
di Mirko Saltalamacchia
Ci stanno presentando un teatrino dell'orrore, un palcoscenico mediatico dove l'indignazione si veste a festa per le cause più "alla moda". L'hashtag di Gaza va forte, sui social campeggia la bandiera palestinese con cuoricini a profusione.
Ma questa ondata di "solidarietà" è davvero ciò che sembra, o nasconde una profonda e scomoda ipocrisia? Ascoltate bene, perché il ridicolo è dietro l'angolo.
Sembra che oggi essere "buoni" sia diventato facilissimo, basta un click. Un'immagine, un video commovente e zàcchete: nella nostra bio troneggia il simbolo di Gaza, facendoci sentire subito paladini della giustizia, campioni di umanità. Ci viene raccontata una storia con nemici chiari, una narrativa semplice che ci fa sentire dalla parte giusta, quella che piange i bambini palestinesi.
E ci sta, certo, la sofferenza è sempre inaccettabile.
Ma quanti di voi sanno che la guerra israelo-palestinese, per quanto tragica, è solo la settima in ordine di gravità in termini di morti e atrocità in corso nel mondo? Settima, non prima. Eppure, ogni storia, ogni video, ogni bio, si tinge di palestinese. Perché? Forse perché è la guerra più "comoda" da raccontare, quella con un'etichetta chiara che non richiede un'analisi profonda e che ci permette di vestirci di buona coscienza senza troppi sforzi.
Il Silenzio assordante sull'Inferno Reale
Dove sono finite le bandiere dello Yemen nella vostra bio? Lì, un bambino muore ogni dieci minuti a causa di una guerra che dura da dieci anni, orchestrata da potenze come Londra, Washington e Parigi. Avete mai visto un cuoricino per lo Yemen? Zero.
E il Sudan? Due generali che si spartiscono un paese in macerie, villaggi rasi al suolo, stupri di massa, donne e bambini trattati come bestiame. Un inferno in piena regola, eppure il vostro silenzio è totale.
Il Congo? Milioni di morti negli ultimi vent'anni per le materie prime che alimentano i nostri cellulari. La batteria del vostro iPhone dura di più grazie ai bambini schiavi che scavano coltane a mani nude. Avete mai versato una lacrima per loro? Mai.
E ancora: la Birmania, con il suo golpe e i massacri; l'Etiopia, teatro di un genocidio con blackout informativi e giornalisti uccisi; la Libia, il Mali, la Somalia… L'elenco degli "inferni dimenticati" è lunghissimo. Bambini carbonizzati, rapiti, venduti come carne da macello per guerre che servono a garantire i nostri carburanti, i nostri diamanti, i nostri costosi smartphone.
Le Guerre Che Contano Davvero, Quelle Scomode
Perché di queste stragi non si parla? Semplice: non conviene. Le guerre che contano davvero, quelle che muovono i fili del potere e del denaro, si combattono per gas, diamanti, coltan, percorrere strategici. E i bambini, in questi conflitti, sono solo carne da macello. Ci vengono mostrati solo quando servono a suscitare in noi quella commozione superficiale che ci fa sentire vivi e compassionevoli.
Quindi, la prossima volta che vi sentite fieri di cliccare "condividi" per Gaza, ricordatevi. È solo il settimo inferno di una lista di disperazioni di cui non vi importa veramente nulla.
Mentre voi vi sentite attivisti da tastiera, un bambino yemenita muore di fame in una tenda sfondata. Una bimba sudanese viene violata da un miliziano che nessuno arresterà. Un ragazzino congolese soffoca sotto una miniera per far funzionare il vostro telefonino da 1500 euro.
La Gerarchia del Sangue e l'Ipocrisia Selettiva.
Non è cinismo parlare di "gerarchia del sangue" quando la pietà è così selettiva. Quella che chiamate compassione è, in realtà, pura ipocrisia. Scegliete di soffrire solo per ciò che vi viene presentato in modo facile e "instagrammabile", ignorando le tragedie più complesse, quelle che richiederebbero un impegno reale, uno studio, una presa di posizione scomoda.
Ma tanto, sappiamo come va a finire. Quattro secondi dopo aver dimenticato questo post, un video di un gattino che suona il pianoforte avrà cancellato dalla vostra memoria questi "inferni". Fino al prossimo video su Gaza, che vi permetterà di indossare nuovamente la vostra finta maschera di attivismo digitale.
Smettetela di illudervi. La vera umanità non si misura con un hashtag, ma con la capacità di vedere e sentire il dolore ovunque esso sia, anche quando non fa comodo.
“La flottiglia per Gaza non è un'idea nata per avere successo. È un progetto concepito per essere fermato, il suo unico vero trionfo è la sua stessa inefficacia programmata.
il vero obiettivo non era raggiungere Gaza, non era portare un aiuto concreto che, lo sappiamo bene, non sarebbe mai passato.
L'obiettivo era molto più subdolo e, per certi versi, agghiacciante: dimostrare al mondo che c'è chi considera la sofferenza di Gaza un atto "normale", un problema da ignorare o, peggio, da bloccare.
E non parliamo di ingenui. Tra chi era a bordo non c'erano solo idealisti sprovveduti. C'erano giornalisti, medici, scienziati, giuristi, persino ex militari. Professionisti che conoscono la guerra, le leggi del mare, le dinamiche geopolitiche.
Sapevano. Sapevano del blocco navale in vigore da 18 anni. Sapevano che nessuna nave civile era mai riuscita a infrangerlo. Conoscevano il copione, prevedevano la conclusione esattamente come in una tragedia annunciata.
Eppure, sono salpati lo stesso. Perché? Non per vincere contro Israele, non per ottenere un passaggio. Ma per costringere il mondo a indignarsi. E il mondo, oggi, si indigna solo quando l'orrore viene normalizzato, quando il fallimento di iniziative come questa viene messo in scena per generare un impatto emotivo.
Il fallimento, quindi, non è una sconfitta, ma il vero motore dell'operazione. Il fine ultimo era il fallimento stesso, confezionato ad arte per garantirsi una risonanza mediatica enorme.
In questo ventunesimo secolo, non si parte più per vincere. Si parte per perdere, per trasformare la sconfitta in uno spettacolo che attiri l'attenzione, per gridare al mondo "guardate cosa ci fanno fare!".
Si salpa per non perdere la battaglia con se stessi, per auto-assolversi di fronte all'ineluttabile, usando il martirio programmato come arma di comunicazione. È un'idea disperatamente impraticabile, figlia di un'epoca in cui la causa, per quanto giusta, sembra valere solo se la sua rappresentazione è disastrosa”.
