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di Massimo Ristuccia

NUOVE EFFEMERIDI N. 46 1999 ARCHEOLOGIA SUBACQUEA LA COSTRUZIONE DI UNA BARCA TRADIZIONALE di Valeria Li Vigni.

Uno stralcio di articolo molto interessante presente nella rivista, ad una foto tratta da essa aggiungo una foto ed un fermo immagine di Alberto e Nunzio Indelicato, storici maestri “d’ascia” a Lipari.

Lo studio delle tecniche di costruzione e degli obiettivi a cui sono finalizzati alcuni metodi permettono di addentrarsi nei significati che assume la barca per il pescatore. Si stabilisce un rapporto di dipendenza affettiva dettato dall'esigenza di avere un mezzo efficiente al quale affidare la propria vita e il futuro economico della propria famiglia. Le cure frequenti, finalizzate a una migliore funzionalità, preservano dai pericoli reali e sim­bolici del mare.

La struttura della barca è basata su un sistema di incroci che richiama la croce di Gesù il nome, quasi sempre di un sunto è un elemento apotropaico che esorcizza il pericolo invocando la protezione divina. La barca diviene fulcro di attività lavorative. di rapporti sociali, ma anche familiari. Rappresenta I’elemento della cultura materiale che cl introduce alla cultura del mare individuando relazioni interpersonali e simboliche che caratterizzano la comunità dei pescatori.

Lo Coco, nel corso della sua opera di maestro d’ascia finalizzata alla costruzione della barca che abbiamo documentato, ci ha spiegato i vari accorgimenti indispensabili.

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FOTO D'EPOCA. ACQUACALDA 1972 COMIZIO DEL MSI CON TANTISSIMI GIOVANI EOLIANI IN PRIMA LINEA...
SETTIMANALE EPOCA N. 1127 foto di Sergio Del Grande.

La costruzione di una barca avviene solitamente su ordinazione. La sua forma e le sue attrezzature corrispondano alle esigenze ben precise del committente E’ frutto del lavoro manuale e può essere generata solamente da un mastro d’ascia, espressione di una tradizione familiare, appresa sin da piccoli. Quest’arte viene trasmessa gelosamente da padre in figlio, chi cerca di imparare da autodidatta non riuscirà mai ad addentrarsi nelle tecniche più recondite che si possono apprendere soltanto per volontà di chi possedendole decide di farne partecipi gli altri.

Diverse maestranze sono coinvolte nella costruzione della barca formando una piccola industria composta dal mastro da seta, dal calafato e dal fabbro ferraio che lavora secondo la tradizione saldando i pezzi a caldo alla forgia. Con l'avvento della meccanizzazione, alla bottega artigiana si sostituirà ruffiana meccanica dove si effetua la saldatura autogena con la fiamma ossidrica, rendendo il lavoro più semplice ed omologato, riducendo il numero degli artigiani e trascurando la cura del particolare.

La costruzione prevede una fase preliminare essenziale per Ia buona riuscita della barca, che consiste nella scelta del legname condizionata da regole stagionali. La scelta del legno da utilizzare nella costruzione è tanto importante da pregiudicarne il buon esito. Un bravo mastro d'ascia sa bene che dovrà scegliere un legno molto duro per lo scheletro in modo che non crepi, mentre dovrà privilegiare l'impermeabilità per il fasciame. Dovrà scegliere legname che assecondi, per quanto è possibile, le parti da costruire. Sarà legname curvo per le parti curve, in modo da rispettare le fibre del legno, e dritto por le parti diritte. Naturalmente, se necessario il mastro d'ascia piega a fuoco il fasciame. La ricerca del legname avveniva solitamente nei paesi montani dell'interno, dose ci si avvaleva come punto di riferimento dei maestri carrai che davano indicazioni circa i luoghi dove comprare il legname migliore.

Lo Coco ci ha raccontato che il legname prima lo comprava a Capo D'Orlando, dove giungeva dai Nebrodi. Si comprava a tronchi comportando notevoli difficoltà nel trasporlo. Adesso si preferisce compralo a Napoli, da dove arriva già tagliato a fasciami.

Le essenze legnose venivano scelte attentamente in funzione delle varie parti strutturali. Si preparavano con legno di quercia la chiglia, il dritto di prua, la poppa e il dritto di poppa, fissandoli su una base di legno. Si posavano, poi, le ordinate (in gelso bianco) che formavano lo scheletro dell’imbarcazione dal centro verso prua e verso poppa dopo averle misurate e tagliate servendosi dello strumento di misura usato dal mastro d'ascia e che si differenzia da una bottega all’altra.

Si fissava, quindi il fasciame che formava la cinta all’altezza del primo banco, in modo da poter inclinare la barca senza che ciò potesse pregiudicarne la struttura. Si procedeva, quindi a completare i bagli, i banchi ed il pagliolato. II fasciame esterno veniva sagomato a fuoco. Un tempo si faceva il fuoco a terra, adesso si usa la fiamma ossidrica. Generalmente l'opera morta veniva ultimata alla fine. Sull’ultima tavola dell’ opera morta venivano fissati gli scalmi che reggevano la fasciatura dell'opera morta stessa. Infine si fissava il torello e il controtorello. Talvolta alcune parti venivano immerse in acqua e sale affinchè il legno, dopo parecchi giorni, diventasse più impermeabile. Si procedeva, infine, al calafataggio che si effettuava inserendo tra le tavole del fasciame canapa catramata in modo da colmare le possibili lacune tra una fascia e l'altra. A calafataggio ultimato si effettua la verniciatura e la costruzione delle parti che riguardano l'armamento velico al quale collabora un altro artigiano. Una particolarità delle barche di Porticello è la prua slanciata.

La costruzione tradizionale rappresenta un sapere assoluto gelosamente custodito dall’artigiano e tramandato solamente al tiglio e in casi eccezionali al ragazzo di fiducia della bottega.

II corretto uso del mezzo garbo determina la riuscita della barca. Si tratta, infatti, di uno strumento indispensabile per la costruzione delle barche. L’uso di questo strumento fa parte del bagaglio di conoscenze dell'artigiano. Il mezzo garbo riproduce la mezza sezione maestra dell‘imbarcazione da costruire e serve a creare le curvature del corpo centrale dello scafo.

Lo Coco ci ha raccontato che prima di intraprendere la costruzione di una barca generalmente preparava il modello. Il modello si provava nella vasca per stabilire la linea di galleggiamento ed il peso dei serbatoi di carburante e idrici e del motore che starà nella barca. Preliminare è il disegno su carta, tracciando la chiglia dello scafo e il piano orizzontale per vedere la larghezza che lo scafo deve avere. Successivamente si ripete l'operazione a distanza intermedia. Su tavole intermedie si traccia una semi larghezza; si uniscono dopo le tavole in base all’esperienza del maestro, si raccordano le varie curve e si scompone il modello. Si vedono così le linee d'acqua che si riportano su un foglio in scala e quindi, sulle ordinate. Tracciando il garbo in base al modello si tracciano le ordinate. Tutte queste operazioni sono affidate all'esperienza del mastro d'ascia.

La barca della quale si è documentata la costruzione è lunga m. 7.20 con la chiglia di m. 5.20. È larga m 2.50 e dovrà essere utilizzata per la pesca del calamari, per la pesca con palangaro. con o senza un verricello idraulico. Le parti che si facevano prima in ferro adesso si fanno in acciaio.

La barca in questione monterà un motore di 180 cv e sarà in grado di avere una velocità di 12 nodi. Sarà attrezzata di salpa ancore, timonerie, passacavi e potrà trasportare 9 persone.

Per quanto riguarda la manutenzione ordinaria si riporta l'esperienza effettuata sulle barche della tonnara di Favignana. La tecnica consiste in una fase preliminare in cui si riempiono le barche d'acqua intervenendo dove si presentano dispersioni con canapa e scalpelluzzo. Battendo il fasciame con lo “scarpidduzzu” l'artigiano esperto riconosce ulteriori falle. Con una fiocina ricoperta di canapa accesa e una ricoperta di vello di montone si passa omogeneamente la pece liquefatta sul fuoco. Mediante la fiocina ricoperta di vello di montone si stende la pece, tenuta costantemente liquida dal calore prodotto dalla matassa di canapa, confezionata con le reti in disuso, che brucia lentamente all’estremità dell'altra fiocina. In questo modo la canapa che si trova negli interspazi del fasciame si impregna di pece e crea una maggiore impermeabilizzazione.

Effettuata la fase di manutenzione si passa a un’altra fase che precede il varo e consiste nel cospargere di “sivu” i “parati” su cui dovrà scivolare la barca facilitando la discesa a mare che si verifica previa tradizionale “annacata” accompagnata dalla benedizione della croce (“spicu”) e dai canti.

Il recupero di queste tecniche arcaiche di manutenzione deve essere oggetto della nostra attenzione In quanto il mantenere vivo questo sistema dà la possibilità di tramandare usi che fanno parte di un sapere destinato a scomparire perché patrimonio di pochi artigiani…

 

 

Con molta pazienza nel tempo libero ho trascritto l'articolo della stampa domenica 30 maggio 1971 sui "mafiosi a Filicudi", allego un ritaglio del giornale e di altri due giornali, tra i tanti che allora parlarono di quel fatto, esattamente: il Popolo 27.05.1971 e AVANTI 27 MAGGIO 1971.
La Stampa domenica 30 maggio 1971 FILICUDI

Filicudi: le campane diedero l'allarme "Sbarca la mafia, e la gente fuggì via. Nell'isola sono rimaste una decina di persone malate ed invalide - Dice il sindaco: « Hanno messo un dito sulla carta geografica ed hanno trovato l'isola; ecco come si rovinano le Eolie» - Gli unici a non perdere la calma sono i quindici presunti mafiosi - Hanno voglia di parlare, si mostrano quasi divertiti - Nell'«operazione Filicudi» sono stati impegnati 400 uomini, dragamine, motovedette, aliscafi, motopescherecci, autofurgoni cellulari e un elicottero (Dal nostro inviato speciale) Filicudi, 29 maggio. « Se Gesù Cristo fosse nato a Palermo, direbbero che è mafioso pure lui, e lo manderebbero al soggiorno obbligato », brontola Giacomo Coppola. E' un gigante in abito sportivo, mani vigorose, spalle e mento da pugile.

L'uomo mi parla sporgendosi dal piccolo terrazzo in cui i quindici mafiosi (o sarà meglio chiamarli presunti mafiosi?) confinati a Filicudi sono riuniti come su un palchetto di teatro. Tutt'intorno si svolgono le più incredibili operazioni di polizia da sbarco della recente storia d'Italia: in terra e in acqua, in mezzo ai cespugli e sulla passerella di attracco non si vedono che carabinieri e agenti, gli occhi rossi di sonno, le facce disfatte dalla fatica, il moschetto a tracolla, lo zainetto con i lacrimogeni.

In rada sono ancorate una motonave, una nave-traghetto, due motovedette. Sul ponte della nave-traghetto si scorgono alcuni autocarri militari. Questa è la scena per quel che riguarda le forze dell'ordine. Per quel che riguarda invece gli abitanti di Filicudi, li vedi scaprettare in lunga fila, giù per i sentieri della montagna, fagotti alla mano, bambini in testa, diretti alla banchina d'imbarco. Nei giorni scorsi, i filicudini hanno dichiarato impossibile la convivenza dei mafiosi, dentro loro fuori noi: è stata l'alternativa.

«E' gente che ammazza i bambini, perché ce li avete portati qui? », han gridato nei giorni scorsi le donne di Filicudi in faccia ai colonnelli, ai questori, ai commissari con la sciarpa tricolore venuti con la truppa a consegnare l'imbarazzante comitiva dei quindici « indesiderabili ». Ma gli ordini sono ordini e per tutta risposta e arrivata da Palermo un'altra motonave carica di carabinieri: ed è apparsa in rada questa nave-traghetto, che tra lo sbalordimento e il sarcasmo degli astanti, ha manovrato lungamente per attraccare a Filicudi. Ma Filicudi ha i fondali molto bassi, e se anche fossero stati profondi, tutto quel materiale non si sarebbe mai potuto sbarcare, perché Filicudi non ha strade: solo mulattiere e sentieri da capre. Dice il sindaco di Lipari, Francesco Vitale: « Hanno messo un dito sulla carta geografica e hanno trovato Filicudi. Ecco come han rovinato l'economia turistica delle Eolie ».

Ora, la gente sta sfollando dalle case: suonano le campane a martello e i filicudini, centocinquanta persone in tutto, si imbarcano alla spicciolata sull'aliscafo per Lipari: episodio unico di resistenza passiva alla mafia e a chi l'ha mandata qui. I mafiosi sono affacciati al loro balconcino, tutti insieme, a spalla a spalla, circondati dai carabinieri. Sono gli unici che, in questi giorni di trambusto e di disagio, non abbiano perduto la calma. Anzi, via via che la perdevano gli altri, sembrano aver acquistato un umore beffardo, una commiserante filosofia di rassegnazione e di scetticismo per le cose di questo mondo. Hanno voglia di parlare. «Scriva, ma scriva giusto! », mi esorta Giacomo Coppola. «Avete scritto che sono nipote di Frank Coppola; il famoso gangster. Vi siete dimenticati che i Coppola a Partinico sono tanti. Perché non fate le ricerche anagrafiche? Io non sono nipote di Frank Coppola; non l'ho mai visto, mai conosciuto, eppure per colpa di questo zio che non ho, mi trovo qui».

Purtroppo non è solo il nome di Coppola che getta una ombra su questo gigante querulo: ci sono anche storie di droga di cui i magistrati non sono riusciti a venire a capo del tutto. Dietro il gruppo dei mafiosi confinati a Filicudi c'è un'impressionante catena di processi mal riusciti, di indagini incompiute, di istruttorie lacunose, d'insufficienze di prove strappate a torto o a ragione, in istruttoria o in dibattimento, nel primo, nel secondo o nel terzo grado del giudizio.

Affacciato allo stesso muricciolo, come un prete dal pulpito, Antonio Buccellato, un attempato signore che all'aspetto potrebbe ascriversi alla categoria degli imprenditori edili, perora la causa del buon diritto: « Vuol sapere perché son qui? Per l'invidia della gente, per le lettere anonime. Ho fatto fortuna con l'edilizia. Se la fortuna è mafiosa, anch'io sono mafioso. Se io le dico che questa è tutta una montatura, che ci han mandato qui perché ci son le elezioni in vista e si vuol dare la polvere negli occhi alla gente, lei lo scriverà?».

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Accanto a lui si leva la voce di un patriarca dell'insufficienza di prove. Giuseppe Chiaracane, un uomo quadrato, chiome bianche, cappello in testa, ritenuto il « boss » di Misilmeri: « Quindici pulcini hanno preso, i galli grossi li hanno lasciati fuori ». Ora, dal terrazzo dei mafiosi si sporge Gaetano Badalamenti: « Guardi, ma guardi questo signore! » (mi mostra il decano della comitiva, accanto a lui, Rosario Terrisi, settantenne, che ha gli occhi umidi pianto). « Stamattina, riprende Badalamenti, io ho visto piangere come un bambino questo signore, perché pensava a sua moglie lontana. Lei può credere che sia proprio questo un "terribile mafioso" come viene descritto? Lo guardi, lo guardi bene!».

Li guardiamo, li guardiamo bene. La parte delle vittime, nessuno meglio di loro conosce l'arte d'incarnarla: vittime dell'invidia dei rivali, dell'incredulità dei giudici, della situazione politica, delle angherie dell'apparato poliziesco e della maldicenza, infine, a tutti i livelli dell'opinione pubblica. Davanti a questa balconata di «vittime», e sotto gli occhi sbalorditi dei filicudini, le forze dell'ordine hanno offerto in questi giorni uno spettacolo di spropositate dimensioni. L'operazione ha visto impegnati trecento - quattrocento uomini, forse anche cinquecento, tra carabinieri, agenti, guardie di finanza e sommoz- zatori, e il tutto con l'appoggio di dragamine, motovedette, aliscafi, motopescherecci, scialuppe, idranti, autocarri e autofurgoni cellulari, riflettori, radioline ricetrasmittenti, un elicottero. Guardiamo quest'isoletta. A Filicudi-Porto sono quindici sedici case in tutto, affacciate sulla piccola rada. Una listerella di terra battuta corre lungo un piccolo arco di spiaggia. Il resto è montagna, una montagna da manuale; in forma di cono, le pareti ripide e selvagge che salgono alla vetta velate da una tenera peluria di verde, qualche olivo, qualche vigna. Nel versante del cono, Filicudi presenta un'altra piccola sfilata di casette, affacciate su un altro piccolo molo, chiamato Pecorini-Mare. Anche i Pecorini-Mare ha dietro di sé dure spalle di roccia e di ginestra che rampano verso la sommità del cono. Gli abitanti sono in tutto 150, come si è detto, per lo più anziani, donne, bambini. Un prete, un medico, l'ufficiale di posta. Il telefono, con l'addetto al centralino, è appollaiato a mezza costa: tre quarti d'ora di mulattiera per salirci. Non c'è luce elettrica, a Filicudi. e il cinema non si è mai visto. E' un'isola di povertà assoluta. « Crescono bene i capperi », mi dice con un sospiro una donna che sta affrettando il passo verso l’aliscafo dei profughi, in partenza per Lipari. I capperi e i turisti. Dicono gli abitanti di Lipari: «Filicudi ha tutta la nostra solidarietà, i suoi abitanti riceveranno da noi gratuitamente tutta la nostra ospitalità, finché sarà necessario. Lipari senza Filicudi, Filicudi non può vivere senza Lipari. Le Eolie sono un sistema se si colpisce una parte dell'arcipelago, lo si ferisce a morte tutto quanto ». Questi sono i personaggi delle operazioni che si sono concluse ieri con l'abbandono di Filicudi da parte di tutta la popolazione, eccezion fatta per un moribondo, e una decina di invalidi e di malati. E' stata un'operazione sconcertante, sotto lutti gli aspetti, e i mafiosi l'hanno capito così bene, che si mostravano divertili, e persino grati per l'occasione loro offerta di una recita a soggetto in presenza dei giornalisti. Continua Badalamenti: « Mi dica un po' lei: come si può aggiustare questa democrazia? Al processo di Catanzaro mi hanno descritto come un “fedelissimo" di Salvatore Greco. Ma qui mi han messo accanto questo signore Gaetano Accardi, che sarebbe invece legato ad Angelo La Barbera. Saremmo secondo i magistrati, due nemici acerrimi. Se è vero, perchè mi han messo vicino il signor Accardi? Forse perché mi ammazzi? Ma non è vero. Né io ho mai conosciuto La Barbera, né Accardi il latitante Greco ». Oggi pomeriggio il gruppo di mafiosi confinati a Filicudi è stato trasferito dalla frazione Porto alla frazione Pecorini Mare nella stessa isola e sistemato in alcune stanze abbandonate dalle famiglie e requisite per la circostanza. Il grosso delle forze dell'ordine, carabinieri e polizia che ieri erano sbarcati nell'isola per domare la protesta degli eoliani contro l'arrivo dei « soggiornanti obbligati », è stato oggi ritirato: il gruppo dei sorvegliati è rimasto sotto il controllo di una quindicina di carabinieri, al comando del tenente Fedele. Si è completalo in giornata l'esodo della popolazione che ieri non aveva potuto essere ultimato a causa dell'ora tarda e del mare grosso. Sono state evacuate alcune famiglie e una giovane paralitica. Aurora Defina, di 23 anni.

Il delegato municipale di Filicudi, Stefano Zagame(i), ha spedito telegraficamente le sue dimissioni dalla carica al sindaco di Lipari. La Giunta comunale di Lipari, in segno di protesta contro l'assegnazione dei mafiosi al domicilio obbligato di Filicudi, si è dimessa e il Consiglio comunale ha pure consegnato le sue dimissioni al sindaco, con l'impegno di renderle operanti dopo il 13 giugno, nel caso non venga revocato il provvedimento che ha posto in crisi l'economia turistica dell'arcipelago. Il sindaco comm. Francesco Vitale, ha preannunciato che egli sarà il primo ad astenersi dal voto nella prossima consultazione elettorale regionale.

Il Comitato di resistenza passiva» pro-Filicudi ha annuncialo che inviterà i cittadini a gettare in mare certificati elettorali nelle prossime votazioni.

Gigi Ghirotti

 

 

Segnalo questo libro con tante testimonianze di confinati politici a Lipari originari di Parma ma non solo con diverse fotografie scattate a Lipari.

In copertina Lipari 1927. Umberto pagani con la moglie Elvira Bonacini e i figli Bruna e Giacomo.

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ALBERTO URSO E LAURA "IO CHE AMO SOLO TE..." DEDICATA A TUTTI GLI EOLIANI E GLI AMANTI DELLE ISOLE SPARSI NEL MONDO

 

L'Unità 17.05.1957 ritorno a Lipari.

Il battello di Lipari si prende a Milazzo, di buon mattino. La giornata è grigia e , fuori del porto, le acque si prevedono mosse. Davanti alia biglietteria, come la volta scorsa quando feci quel viaggio, un frate dall'aspetto trasandato tende la cassetta delle elemosine per l'obolo propiziatorio: ad uno ad uno individua i viaggiatori abituali, e li interpella famigliarmente; mentre agli altri s'avvicina umile e discreto, il collo torto.

Il viaggio dura un paio di ore o poco di più: e appena fuori del capo, già s'intravvede il profilo dell'isola dello Stromboli; ma i passeggeri sono rintanati nelle scalette o giù in basso, nelle corsie di seconda classe, dove si soffre meno. Sul ponte e rimasto solo un signore, e a lui mi rivolgo per scambiare quattro chiacchiere: è il professore Bernabò Brea che soprintende

agli scavi archeologici nel Mezzogiorno. Allora, quando feci il viaggio di lipari , era assente, il museo non era ancor aperto al pubblico e la

sua aiutante, Madame Cavalier si diceva fosse alquanto scorbutica coi giornalisti, e certo non invogliava a chiedere una deroga alle disposizioni: e dunque ora si sarebbe potuto visitare questo museo? Si, naturalmente, e se lo avessi voluto, lui stesso cortesemente si offriva per accompagnarmi.

Fu così che, all'arrivo, potei fare la conoscenza della sua famosa aiutante, Madame Cavalier: e a me parve tutt'altro che d'umor difficile, che anzi, percorrendo assieme quei cameroni che una volta servivano per l'alloggio dei confinati, e che ora hanno mirabilmente trasformati in museo, e avendole chiesto se i metodi in uso in certe altre zone, a Cerveteri, ad esempio, con sonde elettriche e assaggi acustici fotografici, più che a esplorale quella data zona archeologica non servissero a saccheggiare le tombe, per tutta risposta e come non avesse rilevato l'indiscrezione della domanda, veniva descrivendomi le ansie e, al tempo stesso, le gioie dell'esplorazione del sottosuolo con scavi sistematici dell’intero giacimento, senza peraltro ricorrere a strumenti scientifici moderni, ma semplicemente operando con estrema pazienza e con metodi che essi stessi andavano perfezionando di giorno in giorno. Così operando erano riusciti a ricostruire la successione delle culture umane dal periodo neolitico a quello del bronzo, del ferro, fino al periodo greco, tanto che ora, in quel loro museo si poteva abbracciare, in maniera unica, cinque millenni di storia della civiltà.

Il professore intanto s'era messo a parlarci dei periodi di prosperità e di decadenza delle isole Eolie, e ci andava sottoponendo frammenti di vasi in ceramica impressa oppure dipinta a bande rosse e nere, o ancora d'impasto bruno; eppoi lucerne, tazze. orci, maschere di personaggi della commedia attica e ateniese; e infine gioielli di diversa fattura, statuette, scarabei: oggetti che così come erano disposti nelle varie sale, rappresentavano la documentazione precisa della successione stratigrafica di quella area archeologica che comprende il milazzese e le isole Eolie: Filicudi, Panarea, Basiluzzo e, principalmente Lipari.

In tal modo dunque, questi scienziati che avevan dedicato la loro vita a frugare sottoterra alla ricerca di mondi scomparsi, indirettamente rispondevano a un laico che con poca discrezione li aveva richiesti d'un giudizio su metodi di ricerca che forse non li convincevano che per lo meno non avevano voluto essi stessi adottare: e ciò mi richiamava alla mente un racconto che lessi anni fa, d'un astronomo e di un tale suo conoscente che avendogli chiesto la conferma di non so quale cosa spiacevole che gli era occorsa, per tutta rispostagli s'era messo a parlare dei milioni d'anni che la luce d'un dato astro impiegava per raggiungere la terra.

Cassa del Mezzogiorno. L’isola di Vulcano dista poche miglia da Lipari, ma è poco conosciuta ai turisti per le difficoltà di comunicazione: il vaporetto non fa un servizio giornaliero e, nella stagione cattiva, può anche capitare di rimanervi segregati per qualche tempo.

G.B. CANEPA

 

L’altra volta che ci venni, tre anni fa, m’era parso il posto ideale per trascorrere qualche giorno in pace e in libertà, senza dover sentire gracchiar le radio e nemmeno poter leggere i giornali; e così, lasciata a Lipari la compagnia del vecchio Bongiorno, il papà di noi tutti quand’eravamo confinati, e gli altri amici che m’avevano accolto festosamente, m’imbarcai su un fuoribordo per godermi colà quei pochi giorni che mi rimanevano di vacanza, e magari e magari far qualche bagno d’acqua solforosa che m’aveva detto esser miracolosa per i primi acciacchi della vecchiaia.

Subito nei pressi dello sbarcatoio, c’è una dozzina di casupole malmesse: il paesino è in alto, a poco più di un’ora di cammino, nella estrema punta dell’isola; mentre di fronte all’insenatura fatta dalla sottile striscia di sabbia che unisce Vulcano a Vulcanello, sapevo che si poteva trovar alloggio in due pensioncine, dove si mangia del buon pesce fresco è il vino che servono è della Perrera, un vino d’un bel rosso corallino, generosissimo. E difatti, trovata ancor chiusa la prima pensione, bussai alla seconda, quella di Giuffre, dove subito mi accolsero cordialmente; e, deposti i bagagli, prima ancora di pranzo, corsi indietro, sulla penisoletta a godermi lo spettacolo di Vulcanello, coi colori strani e violenti delle sue roccie, e, di lassù, alle ultime luci del tramonto, la vista incomparabile dell’arcipelago. Ora, mentre m’incammino per quei luoghi un tempo deserti, avevo notato con meraviglia un gran fervore di opere; già s’era costruito un albergo e un altro se ne stava costruendo e come se non bastasse, una squadra di operai s’indaffarava a trasportar dei massi che poi venivano accatastati un sull’altro, costruendo in tal modo un muretto basso sulla sabbia, esattamente come fanno i ragazzi quando giocano sulle nostre spiaggie. E chiesto cosa significasse quel loro gioco, mi venne risposto che si trattava d’una vera strada carrozzabile; e che gli stecchi che vedevo affiorare ogni tanto dalla sabbia, erano un rimboschimento che avevan fatto e che naturalmente non aveva attecchito: “E così - borbottava un di loro - ci sarà ancora lavoro per quest’altro anno…..”.

Infine, prima d’andarmene, avevo chiesto chi finanziasse con tanti milioni quel lavoro di Sisifo, e m’ero sentito dire, in tono compiaciuto, che si trattava della Cassa del Mezzogiorno.

 

NUOVE EFFEMERIDI N. 46 1999 ARCHEOLOGIA SUBACQUEA

VINCENZO TUSA E BEPPE MICHELINI: pionieri di sicilia

intervista di franco Nicastro.(uno stralcio con foto)

L'inizio però era stato ancora più avventuroso..........

Michelini: “E anche più casuale. Tutto cominciò nei primi anni 50 quando un gruppo di amici, appassionati di pesca subacquea, ci recammo nell'ufficio del professor Tusa alla Soprintendenza. Gli presentammo un pezzo ripescato a mare. Era un fatto straordinario, anche se del tutto naturale: la Sicilia è un'isola e tutte le civiltà, dalla punica alla romana, sono venute dal mare. Una volta gli regalammo anche un'ancora”.

Tusa: “Pensai di stringere un patto di collaborazione. Loro non tenevano ai soldi, ma una remunerazione sotto forma di rimborso spese era giusto darla. Più che un dovere lo consideravo uno stimolo. Li ricordo ancora quei giovani pieni di vita della buona società palermitana, che univano un solido bagaglio culturale a una straordinaria sensibilità: oltre a Michelini, Ubaldo Cipolla, Cecè Paladino, Enzo Sole, Dick D'Ayala, Mario Savona”.

Michelini: Nel gruppo c'era anche Ottavio Zanca, un giovane ingegnere che morì proprio in un incidente subacqueo a Isola delle Femmine, nella zona di Orlata dove aveva recuperato alcune anfore poi donate dalla famiglia al Museo Salinas di Palermo.”

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Ma come proseguì, professore Tusa, quell'esperienza nata dall'entusiasmo e dalla tenacia di un gruppo di “bravi ragazzi”?

Tusa: “L'attività continuò fino alla fine degli anni 60. E purtroppo fu irrimediabilmente segnata da un episodio tragico. Nel 1968 con il gruppo dei giovani sub lavorammo su un relitto greco a Punta San pietro, al largo di Lipari. Alla ricerca partecipava anche l'Istituto Archeologico Germanico. Attorno al relitto erano stati recuperati pezzi di ceramica nera di tipo campano. I tedeschi erano catturati dal fascino del nostro lavoro. Vedevano i sub immergersi senza problemi e pensavano che fosse una cosa facile. Un giorno ci provarono anche loro, ma l'avventura finì molto male: due tedeschi ci lasciarono la vita.”

La collaborazione tra l'archeologia ufficiale ed i sub dilettanti, che invece di dare la caccia alle cernie scendevano in mare alla ricerca di antichi relitti, finiva in quel momento. Ma per lungo tempo quella è rimasta l'unica vera campagna di ricerche mai condotta in Sicilia, con le sole eccezioni di Luigi Bernabò Brea a Lipari e di Gerard Kapitan al largo di Siracusa. Sia Tusa che Michelini oggi non hanno dubbi ad affermare che quella esperienza irrituale si rivelò una carta vincente. Tusa cita, tra gli altri, due risultati, per tracciare un rapido bilancio: “Si deve in buona misura anche al lavoro dei sub dilettanti se il museo di Palermo riuscì a costituire la sezione archeologica. E poi non va sottovalutato il contributo scientifico di quelle campagne estemporanee. Dati e materiale archeologico di prim'ordine sarebbero andati perduti per sempre. E invece è da lì che sono ripartiti tutti gli studi successivi”.

Palermo , 9 marzo 1999.

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Ne avevo parlato abbondantemente e dettagliatamente nella rubrica con Gennaro Leone, in merito al "Relitto maledetto di Capistello", quì altro piccolo tassello.

QUANDO L’ARCHEOLOGIA E’ ROMANZO L'OSSERVATORE ROMANO - DELLA DOMENICA N. 15 DEL 11.04.1971.

Proprio un romanzo: così deve apparire l’archeologia ai membri delle Istituto Archeologico Germanico, continuamente operanti nelle varie località, comprese nell’area del mondo greco-romano, per la ricerca di sempre più dettagliate e precise notizie sui monumenti co­nosciuti, o per la scoperta di nuovi reperti e documenti che ci illuminino maggiormente sull’antichità classica.

Due sub germanici a Lipari

In questa visione romantica della archeologia, fa fede lo slancio con cui il dott. Helmut Schläger, vicedirettore dell’istituto, dopo avere — negli anni 1962-1968 — studiato e scavato in terra a Paestum, a Solunto, a S. Maria in Anglona, a Metaponto, a Segesta e in varie altre località antiche d’Italia, volle incominciare a scendere nel fondali sottomarini per tentare di tirar fuori, dalle coltri di fango, di alghe e di muschi, i resti di strutture edilizie « classiche » sommerse e i relitti delle navi romane perdute. L’archeologia subacquea era davvero affascinante e l’attività ad essa relativa non poteva non comparire negli annali del celebre e storico Istituto, in cui generazioni di esperti s’erano trasmessi l’uno all’altro la fiamma dell’amore per gli studi dell’antichità.

Dopo varie immersioni effettuate nell’antico porto di Lilibeo (Marsala), il sub Schläger si recò in Turchia ove, dal settembre al novembre del 1968 eseguì im­mersioni, a scopo scientifico, nell’antico porto di Phaselis.

Tornato in Italia, nel giugno del 1969 si recò a Lipari. Era una splendida estate. Insieme a Ugo Graf, suo assistente, egli prese a compiere numerose immersioni per l’esame subacqueo di un antico relitto affondato, a 60 m. di profondità, nei pressi dell’isola, con un carico di ceramica del III sec. a.C. Una volta completato tale esame, sarebbe tornato di nuovo a Segesta e a Metaponto, ove era atteso per ulteriori ricerche e studi. Ma il 9 luglio accadde la tragedia: Schläger e Graf, immersisi per un’ennesima volta, non risalirono più in superficie. La morte li aveva ghermiti entrambi presso quel relitto, in seguito al difettoso funzionamento degli apparecchi di respirazione.

La SCOMPARSA dei due studiosi fu certo una dura perdita, ma il Deutsche Archäologisches Institut era abituato alle prove.

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Da GENTE ALLE EOLIE Mariaelisa Donvito casa editrice ceschina 1959, libro di cui ho parlato nella rubrica con Gennaro, la Gita a Filicudi.

GENTE ALLE EOLIE Mariaelisa Donvito casa editrice ceschina 1959

Filicudi …… Siamo arrivati al porto. Un motoscafo della Navisarma è in partenza per Filicudi: decido di andare.

E’ un viaggio veloce, fatto tutto di azzurro. Arriviamo a Filucdi e quando sbarco chiedo:

- A che ora riparte il mezzo?

- A mezzogiorno circa, ma è meglio che sia sul molo alle undici e mezzo. Possiamo anche anticipare.

- Il paese di Filicudi se ne sta acquattato in alto, e sul mare ha mandato un’esile striscia multicolore di casette in fila. Dietro, la montagna, coronata, di verde precipita a balze e terrazze fin quasi in mare, trattenuta a stento dalla strada. Lungo la riva si snoda una diga di ciotoli levigatissimi che il mare mantiene lucenti con ogni onda. Tutte quelle rotondità a perdita d’occhio, disposte una sull’altra senza interruzione hanno la forza e il ritmo di forme primitive.

- - Ma il paese dov’è, io non lo vedo.

- Sta in alto, signorina, dietro quegli alberi, e lì, dove c’è la chiesa, è Valle di Chiesa.

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La guardo. Due occhi brucianti mi sorridono da un volto gentile. E’ tutta nera sotto l’ombrello; solo i capelli e il sorriso sono candidi. In quell’orgia di colori violenti è un punto fermo.

Ha ritirato la posta e si avvia sulle prime gradinate della strada, col suo sacco sotto il braccio, l’ombrello aperto, e l’andatura composta di chi dà al tempo un valore relativo.

Decido di salire anch’io a Valle di Chiesa.

- E’ arrivata ora a Filicudi, signorina?

Un uomo dal viso scavato, con occhi miti e la camicia svolazzante è sbucato da chissà dove.

- Vorrei salire a Valle di Chiesa… ma si va a piedi?

- Signorina, a piedi per carità. Voi volete la morte vostra. Ora chiedo a Salvatore se mi fa il piacere, se la Cecca non gli serve…..

La Cecca non gli serve; sta ruminando tranquilla la sua biada: sul basto di legno mi mettono un cuscino, e con la scorta al fianco inizio la salita.

La strada, anzi la scalinata, s’inerpica a zig zag, guadagnando una terrazzo dopo l’altra, e a ogni svolta si spalanca sempre più la finestra del cuore. Filicudi si rileva: carrube, fichi, vigneti, olivi, fichi d’india; ogni terrazza è un frutteto, tappezzato da ciuffi di capperi. La Cecca avanza sicura, e non sente la briglia e neppure le grida del mio cicerone. Da una casetta aggrappata a una sporgenza una donna ci guarda salire.

- E’ la signorina doveva arrivare?

- No, - dice il mio accompagnatore – questa è venuta a far fotografie.

La donna alla finestra approva col capo e mi saluta.

- E’ la sorella della postina. E quello è l’ufficio postale.

- Ma lei non si stanca a salire a piedi?

Asciugandosi il sudore che gli gronda copioso alza le spalle.

- Noi siamo abituati, signorina, e poi si va adagio…sa quante volte la faccio questa strada?!... Ino non sono di qui, vengo a comprare i capperi e poi li vendo nel continente, ma qui conosco tutti, come a casa mia.

Sempre più su. Ai bordi della strada, immense siepi di more brune ci accompagnano, e ai miei piedi l’isola si articola diventando bella e remota.

Il mare che la bagna è azzurro e puro, il profilo della costa soave.

Allungo una mano e mi riempio la bocca di more mature.

- Fanno male quando sono calde, non le mangi.

Mi guardo attorno. Da sotto una pergola, quasi sommersa fra vasi di gerani, una vecchietta mi osserva mentre li innaffia.

- Sia tranquilla, non ne magio più.

- Buon giorno – e continua a badare ai suoi fiori.

Sorpassiamo le case Filicudi alta, e il mio compagno scambia saluti e notizie con quelli che incrociamo.

Il mare, la costa sono ormai lontani, si respira solo il profumo dolce dei fichi.

- Aha, aha, Cecca!

Ma quella non mi dà retta: e ha ragione lei.

Uno strano silenzio stagna fra le case e davanti a porte e finestre inchiodate. La mia guida con uno sguardo rassegnato mi spiega tutto.

- Se ne vanno via, signorina, qui si vive male.

- Ma è coltivata bene, ci sarebbe da mangiare.

- Eh, signorina, con un po' di capperi, di fichi e di uva che vuol fare?

- E le more; perché non raccogliete le more, e le vendete?

- E a chi?

All’ombra di due case abbandonate, una minuscola vecchia fila: è assente e dimenticata, paga del fuso che prilla e della gallina che le razzola accanto.

- A Valle di Chiesa la porto dal signor Bonica, lui ha il vino più buono ed è felice di farlo assaggiare.

Il paese appare adagiato in una conca verde. Ma il signor Bonica non è in casa: mortificato, la mia guida manda un ragazzino ad avvertire sua cognata di mettere nel pozzo mezzo litro di vino.

- Così quando scendiamo, beviamo qualcosa di fresco.

Il piazzale della chiesa è deserto, il portale chiuso; ma intorno il muretto del sagrato è vivo di oleandri, gerani, nasturzi. Ci viene incontro un bambino, il viso stranamente pallido, nonostante tutto quel sole.

Un poco indolenzita mi riposo. Ma un pianto lacerante rompe l’aria: sotto la pergola della canonica vicina, il bambino pallido urla. Gli corriamo accanto, gli occhi senza lacrime ci guardano spaventati, e nel visetto macilento splende vermiglio il sangue.

Presto, l’acqua del pozzo; con un secchio pieno affoghiamo quel pianto.

- Nu te scantà: non è nulla, ora passa, - lo consola il mio compagno, battendogli una mano sulla camicia inzuppata.

- …Ma che hai fatto? Sei caduto? – Gli occhi, ancor più attoniti, annuiscono gonfi di lacrime non versate. Ai piedi del piccolo un cucciolo scodinzolante lecca ghiottamente il sangue caduto.

- Che ora è? Devo tornare.

La realtà del tempo mi è ricaduta addosso di colpo.

- C’è tempo, signorina, saranno le undici.

- Ma il mezzo parte ala undici e mezzo.

- Non si preoccupi: non perderà il mezzo. Ora scendiamo da mia cognata a bere.

Risalgo sulla Cecca, e il piccino ormai risanato, ci trotterella accanto.

- Peccato che non ci sia il signor Bonica. Lui sì che ha il vino buono. Quello di mia cognata non è così.

Sotto una folta pergola la cognata ci aspetta sorridendo. Il vino nei bicchieri è rubicondo.

- Com’è buono….potrei comprarne un poco?

- Certo, signorina,…vede io sono vedova, e allora mi tocca fare tutto da sola. Ho le mie sorelle con me, una è paralitica.

Nella stanza, rassettata con la meticolosità che solo certa povera gente conosce, la sorella paralitica mi saluta da una sedia con viso assurdamente giovane.

- Rimane un po' con noi, signorina?

- No, riparto subito. Sarà già ora di andare: il motoscafo non mi aspetta

- Ma c’è tempo. Stia tranquilla non lo perde.

Assaggi queste pere, sono piccole ma dolci… E poi un altro po' di vino, ha bevuto così poco.

Vorrei fermarmi più a lungo sotto quella pergola folta e amica, dove i grappoli di uva ancora acerba pendono accanto a quelli dei pomodori raccolti per l’inverno. La luce abbagliante del sole è lì fuori, e accende le corolle delle zinnie e delle petunie; ma nell’ombra il sorriso delle donne e la dolcezza delle pere mi fasciano di cordialità.

- Grazie, ora devo proprio andare, grazie, arrivederci.

- Arrivederci, e venga a stare un poco a Filicudi.

Col bottiglione del vino in mano riprendo la discesa a piedi. A rimontare sull’asino rischio di fare un volo al di sopra delle sue orecchie.

- C’è tempo, signorina, e poi perché si preoccupa, da mangiare c’è da dormire anche….perciò non c’è fretta. Dia la bottiglia a me, così cammina meglio.

Il sole arde alto sull’orizzonte e la strada ci rotola davanti. La Cecca, insensibile alla mia fretta, zoccola pacata.

- Ecco il signor Bonica: peccato che lei debba partire….Sa, quello ha studiato, fa le poesie.

Sotto l’ombra traforata di un albero di fichi un uomo si asciuga il sudore e si fa vento con una cartella di cuoio: la camicia bianca, sotto un gran ciuffo di capelli chiari, gli si è incollata addosso.

- La signorina è stata fino a Valle di Chiesa, e ha fatto tante fotografie. Forse farà un libro.

Mi stringe la mano col calore di una lunga amicizia.

- Brava, signorina, lei farà del gran bene alla nostra isola: e dica che produce tutto, che è bella, che si vive bene qui…Venga a casa mia… le farò assaggiare il mio vino…è buono….non si ferma un poco con noi?

Parla a strappi: la salita pesa ancora sulla sua voce.

- Dica che Filicudi è bella, e che la gente qui è buona…ma venga a bere il mio vino, la rinfrescherà.

- Non posso, signor Bonica, mi dispiace: il motoscafo parte tra poco.

- Allora l’aspetto…a bere il mio vino: si ricordi che è invitata, e poi le leggerò qualcosa di mio…Come mi dispiace, non ho niente qui…ecco, almeno queste.

E, frugando nella sua cartella, mi porge un fascio di cartoline di Filicudi.

Su una di queste, di modeste pretese, si vede sorgere dal mare a canna, l’alta roccia a guardia dell’isola e fra le nuvole campeggiano due versi:

sapienza divina qui mi staglia

a tua tutela Filicudi bella

P. Bonica

- L’aspettiamo, si ricordi – e l’invito cordiale mi raggiunge alla svolta della strada.

Arriviamo sulla riva che il motoscafo ha già il motore acceso. Corro sul molo, sempre seguita dal mio compagno.

 

 

 

 

LETTERA DALLE EOLIE Panorama 1965 di Paolo Pernici 6° ed ultima parte immagine dal testo di Luigi Salvatore d'Austria.

Naufragio al Pertùso 

Finiti i tonnàcchi incomincia il tempo degli squisiti calamari che si pescano come i tòtani, ma all’imbrunire. Bisogna perciò poter andare a mare, e d’inverno non è facile a Ginostra che è esposta a ponente, e quando il mare di ponente è superiore a forza tre, non ci sono storie: sei bloccato, non c’è nemmeno la piazzola per l’elicottero, se ti viene la peritonite devi morire.

Quando invece ponente è su forza 3, entrare e uscire dal Pertùso è questione di coraggio, bravura e stato di necessità. Il traghetto di passeggeri, posta e merci fra Ginostra e le navi che la collegano con Napoli e Messina è affidato al rollo: un equipaggio di tre uomini che cambiano sempre perché la Navisarma (la compagnia che appalta il servizio) non li stipendia, tanto il governo, ottocento milioni all'anno di sovvenzione glieli dà lo stesso.

Gli uomini del rollo lavorano a percentuale, senza assicurazione sulla vita (come del resto anche i passeggeri che trasportano) e sì che specie d’inverno occasioni di rischio, a Ginostra, se ne presentano parecchie.

 

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Quando il rollo è rischioso e le merci da sbarcare prevedono per l’equipaggio guadagni sull’ordine di 50 lire a testa, l'operazione, ovviamente, non si fa. Accade così che chi aspetta cibo o pacchi diventi crumiro, tentando di farsi il suo rollo privato. È capitato alcune volte anche a me, e una di queste facemmo naufragio, perché la moglie del capo-rollo, per paura che suo marito, punto sul vivo, seguisse il nostro esempio col sacco della posta che aveva già collocato sul suo gozzetto, espose a tradimento sul pennone la bandiera rossa che segnala alla nave di non fermarsi. Dovemmo uscire subito, allo sbaraglio, senza aspettare il momento di calmerìa che al Pertùso costituisce il segreto per farcela. Ci vennero incontro tre ondate di seguito, ci

sbatterono contro gli scogli come cubetti di ghiaccio in uno shaker da cocktails. Avevamo usato la lancia del bottegaio Petrusa ch'è solidissima: perciò ci salvammo. Avevamo varato in cinque, quando sbarcammo eravamo quattro. Il quinto (un cacciatore di conigli liparota che non sapeva nuotare) approfittando d’un cavallone che ci aveva alzati molto, s’era tuffato sulla banchina (che a mare calmo è due metri sul livello dell'acqua), e così s’era messo in salvo prima di noi.

Quest’autunno i tempi si son rotti male. Giorni e giorni di maltempo e isolamento totale, anche telefonico,  perché gli apparati della posta, reliquie americane del tempo di guerra, servono a tutto meno che a parlarci.  E a mare, niente cavagnole, niente cernie a riva, niente tonnàcchi, e, sempre per via del maltempo, pochissime le volte che i ginostrini sono potuti uscire a calamari. Resta la pesca più miserabile e sicura dell’anno: le boghe. C’è un punto sotto la Sciara del Fuoco, dove precipitano le lave del vulcano, che per le boghe è assolutamente sicuro: cali le apposite reti a una maglia al pomeriggio, le ritiri rapidamente a sera, e se le boghe ci sono ci sono, e possono anche essercene uno o due quintali. Le vendono ai grossisti siciliani a 300 lire al chilo, e una parte se le mangiano; e a Ginostra, quando il mare cattivo impedisce l’arrivo delle merci, le boghe sono il cibo fisso dei mesi invernali.  Boghe arrosto, lesse, in carpione, in brodo e in polpette, ed è anche per levarsi dalla bocca l’ormai ossessionante sapore di boghe, che in questi giorni i ginostrini scrutano con particolare attenzione l’orizzonte, quando il mare è jàncu dopo una mareggiata.

Un giorno o l’altro Favorito, Piemonte e lo Schiavo vedranno una gobba galleggiare addormentata. Gridando a tutti: « E tortùghe, e tortùghe!» scenderanno di corsa, coi binocoli al collo, prenderanno i coppi e vareranno in fretta le barche, prima che il cibo  si svegli, cambi idea, e si rituffi nel blu.

Paolo Pernici

 

 

 

La Stampa 09.04.1961 numero 85 pagina 7
Un destino desolato di povertà e di sofferenza è la sorte dei bambini nell'incanto di Lipari Italiani "dimenticati,, dalla nazione dopo cent'anni di vita unitaria Un destino desolato di povertà e di sofferenza è la sorte dei bambini nell'incanto di Lipari L'accorato appello a "Specchio dei tempi" di don Paino, parroco di Sopra la Terra, denunciava una realtà meno tragica del vero - Duemila persone abitano nelle casupole sgretolate di quel borgo: otto-dieci per stanza, senz'acqua, in confusa promiscuità - Sono pescatori, ricchi soltanto di figli; molte famiglie guadagnano 135.000 lire all’anno - I bambini crescono per strada; appena capaci di reggere il timone e gettare le reti, vanno in mare - Nella dura fatica dimenticano quel poco che hanno imparato a scuola, ridiventano tutti analfabeti; attorno ai 17 anni formano, di solito, una nuova famiglia - E' una condizione di primitiva e fosca miseria, immutata nei secoli « Specchio dei tempi > ha risposto all'accorata preghiera di don Onofrio Paino, parroco di Sopra la Terra a Lipari. «Aiutate gli infelici bambini del mio quartiere (aveva scritto).

Mandate' un giornalista, che descriva la disumana miseria di quest'isola e constati come gli altri italiani non hanno fatto nulla per alleviare la pena di questi fratelli ». Un inviato de La Stampa è giunto nell'isola e racconta oggi quello che ha visto. Speriamo che l'agghiacciante testimonianza risvegli In tutti— governo, autorità, opinione pubblica, cittadini di ogni regione — una concreta, solidale volontà di fare finalmente qualcosa. L'Italia unita ha cent'anni: è giusto, è lecito che degli italiani siano lasciati in una miseria cosi disperata e antica? Il modo più serio per celebrare il centenario, consiste nel cancellare queste macchie, nel riparare a queste colpevoli dimenticanze. (Dai nostro inviato speciale) Lipari, 8 aprile. Avrei desiderato svolgere questa indagine sul tema che i poveri soffrono anche in paradiso, ma accostandomi alla nuda, vera povertà, e non solo materiale, ho sentito le parole farsi inefficaci, offensiva ogni esposizione che non sia documento.

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Come si potrebbe descrivere la condizione dei coniugi Maria e Salvatore Puglisi, entrambi di quarant'anni, lui pescatore a 500 lire al giorno quando il tempo consente alle barche di scendere in mare, se non dicendo brutalmente che vivono, mangiano, dormono in una camera di quattro metri per quattro, quasi interamente occupata da due letti, in uno dei quali dormono i coniugi e nell'altro, insieme, i loro quattro figli, un ragazzo di 21 anno, una giovinetta di 16 e altre due bambine di 12 e 10 anni? Sbarcando a Lipari, queste cose non si vedono. Si corre alacri e leggeri verso l'isola in cui la giovinezza del mondo ancora ride con freschezza luminosa, dove cielo, mare, colli e declivi intrisi del profumo della zàgara in fiore sembrano i componenti ideali per una ispirata felicità terrena, e non si può, o non si vuole immaginare che il paradiso terrestre ospita anche due inferni: uno è bianco fino al delirio, le cave di pietra di pomice di cui dirò altra volta; uno nero, gremito di casupole sgretolate dal tempo, con le facciate dipinte in rosa, o in tenero verde, e gli interni anneriti dal fumo di sbrecciati camini, e da secoli di respiri affannosi di esistenze opache. Lipari accoglie i turisti con molte seduzioni, linda e agghindata come tante stazioni balneari alla moda, ma lo schermo è troppo fragile per nascondere l'altra realtà dell'isola. E' sufficiente un po' di calore umano, il desiderio di accostarsi a questi uomini che sembrano germinati dalle pietre vulcaniche, di cui pare abbiano assorbito fin l'ardente e greve aridità, per comprendere come si può essere infelici anche in paradiso. Dai due moli, i visitatori entrano per le porte grandi di Lipari, tra nobili case dai rigonfi balconi in ferro battuto traboccanti glicine e gerapi, fra sontuose scenografie di chiese barocche, e pochi pensano di spingersi al quartiere Sopra la Terra, che si addossa alla città luminosa come un grumo di tetra miseria. Ci sono andato per incontrare don Onofrio Paino, parroco del quartiere. Il sacerdote aveva scritto una patetica lettera a « Specchio dei tempi » per chiedere che qualcuno lo aiutasse a costruire un asilo in cui accogliere i bimbi di Sopra la Terra, le offerte sono arrivate generose, e « Specchio dei tempi » ha già spedito una somma cospicua a don Paino, ma la povertà di cui l'angosciato sacerdote settuagenario parlava nella sua lettera era solo un modesto campionario di ciò che ho veduto. Il quartiere è attraversato da una strada principale, via Marte, larga 4 metri e lunga 150; ai lati, per una profondità complessiva di 60 metri, altre case si affacciano su scuri vicoli tutti stranamente dedicati a divinità pagane; via Saturno, Venere, Giove, ecc. Su un'area di complessivi 9000 metri quadrati si intasano circa 2000 persone, i casi di gente che vivono in sei, otto, dieci in una sola camera sono molto numerosi. Don Paino si preoccupa dei bambini liparesi e il suo progetto parte da una visione esatta della realtà, perché è impossibile tentar di costruire una umanità nuova se non creando nei giovanissimi l'esigenza di una dignità, e, soprattutto, di una moralità che ora non sono nemmeno intravedute. I bambini di Sopra la Terra sono un esercito, nella sola via Marte ve ne sono 150 dagli 8 anni in giù, un bimbo per ogni metro di strada; in tutto il quartiere ve ne sono circa 400. Ho calcolato i bimbi degli 8 anni perché oltre quell'età sono già considerati adulti; appena sono in grado di reggere il timone, aiutare a innescar ami, a manovrare reti, i genitori li portano in mare, alla pesca. Escono nel pomeriggio alle tre e rientrano la mattina dopo, verso le cinque.. Mi sono fermato a conversare con Orazio Puglisi, un ragazzo di 11 anni col volto bellissimo già oscurato da ombre maliziose. Da quasi tre anni accompagna il padre nella pesca notturna, ha frequentato la terza elementare e spera di non dimenticare il poco che ha imparato. Il ragazzo, forse, era sincero dicendo che continuerà a esercitarsi nel leggere e scrivere, ma sarebbe illusione sperarlo, tutti i giovani sui vent'anni coi quali mi sono intrattenuto a conversare, e che hanno fatto la trafila di Orazio Puglisi, sono tornati totalmente analfabeti perché le condizioni di vita cui sono costretti gli impediscono ogni applicazione che non siano il lavoro e le manifestazioni di un'esistenza elementare, pressoché animalesca. Quasi tutti gli abitanti di Sopra la Terra sono pescatori e trascorrono in media quindici ore del giorno sul mare; le altre le passano a prepararsi per la spedizione successiva. Ho domandato al padre di Orazio Puglisi in quali ore può dormire il suo figliolo undicenne e mi ha risposto: «Dorme un po' in barca, dopo gettate le reti, un paio d'ore la mattina presto ». Forse, la fatica e l'estrema giovinezza tolgono ogni sensibilità al bambino buttato sul letto con gli altri fratelli, altrimenti che sonno potrebbe essere il suo accanto al letto dei genitori? In pochi anni ha veduto il già esiguo spazio che gli era riservato affollarsi di due sorelline. I bimbi di Sopra la Terra non hanno l'ignara gaiezza dei bambini ; anche se il cielo ride sopra le loro teste e la luce dilaga sui colli vicini, hanno negli occhi ombre di precoce malizia e pieghe ambigue nel sorriso che dovrebbe fiorire innocente sulle loro labbra fresche. Non dimenticherò la undicenne Franca, grandi occhi saraceni, già conscia di molti aspetti della vita ed un acerba civetteria- nell'incedere. A quell'età, i bimbi di Sopra la Terra sono già adulti, non nel corpo ancora gracile, ma nella mente sollecitata anzitempo dagli istinti naturali di ciò che sentono durante i loro sonni accanto ai genitori. I ragazzi di Sopra la Terra si sposano presto, in media sui 17 anni, e buona parte dei matrimoni avvengono dopo la «fuga» dei fidanzati. Un tempo, se i genitori si opponevano alle nozze, il fidanzato rapiva la ragazza per rendere inevitabile il matrimonio; oggi la «fuga» avviene col consenso dei parenti che desiderano veder normalizzare una situazione sentimentale già visibile agli occhi di tutti, e poiché la sposina, secondo la tradizione, non potrebbe andare all'altare in quelle condizioni col virginale fiore d'arancio fra i capelli, viene simulata la «fuga» anche per evitare le ingenti spese nuziali cui ogni famiglia, per quanto miserabile, si sentirebbe obbligata per non sfigurare. Su dieci matrimoni celebrati l'anno scorso a Sopra la Terra, sei sono avvenuti dopo la « fuga», e quasi subito allietati dall'erede. Come ho già detto, gli abitanti dell'infelice quartiere sono ricchi soltanto di prole, che continua a crescere nelle condizioni dei genitori, dei nonni e dei bisnonni ; questa gente, nulla è mutato dalle origini del mondo, sono quasi tutti analfabeti e se alcuni hanno la radio in casa, non l'accendono, la considerano un ornamento non diverso dai fiori di plastica posati dinanzi all'effigie di San Bartolo, patrono di Lipari e tanto venerato che, per bestemmiare, i pescatori liparesi. dimenticano il buon Dio e la Madonna per scagliarsi contro il loro santo più familiare. Ho domandato ad alcuni ventenni, tutti sposati e con figli, se hanno sentito parlare del centenario dell'unità d'Italia; mi hanno risposto stringendosi nelle spalle, forse, anche la parola Italia non ha per loro un preciso significato. Sarebbe assurdo pretendere che lo sappiano perché, per loro, Sopra la Terra è l'universo nel quale vivono soffrono e imprecano inutilmente. Nella lettera a «Specchio dei tempi » don Onofrio Paino aveva scritto: « Roma è lontana, la politica non ha bisogno di noi, la vita dei ricchi non pensa a noi » e nulla è più efficace di quelle parole per dire quanto non è stato fatto per questa gente. Non si può negare che l'amministrazione comunale abbia tentato iniziative per risanare il quartiere, ma con scarsi risultati. Un gruppo di case popolari con 24 alloggi sono state costruite vicino all'ospedale civile proprio per i pescatori, ma il giorno in cui saranno terminate, pochi potranno occuparle perché, -per quanto basso, l'affitto costerà almeno diecimila lire al mese. I pescatori di Sopra la Terra che non sono proprietari di barche, e sono la maggioranza, guadagnano 500 lire al giorno, ma nell'anno vi sono i mesi invernali, le notti di burrasca e lutta piena che impediscono allei barche di scendere in mare; calcolando con larghezza 270 giorni di lavoro, guadagnano 135.000 lire l'anno, e l'affitto dell'appartamento gli costerebbe 120 mila. Perciò, i pescatori di Sopra la Terra continueranno ad abitare nelle tetre camere del loro quartiere, coi letti uno a ridosso dell'altro e fratelli e sorelle sotto le stesse coltri. Il nome del quartiere è tragicamente allusivo, la vita di tante persone è davvero sopra la terra un opaco germinare di esistenza che diventerebbe intollerabile se solo un barlume di luce folgorasse queste menti intorpidite da una fosca ignoranza. Coi molti che hanno risposto a « Specchio dei tempi » inviando offerte per costruire un asilo in cui accogliere i bimbi di Sopra la Terra, alcuni hanno scritto direttamente a don Onofrio Paino lettere di biasimo. «Fate come i settentrionali, — dicono presso a poco le lettere, — costruitevi da soli le scuole, non aspettate sempre tutto da Roma. Vi lagnate della sporcizia dei bimbi, ma l'acqua non vi manca, imparate almeno a lavarvi». A Lipari c'è tanta acqua, è vero, ma ostile e infida; l'acqua del mare che logora l'esistenza dei pescatori; di acqua vera, quella che potrebbe trasformare l'isola in giardino se si potesse irrigarla, ci sono poche gocce al giorno per cuocere gli scarsi pasti di pesce e lavare i coloriti stracci che formano l'abbigliamento; le navi cisterna portano 25.000 tonnellate di acqua l'anno per tutto l'arcipelago delle Eolie, una popolazione che sfiora i 13.000 abitanti, ai quali bisogna rie di- casipole dirute, ma [non « àncora questo fl sudi "! aggiungere le migliaia di. turisti che d'estate affollano le isole. Facciano i conti i biasimatori e vedano di quanti litri d'acqua dispongono i liparesi. . I bimbi di Sopra la Terra sono sporchi, giocano tutto il giorno tra i rifiuti che si accumulano accanto alle abitazioni, ruzzano come cuccioli randagi tra le marciume che preoccupa. Eravamo sul molo, dinanzi al mare azzurro e immenso. Un gruppo di bambini erano buttati su fasci di corde, alcuni dormivano al sole, altri sonnecchiavano, come fossero più che delusi e stanchi, già vecchissimi. Li interrogai dopo che Aldo Moisio li ebbe fotografati; avevano tutti undici anni e attendevano l'ora di partire per la pesca. Gli domandai se ricordavano ancora qualche cosa di quanto avevano imparato a scuola e mi risposero alzando le spalle, come a dire che non li annoiassi con quelle superfluità. Appoggiandosi' a due rozzi bastoni, una bambina poliomielitica arrancava dietro a una schiera di monelli che correvano verso la spiaggia. Si chiamava Maria, aveva dieci anni. Le domandai se andava a scuoia. «Non voglio andarci», rispose seccamente, quasi con ira. L'aspra vocetta di quella bimba infelice mi sferzò come una condanna; chi potrà offrire ai bimbi di Sopra la Terra condizioni di serenità infantile che preludano a una esistenza di umana dignità? Francesco Rosso Maria, la piccola poliomielitica di 10 anni, arranca, appoggiandosi a' due rozzi bastoni, dietro una schiera di monelli «he corrono verso la spiaggia (f. Moisio) I bambini di Sopra la Terra crescono per strada, come cuccioli randagi, fra le macerie di casupole in rovina L'arcipelago delle Lipari (detto anche delle Eolie) si trova nel Tirreno, ad una cinquantina di chilometri a nord della Sicilia. E' composto di sette isole principali: Vulcano, Lipari, Salina, Filicudi, Alicudi, Basiluzzo e Stromboli. Di origine vulcanica, hanno la superficie complessiva di 115 kmq. (meno del territorio comunale di Torino). Uniche risorse la pomice; la terra è brulla, uva e carrube) che basta popolazione è di 13 mila pesca e l'estrazione della cresce poca frutta (fichi, appena al consumo locale

 

 

 

 

 

 

Canneto: anni 30

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LETTERA DALLE EOLIE

Panorama 1965 di Paolo Pernici  Le isole della fame 5

Gli regalavo degli abiti, altre volte che andavo in continente mi commissionò dei blu-jenas. Ringraziava del dono, pagava le commissioni, ma al momento d'indossare gli indumenti si pentiva, pensava che portandoli si sarebbero consumati, e finivano regolarmente in te a càssia, cioè nella cassa. Nella sua casa squallida dove non si mangia quasi mai cucinato e per economia si misura il petrolio dei lumi, il ricco Giovanni ha una quantità di cassiè colme di cose nuovissime che gli darebbe l'angoscia portare. Il giorno che morirà di fatica indosserà ancora gli stessi vecchi calzoni dal cavallo a ginocchio e la stessa camicia che sembra a scacchi e invece son pezze, che gli vidi addosso arrivando a Ginostra nel 1963. Solo allora, se non si saranno mangiato tutto i topi, laveranno per lui de a càssia il vestito nuovo che finalmente, morto, accetterà di consumare. Due volte in tutta la sua vita (43 anni) Giovanni è uscito dal microcosmo ginostrino: per andare militare a Trapani, e a Palermo. Tutto il resto delle sue 330.000 ore di vita, dai sei anni in poi, l'ha impiegato a sgobbare, per scacciare un fantasma che più o meno profondamente è annidato nell'inconscio di tutti gli eoliani: la paura di morire di fame.

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Le Eolie che al turista estivo appaiono così incantevoli, sono infatti in realtà il sud del sud, l'Africa dentro l'Africa che abbiano ancora in casa. E' qui che prima di qualunque altro luogo del sud è nata l'emigrazione dei tempi del passaporto rosso verso le Americhe e l'Australia; è qui che chi non è scappato via, se ha forza per vivere, può diventare un Giovanni Giuffrè: l'uomo più ricco di Ginostra, che dopo aver coltivato vigne, colto olive, piantati capperi e rizzati muri a secco per quattordici ore al giorno, trova il tempo, con ai piedi pezzi di camera d'aria da camion per risparmiare le scarpe, di portar su dal molo sacchi e sacchi di cemento, finchè la morte non lo divida dal suo medioevale terrore della fame.

Su sette isole che compongono l'arcipelago delle Eolie sei, a esclusione di Salina, dipendono dal di Lipari, dove c'è un'amministrazione strana: basti pensare che non meno di 10.000 abitanti complessivi e con una tangente annua netta di 150 milioni sulle cave di pomice di Canneto, in tutto il comune non c'è un asilo per i bimbi, né un ricovero per i vecchi.

Torniamo a Ginostra quando la scomparsa dei pochi turisti comincia il periodo delle grandi pesche, quelle autunnali. E' infatti a settembre, costeggiando col motore al minimo gli scogli sottoriva, che si prendono a traina le cavagnole (una specie di piccole lecce) e sono il pesce più buono del Mediterraneo. Finito il passo delle cavagnole, a metà di settembre avviene di solito la rottura dei tempi: una decina di giorni di mare cattivo, dopo di che, se l'anno è buono, viene la calmeria d'ottobre. E quando ottobre è buono, dal punto di vista della pesca, è il migliore mese dell'anno. Negli scogli sotto la chiesa e il terrazzo di casa mia, su tre-quattro metri fondo, compaiono cernie da dieci a trenta chili che approfittando dell'acqua giusta sono venute a prendersi i bagni d'aria in supeficie.

La tecnica di caccia col fucile è tutta speciale, ma per chi non sa prendere queste cernie, restano i tonnàcchi. Si tratta di tonni giovani, che quando compaiono sottocosta in branchi verso l’inizio d’ottobre sono sui due etti e mezzo, e quando scompaiono al largo verso i primi di novembre sono diventati da due chili l’uno. Si catturano anch’essi, a traina.

Se incontri il branco, l’emozione è indimenticabile: dieci, quindici, venti tonnàcchi che sotto il banco di prua dove li hai buttati appena sganciati dall'amo della traina, martellano il fasciame della barca con velocissimi colpi di coda, finché dura la loro agonia piena di sangue, poi si bollono in salamoia e si mettono sott’olio: ne sa qualcosa u parrino (cioè il parroco) don Gianni che a causa della passione per i tonnàcchi due autunni fa ne combinò una abbastanza grossa a Stromboli. U parrìno, finché i reumatismi e un editto del vescovo di Lipari non glielo proibirono, fu il più famoso sub dell’arcipelago. Sull’acqua però ci può ancora andare con la sua lancetta bianca e verde, e a fine estate del 1963, fu lui il primo a catturare i tonnàcchi. Una lenza in mano e reggendo la barra del suo « Seagull » da due cavalli e mezzo col fondo della schiena, ne mise a bordo un cin-Iquanta chili, cioè circa duecento, prima di perdere il branco. Poiché i tonnàcchi, per conservarli sott’olio, vanno bolliti freschissimi, don Gianni corse a casa a spanciarli, dimenticandosi ch'era domenica e c’era la processione di S. Bartolo. Quando ebbe finito, l’orario era passato da molto tempo, i fedeli s’erano portati per loro conto la statua in giro per il paese, aiutati all’ultimo momento da un altro prete, spretato a suo tempo dal vescovo di Lipari per via di certe speculazioni alberghiere.

 

 

Lipari, Pasqua 1958 di Renato De Pasquale

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Portinente - Porto delle Genti un ""tot"" di anni fa!

LIPARI ED I SUOI CINQUE MILLENNI DI STRORIA LEOPOLDO ZAGAMI (1).JPG

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LETTERA DALLE EOLIE Panorama 1965 di Paolo Pernici 4 parte Relitti pop

Ne resta anche, in compenso, sopra e sott'acqua, un incremento del paesaggio di Punta 'mbarcatùri, perchè attraverso la maschera lo spettacolo di un relitto vicino a riva in sei metri di fondo (cioè accessibile a tutti) è indubbiamente, agli occhi di un cittadino in vacanza, qualcosa di molto eccitante. Questo sott'acqua, mentre sopra l'acqua, su un lungo scoglio che è da solo una piccola isola, c'è un cimitero di lamieroni accartocciati, argani, pullegge, enormi ganci, grilli da settanta chili, gallocce da un metro, tendifilo alti come ciclopi, ingranaggi d'impiego misterioso: tutto ciò insomma che un palombaro può aver estratto da una nave sommersa e poi lasciato lì nella salsedine, la ruggine l'ha sigillato per sempre sotto uno strato uniforme di ceralacca marroncina. Guai se ci venisse uno scultore di pop-art: segherebbe tutto a pezzi, li spedirebbe a Milano firmati e li venderebbe a un milione l'uno.

Di sera era buio si andava a totani con la lampada a petrolio e l'ontrato: un lungo amo dal gambo di piombo e in fondo una coroncina di ganci acuminati a cui, attratti dalla luce, i totani s'attaccano e quando li tiri a bordo, per vendicarsi, ti schizzano in faccia mezzo litro d'acqua. Meno pregiati ma più abbondanti dei calamari, i totani arrivano anche a tre chili.

Le sere di luna, i totani non abboccano. Per chi a Ginostra non aveva sonno l'alternativa era dare l'SOS col faro subacqueo a sommergibili e transatlantici dal terrazzo di casa mia a picco sul mare, farsi tre quarti d'ora in barca per andare a guardare latin lovers coi bermuda fatti in casa dalla mamma branciar tedeschine al bar Italia di Stromboli, o salire a castello dal dottor De Savelli (un'autentica, piccola corte gattopardiana), a mangiar gelidi melograno dolci e pepati come in Arabia, armare mi da coffe, imparare come si piantono capperi dalla viva voce di Giovanni Giuffrè, il contadino più ricco del paese.

Sbranati quattro etti di pasta e sarde, un pesce e mezzo coniglio innaffiati da bicchieroni di vino che a casa sua non beve mai perchè l'avidissima moglie Iolanda glielo vende tutto, Giovanni compariva sempre un po' bevuto dalla cucina del dottore, e, immancabilmente, il dito puntato sulla tua faccia, iniziava un serrato monologo su come si debbono piantare i capperi. I capperi (la maggior risorsa economica di Ginostra) nessuno li pianta, nemmeno in Marocco: si colgono soltanto, una volta alla settimana da maggio a settembre, dopo averli potati due volte, a dicembre e gennaio, e di fatica c'è n'è già abbastanza, per un contadino di Ginostra, che deve curare vigna e uliveti raggiungibili solo dopo dure camminate, alzare continuamente muri a secco e appostare trappole da conigli in luoghi impervi, se vuole mangiare di tanto in tanto un po' di carne.

Oltre a fare tutto questo, unico al mondo, Giovanni, per aumentare i guadagni, trovava il tempo di fare anche il facchino, portando su dal porto, per cento ripidissimi gradini, bombole di gas liquido e colli a 200 lire l'uno. L'ottobre scorso, in piena colta delle olive, quando tutti in paese lavorano dalle sei del mattino alle otto di sera altrimenti il raccolto s'inacidisce, Giovanni accettò di portar su dal molo cinquanta sacchi di cemento per 10.000 lire. Cinquanta viaggi con in groppa 50 chili che avrebbero sfiancato un mulo, e questo fu il suo straordinario dopo una giornata a olive di 14 ore.

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Giuseppe Iacolino – Destinazione Panarea.

Per un itinerario così interessante qual è quello che per la rotta di NE ti porterà da Lipari (capoluogo dell’arcipelago eoliano) a Panarea sceglieremo un accompagnatore d’eccezione, quell’abate Lazzaro Spallanzani, na turalista e professore emerito, che talvolta alle sue pagine di scienza seppe aggiungere deli ziosi tocchi di poesia.

Un facile slittamento nel tempo, come in sogno, ed eccoci immersi nell’incerta luce mattinale di una giornata dell’ottobre 1788, in Lipari. Attracco di Tramontana, detto pure di Sottomonastero. C’è l’occasione buona: una feluca pronta a salpare per Stromboli. « Era di buon mattino — narra lo Spallanzani — soffiava un forte ma spiegato libeccio accom pagnato da interrotte nubi temporalesche. Agi tato era il mare, ma, favorevole essendo il vento, per questa velata il padrone della feluca, che era altresì il timoniere, sperar mi fece che non incontreremmo disastri, e sol mi disse, scherzando, che avremmo ballato. Spiegate erano tutte le vele, e l’andar nostro non era un correre, ma un volare.

Nonostante che il vento e il mare ingagliardissero sempre di più e che or ci vedessimo sospesi sulla punta di un’onda, or sprofondati come su una voragi ne, nulla avevamo a temere per essere sempre stato il libeccio intavolato per poppa. Per qualche tratto di viaggio fummo accompagnati da una torma di marini animali che ci fecero una specie di corteggio. Questi erano delfini che, preso in mezzo il nostro legnetto, si die dero a scherzarvi attorno e a trastullarsi guiz zando da prora a poppa e da poppa a prora, d’improvviso profondandosi nell’onde, poi ri comparendo e, fuori cacciato il muso, lancian do a più piedi d’altezza il getto d’acqua che a riprese espellono dal forame che sul capo si apre. E in quegli allegri lor giochi appresi cosa mai da me veduta nelle migliaia di questi piccoli cetacei in altri mari osservate. Ciò fu l’indicibile loro prestezza nel vibrarsi dentro l’acqua. Uno o più delfini talvolta movevano da prora a poppa. Ad onta di dovere allora rompere' l'impetuoso scontro del fiotto, vola vano con la rapidità d'un dardo ».

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Il contatto di simpatia tra il visitatore e l'isola di Panacea s’instaura assai prima dello sbarco al molo di San Pietro perché l'abbrac cio che quel corpo roccioso tende al forestiero s’anticipa a notevole distanza facendosi ampio e molteplice. Mentre il battello piega a Nord per venire a rada, da levante fanno gioiosi am miccamenti una mandria di isolotti e di scogli bizzarri di forma, strani nei colori e nei nomi, disseminati qua e là, ora raggruppati ora di spersi, alcuni lontani oltre due miglia: è un formicolio ridente di onde e di spume, di ri flessi di mare e. di frammenti di rupi immobili. Ma anche queste masse, nel resistere che fanno alle folate di brezza che increspano la marina, paiono tutte muoversi in unica direzione, come le formiche. E Formicole, appunto, chiama rono i pescatori panarioti di moltissimi anni fa le quattro o cinque pietre lisce che, lì presso, affiorano, dall’acqua. C’è poi Lisca Nera e Li sca Bianca, Dàttilo e Bòllaro, più in là ancora Panarelli e, sullo sfondo ceruleo, quasi addos sati a Stromboli, Spinazzola e Basiluzzo.

È un arcipelago, dunque, Panarea, un ar cipelago in miniatura facente parte di un altro arcipelago più esteso, un minuscolo sistema inglobato in una più dilatata galassia.

Ma può pure considerarsi un pianeta a sé stante il comprensorio di Panarea, un pianeta in fase di declino e di dissolvimento, un cam pionario di residuati di rocce, tutto mozziconi, spuntoni, slabbrature; un pianeta che, da al meno settecentomila anni, ha subito per prima le violenze dei fuochi e dei sismi, poi le in giurie dei venti e delle tempeste. Ora, « addo mesticato ». giace nel profondo assopimento che gli deriva dalla sua lunga e sofferta gio vinezza.

Per la sua posizione amena e per i suoi ter razzi naturali facilmente difendibili Panarea fu prescelta come punto ideale da insediamento da gruppi neolitici del III millennio a. C.. Evidenti affiorano le tracce di quella facies culturale in località Calcara, ma quanto mai significativi appaiono i resti del villaggi Punta Milazzese che risalgono all’età del bronzo, ad un tempo che va pressappoco dal XV al XIII secolo a. C..

Anche in età greco-romana Panarea e Basiluzzo ebbero nuclei abitativi e furono stazioni preferite da sofisticati nababbi liparoti. Taluni tratti di fondazioni di ville aristocratiche, benchè sommersi per via dei bradisismi, sono ancora oggi distinguibili nei fondali adiacenti. Avanzi ancor più cospicui notarono i naturalisti del nostro Settecento che visitarono questi luoghi. «Panarea — afferma l’Houel — ha avuto edifici superbi come Lipari, Stromboli e Basiluzzo, sia al tempo dei Greci, sia al tempo quando i Romani, per il loro gusto del lusso si servivano di tutti gli elementi per le costruzioni ».

La frequentazione umana, a Panarea, praticamente si bloccò per oltre un millennio, dal V al XVI secolo della nostra era. Fu quello il millennio in cui qua da noi imperversò la pirateria più spietata, da quella vandalica a quella araba e, infine, a quella turchesca.

I primi a tornare nell’isola, alla fine del ’500, furono pochi anonimi coraggiosi contadini di Lipari i quali a Panarea e a Basiluzzo ci venivano a coltivar le terre che i vescovi davano assegnando al clan dei borghesi liparoti. Ci venivano solo per compiere i lavori stagionali e riposavano in misere capanne di frasche, senza né mogli né figli, perché vietato dalla legge portare nelle isole minori donne, vecchi e ragazzi.

Più tardi, come dimostra la chiesina S. Pietro la cui fabbrica originaria risale 1681, i colonizzatori ci fecero residenza stabile a Panarea rivestendo le colline di fitti uliveti e seminando tanto buon grano sui pianori soleggiati. Panarea — dicono le carte del 1691 somministrava « a Lipari non poco grano ed in abbondanza legumi e frutti ».

Pure a Basiluzzo ci prosperavano i legumi e varia granaglia.

Si lavorava sodo a Panarea nei secoli passati e, come se ciò non bastasse, si viveva come sul piede di guerra sotto l’incubo costante e mortale delle incursioni barbaresche. Ancora nel 1772 — riferisce l’Houel — per i cento abitanti di Panarea « gli attacchi dei Turchi e dei Barbareschi rappresentano la più grave calamità che possa colpire gli uomini ».

Fu in questo clima pionieristico — in cui il contadino si fa cacciatore e pescatore e di venta anche guerriero — che i Panarioti si legarono tenacemente alla loro terra e si die dero a scoprirne ogni angolo più riposto. E ad ogni zolla assegnarono un nome improvvi sando, accanto a quella antichissima, una nuo va toponomastica carica di significazione.

Drautto si disse il primo tratto abitato di Panarea, ma in origine questo era il nome della piccola rada antistante dove nel ’500 ve nivano a mettersi alla posta gli sciabecchi del feroce corsaro Dragùt. Segue, poi, il settore di San Pietro con le due chiese, la vecchia e la nuova. S. Pietro, nel ’500, rappresentava il Cristianesimo trionfante, fortemente impe gnato ad arginare l’invadenza del turco infe dele. L’estrema frazione più a Nord fu chia mata « i Ditedda » per via di certi funghi a forma ramificata come di una mano che pro tenda in alto le dita ravvicinate.

Sarebbe lungo un discorso tutto centrato sulla toponomastica di quest’isola bella, bella nella sua natura e bella nella tormentata quanto umile ed occulta sua storia. Ma il fatto è che il turista che viene a Panarea non sa starsene tranquillamente a prendere il sole. Egli vuole anche vedere ed essere informato di tutto. Più specificamente la sua curiosità s’ap punta su Basiluzzo, su Dàttilo e su Spinazzola. Tre scogli, tre meraviglie. E noi l’acconten teremo.

Basiluzzo è la versione dialettale di una voce greco-bizantina, Basiliscos, che vuol dire piccolo re. Ma ciò non basta a spiegare. Oc corre sapere che la cultura zoologica degli an tichi favoleggiò di un animale che si diceva prolificasse nell’Africa incognita e che era il frutto dell’innaturale connubio di un gallo con una pitonessa. Ne nacque un mostriciattolo dalla schiena marcatamente gibbosa, con un capo turricefalo su cui, al posto della cresta, propria dei gallinacei, figurava una corona cir colare. Perciò si disse basilisco o principino.

Ora, se ben si osserva lo scoglio di Basiluzzo chiaramente emerge la somiglianza strettissima tra la sua sagoma e quella del fiabesco animale. Il Dàttilo è connesso — chi non lo sa? –al dàctylos greco. Ma solo indirettamente Dàctylos vuol dire dito e ha dato nome del dattero da palma che ha appunto l ’aspetto della falangetta del pollice. Dal colore marrone del dattero gli antichi chiamarono dàttilo una pietra d’un certo pregio che gli odierni gioiellieri dicono occhio di tigre. Dall’analogia con questo colore venne al nostro scoglio il nome di Petra ’i Dattilu.

Spinazzola ci riporta alle tragiche storie dei Turchi. Fu così detta la massa rocciosa, isolata e irta di guglie, che sta di fronte all’immaginario basilisco. Ma la ragione di tal nome è spiegabile solo se rapportata alla spinazza o spinazzola che era solita acquattarsi in quei pressi. Era, la spinazza (dal francese èpinace, cioè fatta di pino), una minuta quanto agilissima imbarcazione a remi che i Panarelesi del passato inviavano in avanscoperta in caso di sospettata incursione piratesca.

Codesto fascino dei nomi antichi oggi non si avverte più. E del tutto dimenticato svanite sono le belle risorse di flora e — quaglie, conigli, uova di cavazze deliziose a sorbirsi, come attesta l’Hoeul — che consentivano ai Panarellesi d’una volta di mangiare carni bianche del tutto genuine.

Non si deve, dunque, credere a chi affermma che l’isola è giunta a noi “intatta” madre natura la fece.

Certo, la natura, quando può — e qui si vede che lo può — ripara ai dissesti provocati dall’uomo e si può ben dire che qui a Panarea la natura campeggi ancora onnipresente tutte le forme della sua benignissima nudità.

Ma la più squisita peculiarità di - l’« anima » vorremmo dire — resta adagiata nei recessi dei millenni, nell’obliata realtà di travaglio di una lunga serie di generazioni umane votate alla fatica e alla lotta mortale.

Una chiave per intenderla?

Forse, più che negli archivi polverosi, la vera dimensione interpretativa la si ritrova nella ricca e varia toponomastica. Le contrade, i pizzi, le balze, le innumerevoli rocce seminate nel mare senza confini.

 

 

 

 

 

LETTERA DALLE EOLIE

Panorama 1965 di Paolo Pernici

Ginostra 3 parte

A Ginostra però spada non se ne trova: nessuno ha barche abbastanza grandi per pescarne, a causa anche dello scalo che è troppo piccolo ( si chiama appunto “u Pertùso” che vuol dire “il buco) e non permette di ormeggiare i natanti che vanno tirati a secco ogni volta con i verricelli. Chi vuole mangiare pescespada, a Ginostra, deve andarlo a comprare a Stromboli, dall'altra parte dell0isola. Il fondale davanti a Ginostra sarebbe ottimo: si vedono a volte spada giganteschi affacciarsi alla superficie come delfini, ma nessuno ne pesca per due altre ottime ragioni. Primo il traffico: sottocosta al mare profondo di Ginostra c'è, anche di notte, un continuo passaggio di petroliere, transatlantici, incrociatori e sommergibili che vanno e vengono fra Napoli e Gibilterra, e fatalmente, con le loro eliche distruggerebbero i cuonzi. Secondo, manca il consumo locale. I ginostrini, infatti, sono quasi tutti vecchi (i giovani sono emigrati nelle Americhe e in Australia) che per antica abitudine alla parsimonia consumano in dieci come un milanese.

I due bottegai locali si riforniscono in proporzione; per cui bastano dieci turisti più dei dieci previsti per causare gravissime crisi di congiuntura alimentare, come accadde in agosto. Per una mareggiata improvvisa che impedì lo scarico delle provviste dalla nave, restammo tre giorni senza pane. L'acqua minerale costava 300 lire alla bottiglia, esattamente come il vino, che non era più nemmeno il ricordo del formidabile vino di Ginostra (18 gradi, odoroso di lava il nero, più secco di un porto il bianco) che compravamo in primavera a 200 lire al litro, ma un intruglio acido sfacciatamente annacquato, e guai rinfacciarlo ai bottegai senò s'offendono e non te davano più. Le uova bisogna prenotarle a 60 lire l'uno da una certa signorina Sara che le cedeva con riluttanza, come pegni d'amore. Scatoline di tonno di sottomarca, spesso anche marce, costavano 320 lire; pagai una bombola di liquigas da 15 litri 3500 lire, e i conigli selvatici cacciati di frodo con le trappole, da 300 lire l'uno, erano arrivati a 500. Pesci da fucile se ne vedevano, ma erano cernie smaliziatissime che si tenevano sotto i 15 metri in attesa che il passo dei turisti (i soli che a Ginostra posseggono fucili) finisse.

Si vedevano anche saraghi e cefali rispettabili, ma affacciati al relitto del cargo militare affondato otto anni fa, chi dice per la nebbia, chi dice per misteriosi sabotaggi. Era francese, andava in Indocina, giace su sei metri di fondo e da tutti i buchi, fra cingoli di carri armati, granate che ogni tanto esplodono e baffi d'alga, s'affaccia una quantità incredibile di pesci pronti a rendersi irreperibili appena t'immergi. Un palombaro napoletano, certo Fraiasso, ne assunse in appalto il recupero che poi lasciò a mezzo avendone assunto nel frattempo altrove un altro più redditizio. Col tempo la salsedine si mangiò tutto, il primo recupero diventò antieconomico, per cui oggi del cargo che andava in Indocina restano, a Ginostra, alcuni motori arrugginiti e un pontone in disarmo che ostacolano gravemente, in terreno demaniale, la protezione delle barche tirate in secco dalle mareggiate invernali.

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LETTERA DALLE EOLIE

Panorama 1965 di Paolo Pernici

Ginostra 2 parte.

Un mare ricco di prede 2

Esposta a sud-ovest, con un clima secchissimo e il sole visibile fino all'ultimo istante del tramonto prima d'inabissarsi in mare fra le sagome coniche di Filicudi e Alicudi, Ginostra appare veramente un sogno a chi, come accade a me l'anno scorso, ci ritorni a maggio dopo una sosta di due mesi a Milano. Le cattedrali di fichi d'India e i bastioni di ginestre che costituiscono l'architettura naturale del paese, in questo mese magico, fanno da contrappunto selvaggio al mare trasparente, gelido, e ricco di prede. Uscii subito a mare con le reti a pattuglia del medico Aurelio De Savelli, di Mario Piemonte e di Mario lo Schiavo legate insieme , e prendemmo, oltre ai pesci, quattordici aragoste.

La parte di Mario andò tutta regalata al vescovo e agli avvocati di Lipari, perchè i ginostrini sono religiosi e litigiosi, con sempre qualche messa grande da dedicare a qualche loro morto con la massima solennità e sempre qualche causa in atto contro qualche vicino di casa. La parte del dottor Savelli (il Gattopardo dell'arcipelago) andò nei suoi soliti pranzi da sei portate, da cui almeno uno degli ospiti esce immancabilmente svenuto. La mia parte me la cucinai io, alla griglia e bollita consapevole che aragoste così il più miliardario dei milanesi non avrebbe potuto mangiare mai.

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L'aragosta, infatti, è sensibilissima, bisogna cucinarla appena presa: l'ideale sarebbe avere in barca un calderone d'acqua bollente dove buttarla subito dopo che l'hai staccata dalla rete. Invece d'agosto, quando alle Eolie c'è il passo forte dei milanesi, le conservano giorni e giorni in sacchi di iuta legati a un galleggiante o dentro alle nasse. Il crostaceo così si spaventa, le carni dell'aragosta spaventata s'avvelenano, e non valgono più nulla.

Sempre di maggio, uscivamo in due in barchetta verso le dieci del mattino, trascinandoci dietro a remi la polpara innescata con un pesce qualunque. Un polpetto o una seppia abboccava sempre, allora si cambiava fondo, calavamo i bolentini innescati a patelle e ufali: donzelle e perchie venivano su a due per volta, e prima di mezzogiorno avevamo messa insieme una zuppa squisita. Guardando sott'acqua con lo specchio in cerca di polpi più grossi, si vedevano, affacciate alle tane sul gradino dei 15-20 metri, cernie sui dieci chili mimetizzate di grigioverde. A giugno, chi avesse avuto abbastanza fiato e una buona tuta di neoprene per proteggersi dall'acqua pungente poteva già andarsele a prendere col fucile, mentre per gli sfiatati, sul gradino degli otto-dieci metri, cominciavano ad apparire, frementi e nervose nel blu, le favolose lecce: le prede regine di tutti i pescatori subacquei del mediterraneo, che qui, fra giugno e luglio, sono di casa.

Se ci sta, la leccia fa tutto lei, come una donna innamorata. Le aspetti a qualunque ora, pinneggiando in superficie sopra il gradino degli otto metri col fucile assicurato a una sagola d'una quindicina di metri, assicurata a sua volta alla barca d'appoggio che ti segue a remi. Le lecce arrivano improvvisamente, dal blu confuso della profondità, e se non ci stanno, niente, spariscono via. Se ci stanno, intorno a te che ti sei immediatamente tuffato e raspi il fondo fingendo di interessarti a scoglie e alghe senza guardarle, descrivono un paio di giri sempre più stretti, e si tratta di sparare a quella che passa più a tiro. Tutto qui, e ricordo quel giorno di fine luglio ad Alicudi che, ormai al termine di fiato, su un fondo di nove metri, ne sparai una piccolina che sarà stata sei chili, un tiro troppo lungo per il fucile non potentissimo che avevo, la colpii all'estremità del dorso, si liberò con un colpo di coda dall'arpione, scomparve a sessanta chilometri all'ora. Doveva essere una lecce affamata (l'aveva attirata, oltre alla mia presenza, un torsolo di mela che la mia ragazza aveva buttato giù dalla barca poco prima) perchè subito dopo ricomparve, e due metri davanti a me si fermò a mangiare i pezzettini di carne che l'arpione le aveva strappato via; e io ci rimasi di sale, e imprecai lungamente dentro alla smaschera, perchè non avevo avuto la preveggenza di ricaricare subito il fucile.

Man mano che finiva luglio, le reti diventano sempre meno redditizie; sempre meno aragoste e sempre più pietre e ramoscelli di corallo matto da sfilare pazientemente dai tremagli delle pattuglie. Era al colmo, in compenso, la sola pesca professionale che sia esercitata nell'arcipelago delle Eolie: la pesca dello spada coi cuonzi calabresi. Col cuonzo da spada va bene fino a tutto agosto, il mese dei turisti tradizionali, durante il quale pesci da rete e fucile (si direbbe che lo sappiamo) non se ne vede quasi. Il cuonzo sono chilometri di nailon sostenuti ai due lati da sugheri con sopra due lampade a petrolio. Ogni qualche metro c'è un bracciolo con un grosso amo, ogni decina di braccioli c'è un galleggiante. I piccoli pescherecci dell'arcipelago, con un equipaggio medio di tre uomini, si trascinano dietro l'arnese tutta notte vegliando a turni di tre ore ciascuno. Ogni tanto una lampada scompare sott'acqua: è segno che il pescespada ha ferrato, tutti si svegliano gridando, ed oltre alle veglie estenuanti nella notte vegliando a turni di tre ore ciascuno. Ogni tanto una lampada scompare sott'acqua: è segno che il pescespada ha ferrato, tutti si svegliano gridando, ed oltre alle veglie estenuanti nella notte gelida, oltre i reumi che s'accumulano dormendo sottocoperta su materassi semivuoti e fetidi, ciò che fa un mestiere infame di questa pesca che al turista che v'assiste per una volta appare così romantica, sono i rischi connessi al recupero del pesce. Gli spada infatti superano spesso il quintale, un quintale ch'è quasi tutto un muscolo solo. Con un disperato colpo di coda a muso in giù, sono capaci di tirarsi sotto, d'un colpo, una una quarantina di metri di cuonzo. Allora, appuntiti ami da dieci centimetri sibilano da tutte le parti, e guai a chi si lascia afferrare: squarci spaventosi in un braccio, una gamba, dappertutto, com'è capitato.

A volte non era poi spada, ma soltanto un pesce, come chiamano qui alle Eolie i pescecani. Gridando di rabbia lo issano a bordo lo stesso, gli fanno mentre s'agita ancora, le necessaria toeletta coi coltellacci. Via la coda lunata, via le pinne ampie e spesse come ali d'un jet, via la testa minacciosa incoronata di denti appuntiti: cinque minuti di chirurgia e l'ex-tigre dei mari, avvolta in un identico sudario di felci, parte come spada per i mercati continentali a duecento lire al chilo. Lo spada vero lo spediscono invece ai grossisti siciliani, che lo pagano 800 lire al chilo. Ne prendono, a volte, due o tre in una notte e i più piccoli li vendono alle pensioni a mille lire al chilo; e bisogna venire qui alle Eolie per rendersi conto della squisitezza che è una fetta di spada pescato la notte prima, tagliata alta mezzo centimetro e appena scottata sulla brace.

 

LETTERA DALLE EOLIE
Panorama 1965 di Paolo Pernici 1 parte

Ginostra di Stromboli: Uno di questi giorni Piero Favorito o Mario Piemonte o Mario Lo Schiavo o magari tutti e tre insieme, saliranno di corsa la ripidissima scala che come un castello di streghe alza il paesino di Ginostra dal suo porticciolo. “E' tortughe, e tortughe!” grideranno, e via a casa a prendere il binocolo, e poi di nuovo giù a tirar fuori i lunghi coppi custoditi sotto il telone marcio di salsedine che ricopre il pontone in disarmo del palombaro napoletano Fraisso, e poi, in tutta fretta, vareranno a tutto motore puntando al largo per paura che le prede se ne siano andate.
Potrebbe essere naturalmente chiunque altro, ma è molto probabile che sia uno di loro, il primo a segnalare le tartarughe.

Pino è contadino, Piemonte impiegato di posta e lo Schiavo è bottegaio, e il primo non possiede nemmeno una barca, ma sono egualmente i tre migliori pescatori di Ginostra, da quando il più bravo di tutti, il gigantesco maestro Criscillo, per paura dei reumatismi, ha disertato il mare ed è emigrato sottovice ufficiale postale aggiunto a Stromboli, dove ci sono strade su cui si può andare in lambretta: quasi una metropoli.
Gennaio è il mese delle tartarughe, e Ginostra (un paesino di poco più di cinquanta abitanti sulla costa suovest dell'isola di Stromboli) è con la lontana Alicudi il luogo delle Eolie dove hanno le maggiori probabilità di poter praticare questa pesca fra le più semplici del mondo. Essenziale una giornata serena e di “mare jancu” cioè bianco (come lo chiamano qui quando è calmissimo) dopo una violenta mareggiata, che, dicono gli esperti, sveglia le tartarughe in letargo a mezz'acqua e le invoglia a salire a galla dove s'addormentano al sole. La teoria presenta lacune dal punto di vista strettamente scientifico, ma quel che importa è che succede proprio così, gli inverni che le tartarughe hanno voglia di passare.

Quattro o cinque miglia al largo, con l'aiuto dei binocoli, si individuano le loro gobbe da lontano sul mare immobile; si accostano a remi, e senza parlare, senò si svegliano e fuggono giù, si acchiappano col coppo (un grande robusto retino dal lungo manico) e si scaricano a bordo, pancia all'aria attenti per tutto il viaggio di ritorno che non si stacchino un dito dai piedi col rostro tagliente come un tronchese. Dal momento della cattura fino a quando non la decapiteranno sopra una ciotola ove raccoglierne il pregiatissimo sangue, a tortuga, trascorrerà sempre così, a pancia all'aria, i restanti giorni della sua vita: più di una settimana, a volte come accadde nel gennaio del 1963, quando a Ginostra il passo fu ricchissimo, ne presero esemplari intorno al quintale, e davanti a ogni casa c'era sempre una o più tartarughe rovesciate, che agitavano senza posa le zampe palmate come piccoli mulini a vento, e intanto, spurgandosi, la carne diventava più magra e saporita.

L'inverno 1964, invece, il passo delle tartarughe non ci fu a causa – dicono gli esperti – delle troppe scarse mareggiate. Quest'anno che l'inverno è stato precoce dovrebb'essere buono per le tortughe: tutti le aspettano a Ginostra, scrutando attentamente l'orizzonte ogni mattina che escono a mare, come dicono loro, è jancu. Un buon passo di tartarughe, oltretutto, sarebbe il giusto riconoscimento che il cielo deve agli isolani dopo un'annata come quella del 64' che fu scarsa di vino e d'olio, e l'unica cosa abbondante, i capperi furono pagati dai grossisti di Lipari cento lire al chilo meno dell'anno scorso, e le pesche tradizionali dell'autunno, dalle cavagnole ai tonnacchi e ai calamari, sono state un fallimento.

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IL POSTALE
La corsa Palermo-Messina per le marine ha anche l'incombenza di trasportare la posta diretta alle isole Eolie (Lipari, Vulcano, Stromboli, Panarea, Salina, Filicudi, Alicudi). Il trasporto della corrispondenza avviene da Milazzo con mezzi estranei all'Amministrazione postale quali le "barche" militari e quelle di commercio.

Lo scambio avveniva con una cassettina munita di lucchetto con duplice chiave, una a disposizione del cancelliere comunale di Lipari (dopo la chiusura dell'Ufficio postale di quella località) e l'altra a disposizione dell'Ufficiale Postale di Milazzo. Ogni qualvolta avveniva il collegamento, molto irregolare e saltuario, il cancelliere rimandava la cassettina con le lettere in partenza, quelle non distribuite e il denaro riscosso per conto dell'Amministrazione postale.

Le cose non cambiarono con il passare dei tempi e i collegamenti tra Milazzo e le isole Eolie rimasero affidate a barche di commercio fino al 1860.

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Con i ricordi di Gennaro Leone protagonista organizzativo di produzione e tra le comparse...

Un amore così fragile, così violento ITALIA – 1973

Regia: Leros Pittoni

Attori: Fabio Testi - Gerolamo Poliziani, detto Gepo, Paola Pitagora - Assunta, Daniele Dublino - Don Gesualdo, María Baxa - Signora milanese, Gino Santercole - Ruzzo, Franco Ressel - Maresciallo dei carabinieri, Luigi Casellato - Medico, Ugo Cardea - Carmelo, Giovanna Di Vita - Mammana, Franco Bartella - Giorgio, Filippo Tarantino - Alfonso

Tratto da: Romanzo omonimo di Leros Pittoni. Il film nasce dal libro scritto da Leros Pittoni che fu il regista. Girato direttamente a Lipari con molte comparse eoliane. L'idea di finire il film con un gruppo di bambini che di corsa venivano giu' verso la piazza di Marina Piccola partendo dalla chiesa di San Giuseppe con teli di plastica a fare vela piatta sopra la testa. Fra pontili della pomice, cave e spiagge porticello divento' l'epicentro.

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Scene fra cavatori frustrati da quel gigante palermitano dipendente della Italpomice. La vigliaccata della produzione che dopo aver ottenuto tutti i permessi ed aiuti materiali dalla Pumex per girare le scene dentro le cave, per farsi pubblicita' diedero alla stampa la falsa notizia che l'attore Fabio Testi, soprannominato orecchie di scimmia, svenne durante la lavorazione perche' si ammalo' di silicosi. Paola Pitagora era molto triste, mentre l'altra attrice Maria Baxa di Belgrado, deceduta nel (notiziario Eolie del 18 novembre 2019) qualche anno fa, si innamoro' di un giovanissimo eoliano oggi affermato architetto a Roma.

Una giovane fanciulla cannetara svenne quando ha stretto la mano a Fabio Testi, bello e con un bel fisico. La troupe alloggiava alle Rocce Azzurre. Il film, genere drammatico, non ebbe molto successo. Un falegname romano in 2 giorni costruì con le tavole comprate da Tanino Cassara' una casetta in legno sulla spiaggia bianca. Fra le comparse era stato scelto Turi Alivo per la sua faccia definita una rete. Durante le riprese le comparse eoliane fecero uno sciopero per ottenere il raddoppio della paga.

Come citato da Gennaro uno dei giornali che ne diede notizia, della presunta ""silicosi"". Cronaca del 1972 StampaSera 29.11.1972.

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LIPARI PALAZZO DEGLI STUDI datata 01.02.1920 edizione esclusiva per le isole eolie G. Tonelli.

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