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di Cristina Marra

“Q.B.” di Matteo Colombo (Unicopli)

Q.B. è la dose senza una indicazione precisa sulla quantità esatta dell’ingrediente da usare, ma quel quanto basta può diventare “un pizzico” segreto o quantomeno quello che, se ben dosato, fa la differenza di gusto in una pietanza, dando la libertà al cuoco di decidere. Ma Q.B. può anche essere altro e trasformarsi in un menu-giallo con delitti che elimina cuochi di fama come se scegliesse le portate in una carta al ristorante e ce lo racconta brillantemente Matteo Colombo che, dietro quelle due lettere puntate, nasconde le iniziali di un nome, Quinto Botero, chef stellato e detective per autodifesa. Numero uno della collana editing free “La porta dei dèmoni” di edizioni Unicopli diretta dal geniale Flavio Santi, il romanzo è una originale indagine sociale attraverso il mondo, le suggestioni e ritualità della cucina, in cui le vittime, i sospettati, gli investigatori diventano ingredienti letterari di un menu narrativo che ruota intorno al crimine. La cucina, nella penna di Colombo, che come un cuoco esperto, dosa bene tutto e cuoce al punto giusto, diventa vittima, carnefice e giustiziere. Morte e creazione culinaria si intrecciano in una trama ben congegnata e mai banale in cui si muovono un serial killer, il cuoco-detective, un commissario di polizia e lo sguardo-specchio di una delle vittime che segue le indagini. Ambientato alle porte del Natale, il giallo è una eccellente prova narrativa per l’esordiente Colombo che inserisce indizi piu’ o meno celati che omaggiano i grandi autori del genere, tra tutti Agatha Christie.

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Intervista a Letizia Triches autrice di “Delitto a Villa Fedora” (Newton Compton)

Letizia Triches ritorna in libreria e lascia il segno per l’eleganza della sua scrittura e la trama poliziesca che mescola con maestria elementi del giallo classico con il noir psicologico. Con “Delitto a Villa Fedora” inizia una nuova serialità con il commissario Chantal Chiusano dedicata alla città di Roma.

Chantal è stata la coprotagonista di “Verde napoletano”, il tuo primo romanzo, ha fatto una comparsata in “I delitti della Laguna” e adesso è protagonista di una serie a lei dedicata. Quanto questo personaggio ti sta addosso e perché lo hai scelto per farne la protagonista della tua serialità romana? Quando raccontavo di Giuliano Neri, trattandosi di un personaggio maschile, io ero collocata all’esterno. Ed era proprio quello che mi intrigava. Da sempre subisco il fascino di una mente che ragiona e si muove in modo differente dal mio. Volevo perlustrare la psiche di Giuliano, scoprirne gli angoli nascosti e meno scontati. Era una vera sfida. Con Chantal Chiusano funziona in una maniera diversa. Sono simultaneamente dentro e fuori di lei. È una donna come me e, quindi, posso comprenderne ogni moto dell’anima, però non mi assomiglia. Anche se le ho donato alcuni tratti del mio carattere, Chantal continua a sorprendermi, rivelandomi ogni volta qualcosa che mi era sfuggito. Con lei, ho la sensazione di prendere parte a una speciale caccia al tesoro. Una sensazione che mi ha fatto provare sin dal primo romanzo, lasciandomi la strana sensazione che sia lei a condurre il gioco.

Ischitana ma perfettamente a suo agio a Roma, Chantal si adatta a ogni città. È il suo percorrere le strade a piedi a farla entrare nel mood della città? Roma le ricorda in qualche modo la sua Napoli? Da quando la morte le ha sottratto l’amore della sua vita, Chantal è diventata una donna senza fissa dimora. Alla ricerca di un elemento che le sfugge, un enigma irrisolto, con il quale dovrà confrontarsi. Il nodo di tutto è legato a Roma ed è qui che si trasferisce, alla ricerca di una verità ancora da svelare. Tuttavia, passeggiando per la Città Eterna e perdendosi nelle strade meno conosciute e defilate, rispetto a quelle percorse ogni giorno dalla massa dei turisti, avverte nell’atmosfera che la circonda qualcosa di familiare. Qualcosa che le impedirà di fuggire altrove e che la costringerà a restare.

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Hai creato una squadra investigativa. Se col procuratore Massa Chantal condivide la passione per l’arte, con l’ispettore Ferri che rapporto c’è? L’ispettore Ettore Ferri è davvero il suo braccio destro. Eppure non si potrebbero immaginare due persone più diverse. Nulla li accomuna. Ma, contrariamente a qualsiasi previsione, tra i due scatta una sorta di empatia difficile da definire. Non ha nulla a che vedere con alcun tipo di attrazione fisica o mentale, ma li rende una squadra perfetta e affiatata. Nel loro rapporto c’è stima, rispetto, desiderio di proteggersi a vicenda, senso di gratificazione.

Come in un quadro anche sul set cinematografico luci e ombre possono creare un tranello? Cinema e pittura, matrimonio perfetto. La “settima arte” deve moltissimo alla pittura. In un film c’è anche teatro, musica, arti visive Mi vengono in mente film come Barry Lyndon di Stanley Kubrick, Il Decameron di Pier Paolo Pasolini, Il Casanova di Federico Fellini. Per non parlare del grande Luchino Visconti. In queste opere i riferimenti a dipinti famosi sono continui ed evidenti. La realtà rappresentata, sia pure attraverso un’interpretazione artistica, non può prescindere dal suo lato oscuro. Sta a noi individuarlo per non cadere nella trappola di non riuscire a distinguere il bene dal male, strettamente connessi anche dentro di noi.

Dopo la serie del restauratore Neri con Chantal Chiusano dalla vittima a Maria ad Adelaide sono tantissimi i personaggi femminili invece tra quelli maschili emergono quello di Alberto e del giovane Matteo. Ti diverte di più’ raccontare un personaggio maschile o uno femminile? Non saprei fare una distinzione di interesse tra maschile e femminile, perché per me ogni personaggio, a mano a mano che la storia procede, assume una consistenza tale da apparirmi quasi in carne e ossa. Mi interrogo su di lui. Chi è? Da dove viene? Qual era il suo passato? Di sicuro è questa la parte più divertente del mio lavoro, perché do libero sfogo alla mia immaginazione. Alla fine i miei personaggi sono un mix che comprende persone realmente conosciute, persone rubate o semplicemente sognate.

Gli anni Novanta sono il periodo in cui ambienti la storia. Come procedono il tuo metodo di ricerca e la tua ricostruzione storica? Prima di scrivere gialli, professionalmente sono nata come storico dell’arte e la ricerca storica è pane per i miei denti. Conosco perfettamente le modalità operative per procedere a una ricostruzione che sia il più possibile attendibile. Mi dedico di persona alle ricerche perché mi piace. Non potrei mai delegarle a qualcun altro. Esamino libri, riviste, foto, giornali d’epoca. Uso molto internet, ma faccio anche molti sopralluoghi. Amo pensare che un lettore attento possa apprezzare una simile ricostruzione.

Dalla Villa- Castello alle case più semplici e a quella di Chantal. Le case diventano specchio dei tuoi personaggi? In questo romanzo le case in cui abitano i vari personaggi hanno un ruolo molto importante. A partire da Villa Fedora. Il suo vecchio proprietario, il famoso scenografo Alberto Fusco, l’aveva trasformata in una sorta di alter ego. Cito testualmente: “Come se le sue sembianze si fossero dissolte in infinite particelle da rintracciare, una per una, in tutto quello che la casa contiene. Come se ogni cosa fosse il suo riflesso”. Il ruolo delle altre abitazioni, invece, è quello di influenzare, a volte di condizionare, le scelte e i comportamenti di coloro che ci vivono.

Solitudine e famiglia. Possiamo dire che il romanzo ruota intorno a questi due opposti? Ho voluto raccontare la storia della famiglia Fusco in un arco temporale piuttosto lungo, mettendo a fuoco, però, soltanto gli eventi drammatici accaduti nell’autunno del 1992 e nel dicembre del 1974. All’apparenza sembrerebbe una famiglia molto unita, non fosse altro che per il comune interesse professionale legato al mondo del cinema. Esiste persino una sorta di inquietante omertà che lega tutti i componenti del nucleo familiare. Tuttavia, ben presto, Chantal Chiusano si accorge che in quel copione qualcosa non torna, come se ciascuno fosse obbligato a recitare la propria parte in completa solitudine.

Oltre la musica anche il cinema influenza la tua scrittura. Quali pellicole in particolare ti hanno ispirato questa storia?

Il mio sconfinato amore per il cinema ha radici antiche. Risale a quando ero poco più di una bambina e mi appassionavo ai rari film, ovviamente in bianco e nero, che trasmettevano Rai 1 e Rai 2. Tra tutti i registi prediligevo Billy Wilder. In seguito il mio mito ˗ lo è tuttora ˗ è diventato Alfred Hitchcock, “lo sguardo che spia”. Potrei elencare una serie infinita di motivi di questa mia dipendenza, ma ne citerò soltanto uno. Il massimo della suspense non si ottiene facendo vedere, o descrivendo nei dettagli, le scene più violente e raccapriccianti. Bisogna che sia il lettore/spettatore a immaginare di assistervi. Non esiste nulla che, più della nostra immaginazione, possa scatenare il senso di ansia e curiosità che ci incolla letteralmente alla storia.

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