
C’è una tendenza, purtroppo diffusa, che merita di essere osservata con attenzione: quella di credere che il solo possesso di un titolo accademico – ingegnere, avvocato, architetto, medico o altro – conferisca automaticamente il diritto di avere l’ultima parola su tutto. Come se lo studio, da solo, bastasse a rendere infallibili.
Non si tratta di mettere in discussione il valore della formazione. Studiare è fondamentale, apre la mente, offre strumenti, crea opportunità. Ma quando il sapere si trasforma in presunzione, quando il titolo diventa una medaglia da esibire per zittire gli altri, allora qualcosa si rompe nel dialogo sociale.
La verità non è proprietà esclusiva di chi ha studiato. Esistono intelligenze non accademiche, esperienze di vita che valgono quanto – e talvolta più – di un curriculum. Il pescatore che conosce il mare, l’artigiano che sa leggere il legno, il contadino che interpreta il cielo: sono competenze che non si insegnano all’università, ma che meritano rispetto.
Il problema nasce quando il sapere si chiude in sé stesso, quando diventa elitario, quando si dimentica che il confronto è il vero motore della crescita. L’ingegnere può avere competenze tecniche, ma non è detto che sappia tutto di urbanistica. L’avvocato conosce le leggi, ma non sempre capisce le persone. L’architetto disegna spazi, ma può ignorare la storia che li abita.
La cultura, quella vera, è umile. Sa ascoltare, sa dubitare, sa riconoscere i limiti. Chi ha davvero studiato dovrebbe essere il primo a sapere che la conoscenza è infinita, e che ogni punto di vista può offrire una prospettiva nuova.
In un mondo che ha bisogno di dialogo, di empatia, di collaborazione, è tempo di superare l’arroganza del titolo. Perché la verità non abita solo nei libri, ma anche nelle strade, nei racconti, nei silenzi. E soprattutto, nella capacità di mettersi in discussione.
