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di Franco Andaloro*

Non sono i delfini ma le stenelle o i tursiopi a interferire con i pescatori artigianali che li chiamano “feri i canali” o “feruna” perche i delfini veri e propri vivono in mare aperto lontano dalla costa. Nel tratto di mare tra la costa settentrionale della Sicilia e le Isole Eolie a volte ci sono anche globicefalidi come i granfi e i globicefali, ma molto più raramente. Sono tutti mammiferi marini che si nutrono di pesci, sono animali molto belli, talvolta socievoli, che sono entrati nell’immaginario collettivo come simbolo di eleganza e di libertà e sono anche ritenuti intelligenti, come se si facesse loro un complimento accumunandoli all’uomo nella capacità di elaborare pensieri complessi che abbiamo saputo rendere spesso devastanti per la natura e per noi stessi. I delfinidi hanno di più la capacità di comunicare tra loro attraverso suoni che spaziano dalle emissioni metalliche alle frequenze ultrasoniche che usano per localizzare e forse anche tramortire la preda, e comprendono anche la produzione di note pure e di fischi modulati.

Nonostante i vari sibili siano stati catalogati e associati a specifici comportamenti, non vi sono prove documentate di un linguaggio sintattico. I delfini assolvono a compiti complessi ma nessuno ha dimostrato in modo sicuro che sappiano valutare a priori le conseguenze di un'azione. Sono abili a memorizzare lunghe sequenze di suoni e di riconoscerli in particolare quando l'apprendimento comporta l'uso dell'apparato acustico. Tutte le specie di mammiferi marini, quindi anche i delfinidi, sono protetti dalle convenzioni internazionali sulla tutela della biodiversità.

Se rappresentano una Miribilia Maris, una vera e propria meraviglia del mare e un vero patrimonio naturale, in mare c’è anche un grande patrimonio culturale, anch’esso meraviglioso, che va difeso e tutelato, quello dei pescatori. I pescatori artigianali sono oggi un bene prezioso e collettivo, sono depositari di un immenso patrimonio immateriale ricco di sapere, tradizioni, sul quale è stata costruita la recente legge regionale sull’identità culturale della pesca. Propri sui pescatori, si è tenuta domenica scorsa a Mazara del Vallo la conferenza episcopale nazionale dell’Apostolato del Mare proprio per restituire ai pescatori quella centralità sul mare che oggi li vede fragili difronte a una crisi economica del settore.

Eppure proprio sui pescatori artigianali si basano le nuove politiche del turismo blu che li vuole come attori principali dei prossimi scenari di attrazione dei turisti attraverso i profili etnoantropologici della pesca, gastronomici, rituali. Ma sarebbe un errore pensare che il ruolo del pescatore sia fuori dalla pesca reale come gli indiani d’America e i turisti nelle riserve. I pescatori devono prima di tutto pescare poi diversificare la loro attività. Ho sottolineato questo per ribadire che i pescatori artigianali sono essi stessi fragili e devono essere protetti con la massima energia, oggi le risorse pescabili sono drammaticamente ridotte, soprattutto in Tirreno meridionale e la causa non sono i pescatori professionali e la sovrapesca come si vorrebbe fare credere ma le cause sono da ricercare nel bracconaggio, nella pesca illegale, nel cambiamento climatico e nell’inquinamento non dimenticando le plastiche.

Se le risorse ittriche mancano per i pescatori mancano anche per i delfini e così scoppia una “guerra tra poveri”. I pescatori vanno a pescare e ritirano le reti con ampi squarci che richiedono giorni e giorni di lavori per ripararle a parte la perdita di cattura, l’azione dei delfinidi verso la pesca è anche indiretta, se i pescatori eoliani escono alla pesca del totano risorsa tradizionale ed economicamente importante per loro, e ci sono delfinidi nell’area di pesca, i totani allarmati dalla presenza dei predatori scompaiono quantomeno non sono pescabili e i pescatori possono ritornare indietro. I pescatori avevano già pagato un prezzo altissimo alla tutela dei delfini, la chiusura delle spadare e delle altre reti pelagiche derivanti che avevano dato una grande spinta economica alla pesca eoliana.

Si era aperta una grave situazione di crisi e di conflitto per la chiusura della pesca con queste reti proprio perchè ritenute la causa della morte di molti delfinidi, Conflitto che si riaccende proprio quando la pesca con altri attrezzi non è produttiva. I pescatori eoliani ci hanno provato: attraverso le attività del CoGePA locale, attraverso un piano di gestione della pesca adottato con grande responsabilità e la limitazione di alcune attività ma tutto rischia di essere vano se poi si vedono nell’impossibilità di pescare perché i delfinidi, anche loro a corto di pesca vengono sottocosta e rompono le loro reti.

Le soluzioni non sono molte ma devono essere portate avanti dalle associazioni di pescatori, dalla politica della pesca e dalla ricerca scientifica. Una di queste è l’uso dei pinker ovvero dispositivi elettronici che emettendo suoni e/o colori fungono da dissuasori. Finora non hanno funzionato perché, oltre alle opposizioni degli animalisti su presunti disturbi al sistema nervoso dei delfinidi, dopo un periodo di efficacia, i delfini sopportavano il fastidio delle onde elettromagnetiche dissuasive e, anzi, le usavano proprio per identificare la posizione delle reti. Oggi ve ne sono di nuova generazione che dovrebbero superare questi problemi, dopo una fase di sperimentazione vedremo la loro efficacia.

Un altro sistema è quello di indennizzare i pescatori dei danni subiti, con sistemi oggettivi e certificati per evitare di creare un altro ammortizzatore sociale inefficace, anzi pericoloso per il settore. Certo è che oggi, difronte ai nuovi fondi del FEAMP sulla pesca, le strategie dell’innovazione regionali e il PNRR necessita in vestire in nuove tecnologie che possano tutelare i delfinidi e salvaguardare i pescatori garantendo loro uno futuro reale e rendendoci conto che sono loro portatori di saperi e cultura senza i quali saremmo tutti più poveri.

*Biologo marino

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