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Categoria: Libri

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di Ettore Resta

Terzo perché ero troppo in alto per raggiungerli. Avrei dovu­to ridiscendere tutti i gradini e poi risalirli. Non sareb­be stato certo un divertimento, era già troppo stanca. Postami a sedere, la cupola si ritrasformò in fungo. Stetti a sbadigliare un poco, stirate le braccia verso l'alto, guardato intorno: "Buon giorno" salutai a tutto ciò che lo sguardo stava incontrando ciao, ciao ‘’ ripetei. Sentivo la necessità di una colazione. Mi mancava il sorriso di mia mamma nel porgermi il biberon... Mi strinsi sulle spalle, tirate le briglia, attesi che il fungo partisse.

Fu una illusione. Non solo non andò in volo ma non fece neanche l'accenno " Ed adesso?" mi chie­si. Alzatami, portatami accanto, gli parlai a bassa voce come si fa nelle orecchie dei cavalli. Ma non mi diede proprio ascolto. Rassegnata mi risedetti su quel finto prato ed attesi. Continuai a guardare il paesaggio intor­no. Delle macchie bianche attirarono la mia attenzione. Erano delle pecorelle in compagnia di alcune caprette. Mentre le une brucavano calme, le altre saltellavano per afferrare e mangiare le foglie tenere dei rami di ulivo. Correvano e saltavano piene di gioia. Nella foga di accaparrarsi le migliori fronde, involontariamente, una fogliolina entrò loro nel naso.

Prontamente per il solle­tico, le caprette emanarono un fortissimo starnuto nella nostra direzione. A quel ciclone di vento il fungo, forse per paura fece un guizzo trainando tutto verso l'alto. Così iniziammo un nuovo volo.

Contenta quanto mai salutai: "Ciao isola di budino, grazie per la tua ospitalità e per le tue leccornie... Spero un giorno rive­derci ancora... Cercherò di portare con me tanti amici. Ciao, ciaooo..." Salutai a lungo col gesto della mano ed essendo ormai lontana, non riuscii più a sentire la rispo­sta. Questa volta ero volata in alto, in alto. Parecchio alto, tanto da incontrare uno storno di aironi in volo i quali faticosamente andavano. "Beata tu che ti diverti figliola. Noi andiamo lontano per vivere, così vuole la natura." Disse una di esse con aria rassegnata. Avrei voluto seguirli. Ma sinceramente, preferii continuare a volare tra le isole del vento lasciandoli nel loro emigra­re. Ero riuscita a volare volteggiando nell'aria divertendo­mi un mondo a rincorrere e raggiungere le bi ed i gabbiani.

Alcuni di essi erano rimasti indifferenti alla mia presenza, altri invece spaventati, avevano cercato di riprendere quota sbatacchiando a casaccio le ali. Così bordeggiando per i cieli, mi ritrovai a passare intorno ad un'alta stele di lava nera. Mi chiesi come fosse sorta. "Il mare nel tempo le ha corroso l'isola ed il cra­tere." Echeggiò una voce di cui non riuscii a capire da dove venisse. Volai sulla gobba del grosso topo, poi sulla testa ed infine stavo per raggiungere il formaggio rosicchiato. I resti di un villaggio preistorico erano la al sole ad ascoltare il canto assordante delle cicale. Volevo atterrare, ma il fungo, malgrado io tirassi le redini con forza, non volle proprio saperne. Non riuscivo a spie­garmi il perché. (continua)

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La mia barca

L’Intervista del Notiziario al comandante Ettore Resta, l’artista sulle ali 

Da Milazzo in linea Ettore Resta. I racconti del Pasticcino. 6°puntata

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