idea di quanto stretto e indissolubile sia il legame tra il nostro corpo e la nostra mente.

L’uomo è un organismo vivente: alcuni suoi aspetti sono chiamati corpo, mente e anima (Fig.1). Il corpo possiamo definirlo come somma di cellule, la mente come somma di percezioni, l’anima come somma di emozioni; in ogni caso queste sono solamente definizioni artificiali nel senso che nella realtà noi siamo un insieme inscindibile di tutto questo. Nessuna delle 3 dimensioni ha una vita autonoma né può esistere separata dalle altre entità: avete mai visto una mente passeggiare qua e là senza un corpo? L’esempio può sembrarci assurdo e addirittura ridicolo. -Ebbene quando noi diciamo … o crediamo … è altrettanto ridicolo e assurdo.- (In realtà parlando operiamo queste divisioni concettuali e astratte solo perché così è più facile discuterci sopra).

Corpo, mente e anima sono semplicemente 3 aspetti della stessa cosa.
Riprendiamo l’esempio di una persona arrabbiata; pensiamo alla collera: essa è caratterizzata da: un aumento del tono muscolare (corpo), un forte senso di rabbia (anima) e pensieri di attacco verso una situazione o una persona (mente).
Chi crede all’origine organica dirà “una persona si sente arrabbiata a causa dell’aumento della tensione nei muscoli..”; chi dà più importanza alla mente dirà “ le esperienze della persona e la sua reazione rabbiosa ad esse hanno provocato un irrigidimento dei muscoli …”, e così via. In realtà nessuna emozione (collera, tristezza, vergogna, disgusto, gioia …) può esistere senza che entrino in gioco le componenti emotive, psicologiche e fisiologiche. Proviamo a pensarci arrabbiati con il corpo in completo stato di rilassamento…impossibile anche solo pensarlo. O ancora proviamo a pensare di arrabbiarci solo con il corpo quando nella nostra mente scorrono pensieri piacevoli. Noi riusciamo ad arrabbiarci solo quando i nostri pensieri, le nostre emozioni e il nostro corpo lavorano contemporaneamente.

In genere la maggior parte delle persone riesce a prendere contatto più facilmente con le sensazioni piuttosto che con le emozioni, per esempio ci sono persone che si sentono arrossire in viso, anziché provare vergogna, o avvertono le palpitazioni cardiache al posto dell’ansia. Ma questo non significa che le emozioni non ci siano, è piuttosto un discorso di consapevolezza, di disabitudine a riconoscere le emozioni che abitano costantemente il nostro corpo.
Questo tipo di concezione dell’uomo, che si contrappone all’approccio puramente psicologico o fisico è detta “organismica”, e sostiene che i sintomi non siano altro che conflitti, disarmonie fra queste 3 parti che compongo un essere umano.

Nello stato di ansia, infatti, si verificherebbe un acuto conflitto tra il bisogno di respirare e l’autocontrollo, che vi si contrappone. (perché nello stato di ansia noi contraiamo e restringiamo la nostra gabbia toracica => il diaframma va all’insù => si blocca l’espansione dei polmoni), il ristretto apporto di ossigeno provoca, a sua volta, l’accelerazione dei battiti del cuore, le palpitazioni sono anch’esse tipiche degli stati ansiosi.

Un altro sintomo caratteristico dell’ansia è l’agitazione. Tale agitazione si riscontra in quelle situazioni che non trovano sbocchi naturali. Il nostro organismo produce l’eccitazione nelle situazioni che richiedono una straordinaria quantità di energia (soprattutto motoria). Se l’eccitazione è deviata dal suo scopo reale (per esempio attaccare quando si è arrabbiati), l’attività motoria è disintegrata ed è parzialmente usata per azionare i muscoli antagonisti, cioè quei muscoli che servono a bloccare l’azione motoria, per esercitare l’autocontrollo. Anche se apparentemente dall’esterno non sembrerebbe essere accaduto nulla, noi sappiamo che c’è stato un impulso ad agire (a causa della rabbia) che però è stato represso (autocontrollo, perché socialmente non sta bene picchiare) e questo fa sì che in quell’individuo rimanga un surplus di eccitazione per cui l’equilibrio organismico non può essere ristabilito. Impedendo lo scarico di questa eccitazione, il sistema motorio dell’organismo non arriva alla quiete, ma al contrario rimane agitato.

*Dr. Prof. Natalino Natoli Psicologo – Psicoterapeuta – Pedagogista Docente di Psicologia –Universita’ degli Studi di Roma

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“L’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura”

(Franklin D. Roosevelt)

N. 5 “AMMALARSI” D’ANSIA

Abbiamo visto, finora, come l’ansia abbia per noi esseri umani una fondamentale importanza per la sopravvivenza della specie in quanto ci consente di metterci al riparo e di difenderci da possibili pericoli.

Abbiamo conosciuto insieme anche i diversi “modi” che, in maniera più o meno consapevole, utilizziamo per auto-proteggerci da situazioni, eventi ed emozioni spiacevoli.

Abbiamo cercato di capire insieme le possibili origini e i possibili meccanismi scatenanti.

Ma come mai allora l’ansia, in alcuni casi, diventa fastidiosa e pericolosa al punto di provocare disturbi funzionali con la conseguente comparsa di sintomi fisici? Ciò si verifica quando l’ansia e la reazione ansiosa diventano persistenti, perdono cioè il valore di “segnale momentaneo” per assumere quello di una presenza costante che spinge l’individuo a vivere continuamente in uno stato affettivo penoso, sgradevole, indefinito.

Dal punto di vista fisiologico, il prolungarsi dello stato d’ansia, può portare all’alterazione dell’attività di diversi organi.

Nell’era dello stress

No, è la serie continua di piccoli accidenti

che ti fa andare al manicomio.

Non la morte del tuo amore,ma il laccio della scarpa

che ti si spezza proprio all’ultimo momento”

(Charles Bukowsky)

Il termine “stress” è entrato ormai nella nostra vita sia per esperienza diretta sia attraverso l’esperienza di familiari, amici, conoscenti, colleghi di lavoro. Ma cosa significa questa parola? Nel linguaggio comune “stress” assume il significato generico di strapazzo fisico e mentale, di prolungata tensione nervosa, di superlavoro e di logorio. In realtà il significato originario della parola “stress” deriva dalla lingua inglese è significa “cedimento” “distorsione”, “deformazione”. Il termine fu introdotto per la prima volta in biologia da W. B. Cannon, ma solo successivamente l’ungherese H. Selye, studioso di medicina attorno agli anni 50 lo utilizzò con il significato di “fatica”, “sforzo”, “tensione nervosa” a cui un essere vivente è sottoposto quotidianamente a causa del rumore, dell’agitazione, delle frustrazioni e di tutti gli avvenimenti che ci pongono in una situazione di tensione fisica e mentale. Selye studiando i topi scoprì che l’organismo, sottoposto a stimoli di varia natura, reagisce sempre allo stesso modo mobilitando, cioè, le proprie energie per fronteggiare l’azione nociva dell’evento stressante. Lo stress quindi non è altro che una risposta, una reazione sana e necessaria che il nostro organismo mette in atto per difendersi da qualsiasi stimolo che alteri il suo equilibrio psicofisico; è una reazione emozionale intensa a una serie di stimoli esterni (caldo/freddo, sforzi fisici, attività sessuale, stimoli emotivi, etc.) che provocano risposte fisiche e psichiche.

Se però lo stimolo “stressante” persiste, o se l’organismo viene costantemente bombardato da tanti piccoli e apparentemente innocui eventi stressanti, viene a mancare il giusto riposo finalizzato al recupero delle energie consumate per reagire allo stimolo, il potere di adattamento si esaurisce (fase di esaurimento) e ricompaiono i sintomi della fase iniziale di allarme: in questo caso, l’organismo soccombe, in maniera più o meno profonda, allo stress e i sintomi della “fase di allarme” si cronicizzano preparando il terreno all’insorgenza di una malattia psicosomatica (Fig. 2).

Lo stress fà parte di un complesso programma etologico inteso a preservare la vita di tutti gli esseri umani, è come una sorta di campanello d’allarme iniziale, che ha la funzione di mobilitare l’organismo affinché fornisca la risposta adeguata.

L’uomo delle caverne viveva costantemente a contatto con il pericolo e la sua capacità di reagire fisicamente in modo veloce e rapido alle forti emozioni rappresentava per lui l’unica garanzia di sopravvivenza: lo preparava alla fuga, all’azione o all’attacco. Oggi, milioni di anni dopo, le nostre reazioni hanno lo stesso obiettivo ma sono cambiati i pericoli: non più mostruosi dinosauri e inferociti lupi ma parcheggi che non si trovano, autobus che si perdono, tacchi delle scarpe che si rompono, etc.

Perché allora oggi quando si sente parlare di stress si pensa a qualcosa di negativo? Questo accade perché oggi conduciamo un ritmo di vita frenetico, innaturale, senza tregua, un ritmo di vita “stressante”, appunto. Siamo sottoposti a un martellamento di stimoli, di richieste e di pressioni elevate, sempre più ci costringiamo a ritmi di vita massacranti ponendo il nostro organismo in uno stato di continua richiesta. Le pause di recupero diventano man mano più brevi, la tensione non trova vie di scarico e si accumula, il riposo del corpo e dello spirito è sempre più ridotto. Per questi ed altri motivi il nostro potenziale di adattamento giunge ad esaurirsi e l’organismo tende a cedere provocando scompensi psichici e/o fisici. Nei paesi del terzo mondo, infatti, dove la struttura sociale è molto diversa, le malattie psicosomatiche sono rarissime.

Diversi studi sugli eventi stressanti hanno messo in evidenza che assai spesso l’esordio o la riacutizzazione dei disturbi d’ansia sono preceduti da “eventi di vita” (life events), sia positivi che negativi, che hanno determinato un notevole cambiamento nella storia del soggetto.

 

Ansia “madre” e ansia “matrigna”

La lettura di un libricino scritto da Francesco Canova dal titolo “L’ansia madre e matrigna” Edizioni Paoline, Milano, 1988 è stata un punto importante di partenza da cui uno dei due autori ha tratto, tra gli altri, l’idea e lo stimolo a concepire uno strumento che fosse ancora più accessibile ad un più vasto pubblico. Il libro del Professor Canova indubbiamente contiene e sviluppa in modo semplice e chiaro i “vari volti dell’ansia”, si legge facilmente e riesce a dare anche delle risposte precise per conoscere meglio non solo come funziona il corpo ma anche la psiche.

Abbiamo visto come l’ansia rappresenti una condizione di generale attivazione delle risorse fisiche e mentali del soggetto che se, contenuta entro certi limiti, produce l’effetto di ottimizzare le prestazioni; se tali limiti vengono superati diventa patologica e compromette l’efficienza funzionale del soggetto.

Tutti facciamo esperienza dell’ansia nel corso della nostra vita.

Un certo grado di ansia è “madre/buona” (funzionale), cioè non pericolosa in quanto eccita la nostra curiosità e ci rende intraprendenti, migliora le nostre prestazioni e ci dà tono.

L’ansia nelle situazioni di emergenza, ad esempio, procura una reazione del nostro sistema nervoso vegetativo, che consente di mobilitarci e di organizzare la difesa. E’ utile, cioè, all’uomo perché determina nell’organismo lo stato di allerta e la tensione necessaria a superare un momento difficile, un imprevisto, un ostacolo.

“Un grado moderato d’ansia può essere utile poiché rappresenta il segnale di pericolo o di una minaccia: questo serve a metterci allerta e a prepararci per agire adeguatamente”

(Isidore Portnoy)

Il rendersi conto dei propri limiti, della propria impotenza e vulnerabilità, ad esempio di fronte alla morte o alle malattie, provoca uno stato ansioso senz’altro “normale”;

“…è essenzialmente nella natura dell’uomo il provare ansia di fronte a minacce di un certo tipo e di una certa intensità …

essa è l’espressione più profonda della nostra condizione umana e non divina”

(Isidore Portnoy)

Proviamo un’ansia sana ogni volta in cui passiamo da quanto è vecchio, familiare, provato e certo a ciò che è nuovo, sconosciuto, non sperimentato ed incerto: quando ci trasferiamo in un’altra città, quando cambiamo lavoro, quando lasciamo la famiglia d’origine per costruirne una nostra, etc.. . In queste e in altre occasioni è facile provare un certo senso di vuoto e di disorientamento/smarrimento e questo avviene anche se il cambiamento è desiderato e positivo.

“L’ansia è il pedaggio che si paga ogni volta che ci si avvia a lasciare il regno delle cose collaudate per affrontare il regno del possibile”

(R. Canestrari)

“L’ansia è compagna normale e inevitabile di una evoluzione e dei mutamenti verso una maggiore libertà, autonomia e creatività. Possiamo affermare che in ogni lotta dell’individuo per l’autorealizzazione si trova, più o meno forte, l’ansia”.

(Isidore Portnoy)

In effetti non è facile tracciare una precisa linea di confine tra ansia “madre” e ansia “matrigna”, soprattutto perchè la differenza sta nella quantità più che nella qualità; infatti, abbiamo visto che, entro certi livelli, essa ci serve ad affrontare la vita, ma se supera una data misura, che varia da individuo a individuo e da momento a momento, può avere effetti dannosi.

L’ansia è disfunzionale quando il modo in cui viene vissuta è caratterizzato da una sensazione di profonda debolezza fisica, mentale e di dipendenza, cosicché l’individuo non riesce più ad “andare avanti” né a tornare allo stato precedente e allora si “blocca”.

L’ansia è “matrigna” quando l’individuo non riesce ad adattarsi agli eventi della vita e a far fronte agli ostacoli; quando manca di efficienza e non riesce a raggiungere scopi realistici, né comuni soddisfazioni; quando è incapace di sviluppare e mantenere buone relazioni con gli altri; quando dunque non riesce a mantenere un ragionevole benessere emotivo.

  1. Frustrazione, ansia e meccanismi di difesa

Lo stato di piacere deriva da un precendente

stato di dispiacere; è difficile immaginare una soddisfazione

che non abbia, alle spalle, una frustrazione.

(Franz Alexander)

La frustrazione e il conflitto sono condizioni, più o meno quotidiane, che fanno parte della vita di tutti noi. Chi di noi non ha mai ricevuto un “no”? Quante volte ci è capitato di non avere avuto il coraggio di affrontare una situazione? Quante volte un contrattempo ha fatto saltare i nostri progetti?

In qualsiasi periodo della vita e in qualsiasi momento della giornata siamo impegnati a soddisfare un bisogno (fame, sonno, carriera, procreazione, etc.) e tendiamo a raggiungere un determinato obiettivo. A volte riusciamo a realizzare i nostri progetti e a raggiungere le nostre mete facilmente, più spesso, invece, ci troviamo di fronte ad ostacoli, più o meno superabili, ad intoppi e a delusioni. Quando non riusciamo ad ottenere quello che vogliamo succede che la tensione che ci aveva dato inizialmente la spinta per cominciare l’azione non trova soddisfazione e via di scarico e tutto ciò ha delle ripercussioni sul nostro stato psicofisico generale. Tale condizione esistenziale, che è frequentissima, viene chiamata “frustrazione”, e nessuno di noi ne è estraneo. Lo psichiatra americano Frank S. Caprio in merito afferma:

“Tutti abbiamo i nostri problemi: gli alti e bassi dell’umore causati dalle delusioni della vita, dalle difficoltà finanziarie, dalle beghe matrimoniali e da una moltitudine di frustrazioni d’ogni genere. Tutti siamo in ballo e dobbiamo ballare, cercando di cavarcela il meglio possibile e di adattarci ad ogni novità”.

Le frustrazioni sono essenzialmente di tre tipi e provengono da:

  • L’ambiente fisico: esistono situazioni oggettive di vita che pongono limiti e ostacoli alla soddisfazione delle nostre aspirazioni: il traffico che ci impedisce di arrivare puntuali ad un appuntamento importante, la lampo del vestito che si rompe un attimo prima di uscire da casa, la grandine che rovina il raccolto del contadino, il maltempo durante le vacanze estive, etc..
  • L’ambiente sociale: la società è causa di innumerevoli frustrazioni; pensiamo ad esempio ai limiti imposti dal “vivere civile”, cioè dall’educazione: per un bambino potrebbe essere il mangiare con le posate e controllare gli sfinteri, per un adolescente potrebbe essere il non avere tutta l’autonomia che vorrebbe, per un adulto il razzismo, la competitività, le maldicenze, per un anziano l’andare in pensione e l’essere ritenuto un peso, etc.
  • La persona stessa: alcuni ostacoli albergano nella nostra mente e nella nostra costituzione fisica. Un eccessiva timidezza può essere d’ostacolo per un approccio amoroso o per un interrogazione scolastica, due desideri possono entrare in conflitto come quando da un lato si vogliono proseguire gli studi, dall’altro ci si vorrebbe creare subito una famiglia; altre volte è il corpo che pone dei limiti, quando vorremmo diventare famosi ballerini ma non possiamo perché la nostra schiena presenta una lieve malformazione, quando amiamo dipingere e soffriamo di una seria allergia alla composizione chimica dei colori, etc…

Una cosa sola è certa: la frustrazione crea sensazioni spiacevoli e aumenta la tensione iniziale; tale tensione sarà ovviamente proporzionale all’intensità e alla continuità con cui ci si ri-propone l’ostacolo e al tipo di bisogno la cui soddisfazione è stata ostacolata. Un certo grado di tensione, come abbiamo precedentemente visto, è positivo e dà l’energia per affrontare gli ostacoli e raggiungere l’obiettivo; ma quando la tensione è troppa diventa lei stessa un ostacolo, ci agita e ci fa perdere il controllo della situazione. Ovviamente il grado di tolleranza delle frustrazioni è diverso da persona a persona e cambia anche nello stesso individuo a seconda del periodo di vita che si trova ad affrontare.

Pensiamo ad esempio a quanto, nella nostra cultura, l’espressione dell’aggressività, che sarebbe la risposta più diretta alla frustrazione, sia repressa e colpevolizzata. L’aggressività potremmo considerarla una sorta di valvola di sicurezza e la sua espressione, permettendo la dispersione della tensione che si accumula in seguito alle frustrazioni, evita conseguenze dannose. Quindi da un lato umanamente abbiamo bisogno di esprimere l’aggressività in alcune circostanze e dall’altro i sensi di colpa e l’educazione ci impediscono di farlo. Reprimere l’aggressività, perché ritenuta socialmente riprovevole, non vuol dire che essa scompaia anzi essa rimane nell’individuo e cova. Alcune persone imparano allora ad esprimerla indirettamente: attraverso il sarcasmo, la presa in giro, l’ironia, la competitività, etc, ma questo, a volte, non basta. La repressione dell’aggressività si accompagna spesso a forti sensazioni di ansia, per paura della temuta punizione in caso l’aggressività dovesse manifestarsi apertamente. Da qui si crea un circolo vizioso in quanto l’ansia rende meno efficace il nostro comportamento e sarà d’ostacolo alle nostre azioni successive, con nuove frustrazioni e ulteriore ansia.

Essendo l’ansia, spesso, un sentimento sgradevole da sopportare noi siamo soliti utilizzare tutta una serie di comportamenti atti a ridurla o eliminarla: questi comportamenti vengono chiamati meccanismi di difesa.

Andremo ora a vedere sinteticamente quali sono i principali.

Rifiuto o negazione

Il rifiuto consiste nel negare la realtà che è vissuta come intollerabile e spiacevole, di cui il soggetto non è consapevole. È un po’ quello che fa lo struzzo quando si trova di fronte ad un pericolo: nasconde la testa sotto la sabbia. Di fronte ad una cosa spiacevole che non vogliamo accettare, alcune volte, reagiamo negando la realtà. Succede quando ad esempio qualcuno ci racconta una cosa negativa sul conto di una persona che amiamo – Non è vero, lui non lo farebbe mai! – o quando i genitori si rifiutano di ammettere una difficoltà del proprio figlio – Mio figlio parla benissimo, voi non lo capite! – o ad una sua colpa - Lui non può averlo fatto, sarà stato qualche suo compagno! -.

Vi presentiamo un episodio esemplificativo: Paolo ha avuto un infarto. Il suo medico gli consiglia di eseguire esercizi fisici con cautela. Tuttavia Paolo continua a fare jogging per 10 Km al giorno.

In questo caso la negazione è, in un certo senso, utile e protettiva in quanto impedisce a Paolo di essere sopraffatto dall’ansia. È evidente che dietro questo atteggiamento non ci sono né tranquillità interiore né rassegnazione, ma al contrario la difficoltà di far fronte all’angoscia scatenata dalla consapevolezza della malattia. Sul piano comportamentale accadrà che la persona sarà portata a pensare che la diagnosi è sbagliata o si manifesterà con il disattendere i consigli del medico.

 

 

3) Stress, Come abbiamo detto, il concetto di stress e la dichiarazione di “essere stressato” si trova accanto al concetto di ansia, tanto da confondersi con essa. L’ansia sta allo stress come l’automobilista alla sua vettura: nelle condizioni di ansia (sistema emozionale che media l’adattamento dell’organismo all’ambiente), infatti, si attiva tutta una serie di sistemi dell’organismo (neuroendocrino e neurovegetativo). Questo spiega l’insorgenza di quei disturbi somatici che frequentemente accompagnano e caratterizzano gli stati d’ansia (disturbi psicosomatici: gastrite, asma, etc.).

Arrivati a questo punto, dovremmo avere finalmente tutti più chiaro cosa l’ansia “è” e cosa “non è”. Andiamo ora a vedere insieme alcune condizioni psico-fisiche che hanno “qualcosa” in comune con l’ansia:

irrequietezza

Aumento dell’attività motoria per cui il soggetto ha difficoltà a mantenere a lungo la stessa posizione, compie una serie di movimenti automatici e involontari, ha difficoltà a concentrarsi su un pensiero molto a lungo, ha un comportamento inconcludente e spesso non finalizzato.

Noia

È una condizione di avvilimento psicologico, dominato dalla monotonia. In genere non viene vista come un qualcosa di problematico, e in parte giustamente, in quanto è una tra le possibili condizioni esistenziali di un essere umano. Abbiamo comunque deciso di citarla in questo contesto perché, anche se in modo superficiale, può avere degli aspetti in comune con alcuni sintomi ansiosi come il senso di insoddisfazione, di insicurezza, di difficoltà e di pigrizia nel contatto con gli altri. Tuttavia, nella noia, l’aspetto peculiare rimane la svalutazione verso il mondo; il soggetto ritiene che siano le condizioni esterne, monotone e grigie, a non fornirgli il giusto stimolo e l’adeguata motivazione ad entusiasmarsi ed a gioire.

ossessione É un’idea che giunge alla mente del soggetto in modo improvviso, interrompendo o imponendosi sugli altri pensieri e che persiste in modo martellante e ripetitivo. Non è tanto il tipo di pensiero ad essere patologico quanto il suo modo continuo di ripetersi, nonostante la persona cerchi di respingerlo e di liberarsene. L’individuo vive questa esperienza con critica e talvolta con vergogna, ne riconosce l’assurdità ma nonostante ciò può impedire che tali idee ritornino.

Compulsione

Strettamente connessa all’ossessione, è una spinta impellente ad eseguire una determinata azione e ha le stesse caratteristiche dell’idea ossessiva (improvvisa, ripetitiva, martellante..). Ossessivo può essere ad esempio definito il comportamento di colui che deve controllare, prima di uscire da casa, 20 volte se il gas è spento; ossessivo può essere il bisogno continuo di lavarsi le mani, etc. Compiere queste azioni riduce, nella persona che li mette in atto, l’ansia e lo stato di tensione e di apprensione, ma purtroppo l’effetto benefico è solo momentaneo.

Demoralizzazione

Può essere definita come uno stato di sfiducia, di abbattimento, di avvilimento. La persona demoralizzata pensa che non ci sia “niente da fare” per poter migliorare le cose. Spesso episodi di demoralizzazione si verificano durante l’evoluzione di un disturbo d’ansia (attacchi di panico, agorafobia, disturbo ossessivo-compulsivo, etc.) in cui la persona, non adeguatamente trattata o particolarmente refrattaria alle cure, non vede segni di miglioramento o vede ripresentarsi dei sintomi da cui sperava di essersi definitivamente liberata.

Depressione

Spesso c’è confusione tra sintomo depressivo e sindrome depressiva: nel primo caso esso può ovviamente far parte di diversi quadri clinici anche molto diversi (alcolismo, morbo di Altzheimer….); nel secondo caso essa è una sindrome vera e propria che è caratterizzata da tutta una serie di disturbi che verranno meglio approfonditi nel capitolo 5.

 

N. 2  L’ANSIA NON È: AGITAZIONE/APPRENSIONE

È una condizione in cui il soggetto vive con paura o con senso di attesa sofferente gli eventi della vita quotidiana, anche piccoli e poco significativi come il ritorno a casa del marito, lo svolgimento delle mansioni domestiche o lavorative, etc.

PAURA: è la reazione fisiologica di fronte ad un pericolo reale immediato e garantisce la sopravvivenza; è una condizione molto simile all’ansia sia nelle manifestazioni che nelle sensazioni che l’accompagnano, ma si differenzia da essa in quanto nella paura il pericolo è ben chiaro e solitamente esterno (es. se una macchina sta per investirci grazie alla paura riusciamo a metterci in salvo velocemente). Essa è una emozione che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza pre-disponendolo, anche se in modo non specifico, alla difesa che solitamente si traduce in comportamenti di attacco o di fuga. Quando è protratta e relativa ad oggetti, animali o situazioni che di per sé non possono essere considerati paurosi, si trasforma in fobia.

ANGOSCIA: è un termine che viene generalmente usato come sinonimo d’ansia, ma che può assumere significati diversi. Deriva dal tedesco Angst C’è chi considera l’angoscia come uno stadio più grave dell’ansia (ansia vissuta con estrema sofferenza, senso di oppressione e disperazione) e chi mantiene tra i due termini una netta differenza perché interpreta l’ansia come una condizione fisiologica e psicologica in sé normale, anzi utile per il conseguimento di un obiettivo, e l’angoscia come l’espressione nevrotica o psicotica dell’ansia caratterizzata da una distorsione nella percezione della realtà che viene vissuta come eccessivamente minacciosa e inquietante. Questa confusione terminologica probabilmente si è aggravata per le differenze di significato che il termine ha subito nel corso della sua traduzione in varie lingue, in cui spesso si sono persi o aggiunti pezzi di significato rispetto a quello originale. “Nel possibile tutto è possibile” (Kierkegaard).

FOBIA: è il timore irrazionale e invincibile per oggetti o specifiche situazioni che secondo il buon senso non dovrebbero provocare timore. Si distingue dalla paura perché, a differenza di quest’ultima, non scompare di fronte a una verifica della realtà, e va distinta dal delirio perché la persona fobica è completamente consapevole dell’irrazionalità dei suoi timori che tuttavia non riesce a placare.

PANICO: episodio acuto d’ansia caratterizzato da tensione emotiva e terrore intollerabile che ostacola un’adeguata organizzazione del pensiero e dell’azione. Il soggetto vive un sentimento di blocco, di paresi e in genere questa sensazione è accompagnata da una serie di manifestazioni fisiologiche, a carico del sistema nervoso vegetativo, che possono presentarsi da sole o associate: ipersudorazione, pallore, palpitazioni, tremore, dispnea, etc. Una crisi di panico può esprimere una intensa reazione emotiva che si riferisce ad un pericolo reale o tensioni interne che la persona avverte come minacciose. Gli episodi di panico in genere tendono ad esaurirsi da soli e lasciano la persona spossata. A differenza di quanto accade nella paura, la persona è paralizzata dalla sensazione che contro la minaccia non ci sia nulla da fare.

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

1. L’ansia nel mondo

Nel mondo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), 500 milioni di persone soffrono di disturbi legati all’ ansia. Circa il 10% delle persone che si rivolgono ai medici generici è sofferente a causa di un disturbo di ansia. Nel 7,9% dei casi si tratterebbe di DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATA, nell’1% di ATTACCHI DI PANICO, e nel 1,5% di AGORAFOBIA (paura degli spazi aperti, per i luoghi affollati, etc.). Oggi, in un momento qualsiasi del giorno – come segnalato in una monografia sull’ansia pubblicata dalla casa editrice Fernando Folini - 1 miliardo e mezzo di persone soffrono a causa di un qualunque tipo di disturbo neuropsichiatrico, dal disturbo mentale al disturbo del comportamento e ben il 75% di essi vive in Paesi in via di sviluppo. In Italia oggi si calcola che circa 5 milioni di persone soffrono di depressione e 3 milioni di disturbi d'ansia; il dato più recente riguarda la popolazione di Firenze della quale l’8,2% soffre di un disturbo d’ansia nel corso della vita.

Tale percentuale aumenta notevolmente, raggiungendo il 10%, se consideriamo i pazienti che frequentano gli ambulatori del medico di base ed è ancora più alta fra i pazienti ricoverati in ospedale per problemi organici (10-15% dei pazienti ricoverati). Molte persone continuano a soffrire in silenzio a causa del diffuso pregiudizio che il loro malessere non sia una vera malattia ma piuttosto una debolezza di carattere, una sorta di “non voglia di reagire” o in alcuni casi, peggio ancora, una “fissazione inesistente”. Insomma l’ansia finisce per diventare qualcosa di cui vergognarsi, una condizione da vivere e da gestire dolorosamente e faticosamente nel privato. Crediamo che la trattazione di tematiche prevalentemente di tipo psicologico possa aiutare il medico di base ad orientare il proprio paziente con suggerimenti utili per affrontare tempestivamente, al primo comparire della sintomatologia, il complesso fenomeno dell’ansia, la cui radice non risiede nel corpo, quest’ultimo viene usato come corsia attraverso cui la tensione trova possibile sfogo.

Distinzione tra paura, ansia, angoscia, fobia, panico e altri termini che ruotano intorno al mondo dell’ansia.

L’ansia può, a ragion veduta, essere definita come “l’inquietante compagna dell’uomo moderno”. Come abbiamo visto in precedenza, è un fenomeno molto diffuso e presente nella vita quotidiana odierna, soprattutto nella civiltà occidentale. Essa, in alcuni casi può assumere forme gravi e paralizzanti, in altri forme moderate e costruttive; a volte è avvertibile per lunghi periodi, altre volte per periodi brevi e intervallati; in alcuni casi si manifesta apparentemente senza motivo, in altri insorge a seguito di specifici eventi (esami, separazioni, etc.…) o in particolari momenti di vita (adolescenza, nascita di un figlio, etc…).

Ma che cos’è l’ansia? Quando dobbiamo considerarla pericolosa? Da che cosa origina? Come si manifesta e quali sono i sintomi che possono aiutarci a ri-conoscerla?
A tutti questi interrogativi proveremo a dare una risposta.
L’ansia può essere definita come una tensione apprensiva, o irrequietezza, che sorge dal sentire come imminente un pericolo, sia pure vago, di origine sconosciuta.
E’ uno stato emotivo molto vicino alla paura, vissuto dal soggetto come una sensazione di penosa aspettativa di pericolo imminente, senza che vi sia un oggetto reale a provocarla. Il soggetto si sente “teso”, “nervoso”, “eccitato”, “impaurito”. Tale sentimento di preoccupazione/apprensione investe la persona nella sua globalità.

«Sono preoccupato e non riesco a capire perché» è una tipica espressione della persona ansiosa e ancora: «mi sembra che le cose vadano bene, non riesco a capire come mai mi sento così agitato….in fondo non ho motivi…va tutto bene…eppure non mi sento tranquillo». La persona ansiosa ricerca nella sua vita quotidiana stimoli, eventi o cause che razionalmente possano giustificare la sua condizione e spesso, non riuscendone a trovare alcuna, non riesce a trovare possibili soluzioni che allontanino lo stato di tormento. Il fatto è che, nel caso dell’ansia, i motivi si trovano all’interno del soggetto stesso, sepolti nel suo inconscio, e spesso hanno radici in esperienze molto primitive della sua vita psichica e relazionale.

Una prima importante distinzione riguarda l’ansia come stato e l’ansia come tratto, anche dette rispettivamente ansia critica e ansia cronica. Nell’ ansia di stato (l’ansia critica) i sintomi sono legati ad un particolare momento, ad una specifica situazione, ad un particolare stato appunto; l’ansia di tratto (ansia cronica), invece, costituisce un aspetto stabile della personalità, in cui l’individuo tende ad utilizzare strutture cognitive che attivano i sistemi emozionali anche per stimoli esterni o psicologici di lieve entità, come se fosse più sensibile, come se avesse la “soglia di allarme” più bassa della media. Impariamo a distinguere l’ansia da altre condizioni apparentemente simili, ma sostanzialmente molto differenti. Cerchiamo, dunque, di capire insieme quello che l’ansia “non è”. Riprenderemo il nostro viaggio nel prossimo numero.

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