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di Mario Cavaleri

Buongiorno… Ter. Da intendere come terzo giorno post crisi; come sabato agitato dalla possibilità di ricomporre i cocci dell’attuale maggioranza e quindi dal bis passare al tris; infine, come tentativo di sperimentare dopo il genitore uno e il genitore due, ossia dopo il giallo-verde e il giallo-rosso, sperimentare un’altra sfumatura: il giallo-tertium datur, con nuova identità o meglio senza precisa identità.

Che brutta legislatura, all’insegna dell’approssimazione, della contraddizione e dell’inadeguatezza: partita male, proseguita peggio, non più rispondente alla realtà e adesso alle prese con una situazione drammatica che vede il Paese sull’orlo di un precipizio sanitario ed economico, davanti a una crisi di credibilità intra ed extra moenia; la stessa legislatura che, con profili di dubbia legittimità, dovrebbe eleggere il prossimo Capo dello Stato.

A prescindere dalle dichiarazioni di propaganda di queste ore sulla campagna acquisti, non sappiamo come finirà questa impasse, di fatto ma non formalmente crisi di governo; non lo sanno gli stessi protagonisti, dal premier Giuseppe Conte al rivale Matteo Renzi prodottosi nella stoccata che ha tramortito l’Esecutivo; non lo sanno i partiti di maggioranza e di opposizione, dove ciascun giorno ha la sua pena e i leader fanno fatica a presidiare i recinti; ci stanno provando a raccapezzarsi le eminenze grigie che, per consolidata esperienza, vengono richiamati a ogni codice rosso e così spuntano i nomi di Gianni Letta l’intramontabile consigliere dell’evergreen Berlusconi, o del più volte ministro e oggi sindaco Clemente Mastella, ma pure del perpetuo Pierferdinando Casini in Parlamento dall’83.

Tra i giocatori al tavolo c’è chi azzarda di più, nessuno dei due sfidanti ha il poker e con buona probabilità, entrambi spavaldamente bluffano dicendo “ho fatto jardin”… che non vuol dire nulla.

Vediamo i fatti che poi sono gli unici a contare e alla lunga a fare la differenza, con tanto di effetti sulla vita di ogni giorno. Senza indulgere sui dati caratteriali dei principali protagonisti, sulla simpatia che pure conta e ne determina la popolarità, valore così caduco da portare dalla gloria all’infamia in un “vidiri e svidiri” come direbbe Camilleri: Renzi, campione di primati (il più giovane primo ministro, primo premer non parlamentare, leader del Pd al massimo dei consensi) precipitato al 3% nei sondaggi; Conte, illustre sconosciuto (nominato e mai eletto, resistente e resiliente, abile slalomista) balzato al 40%.

I Fatti. Archiviata la prima avventura da neofita con l’alleato Matteo Salvini, il premier Giuseppe Conte si è metamorfosato, e con una compagine di segno opposto ha ripreso la guida, auspice proprio Matteo Renzi. C’è stato il consueto iter dimissionario, il reincarico dal Colle e una convivenza a strattoni, supportata da decine di voti di fiducia in un anno e mezzo. I due, che non si sono mai amati fino a odiarsi, cosa avevano in comune? Niente, solo la necessità di sopravvivere politicamente. Dalle critiche alla legge sulla prescrizione, al reddito di cittadinanza, al susseguirsi dei Dpcm, alle opere pubbliche, alla gestione della pandemia, al programma Recovery è stato un crescendo di contestazioni da parte di Iv sfociate nell’affondo più eclatante al Governo: inidoneo.

In verità nel merito sono in tanti a condividere tale critica, è di tutta trasparenza l’elenco delle cose che non vanno; solo pochi servizievoli cantori assolvono l’operato dell’Esecutivo persino tra gli stessi alleati, Pd in primis. Resta però l’antipatia verso chi ha avuto il coraggio di dirle in modo scioccante, ancorché non inatteso; di aver impresso una sferzante accelerazione verso una crisi che ciascun parlamentare teme possa scivolare nelle urne anticipate. Andare a casa con biglietto di sola andata, due anni prima del previsto, è una sciagura per gli interessati. De hoc satis.

Per molti, Renzi risulterebbe antipatico perché troppo ambizioso, astuto e inaffidabile nella sua voglia di restare al centro della scena che lo ha portato più volte a smentirsi, dire bugie, accettare compromessi, votare a favore quando era contrario, e viceversa. Pure i detrattori, tuttavia, gli riconoscono capacità di visione, intraprendenza, determinazione tant’è che sulle questioni poste si sono detti d’accordo.

Il premier Conte, affrettatosi a riscrivere l’intero Recovery con le proposte suggeritegli, di contro si mostra più duttile, adattabile alla bisogna, daltonico, assistito dalla buona sorte di resistere più che per meriti propri per demeriti altrui e per la condizione di emergenza che imprigiona tutti.

Cosa sta accadendo adesso? E’ nato oggi al Senato il gruppo MAIE-Italia23, per costruire uno spazio politico che ha lui come punto di riferimento. Lo spiega Ricardo Merlo, presidente MAIE e Sottosegretario agli Esteri, annunciando che così il gruppo MAIE a palazzo Madama cambia denominazione: “Non cerchiamo responsabili – ha precisato – ma costruttori, a cui l’unica cosa che offriamo è una prospettiva politica per il futuro, per poter costruire un percorso di rinascita e resilienza, nell’interesse dell’Italia, soprattutto in un momento difficile come quello che stiamo vivendo”.

Nell’era berlusconiana sono stati definiti “gli scilipoti”, ossia i transfughi opportunisti e trasformisti, precursori dei nobilitati “costruttori” di oggi. Il che fa presumere che al Senato arriveranno in soccorso i voti sufficienti a sorreggere l’attuale Governo. Peraltro i numeri che circolano come soglia minima (161) non sono attendibili in quanto all’Esecutivo basterà la metà più uno dei presenti in Aula per avere la fiducia, quindi inciderà e sarà significativa anche l’assenza. Di converso in area renziana, è decisivo il pronunciamento dei socialisti che fanno capo a Riccardo Nencini, depositario del logo che legittima la presenza a Palazzo Madama come gruppo e che a Renzi avrebbe detto: “Io penso che tu abbia sbagliato a chiudere al premier, io penso che sia giusto andare al Conte ter, ma dobbiamo andarci tutti, non accetterei una scissione del nostro gruppo”.

Il problema resta al Senato, perché alla Camera la maggioranza marcia tranquilla anche senza i voti dei renziani. E a Montecitorio è stato stabilito che nella seduta di lunedì 18 avranno luogo le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri a mezzogiorno; seguirà la discussione sulle comunicazioni del Governo, saranno presentate risoluzioni; a partire dalle 17, interverrà, in sede di replica, il Presidente del Consiglio che porrà la questione di fiducia su uno degli atti di indirizzo presentati. Seguiranno le dichiarazioni di voto sulla fiducia e la votazione per appello nominale. L’intero dibattito, compresa la fase dell’appello nominale, sarà oggetto di ripresa televisiva diretta.

Cliché che si ripeterà all’indomani a Palazzo Madama, ovviamente con maggiore suspense.

Sarà questa conta a dirimere la questione, attraversare in modo indenne il guado e procedere verso un “rimpastino”? C’è chi dice sì. In questo caso il Capo dello Stato si limiterà ad assistere alla diretta, o meglio non avrà bisogno neppure di seguirla perché anticipatamente informato sulle intenzioni di Palazzo Chigi, avallandole. E avrebbe vinto Conte.

C’è invece chi ritiene che una terza metamorfosi in due anni, un esco io ed entri tu, vedrebbe il Colle per nulla confortato dalla somma numerica del tabellone, quindi propenso a verificarne la solidità essendosi modificato il quadro politico delle alleanze. E, proprio complice la pandemia sanitaria ed economica, proteso ad assicurare da subito un Governo stabile e duraturo che guidi il Paese al 2023, verificato da lui stesso nelle consultazioni, quindi ergersi a garante nell’esercizio delle sue prerogative. Presupposto, le dimissioni di Conte. Ma a quel punto qualsiasi scenario sarebbe ipotizzabile. E avrebbe vinto Renzi.

Ultime ore per la schermaglia politica che vede al centro lo scontro tra il premier Giuseppe Conte e l’incalzante alleato Matteo Renzi, non domo finché non avrà ottenuto che l’altro salga al Colle dimissionario, quindi ripartire da zero nella formazione del Governo; a quel punto, con tutti gli interrogativi che si aprirebbero.

Una condizione di stallo che ha di fatto paralizzato il già lento procedere dell’Esecutivo. Adesso il Consiglio dei ministri annunciato per oggi dovrebbe finalmente esitare il Recovery Plan, teoricamente motivo della disputa perché ritenuto inadeguato. In proposito, c’è un aspetto che merita di essere attenzionato: nella riunione fra ministri e rappresentanti dei partiti di maggioranza svoltasi a Palazzo Chigi, la delegazione renziana con il sottosegretario Davide Faraone ha riproposto tra le priorità il Ponte sullo Stretto che però, secondo il leader Renzi, non rientrerà nel Recovery plan in quanto le opere ammesse sono quelle che possono essere completate entro il 2026.

Recovery o no, ci domandiamo cosa importa? Perché mai il Ponte non dovrebbe essere parte fondante della discussione complessiva? Oltre al programma Recovery, esistono altre realizzazioni che lo Stato si accinge a finanziare con fondi diversi a prescindere da quel regime di procedura Ue: allora è il caso di rilevare che il Ponte è un pezzo di quell’alta velocità che da Salerno deve portare a Palermo e Augusta; che Rfi ha già previsto il collegamento e acquisito il progetto; che il costo non supera i 2 miliardi e potrebbe essere pronto in 4 anni; che la modesta entità della spesa consentirebbe a Rfi di procedere in proprio se non intervenissero veti.

Dunque qual è l’impedimento? Forse il solito approccio penalizzante che vuole il perpetuarsi di una condizione di marginalità del Sud? Le remore sono sempre dell’oligarchia imprenditoriale nordista che mira a calamitare ogni risorsa? Non ci si rende conto che proprio in ragione dell’arretratezza dell’area meridionale il Paese da 25 anni non cresce e nel Mezzogiorno il Pil è la metà della media nazionale?

Poiché, come ormai è di tutta evidenza, solo una grande svolta con l’ammodernamento delle infrastrutture, ferme a un secolo fa, e grandi opere come il Ponte è possibile segnare un’inversione, c’è da domandarsi cosa la Sicilia e la Calabria stiano facendo per imporsi nel dialogo con Roma.

E’ tempo che la Sicilia si svegli, acquisisca consapevolezza di essere al centro della più proficua rete di traffici intercontinentali, non continui a sciupare una strategica centralità capace da sola di creare ricchezza.

La Sicilia, grande quanto la Danimarca ma tanto più povera e ininfluente, deve trovare uno scatto d’orgoglio; rivendicare subito il Ponte, il raddoppio dei binari, una più efficiente portualità; pretendere di essere collegata al cuore dell’Europa, di liberare dall’emarginazione interi territori come Agrigento, la cui maestosità subisce ancora oggi l’onta di una malmessa strada statale, unica arteria per potersi inoltrare tra vestigia superbe quanto ignorate mentre da sole giustificherebbero un adeguato sforzo finanziario per restituirle all’attenzione del mondo.

 

Se in politica le parole hanno un senso, e spesso non lo hanno almeno nelle schermaglie tra partiti, i toni ultimativi delle due rappresentanti di Italia Viva ieri sera, prima che a Palazzo Chigi si aprisse la riunione con ministri e capi delegazione di maggioranza sul Recovery, sono di fatto un annuncio di crisi.

Una posizione inflessibile assunta sin dalle prime battute da Matteo Renzi, peraltro tonificato ora dalla brezza americana dell’amico Joe Biden prossimo a insediarsi alla Casa Bianca.

Espressioni come “Conte non è indispensabile” o “se viene al Senato ci troverà all’opposizione” “Conte al capolinea” depongono per una fine corsa a… 24 ore, cioè il tempo chiesto da Iv per leggere e valutare il testo del Recovery plan finalmente approntato e consegnato in serata ai partecipanti alla riunione con invito a pronunciarsi in fretta.

Renzi affatto disponibile a chiudere la partita nel senso auspicato dal premier e come sembrerebbero volere i dem di Zingaretti, non mette in discussione il ricomporsi della maggioranza per scongiurare il rischio di tornare alle urne ma vuole sbalzare di sella il timoniere. Italia Viva ha intrapreso questo percorso con determinazione e, giorno dopo giorno, ha alzato il livello dello scontro: non è più un problema di governo da rivedere o ampliare per dare più spazio ai renziani; neppure di modificare il Recovery Plan con i suggerimenti dell’alleato scomodo e in gran parte già recepiti.

Pone un problema di credibilità dell’Esecutivo, di efficacia della sua azione, di immobilismo mentre ci sarebbe da correre. E mira dritto al cuore del problema, cioè al direttore d’orchestra perché si presenti dimissionario al Quirinale. Renzi infatti non intende mollare sul Mes, ossia sull’utilizzo del prestito europeo per la Sanità (respinto dal Movimento cinque stelle, irremovibile dall’inizio talché una marcia indietro sarebbe una clamorosa sconfessione). Infine, la delega sui Servizi segreti che il premier non intende cedere e sul punto potrebbe stopparsi ogni dialogo.

Un insieme di questioni che fanno traballare ancora l’Esecutivo, cui si contesta di aver tergiversato per troppo tempo nonostante l’urgenza, riducendosi all’ultimo giorno utile col Bilancio e adesso col Recovery, sollecitato da luglio e oggi abbozzato mentre altri Paesi lo hanno consegnato in Europa.

Renzi, ospite della Palombelli su Rete 4, ha fatto un elenco delle inefficienze per chiosare: “sono bravi solo a rinviare, eppure ci sono a disposizione risorse che non abbiamo mai avuto negli ultimi trent’anni e non si vedranno nei prossimi 30, basterebbero a risistemare il Paese. “Si va avanti senza decidere, è stato così su tutto: dalla revoca ad Autostrade, ai cantieri per le infrastrutture, alle politiche del lavoro coi benedetti navigator. E ora segnatamente su scuola e vaccini, il Governo è allo sbando, non si sa cosa succederà lunedì, se gli studenti potranno tornare in classe; non si capisce perché non vacciniamo i 435mila docenti; consentire di vaccinarsi in farmacia, perché non ci vuole un master per un’iniezione. Potremmo avere domattina 36 miliardi sulla sanità, una cifra incredibile, invece preferiscono rinunciare mentre abbiamo la sanità in panne e la percentuale di mortalità più alta al mondo. Su scuola e sanità non si stanno facendo tutti gli sforzi. Siamo un Paese del G7, non si può governare con questa approssimazione”.

Poi su input della giornalista un accenno al Ponte sullo Stretto: “Il Ponte l’ho tirato fuori io da una vita, non può starci nel Recovery in quanto opera non completabile entro il 2026, ma serve, lo dicevo anche da premier”.

Infine, sulla delega per gli 007, il leader di Italia Viva pone un problema di determinante rispetto delle forme democratiche, altrimenti può finire come in America e ricorda che tutti i predecessori si sono regolati delegando la guida dei Servizi.

E allora si ripartirà con un altro Conte? Renzi non si scopre e insiste: “Non possiamo perdere tempo Governo Conte o non Conte, vogliamo un governo che dia il senso dell’urgenza delle cose, in questo momento è fermo. A parole tutti dicono di voler accelerare ma nei fatti mentre noi chiediamo di sbloccare le infrastrutture, ad altri piacciono il reddito di cittadinanza e i navigator. Se non ascoltano le nostre idee lasciamo le poltrone, come ha già annunciato la ministra Bellanova grandissima donna. Spero che torni il buon senso”.

Sule battute finali restituisce quindi la palla al premier che in corso di intervista gli mette fretta e lancia messaggi concilianti.In conclusione? Neppure l’ennesima intervista è stata risolutiva e riemerge il dubbio: Iv mollerà le poltrone o prevarrà il volemose bene?

Ancora 24 ore.

 

Possibile che nel pieno del ciclone, nella crisi più drammatica dal dopoguerra, le dichiarazioni che si ascoltano da esponenti di primo piano siano improntate alla melliflua ambiguità del “ni”, al lascio e prendo, al non ci sto ma resto?

E’ scoraggiante ma la surreale situazione politica che viene raccontata ogni giorno lascia attoniti. Si sentono dichiarazioni ipocrite, sfuggenti, un dire e non dire da cui traspare una sfrontata indifferenza della gravità del momento, un distacco con sufficienza dalla realtà, come ignari che l’Italia si sta allontanando in modo pericoloso dal resto d’Europa sul fronte sanitario e su quello economico.

Per il primo basta solo registrare che in Italia l’indice Rt cresce, si contano ottantamila vaccinati a fronte di oltre un milione in Gran Bretagna e in Israele, con drammatici flop persino in regioni come la Lombardia che si accreditavano da esempi modello. Per la verità ci siamo vantati per lungo tempo di essere un Paese modello, senza renderci conto che i nostri vicini europei correvano mentre noi restavamo al palo, finché non è piombata l’emergenza a evidenziare tutte le clamorose carenze.

Adesso, precipitati in una condizione allarmante, assistiamo a un rimpallo che non aiuta: se il meteo è in grado di dirci che tempo farà domani e la previsione a due settimane, noi di giorno in giorno apprendiamo di sapere che “colore” regolerà all’indomani attività e movimenti quindi senza possibilità di programmare alcunché. L’incontro Governo-Regioni di ieri sera è andato avanti in notturna, le opinioni divergono e al solito non c’è un Esecutivo in grado di fornire soluzioni nette e inequivocabilmente sostenute da dati indiscutibili. Persino sulla scuola non è chiaro se si tornerà in aula, quando e come: i dati restano preoccupanti, si è impreparati a riaccogliere gli studenti.

Un quadro di incertezza aggravato dall’instabilità del governo da tempo ormai in stallo, con una componente fondamentale come i renziani di Italia Viva che si sono di fatto sfilati dalla maggioranza senza però che i due ministri abbiano formalizzato le loro dimissioni: non condividono l’azione del premier sull’impiego del Recovery fund, non accettano il mancato utilizzo del Mes sulla sanità, contestano il resto ma non hanno dichiarato il loro abbandono. Una doppiezza che va risolta, non è tollerabile alcun ritardo pena la perdita di credibilità di quell’iniziativa di contestazione che Renzi si è intestato dando per imminente il suo sfilarsi dalla coalizione: se ha deciso di staccare la spina, lo faccia hic et nunc, basta tergiversare e prender tempo con lo stucchevole refrain di non essere interessati alle poltrone, ripetuto ieri stancamente in tv anche dalla capogruppo Maria Elena Boschi.

La misura è colma. Ogni giorno accresce lo sbandamento in una fase di piena pandemia che imporrebbe azioni energiche, decise, scelte senza tentennamenti. Serve un Esecutivo legittimato e coeso, la Camera dei deputati convocata per il 7 gennaio dovrà porre fine a questo rimbalzo, dare prova di responsabilità, fare chiarezza, non concedere tempi supplementari ai giochi di palazzo.

Di pari passo il premier Conte risponda con il linguaggio dell’onestà, con la determinazione di chi è al timone e ha il compito di segnare la rotta. Siamo davanti a passaggi decisivi che non giustificano siparietti vecchio stile. Intanto tiri fuori le bozze sul programma di spesa del Recovery, confutando le obiezioni che sono piovute da varie parti, da ultimo anche da docenti della Bocconi, secondo i quali il piano disegnato dal Governo non solo non prelude allo sviluppo ma non è in linea con le direttive dell’Ue, perché elaborato secondo antiche logiche di provvedimenti a pioggia o concependo misure improponibili (bonus sostenibilità ambientale, cashback, fondi assegnati a progetti non contemplati). Dica cosa è previsto per il Sud, quali infrastrutture sono ipotizzate, come si recupererà il gap. Non si tratta di interna corporis, c’è bisogno di evidenza e chiarezza, altrimenti andremo a sbattere nel senso che l’Europa lo boccerà ma a quel punto il Paese si troverebbe nell’abisso.

 

Sfida Conte-Renzi, si avvicina il giorno della conta che potrebbe anche essere all’indomani della Befana quando a Montecitorio è fissata la convocazione per una discussione generale: il tam tam incalzante in queste ore tra i deputati fa preludere all’arrivo del premier in Aula. In tal caso si tratterebbe di un tentativo di giocare d’anticipo, raccogliere il guanto lanciato dallo sfidante e chiedere la fiducia sul governo, proprio nel merito del Recovery fund contestato dai renziani a loro volta pronti al muro contro muro in cui, secondo il motto medievale mors tua vita mea che implica il fallimento di uno per il successo dell’altro, ciascuno si gioca tutto. Dunque Conte-ter o Conte fuori?

Se non sarà il 7, la partita ad exscludendum è rinviata solo di una settimana e cioè il 14 ma non cambierà l’impatto della disputa. I rapporti sono così platealmente lacerati che il recedere di uno, per quanto edulcorato da eventuali aggiustamenti compensativi in corso d’opera, preconizzerebbe la fine di un’esperienza o l’assoggettamento per rassegnazione dettata dalla necessità di sopravvivere altri due anni e mezzo, non essendoci alcun parlamentare disposto ad andare a casa anticipatamente.

Fin qui la diaspora politica. Ma il Governo vuole spiegare agli italiani cosa si sta pianificando per utilizzare le risorse eccezionali previste dal Recovery, oggetto della contesa in corso? Renzi ha parlato di elenco raffazzonato frutto di burocrati, senza visione di Paese; lo stesso presidente del Pd Rossi condivide le critiche. E siccome è il merito che interessa, quando si deciderà l’Esecutivo a dire con chiarezza cosa pensa di fare con gli oltre duecento miliardi in prestito dell’Ue? Qual è la strategia per il Sud? Se è carta straccia il Rapporto Svimez 2020? E l’esito del gruppo di studio insediato al Ministero delle infrastrutture sul Ponte? (Avrebbe dovuto pronunciarsi a ottobre, poi entro dicembre, lo spettiamo ancora).

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel messaggio di fine anno, ha fatto intendere che la gravità della situazione, in piena pandemia, impone di trovare sintonia di intenti e concentrarsi in fretta sulle cose da fare, quindi niente urne anticipate ma neppure continuare a galleggiare. Invece tutto sembra disperdersi nelle nebbie dell’immobilismo. L’unica certezza continua a essere l’incertezza, che alimenta smarrimento, sfiducia, improduttività. Se questa è la ripartenza…!

Intanto, all’insegna del “Iddio salvi la poltrona”, la politica si trastulla in dibattiti infiniti, alla ricerca di chi è disponibile a votare proposte di nuove maggioranze, su cui i decani di alcuni partiti lavorano tra cenacoli riservatissimi ed sms di sondaggio.

Cosa potrà accadere allora? Che Giuseppe Conte, come ha anticipato, si presenti alla Camera per verificare se l’Esecutivo ha ancora il sostegno del Parlamento, se c’è una maggioranza che condivide la sua azione, non necessariamente coincidente con le forze del Conte-due. A questo punto gli oppositori dovranno uscire allo scoperto e si vedrà se i renziani sono compatti col loro leader nella sfiducia, quanti centristi “responsabili” accorreranno in aiuto di Palazzo Chigi e se i numeri in soccorso compenseranno le perdite. Una conta che a Montecitorio non è cruciale, visto che la maggioranza è abbondantemente blindata, diventa tuttavia significativamente propedeutica per la convalida al Senato dove il risicato scarto di voti costituisce un pericoloso banco di prova. Se i rinforzi in arrivo dal gruppo Misto e da Forza Italia saranno pari alle attese, alea iacta est per Conte; con Renzi alle corde, costretto a rimanere fuori da un Conte-ter.

Il quadro si capovolge però se i numeri non dovessero tornare, se i renziani orientati a rientrare nel Pd saranno meno del previsto, se la risposta degli “azzurri” o dei deputati tuttora parcheggiati nel limbo del “Misto” si mostrerà tiepida e non sarà ben accolta da Pd e M5S. Di certo ciascuno dei due contendenti ha pesato gli eventuali “acquisti”, sa bene chi ha il poker e chi bluffa.

A confermare il movimentismo di queste ore, c’è la dichiarazione proprio di ieri sera della senatrice Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella, eletta in Forza Italia e a capo di un suo gruppetto al “Misto”: “Se in Parlamento il presidente del Consiglio Conte dovesse rivolgere un appello ai ‘Responsabili’ per andare avanti certamente sarei pronta ad accoglierlo, perché aprire una crisi al buio in questo momento sarebbe un atto di grande, grande irresponsabilità”.

Secondo il leader di Azione, Carlo Calenda, competitor di Renzi nella stessa area elettorale, ci sarebbe bisogno di “un esecutivo di amministratori e tecnici, che siano dentro ma anche fuori dalla politica. L’Italia sta correndo rischi enormi e la politica deve essere all’altezza. Serve una figura di grande capacità: penso a Mario Draghi ma non penso sia l’unico”. La crisi innescata da Matteo Renzi, aggiunge Calenda “mi sembra una buffonata: se apri una crisi lo fai per cambiare governo e presidente del consiglio, se tutto questo si chiude con un Conte ter e tre nuovi ministri, assistiamo solo a una sceneggiata”.

Ma nella strategia renziana, con le dimissioni delle due ministre di Italia Viva, l’Esecutivo è già in crisi e l’eventuale mossa di Conte di andare allo scontro in Parlamento sarebbe un boomerang perché cambiare maggioranza sconvolgerebbe il rapporto con Pd e Cinquestelle cui non tornerebbe gradito il suo protagonismo, prologo di un nuovo partito. Renzi considera un passo falso quello del premier che cerca un assist in Parlamento, ritiene che non avrà l’apprezzamento sperato e di tal guisa «non solo non ha messo in sicurezza il Conte bis ma ha messo a rischio anche il Conte ter. E ammesso anche che vincesse, cioè che trovasse i numeri, vorrei vederlo poi…». Punta alle sue dimissioni per cambiare organigramma di governo con tre vicepremier, modificare il Recovery, ricorrere al Mes per la sanità.

Nel Pd l’ipotesi che l’eventuale Conte-ter possa ripartire con l’appoggio di un gruppo di “responsabili” non sembra andare a genio e logora ulteriormente i rapporti non idilliaci.

Pochi giorni e sapremo. Se il 7 gennaio l’Aula di Montecitorio sarà piena, vuol dire che c’è stata la chiama generale a essere presenti, preludio all’arrivo del premier; altrimenti tutto rinviato. In ogni caso già da ora i deputati sono stati invitati dai rispettivi capigruppo a rendersi subito reperibili, a Roma.

 

Il quadro si complica per registi e figuranti, qualsiasi previsione oggi è azzardata perché difficile la lettura di ciò che sta avvenendo all’interno della maggioranza e tra le forze di opposizione. Di certo c’è un movimentismo smaccato non sotto traccia che vede protagonisti i pochi “dottor sottile” dimostratisi abili tessitori in precedenti esperienze, alacri nei contatti coi singoli parlamentari per sondarne la disponibilità su ipotesi praticabili senza interrompere la legislatura. In ballo c’è il governo che, per ammissione dello stesso premier Giuseppe Conte, galleggia, si trova in una situazione sospesa che dura da un po’ e questa inazione forzata rischia di tradursi in un disastro epocale se non si corre immediatamente ai ripari.

Il richiamo è venuto persino dal cauto e filogovernativo commissario europeo Paolo Gentiloni preoccupato del ritardo dell’Italia sul fronte Recovery Fund, risorse di cui si discute da tempo ma al momento cristallizzate solo in bozze con numeri a capocchia, contestate dentro e fuori l’Esecutivo, bocciate in primis dai renziani.

L’alleato Matteo Renzi lanciatosi nell’attacco frontale, ormai non lascia più dubbi sulla crisi di governo imminente; la delegazione di Italia Viva anche ieri all’uscita dall’incontro col ministro dell’Economia Gualtieri ha definito abissali le distanze sul merito del Recovery. Se ne è fatto una ragione il premier che, nella conferenza stampa all’Ordine dei giornalisti, ha previsto questo scenario, escludendo tuttavia sue dimissioni e giudicando invece ineludibile un passaggio parlamentare dove verificare se il suo governo conta ancora su una maggioranza o meno.

Ed eccoci al punto: c’è una diversa maggioranza in Parlamento e a favore di chi? Tra i due litiganti… a godere potrebbe essere un terzo?

I rumors dentro e fuori i Palazzi accreditano situazioni diverse, a seconda della fonte.

La prima: Conte ha accresciuto il favore nei sondaggi, dalla sua vi è già al Senato un nuovo gruppo trasversale “Italia 23” a sostenerlo; peraltro, in tanti danno per scontato che si prepari a fondare un suo partito, il che non è proprio gradito a molti nel Pd e tra i Cinquestelle. Renzi nel silurarlo non voleva certo far loro un favore, ma potrebbe aver sottovalutato questa conseguenza che agevolerebbe un cambio a Palazzo Chigi ma solo per per ridimensionare Giuseppi.

La seconda: l’impulsiva azione di Renzi tornerebbe utile al premier sciente che una decina di renziani, insofferenti ai suoi colpi di scena, sarebbero pronti a mollarlo per rientrare in casa Pd. Isolato l’alleato scomodo, i numeri al Senato sarebbero compensati da appoggi in area centrista, spazio su cui aleggia l’inossidabile Gianni Letta. Potrebbero arrivare quindi rinforzi dai “responsabili” guidati da Brunetta così da arrivare a fine legislatura con un Conte-ter. Gli ammiccamenti non sono mancati negli ultimi tempi e lo stesso rapporto M5S-Forza Italia è ben diverso dall’esordio. Anche nel Centrodestra c’è aria di riposizionamento con una componente azzurra capitanata da Renzulli e Ghedini che dialoga meglio con la Lega di Zaia piuttosto che con Salvini.

La terza: Conte accentratore, premier per altri due anni e candidato a capo partito non andrebbe più giù a chi lo ha proposto, né imbarcare nell’Esecutivo ter esponenti azzurri sarebbe indolore. Mutatis mutandis, Renzi esaurita la sua carica energizzante e per qualcuno inaffidabile, stenterebbe a coagulare adesioni attorno al suo progetto di “governo forte” magari a guida Mario Draghi. In questa impasse nelle ultime ore è riemersa la figura di Dario Franceschini, uomo di mediazione, che nel ridare smalto al Pd avrebbe il compito di imbarcare tutti nella nuova arca. Certo sarebbe inesplicabile dopo aver ammonito Renzi che il dopo Conte sarebbe stato un match tra lo stesso Conte e Salvini. Ma le vie della politica sono infinite. E Palazzo Chigi val bene una sconfessione.

Comunque tutte congetture finora, che si dipanano di notte per complicarsi l’indomani. Di sicuro c’è che il Conte-bis è finito. In attesa della Befana.

 

Sta in questo epigrafico “saluto” la sintesi della giornata politica di ieri: dove Ciao è l’acronimo di quattro capitoli intitolati Cultura, Infrastrutture, Ambiente, Opportunità… ma al contempo è l’ultimo preavviso di Italia Viva al governo.

I quattro titoli sono quelli articolati in 61 punti che costituiscono il pacchetto dei renziani sul Recovery plan, una sintesi per smontare le 103 pagine del “Next generation Eu” elaborato dal premier e dal ministro dell’Economia Gualtieri che, secondo il leader di Iv, è un piano senza ambizione, senz’anima; raffazzonato.
Renzi va a ruota libera nel suo nuovo affondo che praticamente anticipa l’abbandono della maggioranza; dice chiaramente che nel piano “si vede che non c’è un’unica mano che scrive, è un collage di pezzi di diversi ministeri, opera da burocrati”. Ergo, se Palazzo Chigi non lo smonterà per riscriverlo ex novo “le due ministre e il sottosegretario di Italia viva si dimetteranno”.

Renzi parla da Palazzo Madama e usa toni ultimativi. Sa di essere ago della bilancia nella coalizione che sostiene il Conte II, sa pure che senza un’iniziativa dirompente che lo riporti al centro della scena il suo partito finirebbe per essere messo alle corde. Deve giocarsi il tutto per tutto e farlo adesso per sopravvivere e non perire, e l’unico modo è proprio quello di liquidare il governo Pd-Cinquestelle in questa fase delicatissima in cui anche i partner sono deboli; l’Esecutivo si mostra in affanno; non c’è una strategia chiara su come investire i 209 miliardi in arrivo dall’Europa; manca una visione di futuro per il Paese; molti parlamentari sono in cerca di una nuova casa. E’ un azzardo il suo ma non ha altra scelta, né l’alternativa di un rimpasto potrebbe risultargli salvifica, semmai finirebbe per cuocerlo a fuoco lento, indebolirlo fino ad annientare anche quel modesto 3% che, secondo sondaggi, costituisce la sua quotazione attuale. Tenta quindi il sussulto, una reazione brusca e comunque motivata dai troppi tentennamenti che hanno appannato gli ultimi mesi di governo mentre urge adesso un programma serio di lunga prospettiva perché sulle risorse del Recovery si scommette il futuro del Paese.

La delegazione di Iv sarà ricevuta dal ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. I capigruppo del Senato Davide Faraone e quella della Camera Maria Elena Boschi, assieme alle ministre Elena Bonetti e Teresa Bellanova presenteranno il maxi pacchetto con i 61 punti, animati da intenti bellicosi e per ribadire il loro “Ciao” a 4 voci (Cultura, infrastrutture, ambiente, opportunità) che sono la base del piano Iv.

Il “ciao” mi ricorda quel direttore regionale siciliano che insofferente e più volte sul punto di mandare al diavolo il suo assessore, approfittò di una nota per articolare ogni capoverso con un capolettera scritto in grassetto, in modo che mettendo in fila i capolettera venisse fuori un clamoroso “vaffa…”. In quel caso gli bastò per essere appagato.

Il “ciao” di Renzi non rappresenta sornionamente la levigatezza di un’analisi, per quanto la politica sia pure teatralità, istrionismo, melodrammaticità. Appare piuttosto come il capolinea di un percorso ruvido, sconnesso, senza visuale.

E restiamo in Sicilia perché qui da alcune settimane i renziani sono protagonisti di un’iniziativa tendente ad aggregare forze centriste sulla base di una “Carta dei valori” che ha già ottenuto l’adesione di diversi deputati regionali (Udc, autonomisti, ex grillini, componenti del Gruppo misto all’Ars) oltre ad un centinaio di professionisti e noti imprenditori, tutti ammaliati dalla voglia di “centro” che, secondo i promotori, è nelle corde dell’elettorato cui proporsi come unica sigla al prossimo appuntamento con le urne. Sicilia laboratorio? Presto per dirlo, in passato lo è stato più volte.

Tornando a Renzi, escludiamo che dopo i ripetuti attacchi, le violenti sferzate, le divergenze sostanziali a tuttotondo, il suo si riveli un ennesimo penultimatum o si accontenti di un rimpastino. Cosa ha da dirsi con gli attuali compagni di avventura sul reddito di cittadinanza che non solo non condivide ma reputa un flop? O sulla giustizia, a cominciare dal tema prescrizione? O sul Mes, che lui vuole e i cinquestelle rifiutano. Infine, sulle infrastrutture: una su tutte, il Ponte sullo Stretto, per citare l’opera che massimamente segnerebbe il riscatto del Sud, escluso dal Recovery abbozzato dal premier Conte perché avrebbe un arco di tempo di realizzazione maggiore rispetto al Piano. Renzi sollecitava già la realizzazione quando era premier; più volte lui e i suoi lo hanno indicato come indispensabile, adesso che i soldi ci sono sarebbe imperdonabile accettare il veto di chi si oppone ad un’infrastruttura che proietta il Meridione nel futuro, riportando quest’area al centro dello scacchiere mediterraneo. Le nuove tecnologie, il fatto che si tratterebbe non più di un’opera civile ma “industriale” cioè con componenti prefabbricati, strutture di montaggio preparate, consente di dimezzare i tempi (vedi ponte Morandi), quindi neppure su questo fronte avrebbe giustificazione l’assunto del governo.

Renzi, nell’intestarsi questa scommessa espressamente citata nella “Carta dei valori” dei centristi siciliani, sa di mettere a segno un colpaccio che affranca Sicilia e Calabria dall’emarginazione e di intestarsi una realizzazione di respiro internazionale. Aspetto non trascurabile per chi guarda Oltreoceano, ha fatto delle relazioni all’estero un punto di forza e mira al consenso dentro e fuori casa.

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Presidenti di Regione, parlamentari del Sud, deputati e consiglieri di varia appartenenza: basta sviare, sonnecchiare, tollerare, stare a guardare da remoto lo strazio di un Meridione che si consuma nell’insipiente pochezza di chi governa il territorio, nell’apatica rassegnazione di Comuni, Università, Enti, Ordini professionali, rappresentanze di imprenditori, sindacati, associazioni, club service e così via. Qui si rischia la desertificazione.

Nel post pandemia, non ci sarà spazio per lagnanze e scaricabarile; né per velleitari annunci su autoreferenziali risultati; o per conferenze stampa utili solo, forse, a giustificare il difetto di azioni vere, mirate, efficaci. Vi è a portata di mano un’opportunità epocale: colmare un secolare gap infrastrutturale, mettere insieme le intelligenze di diversi ambiti, attrarre investimenti, rivoluzionare il destino di questa parte del Paese per affrancarsi dall’interminabile oscurantismo e tornare protagonisti in Europa. Questa opportunità si chiama Ponte o, se si preferisce, attraversamento stabile dello Stretto. Più pontifex si sono affacciati tra Scilla e Cariddi con proposte varie su cui 30 anni fa si scelse quella meno attuabile. Ora siamo a una svolta che favorisce pacate e feconde decisioni.

Non è un manufatto per far sopravvivere Messina e Reggio, che già basterebbe a giustificarlo perché così le due città saranno costrette a riorganizzarsi per non perire, ma un’opera che, nel segnare la fine della condizione di arretratezza delle regioni cenerentola d’Europa, darebbe come poche altre sommo lustro all’arditezza nazionale. Si annuncia l’arrivo di una messe straordinaria di risorse; il Governo è alla ricerca di progetti di sviluppo da presentare a Bruxelles ed è in gioco l’ultima chance per affermare la centralità dell’Italia nel Mediterraneo, riaccendere i motori di tante imprese; proiettarsi su orizzonti più ampi che coinvolgono la mobilità e i rapporti commerciali dentro il Vecchio Continente e con il dirimpettaio Maghreb.

Su quest’opera si sono coltivati sogni di gloria che per decenni hanno obnubilato le menti nell’inseguire improbabili primati mondiali con un ponte di tre chilometri e 300 metri a campata unica, che nel mio recente libro “Spalle al mare” ho definito campato in aria e dove non sarebbe transitato alcun treno, forse neppure una carriola. Rincorrere illusori record ha solo fatto perdere tempo e opacizzato una connotazione ben più seria che non è quella dell’orgoglio macho-ingegneristico di mostrarlo più lungo, piuttosto di accreditare un tracciato realizzabile e sicuro per gommato e ferrovia insieme.

Bene, a un paio d’ore di volo da qui, sul Bosforo, la Turchia si è attrezzata con un terzo ponte, a campata unica di 1408 metri. E’ il ponte stradale e ferroviario oggi più lungo al mondo: 1408 mt, praticamente un terzo di quello che si vaneggiava di voler realizzare nello Stretto vent’anni fa, con gli esiti che abbiamo visto: scarsa considerazione a livello comunitario, anni di deliranti previsioni, compiacenti valutazioni e slalom istituzionale fino alla liquidazione della “Stretto di Messina spa” dove eppure si scommetteva sulla tenuta dell’impalcato a prova di sisma, confortati… da modelli matematici, prove di laboratorio, simulazioni in gallerie del vento.

Poiché dal dire al fare… ogni sproposito chimerico svanisce, ecco che il mare con la sua forza e le rotaie con la loro rigidità hanno imposto la logica della realtà: inconcepibile ancora oggi un ponte sospeso a unica campata di oltre tre chilometri, tant’è che non è stato realizzato da nessun’altra parte del globo. E vale la pena rilevare che la costruzione del terzo ponte sul Bosforo porta la firma dell’impresa italiana Astaldi-Impregilo, cioè gli stessi di quel ponte “datato” e probabilmente di quello a venire.

La saggezza dell’esperienza ha riportato qualificati progettisti a più realistiche elaborazioni e l’ipotesi dell’ing. Aurelio Misiti prevede ora un ponte con due pilastri in acqua per ridurre la parte centrale a un massimo di 2 chilometri, che potrebbe accorciarsi ulteriormente nel recepire le raccomandazioni degli ingegneri ferroviari (i nuovi treni sono lunghi in Italia fino a 750 mt ma in Europa anche di più).

Il Ponte assume valenza nel Corridoio Berlino-Sicilia sull’alta velocità ferroviaria (Roma-Catania in tre ore e mezzo!). Va inquadrato infatti nell’ottica di una più rapida connessione dei mercati del Nord all’hub portuale di Augusta e da qui a Malta e alla dirimpettaia Africa. Se si perde di vista il contesto complessivo di una visione macroregionale del Mediterraneo, si svilisce la portata dell’infrastruttura. Sono considerazioni che dovrebbero accomunare tutte le regioni meridionali e lo stesso mondo produttivo nazionale nel volere il collegamento, indispensabile per la conquista di mercati emergenti, proiettato in uno scenario intercontinentale che intercetti l’enorme flusso in transito dal Canale di Suez.

Analogo valore per l’opzione tunnel sub alveo proposto dall’ing. Giovanni Saccà: 4 chilometri in galleria da scavare dentro la “sella dello Stretto” cioè a -100 metri circa. Un’idea progettuale che trova spunto nel fatto che da Gioia Tauro a Villa le Ferrovie hanno già previsto un tracciato in galleria, come pure sul lato messinese: potendo sfruttare tale distanza, basterebbe dare al tracciato la pendenza necessaria per giungere alla quota prevista, a quel punto scavare i 4 chilometri sottomarini e congiungere le due gallerie.Dunque, ponte a tre arcate o tunnel sub alveo sono le due ipotesi in campo… tertium non datur, perché la terza inquietante eventualità sarebbe un ennesimo pretestuoso rinvio. Altri 30 anni? Non ci perdonerebbero neppure in Polonia!

La classe dirigente è avvertita: scongiurare un tradimento sfrontato, perché a nulla dopo varrebbe l’esimersi da corresponsabilità, quale che sia l’imprinting partitico.

Il Gruppo di studio insediato al Ministero si pronuncerà a giorni. Poi toccherà al Governo e alla politica fare la propria parte: i profili tecnici e quelli economici mai come ora convergono e si coniugano con proposte progettuali sostenibili, acquisizioni rigorose della ricerca, bisogno di operosità, bisogno di prospettiva, concretezza lungimirante. Vi sono diversi esponenti siciliani e calabresi nell’Esecutivo: facciano prevalere le ragioni della realizzazione sul chiacchierìo di impreparati e sprovveduti che, inidonei a gestire il presente, arretrano e si dileguano al momento di confrontarsi sul futuro.

 

Le risorse del Recovery Fund offrono un’occasione eccezionale per riposizionarsi, invertire quel trend in discesa che ci ha emarginati, accreditare l’Isola riferimento dell’Europa; intercettare i flussi mercantili provenienti da Suez; assecondare la trasformazione industriale, agganciare lo sviluppo alla rivoluzione green che è già nei fatti (basti pensare alla riconversione di centrali elettriche e degli stessi mezzi pesanti che abbandoneranno il gasolio per le celle a combustibile: a Roma entro il 2025, l’azienda rifiuti convertirà 2500 camion).

Il Ponte serve per arrivare dappertutto prima e meglio. Parliamo del ponte a campata unica “corta” inferiore ai 2mila metri, proposto dall’ing. Aurelio Misiti, non a quello originario di 20 anni fa che supponeva di impiantare fra Scilla e Cariddi un arco di 3km e 200 metri e comunque mai approvato dal Cipe che avendo rilevato una serie di criticità richiedeva approfondimenti e progettazione supplementare (lo ricordiamo a chi sostiene tuttora che potrebbe trattarsi di progetto cantierabile).

Torneranno utili alcuni studi a suo tempo portati avanti dalla società Stretto di Messina, come quelli sui fondali e sui venti: ricerche che, secondo i “pontisti”, sconsiglierebbero l’ipotesi tunnel sia se ancorato al fondo sia subalveo per la violenza delle correnti che provocano sollecitazioni orizzontali e per la faglia che con un terremoto 5.0 Rickter potrebbe squarciare la galleria. Non a caso si fa rilevare che in un contesto sismico analogo come quello di San Francisco, nel 1936, si escluse la galleria per preferire il ponte che resistette al terremoto di 7.1 del 1989. Diversa la valutazione di chi sostiene l’opzione tunnel (che approfondiremo fra qualche giorno con il proponente ing. Giovanni Saccà). Entrambe le soluzioni intanto sono al vaglio del gruppo di studio insediato al Ministero.

Adesso si tratta di affrancarsi dai vecchi tromboni, dai vari nammugghiamu u pani (si dice così?) insomma di chi è spinto da interesse personale o di gruppo, seppur legittimo, nel sostenere un progetto di fatto caducato. Occorre un salto di qualità, fare squadra, capire che il mondo è già cambiato e la pandemia ne accelererà la velocità, scommettere sulle capacità dei meridionali, affrontare le sfide e fare tesoro delle novità anche ingegneristiche che si sono registrate negli ultimi trent’anni, per esempio con la tecnologia off shore dei petrolieri che lavorano a 1600 mt di profondità mentre nello Stretto si opererebbe a quota -80 per le pile da affondare dentro cassoni, ossia i pilastri che reggerebbero la campata centrale che potrebbe ridursi a 1700 mt. Anche i costi, a quanto pare, sarebbero più ridotti rispetto al preventivo originario (fra i due e tre miliardi, ma sui numeri meglio non addentrarci perché sono sempre “ballerini”).

E’ il momento del coraggio della scelta. Palazzo Chigi saprà far trionfare il sistema Italia? La Regione siciliana e le altre Regioni del Sud spingeranno con forza in una visone di Macroregione per coniugare economia e cultura in un unico piano di sviluppo del Mezzogiorno che potrebbe ribaltare l’attuale divario col Nord e far rifiorire aziende meridionali che avevano 5mila dipendenti, operavano in giro per il mondo e si sono liquefatte? Il Ponte si è trasformato da opera civile in opera industriale con prelavorati da commissionare e quindi tali da rivitalizzare comparti industriali sparsi qua e là in Italia e fuori.

In Germania lo sanno bene ed esulterebbero all’idea di poter acquisire commesse ma ancor di più per l’opportunità di avvicinarsi ai mercati africani facendo viaggiare più speditamente le proprie merci. Non solo Germania. Cito solo il caso della svedese Ikea: ha il centro più importante di produzione mobili a Piacenza; i semilavorati arrivano dal Brasile, via Gioia Tauro su nave giungono a Genova, caricati sui Tir vengono consegnati a Piacenza da dove i mobili rifanno lo stesso tragitto per i mercati dell’Asia: una settimana di viaggio che col Ponte si ridurrebbe a 24 ore. Basta per rendersi conto dei tempi e costi incomparabili? E di quali potenzialità si legano al manufatto stabile tra Sicilia e Calabria?

Mancano un paio di settimane al responso del gruppo di studio chiamato a esprimersi sulla valenza economico sociale e sulla scelta ponte o tunnel. La piacentina ministra De Micheli non sembra un’accanita sostenitrice né dell’uno né dell’altro, forse diffidente sui risvolti anche nordisti dell’investimento al Sud. A meno di coup de théatre, dovrebbe emergere con convinzione l’innegabile urgenza di procedere e porre fine alla ridicola telenovela. Confidiamo che sia maturata sufficientemente la consapevolezza di un’opera che simboleggia la ripresa, capace di dare impulso poderoso al decollo del Paese non un semplice raccordo Messina-Reggio. In un sussulto di orgoglio nazionale, il premier Conte superi le esitazioni; assuma su di sé l’ardimento della prodezza: è l’unica chance per riaccendere i motori della fabbrica Italia, attirare l’interesse e lo sguardo del mondo verso di noi.

NOTIZIARIOEOLIE.IT

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Stretto Messina, attesa per fine anno la relazione sul ponte, poi la decisione

A fine anno il gruppo di lavoro incaricato dal Ministero delle infrastrutture e trasporti di valutare le proposte progettuali per la realizzazione di un attraversamento stabile dello Stretto di Messina presenterà la propria relazione conclusiva che conterrà la proposta di migliore soluzione tecnica di collegamento stabile dello Stretto di Messina.

Lo ha confermato la ministra delle infrastrutture e trasporti Paola De Micheli, durante una riunione del gruppo di lavoro per l’audizione dei rappresentanti delle Regioni Sicilia e Calabria e dei Comuni di Messina e Reggio Calabria.

“Da quel momento in poi si aprirà il momento della politica e del dibattito pubblico con il percorso che dovrà portare alla decisione finale, se procedere o meno alla realizzazione dell’opera”, ha detto la ministra, annunciando anche la propria audizione sull’argomento presso le Commissioni Parlamentari competenti il prossimo 15 dicembre. 

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