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Di Samuele Amendola. 
(Pedagogista, educatore)

Quando un Paese decide di mettere un limite all’uso dei social per i minori, non sta negando la modernità. Sta riconoscendo che la crescita ha un ritmo, e che ogni età ha il suo linguaggio, le sue sfide, i suoi tempi di maturazione.

Come ricordava Philippe Meirieu, “educare è introdurre l’altro alla libertà, ma una libertà che non lo distrugga”. È questo il cuore della questione: proteggere non significa controllare, ma creare le condizioni perché un ragazzo possa diventare sé stesso, senza essere travolto da un mondo che non è ancora in grado di decifrare.

Il digitale non è un nemico. È un ambiente. Ma ogni ambiente, per essere abitato, richiede competenze, equilibrio, e la presenza di adulti che accompagnano. Maria Montessori parlava di “preparare l’ambiente” perché il bambino possa muoversi in libertà e sicurezza. Oggi quell’ambiente non è solo la casa o la scuola, ma anche lo spazio virtuale. Eppure, in troppi casi, i ragazzi vi entrano soli, senza strumenti, spinti da un bisogno di appartenenza che gli adulti faticano a comprendere. Le famiglie, spesso, si ritrovano isolate.

Tra il desiderio di proteggere e la paura di escludere, tra notti insonni e smartphone sempre accesi, cercano un equilibrio che da soli non riescono trovare. Un bambino cresce bene solo se incontra un ambiente rispondente si suoi bisogni educativi e di crescita.

Oggi quell’ambiente non può essere costruito solo nelle mura domestiche: deve diventare una responsabilità collettiva. Servono politiche educative chiare, che diano ai genitori strumenti e legittimità per dire “non ancora” senza sentirsi giudicati. Servono scuole che non si limitino a vietare, ma che insegnino a comprendere, ad abitare in modo critico il mondo digitale. E serve, soprattutto, una comunità che torni a credere che l’attesa fa parte della crescita, e che nella vita, ogni cosa ha il suo tempo. Rispettarlo non è un passo indietro, ma un atto profondo di fiducia nella crescita umana.

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