primo mario cavalieri

di Mario Cavaleri

Quello che doveva essere il processo del secolo, il cui percorso trae origine a seguito dell’omicidio dell’onorevole Salvo Lima, democristiano, storico riferimento e capo nell’Isola dell’allora potente corrente andreottiana, e siamo al 1992, che ha avuto un primo punto di approdo nell’aprile 2018 con la condanna in primo grado di tutti gli imputati, quattro anni dopo quella sentenza e trent’anni dopo i fatti si conclude con un verdetto opposto: assoluzione.

Per gli imputati di spicco, cioè gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno e per il senatore berlusconiano Marcello Dell’Utri è la liberazione da un incubo. Per il popolo italiano, in nome del quale la Giustizia viene amministrata, niente di clamoroso rispetto a quanto la stragrande maggioranza aveva ipotizzato sin dall’inizio pur non avendo faldoni di intercettazioni e familiarità con codici e giurisprudenza, solo ragionando col buon senso comune: su congetture e indizi si era messo in piedi un teorema.

Un costrutto che a tuti i costi doveva indirizzarsi verso la colpevolezza e far emergere il putrido odore della mistura avvelenata tra corpi dello Stato e mafia assassina. Gli ingredienti c’erano, le stragi pure, il clima era quello giusto perché la gente, quell’opinione pubblica cangiante di umore a seconda delle situazioni, chiedeva vendetta e punizione nel vedere uno Stato che appariva debole, arrendevole. Ragionando più a cuor sereno, col passare del tempo forse ci si è ricordati che, come diceva De Gaulle, nello Stato c’è bisogno anche di chi stura le fogne. E adesso la sentenza di appello sembra confermarlo: approcci, tentativi di dialogo con la cupola mafiosa che stava lacerando la convivenza civile con un piano stragi senza sosta sono stati portati avanti per obiettivi più importanti cioè salvare la Nazione dal precipizio.

D’altronde, era mai possibile che i vertici dell’Arma dei carabinieri non sapessero cosa il gen. Mori e company stavano facendo? Le loro trame potevano essere il frutto di un’iniziativa individuale data la posta in ballo? E se sapevano allora era invischiata l’intera Arma e poi lo stesso Governo con i vari ministri dell’Interno e non solo. Dunque a processo doveva andarci la Repubblica con le sue massime espressioni istituzionali.

Le motivazioni che si accompagneranno al verdetto assolutorio di ieri ci diranno di più. Ma intanto, i giovani di allora che oggi sono prossimi alla pensione; i cronisti di giudiziaria che per tre decenni hanno preso nota di questo e quell’interrogatorio, di innumerevoli dichiarazioni, di passaggi giudiziari contraddittori che a intervalli facevano propendere per il pollice verso o viceversa possono rimuovere tutto il martellante tambureggiare delle Procure.

E’ normale che in Appello si possa pervenire a decisioni diverse. E’ meno normale che in un processo storico, venga ribaltato il verdetto tanto più se si pensa che alla nuova conclusione era già pervenuto il cittadino normale. E non è normale che dopo tanto tempo rimangano senza verità altri aspetti di questa inchiesta o vicende di quell’epoca. Ma la storia delle stragi italiane è rimasta sempre senza spiegazioni convincenti.

I teoremi qua e là hanno fatto male; l’inquirente che si innamora delle proprie tesi rischia di travolgere il destino di non colpevoli, spesso chiamati loro a giustificarsi di ciò che non hanno fatto perché ormai l’antico e in dottrina ancora attuale imperativo che recita “onus probandi incumbit ei qui dicit” viene puntualmente capovolto.

L’insieme di tutto ciò aggrava la condizione della Giustizia che attraversa il momento peggiore. La sentenza di ieri contribuisce ad alimentare il senso di sfiducia in un sistema ormai imploso per gli scandali, i veleni che attraversano le Procure più strategiche, le derive del Csm, i Referendum tendenti a modifiche radicali, il protagonismo di alcuni giudici, l’autoreferenzialità intoccabile e prevaricante rispetto agli altri poteri dello Stato.

Barcellona, capoluogo della Catalogna, regione di oltre sette milioni di abitanti, proprio nei giorni scorsi ha visto riprendere il dialogo tra il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e il presidente della Catalogna Pere Aragonès per riavviare i negoziati sulla crisi politica legata alla spinta separatista. Argomento frusto, logoro, trito e ritrito in Sicilia dove l’aspirazione separatista prese altra forma nel ’46 con lo Statuto talmente speciale da farne una regione con pari dignità istituzionale della Nazione. Peccato che di quella specialità il risultato sia oggi di un’Isola più povera anche di abitanti, e che delle affinità con gli autonomisti spagnoli ci sia eco solo nei dibattiti tra studiosi.

Da un humus socio-politico assimilabile, come è possibile che col passare dei decenni, segnatamente negli ultimi 50 anni, si sia pervenuti a risultati così opposti, incomparabili? Barcellona che corre, visibilmente cresce, si espande, moltiplica i numeri nel porto e nel centro, si presenta più bella e accogliente, spaziosa, elegante, organizzata, pulita, vivace, allegra; Palermo caotica, porto asfittico, rumorosa, disordinata urbanisticamente, degrado abitativo abbondante in centro quanto in periferia, città quasi rassegnata nel contemplare le pur numerose bellezze monumentali, architettoniche, artistiche che può vantare.

Il confronto tra le due metropoli potrebbe apparire ardito visto che quella siciliana conta poco meno di 700 mila abitanti a fronte dei due milioni catalani ma è la mancanza di visione di città e di Regione che obbliga a riflettere. Siamo indietro di mezzo secolo, manca un’idea di prospettiva, un disegno progettuale di insieme, né si sa chi dovrebbe approntarlo tra la pletora di competenze e la moltitudine di governanti distratti dalla ricerca del consenso elettorale.

E siccome è di moda il termine “semplificazione” produciamo un’ipertrofia normativa e di uffici burocratici da scoraggiare qualsiasi intrapresa; il parlamento siciliano perde tempo su provvedimenti insignificanti; le nove ex province incluse le tre città metropolitane a cominciare dal capoluogo dell’Isola consumano lustri di legislature a dibattere sul nulla, a coniare nuovi enti senza che si migliori alcunché; si fanno comunicati stampa, si organizzano tagli del nastro per una rotatoria, una panchina, o i gazebo piazzati agli imbarcaderi aliscafi… piuttosto che provare vergogna di aver provveduto con decenni di ritardo a un minimo di decoro.

Ancora oggi non ci si indigna per quella ferraglia che invade le invasature dei traghetti, a Messina come a Villa S. Giovanni e Reggio: a parte qualche articolo di giornali o sterili dichiarazioni di assessori e deputati, non c’è stata né ci sarà alcuna severa levata di scudi per dire basta alla telenovela del Ponte. Le Università… “latitanti”. Tolleriamo come normale una condizione di arretratezza che appare ormai incolmabile se parametrata all’accelerazione impressa altrove.

Hola, Hola… sveglia! L’intero patrimonio siciliano in parte griffato Unesco incassa forse quanto la sola Sagrada Familia; il lungomare già distrutto pressoché ovunque continua a essere aggredito dalla cementificazione invece di essere liberato per restituirlo alla fruibilità, con accesso agevole e organizzato per bagnanti e diportisti.

L’esatto contrario di come Barcellona si presenta ai visitatori: estesi vialoni pedonali affiancati alla ampissima pista ciclabile che a sua volta costeggia l’arenile per chilometri; qui e là grandi aree a verde; e poi niente soprelevazioni posticce, tettoie abusive, baracche o ruderi abbandonati.

Allora, dove abbiamo sbagliato? E soprattutto perché ci ostiniamo a sbagliare ancora, ingessando il presente, compromettendo ulteriormente il futuro? Qualcuno dovrà porsi l’interrogativo.

Un esempio lampante a Messina, per antonomasia città di due mari: come si può pensare oggi di coprire lo spazio dell’ex Teatro in Fiera, asfissiando la passeggiata a mare già striminzita? E’ pura follia! Far sorgere un edificio multipiano quando ci sarebbe da demolire tanto altro all’interno del recinto di quell’area fieristica. La stessa recinzione è un oltraggio alla città, al paesaggio, al godimento del mare, al senso di libertà che invece Barcellona fa percepire a chiunque si avvicina alla costa. Dalle nostre parti sono una costante le cancellate che imprigionano.

Il senso di libertà nella regione iberica si coglie anche nelle realizzazioni artistiche e costruttive: un mix di colori, materiali, sculture, vetrate come se ciascun architetto avesse operato con fantasia e in piena libertà espressiva senza l’assillo del centimetro di regolamenti, regi decreti, Soprintendenze, Uffici comunali… enti tempestivi in Sicilia nel bloccare sine die al primo mattone e persino quando è tutto è già bello e definito ma che non sono stati capaci di impedire tante brutture.

Dove sbagliamo se altrove realizzano cose belle, o magari discutibili, ma le fanno e pure in velocità, arricchendo comunque il paesaggio reso più attraente. Non saranno forse tante regole sciocche ed enti inutili che si accompagnano a una serie infinita di autorizzazioni a castigare pure l’arte e la bellezza?

Fatto sta che chi torna a Barcellona dopo 30 anni trova una città irriconoscibilmente nuova, deliziosa, affascinante specie sul waterfront. In Sicilia il tempo sembra essersi fermato, tutto è uguale a prima e se qualcosa è cambiato… lo è in peggio.

 

In una fase storica caratterizzata da disorientamenti, indeterminazione, ambiguità, precarietà, Mario Draghi riesce, pur tra tanti dubbi, a rappresentare una certezza.

L’approccio pacato e convincente con cui affronta le questioni, il concentrarsi sulle cose serie rifuggendo dalle baruffe di scarso interesse, crea ovviamente risentimento e disagio tra i politici di professione che sulle bagarre campano fino ad agitare la minaccia di possibile crisi all’orizzonte vuoi se Matteo Salvini attacca il ministro dell’Interno Lamorgese sull’immigrazione; o perché Enrico Letta si rivolta contro la Lega che non vota in commissione il green pass dunque sarebbe fuori dalla maggioranza. Questioni aggressivamente sbandierate ed esaltate per scuotere gli animi all’interno delle coalizioni, impegnare titoloni sui giornali, far credere che si stia parlando di cose importanti.

Poi capita che il Premier convochi una conferenza stampa, per informare sul lavoro in corso e sui provvedimenti in itinere, questi sì cose serie, e ci si accorge d’emblée che i vari big cercano ambiziosa visibilità a tutti i costi… sul nulla. E a smontarli è proprio lui, il super Mario iniziatore di un modo di dirigere Palazzo Chigi così austero, sobrio, competente e pure ironico che sarà difficile per qualsiasi successore tenere il raffronto col caposcuola quando, prima o poi, lascerà la guida dell’Esecutivo.

Così ieri, dopo aver snocciolato le varie misure in campo per contenere la pandemia, aprendo all’obbligo vaccinale e al green pass, bocciando la protesta dei no vax come odiosa e vigliacca, ha risposto ai giornalisti su diversi argomenti. E ha confermato che nel governo c’è sintonia tra i ministri, ricordando che il Parlamento ha espresso fiducia nel suo operato; che le polemiche dei leader appartengono ai partiti e alla dialettica politica, ma il Governo è un’altra cosa.

Non si è tirato indietro comunque a dire la sua sullo scontro Salvini-Lamorgese: potrebbe essere utile a entrambi incontrarsi e chiarire i motivi, magari raffrontando i numeri dei migranti di quest’anno con quelli di anni precedenti. Non lo ha detto ma si riferiva anche al periodo in cui è stato ministro dell’Interno proprio Salvini. Quanto alla durata dell’attuale gabinetto, il suo sorriso sornione tradiva un sottinteso… ma chi potrebbe mai intestarsi un capovolgimento che farebbe sprofondare il Paese proprio nel momento in cui finalmente Roma ha cominciato a rappresentare un riferimento affidabile conquistandosi credibilità tra i partner occidentali e non solo. Vedi da ultimo la vicenda Afghanistan.

Nella conferenza infatti la crisi afghana non è rimasta estranea. Al tavolo con il premier c’erano i ministri Gelmini (Affari regionali), Bianchi (Scuola), Speranza (Sanità) e Giovannini (Trasporti) perché il tema era l’ampio tema delle misure anti pandemia, quindi non aveva un ruolo il ministro degli Esteri Di Maio. Però era scontato che i giornalisti avrebbero posto domande sul dopo Kabul, tanto più che in serata Draghi si sarebbe recato a Marsiglia per incontrare il presidente francese Macron.

Il premier sugli affari internazionali vola alto, si muove con la sicurezza di chi sa di essere ascoltato; lo sta dimostrando. Con padronanza assoluta e visione del futuro, gli bastano due battute per delineare quella che sarebbe auspicabile diventi la linea dell’Europa: accogliere i profughi afghani come rifugiati politici cui far conseguire la cittadinanza piena; coordinare le rispettive politiche sull’immigrazione. Pur avvertendo che lo scenario è complesso e nessuno ha la soluzione in tasca, sfida gli alleati su ciò che nell’immediato si deve certamente fare sul piano umanitario: garantire una prospettiva di vita dignitosa a chi ha collaborato in questi venti anni con gli occidentali e vuole fuggire dai talebani.

Insomma Salvini, Letta, Meloni, Conte e company se ne facciano una ragione: semestre bianco o no, Draghi non si tocca. Il non avere un suo partito, e non pensarci minimamente a fondarlo; il parlare poco, a volte con monosillabi eppure con straordinaria efficacia e conoscenza degli argomenti; la gestione delle emergenze; la possibilità di condizionare le scelte dei suoi omologhi dentro e fuori l’Europa ne fanno un premier di straordinaria capacità. Intoccabile.

 

Lo stile Draghi, che speriamo insegni qualcosa alla Politica e lasci traccia di un altro modo di intendere il rispetto e la serietà istituzionale, incide ovviamente anche nella comunicazione: siamo passati dalle esternazioni a tutte le ore e dalle tv sintonizzate quasi quotidianamente con Palazzo Chigi alle conferenze stampa essenziali, minimaliste. Talvolta esageratamente telegrafiche.

E’ il caso della vicenda Ponte sullo Stretto: il premier l’ha liquidata con una battuta a Montecitorio nel presentare il Piano nazionale di ripresa e resilienza collegato a quel Recovery Plan da 200 e passa miliardi dell’Europa. Ha delegato il tutto al ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini che già qualche settimana prima aveva annunciato come imminente l’esito della commissione di studio (insediata ad hoc, quasi un anno fa). Sono passate settimane ma fino a ieri il ministro non ha voluto anticipare nulla.

Dunque non si sa ancora cosa c’è scritto, nonostante mesi di attesa che si sommano ai decenni precedenti: troppi rinvii, mezze dichiarazioni, silenzi che non si giustificano più. Ambiguo appare pure l’annuncio di ulteriore dibattito allorché sarà noto il testo della commissione, quasi che non si fosse discusso abbastanza finora.

Dice Giovannini: “La Commissione istituita dall’ex ministra De Micheli per l’attraversamento stabile dello Stretto ha ultimato i suoi lavori e, come annunciato dal presidente Draghi, la relazione verrà inviata quanto prima al Parlamento. La mancata inclusione dell’opera nel Pnrr dipende dal fatto che i tempi a disposizione per realizzarla, entro cioè il 2026, sono troppo brevi. Questo non vuol dire che, se si decidesse di procedere, non si possano usare altri fondi. La Commissione ha preso in esame diverse tipologie di tunnel e di ponti: sulla base di questo lavoro si aprirà un dibattito politico e pubblico e si esamineranno tutti gli aspetti legati alla fattibilità, non solo economica”. Precisando poi che la relazione non è ancora finalizzata, va letta attentamente perché la commissione ha messo insieme evidenze molto importanti, riflettendo sugli aspetti trasportistici, vulcanologici, economici e il dibattito che si svilupperà dovrà basarsi sui fatti citati nella relazione.

I rumors nei Palazzi fanno ritenere però che sia stata scartata l’opzione tunnel per preferire quella del ponte, difatti ieri sera l’assessore regionale Marco Falcone si è spinto oltre: “Le ultime notizie che giungono da Roma ci danno ragione. La Commissione di esperti, istituita dall’ex ministro De Micheli, conferma quello che sosteniamo da sempre, cioè la bontà del progetto già esistente del Ponte sullo Stretto come unica strada per scrivere una nuova storia di Sicilia e Sud Italia. Per altro verso, l’ipotesi alternativa di Italferr del ponte a tre campate, ancorché valida e ritenuta fattibile, sarebbe però tutta ancora da impostare. Ecco perché dobbiamo partire subito dal progetto di Eurolink che WeBuild, assieme a Sicilia e Calabria, si è detta pronta a realizzare da subito. Un progetto chiavi in mano, già munito dei necessari pareri e relative autorizzazioni. Il governo Musumeci chiede che non si perda più tempo, facendo anche appello alla chiara maggioranza pro-Ponte presente in Parlamento. Oggi ci sono tutte le condizioni per passare dalle parole ai fatti”.

Non sappiamo se l’assessore Falcone ha notizie di prima mano o se le sue esternazioni sono un commento di notizie lette sui giornali.

In attesa di questa benedetta relazione, annunciata da dicembre come imminente, proviamo allora a sintetizzare lo stato dell’arte, sulla base di dati concreti per capire come stanno realmente le cose e spiegare perché di cantierabile non vi è nulla ed entrambe le ipotesi ponte richiedono un nuovo progetto.

 

 

 

 

Povera politica, ridottasi a inseguire il monologo del rapper Fedez per sollecitare l’approvazione di una norma su diritti da tutelare e per scoprire che in Rai ci sono dirigenti condizionati dal potere politico. Ma va? La Rai del servizio pubblico, la più grande azienda culturale del paese pagata da tutti con il canone, è influenzata dalla politica? E c’è qualche vicedirettrice, più realista del re, che si preoccupa se sul palco del Primo Maggio a Roma vengano usate certe parole o che si facciano nomi di politici?

Nella fattispecie si trattava di un attacco di Fedez per condannare le sprezzanti espressioni razziste usate da qualche esponente della Lega e che la direttrice di Rai 3 avrebbe voluto non venissero citate: per fare un favore a chi? A Salvini? Al sistema Rai?

Pronti allora a insorgere il Pd col segretario Enrico Letta e il Movimento 5 stelle con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, indignati per il tentativo di censura: «Ci aspettiamo parole chiare dalla Rai, di scuse e di chiarimento» ha dichiarato Letta che ha pure ringraziato Fedez «per le sue parole forti che condividiamo in pieno e rendono possibile rompere un tabù, cioè che non si può parlare di diritti perché siamo in pandemia. Occuparsi di pandemia non vuol dire che non si possono fare battaglie per i diritti, ius soli, come ddl Zan».

E Di Maio: «Il Paese non può accettare alcuna forma di censura. La musica è libertà, trasmette emozioni e ci aiuta a comprendere, analizzare, maturare. Penso che il rispetto sia la cosa più importante e stia alla base di tutto, significa saper accettare le critiche e le idee diverse dalle nostre. E un Paese democratico non può accettare alcuna forma di censura» ha scritto su Facebook il ministro degli esteri grillino».

Censure in Rai… scoperte e contestate oggi?

Ma non c’è nulla di cui meravigliarsi, se non fosse che a dolersi sono proprio i leader di partiti che sotto il loro governo hanno rinnovato la dirigenza Rai. Insomma le nomine dei direttori di rete sono state avallate da loro stessi.

Nel caso Fedez la presunta censura sarebbe venuta dalla vice direttrice di Rai 3 Ilaria Capitani, già capo ufficio stampa di Walter Veltroni sindaco di Roma. E la direzione di Rai-3, storicamente legata ai partiti di sinistra, è stata affidata a Franco di Mare a maggio 2020. Proprio lui adesso dovrebbe chiarire l’accaduto, davanti alla commissione di Vigilanza della Rai dove il presidente forzista Alberto Barachini lo ha convocato con urgenza “per avviare un’indagine conoscitiva completa”, dopo il discusso discorso al Concertone del Primo Maggio da parte di Fedez, che ha parlato di una tentativo di censura prima che gli fosse permesso di parlare liberamente.

Mentre nel frattempo la fidanzata di Di Mare, Giulia Berdini, su Instagram definisce Fedez “nullità del mainstream” che opera grazie a qualche non meglio specificato “paraculo occulto”, “innocuo come un omogeneizzato plasmon”.

 

Alla fine, la parola ponte il premier l’ha pronunciata, sia pure per levarsi pilatescamente dall’impiccio. In sede di replica ai vari interventi alla Camera, Mario Draghi è stato laconico: «Sul Ponte sullo Stretto non posso dire altro che c’è una relazione pronta ormai, terminata nei giorni scorsi, e sarà inviata dal Ministro delle Infrastrutture al Parlamento per una discussione».

E siamo praticamente fermi da quasi un anno, a voler considerare solo le ultime vicissitudini, ossia da quando l’ex ministro Paola De Micheli insediò il gruppo di studio che ha studiato tanto ma tanto, fino a passare la palla al successore Enrico Giovannini che a sua volta da settimane annuncia questo esito di cui ancora non si vede traccia. Mentre lo stesso ministro pensa nelle more di ammodernare la flotta con traghetti meno inquinanti e capaci di trasbordare “treni corti”.

Il problema non è da poco perché collegato proprio a quell’alta velocità di cui si discute e che, nelle assicurazioni di Draghi, sarà un’alta velocità vera anche da Salerno a Reggio anche se non interamente realizzata entro il 2026, scadenza del Recovery Plan: nel programma Rfi il completamento dell’intero nuovo tracciato è previsto infatti entro il 2030. Scadenza temporale che autorizza un paio di interrogativi.

1) Alcuni tratti non saranno ultimati entro il 2026, tuttavia la parte rimanente viene ricompresa nel Recovery, il che vuol dire che è possibile sdoppiare l’intervento. Ma allora perché non si può seguire la stessa strategia per il Ponte, se il motivo dell’esclusione è motivato dal fatto che il collegamento stabile non verrebbe ultimato entro il 2026?

2) L’ultimo tratto dell’alta velocità, che in Calabria oggi si ferma nella progettazione a Cannitello, è stato concepito in funzione di un futuribile Ponte o no?

3) E’ stato considerato il manufatto con pile in acqua, a campata massima di 2 km che, secondo il prof. Aurelio Misiti, sarebbe pronto in tre anni e con un costo massimo di 2 miliardi? Progetto questo che, nel rifarsi al modello di Akashi, utilizzerebbe tutti gli studi già fatti per il ponte originario tra Scilla e Cariddi ma non ricadrebbe più nella riserva naturale del Peloro, perché il tracciato si sposta a ridosso del centro di Messina e meglio risponde anche all’idea di conurbazione tra le città dello Stretto.

4) Tra Messina-Palermo-Catania, neppure nel 2030 ci sarà l’alta velocità, occorrerà aspettare ancora, chissà se nel 2050: dunque per raggiungere una città del valore mondiale di Agrigento ci vorranno sempre quattro ore?

Speriamo che qualcuno in Parlamento vorrà porre i quesiti al ministro Giovannini e che non arrivino risposte elusive.

Intanto ci sarebbe da rimanere attoniti che mentre si parla di questioni decisive, essenziali per il futuro, l’Ars si preoccupi degli impianti boschivi. Ma non sorprende.

La Sicilia con competenza speciale ed esclusiva in fatto di strade non fa sentire la sua voce neppure in questi momenti cruciali.

Quasi tutti i deputati del parlamento regionale hanno riferimenti di partito al Governo della Nazione, cosa aspettano a insorgere, ribellarsi contro un divario tollerato troppo a lungo? A Sala d’Ercole non potranno più accampare scuse per giustificare che i più importanti capoluoghi sono tagliati fuori dall’alta velocità: se non progettata adesso, penalizzerà l’Isola nei decenni a venire. L’argomento dovrebbe essere quotidianamente nell’agenda lavori a Palazzo dei Normanni come a Palazzo d’Orleans, tutto il resto non vale nulla se non si risolve il problema trasporti.

Ci sono già le prime proteste: i sindaci dell’Agrigentino si recheranno oggi davanti a Palazzo Chigi perché dall’elenco del Recovery è escluso l’anello autostradale Gela – Castelvetrano. Al loro fianco non accorreranno i cento parlamentari (regionali, nazionali, europei) che dovrebbero rappresentare il territorio: loro ricompariranno fra un po’, alla vigilia elettorale, quando però le le jeux sont fait rien ne va plus.

 

 

 

 

Sarà vera svolta? Ai posteri l’ardua sentenza.

Il Piano da oltre 248 miliardi cui è legata la ripresa dell’Italia destina un buon 40% al Sud. Dopo mezzo secolo di arretratezza rispetto al Nord, si delinea un disegno di sviluppo che potrebbe far giustizia di decenni di scippi e disinvestimenti. Recupereremo in fretta ritardi infrastrutturali e socio-economici capaci di far decollare il Mezzogiorno?

Mah! C’è da rimanere frastornati con le cifre da capogiro, la mole sbalorditiva dai cambiamenti radicali che incideranno nel mondo del lavoro, negli aiuti alle famiglie, su Ambiente, Giustizia, Pubblica amministrazione, transizione digitale, consumi energetici, fisco.

C’è tantissimo in questo Pnrr, d’altra parte sono tanti i miliardi per rifondare e riconsiderare tutto. Consistenti le poste per la crescita del Mezzogiorno supportate dal bel preambolo del premier Mario Draghi: “Il potenziale del Sud in termini di sviluppo, competitività e occupazione è tanto ampio quanto è grande il suo divario dal resto del Paese. Non è una questione di campanili: se cresce il sud, cresce anche l’Italia”.

Allora, siamo all’alba di un rinascimento del Mezzogiorno?

Le linee guida sono state tracciate, i progetti seguiranno. Intanto qualcosa si può dire sulle infrastrutture, più percepibili nell’immediato come sinonimo di inversione di tendenza. E qui registriamo al momento una notizia buona, un’altra meno buona, la terza a risposta multipla ritardata, evanescente: da dove cominciamo?

Per essere ottimisti, partiamo dalla prima. Il presidente del Consiglio illustrando ieri alla Camera dei deputati il “Piano nazionale di ripresa e resilienza” ha rimarcato che l’alta velocità ferroviaria da Salerno a Reggio Calabria è prioritaria e sarà un’alta velocità “vera”. Ecco, questo aggettivo è stato l’elemento più rassicurante della relazione perché spazza via i timori. In verità ad alimentare i sospetti sono alcuni acronimi presenti pure nella stesura finale del Pnrr: si fa riferimento ad un’alta velocità Avr, che sta a indicare velocità di rete cioè ridotta, che non viaggia oltre i 200 km. Comunque il programma delle Ferrovie si completerà entro il 2030, quindi ben oltre la scadenza del Pnrr.

E’ stata la deputata siracusana di Forza Italia, Stefania Prestigiacomo, a sollevare dubbi: si tratta di refusi? Ha chiesto al premier di smentirli e probabilmente Draghi lo farà oggi in sede di replica. Nella fretta di aggiornare, qualche svarione è scappato ma le carte progettuali indicano che in Calabria si lavora a un nuovo tracciato parallelo all’Autosole; abbandona la vecchia linea costiera, passa in gran parte in galleria (specie a Gioia Tauro, Seminara, Scilla) e vede come terminal Cannitello, non più Villa San Giovanni. Qui si annebbia l’ultimo miglio.

La notizia meno buona: niente alta velocità in Sicilia. Nell’Isola è già stata appaltata alla Webuild (per intenderci la società risultante dalla fusione tra il gruppo Salini e Impregilo) la tratta che da Giampilieri arriva a Fiumefreddo per la velocizzazione di rete: la vecchia linea verrà abbandonata, la stazione di Taormina sarà in galleria, all’altezza di Mazzarò, con ascensori che porteranno alla perla dello Ionio. Sempre velocità di rete da Messina a Palermo e da Palermo a Catania: si viaggerà quindi a 160 km orari con punte massime di 200 in alcuni tratti (progettazione peraltro prevista nel decreto “sblocca Italia” varato quando al governo c’era Matteo Renzi).

La terza notizia, più attesa ma inevasa e avvolta nel mistero, riguarda ovviamente il Ponte sullo Stretto. Il premier non ha fatto il minimo cenno, come se non fosse la risposta che massimamente il Sud aspetta ab immemore, la madre di tutte le infrastrutture che il Mezzogiorno sogna da generazioni e al centro del dibattito quotidiano.

Da Draghi niente, neppure una parola, nessun richiamo a quel gruppo di studio insediato lo scorso anno dall’allora ministro Paola de Michele e che il successore Enrico Giovannini aveva preannunciato come imminente già dieci giorni fa. Avremmo scommesso che il silenzio sarebbe stato rotto ieri nella sede più deputata per comunicazioni di tale portata, ossia il Parlamento: invece l’Italia ieri si è fermata a Cannitello. Il premier ci riserva sorprese? Vedremo.

Anche perché Forza Italia come la Lega e Italia Viva da tempo puntano sul Ponte e ieri la Prestigiacomo ha posto una serie di questioni cui il premier Draghi dovrebbe dare oggi una risposta.

“La svolta vera dovrebbe essere collegare la Sicilia a Roma in cinque ore invece delle attuali 12 – ha detto Prestigiacomo – cioè lo stesso tempo che con l’alta velocità del Nord si va da Salerno a Milano, che distano esattamente quanto Roma dista da Siracusa. I cittadini di mezza Italia non meritano nel 2021 un piano di infrastrutture che li mantiene 50 anni indietro. Questa è una straordinaria opportunità che difficilmente si ripeterà. Manca un netto segnale di coraggio, mi riferisco al Ponte, progetto completo e volano economico, turistico, culturale. Cinque milioni di siciliani, l’8% della popolazione nazionale non possono ritenersi integrati nel sistema nazionale ed europeo se ogni mezzo si ferma a Villa e per arrivare a Messina, deve aspettare il ferry boat come ai primi del Novecento, per poi trovare in Sicilia un sistema stradale degna del ferry boat. Il Recovery offre l’unica possibile sostenibilità per realizzare il Ponte; rientrerebbero le opere a terra, e il manufatto da finanziare con le risorse aggiuntive. La beffa? Nel Recovery è inserita la metropolitana di Messina, realizzazione prevista inizialmente tra le opere compensative proprio del Ponte”.

Oggi il premier Draghi dovrà rispondere agli alleati di governo. Esprimere con chiarezza cosa pensa lui del Ponte, tirare fuori al cassetto la relazione conclusiva del gruppo di studio che avrà prodotto qualcosa. Ecco, almeno il diritto sapere.

 

 

 

 

Niente web, tutto in presenza.. tranne l’Odisseo ossia Ulisse “l’irritato” che idealmente, quasi tremila anni dopo, da Itaca è tornato a fare capolino da queste parti per dare il suo nome a qualcosa che rimane ancora leggendario.

E’ già buona cosa l’aver visto insieme i governatori di Sicilia e Calabria, con rispettivi assessori alle infrastrutture, e l’amministratore della più importante società di costruzioni italiane, l’odierna Webuild nata dalla fusione di due colossi del settore come Salini e Impregilo. Doveva accadere molto prima e non solo per il collegamento stabile nello Stretto, posto che le due regioni dirimpettaie hanno tanto da concordare per non rimanere relegate agli ultimi posti tra i territori d’Europa, ma tant’è. Guardiamo adesso al futuro che finalmente le vede insieme per delineare un’unica strategia, partendo proprio da quel tratto di mare di tre chilometri che ha segnato soprattutto gli ultimi trent’anni incidendo nello sviluppo di quest’area, prigioniera di un’opera più volte riproposta e altrettante accantonata.

Oggi la vicenda Ponte diventa “Vertenza Ulisse”: vertenza perché Sicilia e Calabria intendono aprire una controversia con lo Stato puntando all’obiettivo della realizzazione; Ulisse perché col nome del mitico eroe greco d’ora in poi i due presidenti di Regione, Nello Musumeci per la Sicilia e Antonio Spirlì per la Calabria, indicheranno il ponte tra Scilla e Cariddi. In sintonia pure Pietro Salini, pronto da domani a partire con i cantieri se arriverà un via libera.

L’incontro è servito per dire “basta col babbìo del ponte” e rivendicare nel cuore del Mediterraneo, il ruolo di piattaforma naturale per i traffici mercantili che ci passano davanti e si dirigono a Gibilterra finché non ci sarà quell’alta velocità del corridoio Berlino-Palermo che implica la possibilità di attraversare in tre minuti lo Stretto di Messina.

Musumeci è determinato, graffiante: “Il governo Draghi ci dica cosa vuole fare del Ponte sullo Stretto, abbiamo diritto a una risposta definitiva. Basta con gli eterni rinvii e i balletti, altrimenti siamo pronti a farlo da soli. Siamo stanchi di essere considerati marginali rispetto al continente europeo. Per le persone in buona fede i problemi sono tecnici, per quelli in malafede e sono tante nella politica dei palazzi romani, c’è la volontà di mantenere il sistema Italia diviso in due, da una parte il Nord ricco e opulento che produce, dall’altra un Sud povero che arranca e consuma i prodotti del Nord. Finiamola con questa farsa”.

Spirlì non ha risparmiato la sua solita colorita espressione sul Governo che “sta annacando il pecoro”, per dire che continua a tergiversare su un’infrastruttura attesa, dovuta in quanto “porta d’ingresso in Europa per chi arriva dal Canale di Suez e dai Paesi che oggi detengono un grande potere economico, come Cina e India, ormai ago della bilancia dell’economia mondiale, e il continente africano che, nei prossimi decenni, sarà l’interfaccia naturale con l’Europa. Non è dunque ammissibile che i primi territori europei non siano tra loro collegati. L’Europa ha l’obbligo di crearlo”.

Manca insomma solo la volontà politica, perché a sentire l’ad di Webuild Pietro Salini, sul piano della fattibilità tutto è stato studiato, l’iter burocratico già perfezionato, pagine di approvazioni, il progetto esecutivo c’è dal 2013, e la capacità operativa del suo Gruppo, testimoniata dai numerosi ponti costruiti in giro per il globo, è garanzia di affidabilità nonostante le difficoltà che un’arcata di oltre 3 km presenta indubbiamente, non essendoci al mondo niente di simile: “La differenza tra i Paesi che crescono e quelli che annaspano – sottolinea – è anche nella capacità di creare le grandi opere, di creare prospettive e di essere attrattivi”. E a rimarcare la valenza del Ponte ha messo sul piatto un aspetto non proprio marginale: ventimila posti di lavoro nell’immediato, cioè entro un anno; quasi centomila nel prosieguo.

Non si è fatto cenno ad altre ipotesi di ponte: come quello proposto dall’ing. Aurelio Misiti con pile in mare e un’arcata centrale di 2 km che lo renderebbe più sicuro almeno per i treni; né al tunnel in alveo. O meglio una battuta tranchant sul primo è arrivata da Salini: proporre nuove opzioni significa riparlarne tra dieci anni. Il tunnel non è stato proprio considerato.

All’iniziativa catanese del network “Lettera150”, rappresentato da Felice Giuffré, hanno partecipato l’ex ministro Pietro Lunardi, il prof. Enzo Siviero di Venezia e gli assessori alle Infrastrutture delle due Regioni, Marco Falcone e Domenica Catalfamo, e il sindaco di Villa San Giovanni, ad attestare che si vuole fare squadra in modo serio e mutato rispetto a prima. Un dialogo appena cominciato e si vedrà quanto foriero di risultati. Sarebbe già qualcosa se, nelle more, si potesse sbarcare e trovare stazioni non da terzo mondo e magari una scala mobile funzionante a Villa San Giovanni per non dover portare a spalla i bagagli fino al binario.

Riconoscendo con schiettezza che ad “annacare il pecoro” per tanto tempo e in mille situazioni non sono stati solo i governanti a Roma.

 

 

Sono annunciati in arrivo al Sud tanti di quei miliardi da rimanere storditi. Mai prima d’ora si erano affacciate all’orizzonte opportunità simili e tutte in una volta. Così importanti nelle cifre e stringenti sui tempi che appare quasi difficile crederci. E’ vero che se ne parla da mesi e ancora non si è visto il “Piano nazionale di rilancio e resilienza” da consegnare a fine mese a Bruxelles nell’ambito del Recovery Fund, ma è altrettanto vero che ormai è alle battute finali e già oggi dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri per essere poi varato domani e presentato alle Camere la prossima settimana.

Un percorso tormentato cui in gran fretta ha dovuto rimediare il governo di Mario Draghi per riconsiderare la prima e seconda bozza del predecessore Giuseppe Conte, entrambe carenti di quelle riforme che l’Europa sollecita per scucire i quattrini: un intreccio tra interventi, infrastrutture, investimenti e progetti riformatori a cominciare da Pubblica amministrazione e Giustizia.

Il Pnrr dovrebbe portare insomma a una riscrittura dell’organizzazione statale e porre le premesse per quella semplificazione invocata e troppo spesso annunciata senza alcun esito, ai vari livelli centrale e regionale.

Tra Recovery Fund (oltre 220 miliardi); React-Eu (13,5); fondi strutturali 2021-2027 (43 miliardi più altri 40 di cofinanziamento nazionale e regionale; programmazione 2021-2027 del Fondo di sviluppo e coesione con l’80% riservato al Sud, si tratta di cifre da capogiro. Non a caso si è fatto riferimento per la mole di investimenti al Piano Marshall che nel Dopoguerra modernizzò il Paese ed ebbe un ruolo rilevante nel diffondere una nuova mentalità imprenditoriale, dare lavoro, far ripartire l’economia.

C’è però una non trascurabile diversità di contesto: negli anni ‘50 l’intero Paese si ritrovò unito nella ripartenza, oggi il punctum dolens è proprio la pubblica amministrazione, il rapporto centro-periferia, la normativa sugli appalti, le responsabilità, le competenze, i contenziosi che seguono a ogni cantiere. C’è allora da chiedersi se siamo pronti per impiegare le risorse che arriveranno. Perché se in condizioni di ordinaria gestione non riusciamo a utilizzare per intero i fondi e spesso si rischia di restituirli, che ne sarà nel momento in cui tutto d’un tratto in poco tempo si dovrà progettare, aprire i cantieri, realizzare le opere fino al compimento?

In questo giornale abbiamo citato il caso dei lavori per la via don Blasco a Messina, con definanziamento dell’importo perché a dire del Ministero delle Infrastrutture la Regione non ha proceduto a presentare la documentazione sugli stati di avanzamento. Oggi, su viale Europa, a Messina, in quel cantiere campeggia il cartellone “Strada di collegamento tra il viale Gazzi e l’approdo Fs per via Don Blasco”: consegna lavori 3 dicembre 2018; fine lavori 11 marzo 2020”.

Come fine lavori? Il cantiere è lì, recintato, fermo ancora un anno dopo. Nel cartellone, i nomi del responsabile del procedimento (ing. Silvana Mondello), del direttore e progettista (ing. Antonio Rizzo), dell’impresa appaltatrice (Consorzio stabile Medil) sono sovrastati dai loghi di Autorità Portuale, Comune di Messina, Regione-Assessorato infrastrutture e mobilità: qualcuno potrà dire che fine ha fatto il programma, se dopo un anno dalla prevista fine dei lavori, tutto è bloccato.

L’Ars che si trastulla a parlare in modo inconcludente, dove si presentano 50 interrogazioni sull’organizzazione Covid per chiedere le dimissioni del governatore Musumeci, non ritiene di affrontare questi temi molto più seri? Non è forse il momento di pensare a come strutturarsi per sfruttare i prossimi finanziamenti ed essere pronti al nuovo Piano Marshall?

 

Che bella e specialissima Sicilia, qui dove il tempo sembra essersi fermato… al carretto!

Come venti anni fa siamo ancora al dilemma: ponte o tunnel… o meglio qualcos’altro? Ed ecco che in una visione “euromediterranea” si fa largo la proposta di un’ennesima moratoria. Insomma: sì, no, ni.

Intendiamoci, parliamo di un’infrastruttura ineludibile, perché è nell’essere umano collegarsi, comunicare, unire due sponde, agevolare il transito. Ma come si fa a immaginare un’opera di tale ingegno e complessità affidata alla discussione di un Parlamento, che dovrebbe pronunciarsi per approdare a uno scontato nulla di fatto? Mentre nella Sicilia azzoppata da decenni di abbandono si viaggia ancora a scartamento ridotto. E di sessennio in sessennio opere fondamentali come ferrovie, portualità, autostrade rientrano nell’Agenda europea… per rimanervi solo scritte.

L’interrogativo ponte o tunnel riaffiora nelle dichiarazioni dell’attuale ministro Enrico Giovannini che annuncia come imminente l’ufficializzazione del responso della commissione di studi insediata dal suo predecessore Paola De Micheli; esito atteso da mesi e che a quanto pare lascia aperta la conclusione persino a una terza via, quella dei treni-corti da imbarcare sui ferryboat.

Che mirabolante coup de théatre!

Diciamo pure che la Sicilia, da sempre, ci ha messo di suo per non farsi valere: troppo a lungo si è trastullata in dibattiti inutili all’Ars, continua a farlo senza prendere consapevolezza che i trasporti sono la pre-condizione di qualsiasi ipotesi di sviluppo. Dalla salute alla mobilità, dall’economia alla protezione civile, dai beni culturali al turismo, all’industria, all’agricoltura: senza un’efficiente rete ogni iniziativa è destinata al flop. Infatti, carenti ancor oggi di strade e ferrovie, siamo all’anno zero. A Sala d’Ercole si parla, straparla, dibattiti fiume sul nulla, a volte talmente surreali da non sembrare veri, mentre le due sole autostrade Me-Pa e Pa-Ct sono tali sulla carta ma nella realtà percorribili per lunghi tratti ad unica carreggiata.

I dirigenti dei vari rami dell’amministrazione non dialogano, se lo fanno pare che ragionino nella logica dell’unicuique suum, talvolta con l’antica filosofia del “fotticompagno” nel senso di non mollare competenze, rivendicarle, accapigliarsi quando si tratta di drenare risorse, senza contribuire a obiettivi comuni di crescita, senza pensare in grande, lavorare in squadra a programmi di prospettiva. Alla fine tutto si annacqua nel groviglio di competenze. Per rimanere in tema di trasporti: tra assessorati Territorio e Ambiente con la Protezione civile; Infrastrutture con i Geni civili; Presidenza con il Cas e poi Anas, Ferrovie, ex Province, Comuni.. c’è mai stata una cabina di regia?

Qualche anno fa si è pure brindato a bordo di un Minuetto che entrava in servizio nella tratta Palermo-Catania per coprire i 200 km in tre ore… quanto da Roma a Milano (per il triplo di distanza)!

Sul Ponte, negli ultimi due decenni, la Regione non ha mai prodotto uno studio politico-programmatico che valorizzando il ruolo della Sicilia piattaforma strategica nel Mediterraneo ne disegnasse la prospettiva di medio-lungo termine per rivendicare a Roma e Bruxelles prerogative esclusive e diritti, con tanto di atti di Giunta e determinazioni del Parlamento.

Per non dire che le due regioni dirimpettaie, fino a un paio di anni fa si sono guardate senza parlarsi: su entrambe le sponde si è preferito disporre l’animo alla rassegnazione.

Adesso il Recovery Plan ha suonato la sveglia e qualcosa, seppure in ritardo, si muove.

Giovedì 22 pomeriggio, nella sede catanese della Regione, il governatore siciliano Nello Musumeci e il presidente facente funzioni in Calabria Antonino Spirlì firmeranno il protocollo per il Ponte da consegnare al premier Mario Draghi. Un passo significativo che fa seguito all’incontro web di Palazzo Chigi coi presidenti di Regione, occasione in cui Musumeci non ha risparmiato critiche nel metodo e nel merito per come è stata gestita da Roma la fase preparatoria. Si arriva sul filo di lana ma è un primo procedere insieme, foriero di progressi se sarà accompagnato dalla fermezza dei propositi di portare comunque avanti il progetto di collegamento stabile, a costo di giocare il jolly della competenza esclusiva siciliana in tema di Trasporti. E far valere almeno una volta la specialità dello Statuto.

 

 

Il previsto arrivo di tanti soldi col Recovery Plan sembra finalmente aver svegliato gli amministratori del Sud. Si coglie un sussulto di orgoglio, di legittima rivendicazione di diritti come mai prima. Sarà perché l’appiattimento nei confronti dei capi partito va scemando dal momento che sono scomparsi i partiti dai territori; sarà la potenza di una messe di risorse come non accadeva dal Dopoguerra e inimmaginabile prima della pandemia; sarà infine che l’asfissiante condizione di arretratezza infrastrutturale e socio-economica rispetto al Nord del Paese ha fatto esplodere l’inaccettabile divario; sarà perché il mondo attorno corre e si è presa consapevolezza che qui siamo fermi a mezzo secolo fa.

La lettera di cinquecento sindaci meridionali indirizzata direttamente alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen (che ieri si è vaccinata) è una misurata ma ferma richiesta di porre fine allo squilibrio tra due pezzi del Paese per rimediare all’iniquo intervento statale che dall’Unità d’Italia si perpetua a vantaggio del Nord e consentire al Mezzogiorno di decollare. La richiesta è molto semplice e netta: rispettare il vincolo di destinare due terzi dell’intero budget di oltre 200 miliardi al Mezzogiorno. Qual è il timore? Che invece del 70% ne arrivi la metà, ove si decidesse di distribuirli sulla base della popolazione come alcune voci farebbero paventare.

L’appello dei 500 a Bruxelles, fa il paio con le dichiarazioni di alcuni governatori regionali che nel recente incontro web col premier Mario Draghi non hanno risparmiato critiche al modo di procedere del Governo precedente in tema di Recovery.

L’iniziativa partita da Davide Carlucci, sindaco di Acquaviva delle Fonti, nel barese, sposata dai primi cittadini delle grandi città (Napoli, Palermo, Catania, Taranto, Reggio Calabria ecc.) che rappresentano sei milioni di cittadini, arriva a ridosso della consegna a Bruxelles del Piano nazionale di spesa da parte dell’Italia, prevista entro il 30 aprile.

C’è da aggiungere che nelle more del mega piano europeo, il Ministero della funzione pubblica ha varato un programma di assunzione di 2800 unità tra tecnici, ingegneri, informatici per dotare i comuni di personale adeguato riconoscendo che la limitatezza dei bilanci comunali non ha consentito lo svecchiamento della pubblica amministrazione che a maggior ragione adesso, nella prospettiva di far fronte a nuove importanti azioni di rilancio, ha bisogno di poter contare su organici più giovani e qualificati nell’utilizzo delle nuove tecnologie che concorrano all’obiettivo primario imposto dal Piano Recovery: “spendere e spendere bene”.

Il Sud ha bisogno di colmare troppi ritardi: dall’alta velocità alla banda larga, da strade adeguate ai collegamenti marittimi. Si tratta di cogliere appieno questa occasione unica, favoriti dalla presenza alla guida del Governo di un uomo di straordinario livello, estraneo alle logiche dei partiti e quindi garanzia per portare avanti una rivoluzione che nell’invertire davvero la strategia nordista finora prevalente, faccia recuperare al Sud il secolare abbandono per riallinearsi a

 

 

Con la furbizia politica che gli è propria Gianfranco Miccichè ha cercato di anticipare le mosse degli alleati e gettato il primo sassolino nello stagno per cominciare a smuovere le acque dal momento che si prepara già la campagna elettorale per il prossimo anno.

Si è votato a novembre 2017, i cinque anni scadono nell’autunno 2022 dunque è tempo per pensare all’avvenire del quinquennio successivo con nomi e alleanze possibili da mettere in campo. E per il presidente dell’Ars, il primo interrogativo è se l’attuale presidente della Regione Nello Musumeci è intenzionato a ricandidarsi… di fatto escludendolo, dal momento che si è affrettato a dichiarare in un’intervista: “sembra che non voglia più fare il governatore”. Dichiarazione inserita in un contesto di critiche alla gestione di alcuni assessorati, al recente discorso di Musumeci sulla vicenda Sanità e quindi sulle dimissioni dell’assessore Ruggero Razza, sulla poca capacità di ascolto da parte di Palazzo d’Orleans rispetto a Palazzo dei Normanni cioè del Parlamento.

Da qui un secondo affondo: «È necessaria una riunione di maggioranza, e sarò io a convocarla, perché se qualcuno pensa che a un anno e mezzo dalle elezioni noi possiamo dare questo spettacolo si sbaglia. Così non si può andare avanti. Ci vuole più capacità, ma prima ancora più disponibilità, di ascolto da parte del governo regionale e del presidente Musumeci”.

Prese di posizione che nel Centrodestra suonano come note stonate, quindi la reazione: Miccichè parla da presidente dell’Ars, da capo partito, da capo corrente o addirittura da capo coalizione? E gli contestano quella mancanza di terzietà che da presidente dell’Assemblea regionale dovrebbe assumere, senza arrogarsi ruoli di parte e ancor meno la pretesa di essere lui a convocare una riunione di maggioranza.

I giochi sono aperti, intanto per manovre preliminari. Sembra presto ipotizzare accordi, quando nel mezzo ci sarà l’elezione del Capo dello Stato, a inizio 2022, e a livello nazionale i rapporti tra i partiti registreranno nuovi assetti che inevitabilmente, per cascata, avranno ripercussioni.

Sin dalla campagna elettorale precedente, i rapporti Musumeci-Miccichè non sono stati mai idilliaci, i due si sono sopportati vicendevolmente e il tandem ha funzionato. Altrettanto si può dire dell’ormai consolidata avversione per l’assessore all’Economia Gaetano Armao che Micciché avrebbe voluto liquidare da tempo (“il Gruppo di Forza Italia non lo sopporta perché non si è mai fatto il mazzo per candidarsi, prendere voti ed essere eletto”), cui si aggiungono le non gradite pressioni esercitate dall’assessore Falcone sul referente per gli enti locali Maurizio Gasparri volte a un intervento diretto di Berlusconi per evitare quel rimpasto di giunta che Gianfranco avrebbe voluto, e stoppato proprio da Arcore.

Forza Italia all’Ars è cresciuta, diventando il primo partito ma tradurre i nuovi acquisti in numeri elettorali è azzardato: troppe variabili si combinano nel percorso accidentato che seguirà in questo anno.

Incognite che caratterizzano anche il bis di Musumeci il quale dovrà rafforzare la propria leadership trovando altri consensi, forse in ambito Lega o con i centristi-renziani che si stanno riorganizzando.

 

L’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, nella vicenda dello sbarco dei migranti da nave Gregoretti al centro dell’udienza preliminare nell’aula bunker di Catania, “non ha violato alcuna delle convenzioni internazionali”, le sue scelte sono state “condivise dal governo” e la sua posizione “non integra gli estremi del reato di sequestro di persona” perché “il fatto non sussiste”. Lo ha detto il Pm Andrea Bonomo che, a conclusione del suo intervento in aula davanti al Gup Nunzio Sarpietro, ha ribadito la richiesta di non luogo a procedere nei confronti dell’ex ministro.

La Procura di Catania – riferisce l’Ansa – nella richiesta di archiviazione aveva scritto che “l’attesa di tre giorni non può considerarsi una illegittima privazione della “libertà”, visto che le “limitazioni sono proseguite nell’hot spot di Pozzallo” e che “manca un obbligo per lo Stato di uno sbarco immediato”.

Inoltre, aveva osservato il pm, “le direttive politiche erano cambiate” e dal 28 novembre il Viminale aveva espresso la volontà di assegnare il Pos e di “farlo in tempi brevi”, giustificando “i tempi amministrativi” per attuare lo sbarco dei migranti “con la volontà del ministro Salvini di ottenere una ridistribuzione in sede europea”. Inoltre sulla nave “sono stati garantiti assistenza medica, viveri e beni di prima necessità” e “lo sbarco immediato di malati e minorenni”.

Si chiude una vicenda il cui esito era già scritto dall’inizio, ancor prima che la giunta per le autorizzazioni a procedere lo spedisse a giudizio. Povera politica, che squallore! Persino davanti all’evidenza, per vili calcoli d tornaconto, se ne lava le mani, rinunzia a far valere il proprio ruolo, delega ai pm salvo a dolersi quando poi un avviso di garanzia sfiora i “giustizialisti”.

Povera politica! Ancora ieri sera in tv il dem Gianni Cuperlo, deputato dal 2006, arrampicandosi sugli specchi, ha cercato di giustificare il rinvio del leader della Lega Salvini al cospetto di un tribunale per un reato inesistente. Quando si dice più realisti del re: i colleghi parlamentari, renziani compresi, si sono sentiti talmente custodi della legalità da risultare più severi dei pm! Tutti sapevano che Salvini aveva operato con l’avallo dell’intero Governo Conte-1, anche se in un’udienza l’ex ministro grillino Toninelli si era trincerato dietro un “non ricordo, è passato tanto tempo”.

Ma quale tempo? Certo è passato il tempo da un governo all’altro di colore diverso e l’ex alleato andava demonizzato. Ma che politica è questa?

Tante udienze, viaggi su e giù di imputato e ministri testimoni per e da Catania, spese varie e un inutile teatrino dall’esito scontato. Quale senso doveva avere il processo a un ex ministro dell’Interno per sequestro di persona, se non quello di colpirlo politicamente per via giudiziaria?

Nessuno ha riflettuto sulla figuraccia dell’intero governo, semmai fosse passata la tesi che Salvini aveva operato di testa sua, ad insaputa degli altri ministri e dello stesso premier?

E ora che il non luogo a procedere si è tradotto in un boomerang per Pd e Cinquestelle, neppure il pudore del silenzio.

 

L’incidente nel Canale di Suez, con la mega porta container arenatasi, ha riacceso l’attenzione sul ruolo determinante della logistica nel governo dell’economia mondiale per gli scambi, per la movimentazione delle merci, la logistica “è la chiave che può garantire o bloccare la crescita”.

Nel piano cinese della Via della seta, solo Genova viene preso in considerazione come hub portuale strategico e quindi l’intero traffico che passa dal Mediterraneo, transita e basta; non vi sono porti, piattaforme adeguate a intercettare tale flusso né previsioni capaci di far intravedere una diversa strategia per il futuro. Negli ultimi decenni è mancata qualsiasi visione di sviluppo mentre un programma serio di investimenti va preparato per tempo e deve guardare ai decenni successivi. Lo hanno capito alcuni paesi africani che si stanno attrezzando, candidandosi nel medio termine ad assumere protagonismo, quasi una beffa per la Sicilia che, nonostante la sua naturale centralità nell’area, si vede scavalcata a nord e a sud. E quando mai a Sala d’Ercole si è discusso di questi problemi, pensando alla Sicilia e non al vile tornaconto dei singoli?

Adesso si spera nel Recovery Plan per recuperare ritardi e influenza ma col passare delle settimane e il sovrapporsi di tesi e dichiarazioni, si ha l’impressione che ancora una volta sarà mancato l’obiettivo di dotare il Mezzogiorno di quanto serve in una visione internazionale che vada ben oltre il 2026, anno di fine lavori per il Recovery che, come dice il premier Mario Draghi, deve proiettarci al 2050. E fa rabbia vedere imprese italiane che realizzano imponenti infrastrutture altrove, incontrano accoglienza e facilità operative in governi stranieri mentre qui ci trastulliamo ancora, dopo mezzo secolo, a dire meglio fare prima questo e non quello e in attesa di scegliere, paralizzarsi senza fare nulla, soprattutto per mancanza di un piano di prospettiva e di decisioni che pure quando assunte vengono continuamente ridiscusse.

Il rimpallo Stato-Regioni non ha aiutato e continua a essere motivo frenante, probabilmente funziona anche da comodo per rinviare e pilatescamente non operare.

Fa rabbia allora assistere ai dibattiti che si consumano all’Ars sul nulla. Sedute con dibattiti evanescenti, sterili, inconcludenti, utili solo al protagonismo inane dei deputati che si alternano al podio per pontificare persino in modo sgrammaticato.

Di questo passo, dal 15 maggio 1946 quando re Umberto II, su proposta del consiglio dei ministri presieduto da De Gasperi, approvò lo Statuto della Regione siciliana quando la Repubblica doveva ancora nascere, sono passati 75 anni e la riflessione su cosa ne è stato di quella specialissima autonomia, appare mero esercizio storico. Doveva tradursi in un quid pluris ma la differenza è rimasta nel nome: quel “siciliana” e non Regione Sicilia. Un suffisso costato atti di eroismo, ma nulla di più. Adesso parlarne, in una regione che di speciale somma una serie di primati negativi, appare ridicolo.

Eppure in quel “siciliana” analogo di repubblica “italiana” si racchiudeva un rapporto paritario, l’amplissimo potere normativo e gestionale che ne faceva una nazione nella nazione: lo Stato ci ha lasciato fare… e il gap infrastrutturale è divenuto incolmabile. Eppure l’autonomia ci riconosceva potestà esclusiva pure nei trasporti e sarebbe bastato dirottare i soldi della formazione su opere indispensabili alla crescita e allo sviluppo per invertire la rotta.

Nell’Isola prevale un’altra “visione”, la strategia utilitaristica da decenni, cioè il circuito perverso politica-consenso elettorale-poltronismo-nominificio. Il resto è tuttora pantomima.

Si va avanti di emergenza in emergenza tra un’elezione e l’altra. Con questo andazzo elemosinante, è utopia ogni anelito di riscatto, meno che mai pensare di attrarre investimenti: sceicchi, manager cinesi o russi in visita, apprezzano la Cappella Palatina, un buon bicchiere di Etna rosso o di Alcamo bianco e vanno via.

Rinunciatari sono gli stessi imprenditori locali che credono poco negli annunci, nei fumosi programmi di trasporti marittimi, internazionalizzazione, potenziamento della viabilità, valorizzazione di territorio, turismo, beni culturali… quando persino arrivare nella Valle dei Templi è ancora oggi un viaggio interminabile, ovviamente da fare solo in auto perché il treno non esiste.

Non avrebbe scandalizzato il costo dei nostri burocrati se almeno avessero aiutato l’Ars e Palazzo d’Orleans a parlare di cose serie, varare riforme, programmi impegnativi.

Invece, seguitiamo ad aspettare che altri decida per noi e ad accontentarci di briciole e rattoppi.

 

 

 

 

Da dieci anni combatte una battaglia in solitario contro la Corte dei conti, l’unico ramo di giustizia assieme al Tar che non è suscettibile di giudizio terzo di garanzia, cioè da parte della Cassazione come avviene per le pronunce del giudice ordinario e di tutti gli altri giudici anche speciali. La Corte esaurisce la funzione al suo interno: un’abnormità giuridica ma così è!

Si tratta di verdetti che toccano il portafogli non la libertà personale degli amministratori pubblici non per questo meno logoranti sull’esistenza di una persona quando, per un diabolico incidente, finisce per vedersi pignorare l’intero patrimonio frutto di una vita, e magari quello ereditato. E’ il caso dell’on. Carmelo Incardona, già presidente della Commissione Antimafia e assessore regionale al lavoro “vittima di una delle più grandi porcate della storia giudiziaria contabile” come lui stesso si definisce.

Sappiamo bene che se la Giustizia si accanisce, altro che summum jus summa iniuria, resta solo l’iniuria, come è accaduto nella vicenda degli extra budget agli enti di formazione della Regione siciliana su cui posero gli occhi la Corte dei Conti e la Procura di Palermo: quest’ultima escluse qualsiasi illecito penale mentre i giudici contabili ritennero che alcuni enti formativi, pur senza scopo di lucro, avessero intascato per i corsi negli anni 2007-2009 somme non dovute; sebbene in sede di rendicontazione fossero state giustificate da maggiori spese, conseguenti a surplus di crediti del personale rispetto al progetto originario.

Tali spese peraltro erano state valutate ammissibili dagli uffici amministrativi periferici e centrali della Regione che approvarono il pagamento dietro parere favorevole di vari organi interessati dal procedimento.

Niente da fare: la Corte dei conti ha condannato i vari assessori succedutisi in quel periodo, cioè Luigi Gentile, Santi Formica e Carmelo Incardona, a rimborsare quanto era stato liquidato in più agli enti: il primo per la somma di circa 200mila, il secondo 360mila e Incardona 850mila (calcolo derivante da una percentuale in base agli importi firmati).

Secondo la Procura regionale della Corte dei conti nessuna integrazione del finanziamento originario è mai possibile, perché nessuna norma primaria o secondaria legittima l’ente privato a richiedere (e la Regione ad erogare) somme ulteriori rispetto a quelle oggetto della richiesta di finanziamento e predeterminate nel decreto di finanziamento.

Siamo nel 2015, l’intransigenza giudiziaria si abbatte come una ghigliottina sugli amministratori pubblici ed è impresa improba far prevalere che si tratta di una tesi infondata; a nulla vale il riferimento specifico ai precedenti orientamenti giurisprudenziali della Corte di cassazione, del Giudice ordinario e della stessa Corte dei conti, tutti pacifici e costanti da circa trent’anni confermati anche dalla giurisprudenza palermitana.

Per inciso, nel frattempo l’Assessorato si è attivato per ottenere dagli enti beneficiari la restituzione, cosa avvenuta per compensazione. L’ente però, seppur rifocillato dal recupero, non ha fermato l’azione risarcitoria nei confronti dei tre assessori che intanto erano stati condannati a pagare.

Doppia ingiustizia? No… tripla!

Perché anni dopo, esattamente nel 2019 un Giudice del Tribunale di Palermo, con sentenza a firma della dottoressa Alida Marinuzzi, stabiliva in esito ad altri casi, esattamente quanto Incardona ha sostenuto nei vari ricorsi e cioè che il provvedimento delle integrazioni extra-budget era ed è tutt’ora un atto dovuto. Un’identica questione, dunque, valutata e definita in modo diametralmente opposto, questa volta dal giudice ordinario.

Quindi l’atto originario, da cui è scaturito il procedimento, era legittimo? Sì.

Ma ormai per Incardona, che si è visto pignorare tutto a garanzia degli oltre 850mila euro richiesti, quella sentenza è definitiva: la Corte dei Conti non ammette appelli e giudizi di legittimità sul suo operato.

Qui non soccorre neppure la vicenda del mugnaio Arnold, non ci sono soprusi per sperare in un giudice a Berlino. C’è di peggio: l’irragionevolezza di una giurisdizione che nel negare la revisione di una sentenza, pervicacemente impone l’intangibilità delle sue regole anche quando l’errore marchiano è imperdonabile e catastrofico per chi incappa nelle sue maglie. Così, dopo dieci anni di tormento e un debito che ha già sfiorato il milione, ingiustizia è fatta!

 

 

Prime conseguenze della Brexit nei paesi europei rimasti fedeli alla bandiera unica azzurra: dopo l’uscita della Gran Bretagna, l’Unione europea ha deciso improvvisamente, come ripicca, di modificare il codice della strada in tutti i Paesi dell’Unione, passando dalla guida a sinistra a quella a destra, così da non lasciare al regno unito questa peculiarità. Il provvedimento è operativo dal primo aprile, proprio quando un eccezionale allineamento di Plutone e Giove previsto per le 9:47 annullerà per qualche istante gli effetti della gravità terrestre, facendo fluttuare per pochi attimi tutti gli abitanti del Vecchio continente che proveranno così l’ebrezza degli astronauti.

Ma non è tutto, perché sempre l’Ue ha stabilito che da oggi gli animali per strada dovranno essere muniti di targa per poter circolare e quindi essere riconoscibili.

Di questo passo da decenni sorridiamo prevalentemente su giornali e tv del primo aprile, anche se ormai sui social tutto l’anno è primo aprile.

Al pesciolino in salsa siciliana ha abboccato “mg” dell’ufficio stampa della Regione. Si è indignata per la nota dell’addetto stampa M5S che riportava una lunga dichiarazione del presidente Nello Musumeci, e poi in calce il seguente annuncio bomba di Antonello Musumeci: “è ora di dire la verità ai Siciliani: se Roma continua a dare i numeri per nascondere la propria volontà di non finanziare il Ponte sullo Stretto, faremo da soli, utilizzando gli avanzi del bilancio 2020 già certificati dalla Corte dei Conti. Il ponte è oggi più che mai lo strumento per sconfiggere il virus del sottosviluppo. Vedranno con che cavalli di Razza hanno a che fare”.

Immediata la reazione di mg: “Apprendiamo di una nota diffusa dalla email di tale Pietro Nomade Galluccio, contenente false dichiarazioni attribuite al presidente Musumeci. Se le false dichiarazioni non dovessero essere immediatamente smentite, si procederà per le vie legali”.

Che?

Sì, proprio così! Nella foga mg ha letto in Antonello Musumeci il nome del suo presidente che tutti sappiamo chiamarsi Sebastiano, detto Nello. Certo, si poteva equivocare… ma oggi è primo aprile!

L’autore in risposta non si è limitato a farglielo notare. No. Chiede ora conto a Palazzo d’Orleans chi sia “mg” visto che le iniziali non corrispondono ad alcun nome fra quelli che ufficialmente risultano avere titolo a parlare per conto dell’ufficio stampa o come consulenti del Presidente.

Che trattasi della neo portavoce Michela Giuffrida l’hanno capito tutti. Vuoi vedere che ancora non c’è stato il tempo di annotare il suo nome nel sito “Amministrazione trasparente”?

Ahi… tempi della burocrazia!

 

Gianfranco Micciché ricorda lo slogan della grappa Candolini: è come appare. Chi lo conosce sa che la prorompente spontaneità lo porta a essere sempre se stesso in privato e in pubblico, a tavola o in salotto, per strada o al microfono, nel chiuso della sua stanza o assiso sullo scranno di presidente dell’Ars. Soprattutto quando perde la trebisonda dà il meglio, esterna l’innata esuberanza, si produce in scatti irruenti e fa emergere il carattere focoso, ardente, impulsivo, sanguigno che stordisce i flemmatici ma appassiona i calienti. E gli uomini con forte personalità non sempre tornano graditi e sono apprezzati.

L’ultimo episodio è dell’altro ieri in Aula, quando gli hanno comunicato la notizia che il Covid era entrato nel Palazzo con un contagiato, cioè l’autista del ragioniere generale, e forse altri specie negli uffici della Commissione Bilancio in questi giorni al lavoro anche di notte per esitare la Finanziaria e porre fine all’esercizio provvisorio.

Nello schizzare fuori dalla pelle, ha tuonato in Sala d’Ercole con eloquio non proprio forbito dato l’alto magistero ma il tanto efficace per un aulico “vaffa” ai rivoluzionari della casta: “Quando dicevo che i politici dovevano farsi il vaccino qualcuno obiettava che sono uno st****o capitalista che vuole ammazzare i giovani e le altre categorie… ne parleremo in altro momento. Sono talmente inc****to… perché quando ho detto che dovevamo vaccinarci, sono stato preso per il c**o; sono talmente inc****o che vorrei ammazzare qualcuno. Lasciatemi stare, parliamo serenamente perché non possiamo far altro che questo, perché era sicuro che col tipo di lavoro che facciamo saremmo stati contagiati, era matematico. Ma siamo la casta e guai a chi tocca la casta!… ci sono i poveri, gli altri, gli avvocati, i magistrati, ci sono tutti e quindi noi siamo la casta di m***a che non dobbiamo ottenere niente. Scusate se ve lo dico ma io rischio la vita. come il presidente Savona (Commissione Bilancio) e tanti di voi, su questo maledetto argomento. La seduta è conclusa”.

Andate in pace? Macché, è già guerra!

Guerra aperta ai grillini. Con loro ce l’ha Micciché e a buon ragione. Sono stati i Cinquestelle nelle scorse settimane a insorgere contro la possibilità di vaccinare i parlamentari. Adesso questo sciocco senso del pudore, del sentirsi “cittadini” che non devono chiedere mai, umili tra gli umili; di interpretare il ruolo di servizio, come se qualsiasi prerogativa fosse un insulto, rischia di paralizzare per altri 30 giorni l’attività degli enti ai vari livelli, compresi privati e aziende che dall’approvazione della Finanziaria attendono risposte e pagamenti.

Ben altre cose potrebbero scandalizzare gli inquilini di Palazzo dei Normanni, non certo l’opportunità di vaccinarsi rapidamente, come accordato ad altri che svolgono compiti magari meno delicati di chi è chiamato a legiferare nell’interesse generale.

“Io ho 67 anni e se mi becco il Covid sono a rischio e come me il presidente della Regione Nello Musumeci qui al mio fianco e con qualche mese in più”, sbotta poi Micciché lasciando la seduta.

Lavori sospesi, in attesa dei tamponi a tutti; per alcuni quarantena prudenziale.

 

 

E’ argomento di grande dibattito tra amministratori, consiglieri e soprattutto tra i cittadini: l’area dell’ex Teatro in Fiera, ormai liberata da quell’edificio orrendo, può essere salvata da una nuova costruzione? Vale la pena abbandonare il progetto dell’Autorità portuale che intende recuperare la volumetria per insediare i propri uffici oltre a sale congressuali?

L’aver scoperto un affaccio sullo Stretto di tale eccellente valore merita di riconsiderare la scelta fatta a tavolino, sulla base di planimetrie e di rendering che non hanno potuto tenere in conto la potenza del paesaggio nella sua esplosione di bellezza per come si è appalesata una volta raso al suolo quello scatolone brutto e inutile. Un colpo d’occhio di rara attrattiva che abbraccia l’azzurro spaziando fino alla Calabria senza alcuna alberatura o ostacolo alla visuale totalizzante; naturale estensione e ampliamento dell’affaccio a mare che, proprio nell’ottica del recupero urbanistico in chiave ecologica, va riconsiderato.

Tanto più che in posizione contigua esiste un altro edificio, perfettamente idoneo con interventi di modesto importo, a essere destinato all’uso programmato, cioè gli uffici dell’ente, somma di gran lunga inferiore al costo previsto per la nuova realizzazione (sette milioni). Poiché si tratta di un progetto già appaltato, andrebbe rescisso il contratto e si dovrebbe pagare una penale all’impresa aggiudicatrice, a quanto pare circa 700 mila euro, cioè il 10% dei lavori.

L’area riconquistata, così com’è oggi, con l’affresco naturale che ipnotizza chiunque si trovi a passare da viale Libertà vale 700mila euro?

Trincerarsi dietro distinguo e commi burocratici, tirando in ballo un Piano del porto che una volta approvato non può essere modificato perché aprirebbe altre problematiche, sarebbe catastrofico per la Città che ha bisogno di tornare a riappropriarsi del suo affaccio, di guardare al mare non dare le spalle. Ciò vale anche per l’area dell’ex gasometro dove si paventa un’altra follia: un parcheggio multipiano!

 

Strepitoso Nello Musumeci. Con la passione che lo contraddistingue quando prende a cuore un problema, ieri nell’incontro web “Sud progetti per ripartire” promosso dalla ministra Mara Carfagna ha magnificato la sua eloquenza, stregato, stupito gli interlocutori. Nel condensare in pochi minuti l’orgoglio di chi rappresenta un’Isola preziosa e strategica, ricca di cultura, storia, risorse, grande quanto la Danimarca, ha espresso lo sdegno per come sia stata bistrattata, emarginata, dimenticata dai Palazzi centrali del potere; ha fotografato lo stato dell’arte in fatto di infrastrutture e arretratezza, di gangli vitali per l’economia, di logorante burocrazia, di supponente altezzosità con cui da Roma e anche da Bruxelles si guarda al Mezzogiorno.

Un’intemerata di incisiva efficacia mirata al cuore del problema: la questione Sud è sentita come nazionale ed europea?

Qualcuno mostri coi fatti che è così. Convochi un immediato tavolo tecnico, non di quelli a scadenza ritardata utili a eludere più che a trovare soluzioni: “una riunione con tempi certi per disegnare il futuro di quest’area, affrontare con serietà i vari temi collegati al Recovery Plan di cui le Regioni non hanno notizie perché tutto è stato deciso a Roma”.

Scioccante, kafkiano: dalle parole del governatore si è appreso che da gennaio a oggi le Regioni meridionali sono state tenute al buio sull’utilizzo delle risorse europee di cui in gran parte dovrebbero beneficiare. (Sic!).

Ministri e viceministri siciliani del governo precedente non hanno nulla da dire in merito?

Musumeci, con palmare evidenza, ha pure demolito luoghi comuni come le problematiche sulla legalità, stucchevole refrain tirato in ballo anche sulla vicenda Ponte nello Stretto: “oggi il fattore criminalità, che c’è ed è presente, non può essere più considerato una diseconomia se paragonato alla paurosa carenza di infrastrutture e alle procedure burocratiche che da Bruxelles, e a Roma, non sembrano concepite per accelerare la spesa pubblica ma quasi per frenarla”.

Infine, l’affondo sull’alta velocità che inchioda parimenti lo Stato e in specie Anas e Rfi bollati come pachidermi: “Come si può parlare di alta velocità se bisogna fermare i treni veloci a Reggio Calabria, fare scendere i passeggeri e farli salire su un traghetto? Ancora si discute su “ponte sì o ponte no”: il ponte per i siciliani e per i calabresi è forse un capriccio? O, invece, una necessità fin troppo evidente? In altre parti del mondo un ponte si fa in due anni e qui se ne parla da cento”.

Un crescendo di j’accuse, espresso con impeto e accalorata partecipazione, che ha spaziato sulla situazione geopolitica per concludere in modo propositivo ed esasperato: “Dateci gli strumenti, diteci qual è la prospettiva euromediterranea della Sicilia, o se dobbiamo continuare solo a salutare le navi che passano da Suez senza fermarsi nei nostri porti. Non è possibile che i siciliani debbano pagare 600 o 700 euro il biglietto aereo per recarsi a Milano. Il Sud non vuole, e non può più, essere considerato una zavorra”.

Esponenti di governo, parlamentari siciliani e calabresi ora sono avvertiti: basta cincischiare. Bugie, compiacenze, tradimenti prima o poi affiorano e avranno nomi e cognomi. La crisi del Sud precede la pandemia e si è aggravata. Oggi c’è l’ultima chiama e nessuno può tirarsi fuori o farsi di lato mancando all’appello.

Lo diciamo anche perché oggi in commissione Trasporti alla Camera si torna a parlare di Ponte. Ne ha discusso già ieri sera e l’acceso dibattito si è stoppato sull’opportunità di inserire l’opera nel parere da esprimere: quando i componenti Cinquestelle e Pd hanno capito di essere in minoranza hanno chiesto una pausa di riflessione, rinviando tutto a stamattina. Riflettere? …non sono bastati decenni di dibattito e di commissioni di studio?

Sul Ponte, sempre ieri, si è parlato in videoconferenza tra l’assessore alle Infrastrutture della Regione Siciliana, Marco Falcone, l’assessore alle Infrastrutture della Regione Calabria, Mimma Catalfamo e Webuild, il gruppo che ha acquisito il progetto di Eurolink, approvato nel 2003 e poi accantonato. I tecnici del gruppo Webuild hanno ribadito la piena sostenibilità dell’opera e presentato le peculiarità tecnico-progettuali.

 

Con la campanella a Mario Draghi nel Salone dei galeoni, un mese fa esattamente il 13 febbraio, i tromboni orfani del Conte-ter, seppur storditi dall’esito degli eventi che in un paio di settimane avevano visto il subito sparir di tanto raggio, lo svanire della trepida gioia di un gran disegno… non si sono zittiti né hanno preso consapevolezza ch’era follia sperar.

I più irriducibili nostalgici dell’uno-due si aspettavano al massimo un sommesso andantino dai primi solfeggi di Palazzo Chigi data l’improvvisata orchestra ma, spiazzati dall’immediato andante-veloce, hanno ripreso a tromboneggiare e via con gli striduli acuti sull’operato del neo Premier al quale non perdonano il reset che ha interrotto il bel sogno, rivoluzionato in un mese il sistema, silurato riferimenti inossidabili, smantellato assetti precedenti, restituito prestigio extra moenia, ricondotto il Paese su un sentiero di progettualità e speranza. Da ultimo, non gli perdonano di aver riaperto il capitolo Sud che… udite udite! potrebbe essere in pochi anni attraversato dall’alta velocità: uno scandalo insomma per gli apostoli infelici della decrescita felice.

Con approccio santommasiano aspettiamo di vedere i doppi binari per credere. Intanto, par di notare che la paccottiglia dei pregiudiziali no che zavorravano alcune scelte sembra archiviata, con buona pace dei paladini degli impedimenti, degli intralci a ogni costo più per incompetenza che per convinta adesione alla politica del non fare, talvolta per non disturbare i manovratori, tal altra per preconcetta adesione a uno schieramento o per compiacere i megafoni mediatici contigui.

Di questo andazzo ha fatto sommamente le spese il Mezzogiorno, già indietro di suo, che con le opportunità del Recovery plan oggi sarebbe stato condannato all’abbandono definitivo.

Potremmo parlare delle imprescindibili Zes (Zone economiche speciali) rimaste da anni sulla carta, delle politiche sulle infrastrutture, del porto hub di Augusta decisivo per la portualità nel Mediterraneo e strategico nella relazione dei traffici mercantili sud-nord ma preferiamo soffermarci sulla vicenda Ponte, di attualità da 50 anni, perché segna un elemento di novità: la nascita di un Intergruppo in Parlamento per chiedere la realizzazione dell’opera.

E’ sicuramente una buona notizia. Quanto incisiva non sappiamo, anche se l’immediata stizzita reazione dei soliti detrattori lo fa pensare: con tempestiva diligenza, infatti, si sono precipitati a beffeggiare gli intrepidi onorevoli e a bollare il collegamento nello Stretto icona di sperpero, malaffare, inutilità. Gli stessi che non si sono mai indignati per le diseguaglianze che penalizzavano mezzo Stivale.

A farsi interpreti della voglia di riscatto del territorio, a rappresentare la dignità dei meridionali stanchi di essere inutili portatori di consensi, sono una quarantina di coraggiosi primi firmatari dell’Intergruppo formato da Italia Viva (Vono, Faraone, Magorno, Scoma, Sudano, Ungaro); Forza Italia (Barboni, Barachini, Bartolozzi, Berardi, Caligiuri, Cannizzaro, Cesaro, D’Attis, Gallone, Giammanco, Mallegni, Mazzetti, Occhiuto, Papatheu, Paroli, Perosino, Prestigiacomo, Rizzotti, Russo, Schifani, Siclari, Siracusano, Sozzani); Lega (Furgiuele, Pagano, Pepe, Rixi, Rufa, Minardo);  Pd (Navarra); Cinquestelle (Trizzino) cui si stanno per aggiungere altri.

E’ la prima volta di un sì trasversale di tanti parlamentari, di destra e sinistra. L’aria che tira insomma è cambiata, complice l’irripetibile occasione di avere alla guida del Governo un capo super partes che, grazie anche all’esperienza maturata in ambito europeo, sa guardare alle cose con ragionevole pragmatismo, affrancandosi dagli idealismi melensi che fin qui hanno negato qualsiasi disegno di sviluppo stoppandolo al capolinea Frecciarossa di Salerno. Draghi sa bene del deserto che da lì in giù connota il sistema trasportistico e forse anche il Nord ha finalmente compreso l’utilità di rivitalizzare questa parte d’Italia per la propria sopravvivenza, perché senza il Sud non andrà da nessuna parte.

Il nuovo clima politico favorirà un migliore rapporto di ciascun eletto col proprio elettorato? Non potendo più trovare sponda assicurativa in partiti e leader, in vista dei prossimi appuntamenti con le urne occorre darsi da fare, recuperare pensiero autonomo, credibilità, tenere in conto le istanze che si levano dalle aree rappresentate, smetterla con l’ossequio.

E’ presto però per dire che sia la volta buona. Certo ci piacerebbe che dopo decenni di chiacchiere sul Ponte, divenuto una “barzelletta di Stato”, se ne riparli come orgoglio nazionale frutto di una progettualità seria in una logica mediterranea, oltre che di riequilibrio territoriale. L’aria che tira è propizia: più del gruppo trasversale interforze o delle dichiarazioni di capi partito (da Berlusconi a Salvini, Meloni, Renzi) è di buon auspicio che si siano allarmati i lodatori delle “infrastrutture elementari che ancora languono” ossia i contrari all’alta velocità fino in Sicilia perché sarebbe “un affarone”! Si sottintende… per le coppole dei baciamo le mani.

Beati beoni! Se nel business planetario le holding mafiose investissero nell’Isola, e non al Nord, in Olanda, Lussemburgo o altrove, il ponte sarebbe già transitabile.

 

 

 

 

E’ immediatamente operativo il Gruppo di lavoro sulla riforma penale istituito dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia.

Sarà presieduto dal presidente emerito della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi; suoi vice il docente di diritto penale alla Statale di Milano Gian Luigi Gatta e l’ex primo presidente della Cassazione Ernesto Lupo. Ne fanno parte: Vittorio Manes, esponente delle Camere penali e docente di diritto penale; gli avvocati Francesco Arata (docente di diritto penale), Luca Luparia (docente di procedura penale); i magistrati Luigi Orsi, Carlo Citterio, Fabrizio D’Arcangelo, Rodolfo Sabelli; i professori Mitja Gialus (procedura penale), Grazia Mannozzi (diritto penale), Serena Quattrocollo (procedura penale); il costituzionalista Andrea Simoncini.

A loro il compito di preparare entro fine aprile un insieme di proposte al ministro per il disegno di legge delega sul processo penale in discussione alla Camera dei deputati che, fra l’altro, riguarderà la riforma della prescrizione dopo le novità introdotte e ritenute pessime sotto vari profili e lesive sul pano della garanzia dei diritti.

L’elevato livello dei componenti del Gruppo di lavoro, la specifica competenza in materia unita alla saggezza, misura, imparzialità dimostrate neri rispettivi ruoli sono motivi che preludono a un risultato efficace e di buon senso che confermi il valore della certezza del diritto.

 

 

I problemi della Giustizia non sono solo quelli che descrive “Il sistema”, libro intervista di Alessandro Sallusti a Luca Palamara, dove si parla di potere, politica, affari e di intrecci in una sorta di storia segreta della magistratura.

Lo sanno i tanti cittadini che per un motivo o per l’altro devono ricorrere al servizio Giustizia per il riconoscimento di un diritto, difendersi da un torto, ottenere insomma l’applicazione della legge. “Dura lex sed lex” recita l’antico brocardo che si fa risalire a Ulpiano… ma quanto dura ci si chiede oggi, visto che quel motto ha perso quasi del tutto il suo significato originario, per assumerne uno più attuale, quello della lentezza. La risposta è nota: dura, dura tanto ma tanto che spesso non basta una vita.

Non ha potuto rendersene conto il buon Tanino Saja, classe 1932, che dopo una vita spesa da ragioniere generale della Provincia, una volta andato in pensione venne chiamato nel 1995 dal Comune di Messina a mettere ordine nei conti dissestati dell’ente, data la sua riconosciuta esperienza a districarsi tra bilanci per cassa e per competenza, residui attivi e passivi, debiti e crediti, rimesse nazionali, regionali, entrate tributarie e amenità varie della complicata contabilità pubblica.

A un certo punto, per il suo lavoro protrattosi fino al 2000 nel ruolo di direttore della Ripartizione servizi finanziari e di ragioneria, aveva maturato oltre 50mila euro di spettanze per via di una norma nazionale sulla “retribuzione di posizione” che Palazzo Zanca non volle corrispondergli. Saja provò a far valere bonariamente le sue ragioni senza riuscirvi, dunque attivò il giudizio davanti al Tribunale di Messina che però dette ragione al Comune. Ricorse in appello e questa volta con esito favorevole. Fine della storia? No. Il Comune impugnò la sentenza e toccò alla Cassazione dire una parola definitiva: Saja aveva ragione a pretendere quella somma e il Comune condannato a pagare. Gennaio 2013.

Si sa che quando un ente deve scucire denari attiva tutta la burocrazia di cui è capace, consumando anni come fossero giorni. Intanto era cambiato il sindaco, la nuova amministrazione Accorinti chiedeva tempo per raccapezzarsi e trovare i capitoli appropriati su cui caricare quei quattrini in uscita. A trovarli! Infatti non si trovarono. Fioccavano intanto decreti ingiuntivi, opposizioni, notifiche a gogò e “accussì di sta manera” si è arrivati al 2017 col ricorso per riassunzione. Comune sempre soccombente e Saja sempre creditore… insoddisfatto, costretto a pignorare somme di qua e di là, spendere altri soldi ma senza incassare un euro.

Nel 2018, altro cambio al vertice: si insedia Cateno De Luca che manifesta disponibilità a chiudere la faccenda e propone a Saja un accordo. Sostanzialmente una somma minore pari a circa 30 mila euro di cui 7mila subito e il resto dilazionato. Avrebbe accettato l’intero importo, seppure dimezzato, ma quella rateazione a un uomo di 86 anni parve una beffa. Resistette. E fu la sua ultima… soddisfazione.

Se ne andò in pace l’anno successivo, nel 2019.

Tocca adesso alla vedova, Maria Saja riassumere di nuovo tutto e ricominciare: più giovane di lui, spera di avere ancora sufficiente vita davanti per farcela. Sempre che nel frattempo, tra scadenze di termini e& nuove notifiche, non inciampi in qualche altra lex che duri più di lei. E se la fortuna la assisterà, incombe sempre quel rischio fifty fifty insito in ogni giudizio… che dipende dal vasetto di bosso.

 

 

Leggiamo insieme l’Agenzia Italia che peraltro ripropone quanto si legge sul sito di Blogsicilia. E’ la sintesi di quanto detto ieri dal nisseno sottosegretario ai Trasporti Giancarlo Cancelleri, ospite di “Casa Minutella”: “Il collegamento stabile sullo Stretto di Messina si farà”. Non usa la parola ponte, parla di “collegamento stabile”. A domanda diretta, precisa: “Dovremo valutare se sia meglio il ponte o il tunnel visto che ci sono progetti Saipem molto promettenti. L’unica certezza è che un collegamento stabile si farà. Non c’è la possibilità di decidere di non fare nulla”.

Ma intanto Cancelleri pensa di portare ugualmente l’alta velocità in Sicilia “Stiamo lavorando per un freccia rossa da 5 vagoni, più corto. Questo perché si tratta di un treno che non si può montare e smontare come tutti gli altri ma nasce in una conformazione e lunghezza e tale resta. Un treno da 5 vagoni può entrare per intero nel traghetto e questo ci permetterebbe di far arrivare l’alta velocità in Sicilia”. E ancora: “Stiamo lavorando per portare la rete in condizione di garantire una velocità fra i 10 e i 200 chilometri orari e per le opere ferroviarie in Sicilia abbiamo scelto un commissario siciliano e molto competente. Si tratta dell’Ingegnere Filippo Palazzo, un tecnico Rfi molto noto anche in Sicilia. Un uomo del fare”.

Fin qui il flash dell’Agi, che lascia frastornati, confusi, attoniti: da settembre 2020 attendiamo la risposta del Gruppo di studio insediato al Ministero delle infrastrutture (allora capeggiato da Paola De Micheli) che avrebbe dovuto pronunciarsi in merito e dirimere la vexata quaestio e siamo ancora al punto di partenza? La ministra aveva rinviato a dicembre il verdetto e da allora non se ne è saputo più nulla: ora, a marzo 2021, il sottosegretario grillino ripropone il dilemma ponte o tunnel.

Ma scherza, dice sul serio, ci prende in giro? Dopo trent’anni di blablablà… sette mesi per un setti bau bau?

Come si fa a parlare di alta velocità fino in Sicilia senza aver deciso che tipo di collegamento verrà fuori? La linea dei binari seguirà la curva da naso aquilino all’ingiù (tunnel), alla francese all’insù (ponte)… o si è preferito il disegno senza struttura definita, dunque mencio, molle, cedevole?

E’ chiaro a chiunque che il piano delle Ferrovie dipende da cosa si intende fare.

La commissione di studio non ha deciso; ha profuso poche idee ma confuse? Oppure è stata insediata proprio per divagare e non decidere?

Si sa che nelle situazioni ingarbugliate il miglior modo per rinviare di prendere posizione è quella di insediare un tavolo tecnico: si perde tempo, le questioni si annacquano al pari delle responsabilità… e addio soluzione.

Qui però la faccenda è fondamentale, vitale; il Sud si gioca tutto per i prossimi decenni, non può assistere indifferente al divagare, al baloccarsi nell’ondivago ora sì ora no. Il tempo ormai sta per scadere: se questo è il metodo con cui si va a definire il Recovery Plan, siamo spacciati!

Il presidente della Regione siciliana Nello Musumeci e il suo omologo calabrese Antonino Spirlì non hanno nulla da recriminare?

Stamattina nel question-time a Montecitorio previsto alle ore 10 (si può seguire collegandosi alla webtv Camera), il vice ministro Alessandro Morelli (Lega) risponderà a un’interrogazione urgente presentata dalla deputata messinese Matilde Siracusano di Forza Italia che da tempo conduce una battaglia “perché il Ponte sullo Stretto di Messina è un’opera indispensabile per il Mezzogiorno e per l’intero Paese, che ha già un progetto approvato anche a livello internazionale, immediatamente cantierabile, e che porterebbe al Sud lavoro, turismo e sviluppo”.

Sentiremo in diretta cosa dirà Morelli che, al pari della collega viceministro Teresa Bellanova (Italia Viva), dovrebbe esprimersi a favore del Ponte perché entrambi i partiti di appartenenza sostengono la centralità di questa opera in un quadro di riequilibrio economico e strategico nord-sud.

Mezzo secolo dopo, non vorremmo ritrovarci a parlare del Ponte come miraggio da fumetto. Ci avevano pensato già la Domenica del Corriere e Topolino… non era il caso scomodare fior di scienziati e commissioni di esperti.

 

 

 

Con quel suo aspetto serafico e tranquillizzante, grugno paffuto, sopravvissuto al cambio di guardia a Palazzo Chigi, il già viceministro e ora sottosegretario alla Sanità, Pierpaolo Sileri suscita simpatia. Non si scompone mai, persino davanti alle immagini che conclamano una serie di fallimenti in un anno di pandemia, se la cava amabilmente alla Totò: …e che, so’ io Pasquale? Tutto gli scivola addosso, trasparente.

Onnipresente in tv, a volte pure ubiquo, non si bagna mai: se ti perdi qualche sua frase durante una trasmissione, cambi canale e la risenti nell’altro programma. Invece di rispondere le domande le fa, quando si pronuncia sembra elargire pillole di saggezza a futura memoria perché sul presente lui è più indignato di noi: …la campagna vaccinazione iniziata male, andata avanti peggio presenta tuttora disfunzioni incredibili? torto delle Regioni e di quel diavolo di Titolo Quinto della Costituzione che le ha dotate di troppa autonomia; sull’opacità dei contratti di approvvigionamento delle dosi? ci colpa Bruxelles. Se poi gli si fa notare che le cose andavano così male che il premier Draghi ha liquidato il super commissario Domenico Arcuri, allora s’inalbera, corrucciato: “Lo dico da tempo che occorre cambiare! Abbiamo a livello territoriale dirigenti senza “attributi” che gestiscono la sanità”. In periferia insomma sono incapaci, dimostrano l’ingenio degli stupidi.

Ma al Ministero, dove certamente gli “attributi” li hanno… il peggiorare delle cose si rivela molto più facile che migliorarle. Non c’è traccia di correttivi per impedire le disfunzioni. In assenza di regole precise e univoche per fare il vaccino, sta prevalendo quella antica e sempre valida dell’ “io può”. E chi, se non il ministro e il suo vice, dovrebbe rimediare?

Sileri si mostra così convintamente risentito che alla fine ci fa sentire pure in difetto: vuoi vedere che è colpa nostra?

La tecnica dello scaricabarile, contagiosa più del virus, non risparmia nessuno. Da ultima ieri sera, ospite a “Non è l’arena”, Pina Picierno deputata del Pd dal 2008 e dal 2014 europarlamentare, ciancica sulla fornitura di vaccini: dove erano i nostri onorevoli quando sono stati stipulati dall’Europa i contratti con le case farmaceutiche? La deputata glissa, devia il discorso su quanto di buono ha fatto l’Ue; minimizza sulla segretazione degli accordi e avverte: attenti, perché senza la scelta di centralizzare la governance da parte di Bruxelles ci saremmo trovati nei guai. Lei, deputata di sinistra, non gradisce quel video della collega, pure di sinistra, che gira da giorni sui social: l’intervento a muso duro in Parlamento europeo della trentunenne Manon Aubry, francese, copresidente del gruppo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica, che il 10 febbraio con dichiarazioni sferzanti bocciava su tutta la linea l’operato di Ursula von der Leyen chiedendo l’istituzione di una commissione d’inchiesta “sulla responsabilità della Commissione europea per questo disastro”.

Quale sarebbe il disastro secondo Aubry, che la Picierno ha ignorato? Che i grandi leader farmaceutici hanno stabilito le norme. Punto chiave è la trasparenza: “Nessuna informazione sui negoziati nonostante le richieste del Parlamento. Solo tre contratti resi pubblici, grazie alla pressione dei cittadini, ma tutte le informazioni più importanti come prezzo, programma di consegna, o anche i dettagli delle clausole di responsabilità sono nascoste. Per gli altri contratti dovremo aspettare che i laboratori si degnino di pubblicarli perché sono loro che decidono”.

Certo che per ciò che accade a Roma come a Bruxelles, un senso di colpa noi tutti dovremmo avvertirlo: per averli mandati in Parlamento.

 

 

Perseverance è atterrato su Marte: che sfida epocale e fantastica! Un nome bellissimo per un magnifico sogno diventato realtà: “la perseveranza – affermava Robert Half – è ciò che rende l’impossibile possibile, il possibile probabile, e il probabile certo”.

Siamo andati sul Pianeta rosso a cercare acqua, tracce di vita non i marziani, quelli abitano la nostra politica, li conosciamo da tempo, stanno in mezzo a noi e sono gli stessi che a fasi alterne si avvicendano nello spazio della storia tra narratore eterodiegetico o narratore omodiegetico, sia che parlino cioè per conto di altri o da protagonista, e da decenni ci riempiono di obiettivi possibili, probabili, certi che puntualmente rimangono impossibili, improbabili, indefiniti e incerti.

Cosa c’entra Perseverance con il Recovery? Non lo so ma nel sentire la pioggia di miliardi che sta per riversarsi sul Sud, viene da pensare che sia roba da marziani stare ancora a discutere di tre chilometri di un varco che, almeno da mezzo secolo, paralizza i nostri epigoni su un minuscolo palcoscenico che si chiama Stretto.

Quale che sia la maschera del narratore, il racconto non cambia e abbiamo perso il conto sulle percentuali e sul totale dei miliardi in arrivo per il Meridione. I numeri più attuali dicono che si tratta del 50% sul quantum dei 209 miliardi ex Recovery Plan, quindi 100 e passa; cui si aggiungono i soldi europei per il settennato 2021-2027 e quindi molti di più; non basta, ci sono pure i quattrini del Fondo nazionale di sviluppo e coesione, e allora si raddoppia? Tenetevi forte: sono duecento miliardi. Lo assicura la ministra per il Sud Mara Carfagna. Dunque c’è da credere?

Boh! A occhio, fior di miliardi per il Mezzogiorno negli ultimi lustri li avevano annunciati nel 1998 il premier Romano Prodi; nel 2007 l’allora ministro per lo sviluppo economico Pierluigi Bersani; nel 2010 Silvio Berlusconi; nel 2015 Matteo Renzi.

Terra chiama Marte: o voi di Perseverance, da lassù riscontrate tracce di tutti questi miliardi, notate che sia cambiato qualcosa, che si sia modificato il divario Nord-Sud, che ferrovie e autostrade siano le stesse da Salerno in giù? E soprattutto vi sembra tanto invalicabile quel trattino di mare che separa la Sicilia dall’Italia?

E allora: se i 200 miliardi sono possibili, probabili, certi… su quali progetti si investiranno? Le Regioni sono state coinvolte e hanno presentato programmi ed elaborati? Del Ponte sullo Stretto o comunque dell’attraversamento stabile sappiamo che esistono almeno un paio di ipotesi di fattibilità rapidamente cantierabili; un costo di quattro miliardi circa che fa ridere se comparato alla mole dell’impegno complessivo. Peraltro proprio alla scelta Ponte è condizionato il tracciato dell’alta velocità da Salerno a Reggio e da Messina verso Palermo e Catania, dunque è imprescindibile decidere cosa ne sarà per portare in riva allo Stretto rotaie moderne.

Il tempo sta per scadere, entro il prossimo mese il piano Recovery dovrà approdare a Bruxelles completo di ogni dettaglio. La stagione del dibattito si è esaurita, la sopportazione pure. La perseveranza è finita su Marte.

 

Compie oggi novanta anni l’ultimo segretario generale vivente del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (dal 1985 al 1991), propugnatore dei processi di riforma legati alla perestrojka e alla glasnost, cioè rivoluzione e trasparenza, protagonista degli eventi che portarono alla dissoluzione dell’URSS e alla riunificazione della Germania.

Il comunista che seppellì il comunismo; artefice, con la sua politica, della fine della guerra fredda, è nato il 3 marzo 1931. Un uomo che al suo apparire sulla scena del potere sovietico, liberò dall’oppressione i paesi satellite consegnandoli alla democrazia, conquistò la simpatia dell’Occidente in obbligo di gratitudine per ciò che ha fatto: il volto migliore del Novecento può ben essere rappresentato da lui.

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Di altrettanta simpatia fu la moglie Raissa, scomparsa a 67 anni. In patria criticata per il suo presenzialismo ma energica e semplice, sempre sorridente. Nella visita ufficiale a Roma nel 1989, per esempio, preferì inserire una tappa a Messina per onorare i Marinai russi primi soccorritori nel terremoto del 1908 e inaugurare una mostra fotografica piuttosto che partecipare nella capitale a sfilate di moda da Valentino o ad aperitivi nel Caffè Greco di via Condotti mentre il marito era impegnato in incontri di Stato. In suo onore ci fu un rinfresco al Palazzo di Città dopo la visita in piazza Duomo per ammirare l’orologio astronomico del campanile. Dalla Russia con amore… senza 007!

Erano gli anni di massino fulgore della coppia che faceva parlare di sé in positivo la stampa mondiale. Gli inviti si susseguivano, chiunque li avrebbe voluti ospiti, al di qua e oltre Oceano. Fioccavano pure i premi, il più considerevole ovviamente fu il Nobel ma non mancarono altri appuntamenti altrettanto ragguardevoli. Uno in particolare richiamò l’attenzione nostrana e della madre Russia perché rischiò di compromettere i rapporti bilaterali e rimase impresso nella memoria di molti ma soprattutto dello stesso Gorbaciov, dell’allora ministro degli Esteri Andreotti e di… Pippo Baudo.

Cosa c’entra il Pippo? Onnipresente com’era dal Moncenisio al Valdemone, il gran padron di Sanremo fu chiamato nel 1990, auspice il coeterno Andreotti, a presentare il Premio Fiuggi, organizzato dall’imprenditore andreottiano e presidente dell’Ente Fiuggi, Giuseppe Ciarrapico. Inutile sottolineare con quale enfasi fu annunciato quell’evento che precedeva il Nobel per la pace a Stoccolma e, pur trattandosi di visita privata dell’uomo con la voglia in testa, avrebbe richiamato dignitari da Parigi, Bonn, Madrid oltre a giornalisti di tutto il mondo.

E venne il giorno del Premio. Il Pippo nazionale nonostante la sua assidua falcata sui palchi era emozionatissimo. Concertisti, balletti, cantanti precedettero il momento clou: Andreotti chiamato al microfono a introdurre, con un discorso di politica internazionale, l’ospite d’onore destinatario del premio consistente in una cospicua somma in contante: 500 milioni di lire. Inutile fare il raffronto con l’euro di oggi: 500 milioni nel 1990 erano una cifrona, l’equivalente di una mega villa in zone prestigiosa.

Squillo di trombe, sul proscenio fa ingresso la bella valletta col cuscinetto su cui è appoggiata la busta di valore; sale sul palco Gorbaciov risoluto e compiaciuto, ringrazia in russo (c’è la traduttrice), tiene d’occhio (la busta), pochi attimi ancora per la standing ovation ed ecco il momento culminante (del finale travolgente): la consegna del prezioso cadeau. Andreotti porge la busta, Gorbaciov con elegante gesto la fa presto sua riponendola al sicuro nella tasca della giacca. Sa del consistente contenuto, ha pure immaginato come impiegarla. Si consuma il rituale con i fotografi italo russi che affollano la platea. Scroscio di applausi, calorosi arrivederci all’anno successivo e sipario, mentre all’esterno si accendono i lampeggianti blu del corteo che avrebbe riportato il grande Michail in aeroporto diretto in Urss. Tutto è andato alla perfezione. Dopo aver ossequiato il suo divo amico, se ne va baldanzoso pure il Pippo ripresosi dalla sudata. Ma…

Alle 6,50 dell’indomani, trillo del telefono dalla segreteria del sommo Giulio e una voce femminile con tono allarmato: “il presidente vuole che venga subito qui”. Il Pippo si precipita: che sarà mai; minuti concitati, era accaduto che fosse convocato d’urgenza ma non così bruscamente.

“Baudo… dove sono i 500 milioni destinati a Gorbaciov? La busta era vuota”. Smarrito, senza più voce… stenta a credere. Ripercorre i momenti che hanno preceduto la consegna, lui quella busta l’ha vista solo sul palco, non sa chi l’ha maneggiata prima. Non si raccapezzano neppure Ciarrapico e i fiduciari dell’Ente Fiuggi; è passata da troppe mani, vattelappesca in quale passaggio si è svuotata. Ammesso si abbiano certezze che fosse stata riempita.

Gorbaciov ormai è a Mosca furibondo, non si dà pace: l’uomo più potente della Terra, a capo del potentissimo Kgb con 007 disseminati per il globo, turlupinato per mezzo miliardo da un mariuolo sotto i riflettori di mezzo pianeta. Meglio tacere; infatti per un bel po’ non se ne parla e Roma eterna custodisce l’arcano.

Chi ha trafugato le banconote? Un mistero mai risolto.

 

Un mese fa si cercavano i “responsabili” con una caccia all’uomo disperata; si era approntato un Recovery Plan incongruo; si dava per imminente un Conte-ter; la cultura grillina sembrava aver irretito l’intero Pd; tra aperture e improvvise chiusure la Protezione civile nel pallone; la campagna vaccinazione affidata a una primula e alla comunicazione top social di Palazzo Chigi lasciava passare il messaggio di timori per la resistenza degli italiani a vaccinarsi.

Sappiamo com’è finita: quel diavolo di Matteo Renzi ha fatto saltare il banco e d’un colpo sono stati disarcionati Giuseppe Conte, il suo portavoce Casalino, il ministro dell’Economia Gualtieri, il guardasigilli Bonafede, ora pure il capo della Protezione civile Borrelli e in parte il super commissario Arcuri.

Un cambio di uomini a segnare la discontinuità con le politiche precedenti, anche se non sono ancora chiare le intenzioni sul prossimo procedere. Quanto al fronte pandemia, in attesa di sapere in che modo si risolverà il problema della fornitura vaccini cui è legata la possibilità di tornare a un minimo di normalità, si può dire che i campioni della comunicazione hanno toppato: altro che resistenze a vaccinarsi, c’è la corsa a poterlo fare e neppure gli ottantenni ci riescono.

Scarseggiano le dosi ma sovrabbondano le iniezioni in tv. Una beffa! Per favore, basta con quelle telecamere puntate sulla siringa… funziona anche senza foto e video! Il virus si è modificato con più varianti, il modo di fare informazione rimane identico.

A ogni ora e in tutti i tg ci mostrano quell’ago che penetra nel braccio… avvertendo però che non è possibile prenotarsi. Servizi fotocopia che suonano provocazione, e poi identiche immagini e i soliti esperti come se non esistessero altri virologi, infettivologi, direttori sanitari oltre a quei quattro o cinque onnipresenti.

A proposito di presenze assillanti, a spadroneggiare nelle ultime settimane è chi negli ultimi due anni da Palazzo Chigi ha dettato le regole della comunicazione, stabilendo quale ministro o parlamentare grillino doveva partecipare a questo o quel programma: Rocco Casalino.

Il quarantottenne capo ufficio stampa di Giuseppe Conte, portandosi appresso il suo libro “Il portavoce” imperversa su tutte le reti quasi quanto le iniezioni. Lui si racconta autoincensandosi, esaltando il lavoro svolto accanto al premier, prefigura un rilancio del Movimento cinquestelle a guida Giuseppi, arriva a quantificare un gradimento superiore al 20%. Ammette qualche svarione di troppo, come la folcloristica balconata con Di Maio che dal palazzo del potere in Piazza Colonna annunciava la fine della povertà o come le dichiarazioni in libertà sul reddito di cittadinanza allorché Rocco minacciava di far fuori i dirigenti del Ministero dell’Economia che avessero opposto resistenza.

Oggi gli manca quell’ufficio e, immaginiamo, anche lo stipendio di quasi 170mila euro l’anno, cioè più del presidente del consiglio e di un senatore. Archiviate le esperienze passate di conduttore e la partecipazione al Grande Fratello, vorrebbe riprendere il suo impegno nel M5S e segnatamente al fianco di Conte. Da infaticabile ottimista prepara il gran rientro di entrambi, intanto arrotonda con la promozione quotidiana dell’autobiografia.

Rassegniamoci dunque ad altre iniezioni di vaccino e Casalino… in attesa di Sanremo.

 

 

Adesso niente più scuse. I meridionali al governo ci sono, una pattuglia di ben undici esponenti di vari partiti che avranno la possibilità di far parlare il proprio io, di dire in cosa credono e come intendono onorare il loro impegno per il Sud. Dopo troppe chiacchiere vogliamo vedere fatti.

Com’era prevedibile, la riunione del Consiglio dei ministri per la nomina dei sottosegretari è stata piuttosto turbolenta perché oltre al manuale Cencelli si è dovuto fare i conti con antipatie personali e veti incrociati, ma alla fine sono stati accontentati un po’ tutti anche il Centro democratico di Bruno Tabacci, Più Europa di Emma Bonino e Noi con l’Italia di Maurizio Lupi. Tra accese discussioni, sospensione per far sbollire gli animi, spostamenti da un ministero all’altro, alla fine il quadro è stato completato con un modesto risparmio rispetto al precedente Governo: 39 in tutto tra viceministri e sottosegretari (erano 42), una maggiore presenza femminile (19) e di meridionali (11). Tra questi ultimi confermati i grillini Giancarlo Cancelleri di Caltanissetta ai Trasporti (era viceministro), il palermitano Manlio Di Stefano agli Affari esteri. New entry la senatrice Barbara Floridia messinese di Venetico, docente di lettere nella scuola secondaria che va a ricoprire l’incarico di sottosegretaria al ministero dell’Istruzione.

Alla calabrese di Tropea Dalila Nesci la delega per il Sud. Il forzista palermitano Giorgio Mulè, che avrebbe voluto la delega all’Editoria è stato spostato alla Difesa.

Secondo alcuni la caratura politica del sotto governo è stata un regalo del premier Mario Draghi ai partiti nella consapevolezza di dover dare loro visibilità da spendere sui territori, anche in vista di prossime scadenze elettorali, ma con scarsa incidenza sulle decisioni importanti. Come dire: indicate chi volete tanto conteranno poco o nulla.

Se non sarà così lo vedremo molto presto. L’attesa è legata ai sottosegretari confermati e a quelli di prima nomina espressione della Sicilia e della Calabria. A tutti rivogliamo l’invito a scorrere le pagine del Report presentato a novembre dalla Svimez in cui sono indicati con abbondanza di dati e approfondite analisi le principali linee d intervento per riscattare il Mezzogiorno e affrancarlo da quella marginalità di cui soffre da decenni. A cominciare dalle infrastrutture: il confermato Giancarlo Cancellieri vorrà finalmente tirare fuori dai cassetti il pronunciamento cui sono pervenuti gli esperti del Gruppo di studio sul tema Ponte nello Stretto?

E’ già imperdonabile il ritardo di alcuni mesi (attendiamo da ottobre di sapere cosa ne è stato) ma sarebbe irreparabile il danno del protrarsi di questa “barzelletta di Stato”. Il Sud, non solo la Sicilia e la Calabria o Messina e Reggio, pretende di sapere cosa si intende fare. In gioco non c’è solo l’attraversamento stabile ma l’alta velocità ferroviaria che dovrà avvicinare l’Isola al resto d’Italia e all’Europa.

Niente più scuse perché l’occasione irripetibile delle risorse a disposizione consente oggi di fare quel che non si è fatto nei decenni passati. Cancellieri da cittadino di Caltanissetta, al pari di Dalila Nesci di Tropea chiamata ad occuparsi di Sud, dovranno dimostrare di aver a cuore le sorti delle due regioni.

Niente più scuse per un’operazione di verità, di chiarezza di intenti, di concretezza senza riserbi timorosi e ipocriti. La ministra per il Sud, Mara Carfagna è di Salerno, proprio la città capolinea dell’alta velocità, dove si ferma il Freccia rossa e si è spezzato in due il Paese.

Gli interrogativi aperti sono diversi: Rfi ha in programma di ammodernare la linea fino a Villa San Giovanni? Saranno rotaie per l’alta velocità o di alta capacità, cioè con marcia ridotta?

Come sarà possibile progettare i binari da Praia in giù se non sarà chiara la scelta del Ponte?

Per il bene del Paese Draghi è riuscito a mettere insieme forze diverse che, rinunciando a interessi di parte, hanno sposato la causa comune. Con lo stesso intento, i Nostri sapranno spendersi per fare fronte compatto nel rivendicare quanto dovuto a Sicilia e Calabria? Niente scuse: ora o mai più.

 

 

 

ULTIMORA. Ecco tutte le nomine dei sottosegretari: Presidenza del consiglio Deborah Bergamini, Simona Malpezzi (rapporti con il parlamento) Dalila nesci (sud e coesione territoriale) Assuntela Messina (innovazione tecnologica e transizione digitale) Vincenzo Amendola (affari europei) Giuseppe Moles (informazione ed editoria) Bruno Tabacci (coordinamento della politica economica) Franco Gabrielli (sicurezza della repubblica) Esteri e cooperazione internazionale Marina Sereni - viceministro Manlio Di Stefano Benedetto della Vedova Interno Nicola Molteni Ivan Scalfarotto Carlo Sibilia Giustizia Anna Macina Francesco Paolo Sisto Difesa Giorgio Mulè Stefania Pucciarelli Economia Laura Castelli - viceministro Claudio Durigon Maria Cecilia Guerra Alessandra Sartore Sviluppo economico Gilberto Pichetto Fratin - viceministro Alessandra Todde - viceministro Anna Ascani Politiche agricole alimentari e forestali Francesco battistoni Gian Marco Centinaio Transizione ecologica Ilaria Fontana Vannia Gava Infrastrutture e trasporti Teresa Bellanova - viceministro Alessandro Morelli - viceministro Giancarlo Cancelleri Lavoro e politiche sociali Rossella Accoto Tiziana Nisini Istruzione Barbara Floridia Rossano Sasso Beni e attività culturali Lucia Borgonzoni Salute Pierpaolo Sileri Andrea Costa

Il premier Mario Draghi ha completato la squadra di governo con la nomina dei sottosegretari, un puzzle in faticosa composizione per il bilanciamento secondo manuale Cencelli da applicare sulla base dei rapporti di forza dell’esapartito che sostiene questo Esecutivo.

Il toto-nomi si modifica di ora in ora, si sa già che i nominati conteranno poco o nulla ma ogni partito è stato alle prese con fibrillazioni interne e soprattutto il Movimento cinque stelle fa i conti con la scissione ormai formalizzata: tredici deputati hanno già costituito un Gruppo autonomo, si chiama “L’alternativa c’è” e dovrebbe aumentare di numero stando alle dichiarazioni d alcuni dei dissidenti che hanno votato no alla fiducia e sono stati espulsi. La pattuglia dei ribelli replicherà la formula al Senato dove, raggiunto l’accordo col partito di Antonio Di Pietro “Italia dei valori”, sarà possibile dar vita alla costituzione utilizzandone il simbolo (il regolamento a Palazzo Madama impone che si spossano formare nuovi gruppi se già partecipanti alla competizione elettorale). A Montecitorio il simbolo de “L’alternativa c’è” sarà una ruota dentata con all’interno una stella tricolore.

Che strano: il nome scelto dai grillini contestatori non è proprio una novità. Alle Amministrative del 2013 in provincia di Messina, esattamente a Terme Vigliatore “L’alternativa c’è” era una lista con un proprio candidato sindaco, il farmacista Santi La Maestra; accanto a lui come vice, l’assemblea dell’Alternativa C’è aveva indicato la dottoressa Maria Alesci. Il logo depositato raffigurava tre scimmiette per “rappresentare i cittadini stanchi di subire passivamente le scelte di pochi eletti nel palazzo comunale. L’Alternativa C’è pretendeva di sovvertire questo ordine di cose, presentarsi come innovazione e cambiamento del sistema.

Che succede adesso, scatterà un diritto di copyrigt?

Sarebbe un problema per il nuovo Movimento che grane ne ha già altre a cominciare da quelle col partito di provenienza, cioè il M5S contro il quale fioccano i ricorsi e le richieste di risarcimento danni. Gli ex deputati cinquestelle che hanno dato vita alla componente del Gruppo Misto a Montecitorio sono: Baroni, Cabras, Colletti, Corda, Giuliodori, Maniero, Paxia, Sapia, Spessotto, Testamento, Trano, e Vallascas, cui dovrebbe aggiungersi Paolo Romano. “L’alternativa c’è” si porrebbe all’opposizione con Fratelli d’Italia.

In tutto, sono 21 i deputati ex M5S espulsi per non aver votato la fiducia al nuovo esecutivo. La decisione è stata riferita all’Aula della Camera dal presidente di turno, Fabio Rampelli: “Comunico che, con lettera pervenuta il 19 febbraio, il presidente del gruppo Movimento 5 Stelle ha comunicato l’espulsione dei deputati Massimo Enrico Baroni, Pino Cabras, Andrea Colletti, Emanuela Corda, Jessica Costanzo, Francesco Forciniti, Paolo Giuliodori, Alvise Maniero, Rosa Menga, Maria Laura Paxia, Raphael Raduzzi, Giovanni Russo, Francesco Sapia, Doriana Sarli, Michele Sodano, Arianna Spessotto, Guia Termini, Rosa Alba Testamento, Andrea Vallascas, Alessio Villarosa, Leda Volpi, ai sensi dell’articolo 21 dello statuto del gruppo. Pertanto, a decorrere dalla medesima data, i deputati suddetti cessano di far parte del gruppo Movimento 5 Stelle e si intendono conseguentemente iscritti al gruppo Misto”.

Discorso a parte per i senatori Nicola Morra e Barbara Lezzi che seppure cacciati e ignorati dal vertice del Movimento puntano ad avere un ruolo nella nuova governance. Entrambi non si rassegnano ma la stessa piattaforma Rousseau precisa che non sono candidabili “gli iscritti che siano sottoposti ad un procedimento disciplinare o abbiano subito la sanzione (eventualmente anche in via cautelare) della sospensione”.

In attesa che la situazione si chiarisca e il Movimento cinquestelle trovi il nuovo assetto, l’ex premier Giuseppe Conte ha pensato bene di riprendere il lavoro di docente della Facoltà di Giurisprudenza e tornarsene all’Università d Firenze: venerdì pomeriggio terrà una lectio magistralis in streaming, senza pubblico. 

 

Primi di settembre 2004, sulla terrazza del Mazzarò Sea Palace davanti al mare di Taormina. Lo riconosco subito, è il comico beniamino degli italiani; non mi ero perso un solo spettacolo al Teatro Vittorio Emanuele di Messina: ogni battuta un applauso scrosciante, satira politica da diletto massimo, così pure l’approfondimento in chiave ironica e spassosa di vizi e virtù degli italiani, dei disastri ambientali, dell’industria che pur di massimizzare i profitti se ne infischiava di riconvertire la produzione in chiave ecologica. Beppe Grillo è sdraiato su un lettino prendisole con accanto un paio di volumi, immerso nella lettura. Lo distolgo, mi incuriosisce il titolo di un libro sull’energia green e dopo pochi convenevoli la chiacchierata verte sull’importanza dell’idrogeno e come nell’alimentazione delle auto potrebbe prendere il posto del petrolio che ammorba l’aria.

E’ un convincente visionario, parla come durante gli spettacoli, con la stessa passione, quel fervore che trasmette in un crescendo di toni, sudore, mimica e risate. E’ determinato, sicuro delle teorie che divorava leggendo. E io a domandarmi: ma se l’auto può muoversi a idrogeno perché nessuno ci ha pensato? La sua risposta è decisa: non spendono in ricerca e alle case automobilistiche conviene sfruttare le solite linee di produzione, sono lobby così potenti da incidere anche sulle scelte dei governi.

Quell’incontro mi è tornato in mente dopo le dichiarazioni programmatiche di Mario Draghi al Parlamento che si rifanno alle conclusioni del Consiglio e della Commissione europea in cui si sollecita la creazione di un mercato dell’idrogeno per l’Europa, al fine di aiutare l’UE a rispettare il proprio impegno di conseguire la neutralità carbonica nel 2050. Nelle conclusioni il Consiglio riconosce l’importante ruolo svolto dall’idrogeno, in particolare quello prodotto da fonti rinnovabili, nella realizzazione degli obiettivi dell’UE in materia di decarbonizzazione, nella rapida ripresa economica dopo il COVID-19 e nella competitività dell’UE sulla scena mondiale.

Eravamo nel 2004, quante cose sono cambiate. Chi poteva prevedere che quel comico fuoriclasse, una forza trascinante, avrebbe calcato altri palchi per diventare un capo politico; non lo immaginava neppure lui. Da comico incantava tutti, da attore nella nuova scena ha conquistato e deluso, ha dato una sferzata ai vecchi partiti salvo poi a emularli; dal nulla ha creato un esercito di sostenitori e metà li ha già persi per strada; ha annientato presidenti incaricati e inventato carriere di esordienti; ha inneggiato al merito annullandolo con l’uno vale uno; oggi maledetto dagli espulsi e benedetto dai miracolati del suo Movimento. Ma diciassette anni dopo, sui temi ambientali, c’è da riconoscere che quel sognatore aveva ragione.

Adesso ci credono in molti, Unione Europea compresa.

Spulciando qua e là vediamo che è l’ora dell’idrogeno, l’elemento più abbondante dell’universo è diventato fonte di interesse e di investimenti nel mondo perché può essere la chiave “per un futuro energetico pulito, sicuro ed economico”.

La Cina è avanti: attualmente il Paese si sta concentrando principalmente sull’uso dell’idrogeno nei trasporti, ma guarda con interesse anche su altre applicazioni, come il riscaldamento degli edifici.

Sono ambiziosi i piani della Corea del Sud per lo sviluppo di una rete di trasporti a idrogenoi. Nel suo programma dedicato, l’obiettivo del governo di Seul prevede di promuovere un aumento del numero di auto alimentate a celle combustibili, passando dalle duemila circolanti nel 2018 a 6,2 milioni entro il 2040, diventando il primo Paese produttore di auto fuel cell a livello globale già entro il 2030.

Il Giappone è stato il primo paese al mondo a crederci, soprattutto per i trasporti: il governo ha stilato per primo un piano strategico per la tecnologia dell’idrogeno e delle celle a combustibile. Ora punta a un nuovo primato: aprire la strada alla creazione delle prime rotte commerciali internazionali per la spedizione di idrogeno pulito dall’Australia e dal Brunei.

In Australia, il governo ha istituito un fondo di finanziamenti per sostenere progetti dedicati allo sviluppo specifico.

L’Unione Europea punta a essere il primo continente al mondo emissioni zero entro il 2050. Per questo la Commissione europea, nel Next generation EU, il progetto di recovery fund da 750 miliardi di euro, pone la lotta al cambiamento climatico al centro della ripresa dalla crisi innescata dal Covid-19.

 

 

 

 

 

Incassato il sì di un ampio arco parlamentare, adesso l’Esecutivo di Mario Draghi può procedere al galoppo: sono tali e tante le emergenze da fronteggiare che i nuovi ministri, quelli veri chiamati ad occuparsi della ricostruzione, dovranno legarsi alla scrivania per capire da dove cominciare, e farsi affiancare da uno staff di qualità che non sia il raccogliticcio manipolo di improvvisati, carenti di specifica esperienza che spesso abbiamo visto.

Cosa ha detto in fondo Mario Draghi per stupire deputati, senatori ma pure i cittadini? Nulla di strepitoso, niente frasi a effetto: solo riflessioni di comune buon senso che hanno assunto valore per la sua storia personale, la credibilità, la fiducia che ciascuno ha riposto a scatola chiusa, prima ancora di vedere cammello. La convinzione di consegnarsi in mani sicure, di affidarsi a chi sa fare ciò che lo aspetta è la garanzia che ha ammaliato. L’esatto contrario di quanto avvenuto negli ultimi due anni con l’arrivo dei grillini, cioè dell’improvvisazione al governo, a cominciare dal capo imposto per guidarlo: un docente auto definitosi “avvocato del popolo”, senza cognizione, dimestichezza, padronanza, perizia, pratica di un ruolo così ponderoso. L’ubriacatura del voto ha generato nel M5S la presunzione di poter supplire con l’entusiasmo del principiante la mancanza assoluta di competenza, occupando i ministeri con lo stesso fervore che li aveva visti conquistare le piazze. Dall’Istruzione alla Giustizia fino a Palazzo Chigi ha prevalso quella logica ominosa dell’uno vale uno. L’ebbrezza a cinquestelle esternata dal balcone del potere in Piazza Colonna, ora è finita.

De hoc satis. Abbiamo voltato pagina, i neofiti avranno tutto il tempo per tornare agli studi e imparare; gli stessi partiti dovranno fare i conti con una realtà che in giro per le città è cambiata anche se stentano a rendersene conto e prendere atto della voglia di merito, di vedere cioè persone capaci al posto giusto per dare risposte di serietà non slogan vuoti né finzioni, imposture spacciate per verità. Gli esponenti politici non sanno trattenersi, si espongono a un eccesso di visibilità e di dichiarazioni melense che stride con la drammaticità del momento.

Sono in ballo la salute e l’economia, cioè la vita delle persone, e i gonzi ci riempiono di rassicurazioni inconcludenti. La campagna vaccinazione è un flop, le strutture dedicate non funzionano e vanno avanti con lo scaricabarile delle responsabilità a livello centrale e periferico: sono state inventate strutture nuove ma qualcuno verifica la reale efficienza? Il mondo produttivo è allo sbando, nessun imprenditore riesce a pianificare la propria attività, l’incertezza genera stallo.

In questa situazione è piombato l’Esecutivo Draghi. Gli effetti dovrebbero presto essere percepibili, intanto l’aver rappresentato un’iniezione di speranza è già un primo passo. Altra conseguenza benefica è il terremoto che ha scosso le forze politiche con riassetti in atto e altri prossimi a consumarsi nelle segreterie e dentro il Parlamento dove si è modificata la geografia dei Gruppi con distacchi, trasmigrazioni, nascita di Intergruppi. L’abbandono più copioso investe il M5S: un “grillino fino al midollo” come si definisce il presidente dell’Antimafia Nicola Morra, espulso in 24 ore dal reggente Vito Crimi, prepara la carta bollata al pari di una decina di colleghi dissidenti. Sboccerà un clone a Palazzo Madama e a Montecitorio?

Sono passate poche settimane e sembra cambiato il mondo.

 

 

Dalla sua somma autorità ha parlato al colto e all’inclita, alle imprese e ai cittadini, agli apparati e ai mercati, alla pubblica amministrazione interna e ai partner esterni, a Roma e a Bruxelles. Chi si era mostrato deluso dal profilo non proprio alto di mezzo governo, ha trovato ristoro nel sentire Mario Draghi stamattina al Senato.

Un discorso condito di saggezza del tecnocrate illuminato e del pragmatismo dell’amministratore consapevole di dover fare il pane con la farina disponibile; di carezzevole considerazione per il ruolo del Parlamento e per il lavoro svolto dal predecessore, al tempo stesso di severo richiamo alla necessità di cambiare registro per fare spazio all’attitudine e alla competenza; di guardare con lungimiranza alle cose da fare, di compiere scelte decisive per i nostri figli e nipoti; di avviare la nuova Ricostruzione. Nella sua parlata aria d’altro luogo, d’altro mese, d’altra vita… C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico.

Ipse dixit e l’orizzonte d’improvviso si è allungato al 2050. Un arco temporale inimmaginabile fino a qualche settimana addietro, quando le politiche economiche in campo erano appena abbozzate sull’immediato e da calibrare in funzione del Recovery plan in scadenza nel 2026. Una data divenuta oggi prima tappa nel disegno di opere e di riforme che dovranno segnare il decennio a venire e incidere nei prossimi trenta.

L’Aula ha ascoltato ammutolita; un eloquio pacato e sicuro, senza enfasi e non ridondante di luoghi comuni. Qualche stereotipo era pure d’obbligo in un’esposizione formale ispirata alla crescita e all’unità d’intenti che deve accomunare da destra a sinistra in una fase di emergenza. Interrotto da applausi, circa 25.

Solo un refuso, e il beffardo diavoletto ha voluto che si sostanziasse proprio sui numeri, laddove il mago dei conti non aveva mai sbagliato una virgola: i ricoverati in terapia intensiva diventati per un attimo… due milioni! Doveva dire duemila ma, chissà se per la voglia di moltiplicare pani e pesci o per la consuetudine a dimensionarsi con grandi cifre, alcuni zeri di troppo lo hanno tradito. Istantaneo il borbottamento tra i deputati, ma con nonchalance si è corretto subito.

Per il resto molti dati utili e tanto buon senso: fratellanza nazionale, riscatto civile e morale, consegnare un Paese migliore e più giusto, dare risposte ai giovani promuovendo al meglio il capitale umano attraverso la scuola, l’università, la cultura; irreversibilità della scelta europeista e dell’euro; non c’è sovranità nella solitudine; fermare l’aumento della povertà e della disoccupazione. Poi le priorità per ripartire, a cominciare dal piano vaccini ricorrendo a tutte le strutture disponibili, pubbliche e private; per passare alla trasformazione digitale e alla transizione ecologica; agli investimenti nel Mezzogiorno.

Enunciazione di intenti che, articolati da un capo dell’Esecutivo come Draghi preceduto dal giubilo collettivo, fanno sperare in un rigoglioso sviluppo, in un’abbondante grascia capace di affrancarci dal timore dei tempi. Un’aspettativa ricolma di fiducia: cogliere l’attimo per credere nel domani.

Tra continuità e discontinuità, tra fedeltà al passato e desiderio di futuro, il domani si riempirà di contenuti già dalla prossima settimana quando, accantonati i buoni propositi, il premier dovrà dirci cosa si è scritto nelle pagine del Next generation Eu. Con tommasiano approccio aspettiamo di vedere il libro aperto, niente segreti nel cassetto anzi sarebbe bene che quelli riposti vengano tirati fuori. Ne citiamo uno per tutti: l’esito del Gruppo di studio di 15 esperti insediati dall’ex ministro De Micheli per il Ponte sullo Stretto. Lo chiediamo da mesi. Dopo tanta nebbia sull’infrastruttura divenuta una barzelletta di Stato, nel nome della credibilità delle istituzioni, il premier dia immediatamente prova del cambio di passo e si pronunci.

 

 

 

Pierluigi Bersani e la damnatio memoriae. L’ex segretario Pd, politico di esperienza, mancato premier per colpa di Grillo ma con lui alleato nel sostenere Giuseppe Conte, salvo a ritrovarsi adesso solo a incensarlo, ieri sera ha recriminato per la facilità con cui ci si è dimenticati delle tante cose buone fatte. Sarà, ma con tutta la simpatia per Bersani non può ancora accreditare la tesi che la crisi con cui si è mandato a casa il governo giallorosso sia il frutto del capriccio diabolico dell’abile e cinico Matteo Renzi, lo stesso rottamatore che aveva scompigliato il Pd per poi sbattere la porta e farsi un partito.

Bersani, ospite a “Di martedì”, ha parlato di attacco politico, di una forzatura che ha liquidato un’esperienza meritoria con a capo un Conte dimostratosi all’altezza del compito in una fase drammatica investita dalla pandemia, e al quale va riconosciuto il risultato degli oltre 200 miliardi in arrivo dall’Ue. Sarà, ma pure su questo punto vale la pena ricordare che la somma deliberata dall’Ue è frutto di una serie di parametri; che quando si è approfondito il come si intendeva spendere quei soldi è stato scoperto un contenitore vuoto; che l’emergenza sanitaria prima, la gestione commissariale e la campagna vaccini poi hanno dato la chiara percezione di una guida senza bussola.

Su un paio di aspetti concordiamo con il leader di Leu: Renzi egocentrista e inorgoglito rivendica l’esito della svolta ma non riscuote consenso; Conte lo ha surclassato in popolarità per il suo perbenismo, è uscito di scena con apprezzabile aplomb.

Cosa ne sarà dell’uno e dell’altro è presto per dirlo: Renzi riserverà altre sorprese? Conte, dopo il messaggio ai Cinquestelle “io ci sono e ci sarò” si rassegnerà temporaneamente a fare il docente a Firenze? Il tempo anche in politica incide: nonostante la loro smania di comunicazione e di presenzialismo in tv, la damnatio memoriae è contagiosa. Su entrambi intanto, sipario.

Oggi si apre la nuova pagina parlamentare con lo splashdown del governo a Palazzo Madama per incassare il primo sì del Senato, con replica domani alla Camera. Da Palazzo Chigi nessuna anticipazione su cosa dirà Mario Draghi, cifra che ha caratterizzato il premier dal giorno dell’incarico: “noi vogliamo comunicare fatti, siccome non abbiamo ancora fatto nulla, c’è poco da dire”. Ineccepibile fin qui. Dai prossimi giorni il silenzio impenetrabile dovrà però essere interrotto dalla graduale illustrazione di quelle misure che saranno inserite nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, quel Recovery Plan da 209 miliardi di cui si parla da mesi, bocciato nella prima e nella seconda bozza, tuttora un link inutile nel sito del Ministero. In gran fretta dovrà essere riscritto. Le scelte dei nuovi solisti ai vertici dell’economia segneranno la prospettiva del prossimo decennio, diranno come cambierà il Paese sul fronte dell’innovazione e della trasformazione ecologica, quale progetto di riforma scuoterà la Pubblica amministrazione, come si intende colmare il divario Nord-Sud da cui dipenderà il futuro delle regioni meridionali. Siamo arrivati a metà febbraio ed entro il 30 aprile il Piano dovrà pervenire a Bruxelles. Ritardi intollerabili se si guarda ai cugini d’Oltralpe.

La Francia, in lockdown, ha presentato a settembre il suo dettagliato “France relance” da 100 miliardi: 296 pagine in cui sono descritte le misure settore per settore; indicati l’impatto, la cifra stanziata, il beneficiario e il calendario di attuazione. Ma soprattutto è già operativo e i primi miliardi sono stati spesi. Sul sito del Governo di Parigi si può seguire lo stato di avanzamento dei progetti; cittadini, enti locali, imprese possono con un click avanzare la candidatura per ottenere finanziamenti e seguire sul calendario l’apertura dei bandi. Sul sito italiano niente: generici riferimenti a strategie, priorità, missioni, nessun intervento specifico. Aria fritta.

 

 

Varcato il Rubicone, alias Pisciatello… alea iacta est.

E’ stato scomodato Giotto… per pitturare le strisce pedonali? Il cambiamento copernicano ci ha riproposto un esapartito old style con la logica cencelliniana del 4-3-2-1? Dal Conte-bis a trazione sudista, alla carambola nordista?

La prima impressione allo scorrere dei nomi del nuovo Governo è che l’effetto shock atteso non ci sia stato; l’alto profilo per caratura e competenza, nella scelta dei politici, neanche; la discontinuità col precedente Esecutivo, ritenuto inadeguato, neppure; non convincono le riconferme nei ministeri chiave come Sanità, Interno, Esteri, Difesa. L’unica esponente meridionale della nuova squadra è la salernitana Mara Carfagna, che dovrà occuparsi di Sud e Coesione territoriale non si sa con quale esperienza specifica.

Comunque ci fidiamo. Vogliamo credere che, nelle circostanze date, siano stati scelti i migliori. Seguiranno a giorni viceministri e sottosegretari a completare la dosatura.

Mario Draghi ha ragionato da tecnico e da politico: ha chiamato nei dicasteri economici personalità prestigiose che ci rassicurano sull’aspetto prioritario, cioè la sapiente gestione del Recovery Plan. Al contempo ha voluto dare un premio di consolazione ai partiti che, usciti malconci dall’ultima crisi, hanno necessità di garantire in Parlamento i voti necessari, devono riorganizzarsi e riaccreditarsi in vista dei vari appuntamenti con le urne, a cominciare dalle prossime Amministrative.

Quanto sarà stabile questo bilanciamento si vedrà presto ma adesso stare a ragionare se poteva osare di più è puro esercizio di pensiero, senza avere tutti gli elementi con cui si è misurato il Premier costretto a non ignorare le dinamiche degli attuali partiti che, per quanto disorientati e messi ko, esistono e non se ne può prescindere. L’ultimo governo tecnico docet: Mario Monti li aveva estromessi e non ha avuto vita facile né lunga. Se si aggiunge che, nel mezzo del cammino, il Parlamento dovrà eleggere il nuovo Capo dello Stato, si può capire il complesso equilibrio messo in campo da SuperMario.

Rimane la connotazione nordista. Ma pure su questo versante vale la pena rilevare che spesso i nostri nemici si sono rivelati proprio gli uomini del Sud; i parlamentari di Sicilia e Calabria non hanno mai brillato per impegno, altrimenti le due regioni non sarebbero le ultime d’Europa; il Conte-bis, affollato di meridionali non ci pare abbia invertito la tendenza (aspettiamo ancora di sapere che fine ha fatto quel Gruppo di studio sul Ponte nello Stretto); non si sa di progetti avviati per portare un vera Alta Velocità a sud di Salerno; la portualità è al palo.

Non abbiamo ottenuto nulla dai meridionali, riproviamo coi ministri del Nord. Li aspettiamo sui fatti: grazie all’Europa, metà delle risorse del Recovery Plan dovranno servire a colmare il gap non solo infrastrutturale; numerosi report, da ultimo della Svimez, hanno evidenziato gli interventi possibili per il recupero delle diseguaglianze; le cose da fare sono note e messe nero su bianco.

La prima sfida in assoluto è quella di restituire pari condizioni infrastrutturali, premessa di qualsiasi disegno di crescita. Forza Italia, partito della Carfagna, si è espressa a favore del Ponte; lo stesso ha fatto ripetutamente la Lega di Giancarlo Giorgetti nuovo ministro allo Sviluppo economico. Dopo i pronunciamenti di ideali in tv, dicano subito cosa intendono fare. La Carfagna conosce bene il detto napoletano “chiacchiere e tabacchere ‘e lignamm ‘o banco nun ‘e ‘impegna”: parlare di coesione significa porre fine alla telenovela, sapendo che non ha senso tirare in ballo la storiella del Recovery con le opere da ultimare entro il 2026: coi soldi europei si possono realizzare l’alta velocità e le opere connesse fra le due sponde, caricando gli oneri del ponte sul bilancio normale. Si tratta di un costo inferiore ai 4 miliardi, somma insignificante rispetto ai giganteschi effetti che produrrebbe. Lo prevede il Corridoio Berlino-Sicilia, asse nevralgico per il riscatto del Mezzogiorno e vitale pure per il Nord. Con treni a scartamento ridotto, senza ponte e con porti da bambolina di che coesione parliamo? Marocco e Algeria ci hanno già superato, fra non molto l’emigrazione sarà all’incontrario.

Il premier Draghi, dall’alto del suo osservatorio europeo, sa bene che sul fronte Sud si vince la scommessa della rinascita complessiva del Paese. Ora i soldi ci sono, addurre pretesti per rinviare sarebbe imperdonabile.

 

um tum autem. Gli oltranzisti pentastellati, i superstiti barricaderi grillini custodi dell’uno vale uno, ieri sera con un’iniziativa velleitaria, si sono rintanati sulla piattaforma Zoom per l’ultimo defedato ”vaffa”, questa volta diretto proprio al Movimento, il M5S dell’iniziale “soli contro tutti” che rimeditando si è poi tradotto in nozze con Salvini e con successivo ripensamento nell’ibrida relazione con Zingaretti, per finire adesso tra le braccia di quelli che hanno sempre indicato come il caimano (Berlusconi) e l’innominabile (Renzi).

Infiammati dal furore rivoluzionario del Di Battista, a sua volta rincuorato da menestrelli mediatici, Barbara Lezzi e una ventina di “portavoce” hanno affollato la webinar per il “vaffa day 2021” mentre a Montecitorio i “portavoce” più stellati e il capo-garante Beppe Grillo recitavano la promessa del terzo imeneo.

I riottosi, fedeli al loro credo, hanno urlato in cuffia il venir meno di un minimo di coerenza. Dimentichi che, già umiliata due volte, erano propensi a sacrificarla ancora sull’altare del non c’è due senza ter. Il ter però è sprofondato nell’abisso e ora non ci stanno a chinarsi al terzo sì. Coerenza o timore di imbarcarsi in un Governo presieduto da un big dell’oligarchia finanziaria mondiale come Mario Draghi per il quale l’uno=uno… vale zero?

Coerenza! Quanto fervore indifendibile, sconveniente da invocare da parte di chi passo passo stava conducendo il Paese sull’orlo del baratro, gli stessi che tentavano di resistere pronti a rimanere incollati negli snodi del potere se un paio di senatori transfughi avessero rafforzato il Conte-Ter.

La provvida intemerata del Capo dello Stato Mattarella, d’un colpo, ha spazzato via l’inadeguatezza dai ministeri, restituendo la speranza di vedere alla guida persone capaci e di comprovata competenza. I rivoltosi non si rassegnano all’idea che sia finita, che non c’è più tolleranza per gli improvvisati; che non si ripeterà, per dirla alla Trilussa, quella crescita di potenza e di valore con gli zero che vanno appresso. Il più lucido, al solito, si è dimostrato Grillo nel consigliare ai malpancisti un Malox: il partito ormai è imploso, gli irriducibili stiano pure a scambiarsi il vaffa uno=uno, nel mentre lui con i suoi lusingatori più ragionevoli non si tirerà fuori dalla compartizione del Recovery fund. Trecento miliardi non sono semi di zucca.

Per il resto, la giornata di ieri ha segnato la gran rentrée di Silvio Berlusconi capelli a specchio e sorriso condiscendente, dopo otto anni in cui tutto “ei provò, la fuga e la vittoria, la reggia e il tristo esiglio”: si è presentato da primattore di intatta brillantezza per dire un tondo sì a Draghi e poi offrirsi alla folla di tv.

Oggi tocca a sindacati e confederazioni alternarsi nelle consultazioni. Il presidente incaricato vola comunque verso Palazzo Chigi. Chi si agita nel toto ministri sottovaluta che il nuovo premier farà valere la sua autorevolezza e la Costituzione: i componenti del Governo sono una sua esclusiva prerogativa e siamo certi che li sceglierà tra i più qualificati. Niente zeri appresso.

 

 

Ha ancora ragion d’essere la speranza in una giustizia imparziale su cui può contare l’uomo comune? Forse sì. Diventa meno solida, più dubbiosa, incerta se si è personaggio pubblico, politico o amministratore, se si esercita un ruolo in qualche modo influente, se si viene riconosciuti come capaci di incidere nella società. In questo caso le opinioni sono generalmente contrastanti, antitetiche: chi ritiene che la rendita di posizione possa più efficacemente produrre verdetti favorevoli; e chi per converso rileva che in troppi casi la funzione sia stata il presupposto di presunta colpevolezza. In entrambi in casi una distorsione perniciosa che ha portato a esiti aberranti di cui la cronaca giudiziaria è colma e i casi clamorosi in Sicilia e a Messina non mancano.

Credibilità allo stremo dopo la pubblicazione del recente libro-intervista di Sallusti e Palamara “Il Sistema” (edizione Rizzoli): spietata ricostruzione, dall’interno della magistratura, sul modo di interpretare e applicare la legge che non è mai stata uguale per tutti. Nel nome del popolo si è infranto il più sacro dei capisaldi della civiltà del diritto, quella fiducia appunto di poter contare sull’imparzialità della Giustizia.

Con geniale espressione, Vittorio Sgarbi ha definito Luca Palamara il “Buscetta dei togati”: definizione che rende con immediatezza la sintesi del volume in cui sono raccontati episodi di inaudita rilevanza e il come ai livelli apicali sono state gestite promozioni di procuratori capo o indagini sconvolgenti; l’origine di attacchi al governo della Repubblica, ai partiti o a singoli esponenti, a manager di alto e medio rango; le composizioni delle commissioni per il concorso in magistratura favorendo qualche figliolo. Un impetuoso torrente velenoso che investe i vertici della Suprema Corte di Cassazione; il Csm, ossia l’organo di autocontrollo dei giudici; le varie associazioni cui aderiscono i magistrati; e arriva a sfiorare persino il Quirinale.

Per certi versi verrebbe da dire nihil novi sub sole, se non fosse che la ieraticità di tocco e spada ha sempre preteso ammirazione per i suoi sacerdoti, a prescindere. Pochi hanno osato sfidarne il potere, intaccarne la solennità, mettere in discussione l’operato. Adesso a spingersi tanto in alto è chi quei ruolo di vertice lo ha ricoperto a lungo, ha partecipato a incontri carbonari, ha contribuito da un Hotel Champagne a determinare nomine dei massimi capi del potere giudiziario, si è prestato a manovre ambigue e ad azioni spregiudicate, è stato riferimento di colleghi, da Trento a Trapani, in grado di tessere le trame all’interno della corporazione e i rapporti col mondo politico dominante. Per finire in un trojan canarino.

Un attacco frontale all’Associazione nazionale magistrati in verità lo aveva scatenato l’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga in un arcinoto intervento tv del 2008 in cui paragonò l’Anm ad un’associazione tra “sovversiva e di stampo mafioso”. Non accadde nulla, nonostante il pulpito.

Con buon realismo sarà così pure questa volta: “Il Sistema” offrirà lo spunto per eruditi quanto infiniti dibattiti, esercizio in cui eccelliamo. Niente di più, il tempo assorbe. Ma i fatti raccontati sono ormai consegnati alla storia giudiziaria e descrivono il clima da notte dei coltelli che ha attraversato gli ultimi decenni. Quelli che il canarino ha scoperchiato.

La formazione professionale da pm del calabrese Palamara, anch’egli figlio di magistrato, comincia a Reggio Calabria e lui ricorda così il suo esordio: “Rimango subito coinvolto in una rissa che diventa guerra tra il nuovo procuratore, Antonio Catanese, un onesto magistrato di Messina (era stato a lungo giudice istruttore, oggi si direbbe gip) che nella vita aveva fatto di tutto meno che il pubblico ministero, e il suo vice Salvatore Boemi, uno che si era intestato grandi inchieste e che aspirava a diventare il capo. Inesperto, per poco ci lascio le penne perché mi schiero contro il vertice.

Capisco che ho bisogno di una protezione e per questo mi iscrivo alla corrente di Magistratura democratica (corrente di sinistra molto influente). Ecco, in quel momento, anche se ancora non ne ho piena coscienza, varco la porta ed entro nel “Sistema”. Il clima a Reggio Calabria in quegli anni è particolarmente incandescente, perché i vertici della magistratura reggina sono stati investiti dal ciclone delle dichiarazioni rese dal notaio Marrapodi, che in un drammatico confronto con il collaboratore di giustizia Giacomo Lauro accuserà tra gli altri l’allora procuratore Giuliano Gaeta di aver protetto le cosche mafiose. «Siamo arrivati insieme in una realtà molto difficile» mi dice il nuovo procuratore Antonio Catanese quando ci incontriamo per la prima volta”.

Palamara fiuta che non era il caso rimanere e che per fare carriera doveva puntare sulla capitale e si raccomanda per ottenere il trasferimento. Il posto libero non c’era ma d’incanto si rende disponibile grazie al suo potente collega che si era dato da fare per accontentarlo e che infatti lo chiama al telefono: “Caro Luca, quel posto a Roma per te si è liberato, auguri e buon lavoro”. C’entrava il merito? Può essere; io la vissi come una cooptazione del leader più potente dei duri e puri della sinistra giudiziaria, al quale sono rimasto sempre affezionato: restituiva un piacere ricevuto e nello stesso tempo mi arruolava in modo ancora più stretto alla causa. In quel momento ebbi la certezza di come funziona un tassello del sistema: io do una cosa a te, tu al momento opportuno la darai a me.

Ma avevo chiara anche un’altra cosa. E cioè che io dovevo trovare il modo di farle, le telefonate, non riceverle. E per questo mi serviva essere a Roma e non a Reggio Calabria, non in Magistratura democratica, corrente ideologica e non scalabile da uno con la mia storia, ma in una corrente meno strutturata e più pragmatica”.

Passa infatti a Unità per la Costituzione (Unicost), corrente di centro “ma che ha al suo interno un’organizzazione di tipo feudale, è soprannominata nel nostro mondo «Unità per la prostituzione», data la sua propensione al clientelismo e alla lottizzazione, soprattutto nelle sue roccaforti tradizionali, che sono nell’ordine Napoli, Catania e Roma”.

Tra i vari inediti, eloquenti, ecco un altro passaggio del libro in cui si parla della “tecnica dei pacchettoni”, in cui Palamara si definisce un vero maestro. Vediamo di cosa si tratta:

“Quando in tanti colleghi dicono, come è accaduto dopo che è esploso il mio caso: io con il metodo Palamara non c’entro, io sono stato nominato nel posto che occupo all’unanimità dal Csm? Tutte frottole. Ci sono, faccio un esempio, quaranta posti da assegnare tra giudici della Cassazione e procuratori generali. Bene. I quattro capicorrente si siedono informalmente e prima di qualsiasi votazione ufficiale attorno a un tavolo (normalmente quello del capogruppo della corrente più importante, ubicato al primo piano del palazzo del Csm), ognuno con il suo elenco che agli altri non deve interessare. E si comincia: a me ne spettano quindici, all’altro dieci, al terzo sette e così via fino a riempire tutte le caselle.

Parliamo di candidati bravi e preparati? Può essere, a volte sì, altre meno. È che non si va per curriculum, come si dovrebbe; si va per mera spartizione e un magistrato altrettanto bravo ma non iscritto a una corrente è fuori, non ha speranza che la sua domanda venga accolta. Alla fine i nomi scelti finiscono blindati in una delibera del plenum del Csm che approva all’unanimità, il gioco è fatto e la faccia è salva. Dirò di più: normalmente i curricula confluiscono in un librone che viene mestamente abbandonato su qualche scaffale senza mai essere aperto”.

Mai incidenti di percorso? (domanda l’intervistatore):

“Il sistema è rodato e si inceppa raramente, tipo quando sul tavolo viene messo il nome del cosiddetto “impresentabile”, che il più delle volte però la sfanga perché il proponente minaccia di dichiarare “impresentabile” uno dei tuoi e ci si infila in un tunnel senza fine. Questo per dire…”

Per dire che è una schifezza…sbotta Sallusti. E per ora ci fermiamo qui.

 

L’attenzione in queste ore è concentrata su chi affiancherà Mario Draghi nel Governo che si avvia a formare. Esercizio di poco significato se calibrato sulle vecchie logiche. Non ci vuole molto per capire che la politica degli attuali partiti ha esaurito la sua forza attrattiva; si va verso nuove aggregazioni, la mutazione è già in atto. La pandemia, l’arrivo di notevoli risorse e la leadership di Draghi accelereranno i nuovi assetti. E in questa prospettiva si muove SuperMario, al cui apparire come d’incanto è andato giù lo spread e dalle cancellerie internazionali è venuto un unanime chapeau.

Ovviamente si dà per scontato che scioglierà in modo positivo e rapidamente la riserva, dopo aver soddisfatto il rituale che vuole la procedura delle consultazioni. Una formalità canonica irrinunciabile, più per dare un senso al ruolo dei partiti, associazioni private e senza regolamentazione che tuttavia concorrono all’architettura istituzionale, nel solco di quell’ipocrisia tacitamente tollerata che non prevede norme, dettami, criteri sull’organizzazione interna e sulla rappresentanza. Sarà per questo che si parla di… gioco democratico.

Digressione suggerita dal fatto che oggi, nell’incontro di rito dei 5Stelle, ci sarà Beppe Grillo. Finora a comporre le delegazioni sono stati i segretari dei partiti con i capigruppo di Camera e Senato, in questo caso si materializza anche la figura del “garante” che non ha rilievo formale e tuttavia è il fondatore-capo indiscusso, l’unico che può prendere impegno per tutti. Cosa dirà Grillo a Draghi? Nelle due esperienze precedenti con Bersani e Renzi, in streaming, egemonizzò la discussione e chi lo accompagnava obtorto collo relegato al ruolo di comparsa; il risultato fu un duplice e secco no. Sono passati quasi sette anni, il Movimento è cresciuto, Crimi e gli altri avranno diritto di parola? E la posizione passerà al vaglio dei quisque della rete Rousseau?

Ne giorni scorsi la trattativa-scontro con Matteo Renzi è stata condotta all’insegna di “Avanti-ConTe”, slogan coniato da Grillo il quale, forse perché fiducioso o perché non voleva sedersi di nuovo al tavolo col fiorentino, ha preferito starsene nella sua Genova. Grillini e Pd omogeneizzati in modo indistinguibile sul nome del premier hanno cercato di resistere ma è finita a carte quarantotto col leader di Italia Viva dominatore durante e vittorioso alla fine. Adesso Grillo, il più esacerbato dalla sconfitta e ardente dalla voglia di vendicarsi, è sceso a Roma per restituirgli indirettamente la pariglia?

Cosa c’entra il naufragio del Conte-ter di martedì con oggi? Non lo so ma l’insieme di più pensieri genera un sospetto. Eccolo: Renzi da premier è stato artefice della candidatura Mattarella al Quirinale e ci ha visto bene; prima ancora da rottamatore del Pd ha centrato l’obiettivo della segreteria; nello sposare il governo giallo-rosso si è tolto dall’angolo e un mese fa quando ha scatenato l’assalto a Conte, con un’unica azione ha ottenuto risultati multipli (mandare a casa Conte, scompaginare i partner entrati d’un colpo nel pallone, riguadagnare smalto). Da ultimo, l’auspicio espresso da Renzi di vedere a Palazzo Chigi Mario Draghi… si sta realizzando.

A fronte di questo clamoroso bingo, sarà capace Grillo di lucidità razionale, di accantonare livore e rivalsa per raccogliere l’appello all’unità nazionale del Capo dello Stato, assecondare il nuovo premier incaricato… di prendere il posto di Conte?

Difficile immaginare che, come ha fatto a suo tempo con Bersani e Renzi candidati a Palazzo Chigi, anche questa volta opporrà un netto rifiuto. Quale che sarà l’esito della consultazione, Draghi comunque andrà avanti, “Whatever it takes”: sta incassando uno alla volta il sì, dal Pd alla Lega. E’ vero che alla Camera M5S conta su numeri importanti, però al momento del voto non tutti i deputati saranno pronti ad appiattirsi sulla decisione del capo. Grillo lo sa e dovrà castigare l’impeto di far saltare il tavolo, altrimenti diverrebbe bersaglio incrociato, si inimicherebbe l’alleato Zingaretti, anticiperebbe l’implosione del suo Movimento e segnerebbe la fine di “Avanti-ConTe”. Sarebbe pure un risultato multiplo… ma da sconfitto.

 

 

 

Palazzo Chigi non sarà più un set; niente sussiego di televisioni, dichiarazioni e videate a tutte le ore che hanno finito col trasformare il presidente del Consiglio in una star da esibire al pubblico per commenti live sul ciuffo o sull’incedere tra un caffè in via Condotti e un passaggio in galleria Colonna.

Con Draghi calerà il sipario sulla politica da talent: c’è da lavorare, occorre farlo studiando le carte, dedicandosi senza l’incomodo di riflettori non stop e l’assillo di compiacere i social. Basta al rovello di ricette salvifiche elargite a ripetizione da ciascun ministro magari tra un cocktail e il piano bar mentre la nave affonda. Se non assisteremo più a queste scene sarà già un merito, un valore, una virtù.

Ovviamente non è soffermandosi sullo stile che si risolvono i problemi, si guarderà ai contenuti… ma la forma è presupposto di sostanza. Il presidente incaricato Mario Draghi sa di costituire la scommessa dell’Italia, che tutto è puntato su di lui e sulla squadra che lo affiancherà: ecco allora che se, come probabile, chiamerà all’Economia Fabio Panetta (membro italiano dell’esecutivo Bce, su cu graverebbe la stesura del Recovery plan) e alla Giustizia l’ex presidente della Consulta Marta Cartabia, basterebbero questi nomi per dare l’imprinting del Governo di alto profilo sollecitato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Al Capo dello Stato va rinnovato il plauso corale per aver coniugato grande rispetto delle procedure istituzionali e urgenza nelle determinazioni, senza comprimere gli spazi della politica.

La politica ha fallito, ora è in ambasce. I quattro partiti che componevano la maggioranza uscente si sono annientati per il prunaio su cui si era formata: un inciucio poco convincente, tra divergenze dichiarate e latenti, esorcizzate sull’altare della convenienza e del potere a tutti i costi. Al redde rationem provocato dal baldanzoso Matteo Renzi, i vari leader si sono incartati, hanno dato ulteriore prova di pochezza politica e si sono arenati a ridosso dell’approdo, cui comunque erano destinati a non arrivare mai. Renzi ab initio meditava di disarcionare il premier Giuseppe Conte e ci è riuscito; doveva essere “asfaltato” ed è andata diversamente, forse non sperava di scombinare tanto i partner ma ha ottenuto pure questo. Il che oggi gli fa dire: tre a zero.

Parlare ancora di crisi immotivata significa fare le tre scimmiette. L’intrico è andato a rotoli perché non aveva costrutto, semmai stupisce la durata di un anno e mezzo che, sommata all’anno precedente, fa tanto. Una compagine caratterizzata da inadeguatezza a tratti spassosa.

Stare adesso a chiedersi se il Governo Draghi sarà politico o tecnico, è un esercizio da stolti. Chissenefrega, l’Italia va disinquinata e ci trastulliamo sulle etichette?

Mattarella, fin troppo paziente, ha tollerato come tutti noi e alla fine ha detto basta a goffi e gaffe. Serve un riepilogo per ricordare chi ci ha governato? Da Luigi Di Maio che diceva di Draghi numero uno della finanza mondiale…”mi ha fatto una buona impressione”; ad Alfonso Bonafede guardasigilli col suo farfugliare lezioni di giurisprudenza (“dalle indagini si passa al processo che poi si conclude con la condanna”; e ancora “gli innocenti non finiscono in carcere”); alla Paola De Micheli dai cassetti segreti in cui custodire gli esiti della commissione Ponte sullo Stretto mai resi noti.

Quanto al Parlamento, abbiamo già visto chi lo abita ma il dopo Conte offrirà un quadro più ampio, allargato al Centrodestra.

 

Grande Mattarella. E’ suo il tocco da fuoriclasse, nel bel mezzo di un’aporia in cui non ne potevamo più dello stucchevole batti e ribatti tra i quattro capponi ingegnatisi a beccarsi l’uno con l’altro fino a dissolversi in un tiritiritù suicida.

Il Capo dello Stato con inusuale tempestività ha assunto la decisione che ormai la maggior parte auspicava: un Esecutivo di alto profilo in grado di riprendere in mano la situazione, governare la fase cruciale che allarma il Paese liberandolo da un’accozzaglia d figure incerte e poco rassicuranti.

Dopo aver concesso tutto il tempo possibile ai quattro litiganti e aver assistito come tutti noi al fallimentare spettacolo andato in scena, il presidente Sergio Mattarella ha troncato ogni indugio ponendosi all’istane in sintonia col sentimento comune: mandare alla malora i compagni di sventura, restituire dignità e prestigio alle istituzioni. Oggi al Quirinale salirà Mario Draghi, la cui esperienza e caratura internazionale sono garanzia di affidabilità, competenza, acribia. Qualità che gli ultimi due governi a guida Giuseppe Conte non hanno espresso.

Si cambia, cambieranno i ministri e i loro staff; d’un colpo torna a casa uno sterminato stuolo di improvvisati, ritrovatisi in posti di comando senza preparazione adeguata né idee chiare sul cosa fare. Lo abbiamo visto col piano pandemia, la campagna di vaccinazione, la scuola, i commissariamenti, la confusione che ha caratterizzato l’Esecutivo solo per rimanere sul terreno dell’emergenza. Altrettanto per le riforme, l’ordinaria amministrazione, gli interventi nel sociale, la giustizia, la rilevanza e credibilità all’estero e in Europa.

La nomina di Draghi segna il fallimento della politica tout court assolutamente impreparata a misurarsi con i problemi reali del Paese in tempi normali, implosa in modo clamoroso. Draghi segna un nuovo inizio di grandi attese, di quell’unità nazionale che potrà solo beneficiare dalla sua guida autorevole e distante dalle manfrine cui sono abituati i politici. Sarà anche una salutare scossa per i partiti, chiamati ex abrupto a fare i conti con un capo dell’Esecutivo che finalmente, come vuole la Costituzione, si sceglierà i ministri e non se li farà suggerire con cencelliani pizzini, né si piegherà ai desiderata di questa o quella corrente per galleggiare.

Nel tentativo di rimanere a galla si è inabissato il Conte bis: Renzi col suo “ciao” ne aveva anticipato la fine ma il premier, tremebondo, si è lasciato rosolare standosene in silenzio arroccato a Palazzo Chigi, senza profferire verbo mentre altri parlavano per suo conto relegandolo a convitato di pietra. Che triste epilogo anche per Pd e Cinquestelle, rivelatisi campioni di trasformismo, fino a ripiegare in un ruolo di subalternità. Renzi se non ha vinto è di certo il miglior perdente: ha ottenuto il risultato di stoppare il Conte-ter e di sbaragliare i partner, lasciandoli con le pive nel sacco, allo sbando, disorientati, confusi.

E pensare che un tale accosto meditava di tornare in sella, avrebbe dovuto fronteggiare l’emergenza, progettare, ricostruire l’Italia con mega piani, spendere centinaia di miliardi!

La scelta, provvidenzialmente tempestiva di Mattarella, fa esultare il mondo produttivo; ha posto fine alla pericolosa deriva che ci stava trascinando verso il baratro. Sarà interessante vedere adesso come risponderanno i singoli parlamentari quando Draghi si presenterà alle Camere per ottenere la fiducia: chi oserà dire no. Alcuni leader, spiazzati dal Colle, hanno già reagito stizziti: poverini, non sanno tacere neppure quando il silenzio e un passo indietro sarebbero d’obbligo. Sono impauriti dal confronto, terrorizzati dalla novità e dai riverberi nel mondo ottuso della politica. Almeno di questa politica, su cui finalmente è piombato un benefico… The End.

Messina, è deceduto il comandante Nino Cama

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Messina, è deceduto Nino Cama comandante traghetto Siremar.
Aveva 48 anni.
Ai familiari le condoglianze del Notiziario

LIPARI, IN 24 ORE TRE INTERVENTI DELL'ELISOCCORSO

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Lipari - Occlusione intestinale per un isolano e con l'elisoccorso è stato trasferito all'ospedale di Milazzo. Il velivolo del 118 è stato richiesto dai medici dell'ospedale.

Una donna gravida è stata trasferita nel nosocomio mamertino.

Altro intervento ieri dell'elisoccorso per un isolano con problema cardiologico e ricoverato a MIlazzo.

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Se non stessimo assistendo alla rappresentazione plastica del fallimento di un sistema, sembrerebbe il set di scherzi a parte con finale a sorpresa. Sui social infatti impazzano vignette e video esilaranti.

Come si fa a spiegare che gli stessi partiti che da quasi due anni reggono le sorti del Paese, abbiano bisogno di tavoli ininterrotti di discussione e magari di tempi supplementari per mettere nero su bianco le cose da fare, abbozzare programmi, decidere come andare avanti? Ma stando insieme al governo della Nazione, cosa hanno fatto finora? Di cosa si sono o non si sono occupati se adesso c’è urgenza di condensare in pochi giorni l’agenda, approfondirla e ritrattarla ex novo? Per ripartire da zero.

E come si fa a commentare l’assenza negli incontri del convitato di pietra, cioè Giuseppe Conte, il premier uscente candidato a subentrare a se stesso, incombente ma distante nelle trattative tra i capi partito che lo chiamano in causa? Sul suo nome Renzi ha spezzato l’asse ma è proprio Conte il perno su cui si cerca di tessere il nuovo orlato, il punto di riferimento irrinunciabile per trequarti dei partner. E il quarto giocatore… fa cip, rilancia, passa? Sul piatto ci sono oltre 200 miliardi, le fiche del Recovery, il più imponente piano di rilancio dal Dopoguerra.

M5S-Pd-Iv-Leu si rendono conto che non è un gioco e stanno celebrando in diretta una sorta di suicidio politico? Quale che sarà oggi la svolta al Quirinale.

Che dignità e autorevolezza potrà avere un Governo frutto di accomodamenti e di rappezzi per spuntare questo o quel ministero in cui piazzare bandierine? Quale solidità parlamentare avrà via via che ci si avvicinerà ad agosto, data fatidica in cui le Camere non potranno più essere sciolte e ogni deputato si sentirà al sicuro e libero da vincoli?

Torniamo ai tavoli dove siedono giocatori che sembrano la caricatura di se stessi, come in un quadro di Cézanne, tra il conduttore, gli sfidanti e il palo. Nessuno ha il poker, qualcuno strizza l’occhio, qualche altro aspetta una soffiata, l’altro ancora ha un asso di troppo. Il bluff salta, le carte sono truccate. Basterà rimescolarle?

 

Dovremo farcene una ragione del coonestare dei quattro partiti impegnati nel cerimoniale di questi giorni e del loro tentativo di ammantare di perbenismo un’ipocrisia di fondo: le cose da fare sono ben note agli attori che da mesi conoscono i punti di contrasto, il vero perché si sono divise le strade, gli incarichi da cui ripartire. Per discuterne non serviva ricorrere al secondo “confessionale” di Montecitorio dopo quello al Quirinale. Oggi finalmente faccia a faccia scopriranno le carte, notaio sempre il presidente della Camera Roberto Fico incaricato dal Capo dello Stato di verificare l’affidabilità dei contraenti M5S,Pd, Leu, Italia Viva.

Due gli scenari: si metteranno d’accordo, o attaccheranno i loghi al chiodo per lasciar posto all’ Esecutivo istituzionale?

Se avanza, come pare, la prima ipotesi si andrà verso il Conte-ter. Patto scritto o no importa poco nella sostanza (come si è visto col primo contratto giallo-verde M5S-Lega) ma serve a galvanizzare il set mediatico; sulle cose prevarrà il chi deve portarle avanti. Ed eccoci al punto cruciale: i nomi. Conte per farcela dovrà rinunciare espressamente a un proprio partito, dichiararsi espressione dei cinquestelle, rinnovare la squadra (si scaldano anche i senatori Bruno Tabacci, promotore del neo Gruppo nato in soccorso all’ultimo momento e quindi da ricompensare, e Pierferdinando Casini spesosi non solo in tv in favore di Renzi, dopo averlo recuperato dall’iniziale isolamento. Conte uscirebbe ridimensionato, Renzi ha già ottenuto tanto tra Roma e Riad, nessun cappone paffutello finirà per fare lo spiedino. La “quadruplice”, già tormentata dal rischio liquidazione, potrà sopravvivere e ipotecare fra un anno il settennato al Quirinale. Che ne sarà alle urne si vedrà, intanto non si spreca tanta grazia.

Secondo quadro: l’accordo non si chiude per l’incaponirsi di qualcuno davanti a un carneade qualsiasi, allora Mattarella assume finalmente l’iniziativa da più parti invocata, cioè un Governo istituzionale di alto profilo da mandare in Parlamento per ottenere la fiducia. Un esito scontato: chi potrebbe non votarla sapendo che l’alternativa è tornare a casa? Su questo collante hanno giocato un po’ tutti per compattare i propri Gruppi. In questo caso il nome più accreditato è quello di Mario Draghi, il “Ronaldo” della finanza europea, la cui caratura sarebbe garanzia assoluta nella gestione della mole enorme di risorse in arrivo col Recovery plan. Ridondante soffermarsi sull’utilità di ricorrere a professionalità di tale livello in una situazione drammatica.

Quale sarà l’epilogo lo scopriremo forse oggi stesso: prepararsi a rimanere di princisbecco col Conte-ter, magnificazione funambolica del trasformismo, che si potrà pure edulcorare ma direbbe Camilleri… cònsala comu voi, sempre cucuzza è.

Da più parti si ripete che siamo in guerra; lo stesso Presidente della Repubblica ne ha sottolineato la gravità, concordano i vari leader e sicuramente lo testimonierebbe un sondaggio imparziale tra i cittadini. Con queste premesse, c’è da stupirsi che non si sia già ricorso in tutta fretta a un “gabinetto di guerra”, senza tempi supplementari al teatrino attuale. Non si arriverà, il tocco a fin della licenza è: non cincischiare oltre e firmare di corsa per salvarsi e non perire. E Dio salvi il Paese.

 

Non dialogano, non si fidano, si contrastano a distanza in una sorta di lotta per la sopravvivenza: un darwinismo spinto alle estreme conseguenze in cui si salverà solo la maratona-mentana.

Sono gli ex alleati che, buttata via una perturbata convivenza, dovrebbero ora tornare micio-micio, giurarsi fedeltà, andare avanti fino a che prossima legislatura non li separi (e rimpiccolisca). I presupposti sono giornalmente sotto gli occhi: Matteo Renzi, imbaldanzito dalla momentanea débacle del premier Giuseppe Conte suo bersaglio dall’inizio, continua a essere l’unico mattatore. Sta tonificando Italia Viva del 3%, tiene in scacco gli appannati partner, si mostra sicuro delle sue ragioni, le espone con minuziosità, non si sottrae alle domande anzi le sollecita. Di contro: tremulo silenzio o quasi, come se timorosi di incespicare, di rispondere ai giornalisti, di scoprirsi sul merito delle questioni.

Piaccia o no ai detrattori, ai giornali amplificatori del grillismo integralista, agli urloni del “mai più con lui” è proprio lui ad accomodarsi da leader, a dare le carte, dettare l’agenda. Così è parso anche ieri sera, all’uscita dall’incontro col presidente della Camera Roberto Fico incaricato dal Capo dello Stato Mattarella di verificare se sussistono le condizioni per tirare a campare altri due anni.

Renzi (a parte la stancante nenia sulle poltrone lasciate dalle sue due ministre Teresa ed Elena) ha elencato la serie di argomenti che lo hanno portato alla spaccatura: vaccini piuttosto che inutili primule; più risorse alla sanità; riscrittura del Recovery Plan con garanzie sull’operatività; niente veti sulle infrastrutture importanti e poi la solita tiritera sulla gravità del momento, la pandemia, la credibilità internazionale, la necessità di far presto, la sofferenza delle aziende, il lavoro, la scuola ecc. Ripetizioni tautologiche che accomunano i vari esponenti dei partiti dell’ex governo come se non toccasse esattamente a loro rimediare e dare conto del cosa non si è fatto bene e prima; anzi, quasi ad alimentare subdolamente l’idea che se non ci fosse stata la pandemia sarebbe andata diversamente. Perissologia tipica quando scarseggiano argomenti di rilievo.

C’è di più: adesso è Renzi che non si fida e pretende un patto scritto, vuole che siano messi nero su bianco gli accordi affinché nessuno domani possa esimersi da responsabilità o ribaltarle e fa risuonare nell’aere parole come disciplina, onore, lealtà. E’ la sua rivalsa all’accusa di essere inaffidabile, ganzo; ha reso la pariglia, aggrava il solco.

In sostanza, dopo un anno e mezzo che stanno insieme, i quattro partiti non si parlano, si incontrano separatamente, sono diffidenti. Dopo le brucianti ultimissime esperienze Conte-Renzi e Mastella-Calenda, nessuno si azzarda a prendere il telefono e chiamare; comunicano tramite l‘intermediario Fico. E ancora non sono scesi sul terreno sdrucciolevole dei nomi e degli incarichi, soprattutto non si è accennato a chi eventualmente dovrà guidare il nuovo Esecutivo, ammesso che arrivino all’altare.

E se mai non dovessero ritrovarsi? Volerebbero stracci fino in quota, da investire il lussuoso jet degli Emirati che ha ospitato Renzi da Roma a Riyad e ritorno nel clou delle consultazioni (un viaggio lampo ma in suite di pelle… e buon per lui se, come pare, è stato pure ricompensato profumatamente dal principe).

La diretta sulla crisi prosegue, almeno fino a martedì. L’inferenza che intanto se ne trae è di cauto… pessimismo: sono questi gli intrepidi condottieri che dovrebbero portare il Paese fuori dalle secche?

 

La storia si ripete. Bis per il presidente della Camera Roberto Fico, il napoletano esponente del Movimento Cinquestelle, deputato dal 2012 e già a capo della Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, al vertice di Montecitorio da marzo 2018 e in tale ruolo incaricato un mese dopo dal Capo dello Stato Sergio Mattarella di esplorare la possibilità di un governo Pd-M5S che non ebbe buon esito, l’accordo si strinse infatti fra M5S e Lega. Ora ci riprova, anche questa volta su mandato di Mattarella per verificare la possibilità di far rinascere un governo con la stessa maggioranza di quella uscente.

L’imperativo di far presto lo ha sottolineato intanto Mattarella dandone immediata dimostrazione con la convocazione di Fico entro un’ora dalla conclusione degli incontri, invitandolo a ritornare martedì col responso. Adesso il punto è se ci sono le condizioni per ripartire con i renziani di Italia Viva, visto che è caduto da parte del M5S quel “mai più” opposto all’indomani della crisi. Fin qui si potrebbe dire che Matteo Renzi ha ottenuto ciò che voleva: ridiscutere il programma, stilare un nuovo Recovery Plan, azzerare l’Esecutivo, depotenziare il premier uscente, recuperare centralità per il suo partito e risollevarlo da quel 3% in cui è fermo da tempo.

Primo effetto delle braccia aperte da parte di Crimi e Di Maio, è stata l’implosione del M5S: l’ala intransigente Di Battista-Lezzi-Morra non vuole saperne e con ultimatum di fuoco preannunciano il prossimo abbandono. La crisi ha fatto deflagrare contrapposizioni da tempo motivo di dissenso fra i propugnatori degli iniziali “vaffa” e i tanti convertitisi via via ad una politica meno aggressiva, disponibile al confronto e pure alle mediazioni che lo stare dentro una coalizione di governo impone. I ribelli accusano i compagni di snaturare la fisionomia e di smentire le origini del Movimento. Sono una minoranza? Su quali numeri possono contare, soprattutto al Senato? Perché, se come pare, potrebbero essere una decina i senatori grillini pronti a dissociarsi dalla linea dell’accordo con Renzi, verrebbe vanificato il soccorso dei “responsabili” messi insieme dal neo Gruppo Maie-Centro democratico, nato per blindare Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Intanto il fronte dei ribelli esce sconfitto e con esso il megafono mediatico che ne aveva enfatizzato le gesta: l’obiettivo di emarginare Italia Viva si è tradotto in un boomerang con la resa dei conti ormai in atto nel Movimento.

Rimane l’incognita Conte. La ribellione degli integralisti grillini nel fare fuoco ha finito per indebolire lo stesso premier che da giorni colleziona flop a ripetizione: ha sottovalutato la sfida di Renzi, lo ha ignorato fiducioso di poterlo isolare e di “asfaltarlo” con la chiamata a raccolta dei “responsabili”; fallita questa operazione è entrato nel pallone e da quel momento non si è più ripreso, né gli ha giovato l’ultima telefonata all’ex premier nel tentativo di rabbonirlo mentre si recava al Quirinale per le consultazioni. Lo sbarramento di Iv al Conte-ter c’è stato e da qui deve ripartire Fico.

Non è più un problema di numeri che ci sono, quanto di premier, di composizione del Governo, di deleghe. Lo hanno evidenziato, prima ancora delle consultazioni, politici navigati come Bruno Tabacci e Clemente Mastella riemersi nelle ultime convulse settimane per puntellare Conte. Ne è convinto pure il sen. Enzo Palumbo, parlamentare liberale della prima repubblica: “In politica la linea che congiunge due punti non è mai retta. Renzi è stato abile a rilanciare la palla in campo M5S; di rimbalzo è arrivato un assist, quindi si metteranno d’accordo. Oggi Conte è fuori, per rientrare servirebbe un ripensamento dell’agenda e un Esecutivo totalmente rinnovato in cui Bonafede non può essere guardasigilli e che preveda innesti dall’esterno”.

Di certo nessuno vuole andare alle urne, neppure chi le invoca. Perché una cosa sono i sondaggi, tutt’altra cosa i voti. Se le percentuali che circolano dovessero essere affidabili, le vorrebbe per primo Conte, accreditato com’è di una popolarità trasversale. Ma analoghe prove di predecessori suggeriscono di… desistere.

E’ di tutta evidenza che la rilevanza storica delle scelte da fare esclude qualsiasi ipotesi di Esecutivo-fotocopia o modificato in qualche casella. Serve una poderosa accelerazione che può venire solo da competenze di alto profilo e di sicura collaudata esperienza specifica nei settori in cui si va a operare. Anche per questo alcune forze politiche hanno chiesto a Mattarella di valutare un Governo di unità nazionale… che ci salvi dal rischio di restare a lungo intrappolati tra crisi sanitaria ed economica. 

 

 

Giubilo di maggioranza nell’interesse del Paese… benvenuti nella commedia dell’arte! Si recita a soggetto, niente copione; il canovaccio è quello del tornaconto ad horas. Alla faccia di chi si sbrodola in roboanti impegni di legislatura, di chi invoca coerenza avendo dato dimostrazione di macchiettistica contraddizione, dei cheguevara che, al fiuto del potere, da rivoluzionari si scoprono conservatorissimi gelosi custodi di logore pratiche.

Il politico più lucido che non è sceso in politica ci aveva avvertiti… laqualunque, purchessia. Ed ecco che nella seconda o terza repubblica, l’invocata stabilità è riposta nelle affidabili mani di quis de senatoribus disponibile solo a dichiararsi cittadino d’Europa, nessun’altra credenziale o dimostrazione di ardore; neppure una firma, basta una dichiarazione senza impegno, ritrattabile in qualsiasi momento.

Si è prestato, da ultimo, il senatore di Forza Italia Luigi Vitali convinto, non sappiamo da chi, a transitare frettolosamente nel Gruppo Europeisti in soccorso del premier Conte, salvo a ripensarci dopo una notte, che come si sa porta consiglio. E al risveglio, rimangiarsi tutto in diretta tv raggelando Palazzo Chigi alle prese con l’ansiosa conta aritmetica di arrivi e abbandoni: Vitali ha fatto prevalere gli affetti che lo legano a Berlusconi & company sul timore di elezioni anticipate. Che bello! Una scelta deamicisiana in cui predomina il cuore: suscita tenerezza!

E non è l’unico. Prima di lui ulteriori dimostrazioni di grande cuore ce le ha riservate Nicola Zingaretti, non nuovo a slanci filantropici: non voleva che saperne dei Cinquestelle ma altruisticamente si è alleato; “mai più con Renzi” e lo ha già reimbarcato. Lo spirito solidaristico lo ha portato persino a “prestare” una sua senatrice, Tatjana Rojc, al Maie pur di consentire la costituzione del Gruppo dei “responsabili” al Senato pro-Conte. Che bello! Sacrificarsi per gli altri.

Non poteva essere da meno Matteo Renzi: da “Enrico stai sereno” a “se perdo il referendum non solo vado a casa ma smetto di far politica” si è ripreso la scena con la crisi di governo per disarcionare il premier Giuseppe Conte, salvo a riconsiderare l’ipotesi. Ha posto obiettivamente questioni serie sull’immobilismo dell’attuale Esecutivo, e gli sono state riconosciute ma è pronto a un passo indietro pur di non rimanere fuori. Prova di coraggio e di coerenza!

Di molti dei rivoluzionari grillini che hanno affollato la Camera dei deputati, si sono perse le tracce; alcuni hanno preferito sottrarsi al “taglio” degli stipendi aderendo al Misto, qualcuno è approdato altrove e i rimanenti sono spaccati tra possibilisti e intransigenti. Campioni di velocità nel passare dalla Lega al Pd, dal “porta chiusa” al porta aperta, si sono accomodati nei Palazzi e hanno metabolizzato in fretta le dinamiche del trasformismo alla bisogna, edulcorandone le motivazioni, coniando neologismi ingannevoli. Opposizione da “noantri”.

Questa la farina con cui al Quirinale si tenterà di fare il pane.

Ma nulla di sbalorditivo di cui stupirsi in una fase del mondo che ci ha mostrato un presidente Usa dare la carica… per l’invasione di Capitol Hill; la delegazione Oms recarsi a Wuhan per accertare l’origine della pandemia e… sentire separatamente pipistrello e pangolino ma senza ficcare il naso nei laboratori; il fiorire nelle piazze italiane di gazebo a forma di primula per la vaccinazione… in mancanza dei vaccini.

 

 

Eppur si muove. Le consultazioni dei partiti al Quirinale, finiti gli incontri istituzionali con i presidenti di Senato e Camera, ed entrati nel vivo e già si colgono segnali di una possibile svolta col rientro di Italia Viva, nei cui confronti è caduto il veto dei Dem (e di parte del M5S).

Cancellato il “mai più con Renzi”, il segretario Nicola Zingaretti al termine della direzione Pd gli ha teso la mano manifestando disponibilità a riprendere il dialogo. Poche parole ed è venuto giù quel muro insormontabile dei giorni scorsi che aveva isolato e messo fuori gioco i renziani. Con la “redenzione” si ripropone la precedente alleanza, allargata al neo Gruppo degli “Europeisti-Maie-Centro democratico” promosso da Bruno Tabacci, senza ipoteche sul nome del premier anche se in prima battuta i Dem, non si sa con quanta convinzione, riproporranno Giuseppe Conte e il M5S dovrebbe far quadrato.

Zingaretti riapre dunque a Renzi e quest’ultimo coglie al volo l’opportunità di riallacciare il rapporto, seppure indispettito dall’operazione Europeisti con cui si è tentato di metterlo all’angolo. Una sola pretesa, peraltro condivisa dal Pd: che si vada verso un Esecutivo rinnovato nelle competenze, in grado di dare garanzie all’altezza dell’imponente lavoro che si prospetta a cominciare dalla riscrittura del Recovery Plan, capace di progettare il futuro. Questioni poste da Italia Viva al momento di provocare la crisi e in buona misura fatte proprie dai Dem sia prima che adesso. A questo punto, dando assicurazioni di affidabilità, rimarrebbe solo l’interrogativo sulla guida del Governo. Il toto premier appassiona in queste ore in cui tutto è da definire perché lo scenario non è nitido; entrano in ballo ripicche personali, ipotesi di allargare la maggioranza a Forza Italia, minacce di abbandono dentro M5S che potrebbero compromettere la tenuta di qualsiasi accordo.

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La campagna acquisti di senatori non è andata come sperato, i numeri non sono cresciuti granché e gli Europeisti, per raggiungere il minimo di dieci imposto dal regolamento dei Gruppi di Palazzo Madama, hanno dovuto chiedere il soccorso del Pd col “prestito” di una propria senatrice (Tatjana Rojc); in serata è sopraggiunto anche il senatore Vitali, già in forse dentro FI. Non vi è stata l’annunciata adesione di Alessandrina Lonardo Mastella, moglie dell’ex ministro Clemente il quale ha mal digerito che nella denominazione e nel logo del neo gruppo figurasse il nome del Centro democratico di Tabacci e non anche quello del suo movimento campano.

Il sospetto che i numeri non si rivelino stabili (e per non rimanere sotto scacco dei renziani), suggerirebbe l’allargamento ulteriore, da qui l’ipotizzato ingresso di Forza Italia che, pur tra mille indecisioni sulla convenienza di imbarcarsi nell’avventura, potrebbe starci se si profilasse un Governo di durata e sicura garanzia, guidato da personalità di prestigio. In fondo, il partito di Berlusconi pareggerebbe il conto con la Lega di Salvini che due anni fa non indugiò a staccarsi dal Centrodestra per dar vita all’Esecutivo giallo-verde.

Infine l’incognita cinquestelle. Al ventilarsi della possibile ricucitura, nel bel mezzo della giornata cruciale, è piombata la staffilata della senatrice pugliese Barbara Lezzi, grillina dell’ala più ortodossa, preludio all’implosione del Movimento. Già ministro per il Sud nel primo governo con la Lega, la Lezzi con fulmineo tempismo ha scatenato ieri la sua ira contro i colleghi M5S possibilisti a ricucire con Matteo Renzi. Una sferzante esternazione a sorpresa per opporre un veto assoluto premessa di una spaccatura nel Movimento dagli esiti insondabili in questo momento in cui tutto rischia di essere rimesso in discussione dalla sera alla mattina. Paradossalmente, nel volere blindare Conte per il reincarico gli ha creato un ulteriore intralcio.

 

Alla fine la secchiata di Santippe è servita, almeno per dar luogo al proverbiale “tanto tuonò che piovve”: sette giorni dopo il “Ciao” di Matteo Renzi al premier Giuseppe Conte, per indurlo a dimettersi e ripartire da zero, è servito a liquidare il Conte-bis. Il voto al Senato di una settimana fa segnava la sconfitta di Renzi, oggi questo epilogo potrebbe apparire come la sua rivincita. Dunque vittoria pirrica di Conte prima o di Renzi adesso?

Di certo, si è perso solo tempo, troppo tempo proprio mentre la gravità dell’attuale condizione non permetteva di attardarsi su manovre di palazzo. Ieri persino il cauto commissario europeo Paolo Gentiloni ha avvertito sulla pericolosa deriva e sui rischi per il Recovery plan, il mega piano di rilancio che dovrebbe far ripartire il Paese con oltre duecento miliardi, tutt’oggi al livello di seconda bozza da completare, concordare, definire.

Si potrebbe dire mali principii malus exitus… ma speriamo proprio di no per l’Italia. Il paio di esperienze precedenti non hanno avuto esito brillante, infatti la buona notizia è il the end-bis. Oggi si apre un’altra pagina.

Il Capo dello Stato ha temporeggiato a lungo, adesso ha fatto suonare il gong in un momento salvifico per il Governo che mercoledì sarebbe stato soccombente in Parlamento sulla relazione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Conte ieri sera ha annunciato le dimissioni e stamattina si recherà al Quirinale a rassegnarle. Irrituale che Palazzo Chigi le abbia comunicate prima di informare il Presidente della Repubblica ma contano i prossimi passi e da subito si capirà l’intendimento di Sergio Mattarella.

A giudicare dalla tempistica, dai sorrisi, dai silenzi, l’ipotesi più accreditata è di un Conte-ter: nuovo governo con Pd-M5S-Leu più pattuglia dei “responsabili” in sostituzione di Italia Viva il partito di Renzi che si è sfilato dalla maggioranza. Le dimissioni consentiranno di varare un Esecutivo con cambi (Bonafede costretto a lasciare la Giustizia) e potenziamento dei ministeri così da dare spazio a new entry (si fa il nome del socialista Nencini, il senatore che col grillino Ciampolillo in extremis ha votato sì alla fiducia). Se sono fondati i rumor di una crisi pilotata, il teatrino dovrebbe concludersi rapidamente, col premier tre volte nella polvere, tre voltesull’altar.

Un margine di rischio tuttavia va messo nel conto quando si aprono le consultazioni al Quirinale, infatti fino all’ultimo voleva sottrarsi Conte. Tanto più che nelle trattative per ricomporre il Governo non rimarrà sullo sfondo il riferimento all’elezione del nuovo capo dello Stato, su cui dovrebbe convergere compatta la maggioranza che si andrà a formare con l’attuale accordo. Sarà tale da garantire passaggi così fondamentali?

Non sappiamo cosa ha determinato l’improvvisa accelerazione di ieri, sta di fatto che Il Governo, ritenuto inadeguato dagli stessi alleati, non poteva più andare avanti in uno stato di incertezza e paralisi. Troppi errori, indecisioni, rinvii, indugi mentre c’è bisogno di provata competenza e credibilità al vertice dei ministeri e non solo. Quanto si è sentito domenica sera nella trasmissione di Giletti è stata la goccia traboccante? L’aver scoperchiato una vicenda ancora tutta da chiarire sul miliardario acquisto di mascherine in piena pandemia da parte dell’Ufficio commissariale capeggiato da Domenico Arcuri, può aver indotto a correre ai ripari? Il sospetto di un modo di procedere poco limpido si somma a inefficienze organizzative, ai vaccini che forse arrivano forse no, alle scuole che forse aprono forse no, al Recovery Plan che cestinata la prima bozza e contestata la seconda forse non c’è ancora, al disorientamento della linea di azione dell’Esecutivo.

Rimane sullo sfondo l’opzione di un Governo di unità nazionale a guida Mario Draghi, gradito al centrodestra e ai renziani ma escluso dai cinquestelle che, già in difficoltà al proprio interno, non riuscirebbero a tenere unito il gruppo (i loro numeri contano eccome alla Camera). Un Governo di altissimo profilo sarebbe quello che una politica saggia dovrebbe auspicare non solo per recepire le attese del Paese quanto per mettere in mani affidabili ed esperte la gestione delicatissima delle prossime settimane in cui si gioca l’avvenire dei prossimi venti anni. Sarebbe una soluzione logica e utile… quindi da scartare! Il quadro appare ormai delineato e quando al Colle si avvicenderanno le figure istituzionali per il rituale copione, sarà febbrile il lavoro dei registi dell’operazione responsabili, cioè i navigati ex democristiani Bruno Tabacci e Clemente Mastella impegnati nel mettere in sicurezza il perimetro della maggioranza con arruolamenti est-ovest.

Mentre l’Italia si trastulla in questa ricerca scilipotiana, a Bruxelles attendono nero su bianco l’elenco di ciò che intendiamo realizzare col Recovery Plan. Dovrà essere verificata la coerenza con le linee guida e la fattibilità, altrimenti il programma sarà bocciato in toto o in parte e non vedremo i quattrini. Sono in gioco risorse che neppure il Piano Marshall del Dopoguerra aveva messo in campo. E più delle altre regioni, soprattutto il Sud dovrebbe stare in allerta, preoccuparsi delle opere e delle scelte che si vanno a delineare perché non ci sarà possibilità di recupero, non c’è una fase successiva né una chance di riserva. Ora o mai più.

 

 

----Il precipitarsi di quei due salvifici voti al Senato, a campanella suonata, rende l’idea di questo Paese: dopo settimane di logorante attesa, avendo avuto tutto il tempo per maturare la convinzione sul voto, i due senatori Nencini e Ciampolillo hanno ignorato la prima e la seconda chiama per materializzarsi in Aula praticamente a tempo scaduto. E’ questo il modo di procedere, attendere l’ultimo istante; non programmare lasciando tutto nell’incertezza; cincischiare per mesi e ritrovarsi alla fine a rattoppare in fretta. Sta accadendo così con la crisi di Governo e con il Recovery Plan, due piani di valutazione distinti ma stesso andazzo.

Vediamo di raccapezzarci sulle due questioni che hanno superato il limite della decenza.
Per la crisi l’attesa si protrae, adesso si guarda alle prossime mosse del premier Giuseppe Conte che oggi vedrà i sindacati nel merito del Recovery plan, argomento di cui si riparlerà in un vertice anche martedì; mercoledì poi l’atteso dibattito in Parlamento dove il ministro Bonafede relazionerà sullo stato della giustizia. Sono due momenti di una stessa partita che si gioca intanto sul terreno della ricerca febbrile di adesioni che possano in qualche modo assicurare la sopravvivenza della maggioranza e quindi del Governo, ritrovatisi davanti a una prospettiva incerta che non consente sic stantibus rebus di capire quale scenario si profila, per giunta in una fase drammatica sul piano sanitario e su quello economico.

I confronti sul Recovery dovrebbero contribuire alla definizione di quell’impegnativo programma di spesa per oltre 200 miliardi provenienti dall’Europa che sono stati in buona parte il motivo della crisi aperta da Italia Viva, la componente renziana che ha scelto l’attacco al capo dell’Esecutivo per indurlo a dimettersi non ritenendo il Governo all’altezza di guidare una fase così decisiva. Il dibattito sulla Giustizia si ridurrà a un voto sul ministro Alfonso Bonafede, salvatosi una prima volta da una mozione di sfiducia (legge sulla prescrizione) ma in questa occasione destinato a essere impallinato. Con evidenti ricadute.

La sicumera della settimana scorsa, da una parte e dall’altra dei principali protagonisti dell’attuale scontro Conte-Renzi, d’un colpo è sparita dal volto di entrambi nello scorrere sul tabellone di Palazzo Madama dei dati che istante per istante dava nomi e numeri dei sì, dei no e degli astenuti. Le cose non sono andate per come avevano ipotizzato i contendenti, i problemi si sono ingigantiti, il destro che ciascuno dei due pensava di assestare all’altro non c’è stato, le contromosse hanno finito per ingarbugliare il quadro e trascinare questa crisi che praticamente tiene ostaggio l’Esecutivo da mesi, senza che si intraveda l’exit strategy. Raccattare una decina di senatori di varia provenienza per compensare i voti di Iv venuti meno sta dimostrando di non funzionare, almeno finora.

Al Quirinale ieri si sono recati i leader del Centrodestra a rappresentare la gravità di tale stato di sospensione, sollecitando un governo istituzionale. Difficile capire se si tratti di una posizione unitaria fino in fondo e solida o se le diverse sensibilità potranno far emergere sfumature importanti in una prossima fase. Così si rincorrono voci di una minore intransigenza del partito di Berlusconi, dopo il passaggio della senatrice Maria Rosaria Rossi a lui più vicina. Un abbandono autonomo o in qualche modo avallato dal Cavaliere?

I renziani, più duttili dopo la conta, tendono ancora la mano ma la pace presuppone la sostituzione di Conte, espresso dal Movimento Cinquestelle e al quale mostrano di essersi ormai legati indissolubilmente Zingaretti e i suoi. Ma Conte è indisponibile a fare un passo indietro, significherebbe darla vinta a Renzi e forse fare implodere in anticipo il movimento grillino.

Come se ne esce? Basterà la stampella dei raccogliticci transfughi disponibili a formare quella “quarta gamba” che con M5S, Pd, Leu dovrebbe sorreggere i prossimi due anni e mezzo di legislatura? E se il Gruppo si costituirà, il Governo riuscirà a prendere l’abbrivio auspicato, ritrovare nuova energia da spendere nell’immediato, gestire la poderosa complessità del Recovery plan e con quale governance?

Il Colle quanti tempi supplementari concederà a questa condizione di stallo?
Tanti interrogativi congelati. Non più eludibili ma gli stessi che caratterizzano l’utilizzo del Recovery Plan mentre il tempo scorre, le emergenze aumentano, i programmi sono fumosi, gli interventi abbozzati e senza visione d’insieme. Eppure lo sappiamo da mesi e l’Unione europea è stata chiara: i soldi arriveranno dopo che Bruxelles avrà valutato il Piano ritenendolo appropriato e rispondente alle Linee guida cui è condizionato. Fra queste indicazioni vi è il recupero del divario territoriale Nord-Sud in tema di infrastrutturazione, svantaggi, pari opportunità di crescita. E per il Sud, oscurato nell’ultimo trentennio, crollato con la crisi finanziaria 2007-2011 quanto a produzione industriale, lavoro, consumi il Governo cosa ha previsto?

Nel rapporto Svimez consegnato a dicembre al Capo dello Sato Mattarella e al premier Conte sono analizzati i dati del territorio nazionale, il rapporto tra aree, gli indicatori che danno le regioni del Nord avanti a quelle del Sud ma in forte calo nella graduatoria delle regioni europee. La conclusione, ribadita in più occasioni, è di un Nord più povero se il Sud non cresce.

Adesso che la stessa Unione europea indica il Mezzogiorno come priorità in una politica di riqualificazione produttiva, non vi sono più alibi per non concepire il Recovery Plan come l’occasione della svolta. Non un regalo ma la restituzione del dovuto, nello stesso interesse delle regioni più industrializzate. Sappiamo ancora poco di questo Piano. Figurano opere trasportistiche strategiche come il Ponte sullo stretto? Vi sono porti meridionali, rilevanti in un programma di logistica? Vi è l’Alta velocità uguale a quella da Napoli in su, o una rete “minore”?

Il programma abbozzato dalla Regione siciliana è stato bocciato perché non rispondente a quella visione di insieme che il Recovery impone. E’ stato modificato o stiamo aspettando che sia Roma a farlo?
Ecco allora prevalere l’angoscia di trovarsi in presenza di una classe politica affaccendata in diatribe che appaiono dispute da cortile rispetto alla rilevanza del momento storico del post pandemia. Idem con il Recovery, unica gigantesca opportunità per affrancarci dalla secolare arretratezza: siamo quasi fuori tempo massimo e troppi gli interrogativi da sciogliere.
Sottovalutando che a Bruxelles non ci sarà una provvidenziale moviola per riammetterci a tempo scaduto.

 

Matteo uno, già archiviato; Matteo due, abbattuto. Se contano i fatti, come sosteniamo sempre, stiamo ai risultati prima di inseguire le interpretazioni o fare comparazioni con esperienze analoghe di un’altra era politica: il governo con Giuseppe Conte, si è presentato lunedì alla Camera e ieri al Senato per ottenere la fiducia. L’ha ottenuta.

Matteo Renzi, leader di Italia Viva, componente della coalizione che a un certo punto ha deciso di togliere l’appoggio, facendo leva sul malcontento diffuso anche all’interno della stessa maggioranza, confidava in un diverso esito ma ha fatto male i conti. Ha perso.

Fine della cronaca di due lunghe giornate parlamentari che hanno calamitato l’attenzione su una conta al fotofinish, rivelatasi largamente prevista nel risultato che alla vigilia dava una forbice tra 154 e 156 sì. Numeri entrambi rivelatisi esatti, perché a votazione chiusa al Senato il numero era di 154, diventato nel finale 156 dopo un’irrituale “riapertura del voto” per consentire a due “ritardatari” di pronunciarsi.

Fin qui la prova muscolare. Il Governo proverà a tirar innanzi come prima in uno scenario profondamente mutato: i perdenti rimarranno tali e magari rischieranno una disfatta ancora più pesante; i vincitori, dalla posizione di forza capace di attrarre con lusinghe varie, beneficeranno della logica che il potere logora… chi non ce l’ha. Ma andrà proprio così?

Il potere oggi si chiama Giuseppe Conte, un outsider affacciatosi alla politica da avvocato proposto dai “grillini” e ritrovatosi improvvisamente a capo dell’Esecutivo con un accordo M5S-Lega di Matteo Salvini. Un’esperienza durata poco, per la rottura da parte del Matteo leghista anche lui speranzoso di ribaltare il tavolo, salvo a ritrovarsi fuori. Poche settimane di trame politiche, si ribaltano le alleanze e Giuseppi si ripropone alla guida di un’alleanza con il Pd di Nicola Zingaretti, con il Movimento Cinquestelle di Crimi-di Maio e con il partito di Matteo Renzi. Questa volta è stato il secondo Matteo a tentare l’affondo ma il risultato si è ripetuto: abbattuto.

Estromesso il “rottamatore”, adesso il Governo senza più spina nel fianco potrà veleggiare con tranquillità e vigore? Vedremo. In molti sono convinti che le cose si complicheranno, per l’instabilità che segnerà le prossime settimane, per le ripercussioni che il voto inevitabilmente comporterà, per l’azione interdittiva che qui e là nelle Commissioni parlamentari ostacolerà il percorso. Di certo, archiviata questa pagina apparsa come un duello parlamentare, tutti i problemi che l’hanno preceduta e seguiranno rimangono sul tavolo. Di scarso significato fare parallelismi con crisi analoghe pre e post berlusconiane, in un mondo cambiato, investito da una pandemia mai vista, pur se la politica impermeabile reagisce riproponendo le sue logore dinamiche che infatti incideranno nel prosieguo della legislatura. Intanto il voto di ieri mette al riparo i parlamentari dal rischio, in verità remoto, di tornare anticipatamente alle urne e autorizza l’Esecutivo a procedere, con la benedizione del Quirinale.

Basterà un restyling? Il Governo finora non si è dimostrato all’altezza: cosa sta producendo e con quale disegno d’insieme, in presenza di un’occasione irripetibile data dal flusso di risorse che si chiama Recovery Plan? Renzi ha posto temi che nel merito non potranno essere elusi: come impiegare gli oltre duecento miliardi per evitare che siano uno sperpero a pioggia di interventi scombinati, chi presiederà alle scelte strategiche perché siano in sintonia con le Line guida dettate da Bruxelles, chi controllerà la governance; con quali certezze sulla tempistica. Altrimenti il rischio è di ritrovarsi un Piano a rischio bocciatura, cioè il disastro.

Sappiamo che metà delle risorse dovrebbero riguardare il riequilibrio Nord-Sud, quindi soldi da destinare a far recuperare alle regioni meridionali quel gap che da decenni le penalizza. Ma si sa poco o nulla degli interventi, a parte generiche assicurazioni sull’alta velocità, sulla rivoluzione digitale, sullo sviluppo ecosostenibile. Molta astrattezza, sommarie indicazioni, niente di preciso, mirato, analitico per dare il senso di un programma serio e immediatamente operativo con ricadute che siano nel loro insieme tendenti a quell’obiettivo di coesione tale da segnare una vera ripartenza dell’Italia nella sua interezza. Se i parlamentari del Sud si mostreranno distratti o interessati solo a compiacere i rispettivi capi, a non disturbare i manovratori, non ci sarà altra chance.

Ecco allora che francamente interessa poco quella conta al Senato, ancor meno le riunioni di maggioranza e di opposizione che impegneranno i prossimi giorni per le rese dei conti interne destinate a produrre ulteriori inevitabili lacerazioni. Siamo preoccupati piuttosto di capire se il Governo che non ha più alibi per rinviare decisioni, tentennerà ancora sul da farsi; se ha le idee chiare su come organizzarsi per superare la pandemia con sufficienti vaccini, se riuscirà a garantire la vaccinazione in tempi ragionevoli dopo le allarmanti notizie delle ultime ore; come si prepara a riavviare i motori del sistema produttivo, qual è la direzione di marcia.

Basta col gingillarsi su slogan del tipo dobbiamo incentivare il turismo, occorre sburocratizzare, ammodernare la macchina amministrativa, semplificare: terminologia vacua, stancante, improduttiva, fastidiosa. A dire che non c’è un minuto da perdere, che serve accelerazione sono i cittadini, non possono essere i governanti.

Contano i fatti, e non si vedono. Anzi, registriamo l’opposto. Solo per citare qualche esempio: che ne è stato del Gruppo di studio insediato dalla ministra delle Infrastrutture Paola De Micheli per il Ponte sullo Stretto? Sarebbe ora che dicesse a quale valutazione è pervenuto. L’aspettiamo inutilmente da mesi. E poi, c’è un ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano, siciliano: dica quali sono i programmi per l’alta velocità, a che punto sono i progetti, quando sarà completata questa rete e dove arriva.

 

Prosegue il teatrino poco edificante dei leader politici della sfilacciata maggioranza, preoccupati di trattare adesioni di parlamentari per salvare il Governo, indifferenti all’immagine che ne consegue di una deriva senza limite, di scadimento della politica ai minimi storici. Scioccante che Pd e Cinquestelle, dopo aver biasimato analoghi siparietti precedenti, non se ne rendano conto. Si guarda a martedì come giorno risolutivo con la conta al Senato, nella speranza che sancisca la possibilità del tirare a campare. Ma potrebbe accadere che, proprio per evitare di contarsi dato il traballante esito, il premier si decida prima a presentarsi dimissionario al Quirinale.

Questa vigilia comunque dà la cifra della classe dirigente nelle cui mani c’è il presente e il futuro del Paese. Uno spettacolo offensivo, segno che neppure la pandemia è servita a modificare l’andazzo. Tutta la tensione non è sui numeri del Covid, sulle terapie intensive, su chi non sa se potrà farsi il richiamo del vaccino perché ci scopriamo vulnerabili anche su un fronte che fino all’altro ieri vedeva il super commissario Arcuri vantarsi di primati che francamente suonano beffa.

Passa in second’ordine l’angoscia del mondo produttivo che non sa come organizzarsi; la preoccupazione di famiglie, scuola, università, esercenti. Per tutti… una bella pacca sulla spalla con l’annuncio di congrui ristori, di vaccinazione super organizzata che ci salverà, di interventi salvifici e straordinari mentre gli aiuti non arrivano, la rottamazione di milioni di cartelle esattoriali va avanti a singhiozzo, le banche cominciano già ad applicare le nuove normative che puniscono e mettono ko i correntisti in rosso.

Dopo l’attacco dei renziani al Governo, dal premier Giuseppe Conte e con lui dal segretario del Pd Nicola Zingaretti e dai referenti dei Cinquestelle Crimi e Di Maio sono venute parole rassicuranti sulla ripartenza ma con espressioni vuote, affermazioni scontate, ritornelli stonati. Di valutazioni serie su ciò che non va nella programmazione del Recovery Plan non si sente nulla; non emerge il merito delle questioni, non viene chiarito come si intende procedere, quali sono i punti tuttora dolenti di quel piano da 200 miliardi che dovrebbe rilanciare l’economia.

Contano i numeri della sfida al Senato? Sì, per scommettitori e appassionati di duelli oltre che per i partiti e per i parlamentari, entrambi sempre più distanti dalla realtà.

I numeri che interessano ai comuni cittadini sono altri, sono quelli dei programmi concreti, della certezza di date, dei progetti veri in cantiere. Quanto al Recovery, la più imponente opportunità di spesa dal Dopoguerra, ci limitiamo a rilevare che da più parti si levano dubbi sull’impianto, anche dopo la riformulazione. Perché se quello iniziale era un contenitore vuoto, la seconda stesura appare insufficiente e a giudizio di alcuni esperti destinata ad essere bocciata dall’Europa.

Ma possibile che, dopo due elaborazioni, siamo ancora al punto di prima? Qualcuno ha sollevato il dubbio che chi ha scritto il Piano non abbia letto né il Regolamento né le Linee d’indirizzo della Commissione.

Chi si è assunto la responsabilità di firmarlo risponda agli esperti nel merito, non con slogan superficiali e inutili.

I rilievi sono molteplici, nella quasi totalità riferiti a un elenco di misure previste senza che venga indicato con quali riforme o con quale governance ottenere il risultato; si parla di una pubblica amministrazione da rendere più efficiente, efficace ma non si dice come; riforma fiscale subito e non una parola sul riequilibrio dei carichi.

E così via mentre le Linee guida della Commissione aggiungono altri requisiti: gli Stati membri devono descrivere la natura istituzionale del Piano, il ruolo dei parlamenti e degli enti regionali e lo­cali di governo, i processi di consulta­zione delle parti sociali (e non saranno certo le sfilate degli Stati Generali dell’estate scorsa); se è pronta una lista di pro­getti maturi o quali passi si intendano compiere per creare tale lista; come si provvede all’obbligo preciso per cia­scun Paese di identificare un’autorità capofila che abbia la responsabilità generale per l’attuazione dei pro­grammi.

Se sono obiezioni infondate lo si dica. Ma basta con la retorica vacua, sfuggente.

E non ci addentriamo nel capitolo grandi opere, perché attendiamo da ottobre che sia reso noto l’esito del Gruppo di studio insediato dalla ministra Paola De Micheli al Ministero delle infrastrutture per il Ponte sullo Stretto.

 

Buongiorno… Ter. Da intendere come terzo giorno post crisi; come sabato agitato dalla possibilità di ricomporre i cocci dell’attuale maggioranza e quindi dal bis passare al tris; infine, come tentativo di sperimentare dopo il genitore uno e il genitore due, ossia dopo il giallo-verde e il giallo-rosso, sperimentare un’altra sfumatura: il giallo-tertium datur, con nuova identità o meglio senza precisa identità.

Che brutta legislatura, all’insegna dell’approssimazione, della contraddizione e dell’inadeguatezza: partita male, proseguita peggio, non più rispondente alla realtà e adesso alle prese con una situazione drammatica che vede il Paese sull’orlo di un precipizio sanitario ed economico, davanti a una crisi di credibilità intra ed extra moenia; la stessa legislatura che, con profili di dubbia legittimità, dovrebbe eleggere il prossimo Capo dello Stato.

A prescindere dalle dichiarazioni di propaganda di queste ore sulla campagna acquisti, non sappiamo come finirà questa impasse, di fatto ma non formalmente crisi di governo; non lo sanno gli stessi protagonisti, dal premier Giuseppe Conte al rivale Matteo Renzi prodottosi nella stoccata che ha tramortito l’Esecutivo; non lo sanno i partiti di maggioranza e di opposizione, dove ciascun giorno ha la sua pena e i leader fanno fatica a presidiare i recinti; ci stanno provando a raccapezzarsi le eminenze grigie che, per consolidata esperienza, vengono richiamati a ogni codice rosso e così spuntano i nomi di Gianni Letta l’intramontabile consigliere dell’evergreen Berlusconi, o del più volte ministro e oggi sindaco Clemente Mastella, ma pure del perpetuo Pierferdinando Casini in Parlamento dall’83.

Tra i giocatori al tavolo c’è chi azzarda di più, nessuno dei due sfidanti ha il poker e con buona probabilità, entrambi spavaldamente bluffano dicendo “ho fatto jardin”… che non vuol dire nulla.

Vediamo i fatti che poi sono gli unici a contare e alla lunga a fare la differenza, con tanto di effetti sulla vita di ogni giorno. Senza indulgere sui dati caratteriali dei principali protagonisti, sulla simpatia che pure conta e ne determina la popolarità, valore così caduco da portare dalla gloria all’infamia in un “vidiri e svidiri” come direbbe Camilleri: Renzi, campione di primati (il più giovane primo ministro, primo premer non parlamentare, leader del Pd al massimo dei consensi) precipitato al 3% nei sondaggi; Conte, illustre sconosciuto (nominato e mai eletto, resistente e resiliente, abile slalomista) balzato al 40%.

I Fatti. Archiviata la prima avventura da neofita con l’alleato Matteo Salvini, il premier Giuseppe Conte si è metamorfosato, e con una compagine di segno opposto ha ripreso la guida, auspice proprio Matteo Renzi. C’è stato il consueto iter dimissionario, il reincarico dal Colle e una convivenza a strattoni, supportata da decine di voti di fiducia in un anno e mezzo. I due, che non si sono mai amati fino a odiarsi, cosa avevano in comune? Niente, solo la necessità di sopravvivere politicamente. Dalle critiche alla legge sulla prescrizione, al reddito di cittadinanza, al susseguirsi dei Dpcm, alle opere pubbliche, alla gestione della pandemia, al programma Recovery è stato un crescendo di contestazioni da parte di Iv sfociate nell’affondo più eclatante al Governo: inidoneo.

In verità nel merito sono in tanti a condividere tale critica, è di tutta trasparenza l’elenco delle cose che non vanno; solo pochi servizievoli cantori assolvono l’operato dell’Esecutivo persino tra gli stessi alleati, Pd in primis. Resta però l’antipatia verso chi ha avuto il coraggio di dirle in modo scioccante, ancorché non inatteso; di aver impresso una sferzante accelerazione verso una crisi che ciascun parlamentare teme possa scivolare nelle urne anticipate. Andare a casa con biglietto di sola andata, due anni prima del previsto, è una sciagura per gli interessati. De hoc satis.

Per molti, Renzi risulterebbe antipatico perché troppo ambizioso, astuto e inaffidabile nella sua voglia di restare al centro della scena che lo ha portato più volte a smentirsi, dire bugie, accettare compromessi, votare a favore quando era contrario, e viceversa. Pure i detrattori, tuttavia, gli riconoscono capacità di visione, intraprendenza, determinazione tant’è che sulle questioni poste si sono detti d’accordo.

Il premier Conte, affrettatosi a riscrivere l’intero Recovery con le proposte suggeritegli, di contro si mostra più duttile, adattabile alla bisogna, daltonico, assistito dalla buona sorte di resistere più che per meriti propri per demeriti altrui e per la condizione di emergenza che imprigiona tutti.

Cosa sta accadendo adesso? E’ nato oggi al Senato il gruppo MAIE-Italia23, per costruire uno spazio politico che ha lui come punto di riferimento. Lo spiega Ricardo Merlo, presidente MAIE e Sottosegretario agli Esteri, annunciando che così il gruppo MAIE a palazzo Madama cambia denominazione: “Non cerchiamo responsabili – ha precisato – ma costruttori, a cui l’unica cosa che offriamo è una prospettiva politica per il futuro, per poter costruire un percorso di rinascita e resilienza, nell’interesse dell’Italia, soprattutto in un momento difficile come quello che stiamo vivendo”.

Nell’era berlusconiana sono stati definiti “gli scilipoti”, ossia i transfughi opportunisti e trasformisti, precursori dei nobilitati “costruttori” di oggi. Il che fa presumere che al Senato arriveranno in soccorso i voti sufficienti a sorreggere l’attuale Governo. Peraltro i numeri che circolano come soglia minima (161) non sono attendibili in quanto all’Esecutivo basterà la metà più uno dei presenti in Aula per avere la fiducia, quindi inciderà e sarà significativa anche l’assenza. Di converso in area renziana, è decisivo il pronunciamento dei socialisti che fanno capo a Riccardo Nencini, depositario del logo che legittima la presenza a Palazzo Madama come gruppo e che a Renzi avrebbe detto: “Io penso che tu abbia sbagliato a chiudere al premier, io penso che sia giusto andare al Conte ter, ma dobbiamo andarci tutti, non accetterei una scissione del nostro gruppo”.

Il problema resta al Senato, perché alla Camera la maggioranza marcia tranquilla anche senza i voti dei renziani. E a Montecitorio è stato stabilito che nella seduta di lunedì 18 avranno luogo le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri a mezzogiorno; seguirà la discussione sulle comunicazioni del Governo, saranno presentate risoluzioni; a partire dalle 17, interverrà, in sede di replica, il Presidente del Consiglio che porrà la questione di fiducia su uno degli atti di indirizzo presentati. Seguiranno le dichiarazioni di voto sulla fiducia e la votazione per appello nominale. L’intero dibattito, compresa la fase dell’appello nominale, sarà oggetto di ripresa televisiva diretta.

Cliché che si ripeterà all’indomani a Palazzo Madama, ovviamente con maggiore suspense.

Sarà questa conta a dirimere la questione, attraversare in modo indenne il guado e procedere verso un “rimpastino”? C’è chi dice sì. In questo caso il Capo dello Stato si limiterà ad assistere alla diretta, o meglio non avrà bisogno neppure di seguirla perché anticipatamente informato sulle intenzioni di Palazzo Chigi, avallandole. E avrebbe vinto Conte.

C’è invece chi ritiene che una terza metamorfosi in due anni, un esco io ed entri tu, vedrebbe il Colle per nulla confortato dalla somma numerica del tabellone, quindi propenso a verificarne la solidità essendosi modificato il quadro politico delle alleanze. E, proprio complice la pandemia sanitaria ed economica, proteso ad assicurare da subito un Governo stabile e duraturo che guidi il Paese al 2023, verificato da lui stesso nelle consultazioni, quindi ergersi a garante nell’esercizio delle sue prerogative. Presupposto, le dimissioni di Conte. Ma a quel punto qualsiasi scenario sarebbe ipotizzabile. E avrebbe vinto Renzi.

 

Ultime ore per la schermaglia politica che vede al centro lo scontro tra il premier Giuseppe Conte e l’incalzante alleato Matteo Renzi, non domo finché non avrà ottenuto che l’altro salga al Colle dimissionario, quindi ripartire da zero nella formazione del Governo; a quel punto, con tutti gli interrogativi che si aprirebbero.

Una condizione di stallo che ha di fatto paralizzato il già lento procedere dell’Esecutivo. Adesso il Consiglio dei ministri annunciato per oggi dovrebbe finalmente esitare il Recovery Plan, teoricamente motivo della disputa perché ritenuto inadeguato. In proposito, c’è un aspetto che merita di essere attenzionato: nella riunione fra ministri e rappresentanti dei partiti di maggioranza svoltasi a Palazzo Chigi, la delegazione renziana con il sottosegretario Davide Faraone ha riproposto tra le priorità il Ponte sullo Stretto che però, secondo il leader Renzi, non rientrerà nel Recovery plan in quanto le opere ammesse sono quelle che possono essere completate entro il 2026.

Recovery o no, ci domandiamo cosa importa? Perché mai il Ponte non dovrebbe essere parte fondante della discussione complessiva? Oltre al programma Recovery, esistono altre realizzazioni che lo Stato si accinge a finanziare con fondi diversi a prescindere da quel regime di procedura Ue: allora è il caso di rilevare che il Ponte è un pezzo di quell’alta velocità che da Salerno deve portare a Palermo e Augusta; che Rfi ha già previsto il collegamento e acquisito il progetto; che il costo non supera i 2 miliardi e potrebbe essere pronto in 4 anni; che la modesta entità della spesa consentirebbe a Rfi di procedere in proprio se non intervenissero veti.

Dunque qual è l’impedimento? Forse il solito approccio penalizzante che vuole il perpetuarsi di una condizione di marginalità del Sud? Le remore sono sempre dell’oligarchia imprenditoriale nordista che mira a calamitare ogni risorsa? Non ci si rende conto che proprio in ragione dell’arretratezza dell’area meridionale il Paese da 25 anni non cresce e nel Mezzogiorno il Pil è la metà della media nazionale?

Poiché, come ormai è di tutta evidenza, solo una grande svolta con l’ammodernamento delle infrastrutture, ferme a un secolo fa, e grandi opere come il Ponte è possibile segnare un’inversione, c’è da domandarsi cosa la Sicilia e la Calabria stiano facendo per imporsi nel dialogo con Roma.

E’ tempo che la Sicilia si svegli, acquisisca consapevolezza di essere al centro della più proficua rete di traffici intercontinentali, non continui a sciupare una strategica centralità capace da sola di creare ricchezza.

La Sicilia, grande quanto la Danimarca ma tanto più povera e ininfluente, deve trovare uno scatto d’orgoglio; rivendicare subito il Ponte, il raddoppio dei binari, una più efficiente portualità; pretendere di essere collegata al cuore dell’Europa, di liberare dall’emarginazione interi territori come Agrigento, la cui maestosità subisce ancora oggi l’onta di una malmessa strada statale, unica arteria per potersi inoltrare tra vestigia superbe quanto ignorate mentre da sole giustificherebbero un adeguato sforzo finanziario per restituirle all’attenzione del mondo.

 

Se in politica le parole hanno un senso, e spesso non lo hanno almeno nelle schermaglie tra partiti, i toni ultimativi delle due rappresentanti di Italia Viva ieri sera, prima che a Palazzo Chigi si aprisse la riunione con ministri e capi delegazione di maggioranza sul Recovery, sono di fatto un annuncio di crisi.

Una posizione inflessibile assunta sin dalle prime battute da Matteo Renzi, peraltro tonificato ora dalla brezza americana dell’amico Joe Biden prossimo a insediarsi alla Casa Bianca.

Espressioni come “Conte non è indispensabile” o “se viene al Senato ci troverà all’opposizione” “Conte al capolinea” depongono per una fine corsa a… 24 ore, cioè il tempo chiesto da Iv per leggere e valutare il testo del Recovery plan finalmente approntato e consegnato in serata ai partecipanti alla riunione con invito a pronunciarsi in fretta.

Renzi affatto disponibile a chiudere la partita nel senso auspicato dal premier e come sembrerebbero volere i dem di Zingaretti, non mette in discussione il ricomporsi della maggioranza per scongiurare il rischio di tornare alle urne ma vuole sbalzare di sella il timoniere. Italia Viva ha intrapreso questo percorso con determinazione e, giorno dopo giorno, ha alzato il livello dello scontro: non è più un problema di governo da rivedere o ampliare per dare più spazio ai renziani; neppure di modificare il Recovery Plan con i suggerimenti dell’alleato scomodo e in gran parte già recepiti.

Pone un problema di credibilità dell’Esecutivo, di efficacia della sua azione, di immobilismo mentre ci sarebbe da correre. E mira dritto al cuore del problema, cioè al direttore d’orchestra perché si presenti dimissionario al Quirinale. Renzi infatti non intende mollare sul Mes, ossia sull’utilizzo del prestito europeo per la Sanità (respinto dal Movimento cinque stelle, irremovibile dall’inizio talché una marcia indietro sarebbe una clamorosa sconfessione). Infine, la delega sui Servizi segreti che il premier non intende cedere e sul punto potrebbe stopparsi ogni dialogo.

Un insieme di questioni che fanno traballare ancora l’Esecutivo, cui si contesta di aver tergiversato per troppo tempo nonostante l’urgenza, riducendosi all’ultimo giorno utile col Bilancio e adesso col Recovery, sollecitato da luglio e oggi abbozzato mentre altri Paesi lo hanno consegnato in Europa.

Renzi, ospite della Palombelli su Rete 4, ha fatto un elenco delle inefficienze per chiosare: “sono bravi solo a rinviare, eppure ci sono a disposizione risorse che non abbiamo mai avuto negli ultimi trent’anni e non si vedranno nei prossimi 30, basterebbero a risistemare il Paese. “Si va avanti senza decidere, è stato così su tutto: dalla revoca ad Autostrade, ai cantieri per le infrastrutture, alle politiche del lavoro coi benedetti navigator. E ora segnatamente su scuola e vaccini, il Governo è allo sbando, non si sa cosa succederà lunedì, se gli studenti potranno tornare in classe; non si capisce perché non vacciniamo i 435mila docenti; consentire di vaccinarsi in farmacia, perché non ci vuole un master per un’iniezione. Potremmo avere domattina 36 miliardi sulla sanità, una cifra incredibile, invece preferiscono rinunciare mentre abbiamo la sanità in panne e la percentuale di mortalità più alta al mondo. Su scuola e sanità non si stanno facendo tutti gli sforzi. Siamo un Paese del G7, non si può governare con questa approssimazione”.

Poi su input della giornalista un accenno al Ponte sullo Stretto: “Il Ponte l’ho tirato fuori io da una vita, non può starci nel Recovery in quanto opera non completabile entro il 2026, ma serve, lo dicevo anche da premier”.

Infine, sulla delega per gli 007, il leader di Italia Viva pone un problema di determinante rispetto delle forme democratiche, altrimenti può finire come in America e ricorda che tutti i predecessori si sono regolati delegando la guida dei Servizi.

E allora si ripartirà con un altro Conte? Renzi non si scopre e insiste: “Non possiamo perdere tempo Governo Conte o non Conte, vogliamo un governo che dia il senso dell’urgenza delle cose, in questo momento è fermo. A parole tutti dicono di voler accelerare ma nei fatti mentre noi chiediamo di sbloccare le infrastrutture, ad altri piacciono il reddito di cittadinanza e i navigator. Se non ascoltano le nostre idee lasciamo le poltrone, come ha già annunciato la ministra Bellanova grandissima donna. Spero che torni il buon senso”.

Sule battute finali restituisce quindi la palla al premier che in corso di intervista gli mette fretta e lancia messaggi concilianti.In conclusione? Neppure l’ennesima intervista è stata risolutiva e riemerge il dubbio: Iv mollerà le poltrone o prevarrà il volemose bene?

Ancora 24 ore.

 

Possibile che nel pieno del ciclone, nella crisi più drammatica dal dopoguerra, le dichiarazioni che si ascoltano da esponenti di primo piano siano improntate alla melliflua ambiguità del “ni”, al lascio e prendo, al non ci sto ma resto?

E’ scoraggiante ma la surreale situazione politica che viene raccontata ogni giorno lascia attoniti. Si sentono dichiarazioni ipocrite, sfuggenti, un dire e non dire da cui traspare una sfrontata indifferenza della gravità del momento, un distacco con sufficienza dalla realtà, come ignari che l’Italia si sta allontanando in modo pericoloso dal resto d’Europa sul fronte sanitario e su quello economico.

Per il primo basta solo registrare che in Italia l’indice Rt cresce, si contano ottantamila vaccinati a fronte di oltre un milione in Gran Bretagna e in Israele, con drammatici flop persino in regioni come la Lombardia che si accreditavano da esempi modello. Per la verità ci siamo vantati per lungo tempo di essere un Paese modello, senza renderci conto che i nostri vicini europei correvano mentre noi restavamo al palo, finché non è piombata l’emergenza a evidenziare tutte le clamorose carenze.

Adesso, precipitati in una condizione allarmante, assistiamo a un rimpallo che non aiuta: se il meteo è in grado di dirci che tempo farà domani e la previsione a due settimane, noi di giorno in giorno apprendiamo di sapere che “colore” regolerà all’indomani attività e movimenti quindi senza possibilità di programmare alcunché. L’incontro Governo-Regioni di ieri sera è andato avanti in notturna, le opinioni divergono e al solito non c’è un Esecutivo in grado di fornire soluzioni nette e inequivocabilmente sostenute da dati indiscutibili. Persino sulla scuola non è chiaro se si tornerà in aula, quando e come: i dati restano preoccupanti, si è impreparati a riaccogliere gli studenti.

Un quadro di incertezza aggravato dall’instabilità del governo da tempo ormai in stallo, con una componente fondamentale come i renziani di Italia Viva che si sono di fatto sfilati dalla maggioranza senza però che i due ministri abbiano formalizzato le loro dimissioni: non condividono l’azione del premier sull’impiego del Recovery fund, non accettano il mancato utilizzo del Mes sulla sanità, contestano il resto ma non hanno dichiarato il loro abbandono. Una doppiezza che va risolta, non è tollerabile alcun ritardo pena la perdita di credibilità di quell’iniziativa di contestazione che Renzi si è intestato dando per imminente il suo sfilarsi dalla coalizione: se ha deciso di staccare la spina, lo faccia hic et nunc, basta tergiversare e prender tempo con lo stucchevole refrain di non essere interessati alle poltrone, ripetuto ieri stancamente in tv anche dalla capogruppo Maria Elena Boschi.

La misura è colma. Ogni giorno accresce lo sbandamento in una fase di piena pandemia che imporrebbe azioni energiche, decise, scelte senza tentennamenti. Serve un Esecutivo legittimato e coeso, la Camera dei deputati convocata per il 7 gennaio dovrà porre fine a questo rimbalzo, dare prova di responsabilità, fare chiarezza, non concedere tempi supplementari ai giochi di palazzo.

Di pari passo il premier Conte risponda con il linguaggio dell’onestà, con la determinazione di chi è al timone e ha il compito di segnare la rotta. Siamo davanti a passaggi decisivi che non giustificano siparietti vecchio stile. Intanto tiri fuori le bozze sul programma di spesa del Recovery, confutando le obiezioni che sono piovute da varie parti, da ultimo anche da docenti della Bocconi, secondo i quali il piano disegnato dal Governo non solo non prelude allo sviluppo ma non è in linea con le direttive dell’Ue, perché elaborato secondo antiche logiche di provvedimenti a pioggia o concependo misure improponibili (bonus sostenibilità ambientale, cashback, fondi assegnati a progetti non contemplati). Dica cosa è previsto per il Sud, quali infrastrutture sono ipotizzate, come si recupererà il gap. Non si tratta di interna corporis, c’è bisogno di evidenza e chiarezza, altrimenti andremo a sbattere nel senso che l’Europa lo boccerà ma a quel punto il Paese si troverebbe nell’abisso.

 

Sfida Conte-Renzi, si avvicina il giorno della conta che potrebbe anche essere all’indomani della Befana quando a Montecitorio è fissata la convocazione per una discussione generale: il tam tam incalzante in queste ore tra i deputati fa preludere all’arrivo del premier in Aula. In tal caso si tratterebbe di un tentativo di giocare d’anticipo, raccogliere il guanto lanciato dallo sfidante e chiedere la fiducia sul governo, proprio nel merito del Recovery fund contestato dai renziani a loro volta pronti al muro contro muro in cui, secondo il motto medievale mors tua vita mea che implica il fallimento di uno per il successo dell’altro, ciascuno si gioca tutto. Dunque Conte-ter o Conte fuori?

Se non sarà il 7, la partita ad exscludendum è rinviata solo di una settimana e cioè il 14 ma non cambierà l’impatto della disputa. I rapporti sono così platealmente lacerati che il recedere di uno, per quanto edulcorato da eventuali aggiustamenti compensativi in corso d’opera, preconizzerebbe la fine di un’esperienza o l’assoggettamento per rassegnazione dettata dalla necessità di sopravvivere altri due anni e mezzo, non essendoci alcun parlamentare disposto ad andare a casa anticipatamente.

Fin qui la diaspora politica. Ma il Governo vuole spiegare agli italiani cosa si sta pianificando per utilizzare le risorse eccezionali previste dal Recovery, oggetto della contesa in corso? Renzi ha parlato di elenco raffazzonato frutto di burocrati, senza visione di Paese; lo stesso presidente del Pd Rossi condivide le critiche. E siccome è il merito che interessa, quando si deciderà l’Esecutivo a dire con chiarezza cosa pensa di fare con gli oltre duecento miliardi in prestito dell’Ue? Qual è la strategia per il Sud? Se è carta straccia il Rapporto Svimez 2020? E l’esito del gruppo di studio insediato al Ministero delle infrastrutture sul Ponte? (Avrebbe dovuto pronunciarsi a ottobre, poi entro dicembre, lo spettiamo ancora).

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio di fine anno, ha fatto intendere che la gravità della situazione, in piena pandemia, impone di trovare sintonia di intenti e concentrarsi in fretta sulle cose da fare, quindi niente urne anticipate ma neppure continuare a galleggiare. Invece tutto sembra disperdersi nelle nebbie dell’immobilismo. L’unica certezza continua a essere l’incertezza, che alimenta smarrimento, sfiducia, improduttività. Se questa è la ripartenza…!

Intanto, all’insegna del “Iddio salvi la poltrona”, la politica si trastulla in dibattiti infiniti, alla ricerca di chi è disponibile a votare proposte di nuove maggioranze, su cui i decani di alcuni partiti lavorano tra cenacoli riservatissimi ed sms di sondaggio.

Cosa potrà accadere allora? Che Giuseppe Conte, come ha anticipato, si presenti alla Camera per verificare se l’Esecutivo ha ancora il sostegno del Parlamento, se c’è una maggioranza che condivide la sua azione, non necessariamente coincidente con le forze del Conte-due. A questo punto gli oppositori dovranno uscire allo scoperto e si vedrà se i renziani sono compatti col loro leader nella sfiducia, quanti centristi “responsabili” accorreranno in aiuto di Palazzo Chigi e se i numeri in soccorso compenseranno le perdite. Una conta che a Montecitorio non è cruciale, visto che la maggioranza è abbondantemente blindata, diventa tuttavia significativamente propedeutica per la convalida al Senato dove il risicato scarto di voti costituisce un pericoloso banco di prova. Se i rinforzi in arrivo dal gruppo Misto e da Forza Italia saranno pari alle attese, alea iacta est per Conte; con Renzi alle corde, costretto a rimanere fuori da un Conte-ter.

Il quadro si capovolge però se i numeri non dovessero tornare, se i renziani orientati a rientrare nel Pd saranno meno del previsto, se la risposta degli “azzurri” o dei deputati tuttora parcheggiati nel limbo del “Misto” si mostrerà tiepida e non sarà ben accolta da Pd e M5S. Di certo ciascuno dei due contendenti ha pesato gli eventuali “acquisti”, sa bene chi ha il poker e chi bluffa.

A confermare il movimentismo di queste ore, c’è la dichiarazione proprio di ieri sera della senatrice Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella, eletta in Forza Italia e a capo di un suo gruppetto al “Misto”: “Se in Parlamento il presidente del Consiglio Conte dovesse rivolgere un appello ai ‘Responsabili’ per andare avanti certamente sarei pronta ad accoglierlo, perché aprire una crisi al buio in questo momento sarebbe un atto di grande, grande irresponsabilità”.

Secondo il leader di Azione, Carlo Calenda, competitor di Renzi nella stessa area elettorale, ci sarebbe bisogno di “un esecutivo di amministratori e tecnici, che siano dentro ma anche fuori dalla politica. L’Italia sta correndo rischi enormi e la politica deve essere all’altezza. Serve una figura di grande capacità: penso a Mario Draghi ma non penso sia l’unico”. La crisi innescata da Matteo Renzi, aggiunge Calenda “mi sembra una buffonata: se apri una crisi lo fai per cambiare governo e presidente del consiglio, se tutto questo si chiude con un Conte ter e tre nuovi ministri, assistiamo solo a una sceneggiata”.

Ma nella strategia renziana, con le dimissioni delle due ministre di Italia Viva, l’Esecutivo è già in crisi e l’eventuale mossa di Conte di andare allo scontro in Parlamento sarebbe un boomerang perché cambiare maggioranza sconvolgerebbe il rapporto con Pd e Cinquestelle cui non tornerebbe gradito il suo protagonismo, prologo di un nuovo partito. Renzi considera un passo falso quello del premier che cerca un assist in Parlamento, ritiene che non avrà l’apprezzamento sperato e di tal guisa «non solo non ha messo in sicurezza il Conte bis ma ha messo a rischio anche il Conte ter. E ammesso anche che vincesse, cioè che trovasse i numeri, vorrei vederlo poi…». Punta alle sue dimissioni per cambiare organigramma di governo con tre vicepremier, modificare il Recovery, ricorrere al Mes per la sanità.

Nel Pd l’ipotesi che l’eventuale Conte-ter possa ripartire con l’appoggio di un gruppo di “responsabili” non sembra andare a genio e logora ulteriormente i rapporti non idilliaci.

Pochi giorni e sapremo. Se il 7 gennaio l’Aula di Montecitorio sarà piena, vuol dire che c’è stata la chiama generale a essere presenti, preludio all’arrivo del premier; altrimenti tutto rinviato. In ogni caso già da ora i deputati sono stati invitati dai rispettivi capigruppo a rendersi subito reperibili, a Roma.

 

Il quadro si complica per registi e figuranti, qualsiasi previsione oggi è azzardata perché difficile la lettura di ciò che sta avvenendo all’interno della maggioranza e tra le forze di opposizione. Di certo c’è un movimentismo smaccato non sotto traccia che vede protagonisti i pochi “dottor sottile” dimostratisi abili tessitori in precedenti esperienze, alacri nei contatti coi singoli parlamentari per sondarne la disponibilità su ipotesi praticabili senza interrompere la legislatura. In ballo c’è il governo che, per ammissione dello stesso premier Giuseppe Conte, galleggia, si trova in una situazione sospesa che dura da un po’ e questa inazione forzata rischia di tradursi in un disastro epocale se non si corre immediatamente ai ripari.

Il richiamo è venuto persino dal cauto e filogovernativo commissario europeo Paolo Gentiloni preoccupato del ritardo dell’Italia sul fronte Recovery Fund, risorse di cui si discute da tempo ma al momento cristallizzate solo in bozze con numeri a capocchia, contestate dentro e fuori l’Esecutivo, bocciate in primis dai renziani.

L’alleato Matteo Renzi lanciatosi nell’attacco frontale, ormai non lascia più dubbi sulla crisi di governo imminente; la delegazione di Italia Viva anche ieri all’uscita dall’incontro col ministro dell’Economia Gualtieri ha definito abissali le distanze sul merito del Recovery. Se ne è fatto una ragione il premier che, nella conferenza stampa all’Ordine dei giornalisti, ha previsto questo scenario, escludendo tuttavia sue dimissioni e giudicando invece ineludibile un passaggio parlamentare dove verificare se il suo governo conta ancora su una maggioranza o meno.

Ed eccoci al punto: c’è una diversa maggioranza in Parlamento e a favore di chi? Tra i due litiganti… a godere potrebbe essere un terzo?

I rumors dentro e fuori i Palazzi accreditano situazioni diverse, a seconda della fonte.

La prima: Conte ha accresciuto il favore nei sondaggi, dalla sua vi è già al Senato un nuovo gruppo trasversale “Italia 23” a sostenerlo; peraltro, in tanti danno per scontato che si prepari a fondare un suo partito, il che non è proprio gradito a molti nel Pd e tra i Cinquestelle. Renzi nel silurarlo non voleva certo far loro un favore, ma potrebbe aver sottovalutato questa conseguenza che agevolerebbe un cambio a Palazzo Chigi ma solo per per ridimensionare Giuseppi.

La seconda: l’impulsiva azione di Renzi tornerebbe utile al premier sciente che una decina di renziani, insofferenti ai suoi colpi di scena, sarebbero pronti a mollarlo per rientrare in casa Pd. Isolato l’alleato scomodo, i numeri al Senato sarebbero compensati da appoggi in area centrista, spazio su cui aleggia l’inossidabile Gianni Letta. Potrebbero arrivare quindi rinforzi dai “responsabili” guidati da Brunetta così da arrivare a fine legislatura con un Conte-ter. Gli ammiccamenti non sono mancati negli ultimi tempi e lo stesso rapporto M5S-Forza Italia è ben diverso dall’esordio. Anche nel Centrodestra c’è aria di riposizionamento con una componente azzurra capitanata da Renzulli e Ghedini che dialoga meglio con la Lega di Zaia piuttosto che con Salvini.

La terza: Conte accentratore, premier per altri due anni e candidato a capo partito non andrebbe più giù a chi lo ha proposto, né imbarcare nell’Esecutivo ter esponenti azzurri sarebbe indolore. Mutatis mutandis, Renzi esaurita la sua carica energizzante e per qualcuno inaffidabile, stenterebbe a coagulare adesioni attorno al suo progetto di “governo forte” magari a guida Mario Draghi. In questa impasse nelle ultime ore è riemersa la figura di Dario Franceschini, uomo di mediazione, che nel ridare smalto al Pd avrebbe il compito di imbarcare tutti nella nuova arca. Certo sarebbe inesplicabile dopo aver ammonito Renzi che il dopo Conte sarebbe stato un match tra lo stesso Conte e Salvini. Ma le vie della politica sono infinite. E Palazzo Chigi val bene una sconfessione.

Comunque tutte congetture finora, che si dipanano di notte per complicarsi l’indomani. Di sicuro c’è che il Conte-bis è finito. In attesa della Befana.

 

Sta in questo epigrafico “saluto” la sintesi della giornata politica di ieri: dove Ciao è l’acronimo di quattro capitoli intitolati Cultura, Infrastrutture, Ambiente, Opportunità… ma al contempo è l’ultimo preavviso di Italia Viva al governo.

I quattro titoli sono quelli articolati in 61 punti che costituiscono il pacchetto dei renziani sul Recovery plan, una sintesi per smontare le 103 pagine del “Next generation Eu” elaborato dal premier e dal ministro dell’Economia Gualtieri che, secondo il leader di Iv, è un piano senza ambizione, senz’anima; raffazzonato.
Renzi va a ruota libera nel suo nuovo affondo che praticamente anticipa l’abbandono della maggioranza; dice chiaramente che nel piano “si vede che non c’è un’unica mano che scrive, è un collage di pezzi di diversi ministeri, opera da burocrati”. Ergo, se Palazzo Chigi non lo smonterà per riscriverlo ex novo “le due ministre e il sottosegretario di Italia viva si dimetteranno”.

Renzi parla da Palazzo Madama e usa toni ultimativi. Sa di essere ago della bilancia nella coalizione che sostiene il Conte II, sa pure che senza un’iniziativa dirompente che lo riporti al centro della scena il suo partito finirebbe per essere messo alle corde. Deve giocarsi il tutto per tutto e farlo adesso per sopravvivere e non perire, e l’unico modo è proprio quello di liquidare il governo Pd-Cinquestelle in questa fase delicatissima in cui anche i partner sono deboli; l’Esecutivo si mostra in affanno; non c’è una strategia chiara su come investire i 209 miliardi in arrivo dall’Europa; manca una visione di futuro per il Paese; molti parlamentari sono in cerca di una nuova casa. E’ un azzardo il suo ma non ha altra scelta, né l’alternativa di un rimpasto potrebbe risultargli salvifica, semmai finirebbe per cuocerlo a fuoco lento, indebolirlo fino ad annientare anche quel modesto 3% che, secondo sondaggi, costituisce la sua quotazione attuale. Tenta quindi il sussulto, una reazione brusca e comunque motivata dai troppi tentennamenti che hanno appannato gli ultimi mesi di governo mentre urge adesso un programma serio di lunga prospettiva perché sulle risorse del Recovery si scommette il futuro del Paese.

La delegazione di Iv sarà ricevuta dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. I capigruppo del Senato Davide Faraone e quella della Camera Maria Elena Boschi, assieme alle ministre Elena Bonetti e Teresa Bellanova presenteranno il maxi pacchetto con i 61 punti, animati da intenti bellicosi e per ribadire il loro “Ciao” a 4 voci (Cultura, infrastrutture, ambiente, opportunità) che sono la base del piano Iv.

Il “ciao” mi ricorda quel direttore regionale siciliano che insofferente e più volte sul punto di mandare al diavolo il suo assessore, approfittò di una nota per articolare ogni capoverso con un capolettera scritto in grassetto, in modo che mettendo in fila i capolettera venisse fuori un clamoroso “vaffa…”. In quel caso gli bastò per essere appagato.

Il “ciao” di Renzi non rappresenta sornionamente la levigatezza di un’analisi, per quanto la politica sia pure teatralità, istrionismo, melodrammaticità. Appare piuttosto come il capolinea di un percorso ruvido, sconnesso, senza visuale.

E restiamo in Sicilia perché qui da alcune settimane i renziani sono protagonisti di un’iniziativa tendente ad aggregare forze centriste sulla base di una “Carta dei valori” che ha già ottenuto l’adesione di diversi deputati regionali (Udc, autonomisti, ex grillini, componenti del Gruppo misto all’Ars) oltre ad un centinaio di professionisti e noti imprenditori, tutti ammaliati dalla voglia di “centro” che, secondo i promotori, è nelle corde dell’elettorato cui proporsi come unica sigla al prossimo appuntamento con le urne. Sicilia laboratorio? Presto per dirlo, in passato lo è stato più volte.

Tornando a Renzi, escludiamo che dopo i ripetuti attacchi, le violenti sferzate, le divergenze sostanziali a tuttotondo, il suo si riveli un ennesimo penultimatum o si accontenti di un rimpastino. Cosa ha da dirsi con gli attuali compagni di avventura sul reddito di cittadinanza che non solo non condivide ma reputa un flop? O sulla giustizia, a cominciare dal tema prescrizione? O sul Mes, che lui vuole e i cinquestelle rifiutano. Infine, sulle infrastrutture: una su tutte, il Ponte sullo Stretto, per citare l’opera che massimamente segnerebbe il riscatto del Sud, escluso dal Recovery abbozzato dal premier Conte perché avrebbe un arco di tempo di realizzazione maggiore rispetto al Piano. Renzi sollecitava già la realizzazione quando era premier; più volte lui e i suoi lo hanno indicato come indispensabile, adesso che i soldi ci sono sarebbe imperdonabile accettare il veto di chi si oppone ad un’infrastruttura che proietta il Meridione nel futuro, riportando quest’area al centro dello scacchiere mediterraneo. Le nuove tecnologie, il fatto che si tratterebbe non più di un’opera civile ma “industriale” cioè con componenti prefabbricati, strutture di montaggio preparate, consente di dimezzare i tempi (vedi ponte Morandi), quindi neppure su questo fronte avrebbe giustificazione l’assunto del governo.

Renzi, nell’intestarsi questa scommessa espressamente citata nella “Carta dei valori” dei centristi siciliani, sa di mettere a segno un colpaccio che affranca Sicilia e Calabria dall’emarginazione e di intestarsi una realizzazione di respiro internazionale. Aspetto non trascurabile per chi guarda Oltreoceano, ha fatto delle relazioni all’estero un punto di forza e mira al consenso dentro e fuori casa.

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Presidenti di Regione, parlamentari del Sud, deputati e consiglieri di varia appartenenza: basta sviare, sonnecchiare, tollerare, stare a guardare da remoto lo strazio di un Meridione che si consuma nell’insipiente pochezza di chi governa il territorio, nell’apatica rassegnazione di Comuni, Università, Enti, Ordini professionali, rappresentanze di imprenditori, sindacati, associazioni, club service e così via. Qui si rischia la desertificazione.

Nel post pandemia, non ci sarà spazio per lagnanze e scaricabarile; né per velleitari annunci su autoreferenziali risultati; o per conferenze stampa utili solo, forse, a giustificare il difetto di azioni vere, mirate, efficaci. Vi è a portata di mano un’opportunità epocale: colmare un secolare gap infrastrutturale, mettere insieme le intelligenze di diversi ambiti, attrarre investimenti, rivoluzionare il destino di questa parte del Paese per affrancarsi dall’interminabile oscurantismo e tornare protagonisti in Europa. Questa opportunità si chiama Ponte o, se si preferisce, attraversamento stabile dello Stretto. Più pontifex si sono affacciati tra Scilla e Cariddi con proposte varie su cui 30 anni fa si scelse quella meno attuabile. Ora siamo a una svolta che favorisce pacate e feconde decisioni.

Non è un manufatto per far sopravvivere Messina e Reggio, che già basterebbe a giustificarlo perché così le due città saranno costrette a riorganizzarsi per non perire, ma un’opera che, nel segnare la fine della condizione di arretratezza delle regioni cenerentola d’Europa, darebbe come poche altre sommo lustro all’arditezza nazionale. Si annuncia l’arrivo di una messe straordinaria di risorse; il Governo è alla ricerca di progetti di sviluppo da presentare a Bruxelles ed è in gioco l’ultima chance per affermare la centralità dell’Italia nel Mediterraneo, riaccendere i motori di tante imprese; proiettarsi su orizzonti più ampi che coinvolgono la mobilità e i rapporti commerciali dentro il Vecchio Continente e con il dirimpettaio Maghreb.

Su quest’opera si sono coltivati sogni di gloria che per decenni hanno obnubilato le menti nell’inseguire improbabili primati mondiali con un ponte di tre chilometri e 300 metri a campata unica, che nel mio recente libro “Spalle al mare” ho definito campato in aria e dove non sarebbe transitato alcun treno, forse neppure una carriola. Rincorrere illusori record ha solo fatto perdere tempo e opacizzato una connotazione ben più seria che non è quella dell’orgoglio macho-ingegneristico di mostrarlo più lungo, piuttosto di accreditare un tracciato realizzabile e sicuro per gommato e ferrovia insieme.

Bene, a un paio d’ore di volo da qui, sul Bosforo, la Turchia si è attrezzata con un terzo ponte, a campata unica di 1408 metri. E’ il ponte stradale e ferroviario oggi più lungo al mondo: 1408 mt, praticamente un terzo di quello che si vaneggiava di voler realizzare nello Stretto vent’anni fa, con gli esiti che abbiamo visto: scarsa considerazione a livello comunitario, anni di deliranti previsioni, compiacenti valutazioni e slalom istituzionale fino alla liquidazione della “Stretto di Messina spa” dove eppure si scommetteva sulla tenuta dell’impalcato a prova di sisma, confortati… da modelli matematici, prove di laboratorio, simulazioni in gallerie del vento.

Poiché dal dire al fare… ogni sproposito chimerico svanisce, ecco che il mare con la sua forza e le rotaie con la loro rigidità hanno imposto la logica della realtà: inconcepibile ancora oggi un ponte sospeso a unica campata di oltre tre chilometri, tant’è che non è stato realizzato da nessun’altra parte del globo. E vale la pena rilevare che la costruzione del terzo ponte sul Bosforo porta la firma dell’impresa italiana Astaldi-Impregilo, cioè gli stessi di quel ponte “datato” e probabilmente di quello a venire.

La saggezza dell’esperienza ha riportato qualificati progettisti a più realistiche elaborazioni e l’ipotesi dell’ing. Aurelio Misiti prevede ora un ponte con due pilastri in acqua per ridurre la parte centrale a un massimo di 2 chilometri, che potrebbe accorciarsi ulteriormente nel recepire le raccomandazioni degli ingegneri ferroviari (i nuovi treni sono lunghi in Italia fino a 750 mt ma in Europa anche di più).

Il Ponte assume valenza nel Corridoio Berlino-Sicilia sull’alta velocità ferroviaria (Roma-Catania in tre ore e mezzo!). Va inquadrato infatti nell’ottica di una più rapida connessione dei mercati del Nord all’hub portuale di Augusta e da qui a Malta e alla dirimpettaia Africa. Se si perde di vista il contesto complessivo di una visione macroregionale del Mediterraneo, si svilisce la portata dell’infrastruttura. Sono considerazioni che dovrebbero accomunare tutte le regioni meridionali e lo stesso mondo produttivo nazionale nel volere il collegamento, indispensabile per la conquista di mercati emergenti, proiettato in uno scenario intercontinentale che intercetti l’enorme flusso in transito dal Canale di Suez.

Analogo valore per l’opzione tunnel sub alveo proposto dall’ing. Giovanni Saccà: 4 chilometri in galleria da scavare dentro la “sella dello Stretto” cioè a -100 metri circa. Un’idea progettuale che trova spunto nel fatto che da Gioia Tauro a Villa le Ferrovie hanno già previsto un tracciato in galleria, come pure sul lato messinese: potendo sfruttare tale distanza, basterebbe dare al tracciato la pendenza necessaria per giungere alla quota prevista, a quel punto scavare i 4 chilometri sottomarini e congiungere le due gallerie.Dunque, ponte a tre arcate o tunnel sub alveo sono le due ipotesi in campo… tertium non datur, perché la terza inquietante eventualità sarebbe un ennesimo pretestuoso rinvio. Altri 30 anni? Non ci perdonerebbero neppure in Polonia!

La classe dirigente è avvertita: scongiurare un tradimento sfrontato, perché a nulla dopo varrebbe l’esimersi da corresponsabilità, quale che sia l’imprinting partitico.

Il Gruppo di studio insediato al Ministero si pronuncerà a giorni. Poi toccherà al Governo e alla politica fare la propria parte: i profili tecnici e quelli economici mai come ora convergono e si coniugano con proposte progettuali sostenibili, acquisizioni rigorose della ricerca, bisogno di operosità, bisogno di prospettiva, concretezza lungimirante. Vi sono diversi esponenti siciliani e calabresi nell’Esecutivo: facciano prevalere le ragioni della realizzazione sul chiacchierìo di impreparati e sprovveduti che, inidonei a gestire il presente, arretrano e si dileguano al momento di confrontarsi sul futuro.

 

Le risorse del Recovery Fund offrono un’occasione eccezionale per riposizionarsi, invertire quel trend in discesa che ci ha emarginati, accreditare l’Isola riferimento dell’Europa; intercettare i flussi mercantili provenienti da Suez; assecondare la trasformazione industriale, agganciare lo sviluppo alla rivoluzione green che è già nei fatti (basti pensare alla riconversione di centrali elettriche e degli stessi mezzi pesanti che abbandoneranno il gasolio per le celle a combustibile: a Roma entro il 2025, l’azienda rifiuti convertirà 2500 camion).

Il Ponte serve per arrivare dappertutto prima e meglio. Parliamo del ponte a campata unica “corta” inferiore ai 2mila metri, proposto dall’ing. Aurelio Misiti, non a quello originario di 20 anni fa che supponeva di impiantare fra Scilla e Cariddi un arco di 3km e 200 metri e comunque mai approvato dal Cipe che avendo rilevato una serie di criticità richiedeva approfondimenti e progettazione supplementare (lo ricordiamo a chi sostiene tuttora che potrebbe trattarsi di progetto cantierabile).

Torneranno utili alcuni studi a suo tempo portati avanti dalla società Stretto di Messina, come quelli sui fondali e sui venti: ricerche che, secondo i “pontisti”, sconsiglierebbero l’ipotesi tunnel sia se ancorato al fondo sia subalveo per la violenza delle correnti che provocano sollecitazioni orizzontali e per la faglia che con un terremoto 5.0 Rickter potrebbe squarciare la galleria. Non a caso si fa rilevare che in un contesto sismico analogo come quello di San Francisco, nel 1936, si escluse la galleria per preferire il ponte che resistette al terremoto di 7.1 del 1989. Diversa la valutazione di chi sostiene l’opzione tunnel (che approfondiremo fra qualche giorno con il proponente ing. Giovanni Saccà). Entrambe le soluzioni intanto sono al vaglio del gruppo di studio insediato al Ministero.

Adesso si tratta di affrancarsi dai vecchi tromboni, dai vari nammugghiamu u pani (si dice così?) insomma di chi è spinto da interesse personale o di gruppo, seppur legittimo, nel sostenere un progetto di fatto caducato. Occorre un salto di qualità, fare squadra, capire che il mondo è già cambiato e la pandemia ne accelererà la velocità, scommettere sulle capacità dei meridionali, affrontare le sfide e fare tesoro delle novità anche ingegneristiche che si sono registrate negli ultimi trent’anni, per esempio con la tecnologia off shore dei petrolieri che lavorano a 1600 mt di profondità mentre nello Stretto si opererebbe a quota -80 per le pile da affondare dentro cassoni, ossia i pilastri che reggerebbero la campata centrale che potrebbe ridursi a 1700 mt. Anche i costi, a quanto pare, sarebbero più ridotti rispetto al preventivo originario (fra i due e tre miliardi, ma sui numeri meglio non addentrarci perché sono sempre “ballerini”).

E’ il momento del coraggio della scelta. Palazzo Chigi saprà far trionfare il sistema Italia? La Regione siciliana e le altre Regioni del Sud spingeranno con forza in una visone di Macroregione per coniugare economia e cultura in un unico piano di sviluppo del Mezzogiorno che potrebbe ribaltare l’attuale divario col Nord e far rifiorire aziende meridionali che avevano 5mila dipendenti, operavano in giro per il mondo e si sono liquefatte? Il Ponte si è trasformato da opera civile in opera industriale con prelavorati da commissionare e quindi tali da rivitalizzare comparti industriali sparsi qua e là in Italia e fuori.

In Germania lo sanno bene ed esulterebbero all’idea di poter acquisire commesse ma ancor di più per l’opportunità di avvicinarsi ai mercati africani facendo viaggiare più speditamente le proprie merci. Non solo Germania. Cito solo il caso della svedese Ikea: ha il centro più importante di produzione mobili a Piacenza; i semilavorati arrivano dal Brasile, via Gioia Tauro su nave giungono a Genova, caricati sui Tir vengono consegnati a Piacenza da dove i mobili rifanno lo stesso tragitto per i mercati dell’Asia: una settimana di viaggio che col Ponte si ridurrebbe a 24 ore. Basta per rendersi conto dei tempi e costi incomparabili? E di quali potenzialità si legano al manufatto stabile tra Sicilia e Calabria?

Mancano un paio di settimane al responso del gruppo di studio chiamato a esprimersi sulla valenza economico sociale e sulla scelta ponte o tunnel. La piacentina ministra De Micheli non sembra un’accanita sostenitrice né dell’uno né dell’altro, forse diffidente sui risvolti anche nordisti dell’investimento al Sud. A meno di coup de théatre, dovrebbe emergere con convinzione l’innegabile urgenza di procedere e porre fine alla ridicola telenovela. Confidiamo che sia maturata sufficientemente la consapevolezza di un’opera che simboleggia la ripresa, capace di dare impulso poderoso al decollo del Paese non un semplice raccordo Messina-Reggio. In un sussulto di orgoglio nazionale, il premier Conte superi le esitazioni; assuma su di sé l’ardimento della prodezza: è l’unica chance per riaccendere i motori della fabbrica Italia, attirare l’interesse e lo sguardo del mondo verso di noi.

NOTIZIARIOEOLIE.IT

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Stretto Messina, attesa per fine anno la relazione sul ponte, poi la decisione

A fine anno il gruppo di lavoro incaricato dal Ministero delle infrastrutture e trasporti di valutare le proposte progettuali per la realizzazione di un attraversamento stabile dello Stretto di Messina presenterà la propria relazione conclusiva che conterrà la proposta di migliore soluzione tecnica di collegamento stabile dello Stretto di Messina.

Lo ha confermato la ministra delle infrastrutture e trasporti Paola De Micheli, durante una riunione del gruppo di lavoro per l’audizione dei rappresentanti delle Regioni Sicilia e Calabria e dei Comuni di Messina e Reggio Calabria.

“Da quel momento in poi si aprirà il momento della politica e del dibattito pubblico con il percorso che dovrà portare alla decisione finale, se procedere o meno alla realizzazione dell’opera”, ha detto la ministra, annunciando anche la propria audizione sull’argomento presso le Commissioni Parlamentari competenti il prossimo 15 dicembre. 

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