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Categoria: Opinioni

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di Natalino Natoli*

Un viaggio nel pianeta “ansia”

“Arriva nella nostra vita quell’incontro misterioso in cui qualcuno riconosce chi siamo e cosa possiamo essere,
innescando il circuito della nostra massima potenzialità”
(Rusty Berjus)

Conclusioni. Con un po’ di ansia siamo giunti al termine di questo viaggio. In tanti momenti l’ansia c’è stata di grande aiuto, ci ha mantenuto alto il livello di attenzione, di concentrazione e di attività mentre in altri momenti ci ha creato dei malesseri, una costante preoccupazione a fare e a dire quello che sentivo veramente di voler esprimere in questo lavoro, un blocco che confondeva le idee, i pensieri e paralizzava le dita sulla tastiera del computer. Tutto ciò per dire che siamo convinti, al termine di questo viaggio, che esiste un’ansia sana, come motore della vita e della creatività e che esiste un’ansia malsana che può appesantire l’azione, i pensieri e le emozioni.

E’ stato più volte rilevato come sottile sia il limite tra normalità e patologia: senza rendersi conto si può passare dal vissuto di serenità, tranquillità, a quello di ansia, confusione, dramma. Esiste, infatti, un costante dialogo non solo tra il corpo e la mente ma anche tra pensieri e sentimenti i quali indubbiamente sono responsabili di cambiamenti che possono trasformare la vita di una persona da inferno a paradiso e da paradiso ad inferno.
Tutti noi sappiamo che qualsiasi malattia porta con sé dolore e sofferenza, siamo coscienti che quando ci fa male la testa o lo stomaco ci dobbiamo prendere un farmaco antidolorifico e poi il dolore passa perché sappiamo come e dove intervenire , ma quando dobbiamo fare i conti con una quantità enorme di sintomi senza conoscerne l’origine, tutto diventa difficile e complicato.
L’ansiolitico e/o l’antidepressivo non basta.
Abbiamo bisogno anche d’altro.

Proprio per questo motivo, il nostro modesto contributo ha l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti del problema “ansia”, con la speranza che chi si riconosce come persona ansiosa possa, attraverso una diagnosi precoce e un conseguente intervento tempestivo, ritrovare l’equilibrio e il benessere originari.
E’ nostra convinzione che, per vivere una vita tranquilla e serena, è di notevole importanza sapersi osservare, conoscere, ri-conoscere i propri bisogni e perseguirli senza conflitti particolarmente difficili da gestire. Qualora l’ansia e la paura sembrano sopraffarci può, comunque, essere di notevole conforto sapere che esistono diversi strumenti e modalità che possono darci una mano. 

Non ci siamo prolungati a sviluppare concetti prettamente tecnici sull’argomento essenzialmente per due ordini di motivi: il primo riguarda la finalità stessa del presente lavoro che vuole essere una guida più pratica che teorica; il secondo riguarda la consapevolezza che esistendo già una vastissima e ricca letteratura sull’argomento che pensare ad un ulteriore rimescolamento della pentola sarebbe servito solo a ricoprire di inchiostro pagine di carta.
Siamo giunti al termine di questo viaggio e speriamo veramente che, seppur nello spazio di poche pagine, siamo riusciti a dare almeno una chiara visione di quanto si muove dentro e intorno all’ansia.

Sentirsi adeguati e in grado di far fronte agli eventi che normalmente si presentano davanti l’uscio di casa, quando usciamo per andare al lavoro, al cinema, a fare una passeggiata, etc. significa star bene con se stessi e con il mondo esterno.
Nella presente trattazione abbiamo abbondantemente dimostrato che apparentemente l’ansia colpisce chiunque e senza un chiaro motivo, anzi il più delle volte, tutto nella vita del soggetto si muove in un binario particolarmente positivo.
Addirittura l’avanzamento di carriera sul versante lavorativo, una vincita, una notizia piacevole, possono provocare in un individuo una reazione emotiva e fisica negativa, tanto da stupire e preoccupare chi ci sta vicino.
Psicofarmaci e psicoterapia risultano essere un binomio inscindibile per affrontare con una elevata possibilità di successo il complesso fenomeno dell’ansia.
Trattando in modo approfondito tale complesso fenomeno siamo giunti alla conclusione descritta dal Prof. Luigi Cancrini che parlando degli “Esami utili e inutili” ha concluso il suo ragionamento nel modo seguente: “L’illusione di trovare una spiegazione neurologica per tutti i sintomi psichiatrici è difficile da superare. Familiari e pazienti “preferiscono” trovarsi di fronte a cause obiettive, organiche, che li liberano da sensi di colpa forse ingiustificati ma non per questo meno penosi.Medici e neurologi si sentono spesso sedotti dalla possibilità di riportare alla loro sfera di competenza problemi che invece non lo sono.
La ragione più importante per il mantenersi di pratiche culturalmente del tutto ingiustificate è tuttavia di ordine economico.

Elettroencefalogramma e Tomografia assiale computerizzata (TAC), Risonanza magnetica nucleare (RMM) e test sono esami costosi che servono a un numero limitato di persone.
Farli a pazienti che presentano problemi psichiatrici non è utile alla loro salute. E’ utile però, in pratica, per ammortizzare i costi delle apparecchiature e per far fruttare, sulla pelle dei pazienti, i capitali investiti nell’acquisto di macchine utili in altre situazioni.
Il discorso non riguarda del resto solo questo tipo di esami specialistici. Moltissimi sono in realtà i pazienti che potrebbero essere aiutati da un intervento di tipo psicologico e che affollano invece gli ambulatori medici e, a volte, chirurgici.
Quando l’ANSIETA’ di un individuo si esprime attraverso il linguaggio del suo corpo, spesso il sistema sanitario dà risposte superficiali, costose e, soprattutto, inutili.
Invio, di cuore, un caro saluto a tutti i lettori del Notiziario delle Isole Eolie.

Ringrazio sentitamente il direttore Bartolino Leone per aver ospitato nel Notiziario il viaggio nel pianeta Ansia. Mi auguro di aver fatto cosa gradita a quanti si sono interessati, senza ansia patologica, alla conoscenza di questo fenomeno molto complesso che si chiama ansia.Infine lascio il mio cellulare per coloro che fossero interessati a contattarmi per eventuali chiarimenti o consulenze sia telefonicamente, sia in videochiamata o direttamente quando sarò a Lipari-Quattropani dove si trova il mio cuore.

cell. 3388819911 email. Natoli.n@tiscali.it

Psicologo – Psicoterapeuta – Pedagogista Docente di Psicologia –Universita’ degli Studi di Roma

NOTIZIARIOEOLIE.IT

10 MARZO 2021

LE INTERVISTE DE “IL NOTIZIARIO” agli emigranti eoliani. Natalino Natoli, Psicologo – Psicoterapeuta – Pedagogista

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Un viaggio nel pianeta “ansia” Come e’possibile liberarsi dall’ansia

Le parole possono aiutare, sono come le medicine?
Dipende, anche una medicina sbagliata può danneggiare il corpo; così come la scelta di una buona parola può aiutare la psiche a funzionare e lavorare meglio.
“Durante la guerra un ufficiale dell’esercito giapponese fu fatto prigioniero.
Egli era terrorizzato da quanto avrebbero potuto fargli i nemici e così non riusciva a dormire.

Nel bel mezzo della notte, gli tornarono alla mente le parole del suo maestro zen: - Il domani non è reale. L’unica realtà è il presente”.
Non appena divenne consapevole della verità contenuta in queste parole, l’ufficiale riuscì ad addormentarsi.
Ridivenne una persona in grado di “essere”. Nel presente.

“Prima vedevo solo in bianco e nero, ora vedo il mondo colorato”, la signora quando era giunta in psicoterapia aveva bisogno di essere accompagnata perché non riusciva ad uscire di casa da sola essendo preda del terrore di potersi sentire male per strada. Presentava chiaramente un’agorafobia.

Durante il corso del processo psicoterapeutico non solo era riuscita a fare a meno dell’ accompagnatore, ma erano sensibilmente diminuiti il senso di apprensione, di agitazione, paura di perdere il controllo, paura di morire, etc. al punto che al generale senso di pessimismo si era sostituita una visione più realistica di se stessa e del mondo esterno vissuta nei suoi colori naturali.

Illuminare il viale della vita con i suoi piccoli eventi di ogni giorno, dare il giusto significato a ciò che accade, sviluppare un continuo adattamento all’ambiente circostante, sono alcuni dei tasti che vengono battuti durante il trattamento. Oltre a scandagliare le zone più profonde della psiche, non si deve sottovalutare la necessità di far luce su zone indubbiamente più superficiali ma non per questo meno importanti.

Ci riferiamo alla semplice gestione della vita giornaliera che va dal momento in cui la persona si alza dal letto al mattino, fino a quando non va a dormire la sera.
“La mia giornata è di 18 ore di sveglia e 6 di dormiveglia”, precisava una donna in psicoterapia quando descriveva la fatica di dover fronteggiare tutti i sintomi legati all’ansia; “vorrei tanto vivere dei momenti di pace e di tranquillità, ma ho capito che solo la morte mi guarirà”.

Come risulterà chiaro agli addetti ai lavori , ci siamo tenuti lontani o meglio solo nei paraggi dei vari orientamenti psicoterapeutici disponibili nello scenario psicologico. Tale scelta è dettata dal taglio di carattere generale con cui il presente lavoro è stato concepito.
Restiamo comunque convinti che la psicoterapia è il trattamento d’elezione, senza la quale non è possibile rimuovere le cause che si trovano dietro i sintomi che il paziente presenta.
Nell’appendice abbiamo elencato alcuni degli orientamenti psicoterapeutici esistenti e un breve commento descrittivo, in modo da poter fornire al lettore la possibilità di orientarsi più facilmente e soprattutto di poter scegliere un percorso tra i tanti possibili.

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

Dr. Prof. Natalino Natoli Psicologo – Psicoterapeuta – Pedagogista Docente di Psicologia –Universita’ degli Studi di Roma cell. 3388819911 email. Natoli.n@tiscali.it

ART.29 Come e’possibile liberarsi dall’ansia

Non si può chiamare “resistenza” alla psicoterapia da parte del paziente, quella che è, a nostro modestissimo parere, una difficoltà a stabilire un progetto terapeutico che, in una prima fase, deve accogliere il bisogno del paziente di essere compreso nel suo malessere e aiutato a capire e ad affrontare i suoi sintomi. Solo dopo aver affrontato tale periodo è possibile permettere al “curato” e al “curante” di potersi occupare di ciò che si muove dentro il mondo psicologico e dei meccanismi intrapsichici e interpersonali propri della vita del soggetto che hanno causato l’insorgenza dei sintomi.

Indubbiamente la varie resistenze al processo psicoterapeutico possono presentarsi durante il trattamento e vanno affrontate all’interno di quella che è la relazione tra paziente e terapeuta.

Credere di star bene fisicamente aiuta notevolmente il soggetto ansioso.

“Ho il pallino dei sintomi, perché il mio corpo sta male, penso di poter morire da un momento all’altro e sento un grande vuoto dentro e fuori di me”, per diversi mesi la paziente si era “impantanata”, “incollata”, dentro il suddetto ragionamento e niente e nessuno riusciva ad aiutarla a cambiare il dialogo interno.

Dopo alcuni mesi di trattamento durante una seduta si è presentata in terapia sostenendo che finalmente aveva capito che i pensieri assurdi che la “balenavano” nella mente e tutte le spiegazioni che si dava non facevano che peggiorare il suo malessere e che, forse, per liberarsi dall’ansia, doveva adottare un’altra strategia.

Effettivamente da quel preciso momento sono iniziati i cambiamenti nell’organizzazione della sua vita: “Ora sono io a decidere e non lascio più la mente a ruota libera, ma la guido e la gestisco usando la mia volontà”.

Una signora incinta di 3 mesi è preoccupata di trasmettere l’ansia al proprio feto sostenendo che tutto il fastidio si concentra sull’addome e che lei è spaventata all’idea che il “bambino mi possa morire”.

Contenuti mentali, ragionamenti, immagini e rappresentazioni mentali influenzano profondamente lo stato emotivo del soggetto.

A seguito della distorsione percettiva della realtà, il soggetto durante il trattamento psicoterapeutico impara che la realtà non è pericolosa di per sé, ma è lui stesso che la vive e la considera carica di minacce.

Mente ed emotività non sono affatto dimensioni separate o antitetiche, anzi è ormai chiaro a tutti che esiste uno stretto collegamento che si riflette direttamente sullo stato di salute di un individuo.

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

 

Come e’possibile liberarsi dall’ansia

Un momento in cui si ha tanta paura, sia della vita che della morte, e si ha definitivamente la sensazione di essere finiti nel baratro da cui non è più possibile risalire.

Il pessimismo, l’allarmismo e la disperazione hanno preso il posto della ragione e della speranza e la vita ha perso ogni vero significato.

Invece non è affatto così, anzi forse tale drammatico momento va considerato come un riscatto da un sistema di vita sbagliato, o che presenta dei lati che andrebbero cambiati. Accettare quindi di star male significa ragionare sulla reale possibilità di dover apportare dei cambiamenti nel proprio sistema di vita e di valori; significa probabilmente risolvere una serie di conflitti con se stessi e con il mondo; significa recuperare forze e risorse per poter guardare in avanti con gli occhi della consapevolezza e del benessere.

In un momento così difficile riuscire ad accettare un ragionamento positivo e di speranza diventa per la persona ansiosa un altro peso da sopportare, perché non ci riesce, perché veramente non ci crede. Crede solo al fatto di stare mal e di ciò ha le prove: non riesce a mangiare, a dormire, non riesce ad uscire di casa per andare a lavorare o per andare a fare una gita di piacere, al cinema, al teatro, al ristorante.

Deve stare solo in luoghi sicuri, protetti, con la presenza di qualcuno che, all’occorrenza, lo aiuti, lo assista.

L’ansia è spesso legata ad una specifica paura riconoscibile e consapevole, con un nome e un cognome, ma il più delle volte nasconde una preoccupazione molto profonda che il soggetto non riesce a definire e che diventa durante il corso del trattamento psicoterapeutico oggetto di analisi.

I pazienti ansiosi spesso si sentono costretti a chiudere gli occhi, non vedere, restarsene chiusi in casa, perché si sentono bloccati, immobilizzati solo dai pensieri e dal sentimento della paura; paura di tutto e di tutti.

Paura di vivere e vivere con la paura.

Immaginare di stare dentro un corpo malato, fantasticare di avere la mente che stà per diventare pazza, sono i nemici più crudeli che assillano l’ansioso il quale vive aspettando, da un momento all’altro, un nuovo attacco di panico.

“Il mio problema è quello che non posso avere problemi”, dice una signora di 45 anni che si presenta al primo colloquio con due scatole di farmaci (Xanax e Seroxat) e le lacrime agli occhi; “devo guarire a tutti i costi, sono davvero stanca di passare da un medico all’altro, da uno specialista ad un altro”; la signora vuole dire basta.

Per anni aveva dovuto evitare tutte quelle situazioni che la mettevano un uno stato di agitazione, aveva dovuto fare a meno di frequentare luoghi ritenuti pericolosi o dove non era possibile trovare aiuto in caso di necessità.

Quando il paziente ansioso deve frequentare posti nuovi scatta una forte preoccupazione e il più delle volte ricorre all’evitamento e al controllo assoluto delle emozioni come soluzione del problema; è portato a rimandare, ritardare, spostare illudendosi che così potrà stare meglio. “Non vedo e non sento” mentre “penso e parlo molto dentro di me”, precisava la signora convinta che prima o poi sarebbe “uscita pazza”.

“Mi tremano le gambe, come se avessi preso la scossa elettrica”, ripeteva spesso Fabio mentre si toccava la gamba destra e con smorfie di dolore chiudeva gli occhi.

Crediamo che per aiutare una persona ansiosa dobbiamo passare attraverso il suo cuore e la sua mente, aiutandola a modificare gli elementi disfunzionali del suo dialogo interno.

Ma prima di tutto è necessario occuparsi e prendere in carico i sintomi che spingono la persona a chiedere aiuto. Non considerare attentamente tale motivazione produce il più delle volte una interruzione del trattamento psicologico. Il paziente non si sente compreso, capito nei suoi più profondi disagi, timori e non è ancora interessato a lavorare sulle cause che caratterizzano la personalità dell’ansioso.

Effettivamente da quel preciso momento sono iniziati i cambiamenti nell’organizzazione della sua vita: “Ora sono io a decidere e non lascio più la mente a ruota libera, ma la guido e la gestisco usando la mia volontà”.

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

 

La potenza del pensiero muta il destino.

L’uomo semina un pensiero e raccoglie un’azione;

semina un’azione e raccoglie un’abitudine;

semina un’abitudine e raccoglie un carattere:

semina un carattere e raccoglie un destino.

L’uomo costruisce il suo avvenire con

il proprio “pensare” e “agire.

Egli può cambiarlo, perché ne è il vero padrone.

(S. Sivananda)

Non puoi insegnare qualche cosa a un uomo,

puoi solo aiutarlo a scoprirla dentro di sé.

( G. Galilei)

Penso che ognuno debba finalmente

prendersi la sua vita nelle proprie mani.

( A. Miller)

Come e’possibile liberarsi dall’ansia

Abbiamo più volte ribadito che dall’ansia ci si può liberare ricorrendo a tutto ciò che la scienza mette a disposizione, ai rimedi possibili e leciti, indicati dagli specialisti. La prescrizione dei farmaci è ancora oggi la risposta più utilizzata non solo perché è la più rapida e per certi versi la meno costosa, ma soprattutto perché è la più conosciuta.

Il primato spettante alla medicina e ai farmaci trova in tutti noi il più ampio e assoluto consenso, e la sua funzione di cura dovrebbe essere contemplata e integrata all’interno di un discorso più ampio che preveda la presa in carico anche dell’aspetto emotivo e cognitivo della persona.

Ci riferiamo a tutti gli interventi non farmacologici come il sostegno psicologico, la psicoterapia e tutta una serie di altre tecniche ampiamente riconosciute nella loro validità ed efficacia (yoga, biofeedbach, gruppi di auto-aiuto, tecniche di rilassamento, etc.).

Il presente paragrafo ha soprattutto lo scopo di mettersi dalla parte dell’ansioso, di descrivere quanto viene riportato durante i colloqui e/o il trattamento psicoterapeutico, di sottolineare quali e quanti sono i problemi che l’ansioso deve affrontare nella vita quotidiana.

Poter raccontare la “clinica” permettendo a chiunque di capire e di riconoscersi in ciò che realmente accade a chi presenta un disturbo d’ansia, è il motivo principale che anima la presenza del paragrafo.

Le conoscenze oramai acquisite che esistono intorno ai trattamenti non farmacologici per tutti i disturbi ansiosi, permettono oggi agli specialisti di saper rispondere ai tanti interrogativi posti dai pazienti.

E’ facile sostenere che con l’ansia bisogna conviverci; è facile per chi non la vive sulla propria pelle dovendone sopportare il peso della sua ingombrante presenza.

Ciò premesso, diamo voce a quanti si rivolgono agli psicoterapeuti per chiedere aiuto.

   “Ho 31 anni e voglio uscire dal tunnel dell’ansia”, con queste parole una giovane donna, madre di due bambini, esordiva entrando nella stanza per il primo colloquio clinico.

Durante i successivi incontri la paziente ha gradualmente trovato il bandolo della matassa sciogliendo i tanti nodi che si erano formati nel corso della sua vita.

“Per me non esistono quattro stagioni, ma una: quella dell’ansia e non penso oggi per domani, ma vado troppo avanti nel tempo della disperazione e del dolore.

Ci sono i miei figli e mio marito che pagano anche loro per me”. Le parole toccanti che abbiamo riportato non lasciano dubbi su quanto sia profonda la ferita che l’ansia produce nella vita di una persona.                

Curare il corpo non basta e quando ci si limita a farlo, il disturbo il più delle volte non scompare, anzi tende alla cronicizzazione.

Cercare le vere motivazioni che stanno alla base delle difficoltà psicologiche dell’individuo, comprenderne i vissuti emotivi e aiutarlo a cambiare o modificare la sua realtà interpersonale e ambientale, sono gli obiettivi che si propone il trattamento psicoterapeutico.

La complessità delle cause e dei meccanismi che determinano le condizioni di malessere generale, richiede durante il trattamento un forte impegno di collaborazione e di alleanza tra il paziente ansioso e lo psicoterapeuta.

Comprendere i tre ambiti di intervento che vanno da quello psicoterapeutico, a quello interpersonale ed a quello farmacologico, assicura la messa in funzione di un “cordone sanitario” di cui il paziente ansioso ha bisogno per poter uscire dall’ansia.

Soltanto un intervento integrato fra questi 3 livelli può fornire una buona garanzia di risoluzione del fenomeno “ANSIA”.

Un buon trattamento psicoterapico, indipendentemente dall’indirizzo seguito, dovrebbe aiutare il paziente ad acquisire una maggiore consapevolezza, coscienza e conoscenza di come funziona la sua personalità, del suo modo di essere e di vivere.

Inoltre il paziente dovrebbe acquisire e sviluppare tutta una serie di mezzi, di strumenti, “pronti per l’uso”, attraverso i quali fronteggiare le situazioni o le difficoltà che man mano si presentano.

Non è sbagliato o esagerato affermare che la persona deve disporre degli anticorpi necessari a gestire tutti i nemici presenti dentro e fuori di sé.

Quindi la psicoterapia può essere considerata come un vaccino i cui anticorpi sono in grado di combattere i virus, così come si fà per le malattie esantematiche.

Sono infatti senza numero gli eventi dell’esistenza, a volte anche quelli apparentemente banali, che possono portare tensione e preoccupazione.

Vivere di luce riflessa, rinunciare ad essere protagonista della propria vita, adattarsi compiacendo il mondo esterno, evitare di affrontare gli ostacoli della vita quotidiana, delegare agli altri la soddisfazione dei propri essenziali bisogni, ci rende individui non autorealizzati, deboli ed esposti a tutte le influenze esterne.

L’individuo che pensa di aver raggiunto alcuni traguardi che rendono in parte realizzato il suo progetto di vita, potrebbe abbassare il livello di piacere e di partecipazione per riposarsi in uno stato di calma piatta.

L’ansia allora è un chiaro campanello d’allarme, un potente segnale che indica alla persona e all’ambiente in cui vive che il corpo e la psiche stanno male, che bisogna fare qualcosa, rivolgersi ad uno specialista, al proprio medico, o comunque a persone che siano veramente in grado di dare delle risposte giuste e scientificamente corrette e valide.

Quando si accende il semaforo rosso vuol dire che bisogna fermarsi, capire e trovare il binario giusto per affrontare un momento della vita in cui tutto sembra perduto, strano, doloroso, faticoso e pesante.

 

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

 

Liberarsi dall’ansia e’ possibile

Convinti come siamo che liberarsi dall’ansia è possibile, vorremmo citare il passo di Beck e Emery i quali in un loro noto libro sull’ansia e le fobie a pag. 352 affermano che: “Una delle cose più importanti da imparare per una persona gravemente ansiosa – e da richiamare alla mente nei momenti critici – è che i sintomi che sta sperimentando non sono pericolosi. Il polso che corre o il cuore che batte, le vertigini o la nausea, il desiderio di gridare o piangere o battere sul tavolo, nessuna di queste reazioni fisiche o emotive indica che la persona è pericolosamente malata o sta per diventare pazza. Sono spiacevoli. Sono fastidiose. Possono però essere tollerate fino a che vanno via. E andranno via”.

Tale affermazione potrebbe risultare rassicurante e semplicistica, dettata essenzialmente dal bisogno di tranquillizzare il paziente ansioso.

In verità noi siamo totalmente convinti che tutti i sintomi che la persona sta sperimentando non solo non sono affatto pericolosi, ma sono utili per liberare il corpo e la mente dall’energia in eccesso che si è accumulata per varie ragioni.

Sancire un accordo con la persona che abbia alla base una tale convinzione, permette alla mente di funzionare meglio. Ridurre l’amplificazione legata alla paura di avere paura dei sintomi è già un’ottima medicina che la mente dispone per avviare un processo di guarigione.

Quindi liberarsi dall’ansia è possibile, a condizione di seguire un buon “programma” che deve prevedere tutti i passaggi importanti per arrivare alla meta, all’obiettivo del benessere e della salute psicofisica.

Invece, in questi ultimi anni si è assistito ad un notevole incremento dell’utilizzo di ansiolitici, meglio conosciuti come “calmanti”, il cui uso o abuso si è spinto fino all’autoprescrizione nel senso che o la persona li chiede al vicino di casa o gli viene dato da altri ansiosi, o se li ritrova in casa nell’armadietto dei vari farmaci del “non si sa mai”, nei momenti di crisi; altre volte accade che la persona, una volta avuta la prescrizione del medico, non sempre la segue secondo le indicazioni ma assume il farmaco in base ai sintomi o a come si sente in quel momento passando dalla sospensione per giorni, all’assunzione in dosi massicce solo quando il sintomo si fa insopportabile.

Il “fai da te” è diventato un comune salvagente dentro cui chi soffre di disturbi d’ansia si va ad infilare nella totale convinzione di poter affrontare e risolvere il problema.

Per concludere la riflessione e il ragionamento che abbiamo dedicato alla certezza che è possibile liberarsi dall’ansia, vogliamo sinteticamente ricordare che i possibili passaggi o meglio ancora i percorsi da seguire per la liberazione dall’ansia prevedono:

  1. rivolgersi al proprio medico di famiglia per considerare o escludere cause di tipo organico;
  2. consultare eventualmente uno specialista dietro consiglio del proprio medico;
  3. effettuare eventuali approfondimenti clinici e/o di laboratorio indicati dai medici;
  4. seguire scrupolosamente la terapia farmacologia prescritta dal medico;
  5. rivolgersi ad uno psicoterapeuta che abbia una specifica competenza per questo tipo di disturbi;
  6. accettare la psicoterapia non come prima o ultima spiaggia, ma con la consapevolezza e la convinzione che la psiche sta male come il soma e che è proprio dentro di essa che bisogna ricercarne la cause; accettare i sintomi ritenendoli, paradossalmente dei veri e propri amici, grazie ai quali il soggetto avvia e attiva tutti meccanismi per affrontare l’ansia;
  7. seguire il trattamento psicoterapeutico con fiducia e rispettandone i tempi del processo;
  8. verificare la validità dei trattamenti seguiti in relazione ai cambiamenti sperimentati man mano che si procede;
  9. non interrompere improvvisamente né il trattamento farmacologico né quello psicoterapeutico, credendo di stare meglio o bene, ma parlarne prima con gli specialisti;
  10. credere fermamente che si è personalmente protagonisti e responsabili di ciò che si sta facendo e vivendo.

Vorremmo concludere affermando che liberarsi dall’ansia è possibile, come guarire dal raffreddore, è possibile uscire dal tunnel della sofferenza e dell’angoscia di vivere. Ciò non è solo un’ affermazione di speranza, ma la convinzione che il corpo e la mente dell’essere umano contengono il laboratorio e la farmacia più fornita che esiste al mondo, dove ci sono tutti i farmaci di cui si ha bisogno per affrontare qualsiasi tipo di virus con cui si viene in contatto.

Farsi aiutare e soprattutto aiutarsi a farsi aiutare diventa il binario più sicuro da seguire perché dall’ansia è possibile liberarsi.

 

 

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

Dr. Prof. Natalino Natoli Psicologo – Psicoterapeuta – Pedagogista Docente di Psicologia –Universita’ degli Studi di Roma   cell. 3388819911 email. Natoli.n@tiscali.it

Un giovane uomo andò a trovare un amico e trovandolo triste disperato gli chiese: «Perché ti senti così depresso?». «In verità non lo so – rispose l’amico – è una sensazione che mi porto dentro da quasi una settimana».«Se vuoi un consiglio – riprese il giovane – prova a pulire la finestra del tuo cuore e vedrai che ti sentirai meglio».

L’amico lo guardò stupito ed esclamò: «Cosa dici? »

«Tu fai dipendere la felicità sempre da qualcosa o da qualcuno, da un avvenimento bello o da un avvenimento brutto.

Ma la vera felicità è dentro di te, dentro il tuo cuore. Non ricercarla al di fuori di te stesso».

(De Mello).

Liberarsi dall’ansia e’ possibile

Le ricerche epidemiologiche hanno evidenziato che il 9% degli uomini e il 18-20% delle donne, presentano nell’arco della loro vita uno o più episodi di attacchi d’ansia.

Abbiamo già chiarito che esistono delle strette e inestricabili correlazioni tra psiche e soma, tra la mente e il corpo, che funzionano non come entità a sé stante e separati, bensì come aspetti funzionalmente diversi ma indissociabili di quell’unica realtà che è la persona.

La maggior parte della gente trascorre il tempo a rimpiangere il passato o a temere il futuro, dimenticando che la vita è in gioco adesso.

E’ importante vivere nel “qui” ed “ora”.

Molti anni fa, viveva a Baghdad una mistica alla quale i suoi discepoli chiesero quale fosse il primo passo per raggiungere la virtù dell’accettazione e della pazienza nella vita. «Smettete di lamentarvi », rispose.

Dapprincipio i suoi discepoli rimasero piuttosto delusi di non aver ricevuto un consiglio più profondo e spirituale, ma in qualche modo le parole continuavano a risuonare nelle loro orecchie tanto che ogni volta che nasceva in loro l’impulso di lamentarsi, essi meditavano su quelle parole di saggezza e comprendevano che, finché non avessero smesso di lamentarsi, sarebbe stata una perdita di tempo pensare di acquisire la pazienza e la saggezza.

“Mi sento nervosa, agitata, disposta come un missile pronto a partire per i cieli infiniti”, immagine suggestiva che la paziente “x” forniva di se stessa, per descrivere lo stato emotivo in cui si trovava; un’altra affermava: “mi sento piena d’aria nello stomaco e faccio pensieri da cesso”.

Come mi sento? “Mi sento costantemente in pericolo e non in grado di affrontare le semplici e comuni situazioni della vita di ogni giorno; mi sento inadeguato, debole fisicamente e mentalmente; mi sento solo, incompreso, poco considerato, se non addirittura colpevolizzato per aver contratto una sorta di condanna senza sapere quali e quanti peccati ho commesso”, asseriva un paziente durante una seduta.

E’ un vero e proprio assedio quello che vive il soggetto ansioso, di giorno e di notte, non gli è consentito di vivere attimi di tranquillità perché le tre dimensioni temporali (passato, presente, futuro) sono contaminate dalla costante presenza di una minaccia che incombe nella sua vita e non gli lascia tregua, respiro, pace.

Il timore che un’altra crisi si possa presentare da un momento all’altro alberga costantemente nella testa di una persona ansiosa, costretta in questo modo a limitare il proprio spazio di vita e la propria libertà personale.

E’ vero che se da una parte l’ansioso vuole la libertà dall’altro vuole essere liberato dalla libertà.

Se libertà vuol dire rischiare di poter star male, allora è meglio starsene a casa o in luoghi ritenuti sicuri e se poi è proprio necessario uscire si può fare solo se accompagnati da una persona ritenuta sicura e fidata, in grado di poter intervenire in caso di necessità.

 

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

“Il significato delle cose non sta nelle cose stesse ma nel nostro atteggiamento verso di esse”
(A. De Saint-Exupery)
Moi Dio …sono libero.
Liberatemi dalla libertà.
(P. Claudel)
L’esperienza non è ciò che accade ad un uomo.
È quello che un uomo fa con ciò che gli accade.
A. Huxley

Liberarsi dall’ansia e’ possibile

Siamo arrivati alla stazione più importante e per certi versi impegnativa di questo viaggio intorno all’ansia.
Ora si tratta di rispondere a tutta una serie di interrogativi, dubbi, esigenze, bisogni e fantasie con cui il soggetto ansioso deve fare i conti.
Intanto vuole sapere su quale treno sta viaggiando, da dove è partito e soprattutto dove andrà e cosa succederà mentre si trova in viaggio.
Vuole sapere perché è dovuto partire, se stava bene dove stava, perché improvvisamente senza avere il tempo di prepararsi si è trovato seduto sul treno a disperarsi. 

Vuole sapere perché da un momento all’altro è preso dal bisogno di scappare inseguito dal terrore di poter star male, di svenire per strada, di essere solo senza che nessuno si prenda cura di lui, di poter morire.

Mai aveva provato una cosa del genere e poi tutto senza motivo; neanche i temporali arrivano senza lampi e tuoni, allora perché l’ansia attacca in questo modo alle spalle con una lama che penetra nel corpo e nella mente?
Perché proprio ora che tutto sembrava andare bene? Perché proprio a me ? 

Una persona che ha raggiunto un buon livello di autorealizzazione nei vari ambiti della vita, perché si dovrebbe ammalare d’ansia?
Perché se a casa, al lavoro, con gli amici, tutto funziona abbastanza bene, una persona sta male senza riuscire a dare una spiegazione logica e razionale? 

E’ altrettanto vero che, anche se per un tempo limitato e contenuto, tiri la prima pietra chi non ha dovuto fare i conti con le “tenaglie” di alcuni sintomi: “palpitazioni”, “soffocamento”, “nausea”, “sensazioni di svenimento”, “paura di morire o di impazzire”, etc. che si muovono subdoli percorrendo i meandri della mente e del corpo con i suoi complessi meccanismi.

A volte è sufficiente un piccolo incidente automobilistico, la malattia di una persona conosciuta, la perdita di un parente, il cambiamento della propria abitazione, una difficoltà lavorativa o affettiva a farci precipitare in uno stato di forte tensione e apprensione. 

Altre volte è sufficiente fantasticare un pericolo o una minaccia verso cui il soggetto avverte un senso di inadeguatezza o di impotenza. Basta immaginare che si potrebbe presentare un problema, schiocco e banale, per far emergere uno stato di completo malessere.
Si presentano allora dei disturbi del normale stato di salute nella direzione delle distonie neurovegetative.

Ogni essere umano di per sé, per il tipo di vita che conduce, è naturale che sia esposto ad una infinita serie di stimoli ansiogeni verso i quali è necessario sviluppare un atteggiamento sano e razionale, in grado di produrre i cambiamenti per rendere soddisfacente l’adattamento alla vita reale.

 

 

Sede sua propria è la mente,
ove può fare dell’inferno un paradiso,
del paradiso un inferno.
(J. Milton)

Dal pronto soccorso allo psicologo, passando dal mago
Maghi, cartomanti, pranoterapeuti, veggenti abbondano sulla piazza delle credenze popolari, con le loro accattivanti proposte ed offerte di formule magiche, filtri, intrugli, amuleti, potenti e spettacolari in grado di togliere ogni genere di malocchio, di “fatture”, e di scacciare via dal corpo e dallo spirito il diavolo che sta dentro la persona e che si è impossessato della sua vita.
Una possibile spiegazione di una siffatta pratica così ampiamente utilizzata (come purtroppo dimostrano i fatti di cronaca) da persone anche dotate di un buon livello intellettivo, sta proprio nella difficoltà di trovare una spiegazione plausibile in grado di rispondere al “perché sto male?”.
A volte ci si lascia andare al fascino dell’occulto e del misterioso, perché così sarà sufficiente aspettarsi un intervento, un aiuto dall’esterno, per cui il mago, l’indovino e perché no un miracolo prima o poi porranno fine alla profonda sofferenza che non può e non deve trovare una logica spiegazione nel funzionamento della psiche.

Tale entità spaventa molto di più di ogni altro rimedio compreso quello delle erbe, non solo i prodotti venduti dalle farmacie e in negozi specifici, ma anche quelle trovate nei campi, che negli ultimi anni stanno sostituendo persino il farmaco.
Bene, nei casi in cui il paziente sia passato indenne dalla complessa rete di meccanismi ad uso ed abuso di tipo essenzialmente commerciale, una volta esaminato, valutato e completato il quadro clinico relativamente al corpo del soggetto, diventa egualmente necessario occuparsi del suo quadro psicologico e in particolare del funzionamento della sua personalità, della sua storia infantile e adolescenziale, dello sviluppo psicosessuale e della relazione con i genitori e soprattutto con il tipo di educazione ricevuta.

Altri fattori da non trascurare riguardano l’attività lavorativa, lo stato socio-economico, il rapporto con l’ambiente in cui il soggetto vive e i suoi rapporti affettivi, emotivi e sessuali.
Un’attenzione particolare deve essere data alla storia dei disturbi e dei sintomi segnalati dal paziente, l’inizio, il luogo, la durata e il rapporto che ha con il proprio corpo. Riveste una notevole importanza capire il dialogo interno del soggetto, l’idea che ha di se stesso e del mondo, e con quali pensieri e sentimenti entra in contatto più spesso.
Lo stile di vita, i rapporti intrafamiliari, l’area sociale, l’ambiente lavorativo, il rapporto con lo spazio e il tempo, la gestione dei pensieri e dei sentimenti, e via dicendo, costituiscono tutti i pezzi di un puzzle che deve essere ri-composto.

E’ necessario aiutare la persona ansiosa ad accendere una lampadina dentro la sua testa in modo da poter illuminare quelle zone di oscurità responsabili dello stato di confusione, disagio, malessere e di continuo allarme in cui la persona vive.
Sono zone che tutti ci portiamo dentro, dove abbiamo riposto ciò che ci ha fatto male, ciò che ci ha fatto soffrire, ciò da cui ci dobbiamo difendere, dimenticando.
Attraverso il famoso meccanismo di difesa della rimozione noi lasciamo cadere, nelle zone più profonde della nostra coscienza, tutto quel materiale che si vuole dimenticare chiudendolo a chiave nella cassaforte della nostra psiche.
Quando per motivi esterni o stimoli interni si riapre lo scrigno tutto o parte dei contenuti depositati può emergere e uscire allo scoperto, alla luce del sole colpendo il corpo e la mente.

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Psicologo – Psicoterapeuta – Pedagogista Docente di Psicologia –Universita’ degli Studi di Roma

NOTIZIARIOEOLIE.IT

10 MARZO 2021

LE INTERVISTE DE “IL NOTIZIARIO” agli emigranti eoliani. Natalino Natoli, Psicologo – Psicoterapeuta – Pedagogista

Un viaggio nel pianeta “ansia”

Di regola, ciò che non si vede

disturba la mente degli uomini

assai più profondamente

di ciò che essi vedono.

(G. Cesare)

ART. N. 22 Dal medico al pronto soccorso

L’ansia si presenta come un disturbo molto complesso dalla doppia faccia, la stessa medaglia che da una parte vede la psiche e dall’altra il corpo, interessati entrambi ai diversi malesseri che essa sprigiona. Malesseri innanzitutto fisici ed ecco perché il soggetto si rivolge giustamente al medico: il suo corpo sta male e ha bisogno di essere curato, perché i fastidi segnalati sono tali e tanti che coinvolgono a livello funzionale tutto il sistema neurovegetativo.

E’ compito del medico saper effettuare una corretta e opportuna diagnosi differenziale tra disturbi d’ansia “sine materia” (cioè senza un motivo apparente e spiegabile) e quelli relativi invece a disfunzioni di un organo (es. patologie a carico della tiroide, etc.). Una diagnosi corretta, basata su risultati strumentali ed esami di laboratorio, permette al medico di prescrivere una terapia giusta ed efficace.

Gli studi dei medici e specialisti della materia sono frequentati quasi giornalmente dall’ansioso che vuole dal medico delle risposte allo stato di malessere, ma riceve molto spesso solo l’indicazione di esami clinici da effettuare, un farmaco da ingerire e di stare calmo, di avere pazienza, di riposarsi, di non pensarci e di stare tranquillo perché piano piano tutto passerà.

In passato, come abbiamo avuto modo di dire, una frequente indicazione data dal medico riguardava l’assoluto riposo, in quanto tutto ciò a cui non si riusciva a dare una spiegazione organica andava sotto il nome di “esaurimento nervoso” e quindi era d’uopo consigliare la montagna, luogo di pace, di silenzio e perché no, di meditazione. Una volta ritornati a casa, al lavoro o di fronte al problema, alla difficoltà tutto ricomincia come prima.

L’Ospedale è un altro luogo particolarmente “gradito” all’ansioso che vi si reca quando si “sente male”, per sentirsi dire che è solo una fatto ansioso, ricevere un farmaco ansiolitico (di solito 10/20 gocce di Valium), per poi tornarsene a casa in attesa del prossimo attacco. “Tremo come una foglia” era la frase con cui una paziente si presentava spesso al pronto soccorso e dopo aver ricevuto le dovute rassicurazioni usciva “leggera come una piuma”.

Il tempo di tornare a casa, il tempo che l’effetto placebo finisse, per poi ricominciare con il solito tran tran: sensazioni di fastidio, dolore al petto, tachicardia, sudorazione, nausea, sensazione di svenimento, aumento della pressione arteriosa, etc. e via di corsa all’ospedale ritenuto l’unico luogo di protezione e di salvezza.

Poi ci sono i continui controlli dentro i laboratori clinici dove l’ansioso passa molto tempo a cercare dentro i valori clinici del sangue, dell’urina, delle feci, sottoponendosi alla TAC e alla Risonanza Magnetica, per trovare la spiegazione di ciò che non va nel corpo.

Ottenuti i risultati dei suddetti esami tutto risulta essere nella norma; i valori sono: OK! La persona si sente invece: NON OK! E allora cos’altro bisogna fare? Chi bisogna consultare? Da chi bisogna andare? Quale altra parte del corpo è necessario controllare? Dubbi, interrogativi, domande, ma nessuna risposta, anzi una sola risposta: è l’ansia.

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

Quello che il bruco chiama fine del mondo,

il mondo chiama farfalla”

(Lao-Tse)

Io non lotto contro il mondo, io lotto

contro una forza più grande, come la

mia stanchezza del mondo

(E. M. Cioran)

Non si vede bene che col cuore.

L’essenziale è invisibile agli occhi.

(A. De Saint Exupery

Quando l’ansia diventa un problema

  1. Freud ha affermato che la “patologia è un fatto di quantità”; ciò è particolarmente vero quando parliamo dell’ansia, perché a volte basta che la paura aumenti l’intensità e la frequenza come una goccia che fa traboccare il vaso e si passa da una stato in cui tutto è sotto controllo, normale e funzionale, ad uno in cui tutto sfugge di mano, di disorientamento e di disagio generale del corpo e della mente.

Abbiamo sottolineato che quando l’ansia è presente in un individuo in forma fisiologica lo aiuta ad affrontare meglio e con il giusto livello di attenzione le situazioni con cui entra in contatto. Avvertire un mal di testa una volta ogni tanto non vuol dire soffrire di cefalea o emicrania, se tale disturbo si presenta, invece, cambia il discorso.

Per l’ansioso la vita quotidiana diventa come scalare una montagna piena di ostacoli, di difficoltà, di insidie nascoste, di pericoli in quella che è la strada da percorrere per poter raggiungere il benessere psicofisico ormai perso.

C’è sempre aria di tempesta nella vita di una persona ansiosa, una pioggia costante e continua di pensieri e di emozioni negativi.

I pensieri negativi sono potenti siluri che partono dalla base missilistica cognitiva per andare a colpire la base missilistica emotiva, o viceversa, riversando gli effetti di tale incontro-scontro sull’intera persona.

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

La sindrome mista ansiosa-depressiva

La “Sindrome mista ansiosa-depressiva” si ha quando i sintomi dell’ansia e della depressione sono contemporaneamente presenti, ma non troppo definiti da permettere una specifica diagnosi. Questa categoria diagnostica dovrebbe essere adottata solo in modo transitorio fino al momento in cui, attraverso un maggior approfondimento, non si riesca ad individuare la vera natura della patologia. Del resto abbiamo già potuto vedere come disturbi depressivi sono presenti in molti disturbi d’ansia e come l’ansia sia a pieno titolo un sintomo della depressione; bisogna pertanto cercare di individuare qual’è la matrice principale dei sintomi e capire se si tratta di un “depresso ansioso” o di un “ansioso depresso”.

La reazione acuta da stress

La “Reazione acuta da stress” é un disturbo di rilevante gravità che si sviluppa in un individuo in risposta ad uno stress fisico e/o mentale e che in genere regredisce nel giro di ore o giorni; non é presente alcun altro disturbo mentale manifesto. L’evento stressante può essere una sconvolgente esperienza traumatica, che implica una grave minaccia per la sicurezza o l’integrità fisica del soggetto o di una o più persone a lui care o un cambiamento nella condizione e/o nella rete sociale dell’individuo.

     Il concetto di “Comorbilità”

Un aspetto che, in questa sede, merita attenzione è quello di “Comorbilità” dei disturbi psicopatologici, ovvero la possibilità che una stessa persona possa presentare contemporaneamente più sintomi. Su questo argomento esistono diverse opinioni: alcuni clinici affermano che la frequenza della co-presenza di più disturbi nello stesso individuo sia assai alta, altri molto modesta, altri ancora negano tale possibilità affermando che la presenza di un disturbo di per sé escluda la presenza di altri. In realtà ancora non c’è accordo univoco in tal senso anche se l’osservazione clinica, in base ai criteri del DSM-IV, mette in evidenza che casi di comorbilità sono possibili, soprattutto tra attacchi di panico e disturbi fobici con depressione, disturbo ossessivo-compulsivo e disturbo d’ansia generalizzato.

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

Le sindromi somatoformi

Le “Sindromi somatoformi” sono caratterizzate principalmente dalla comparsa ripetuta di sintomi somatici insieme a continue richieste di indagini mediche, malgrado ripetuti esiti negativi e rassicurazioni da parte dei medici che i sintomi non hanno una base organica. Anche quando sono presenti disturbi somatici, essi non spiegano la natura e l'estensione dei sintomi o l'angoscia e la preoccupazione eccessiva del paziente. I sintomi possono essere riferiti a qualsiasi parte o sistema del corpo. Tra le sindromi somatoformi una posizione particolare è occupata dall'Ipocondria:

Il Disturbo post-traumatico da stress

Il “Disturbo post-traumatico da stress” In questo caso la sintomatologia ansiosa compare a seguito di un evento traumatico di notevole importanza, che non rientra nelle abituali  esperienze della persona: eventi che implicano morte o minaccia di morte, o gravi lesioni o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri; tutti episodi a cui si associano paura intensa, sentimenti di impotenza o di orrore. L’aspetto caratteristico e rappresentato dal ricordo continuo e angoscioso dell’evento subito e dai conseguenti tentativi di evitare ogni cosa o situazione che lo ricordi, spesso con ripercussioni negative sui rapporti sociali e nel funzionamento lavorativo. Il solo ricordo scatena sintomi ansiosi intensi accompagnati da picchi di angoscia, il soggetto è costantemente in stato di allerta, è irritabile, ha difficoltà a concentrarsi, etc.

In alcuni casi il soggetto, per difendersi da questa profonda sofferenza, entra in uno stato di anestesia emozionale, in una condizione di distacco dagli altri con perdita degli interessi alle usuali attività, in una condizione in cui le emozioni, sia esse negative che positive, sembrano non “toccarlo” più; se questa condizione persiste può portare il soggetto ad entrare in depressione e ad isolarsi sempre più dalla vita.

    La Depressione

La “Depressione”, che in realtà non rientra nei disturbi d’ansia ma fa parte dei disturbi dell’umore, la citiamo per meglio comprendere la sindrome mista ansiosa-depressiva che tratteremo successivamente. La depressione si suddivide in due grandi categorie: quelle reattive, e quelle endogene. Le prime sono conseguenti ad un evento spiacevole se non addirittura angoscioso, come la perdita di una persona cara, la perdita del posto di lavoro, una grave malattia, la separazione coniugale, le delusioni amorose, etc. Le depressioni di questo tipo, e cioè collegabili ad un trauma esistente, sono quelle più facilmente recuperabili e la loro recuperabilità è dovuta più che alla medicina al trascorrere del tempo e all’elaborazione del trauma. Forme più difficili da recuperare sono quelle così dette endogene, le quali, comparendo senza motivi evidenti, sono più delicate da trattare e sono in genere collegate a vicende più lontane nel tempo, più sfumate e a fattori ereditari  

e costituzionali; in molte storie di pazienti affetti da questa tipologia di depressione si individuano precedenti in famiglia.

Data la complessità del disturbo rimandiamo il lettore interessato ad approfondire l’argomento su testi specifici.

 

I problemi sono messaggi (S. Gawain)

Quali e quanti sono i disturbi dell’ansia

Abbiamo precedentemente approfondito le motivazioni che spesso portano i medici a fornire, in presenza di una variegata tipologia di sintomi, una generica diagnosi di “ansia”. Attualmente tale diagnosi appare incompleta e insufficiente dal momento che sono stati individuati vari disturbi d’ansia che presuppongono cure diverse e specifiche. Una diagnosi completa deve cercare di decifrare i sintomi, prestare attenzione al contesto relazionale ed affettivo in cui essi si manifestano e valutare un’ampia gamma di altre importanti informazioni. Fare una diagnosi corretta permette di proporre la terapia più adeguata (farmacologica, psicoterapica o combinata), quella cioè che permetterà di raggiungere i risultati migliori nel minor tempo possibile.
Spesso, invece, i pazienti ricevono diagnosi generiche a cui corrisponde una terapia generica, senza alcun consiglio su eventuali abitudini di vita da modificare e senza alcuna spiegazione sulle cause e la natura dei loro disturbi.
Questa approssimazione può essere dovuta ad una serie infinita di ragioni, tra cui una certa confusione sulla distinzione tra l’ansia come stato, come sintomo e come sindrome.

Lo stato d’ansia è quella condizione in cui il soggetto è “stressato”, ovvero manifesta reazioni ansiose accentuate rispetto alla media della altre persone; in questa prospettiva l’ansia diventa patologica quando supera una determinata soglia per cui il livello delle prestazioni peggiora come nel caso dello studente che, durante un esame, non riesce più a dire una parola.
L’ansia come sintomo può essere, poi, un sintomo comune a numerose condizioni cliniche sia mediche (ipoglicemia, tumori, tachicardia parossisitica, tireotossicosi, etc.) che strettamente psichiatriche (depressione, schizofrenia, alcolismo, etc.).
Infine, esistono specifici disturbi che non possono semplicemente essere considerati una accentuazione dei comuni sentimenti d’ansia perché differiscono significativamente dalla norma. Essi sono come caricature dell’originale, caricature delle usuali paure, sentimenti e sensazioni: conservano, cioè, alcuni aspetti degli originali ma essi sono talmente esasperati, sbilanciati nelle dimensioni, stravolti e distorti da assumere quasi una qualità diversa dando origine ad una vera e propria sindrome.
Ecco perché, in un’ottica di completezza, pur rammentando che questo non vuole essere un manuale di auto-diagnosi e di auto-cura, riteniamo opportuno presentare schematicamente la classificazione dei disturbi d’ansia.
I sistemi classificativi attualmente più diffusi sono quello dell’O.M.S (Organizzazione Mondiale della Sanità), giunto alla decima versione: l’ICD-10 -International Classification Disease- e quello dell’American Psychiatric Association, nella quarta edizione revisionata: DSM-IV (Diagnostic Statistical MentalDisorders).
Vediamo ora insieme le caratteristiche dei principali disturbi:
1. Il Disturbo d’ansia generalizzata.
2. I Disturbi fobici.
3. Il Disturbo da attacchi di panico (DAP).
4. Il Disturbo ossessivo-compulsivo.
5. Le sindromi somatoformi.
6. .Il Disturbo post-traumatico da stress.
7. La Depressione.
8. La sindrome mista ansiosa-depressiva.
9. La reazione acuta da stress.
10. Il concetto di “Comorbilità”.
Nel prossimo numero passeremo in rassegna tutti i disturbi sopra indicati.

L’aspetto meraviglioso dell’invecchiare è che non puoi perdere le tue età precedenti
(M. L’Engle)

Prima di revisionare la mentalità dell’anziano, dunque, dovremmo pensare a revisionare la mentalità sull’anziano che ha la popolazione che non è anziana.
La popolazione anziana è tutt’altro che omogenea; al suo interno si possono distinguere almeno 2 fasi:
• la terza età, in cui rientrano gli anziani autonomi, attivi e in buone condizioni di salute (e si fà iniziare convenzionalmente verso i 60-65 anni –pensionamento-vecchiaia sociale) definita “l’età d’oro” e considerata età felice in quanto le persone ormai libere da impegni lavorativi e familiari ma ancora in buona salute potrebbero dedicarsi alla piena realizzazione personale.
• La quarta età: segna l’inizio del decadimento fisico e contempla quelle persone anziane , spesso in precario stato di salute o addirittura in condizioni di dipendenza parziale e/o totale dagli altri (intorno ai 75-80 anni).

C’è da specificar che esiste una sostanziale differenza tra invecchiamento fisico e invecchiamento psicologico. L’efficienza di tutti i sistemi aumenta nel corso dello sviluppo della nascita sino ai 30 anni circa e successivamente cala. A livello psicologico e motivazionale dobbiamo invece considerare come età d’invecchiamento il modo di sentirsi piuttosto che l’età anagrafica. Negli ultimi 20 anni si osservano sempre più persone anziane, anagraficamente, che sono anche più dinamiche e attive dei giovani.
La vecchiaia è una fase critica della vita in quanto l’individuo vive diversi e rilevanti cambiamenti che riguardano il suo corpo, la sua mente e i suoi ruoli familiari e sociali. Egli affronta una riduzione progressiva di competenze, capacità, salute, possibilità di muoversi e di scegliere.
L’ansia, infatti, insieme alla depressione è la causa più comune di problemi psichici nell’anziano e spesso viene nascosta proprio dietro le cosiddette “lamentele stereotipate” tipiche degli anziani che tendono a ingigantire l’importanza di piccoli malanni fisici e a nascondere vissuti emotivi molto spiacevoli.

Tra le persone di età compresa tra i 65 e i 79 anni viene stimato che circa il 79% soffre di ansia, il 4% di depressione e il 10% di forme miste di ansia e depressione.

L’ansia, a volte, può essere anche uno dei sintomi della depressione e spesso la somatizzazione può mascherare sia una patologia psichiatrica che una patologia somatica di ordine neurologico.
Si dovrebbe fare una diagnosi accurata per rilevare bene la causa in quanto gli anziani sono grandi consumatori di farmaci, questo accade spesso, perché la vecchiaia è considerata sintomo di malattia e in quanto tale va sedata, anche quando i suoi disturbi, come la maggiore difficoltà a dormire, sono del tutto fisiologici.
Uno studio americano afferma che il pensiero positivo è il vero segreto della longevità; pensare con ottimismo alla propria vecchiaia farebbe guadagnare ben 7 anni e mezzo rispetto a quelli guadagnati non fumando o facendo regolarmente esercizio fisico.

Secondo i ricercatori chi è afflitto dall’ansia e dalla paura di invecchiare ed è convinto che la vecchiaia sia esclusivamente qualcosa di negativo, una perdita generale, non sa reagire allo stress ed è, dunque, più vulnerabile.
La modalità di invecchiamento è strettamente collegata alla personalità dell’individuo e alle precedenti esperienze, essa è un po’ la sintesi del significato dell’esisitenza di un essere umano. I fattori che influenzano il processo di invecchiamento sono:
• Fattori genetici;
• Educazione e livello socio-culturale;
• Benessere economico;
• Interazione e comunicazione;
• Comparsa di malattie invalidanti;
• Stile di vita personale;
• Appartenenza ad un nucleo socio-familiare;
• Eventi drammatici;
• Sradicamento dal proprio luogo di origine;
Il medico, a volte, è superficiale nel fare diagnosi a persone anziane, tende a prendere in considerazione esclusivamente il corpo del soggetto - forse perché molteplici sono le patologie da cui spesso è affetto, a dare poco ascolto ai racconti dei pazienti - che tendono ad essere ripetitivi, e a sottovalutare le loro lamentele non approfondendone i significati frequentemente celati. Anche gli psicologi e gli psicoterapeuti, per un certo periodo, hanno trascurato la senescenza sia a livello di studio che a livello psicoterapico, forse perché ritenevano inopportuno e inutile l’effettuare una ristrutturazione della personalità in un soggetto in cui essa è ormai fortemente radicata e che si avvia verso la fine. Attualmente, invece, il ruolo dei trattamenti psicoterapeutici è stato rivalutato, soprattutto gli interventi di tipo supportivo, quelli cioè che si propongono di aiutare l’anziano ad affrontare questo particolare momento della vita nel miglior modo possibile.

Abbiamo visto, dunque, come nelle diverse età ci siano momenti nella vita di ciascuno in cui si deve affrontare il conflitto tra l’andare avanti, affrontando disagi e dolori compensati dai vantaggi delle nuove scoperte, e il permanere in uno stato in cui erano raggiunte certezze che non si vogliono mettere in pericolo. Spesso questo conflitto si risolve a favore del sostare. Il “fermarsi”, se temporaneo, non pone problema anzi è funzionale al consolidamento dei successi ottenuti. Se, però, questa sosta diventa interminabile ovvero se per un tempo troppo lungo il procedere verso nuove strade del sapere, della scoperta, dell’incontro con l’altro, viene rimandato dobbiamo domandarci cosa abbia interrotto il nostro cammino evolutivo. È proprio dell’essere umano andare verso un orizzonte che, non potendo mai essere del tutto raggiunto, lo invita a viaggiare. Quando non desideriamo più, qualcosa si è bloccato e questo stato non ci dà la pace interiore ma anzi è fonte di grande sofferenza. Quando accade ciò, dobbiamo ascoltare questa sofferenza e non cercare di reprimerla o di far finta che non esista. Bisogna darle voce, cercare aiuto e condividere la propria sofferenza con gli altri, che spesso, con stupore, scopriremo poi non essere troppo diversi da noi.
Nella vita non c’è niente di statico e definitivo, nessuna decisione è assoluta e condivisa da tutti ma è frutto di un personale percorso conoscitivo ed esperenziale, pur limitato e potenzialmente erroneo. Spesso inseguiamo ideali perfezionistici e ci sentiamo sbagliati se non riusciamo a raggiungerli. E siccome la perfezione non è di questa terra ci costruiamo noi la gabbia che finisce per imprigionarci, soffocarci, limitarci e renderci quindi infelici.
Indubbiamente anche in relazione ai cambiamenti della società non ci sono più modelli e valori rigidi a cui aderire e non essendoci più il branco a cui sottostare, c’è una maggiore libertà di scelta e questo spesso lascia soli e disorientati e ci fà sentire agitati, incerti e fragili. In questo caso è indispensabile attivare la propria capacità creativa e riflessiva. Il dubbio genera ansia e può essere esorcizzato ricercando la soluzione “giusta”, “perfetta”- che non esiste – o delegando a qualcun altro la responsabilità di fare le scelte al posto nostro. Il dubbio, invece, dovrebbe essere ascoltato in quanto ci mette in contatto diretto con le nostre emozioni e quindi con i nostri bisogni più profondi, ci permette di prendere in esame le diverse possibilità; ascoltare quello stato confusionale significa lasciar uscire la nostra capacità creativa di inventare sempre nuovi e più adeguati comportamenti e quindi di adattarci dinamicamente allo scorrere della vita e al suo continuo mutare. Dobbiamo essere pronti ad accogliere la sfida della vita, far tesoro delle difficoltà, accettare il dubbio e sviluppare la curiosità e il gusto continuo della ricerca e della scoperta.
“Il maestro zen invita il discepolo a prendere il thè, glielo versa nella tazza già piena e continua a versare mentre la bevanda trabocca. Il discepolo è senza parole; il maestro allora dice: finché sarai pieno delle tue idee non potrai ricevere i miei insegnamenti!”.

 

 

La maturità di una persona non si misura dall’età ma dal modo in cui reagisce svegliandosi in pieno centro in mutande. (W. Allen )

Divenire adulti, cosa terribilmente difficile a farsi. È molto più facile evitarla e passare da un’infanzia a un’altra infanzia (F. Scott Fitzgerald )

Il bimbo che non gioca non è un bimbo. Però l’uomo che non gioca ha perso per sempre il bimbo che viveva in lui … e gli mancherà molto. (P. Neruda)

Nell’età adulta molte difficoltà tipiche della giovinezza trovano soluzioni, anche perché tra 20 e 30 anni, il giovane acquisisce di solito una propria identità di adulto: compie le prime scelte importanti come il matrimonio, la professione o il lavoro, la maternità/paternità, il luogo di residenza fuori dal nucleo familiare originario, insomma determina il proprio stile di vita, definendo il suo posto nel mondo degli adulti; cambiano i suoi rapporti con gli amici e con i genitori, con il passato e anche il tempo assume una nuova dimensione e scansione. Questo è un momento carico di responsabilità materiali ed emotive che possono comportare conflitti e contrasti con se stessi e con il mondo. Tutto ciò può essere fonte di ansia e tensione se l’individuo non riesce a far fronte alle nuove situazioni.
Indipendentemente dal tipo di vita che si conduce, dalla situazione socio-economica, dalla qualità delle relazioni affettive l’ansia può comparire. Questo perché, come abbiamo visto l’ansia non è legata tanto a fattori scatenanti esterni ma a come la nostra personalità reagisce e vive gli accadimenti: la stessa situazione può essere percepita da alcuni come un’opportunità molto eccitante, da altri come fonte di intollerabile stress. Frequentemente si ascoltano frasi tipo: “…non so che mi succede …nella mia vita tutto fila liscio, non c’è nulla che oggettivamente non và… eppure mi sento agitato, nervoso e insoddisfatto ….”.

La sofferenza, a volte, è accentuata anche dalla reazione che parenti, amici e conoscenti hanno nei confronti della persona adulta ansiosa. Per maggiore semplicità espositiva abbiamo individuato diverse fasi nel modo in cui l’ambiente reagisce:
a. fase dell’interesse/preoccupazione: quando un adulto comincia a star male inizialmente suscita un certo interesse ed una certa preoccupazione in chi gli sta intorno; le persone tendono ad offrirgli ascolto e appoggio, si mostrano comprensive e disponibili manifestando una certa generosità sia di tempo che di aiuto;
b. fase del consiglio: l’adulto ansioso viene esortato a fare ricerche mediche, soprattutto per escludere patologie organiche, o incitato a non dar troppo peso agli eventi, a non prendersela troppo, a non preoccuparsi inutilmente, etc.;
c. fase dell’etichettamento: esclusa la presenza di malattie che possano giustificare e/o motivare il malessere la persona comincia a venir stigmatizzata come “esaurita”, “stressata”, etc.;
d. fase del rifiuto: in questa fase le persone vicine all’ansioso cominciano a sentire il peso delle sue lamentele (le tue lamentele mi hanno stufato …che pizza non ti sopporto più ..) e delle sue insoddisfazioni apparentemente ingiustificate e a sentire la frustrazione che deriva dalla incapacità di poterlo aiutare; cominciano, quindi, a difendersi e a prendere le distanze, non danno più credito a quello che dice e cominciano a trattarlo come se fosse un “malato immaginario” o come uno che grida “al lupo! al lupo!” quando il lupo non c’è;
e. fase di accusa: l’intolleranza e l’incomprensione in questa fase può raggiungere livelli molto alti e può indurre le persone o a colpevolizzare (è colpa tua!) o a emarginare l’ansioso. Questa, per la persona, è una fase di grande sofferenza perché si ritrova solo col suo malessere. Questa è un momento molto delicato perché il soggetto farebbe di tutto per star meglio, non è strano sentir pronunciare frasi del tipo: “pagherei qualsiasi cifra pur di trovare un rimedio ..”, “mi farei tagliare una gamba se solo questo servisse a farmi stare meglio …”. Questo è un momento in cui la disperazione diventa così forte da offuscare la ragione al punto di pensare al mago come ultima possibilità di salvezza e liberazione; la persona ha la consapevolezza del suo malessere ma non sa che fare e vive una grande sensazione di impotenza che disorienta, blocca, appesantisce e rende vulnerabili: come davanti un bivio ci si sente con la colla sotto le scarpe incapaci di muovere un passo in una qualsiasi direzione….
Si ritiene che la terza decade sia un periodo di vita dell’individuo in cui facilmente possono comparire episodi di attacchi di panico.
Nel periodo tra i 40 e i 60 anni di età il corpo presenta una evoluzione, dal punto di vista biologico e fisiologico: menopausa e andropausa sono eventi spesso vissuti con grave disagio in quanto sono percepiti come la perdita della femminilità, nelle donne, e di virilità, nell’uomo; essi costituiscono un periodo cruciale caratterizzato da modificazioni corporee profonde a cui si accompagnano cambiamenti psicologici, sessuali e sociali. Accettare il progressivo decadimento fisico non è facile, ricostruire un nuovo senso di identità e di dignità personale e “ri-progettarsi” è un processo che richiede molte energie e notevoli capacità di adattamento. La giovinezza, la bellezza fisica, il successo sono valori che nella società di oggi vengono esaltati, e chi non è più giovane rischia di diventare invisibile, inutile e vittima di stereotipi e pregiudizi.
Nel gergo comune tutto questo viene definito come “crisi di mezza età”: l’individuo si rende conto di essere arrivato ad un punto culminante della propria vita, ad una svolta e proprio in questo periodo eventi come l’uscita o la perdita del lavoro, il pensionamento, o eventi che compromettono la propria posizione sociale possono rompere il precedente equilibrio.
La società stessa, con tutta una serie di messaggi e di simboli, contribuisce all’insorgenza dell’ansia: essa fà del lavoro e dell’essere efficienti e produttivi il suo valore fondamentale, il pensionamento e la perdita progressiva delle capacità comporta perdita di potere, di valore, di prestigio e segna l’inizio dell’età anziana, indipendentemente dalle condizioni di salute e dalla percezione di sé.

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”  L’ansia negli adolescenti

É molto probabile che una tappa decisiva nel misterioso processo dell’evoluzione dell’uomo sia rappresentata dal giorno in cui un essere, che stava esplorando con curiosità il suo ambiente, fermò la sua attenzione su se stesso.
(K. Lorenz)

Una mattina Gregorio Samsa destandosi da sogni inquieti si trovò mutato in un insetto mostruoso.
(F. Kafka)

Mi sò infinitamente socievole e mi sento incredibilmente solo.
(P. Valery)

L’ansia è forse il tratto che maggiormente ha caratterizzato e caratterizza l’adolescenza di ogni essere umano, in ogni cultura ed epoca storica.
L’adolescenza è l’età del cambiamento, è l’età di “passaggio” tra infanzia e maturità: l’adolescente non è più un bambino e non è ancora un adulto. Questo duplice movimento, ovvero il rinnegamento dell’infanzia da una parte e la ricerca di uno statuto stabile di adulto dall’altra, costituisce l’essenza stessa della cosidetta “crisi adolescenziale”; l’adolescente vive una vera e propria “crisi d’identità” transitoria che, per la quantità e la qualità dei cambiamenti che comporta, è paragonabile alla nascita. L’adolescenza è una metamorfosi attraverso la quale tutto si trasforma: il corpo della bambina si trasforma in corpo di donna, capace di procreare, e il corpo del bambino, in corpo di uomo, capace di fecondare; cambiano i rapporti con i genitori che non vengono più considerati onnipotenti e unici punti di riferimento; si devono sviluppare concetti e conoscenze necessari a rispondere alle nuove richieste che la società pone; le relazioni con il gruppo dei coetanei diventano importanti e complesse; da uno stato di dipendenza infantile si deve man mano acquisire autonomia e indipendenza.

Questi incessanti cambiamenti fisici e psichici, le molteplici rotture, e i numerosi paradossi, che animano ogni adolescente, sono accompagnati, spesso, da stati di apprensione, di timore, di agitazione, di profondo turbamento. Questo stato d’ansia può insorgere in modo del tutto improvviso o gradualmente, pervadere totalmente il soggetto oppure consistere in una condizione di malessere vago e diffuso, durare settimane o, al contrario, scomparire dopo qualche ora. Ma quali che siano le modalità di comparsa, la sua intensità e la sua durata, l’ansia è un sentimento che tutti gli adolescenti sperimentano.

Questa ansia, però, deve essere adeguatamente “incanalata” per far sì che non diventi un’ansia patologica, deve cioè fornire al ragazzo l’energia e la spinta necessaria ad andare avanti e non superare i limiti oltre i quali può diventare paralizzante e d’ostacolo. Ma allora, se a certi livelli il disagio adolescenziale deve essere considerato fisiologico, come facciamo a capire quando invece c’è qualcosa che non va? In realtà il limite tra “salute” e “malattia” in adolescenza è molto labile e deve tener conto di moltissimi fattori. Innanzitutto l’ansia può diventare disfunzionale qualora l’adolescente dovesse trovarsi ad affrontare i numerosi compiti evolutivi senza adeguate risorse personali e senza l’opportuno sostegno familiare, sociale e ambientale. Un altro criterio potrebbe basarsi sull’impatto che tale stato d’animo ha sull’adattamento e sul comportamento del ragazzo: se assistiamo a un’attivazione emotiva che è eccessiva per quanto riguarda la frequenza con cui si verifica, l’intensità con cui si manifesta, la durata, allora dobbiamo cominciare a preoccuparci. Un esempio a questo proposito è l’ansia da prestazione, quell’ansia cioè che precede e accompagna lo svolgimento di una situazione di verifica scolastica. Tale forma d’ansia, che consiste in uno stato generale di agitazione accompagnato spesso da diverse manifestazioni fisiche (tremore alle gambe, “sudarella”, aumento del battito cardiaco, etc.), in genere precede la prestazione e va diminuendo durante lo svolgimento del compito. In questo caso l’agitazione può essere considerata “normale” perché non impedisce la realizzazione del compito stesso. Il problema sorge quando, invece, questo tipo di ansia raggiunge livelli più intensi, tali da impedire lo svolgimento del compito e da provocare la comparsa di importanti manifestazioni somatiche (vomito, crisi di pianto, crisi di nervi, etc.) e cognitive (vuoti di memoria, balbettii, etc.). Si deve tener conto,inoltre, che i cambiamenti non avvengono in maniera identica in tutti i ragazzi e per questo dobbiamo tenere in considerazione non solo l’età cronologica ma anche l’effettivo livello di sviluppo raggiunto dal ragazzo nei diversi piani (emotivo, cognitivo e fisico). In base alla maturazione raggiunta, infatti, cambia non solo il tipo di ansia ma anche il modo di manifestarla e la sua “adeguatezza” a quella specifica fascia d’età. La paura, ad esempio è un sentimento che ci accompagna praticamente durante tutta la nostra vita; la qualità della paura però varia a seconda dell’età: i bambini piccoli hanno paura del buio e degli sconosciuti, quelli più grandi dei mostri o delle visite mediche, gli adolescenti hanno paura della propria inadeguatezza (di fare brutta figura, di non riuscire in qualcosa) e di essere rifiutati. Potremmo continuare ancora per molto ad appronfire quest’argomento, sfumato e complesso, ma scegliamo di fermarci qui e di lasciare agli specialisti il compito di effettuare una corretta valutazione diagnostica.

 

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”
L’ansia nei bambini

“I bambini hanno bisogno di raccontare delle favole quando
qualcosa risulta troppo difficile da accettare”
(F. Dolto) 

Sebbene spesso si faccia riferimento all’infanzia come ad una fase di vita beata e idealmente si consideri questa la più serena e felice, non dobbiamo dimenticare mai gli enormi sforzi e le faticose conquiste che un bimbo compie sin dal momento della nascita. Già la nascita di per sé è una prima rottura di un equilibrio che costringe il bambino ad un repentino ed ineluttabile cambio di status: da un mondo in cui tutto si regolava attraverso meccanismi autonomi ed indipendenti nel quale egli aveva l’unico compito di vivere per continuare ad avere ciò di cui necessitava, ad un mondo in cui deve imparare ad adottare continuamente strategie per superare un enorme quantità di disagi e frustrazioni.

Deve conoscere il “bisogno”, che dentro il pancione non conosceva perché non esisteva l’attesa per il soddisfacimento della fame, e quindi a tollerare i “tempi di attesa” per l’arrivo della pappa; deve conoscere la fatica di muoversi nell’aria, e dimenticare la piacevole assenza di peso tipica del mondo intrauterino; deve imparare a regolare il sonno e la veglia alla maniera dell’adulto, a differenza di quanto avveniva dentro la pancia dove non c’era una netta distinzione tra le due condizioni; deve affrontare per la prima volta il sapore salato di cibi così diversi dal latte materno, etc.

Possiamo dire che ogni fase di crescita richiede all’individuo di sopportare conflitti; ma proprio tali conflitti, se da un lato sono indubbiamente fonte di sofferenza, dall’altro sono indispensabile e meravigliosa occasione di scoperte e ricompense per la fatica che ciascuno deve impiegare nell’affrontarli.

I primi anni di vita sono, quindi, fondamentali per la formazione della personalità del bambino e quindi dell’adulto di domani e l’ansia, in particolare, affonda le sue radici proprio nell’infanzia. Sin da piccoli è necessario permettere al bambino di vivere in un ambiente sereno e tranquillo dove è possibile nutrirsi oltre che di cibo anche dell’affetto e della considerazione positiva da parte delle figure genitoriali.

Ansiosi non si nasce, ma si diventa.
Lì dove c’è un bambino ansioso c’è sicuramente una famiglia ansiosa o addirittura un contesto ansioso, di cui il bambino diventa il campanello d’allarme. In genere essendo l’ansia una sorta di auto-preoccupazione essa comincia a comparire quando il bambino inizia ad auto-percepirsi come essere separato dalla madre. Intorno alla fine del 1° anno di vita il bambino comincia a rendersi conto che la mamma non è più suo dominio incondizionato, che può apparire e scomparire dalla sua vista, ma non dalla sua vita, e in questo momento si manifestano le reazioni alla separazione (collera, pianto, rabbia, isolamento, ritiro, ..) in reazione all’ansia detta appunto “da separazione”.

Solitamente in questo periodo il bambino sceglie un giocattolo preferito (peluche, bambole, calzini, etc.) che diventa sporco e puzzolente a cui si affeziona moltissimo e da cui non vuole separarsi; non lavatelo (spesso) e non gettatelo nella spazzatura, anche quando sembra non servire più!!

Questo oggetto è per il bambino la cosiddetta “copertina di Linus”, che in termini tecnici si definisce “oggetto transizionale”: primo oggetto diverso da se stesso e dalla mamma a cui il bimbo si affeziona; oggetto che lo rassicura e lo aiuta a sopportare la lontananza dai genitori; oggetto che verrà ripreso ogni volta che il bambino sperimenterà solitudine, paura o tensione tipica delle fasi di passaggio da uno stadio evolutivo ad un altro, che portano con sè una certa quantità di ansia e di incertezza da cui il bambino cerca di difendersi attivamente.

Un altro momento cruciale in cui l’ansia da separazione (DSM IV) può assumere una certa importanza è l’inizio della scuola. Per la prima volta la separazione è prolungata e il bambino non rimane, in assenza della figura d’accudimento, in un ambiente a lui familiare, ma si trova in un ambiente sconosciuto, con nuove regole, con nuovi personaggi che deve imparare a conoscere e con cui è costretto a comunicare ed interagire in modo differente; non più persone adulte che lo capiscono al volo e che quasi gli leggono nel pensiero, non più persone tutte per lui pronte a soddisfare ogni minimo desiderio, e tanti coetanei con cui “doversi” dividersi giochi e spazi.

Sono diversi i segnali che indicano quando un bambino vive il disagio scolastico in maniera troppo forte e diversi sono anche i modi che ciascuno trova per manifestarlo: aggressività, iperattività, pianto disperato, insofferenza, sbalzi d’umore improvviso ma anche estrema timidezza, tendenza all’isolamento o ancora distrazione cronica etc. e negli ultimi anni la “fobia scolare” è in forte aumento.

Secondo i dati diffusi dall’OMS all’indomani della giornata mondiale per la salute mentale, in un seminario organizzato dall’Istituto superiore della sanità e dal Telefono Azzurro, 1 bambino su 5 è colpito da disturbi mentali - nel 3% dei casi si tratta di depressione - il 13% dei giovani tra i 9 e i 17 anni soffre di disturbi legati all’ansia (disturbi ossessivi, panico, fobie); il deficit dell’attenzione da iperattivtà interessa il 3% e il 5% dei giovani in età scolare e l’1%-3% soffre di disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia..).
Tra i sintomi principali dell’ansia nel bambino troviamo:
• il rifiuto del cibo e/o l’assunzione strana e incostante;
• la difficoltà estrema d’addormentamento e/o la presenza di continui risvegli notturni accompagnati da forte agitazione;
• l’assenza di sorriso e l’assenza del gioco;
• il pianto disperato;
• l’agitazione psicomotoria;
• i disturbi nelle funzioni intestinali;
• l’irregolarità nell’evacuazione;
• la presenza di dolori in più parti del corpo;
• la ricerca continua di contatto fisico con il genitore.

I sintomi possono comparire anche solamente al pensiero della cosa temuta o rifiutata (per esempio l’idea di dover andare a scuola il giorno successivo) e quindi spesso è difficile individuare l’eventuale legame di causa ed effetto tra la reazione ansiosa e la situazione che la provoca.
Nei bambini in età scolare, inoltre, spesso si osserva ansia da prestazione.

Essi hanno mille impegni: i compiti, la piscina, la palestra, la scuola di danza; da ciò può scaturire l’ansia di riuscire in tutto. In questo caso si tratta di ansia del genitore spostata sul figlio: è l’adulto non realizzato che vuole che il figlio riesca in ciò in cui lui non ce l’ha fatta; i bambini reagiscono a questo con l’ansia di avere successo.
Se un bambino, quindi, è ansioso si può dire che “l’ambiente è ansiogeno”: una madre, un padre, una maestra con i loro comportamenti possono ingenerare il disturbo. Per curare il bambino ansioso bisogna curare anzitutto chi gli ha trasmesso l’ansia.

 

Dopo le feste natalizie riprendiamo il nostro viaggio nel pianeta ansia con l’augurio a tutti lettori di un sereno 2021.

I cambiamenti nella vita non sono soltanto possibili e prevedibili, ma negarli significa anche far assumere alla nostra esistenza una dimensione statica e vegetativa di cui non abbiamo alcun bisogno. (G. Sheehy)

L’esperienza non è ciò che accade ad un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade. (A. Huhley)

Art. n. 11 L’ESSERE UMANO E L’ANSIA
Nel corso della vita vi sono situazioni ed età particolarmente soggette all’insorgere dell’ansia: la nascita, l’infanzia, la fanciullezza, la pubertà, il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza e poi all’età adulta, i repentini cambiamenti di stato sociale (il servizio militare, l’inizio o la fine degli studi, il matrimonio, il divorzio, l’inizio o la fine della vita lavorativa) o biologici come la gravidanza, la menopausa, tutti momenti che possono mettere a dura prova le nostre capacità di adattamento. Infine, anche nell’anziano o meglio durante la terza età non mancano i momenti in cui l’ansia si presenta. L’ansia in questi casi è ”sana” nel senso che ci segnala la necessità di raccogliere le energie necessarie per affrontare questi momenti critici di passaggio e per dare la spinta propulsiva necessaria al cambiamento.

In questi particolari momenti è facile, però, sperimentare una sensazione di “disagio esistenziale” in cui si teme o si crede di non poter affrontare o superare le difficoltà e gli ostacoli che la caratterizzano. In questi casi i livelli d’ansia possono diventare così elevati da provocare una paralisi, un blocco evolutivo; i pensieri che si attorcigliano nella mente a volte vengono negati o banalizzati e altre volte diventano pensieri ossessivi.
Ripercorriamo insieme, con estrema sintesi, queste tappe esistenziali importanti e cerchiamo di individuare gli elementi che possono aiutarci a prevenire il disagio, a riconoscerlo e ad affrontarlo in modo adeguato.

Prima di cominciare è indispensabile fare, però, una premessa. In generale durante l’età evolutiva – infanzia, pubertà ed adolescenza- è ancora più complicato riuscire a distinguere comportamenti adeguati da comportamenti problematici. Ma che cosa è allora la normalità? Quello che succede alla maggior parte delle persone (normalità statistica)? Quello che è buono per me (normalità individuale)? Quello che è ritenuto giusto dalla legge vigente (normalità giuridica)? Di criteri di normalità ne esistono almeno altri 5 e potremmo continuare a parlare per ore senza mai arrivare ad un accordo.

Anche in questo caso non si può fare un discorso di qualità ma di quantità, nel senso che non esistono comportamenti di per sé patologici ma è il modo in cui si manifestano che fa diventare qualsiasi comportamento buono o cattivo. Tutti i comportamenti sono potenzialmente sani e adattivi, sarà la loro durata nel tempo, la loro intensità, la loro comparsa e scomparsa a pregiudicarne la natura. Confondere normalità e salute opponendovi anormalità e malattia è come avere una visione statica delle cose che non corrisponde alle caratteristiche dinamiche della maggioranza delle malattie e quindi non ci è utile. Nel prossimo numero entreremo in merito alle manifestazioni dell’ansia nel corso della vita.

 

2 - L’ansia e i pensieri

I sintomi cognitivi riguardano il modo come una persona percepisce se stesso, gli altri e l’ambiente che lo circonda.

A livello cognitivo-verbale l’ansia può:

Modificare i processi del pensiero, l’ideazione, la creatività e/o impedire un adeguato collegamento logico tra pensieri, idee ed eventi del passato.

Nello specifico si possono rilevare:

Sintomi sensoriali percettivi:

· Mente confusa, oscurata, nebbiosa, stordita

· Gli oggetti sembrano offuscati/distanti

· L’ambiente sembra diverso/irreale

· Senso di irrealtà

· Consapevolezza di sé

· Ipervigilanza

 

Difficoltà di pensiero:

· Non si riescono a ricordare cose importanti

· Confusione

· Incapacità di controllare il pensiero

· Difficoltà di concentrazione

· Distraibilità

· Blocco

· Difficoltà nel ragionamento

· Perdita di obiettività e prospettiva

· Affievolimento generale della memoria

 

Sintomi concettuali:

· Distorsione cognitiva

· Paura di perdere il controllo

· Paura di non saper fronteggiare le situazioni

· Paura di ferite fisiche/morte

· Paura di disturbi mentali

· Paura di valutazioni negative

· Immagini visive minacciose

· Ideazione spaventosa ripetitiva

 

3. L’ansia e i Comportamenti

 

A livello comportamentale, la persona ansiosa può:

· Guardarsi intorno circospetta

· Minacciare o attaccare

· Inibire l’azione fino ad immobilizzarsi

· Tremare, piangere

· Attuare l’evitamento (mettere in atto strategie più o meno complesse, allo scopo di evitare il contatto con la situazione paurogena)

· Allontanarsi dallo stimolo temuto

· Mettere in atto comportamenti automanipolativi quali: tic, manierismi, scompigliarsi i capelli, agitarsi senza scopo, aprire e chiudere i pugni, toccarsi ripetutamente il naso o altre parti della faccia, balbettare, oscillare col corpo.

 

A questo livello si rilevano anche sintomi sociali quali:

· Peggioramento delle relazioni con gli altri

· Peggioramento delle capacità di amare, di provare affetto ed interessi sessuali.

 

4. L’ansia, le emozioni e i sentimenti

 

A livello del sistema affettivo-emotivo si possono rilevare le seguenti risposte:

sensazione soggettiva di terrore

timore

irritabilità

impazienza

disagio

nervosismo

tensione

suscettibilità

agitazione

eccitazione.

 

5. L’ansia e le motivazioni

 

A livello del sistema motivazionale il soggetto può avvertire il desiderio di trovarsi il più possibile lontano dalla situazione ansiogena (calo del desiderio sessuale, etc.)

*Dr. Prof. Natalino Natoli Psicologo – Psicoterapeuta – Pedagogista Docente di Psicologia –Universita’ degli Studi di Roma

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“E all’improvviso qualcosa si scatenò in lui; le sue mani presero a tremare, la vista gli si offuscò, si sentiva fiacco, privo di energia; aveva l’impressione che se fosse rimasto seduto là, esposto al calore della stufa, avrebbe corso un grave pericolo”
(Georges Simenon)

“Arrivai alla conclusione che la sola malattia che non avevo era il ginocchio della lavandaia”
(Jerome K. Jerome)

I 5 volti dell’ansia: sintomi e manifestazioni

L’ansia trova diversi modi per manifestarsi e, ad un occhio inesperto, non sempre i segni sono esteriormente evidenti. Il malessere e l’inquietudine possono rimanere all’interno della persona o possono essere riconosciuti anche dall’esterno.
In genere l’ansia coinvolge i 5 sistemi funzionali dell’organismo, quali il “sistema motivazionale, affettivo-emotivo, fisiologico, cognitivo e il sistema comportamentale” (A.T. Beck). Cerchiamo di vedere insieme quali sono questi segni.

1. L’ansia e il corpo

Prima di iniziare ad elencare i sintomi invitiamo il lettore, soprattutto quello ansioso, a non riconoscersi in tutti i sintomi elencati come generalmente avviene. L’elenco ha lo scopo di presentare tutte le possibili manifestazioni dell’ansia.

Tra i sintomi corporei possiamo segnalare i seguenti:

A livello del sistema cardiovascolare:
· Palpitazioni
· Aumento del ritmo cardiaco (tachicardia)
· Aumento della pressione sanguigna
· Debolezza
· Svenimento
· Calo della pressione sanguigna
· Calo del ritmo cardiaco

A livello del sistema respiratorio:
· Respirazione rapida o difficoltosa o superficiale o insufficiente o affannosa
· Pressione al torace
· Respirazione superficiale
· “Nodo” alla gola
· Sensazione di soffocamento
· Spasmo ai bronchi (asma)
· Secchezza delle fauci

A livello del sistema neuromuscolare:
· Incremento dei riflessi
· Reazione di allarme
· Palpebra contratta
· Costrizione pupillare
· Insonnia
· Spasmo/tremori
· Rigidità
· Mal di testa
· Camminare nervosamente
· Espressione contratta
· Vacillamento
· Debolezza generalizzata
· Gambe traballanti
· Movimenti goffi
· Vertigini
· Agitazione diffusa

A livello del sistema gastrointestinale:
· Dolore addominale
· Perdita di appetito
· Riduzione della secrezione salivare
· Repulsione per il cibo
· Nausea
· Diarrea
· Bruciore di stomaco
· Fastidio addominale
· Vomito

A livello del sistema urinario:
· Impulso a orinare
· Frequenza nella minzione

A livello della pelle (risposta dermica):
· Rossore del volto
· Pallore del volto
· Sudorazione generalizzata (iperidrosi)
· Sudorazione localizzata nelle mani
· Momenti di caldo e freddo
· Prurito
· Piloerezione

A livello del sistema immunitario:
· Diminuzione della reattività immunitaria che può essere causa di malattie psicosomatiche quali asma bronchiale, allergie, dermatiti, ecc. (Continua)

 

N.8 L’esaurimento nervoso non esiste

Chi di noi non ha mai sentito parlare di “esaurimento nervoso”? Quante volte lo stesso medico di famiglia, di fronte a pazienti “scomodi” che presentano sintomi difficili da incasellare nelle varie sindromi cliniche dimostrabili con esami e riscontri oggettivi, afferma: “non si preoccupi..lei non ha niente, è solamente un po’ di esaurimento nervoso…”.

In senso proprio il “nervosismo” non è un concetto nosologico e astratto, ma è un chiaro segnale che esiste un qualcosa che non funziona nell’equilibrio psichico di una persona.
Negli ultimi tempi alcuni medici tendono comunque a sostituire il termine di esaurimento nervoso con la diagnosi generica di “stato ansioso-depressivo”.
In realtà il termine esaurimento nervoso è scientificamente privo di significato e, come scrive G. Jervis nel manuale critico di Psichiatria, viene utilizzato:
“..a designare, in modo rassicurante e neutrale, qualsiasi distrurbo psichico. Né il sistema nervoso in generale, né in particolare il cervello sono sistemi o organi che si esauriscono.” (1975, p. 265)

Questo termine probabilmente deriva dalle superate concezioni patogenetiche di G. M. Beard sulla neurastenia (1869) e viene largamente utilizzato per indicare qualsiasi stato in cui una persona, a seguito del perdurare di condizioni fisicamente o psichicamente sfavorevoli, presenta un “calo” generale del rendimento psicofisico caratterizzato da stanchezza, indebolimento, disturbi del sonno, irritabilità,
È un etichetta che, con troppa superficialità, viene applicata indifferentemente a tutti quei disturbi che non sono facilmente identificabili secondo parametri medici che fanno riferimento al modello causa-effetto e che finisce per raccogliere, in un unico grande calderone, disturbi ansiosi, depressivi, fobici, psicosomatici, etc. Tale etichetta da un lato sminuisce la sofferenza della persona che, afflitta da incomprensibili sintomi, chiede aiuto e dall’altro è fuorviante ai fini della progettazione di una corretta terapia.

L’ansioso può essere un paziente scomodo per il medico di base in quanto presenta sintomi ambigui difficili da classificare; in genere ha molto bisogno di parlare, cerca e desidera risposte chiare e precise che il medico di base non ha modo né tempo di soddisfare, visti anche i tempi stretti in cui spesso è costretto a lavorare. Così, in genere, finisce per prescrivere psicofarmaci, difficili poi da gestire e interrompere, o invia il paziente dal neurologo seguendo la logica “Malattia di Nervi ? Neurologo”.

In realtà con le persone che soffrono di disturbi d’ansia a volte potrebbe essere sufficiente spiegare la natura dei loro sintomi, spiegare i meccanismi fisiologici che la provocano per ottenere la loro fiducia e discreti miglioramenti; questo ovviamente implica che il medico abbandoni la consueta modalità di dare ricette ed apra un dialogo con la persona instaurando un rapporto con la stessa e non soltanto con l’organo malato o con i sintomi, e che applichi una terapia di “sostegno” considerando che “il primo farmaco è il medico stesso” (Balint).

Anche per quel che riguarda la prescrizione dei farmaci, è ormai assodato che il farmaco da solo non è sufficiente. Esso agisce sui sintomi, riducendoli o facendoli scomparire temporaneamente, non lavora sulle cause e il paziente, oltre a dover poi gestire la dipendenza che lo psicofarmaco dà, si trova spesso al punto di partenza dopo poco tempo. Le cause di diversi disturbi mentali, ancor oggi, non sono affatto chiare; la teoria più accreditata è che esistano un insieme di fattori (predisposizione genetica, fattori ambientali intervenienti, relazioni interpersonali, eventi di vita..), spesso concomitanti, che impediscono al soggetto di vivere serenamente con se stesso, con gli altri e con l’ambiente in cui si trova. In quest’ottica, oltre alla prescrizione di farmaci ove e se indispensabili e all’eventuale invio dal medico specialista, sarebbe opportuno sensibilizzare la persona ad un sostegno di tipo psicologico.

Il medico di base dovrebbe aiutare il paziente a superare la falsa nonché vetusta equazione “psicologo e psichiatra = medici dei matti” e spiegare quanto un approccio integrato tra medicina e psicologia possa costituire, in alcuni casi, l’unica promessa di guarigione duratura.
Il farmaco, dal canto suo, solleva e contiene i sintomi, mentre la psicoterapia aiuta il paziente a migliorare il rapporto con se stesso, le relazioni con gli altri, ad essere più consapevoli del proprio modo di essere, di sentire, di pensare e di agire e ad affrontare, quindi, in modo più soddisfacente la vita di tutti i giorni.

Risulta comunque assolutamente scontato che il paziente deve essere aiutato a non aver bisogno né dei farmaci né della psicoterapia. Entrambe vanno considerate come una semplice stampella utilizzata a seguito di un incidente che ha reso necessario ingessare un arto inferiore. O ancora meglio entrambe vanno utilizzate come un ombrello in una giornata di pioggia.

 

N. 7 Il naturale legame tra psiche e soma

Come è possibile che l’ansia, oltre ai sintomi psicologici descritti, si sveli anche attraverso molti sintomi di tipo organico? La risposta sta nel risultato di ricerche sul sistema nervoso umano e i suoi collegamenti con comportamenti psicologici.
Il sistema nervoso è composto dal Sistema Nervoso Centrale e il Sistema Nervoso Autonomo simpatico e parasimpatico.

Per l’equilibrio di numerose funzioni del corpo in relazione ai molteplici stimoli dell’ambiente, il sistema nervoso autonomo riveste una grande importanza. Si tratta di un sistema che agisce appunto autonomamente, cioè senza il controllo volontario e senza che l’individuo ne sia consapevole. A livello di tutto il corpo, al di fuori del cervello, il sistema si divide in due parti: "sistema simpatico" e "parasimpatico". Il primo “velocizza” tutta una serie di funzioni vitali, l’altro le “rallenta”.

Ambedue i sistemi si collegano a molti organi importanti del nostro corpo (cuore, vasi sanguigni, muscoli bronchiali e polmonari, stomaco, intestino, organi sessuali maschili, tutte le ghiandole, vescica urinaria, pelle) agendo su di loro in modo sinergico per assicurarne sempre la migliore funzionalità di fronte a qualsiasi stimolazione ambientale. In particolare: il sistema simpatico produce risposte negli organi che preparano all’attività (o all’emergenza) provocando per esempio l’aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della glicemia (zuccheri nel sangue) e, più in generale, l’aumento dell’attivazione e della disponibilità di "energia".
Il sistema parasimpatico, invece, produce, a livello degli stessi organi, modificazioni generalmente in direzione opposta.

Quando, ad esempio, un atleta aspetta il passaggio della staffetta da parte del suo compagno di squadra entra in gioco il sistema simpatico: aumento del battito cardiaco, del respiro, della sudorazione, del tono muscolare, etc. Tutto ciò è positivo in questo momento in quanto permette all’atleta di essere pronto a raccogliere la staffetta e avere lo scatto e l’energia necessaria a farlo passarlo, nel minor tempo possibile, al compagno successivo o al traguardo. Dopo la fine della prestazione entra in gioco il sistema parasimpatico che tenderà a compensare lo stato di eccitazione abbassando i battiti e diminuendo la circolazione e il ritmo respiratorio, riportando pian piano l’organismo allo stato di equilibrio, di quiete.

L’azione sinergica e bilanciata di questi due sistemi permette ad ogni essere vivente di sopravvivere, se solamente uno dei due cessasse di funzionare si morirebbe; pensate al cuore e immaginatelo governato da uno solo dei due sistemi descritti: se fosse governato solamente dal sistema simpatico arriverebbe ad avere tante di quelle pulsazioni da scoppiare, viceversa se fosse governato solamente dal sistema parasimpatico i suo battiti rallenterebbero sempre di più fino ad interrompersi del tutto.

La funzionalità dei due sistemi viene modulata da "centri" nervosi posti nel cervello, vera e propria centrale di comando operativa e analizzatore delle esigenze di tutto il corpo (ricordiamo: senza la volontà). Negli ultimi anni si è dimostrato che i centri sopra citati sono influenzati direttamente da una particolare zona del cervello denominata "sistema limbico" che è considerata la sede delle emozioni, ovvero la zona del cervello deputata all’elaborazione degli stati emotivi e della loro manifestazione.
Gli impulsi emotivi prima di raggiungere il sistema limbico e di lì la corteccia cerebrale, dove gli impulsi sensoriali diventano coscienti, devono attraversare la cosiddetta formazione reticolare.

A lei arrivano i segnali che provengono dai nostri occhi, dalle orecchie, dalla bocca, dal tatto, dalle viscere, etc. e vengono trasmesse al sistema limbico. La formazione reticolare, però, non è un semplice ponte di collegamento tra una zona e l’altra, ma svolge una funzione di filtro e smistamento. Qui la miriade di segnali che ci arrivano dal nostro corpo e dall’ambiente esterno subisce una specie di selezione e solamente quelli più intensi o ritenuti più utili o interessanti per la persona riescono a passare.

Quando, a causa di diversi fattori, la formazione reticolare perde queste sue capacità selettive l’afflusso emotivo diventa eccessivo e la tensione ansiosa aumenta al punto da cominciare ad intaccare sia l’equilibrio psichico che quello fisico di una persona.
Ma facciamo un passetto indietro. Torniamo al nostro sistema nervoso autonomo. Abbiamo visto come esso governa tutta una serie di funzioni vitali, al di là della nostra volontà, e come esso sia a sua volta collegato con il centro dove vengono raccolte le emozioni. Ci sarà ora più chiaro il motivo per cui ad ogni emozione non corrisponde solo una reattività affettiva e comportamentale ma anche una risposta da parte degli organi del corpo mediata, appunto, dal sistema nervoso autonomo. Ecco quindi perché in concomitanza con l’angoscia e il terrore riferiti da chi soffre di attacchi di panico, oppure con lo stato di tensione diffuso e persistente di chi presenta ansia generalizzata, si manifestano anche sintomi "apparentemente" solo corporei come palpitazioni, nodo in gola, tremori, vertigini, formicolii alle mani e ai piedi, difficoltà digestive.

Tutto ciò ha portato allora a considerare l’ansia il disturbo psicologico più corporeo che ci sia e a stimolare ricerche per la migliore comprensione di tutte quelle malattie a tutt’oggi definite psicosomatiche (come la gastrite, la colite, la psoriasi) nelle quali l’ansia (insieme a problemi psicologici di cui il paziente è più o meno consapevole) sembra giocare un ruolo fondamentale.

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

N.6 Mente e corpo: un legame indissolubile

Sinora abbiamo detto che un qualsiasi evento di tipo fisico biologico oppure psicosociale può determinare nell’organismo umano una complessa reazione psico-fisica (stress). Questa reazione coinvolge in particolare 3 sistemi fondamentali del nostro corpo: il Sistema Nervoso Autonomo, il Sistema Neuroendocrino e il Sistema Immunitario.
Il Sistema Nervoso Autonomo, detto anche “cervello emozionale” dell’uomo, funziona da tramite con tutti gli organi coinvolti nella reazione dello stress. La tachicardia, la sudorazione, la “pelle d’oca”, il rossore o il pallore, che ci possono colpire in occasione di stimolazioni sia fisiche che emozionali, sono mediate dal Sistema Nervoso Autonomo. Ovviamente, quelle elencate, sono solamente alcune delle reazioni più evidenti controllate dal SNA. Quando una persona si arrabbia, ad esempio, i succhi gastrici presenti all’interno dello stomaco aumentano; se la rabbia non trova modo di scaricarsi essa diventa cronica e la produzione di succhi gastrici in

eccesso perdurerà nel tempo. I succhi gastrici, essendo addetti alla distruzione del cibo, sono particolarmente acidi e corrosivi e la loro presenza in eccesso nello stomaco, anche in assenza di cibo da digerire, provocherà pian piano la corrosione delle pareti dello stomaco determinando la cosiddetta “gastrite nervosa”, che altro non è che una infiammazione delle pareti dello stomaco dovuta ad un eccessiva produzione di succhi gastrici. Chiaramente l’esempio appena citato è stato semplificato per far meglio comprendere qual è uno dei possibili meccanismi nell’insorgenza di una tra le più comuni malattie psicosomatiche.
Di carattere altrettanto complessa è la reazione mediata dal sistema neuroendocrino e immunitario. In realtà questa distinzione è puramente teorica in quanto entrambi i sistemi, tra loro collegati, sono, a loro volta, controllati dal SNA.

Così è possibile che la reazione di rabbia che nell’esempio precedente aveva provocato un aumento della produzione di succhi gastrici in un individuo, potrebbe provocare, in un altro, la produzione in eccesso o in difetto di un certo tipo di ormone secreto da una ghiandola. Dal funzionamento del sistema endocrino dipende quello del sistema immunitario e spesso, infatti, situazioni di stress prolungato provocano una disfunzione tiroidea che ha come conseguenza l’abbassamento delle difese immunitarie.
Il funzionamento del nostro organismo è in realtà molto più complesso di quanto abbiamo semplicisticamente descritto ora ma il nostro fine, in questa sede, non è quello di fare un trattato di fisiopatologia quanto quello di dare un’idea di quanto stretto e indissolubile sia il legame tra il nostro corpo e la nostra mente.

L’uomo è un organismo vivente: alcuni suoi aspetti sono chiamati corpo, mente e anima (Fig.1). Il corpo possiamo definirlo come somma di cellule, la mente come somma di percezioni, l’anima come somma di emozioni; in ogni caso queste sono solamente definizioni artificiali nel senso che nella realtà noi siamo un insieme inscindibile di tutto questo. Nessuna delle 3 dimensioni ha una vita autonoma né può esistere separata dalle altre entità: avete mai visto una mente passeggiare qua e là senza un corpo? L’esempio può sembrarci assurdo e addirittura ridicolo. -Ebbene quando noi diciamo … o crediamo … è altrettanto ridicolo e assurdo.- (In realtà parlando operiamo queste divisioni concettuali e astratte solo perché così è più facile discuterci sopra).

Corpo, mente e anima sono semplicemente 3 aspetti della stessa cosa.
Riprendiamo l’esempio di una persona arrabbiata; pensiamo alla collera: essa è caratterizzata da: un aumento del tono muscolare (corpo), un forte senso di rabbia (anima) e pensieri di attacco verso una situazione o una persona (mente).
Chi crede all’origine organica dirà “una persona si sente arrabbiata a causa dell’aumento della tensione nei muscoli..”; chi dà più importanza alla mente dirà “ le esperienze della persona e la sua reazione rabbiosa ad esse hanno provocato un irrigidimento dei muscoli …”, e così via. In realtà nessuna emozione (collera, tristezza, vergogna, disgusto, gioia …) può esistere senza che entrino in gioco le componenti emotive, psicologiche e fisiologiche. Proviamo a pensarci arrabbiati con il corpo in completo stato di rilassamento…impossibile anche solo pensarlo. O ancora proviamo a pensare di arrabbiarci solo con il corpo quando nella nostra mente scorrono pensieri piacevoli. Noi riusciamo ad arrabbiarci solo quando i nostri pensieri, le nostre emozioni e il nostro corpo lavorano contemporaneamente.

In genere la maggior parte delle persone riesce a prendere contatto più facilmente con le sensazioni piuttosto che con le emozioni, per esempio ci sono persone che si sentono arrossire in viso, anziché provare vergogna, o avvertono le palpitazioni cardiache al posto dell’ansia. Ma questo non significa che le emozioni non ci siano, è piuttosto un discorso di consapevolezza, di disabitudine a riconoscere le emozioni che abitano costantemente il nostro corpo.
Questo tipo di concezione dell’uomo, che si contrappone all’approccio puramente psicologico o fisico è detta “organismica”, e sostiene che i sintomi non siano altro che conflitti, disarmonie fra queste 3 parti che compongo un essere umano.

Nello stato di ansia, infatti, si verificherebbe un acuto conflitto tra il bisogno di respirare e l’autocontrollo, che vi si contrappone. (perché nello stato di ansia noi contraiamo e restringiamo la nostra gabbia toracica => il diaframma va all’insù => si blocca l’espansione dei polmoni), il ristretto apporto di ossigeno provoca, a sua volta, l’accelerazione dei battiti del cuore, le palpitazioni sono anch’esse tipiche degli stati ansiosi.

Un altro sintomo caratteristico dell’ansia è l’agitazione. Tale agitazione si riscontra in quelle situazioni che non trovano sbocchi naturali. Il nostro organismo produce l’eccitazione nelle situazioni che richiedono una straordinaria quantità di energia (soprattutto motoria). Se l’eccitazione è deviata dal suo scopo reale (per esempio attaccare quando si è arrabbiati), l’attività motoria è disintegrata ed è parzialmente usata per azionare i muscoli antagonisti, cioè quei muscoli che servono a bloccare l’azione motoria, per esercitare l’autocontrollo. Anche se apparentemente dall’esterno non sembrerebbe essere accaduto nulla, noi sappiamo che c’è stato un impulso ad agire (a causa della rabbia) che però è stato represso (autocontrollo, perché socialmente non sta bene picchiare) e questo fa sì che in quell’individuo rimanga un surplus di eccitazione per cui l’equilibrio organismico non può essere ristabilito. Impedendo lo scarico di questa eccitazione, il sistema motorio dell’organismo non arriva alla quiete, ma al contrario rimane agitato.

 

“L’unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura”

(Franklin D. Roosevelt)

N. 5 “AMMALARSI” D’ANSIA

Abbiamo visto, finora, come l’ansia abbia per noi esseri umani una fondamentale importanza per la sopravvivenza della specie in quanto ci consente di metterci al riparo e di difenderci da possibili pericoli.

Abbiamo conosciuto insieme anche i diversi “modi” che, in maniera più o meno consapevole, utilizziamo per auto-proteggerci da situazioni, eventi ed emozioni spiacevoli.

Abbiamo cercato di capire insieme le possibili origini e i possibili meccanismi scatenanti.

Ma come mai allora l’ansia, in alcuni casi, diventa fastidiosa e pericolosa al punto di provocare disturbi funzionali con la conseguente comparsa di sintomi fisici? Ciò si verifica quando l’ansia e la reazione ansiosa diventano persistenti, perdono cioè il valore di “segnale momentaneo” per assumere quello di una presenza costante che spinge l’individuo a vivere continuamente in uno stato affettivo penoso, sgradevole, indefinito.

Dal punto di vista fisiologico, il prolungarsi dello stato d’ansia, può portare all’alterazione dell’attività di diversi organi.

Nell’era dello stress

No, è la serie continua di piccoli accidenti

che ti fa andare al manicomio.

Non la morte del tuo amore,ma il laccio della scarpa

che ti si spezza proprio all’ultimo momento”

(Charles Bukowsky)

Il termine “stress” è entrato ormai nella nostra vita sia per esperienza diretta sia attraverso l’esperienza di familiari, amici, conoscenti, colleghi di lavoro. Ma cosa significa questa parola? Nel linguaggio comune “stress” assume il significato generico di strapazzo fisico e mentale, di prolungata tensione nervosa, di superlavoro e di logorio. In realtà il significato originario della parola “stress” deriva dalla lingua inglese è significa “cedimento” “distorsione”, “deformazione”. Il termine fu introdotto per la prima volta in biologia da W. B. Cannon, ma solo successivamente l’ungherese H. Selye, studioso di medicina attorno agli anni 50 lo utilizzò con il significato di “fatica”, “sforzo”, “tensione nervosa” a cui un essere vivente è sottoposto quotidianamente a causa del rumore, dell’agitazione, delle frustrazioni e di tutti gli avvenimenti che ci pongono in una situazione di tensione fisica e mentale. Selye studiando i topi scoprì che l’organismo, sottoposto a stimoli di varia natura, reagisce sempre allo stesso modo mobilitando, cioè, le proprie energie per fronteggiare l’azione nociva dell’evento stressante. Lo stress quindi non è altro che una risposta, una reazione sana e necessaria che il nostro organismo mette in atto per difendersi da qualsiasi stimolo che alteri il suo equilibrio psicofisico; è una reazione emozionale intensa a una serie di stimoli esterni (caldo/freddo, sforzi fisici, attività sessuale, stimoli emotivi, etc.) che provocano risposte fisiche e psichiche.

Se però lo stimolo “stressante” persiste, o se l’organismo viene costantemente bombardato da tanti piccoli e apparentemente innocui eventi stressanti, viene a mancare il giusto riposo finalizzato al recupero delle energie consumate per reagire allo stimolo, il potere di adattamento si esaurisce (fase di esaurimento) e ricompaiono i sintomi della fase iniziale di allarme: in questo caso, l’organismo soccombe, in maniera più o meno profonda, allo stress e i sintomi della “fase di allarme” si cronicizzano preparando il terreno all’insorgenza di una malattia psicosomatica (Fig. 2).

Lo stress fà parte di un complesso programma etologico inteso a preservare la vita di tutti gli esseri umani, è come una sorta di campanello d’allarme iniziale, che ha la funzione di mobilitare l’organismo affinché fornisca la risposta adeguata.

L’uomo delle caverne viveva costantemente a contatto con il pericolo e la sua capacità di reagire fisicamente in modo veloce e rapido alle forti emozioni rappresentava per lui l’unica garanzia di sopravvivenza: lo preparava alla fuga, all’azione o all’attacco. Oggi, milioni di anni dopo, le nostre reazioni hanno lo stesso obiettivo ma sono cambiati i pericoli: non più mostruosi dinosauri e inferociti lupi ma parcheggi che non si trovano, autobus che si perdono, tacchi delle scarpe che si rompono, etc.

Perché allora oggi quando si sente parlare di stress si pensa a qualcosa di negativo? Questo accade perché oggi conduciamo un ritmo di vita frenetico, innaturale, senza tregua, un ritmo di vita “stressante”, appunto. Siamo sottoposti a un martellamento di stimoli, di richieste e di pressioni elevate, sempre più ci costringiamo a ritmi di vita massacranti ponendo il nostro organismo in uno stato di continua richiesta. Le pause di recupero diventano man mano più brevi, la tensione non trova vie di scarico e si accumula, il riposo del corpo e dello spirito è sempre più ridotto. Per questi ed altri motivi il nostro potenziale di adattamento giunge ad esaurirsi e l’organismo tende a cedere provocando scompensi psichici e/o fisici. Nei paesi del terzo mondo, infatti, dove la struttura sociale è molto diversa, le malattie psicosomatiche sono rarissime.

Diversi studi sugli eventi stressanti hanno messo in evidenza che assai spesso l’esordio o la riacutizzazione dei disturbi d’ansia sono preceduti da “eventi di vita” (life events), sia positivi che negativi, che hanno determinato un notevole cambiamento nella storia del soggetto.

 

Ansia “madre” e ansia “matrigna”

La lettura di un libricino scritto da Francesco Canova dal titolo “L’ansia madre e matrigna” Edizioni Paoline, Milano, 1988 è stata un punto importante di partenza da cui uno dei due autori ha tratto, tra gli altri, l’idea e lo stimolo a concepire uno strumento che fosse ancora più accessibile ad un più vasto pubblico. Il libro del Professor Canova indubbiamente contiene e sviluppa in modo semplice e chiaro i “vari volti dell’ansia”, si legge facilmente e riesce a dare anche delle risposte precise per conoscere meglio non solo come funziona il corpo ma anche la psiche.

Abbiamo visto come l’ansia rappresenti una condizione di generale attivazione delle risorse fisiche e mentali del soggetto che se, contenuta entro certi limiti, produce l’effetto di ottimizzare le prestazioni; se tali limiti vengono superati diventa patologica e compromette l’efficienza funzionale del soggetto.

Tutti facciamo esperienza dell’ansia nel corso della nostra vita.

Un certo grado di ansia è “madre/buona” (funzionale), cioè non pericolosa in quanto eccita la nostra curiosità e ci rende intraprendenti, migliora le nostre prestazioni e ci dà tono.

L’ansia nelle situazioni di emergenza, ad esempio, procura una reazione del nostro sistema nervoso vegetativo, che consente di mobilitarci e di organizzare la difesa. E’ utile, cioè, all’uomo perché determina nell’organismo lo stato di allerta e la tensione necessaria a superare un momento difficile, un imprevisto, un ostacolo.

“Un grado moderato d’ansia può essere utile poiché rappresenta il segnale di pericolo o di una minaccia: questo serve a metterci allerta e a prepararci per agire adeguatamente”

(Isidore Portnoy)

Il rendersi conto dei propri limiti, della propria impotenza e vulnerabilità, ad esempio di fronte alla morte o alle malattie, provoca uno stato ansioso senz’altro “normale”;

“…è essenzialmente nella natura dell’uomo il provare ansia di fronte a minacce di un certo tipo e di una certa intensità …

essa è l’espressione più profonda della nostra condizione umana e non divina”

(Isidore Portnoy)

Proviamo un’ansia sana ogni volta in cui passiamo da quanto è vecchio, familiare, provato e certo a ciò che è nuovo, sconosciuto, non sperimentato ed incerto: quando ci trasferiamo in un’altra città, quando cambiamo lavoro, quando lasciamo la famiglia d’origine per costruirne una nostra, etc.. . In queste e in altre occasioni è facile provare un certo senso di vuoto e di disorientamento/smarrimento e questo avviene anche se il cambiamento è desiderato e positivo.

“L’ansia è il pedaggio che si paga ogni volta che ci si avvia a lasciare il regno delle cose collaudate per affrontare il regno del possibile”

(R. Canestrari)

“L’ansia è compagna normale e inevitabile di una evoluzione e dei mutamenti verso una maggiore libertà, autonomia e creatività. Possiamo affermare che in ogni lotta dell’individuo per l’autorealizzazione si trova, più o meno forte, l’ansia”.

(Isidore Portnoy)

In effetti non è facile tracciare una precisa linea di confine tra ansia “madre” e ansia “matrigna”, soprattutto perchè la differenza sta nella quantità più che nella qualità; infatti, abbiamo visto che, entro certi livelli, essa ci serve ad affrontare la vita, ma se supera una data misura, che varia da individuo a individuo e da momento a momento, può avere effetti dannosi.

L’ansia è disfunzionale quando il modo in cui viene vissuta è caratterizzato da una sensazione di profonda debolezza fisica, mentale e di dipendenza, cosicché l’individuo non riesce più ad “andare avanti” né a tornare allo stato precedente e allora si “blocca”.

L’ansia è “matrigna” quando l’individuo non riesce ad adattarsi agli eventi della vita e a far fronte agli ostacoli; quando manca di efficienza e non riesce a raggiungere scopi realistici, né comuni soddisfazioni; quando è incapace di sviluppare e mantenere buone relazioni con gli altri; quando dunque non riesce a mantenere un ragionevole benessere emotivo.

  1. Frustrazione, ansia e meccanismi di difesa

Lo stato di piacere deriva da un precendente

stato di dispiacere; è difficile immaginare una soddisfazione

che non abbia, alle spalle, una frustrazione.

(Franz Alexander)

La frustrazione e il conflitto sono condizioni, più o meno quotidiane, che fanno parte della vita di tutti noi. Chi di noi non ha mai ricevuto un “no”? Quante volte ci è capitato di non avere avuto il coraggio di affrontare una situazione? Quante volte un contrattempo ha fatto saltare i nostri progetti?

In qualsiasi periodo della vita e in qualsiasi momento della giornata siamo impegnati a soddisfare un bisogno (fame, sonno, carriera, procreazione, etc.) e tendiamo a raggiungere un determinato obiettivo. A volte riusciamo a realizzare i nostri progetti e a raggiungere le nostre mete facilmente, più spesso, invece, ci troviamo di fronte ad ostacoli, più o meno superabili, ad intoppi e a delusioni. Quando non riusciamo ad ottenere quello che vogliamo succede che la tensione che ci aveva dato inizialmente la spinta per cominciare l’azione non trova soddisfazione e via di scarico e tutto ciò ha delle ripercussioni sul nostro stato psicofisico generale. Tale condizione esistenziale, che è frequentissima, viene chiamata “frustrazione”, e nessuno di noi ne è estraneo. Lo psichiatra americano Frank S. Caprio in merito afferma:

“Tutti abbiamo i nostri problemi: gli alti e bassi dell’umore causati dalle delusioni della vita, dalle difficoltà finanziarie, dalle beghe matrimoniali e da una moltitudine di frustrazioni d’ogni genere. Tutti siamo in ballo e dobbiamo ballare, cercando di cavarcela il meglio possibile e di adattarci ad ogni novità”.

Le frustrazioni sono essenzialmente di tre tipi e provengono da:

Una cosa sola è certa: la frustrazione crea sensazioni spiacevoli e aumenta la tensione iniziale; tale tensione sarà ovviamente proporzionale all’intensità e alla continuità con cui ci si ri-propone l’ostacolo e al tipo di bisogno la cui soddisfazione è stata ostacolata. Un certo grado di tensione, come abbiamo precedentemente visto, è positivo e dà l’energia per affrontare gli ostacoli e raggiungere l’obiettivo; ma quando la tensione è troppa diventa lei stessa un ostacolo, ci agita e ci fa perdere il controllo della situazione. Ovviamente il grado di tolleranza delle frustrazioni è diverso da persona a persona e cambia anche nello stesso individuo a seconda del periodo di vita che si trova ad affrontare.

Pensiamo ad esempio a quanto, nella nostra cultura, l’espressione dell’aggressività, che sarebbe la risposta più diretta alla frustrazione, sia repressa e colpevolizzata. L’aggressività potremmo considerarla una sorta di valvola di sicurezza e la sua espressione, permettendo la dispersione della tensione che si accumula in seguito alle frustrazioni, evita conseguenze dannose. Quindi da un lato umanamente abbiamo bisogno di esprimere l’aggressività in alcune circostanze e dall’altro i sensi di colpa e l’educazione ci impediscono di farlo. Reprimere l’aggressività, perché ritenuta socialmente riprovevole, non vuol dire che essa scompaia anzi essa rimane nell’individuo e cova. Alcune persone imparano allora ad esprimerla indirettamente: attraverso il sarcasmo, la presa in giro, l’ironia, la competitività, etc, ma questo, a volte, non basta. La repressione dell’aggressività si accompagna spesso a forti sensazioni di ansia, per paura della temuta punizione in caso l’aggressività dovesse manifestarsi apertamente. Da qui si crea un circolo vizioso in quanto l’ansia rende meno efficace il nostro comportamento e sarà d’ostacolo alle nostre azioni successive, con nuove frustrazioni e ulteriore ansia.

Essendo l’ansia, spesso, un sentimento sgradevole da sopportare noi siamo soliti utilizzare tutta una serie di comportamenti atti a ridurla o eliminarla: questi comportamenti vengono chiamati meccanismi di difesa.

Andremo ora a vedere sinteticamente quali sono i principali.

Rifiuto o negazione

Il rifiuto consiste nel negare la realtà che è vissuta come intollerabile e spiacevole, di cui il soggetto non è consapevole. È un po’ quello che fa lo struzzo quando si trova di fronte ad un pericolo: nasconde la testa sotto la sabbia. Di fronte ad una cosa spiacevole che non vogliamo accettare, alcune volte, reagiamo negando la realtà. Succede quando ad esempio qualcuno ci racconta una cosa negativa sul conto di una persona che amiamo – Non è vero, lui non lo farebbe mai! – o quando i genitori si rifiutano di ammettere una difficoltà del proprio figlio – Mio figlio parla benissimo, voi non lo capite! – o ad una sua colpa - Lui non può averlo fatto, sarà stato qualche suo compagno! -.

Vi presentiamo un episodio esemplificativo: Paolo ha avuto un infarto. Il suo medico gli consiglia di eseguire esercizi fisici con cautela. Tuttavia Paolo continua a fare jogging per 10 Km al giorno.

In questo caso la negazione è, in un certo senso, utile e protettiva in quanto impedisce a Paolo di essere sopraffatto dall’ansia. È evidente che dietro questo atteggiamento non ci sono né tranquillità interiore né rassegnazione, ma al contrario la difficoltà di far fronte all’angoscia scatenata dalla consapevolezza della malattia. Sul piano comportamentale accadrà che la persona sarà portata a pensare che la diagnosi è sbagliata o si manifesterà con il disattendere i consigli del medico.

 

 

3) Stress, Come abbiamo detto, il concetto di stress e la dichiarazione di “essere stressato” si trova accanto al concetto di ansia, tanto da confondersi con essa. L’ansia sta allo stress come l’automobilista alla sua vettura: nelle condizioni di ansia (sistema emozionale che media l’adattamento dell’organismo all’ambiente), infatti, si attiva tutta una serie di sistemi dell’organismo (neuroendocrino e neurovegetativo). Questo spiega l’insorgenza di quei disturbi somatici che frequentemente accompagnano e caratterizzano gli stati d’ansia (disturbi psicosomatici: gastrite, asma, etc.).

Arrivati a questo punto, dovremmo avere finalmente tutti più chiaro cosa l’ansia “è” e cosa “non è”. Andiamo ora a vedere insieme alcune condizioni psico-fisiche che hanno “qualcosa” in comune con l’ansia:

irrequietezza

Aumento dell’attività motoria per cui il soggetto ha difficoltà a mantenere a lungo la stessa posizione, compie una serie di movimenti automatici e involontari, ha difficoltà a concentrarsi su un pensiero molto a lungo, ha un comportamento inconcludente e spesso non finalizzato.

Noia

È una condizione di avvilimento psicologico, dominato dalla monotonia. In genere non viene vista come un qualcosa di problematico, e in parte giustamente, in quanto è una tra le possibili condizioni esistenziali di un essere umano. Abbiamo comunque deciso di citarla in questo contesto perché, anche se in modo superficiale, può avere degli aspetti in comune con alcuni sintomi ansiosi come il senso di insoddisfazione, di insicurezza, di difficoltà e di pigrizia nel contatto con gli altri. Tuttavia, nella noia, l’aspetto peculiare rimane la svalutazione verso il mondo; il soggetto ritiene che siano le condizioni esterne, monotone e grigie, a non fornirgli il giusto stimolo e l’adeguata motivazione ad entusiasmarsi ed a gioire.

ossessione É un’idea che giunge alla mente del soggetto in modo improvviso, interrompendo o imponendosi sugli altri pensieri e che persiste in modo martellante e ripetitivo. Non è tanto il tipo di pensiero ad essere patologico quanto il suo modo continuo di ripetersi, nonostante la persona cerchi di respingerlo e di liberarsene. L’individuo vive questa esperienza con critica e talvolta con vergogna, ne riconosce l’assurdità ma nonostante ciò può impedire che tali idee ritornino.

Compulsione

Strettamente connessa all’ossessione, è una spinta impellente ad eseguire una determinata azione e ha le stesse caratteristiche dell’idea ossessiva (improvvisa, ripetitiva, martellante..). Ossessivo può essere ad esempio definito il comportamento di colui che deve controllare, prima di uscire da casa, 20 volte se il gas è spento; ossessivo può essere il bisogno continuo di lavarsi le mani, etc. Compiere queste azioni riduce, nella persona che li mette in atto, l’ansia e lo stato di tensione e di apprensione, ma purtroppo l’effetto benefico è solo momentaneo.

Demoralizzazione

Può essere definita come uno stato di sfiducia, di abbattimento, di avvilimento. La persona demoralizzata pensa che non ci sia “niente da fare” per poter migliorare le cose. Spesso episodi di demoralizzazione si verificano durante l’evoluzione di un disturbo d’ansia (attacchi di panico, agorafobia, disturbo ossessivo-compulsivo, etc.) in cui la persona, non adeguatamente trattata o particolarmente refrattaria alle cure, non vede segni di miglioramento o vede ripresentarsi dei sintomi da cui sperava di essersi definitivamente liberata.

Depressione

Spesso c’è confusione tra sintomo depressivo e sindrome depressiva: nel primo caso esso può ovviamente far parte di diversi quadri clinici anche molto diversi (alcolismo, morbo di Altzheimer….); nel secondo caso essa è una sindrome vera e propria che è caratterizzata da tutta una serie di disturbi che verranno meglio approfonditi nel capitolo 5.

 

N. 2  L’ANSIA NON È: AGITAZIONE/APPRENSIONE

È una condizione in cui il soggetto vive con paura o con senso di attesa sofferente gli eventi della vita quotidiana, anche piccoli e poco significativi come il ritorno a casa del marito, lo svolgimento delle mansioni domestiche o lavorative, etc.

PAURA: è la reazione fisiologica di fronte ad un pericolo reale immediato e garantisce la sopravvivenza; è una condizione molto simile all’ansia sia nelle manifestazioni che nelle sensazioni che l’accompagnano, ma si differenzia da essa in quanto nella paura il pericolo è ben chiaro e solitamente esterno (es. se una macchina sta per investirci grazie alla paura riusciamo a metterci in salvo velocemente). Essa è una emozione che prepara l’organismo alla situazione d’emergenza pre-disponendolo, anche se in modo non specifico, alla difesa che solitamente si traduce in comportamenti di attacco o di fuga. Quando è protratta e relativa ad oggetti, animali o situazioni che di per sé non possono essere considerati paurosi, si trasforma in fobia.

ANGOSCIA: è un termine che viene generalmente usato come sinonimo d’ansia, ma che può assumere significati diversi. Deriva dal tedesco Angst C’è chi considera l’angoscia come uno stadio più grave dell’ansia (ansia vissuta con estrema sofferenza, senso di oppressione e disperazione) e chi mantiene tra i due termini una netta differenza perché interpreta l’ansia come una condizione fisiologica e psicologica in sé normale, anzi utile per il conseguimento di un obiettivo, e l’angoscia come l’espressione nevrotica o psicotica dell’ansia caratterizzata da una distorsione nella percezione della realtà che viene vissuta come eccessivamente minacciosa e inquietante. Questa confusione terminologica probabilmente si è aggravata per le differenze di significato che il termine ha subito nel corso della sua traduzione in varie lingue, in cui spesso si sono persi o aggiunti pezzi di significato rispetto a quello originale. “Nel possibile tutto è possibile” (Kierkegaard).

FOBIA: è il timore irrazionale e invincibile per oggetti o specifiche situazioni che secondo il buon senso non dovrebbero provocare timore. Si distingue dalla paura perché, a differenza di quest’ultima, non scompare di fronte a una verifica della realtà, e va distinta dal delirio perché la persona fobica è completamente consapevole dell’irrazionalità dei suoi timori che tuttavia non riesce a placare.

PANICO: episodio acuto d’ansia caratterizzato da tensione emotiva e terrore intollerabile che ostacola un’adeguata organizzazione del pensiero e dell’azione. Il soggetto vive un sentimento di blocco, di paresi e in genere questa sensazione è accompagnata da una serie di manifestazioni fisiologiche, a carico del sistema nervoso vegetativo, che possono presentarsi da sole o associate: ipersudorazione, pallore, palpitazioni, tremore, dispnea, etc. Una crisi di panico può esprimere una intensa reazione emotiva che si riferisce ad un pericolo reale o tensioni interne che la persona avverte come minacciose. Gli episodi di panico in genere tendono ad esaurirsi da soli e lasciano la persona spossata. A differenza di quanto accade nella paura, la persona è paralizzata dalla sensazione che contro la minaccia non ci sia nulla da fare.

 

 

Un viaggio nel pianeta “ansia”

1. L’ansia nel mondo

Nel mondo, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), 500 milioni di persone soffrono di disturbi legati all’ ansia. Circa il 10% delle persone che si rivolgono ai medici generici è sofferente a causa di un disturbo di ansia. Nel 7,9% dei casi si tratterebbe di DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATA, nell’1% di ATTACCHI DI PANICO, e nel 1,5% di AGORAFOBIA (paura degli spazi aperti, per i luoghi affollati, etc.). Oggi, in un momento qualsiasi del giorno – come segnalato in una monografia sull’ansia pubblicata dalla casa editrice Fernando Folini - 1 miliardo e mezzo di persone soffrono a causa di un qualunque tipo di disturbo neuropsichiatrico, dal disturbo mentale al disturbo del comportamento e ben il 75% di essi vive in Paesi in via di sviluppo. In Italia oggi si calcola che circa 5 milioni di persone soffrono di depressione e 3 milioni di disturbi d'ansia; il dato più recente riguarda la popolazione di Firenze della quale l’8,2% soffre di un disturbo d’ansia nel corso della vita.

Tale percentuale aumenta notevolmente, raggiungendo il 10%, se consideriamo i pazienti che frequentano gli ambulatori del medico di base ed è ancora più alta fra i pazienti ricoverati in ospedale per problemi organici (10-15% dei pazienti ricoverati). Molte persone continuano a soffrire in silenzio a causa del diffuso pregiudizio che il loro malessere non sia una vera malattia ma piuttosto una debolezza di carattere, una sorta di “non voglia di reagire” o in alcuni casi, peggio ancora, una “fissazione inesistente”. Insomma l’ansia finisce per diventare qualcosa di cui vergognarsi, una condizione da vivere e da gestire dolorosamente e faticosamente nel privato. Crediamo che la trattazione di tematiche prevalentemente di tipo psicologico possa aiutare il medico di base ad orientare il proprio paziente con suggerimenti utili per affrontare tempestivamente, al primo comparire della sintomatologia, il complesso fenomeno dell’ansia, la cui radice non risiede nel corpo, quest’ultimo viene usato come corsia attraverso cui la tensione trova possibile sfogo.

Distinzione tra paura, ansia, angoscia, fobia, panico e altri termini che ruotano intorno al mondo dell’ansia.

L’ansia può, a ragion veduta, essere definita come “l’inquietante compagna dell’uomo moderno”. Come abbiamo visto in precedenza, è un fenomeno molto diffuso e presente nella vita quotidiana odierna, soprattutto nella civiltà occidentale. Essa, in alcuni casi può assumere forme gravi e paralizzanti, in altri forme moderate e costruttive; a volte è avvertibile per lunghi periodi, altre volte per periodi brevi e intervallati; in alcuni casi si manifesta apparentemente senza motivo, in altri insorge a seguito di specifici eventi (esami, separazioni, etc.…) o in particolari momenti di vita (adolescenza, nascita di un figlio, etc…).

Ma che cos’è l’ansia? Quando dobbiamo considerarla pericolosa? Da che cosa origina? Come si manifesta e quali sono i sintomi che possono aiutarci a ri-conoscerla?
A tutti questi interrogativi proveremo a dare una risposta.
L’ansia può essere definita come una tensione apprensiva, o irrequietezza, che sorge dal sentire come imminente un pericolo, sia pure vago, di origine sconosciuta.
E’ uno stato emotivo molto vicino alla paura, vissuto dal soggetto come una sensazione di penosa aspettativa di pericolo imminente, senza che vi sia un oggetto reale a provocarla. Il soggetto si sente “teso”, “nervoso”, “eccitato”, “impaurito”. Tale sentimento di preoccupazione/apprensione investe la persona nella sua globalità.

«Sono preoccupato e non riesco a capire perché» è una tipica espressione della persona ansiosa e ancora: «mi sembra che le cose vadano bene, non riesco a capire come mai mi sento così agitato….in fondo non ho motivi…va tutto bene…eppure non mi sento tranquillo». La persona ansiosa ricerca nella sua vita quotidiana stimoli, eventi o cause che razionalmente possano giustificare la sua condizione e spesso, non riuscendone a trovare alcuna, non riesce a trovare possibili soluzioni che allontanino lo stato di tormento. Il fatto è che, nel caso dell’ansia, i motivi si trovano all’interno del soggetto stesso, sepolti nel suo inconscio, e spesso hanno radici in esperienze molto primitive della sua vita psichica e relazionale.

Una prima importante distinzione riguarda l’ansia come stato e l’ansia come tratto, anche dette rispettivamente ansia critica e ansia cronica. Nell’ ansia di stato (l’ansia critica) i sintomi sono legati ad un particolare momento, ad una specifica situazione, ad un particolare stato appunto; l’ansia di tratto (ansia cronica), invece, costituisce un aspetto stabile della personalità, in cui l’individuo tende ad utilizzare strutture cognitive che attivano i sistemi emozionali anche per stimoli esterni o psicologici di lieve entità, come se fosse più sensibile, come se avesse la “soglia di allarme” più bassa della media. Impariamo a distinguere l’ansia da altre condizioni apparentemente simili, ma sostanzialmente molto differenti. Cerchiamo, dunque, di capire insieme quello che l’ansia “non è”. Riprenderemo il nostro viaggio nel prossimo numero.

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