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di Pietro Lo Cascio

La notizia di Procida Capitale della Cultura 2022 ha ricevuto diversi commenti; chi si congratula con i procidani e suggerisce di seguirne l’esempio, chi la legge in termini di milioni di euro che avremmo potuto avere se avessimo fatto, e varie altre declinazioni.

Certo, che un comune di diecimila abitanti in un’isola di quattro chilometri quadrati abbia avuto la geniale intuizione e la determinazione di presentare un progetto a livello nazionale, e forse anche internazionale, un po’ sorprende.
In genere pensiamo alle isole, o le viviamo, come luogo che si anima un po’ d’estate, più in stile “passerella”, per ripiombare poi in una latenza invernale di dieci mesi dove non accade assolutamente nulla... 

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L'INTERVENTO

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di Sara Basile e Rosellina Neri*

Con attenzione e il piacere di sempre abbiamo letto quanto scritto dall’amico Pietro Lo Cascio circa la resistenza passiva del nostro territorio, reso orfano di Cultura.

Qui scrive una generazione che “gli anni d’oro” dell’isola di Lipari e non, richiamati così alla memoria dai nostri genitori, li ha visti sui ritagli di giornale, vissuti nei racconti degli altri, percepiti e rubati dagli sguardi di chi c’era. L’immobilismo è il carattere degli anni che viviamo, reso ancor più tangibile dai fatti drammatici degli ultimi mesi dove, anche solo immaginare era ed è tuttora utopia. 

A Lipari non si sogna più - dice Pietro- ed è senza dubbio vero. Il paese resiste quando vuoi salvarlo. Gli piace stare con la trave sulla pancia. Gli piace stare blindato, conservato sottovuoto come salsiccia per l’esportazione mentre paroline da giuridico mediocre, incolore, insapore, ma in grado di sopirci con il loro effetto placebo, “proroga, rinvio, inagibilità, contenzioso, ci stiamo lavorando, non ci sono soldi, troveremo le chiavi”, gonfiano l’arte del placare. 

Scrive Franco Arminio, scrittore e poeta autodefinitosi come “paesologo”, che “i paesani stanno uccidendo i paesi perché oggi i paesani non sono più i cafoni di una volta, quelli potevano essere inchiodati alle tradizioni, ostili al nuovo, ma almeno erano solidali col luogo, avevano dei saperi, una dignità, una cultura. I paesani di oggi a volte sono relitti antropologici, sottomarini dell’autismo corale, fringuelli dell’insolenza”.  

La notizia di Procida Capitale della cultura 2020 è stata letta da noi con un pizzico di invidia infantile: è il quadro di fine anno scolastico che ti mette di fronte alle tue insufficienze. Bocciati magari, non ci siamo proprio presentati. Ora non è sicuramente “invidia il tuo prossimo” l’atteggiamento giusto per crescere, ma soffermarsi sui propri errori potrebbe essere la chiave di svolta per liberarsi dal sacchetto del sottovuoto anaerobico.

Spesso alcuni paesi sono piccoli inferni. Chi è operoso sembra uno da cui guardarsi, uno che non c’entra con lo spirito del luogo e allora, serve una battaglia contro gli scoraggiatori, quelli che Carlo Levi chiamava i “Luigini” e che oggi ci sono ancora, sono i conservatori che prendono senza dare, i tirchi a oltranza e accogliere, invece, chi vuole fare qualcosa di buono, gli incoraggiatori, provando a fare un esercizio di ammirazione, supportando o quantomeno non ostacolando il variegato mondo delle Associazioni Culturali di Lipari. Ma questo è stato già scritto su questo blog. 

Serve soffiare sulla bonaccia dal basso, ma serve anche qualche tiro in porta dell’amministrazione. Sognare si, ma anche destarsi non guasterebbe.

*IN LINEA DA BERLINO

NOTIZIARIOEOLIE.IT

18 GENNAIO 2021

 Da Roma in linea Francesco Malfitano "Procida capitale della cultura 2021 che sia la riscossa per noi isolani..."

A dispetto della risicata geografia, a Procida invece hanno contattato architetti, cercato artisti, immaginato eventi e location; va anche detto che l’isola ha già un suo respiro culturale, ha ospitato trenta edizioni del premio Elsa Morante, oggi ospita Maretica di Alessandro Baricco, e tuttavia per arrivare a essere capitale ha lavorato sodo. Ma, soprattutto, prima ha sognato. 
Qui sembra che da tanto tempo non sogni più nessuno. Negli anni Ottanta il teatro del Castello, da giugno a settembre inoltrato, era pieno di spettatori ai concerti dell’Orchestra sinfonica siciliana e degli artisti in cartellone regionale – lì ho ascoltato l’indimenticabile Maestro Alirio Diaz, e dopo quella sera ho deciso di imparare la chitarra; per tutto il decennio successivo, gli spalti erano gremiti di gente assetata di cinema, alle belle serate organizzate dal Centro Studi; sempre in quegli anni, da un’idea di Bruno Carbone – e con il sostegno di sponsor locali e nazionali – era nato il Festival delle Eolie, con serate memorabili, colossi del jazz come Sarah Vaughan e Lionel Hampton, e ancora Lucio Dalla, Eugenio Bennato e non ricordo chi altri.

Sempre in quegli anni, l’amministrazione comunale di Michele Giacomantonio inventava “Festa di Maggio”, straordinaria esperienza culturale che ha riavvicinato gli eoliani alla loro storia e alle loro radici. Sempre in quegli anni, l’amministrazione comunale, il museo, il compianto professor Cenzi Cabianca sognavano all’unisono presentando la candidatura delle Eolie per la World Heritage List, candidatura poi accettata dall’UNESCO nel 2000. Sempre in quegli anni…
Poi l’attività onirica in questo paese si è fermata, all’inizio dirottata verso altre sponde – c’era chi sognava i megaporti – e in seguito più nulla. Eppure, l’alimentazione non ha subito profondi cambiamenti, e più o meno assumiamo tutti sufficienti dosi di vitamina B6, che notoriamente stimola la carica emotiva dei sogni.

Deve essere accaduto qualcosa. Oppure, semplicemente, non è successo più nulla. I sogni infatti si nutrono di realtà, e se in questa non accade nulla, è probabile svegliarsi la mattina senza ricordarsi nemmeno se abbiamo sognato qualcosa.

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