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di Ettore Resta

" Non preoccuparti, seguici," dissero alcune lucciole. Fatto un fischio, tutte quelle che si trovavano nella cavità dei muri, dei tronchi e dei sassi, corsero all'appello. In men che non si dica, se ne rac­colsero tante da produrre una luce così intensa che mi permise di raccogliere un bel paniere di more di rovo. Avrei potuto pungermi con le loro spine, ma questo non avvenne. Esse, al mio allungare le mani, si nascon­devano rientrando nei flessibili rami lasciandomi spa­zio. Al termine rientrammo. Lungo il cammino "Come si chiamerà?" Mi chiesi "avrà un nome. Lo chiederò a lui, anzi sarò proprio io a dar­gliene uno". Felice di quanto deciso, trotterellando tor­nai al fungo. "Sssst!" Mi intimarono le due lucciole rimaste di guardia. "Si è addormentato". Lo guardai, volevo svegliarlo. "Non farlo!" " Come farò a dargli da mangiare?" Pensatoci su, decisi. Avvicinategli alle lab­bra uno di quei neri dolci frutti di palline, attesi la rea­zione. Non l'avessi fatto. Aperta la bocca, stette per addentarmi le dita. Così ad una ad una, il cesto fu quasi vuoto. Quando sentì di essere sazio, cambiata l'espres­sione crucciata, si girò su un fianco e continuò il sonno. "Chissà mamma come sarà contenta nel vedermi torna­re a casa con un fratellino. " Mangiai anch'io alcune di quelle more, erano proprio gustose. Preferii lasciargli le altre nel caso si svegliasse con l'appetito. Quando le lucciole spensero le loro luci, il silenzio giunse con il sonno ed il tepore del fungo ci protesse dal freddo della notte. Il martinpescatore, accovacciatosi tenendo ben nascosta la testa sotto l’ala, continuò il suo russare, mentre il gufetto felicissimo, scrutando nel buio, continuò la sua caccia notturna volando da un albero all'altro. Un vocio di scalatori echeggiò per la valle. Mi svegliai. Guardato attraverso la finestra del fungoplano, notai ai piedi del grande cratere spento un nutrito numero di turisti intenti, con scarponi ai piedi e bastone, a risalire la china del monte. Il pensiero non andò a loro, ma al risveglio del fratellino. Avrebbe pianto nuovamente ed io non avrei potuto accudirlo. Dovevo trovare una mucca che mi desse un po' di latte. Girai in lungo e in largo per l'isola ma sembrava che le mucche in quei luoghi non fossero mai esistite. Eppure doveva esserci qualche soluzione.

"Beeeh!" chiamò una pecorella che stava brucando poco distante, nell'intuire il mio proble­ma. "Grazie" le risposi. Da piccola inesperta volevo mungerla, ma non avendo un recipiente per versarvi il latte, la pregai di attendere e di non allontanarsi. Essa ubbidì rimanendo a brucare fin quando il giovanetto non fu sveglio. Accovacciatasi per terra, lasciò che il piccolo, come un agnellini, succhiasse il necessario dai suoi capezzoli. Quando il giovanotto fu sazio, sgat­taiolando tornò a bordo. "Grazie ancora" le dissi ed essa per la gioia di essere stata utile, mi rispose nuova­mente belando ed agitando la coda. Salutatala ancora con la mano, tirate le briglia per sprone, partimmo. Veleggiammo verso l'isola dalle due gobbe. Questa volta il vento non mi avrebbe di certo fatto alcun scher­zo, in special modo per il bimbo, sarebbe rimasto terro­rizzato. Davanti al laghetto della salina, erano uscite dal porticciolo numerose barche approfittato del tepore e della brezza. Vele bianche e colorate si stavano incro­ciando con maestosa eleganza. Tra esse, curiosa, stava avanzando una vela latina. Il suo navigare era diverso come diverse erano quelle coloratissime a palloncino gonfi di vento. Ci divertimmo a passare loro accanto lasciandole sorprese. Imboccato col fungoplano uno dei profondi canaloni, più simile a profonde cica­trici inflitte all'isola dagli alluvioni, risalimmo la china del verde alto monte .(continua)

L’Intervista del Notiziario al comandante Ettore Resta, l’artista sulle ali

Da Milazzo in linea Ettore Resta. I racconti del Pasticcino. Puntata n.12 

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