Da una ricerca di Massimo Ristuccia.

LA REPUBBLICA: I GATTOPARDI DI PANAREA NELL' ISOLA DEL PARADISO PANAREA

Viste dal finestrino d' un jet, le Eolie sembrano una manciata di sassi deposti sapientemente a fior d' acqua. E dall' alto si dice che sia cominciata la leggenda di Panarea. La guerra era appena finita e un giorno di primavera Neno Vicentini, detto il comandante, un curioso personaggio che fu medaglia d' oro della Resistenza non so in quali formazioni, volava su un vecchio aereo militare.

Vide Panarea, vi girò sopra un paio di volte, e giurò a se stesso che in quell' isola si sarebbe costruito una casa. Ma quando, qualche tempo dopo, vi sbarcò, anche altri l' avevano scoperta: Leonardo Cremonini, Anselmo Francesconi, mezzo mercante e mezzo pittore, e Giulio Contarini, un romagnolo piccolo, magrissimo, nero nero, arredatore e gran cercatore di oggetti d' arte e di artigianato, che ancor oggi riempiono un negozietto sul porto, in una confusione voluta.

Abitarono in casa d' un prete, pagando un fitto miserrimo. Si guardarono attorno e a poco a poco trovarono terreni da acquistare con vecchi ruderi da restaurare. Cremonini si fece una casa a Drautto, la parte dell' isola rivolta verso Lipari, Francesconi e Contarini a Idditella, la parte che invece guarda verso Stromboli. Fu come un segnale. Anno dopo anno da una vecchia motonave, la Lipari, che una volta alla settimana d' inverno e due d' estate, faceva il giro delle isole partendo da Napoli, sbarcarono altri personaggi: i fratelli Verbisciach, con una fama di play boys, due anziane e inseparabili signore inglesi, di cui una aveva gallerie a Londra e a Zurigo, una contessa Bettelheim e quindi lo stesso Neno Vicentini. 

Sebastiano Matta vi fu chiamato da Cremonini, con un telegramma che diceva: Se mi mandi duecentomila lire, ti compro un terreno e un rudere nel posto più bello del mondo. Matta non esitò: mandò il denaro a Cremonini, e quando vi arrivò assieme alla moglie di allora, Matilde, si trovò proprietario di un pezzo di terra situato su un cucuzzolo quasi a picco sul mare, di fronte a Stromboli, dalla cui cima, di sera, partivano verso il cielo scintillanti lingue di fuoco. E in poco tempo vi costruì una casa bellissima.

A tutti costoro Panarea sembrò un paradiso. L' isola era piccola e verde, le sue acque straordinariamente limpide, la gente gentile e servizievole. Non v' erano strade che permettevano l' arrivo di automobili, non v' era luce elettrica, l' acqua bisognava pomparla dalle cisterne con rudimentali strumenti a mano, le comunicazioni difficili, si poteva parlare con il continente solo via radio e raramente si riusciva a capire qualcosa.

La vecchia motonave Lipari, affiancata poi da una più piccola, la Eolo, si fermava a cento metri dalla terra dove si sbarcava a bordo di barche a remi chiamate rollo, sapientemente guidate dal vecchio don Salvatore Tesoriero, delegato del sindaco del comune di Lipari, di cui tutte le Eolie fanno parte, e dai suoi figli. Gli abitanti di Panarea erano meno di duecento, in maggioranza vecchi. I giovani emigravano in Australia appena potevano. Abbandonate, così, si presentavano le coltivazioni a terrazze di viti e di olivi.

Quasi nessuno faceva il pescatore: per paura del mare, come in tutte le comunità contadine, e perché a quel tempo non si sapeva a chi vendere il pesce. Sull' isola vegliava, e regnava, un vecchio Gattopardo. Era medico e si chiamava Giuseppe Cincotta. Era fuggito da Stromboli dopo un terremoto. Vi era tornato qualche tempo dopo per assistere al matrimonio d' un parente stretto e nel bel mezzo della festa la terra aveva tremato di nuovo. Ne ripartì precipitosamente giurando che non vi sarebbe tornato mai più.

Era un uomo di grande intelligenza, dalla figura imponente, lo sguardo acuto, l' eloquio ironico e sibillino. Quando arrivai la prima volta a Panarea avevo la febbre. Lo feci chiamare e lui, dopo avermi visitato, senza trovar nulla di grave, spalancò la porta della stanza e mostrandomi il mare con un gesto regale, disse: Lei è arrivato nel luogo più salubre del mondo. Anche se fossi il miglior medico della terra non potrei prescriverle medicina più efficace. L' attività principale del vecchio Cincotta, di cui diventai, negli anni, grande amico, consisteva, oltre che nell' esercitare la professione di medico condotto, nel comprare case e nell' allevare figli. Di case ne comprò decine.

Di figli ne ebbe cinque, tre femmine e due maschi. Allora era facile comprare. Gli emigrati le vendevano a poco, un po' per tagliare tutti i ponti con l' isola mai amata. Cincotta aveva tempo da spendere, e così si applicava a mettere d' accordo fratelli, sorelle, cugini spesso proprietari della stessa casa, o di minuscoli pezzi di terra con un rudere da riattare. Nacque così quello che adesso si chiama il villaggio Cincotta.

Le case comprate dal vecchio dottore, divise in stanze a due letti sommariamente arredate, venivano affittate ai primi turisti che scoprivano Panarea. In un ristorante centrale, un terrazza a picco sul mare, venivano serviti enormi piatti di pastasciutta, da un cameriere di Lipari, Giuseppe, che a Panarea si trasferiva durante l' estate. Si trascorreva una vacanza bonaria, a prezzo modesto.

Il mare era favoloso, si veniva caricati al mattino in grandi barconi che depositavano i bagnanti su uno degli scogli a poche centinaia di metri Lisca Bianca, Lisca Nera, Dattilo, Basiluzzo, Calajunco, la Calcara per essere ripresi qualche ora dopo cotti dal sole e stanchi delle lunghe nuotate. A sera era uno spettacolo assistere alla cena della famiglia Cincotta, riunita attorno a un tavolo dal quale si dominava il ristorante, con il dottore a capotavola e la moglie, una gentile signora sud-americana, unica donna nella vita di don Giuseppe, di fronte, silenziosa e schiva.

Ogni tanto gettavano l' ancora in rada barche a vela dai proprietari con nome prestigiosi. Si fermavano poco, e i loro occupanti scendevano a terra per bere un caffè nel bar del vecchio Catania o per dare uno sguardo, spesso trovandovi cose di grande gusto, al negozio di Giulio Contarini, che durante l' inverno girava la Sicilia per cercarle. Impossibile mancare, due volte alla settimana, la partenza struggente della Lipari che tornava a Napoli proveniente da Messina, e il cui arrivo veniva preannunciato, prima che sbucasse da dietro gli scogli del faro, da un lungo fischio di sirena.

Fu la nascita dell' albergo Cincotta a mettere in movimento il turismo a Panarea. Il vecchio dottore era nel giusto quando diceva che questo era uno dei posti più belli del mondo e che la gente avrebbe finito per accorgersene. Fosse stato per lui, però, l' isola sarebbe rimasta un luogo per persone di condizione modesta, in grado di spendere lo stretto necessario per una vacanza di mare. Matta, Cremonini, Vicentini, i Ruspoli, i Sirignano, Mauro Mancia, che a poco costruirono case, li considerava fiori all' occhiello.

Da costoro, del resto, Cincotta era rispettato, dato che a lui ci si poteva rivolgere contando sulla sua cortesia. Sbagliò, invece, nel pensare che il suo monopolio sarebbe durato a lungo. Sull' onda di un turismo che diventava sempre più numeroso, sorsero i primi ristoranti. Nino il Nero, con sua moglie Adelina, ne organizzò uno proprio sul porto. Vi si mangiava del buon pesce dato che Nino finì con l' imparare l' arte della pesca. E poi Fanino, gran muratore che ha costruito case splendide, Pina, Sulfaro, Tindaro, Paolino, con una dolce moglie diventata, forse per amore, gran cuoca e così via.

Da principio quasi tutti costoro si disputavano le cernie di Mario Alberti, formidabile subacqueo, che ancor oggi, giorno dopo giorno, rovista tutte le tane sparando solo alle grandi e aspettando che le piccole crescano. Anche Mario Alberti è stato uno dei pionieri dell' isola e ad essa è rimasto profondamente legato, come del resto quasi tutti gli altri sbarcati nell' immediato dopoguerra. Più tardi, però, il mestiere di pescatore si diffuse, e si diffusero anche le barche che a Panarea venivano a vendere il pesce spada, di cui si mangiavano fette enormi, alla pizzaiola o arrosto. La più diretta concorrenza a Cincotta nacque con l' albergo La Piazza, costruito dai fratelli Verbisciach e animato da Maria Teresa, una donna di verve straordinaria, moglie di Gianni, uomo gentile e pigrissimo.

Ma il vecchio dottore non se la prese. Capì, infatti, che il sogno dei Verbisciach, di fare di Panarea una specie di piccola Capri, non si sarebbe mai avverato. L' isola si difendeva con la lontananza, l' assenza di tradizione, la difficoltà delle comunicazioni, la mancanza della luce, la necessità di risparmiare acqua e soprattutto l' assoluta impossibilità di circolare in un' automobile. La Piazza ebbe una sua clientela tra gente che amava il bridge e i cocktail d' un barista esperto.

Ma i vecchi patiti di Panarea non abbandonarono mai Cincotta. Ugo Baduel e Laura Lilli, ad esempio, che pur trascorrevano, per la verità più Ugo che Laura, interminabili serate al bar della Piazza continuarono regolarmente ad abitare una stanza di casa Caletta, una delle più belle dell' albergo del vecchio dottore. Né vi abitò mai Renato Nicolini, che da giovane architetto frequentò l' isola, nuotando per ore, maschera e pinne, fianco a fianco alla sua compagna di allora, Vanna Fraticelli. Decisivo, invece, per Cincotta e per l' isola, fu l' arrivo di Paolo Tilke, sbarcato negli anni sessanta da Parigi, assieme a una moglie bella e intraprendente.

Era un gigante biondo, di cui non si conosceva bene il passato ma che Cincotta, con il suo intuito infallibile, classificò subito come un nemico potenziale. E in effetti, dopo essersi installlato in una casa abbastanza malmessa, Tilke studiò i metodi adottati dal vecchio dottore per comprar case e terreni. E li copiò. Dapprima piccole operazioni di compravendita che gli permisero di accumulare un capitale iniziale, poi un bar sullo scoglio del faro, poi case da lui costruite con grande maestria su terreni da lui comprati e poi venduti e infine l' albergo Raya, oggi assai frequentato, affiancato da una boutique piena di sete indonesiane.

La gente di Panarea, all' inizio, non lo amò, anzi lo osteggiò apertamente, probabilmente per soggezione al vecchio dottore. Al quale chiesi una volta come andassero i suoi rapporti con il nuovo concorrente. Quando ci incontriamo mi rispose ci abbracciamo con le spalle. Tilke dovette superare non poche difficoltà. Ed ebbe coraggio e talento. Per farsi rispettare dagli isolani escogitò un sistema assai originale.

Comprata una barca di Matta, che si chiamava il Sant' Uccello, usciva da solo o con la moglie Miriam, quando il mare era in tempesta e i pochi pescatori avevano tirato a secco le loro, incrociando per ore tra Panarea e Basiluzzo. La gente guardava il gigante biondo ritto al timone investito dai flutti ammirando la sua forza e il suo coraggio. E a poco a poco cominciò a rispettarlo. Lo stesso Cincotta, ormai vecchio e stanco, si trovò costretto ad annacquare la sua ostilità. Prima di morire dovette prendere atto che Tilke era riuscito a costruire un albergo in un punto che domina l' isola, più in alto di tutte le case da lui comprate nel corso di alcuni decenni. Il funerale, tuttavia, se avesse potuto vederlo, l' avrebbe ripagato da questa sola, grande amarezza della sua vita: quando il feretro venne sbarcato da Messina, dov' era morto, tutti gli abitanti di Panarea erano sul porto in lacrime. Un addio corale e commovente a un uomo la cui scomparsa chiudeva per l' isola un' epoca.

Son tornato a Panarea dopo molti anni. C' era Giulio Contarini, sempre più piccolo nel suo negozietto sempre più zeppo di cose belle e meno belle, c' era Alik Cavaliere, che come sempre navigava assieme alla moglie Adriana con la sua piccola vela senza motore, c' erano i Verbisciach non più proprietari della Piazza venduta agli eredi Cincotta, i quali come ogni anno, ai primi di luglio, hanno accolto sul molo il dottor Onofrio, l' unico della famiglia emigrato a New York dove vive, era atteso Leonardo Cremonini nella sua bella casa da Drautto, c' era Esmeralda Ruspoli, che dopo aver girato L' Avventura di Antonioni non ha mai interrotto la tradizione di lunghe vacanze a Panarea nella piccola e graziosissima casa di Idditella, c' era Gianni Spanò come sempre infagottato in un camice bianco nel suo soffocante negozio di generi alimentari, c' era Malitte Matta, con il suo inconfondibile cappello arancione, c' era Anselmo Francesconi chiuso a dipingere da mattina a sera, e pochi altri della Panarea di allora, compreso Mario Alberti che continua a pescare cernie, e la signora Guadagni che d' estate continua ad aprire la sua bella boutique di Panarea.

Il vecchio fornaio Catania, sempre più magro, che d' inverno costruisce anche lui case accurate, continua a sfornar pane due volte al giorno, l' unico pane che Panarea consuma. Gli altri, tutti gli altri, mi son sembrati folla anonima, che non si presta a storie. Ma l' isola, nel complesso, m' è sembrata migliorata. Non ho visto brutture edilizie: qualche casa di troppo, forse, ma senza vistose deturpazioni del paesaggio. C' è la luce elettrica, benedetta dagli abitanti in contrasto con l' opinione, e la battaglia condotta da alcuni dei proprietari di case per l' estate che, fregandosene delle esigenze di chi a Panarea vive tutto l' anno, trovavano più romantici i lumi a petrolio.

L' isola è più pulita, il mare è sempre splendido, le automobili sempre assenti, l' approvvigionamento idrico più regolare. Insomma il paradiso è rimasto. Salvo forse quella concentrazione di barche di lusso che, chissà perché, si radunano tutte nelle stesse baie e alle stesse ore. Pare che molti ricchi preferiscano stare insieme negli stessi posti, per valutarsi l' un l' altro.

Ma, a ben pensarci, è un bene. Angoli di straordinaria bellezza rimangono infatti, così, deserti, per la gioia di chi li conosce e ad essi giorno dopo giorno ritorna, rispettando però una vecchia regola non scritta che consiglia di passare oltre, di cercare altri posti se in quello desiderato qualcuno è arrivato prima. A Panarea questa regola è ancora rispettata.

E la tendenza a un certo imbarbarimento, altrove diffuso, qui m' è sembrata lontana. Persino la storica ostilità tra i Cincotta e i Tilke sembra essersi placata: hanno scoperto che rispettare gli uni il lavoro degli altri val meglio che continuare ad abbracciarsi con le spalle. Però io stesso, fedelissimo sostenitore del clan Cincotta, ho messo finalmente piede, ospite di Anselma e Giuliano Ferrara, nel ristorante di Tilke, rivangando piacevolmente con Paolo i tempi delle passate ostilità.

dal nostro inviato ALBERTO JACOVIELLO 09 AGOSTO 1988

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