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di Massimo Ristuccia

LETTERA DALLE EOLIE

Panorama 1965 di Paolo Pernici  Le isole della fame 5

Gli regalavo degli abiti, altre volte che andavo in continente mi commissionò dei blu-jenas. Ringraziava del dono, pagava le commissioni, ma al momento d'indossare gli indumenti si pentiva, pensava che portandoli si sarebbero consumati, e finivano regolarmente in te a càssia, cioè nella cassa. Nella sua casa squallida dove non si mangia quasi mai cucinato e per economia si misura il petrolio dei lumi, il ricco Giovanni ha una quantità di cassiè colme di cose nuovissime che gli darebbe l'angoscia portare. Il giorno che morirà di fatica indosserà ancora gli stessi vecchi calzoni dal cavallo a ginocchio e la stessa camicia che sembra a scacchi e invece son pezze, che gli vidi addosso arrivando a Ginostra nel 1963. Solo allora, se non si saranno mangiato tutto i topi, laveranno per lui de a càssia il vestito nuovo che finalmente, morto, accetterà di consumare. Due volte in tutta la sua vita (43 anni) Giovanni è uscito dal microcosmo ginostrino: per andare militare a Trapani, e a Palermo. Tutto il resto delle sue 330.000 ore di vita, dai sei anni in poi, l'ha impiegato a sgobbare, per scacciare un fantasma che più o meno profondamente è annidato nell'inconscio di tutti gli eoliani: la paura di morire di fame.

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Le Eolie che al turista estivo appaiono così incantevoli, sono infatti in realtà il sud del sud, l'Africa dentro l'Africa che abbiano ancora in casa. E' qui che prima di qualunque altro luogo del sud è nata l'emigrazione dei tempi del passaporto rosso verso le Americhe e l'Australia; è qui che chi non è scappato via, se ha forza per vivere, può diventare un Giovanni Giuffrè: l'uomo più ricco di Ginostra, che dopo aver coltivato vigne, colto olive, piantati capperi e rizzati muri a secco per quattordici ore al giorno, trova il tempo, con ai piedi pezzi di camera d'aria da camion per risparmiare le scarpe, di portar su dal molo sacchi e sacchi di cemento, finchè la morte non lo divida dal suo medioevale terrore della fame.

Su sette isole che compongono l'arcipelago delle Eolie sei, a esclusione di Salina, dipendono dal di Lipari, dove c'è un'amministrazione strana: basti pensare che non meno di 10.000 abitanti complessivi e con una tangente annua netta di 150 milioni sulle cave di pomice di Canneto, in tutto il comune non c'è un asilo per i bimbi, né un ricovero per i vecchi.

Torniamo a Ginostra quando la scomparsa dei pochi turisti comincia il periodo delle grandi pesche, quelle autunnali. E' infatti a settembre, costeggiando col motore al minimo gli scogli sottoriva, che si prendono a traina le cavagnole (una specie di piccole lecce) e sono il pesce più buono del Mediterraneo. Finito il passo delle cavagnole, a metà di settembre avviene di solito la rottura dei tempi: una decina di giorni di mare cattivo, dopo di che, se l'anno è buono, viene la calmeria d'ottobre. E quando ottobre è buono, dal punto di vista della pesca, è il migliore mese dell'anno. Negli scogli sotto la chiesa e il terrazzo di casa mia, su tre-quattro metri fondo, compaiono cernie da dieci a trenta chili che approfittando dell'acqua giusta sono venute a prendersi i bagni d'aria in supeficie.

La tecnica di caccia col fucile è tutta speciale, ma per chi non sa prendere queste cernie, restano i tonnàcchi. Si tratta di tonni giovani, che quando compaiono sottocosta in branchi verso l’inizio d’ottobre sono sui due etti e mezzo, e quando scompaiono al largo verso i primi di novembre sono diventati da due chili l’uno. Si catturano anch’essi, a traina.

Se incontri il branco, l’emozione è indimenticabile: dieci, quindici, venti tonnàcchi che sotto il banco di prua dove li hai buttati appena sganciati dall'amo della traina, martellano il fasciame della barca con velocissimi colpi di coda, finché dura la loro agonia piena di sangue, poi si bollono in salamoia e si mettono sott’olio: ne sa qualcosa u parrino (cioè il parroco) don Gianni che a causa della passione per i tonnàcchi due autunni fa ne combinò una abbastanza grossa a Stromboli. U parrìno, finché i reumatismi e un editto del vescovo di Lipari non glielo proibirono, fu il più famoso sub dell’arcipelago. Sull’acqua però ci può ancora andare con la sua lancetta bianca e verde, e a fine estate del 1963, fu lui il primo a catturare i tonnàcchi. Una lenza in mano e reggendo la barra del suo « Seagull » da due cavalli e mezzo col fondo della schiena, ne mise a bordo un cin-Iquanta chili, cioè circa duecento, prima di perdere il branco. Poiché i tonnàcchi, per conservarli sott’olio, vanno bolliti freschissimi, don Gianni corse a casa a spanciarli, dimenticandosi ch'era domenica e c’era la processione di S. Bartolo. Quando ebbe finito, l’orario era passato da molto tempo, i fedeli s’erano portati per loro conto la statua in giro per il paese, aiutati all’ultimo momento da un altro prete, spretato a suo tempo dal vescovo di Lipari per via di certe speculazioni alberghiere.

 

 

Lipari, Pasqua 1958 di Renato De Pasquale

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Portinente - Porto delle Genti un ""tot"" di anni fa!

LIPARI ED I SUOI CINQUE MILLENNI DI STRORIA LEOPOLDO ZAGAMI (1).JPG

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LETTERA DALLE EOLIE Panorama 1965 di Paolo Pernici 4 parte Relitti pop

Ne resta anche, in compenso, sopra e sott'acqua, un incremento del paesaggio di Punta 'mbarcatùri, perchè attraverso la maschera lo spettacolo di un relitto vicino a riva in sei metri di fondo (cioè accessibile a tutti) è indubbiamente, agli occhi di un cittadino in vacanza, qualcosa di molto eccitante. Questo sott'acqua, mentre sopra l'acqua, su un lungo scoglio che è da solo una piccola isola, c'è un cimitero di lamieroni accartocciati, argani, pullegge, enormi ganci, grilli da settanta chili, gallocce da un metro, tendifilo alti come ciclopi, ingranaggi d'impiego misterioso: tutto ciò insomma che un palombaro può aver estratto da una nave sommersa e poi lasciato lì nella salsedine, la ruggine l'ha sigillato per sempre sotto uno strato uniforme di ceralacca marroncina. Guai se ci venisse uno scultore di pop-art: segherebbe tutto a pezzi, li spedirebbe a Milano firmati e li venderebbe a un milione l'uno.

Di sera era buio si andava a totani con la lampada a petrolio e l'ontrato: un lungo amo dal gambo di piombo e in fondo una coroncina di ganci acuminati a cui, attratti dalla luce, i totani s'attaccano e quando li tiri a bordo, per vendicarsi, ti schizzano in faccia mezzo litro d'acqua. Meno pregiati ma più abbondanti dei calamari, i totani arrivano anche a tre chili.

Le sere di luna, i totani non abboccano. Per chi a Ginostra non aveva sonno l'alternativa era dare l'SOS col faro subacqueo a sommergibili e transatlantici dal terrazzo di casa mia a picco sul mare, farsi tre quarti d'ora in barca per andare a guardare latin lovers coi bermuda fatti in casa dalla mamma branciar tedeschine al bar Italia di Stromboli, o salire a castello dal dottor De Savelli (un'autentica, piccola corte gattopardiana), a mangiar gelidi melograno dolci e pepati come in Arabia, armare mi da coffe, imparare come si piantono capperi dalla viva voce di Giovanni Giuffrè, il contadino più ricco del paese.

Sbranati quattro etti di pasta e sarde, un pesce e mezzo coniglio innaffiati da bicchieroni di vino che a casa sua non beve mai perchè l'avidissima moglie Iolanda glielo vende tutto, Giovanni compariva sempre un po' bevuto dalla cucina del dottore, e, immancabilmente, il dito puntato sulla tua faccia, iniziava un serrato monologo su come si debbono piantare i capperi. I capperi (la maggior risorsa economica di Ginostra) nessuno li pianta, nemmeno in Marocco: si colgono soltanto, una volta alla settimana da maggio a settembre, dopo averli potati due volte, a dicembre e gennaio, e di fatica c'è n'è già abbastanza, per un contadino di Ginostra, che deve curare vigna e uliveti raggiungibili solo dopo dure camminate, alzare continuamente muri a secco e appostare trappole da conigli in luoghi impervi, se vuole mangiare di tanto in tanto un po' di carne.

Oltre a fare tutto questo, unico al mondo, Giovanni, per aumentare i guadagni, trovava il tempo di fare anche il facchino, portando su dal porto, per cento ripidissimi gradini, bombole di gas liquido e colli a 200 lire l'uno. L'ottobre scorso, in piena colta delle olive, quando tutti in paese lavorano dalle sei del mattino alle otto di sera altrimenti il raccolto s'inacidisce, Giovanni accettò di portar su dal molo cinquanta sacchi di cemento per 10.000 lire. Cinquanta viaggi con in groppa 50 chili che avrebbero sfiancato un mulo, e questo fu il suo straordinario dopo una giornata a olive di 14 ore.

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Giuseppe Iacolino – Destinazione Panarea.

Per un itinerario così interessante qual è quello che per la rotta di NE ti porterà da Lipari (capoluogo dell’arcipelago eoliano) a Panarea sceglieremo un accompagnatore d’eccezione, quell’abate Lazzaro Spallanzani, na turalista e professore emerito, che talvolta alle sue pagine di scienza seppe aggiungere deli ziosi tocchi di poesia.

Un facile slittamento nel tempo, come in sogno, ed eccoci immersi nell’incerta luce mattinale di una giornata dell’ottobre 1788, in Lipari. Attracco di Tramontana, detto pure di Sottomonastero. C’è l’occasione buona: una feluca pronta a salpare per Stromboli. « Era di buon mattino — narra lo Spallanzani — soffiava un forte ma spiegato libeccio accom pagnato da interrotte nubi temporalesche. Agi tato era il mare, ma, favorevole essendo il vento, per questa velata il padrone della feluca, che era altresì il timoniere, sperar mi fece che non incontreremmo disastri, e sol mi disse, scherzando, che avremmo ballato. Spiegate erano tutte le vele, e l’andar nostro non era un correre, ma un volare.

Nonostante che il vento e il mare ingagliardissero sempre di più e che or ci vedessimo sospesi sulla punta di un’onda, or sprofondati come su una voragi ne, nulla avevamo a temere per essere sempre stato il libeccio intavolato per poppa. Per qualche tratto di viaggio fummo accompagnati da una torma di marini animali che ci fecero una specie di corteggio. Questi erano delfini che, preso in mezzo il nostro legnetto, si die dero a scherzarvi attorno e a trastullarsi guiz zando da prora a poppa e da poppa a prora, d’improvviso profondandosi nell’onde, poi ri comparendo e, fuori cacciato il muso, lancian do a più piedi d’altezza il getto d’acqua che a riprese espellono dal forame che sul capo si apre. E in quegli allegri lor giochi appresi cosa mai da me veduta nelle migliaia di questi piccoli cetacei in altri mari osservate. Ciò fu l’indicibile loro prestezza nel vibrarsi dentro l’acqua. Uno o più delfini talvolta movevano da prora a poppa. Ad onta di dovere allora rompere' l'impetuoso scontro del fiotto, vola vano con la rapidità d'un dardo ».

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Il contatto di simpatia tra il visitatore e l'isola di Panacea s’instaura assai prima dello sbarco al molo di San Pietro perché l'abbrac cio che quel corpo roccioso tende al forestiero s’anticipa a notevole distanza facendosi ampio e molteplice. Mentre il battello piega a Nord per venire a rada, da levante fanno gioiosi am miccamenti una mandria di isolotti e di scogli bizzarri di forma, strani nei colori e nei nomi, disseminati qua e là, ora raggruppati ora di spersi, alcuni lontani oltre due miglia: è un formicolio ridente di onde e di spume, di ri flessi di mare e. di frammenti di rupi immobili. Ma anche queste masse, nel resistere che fanno alle folate di brezza che increspano la marina, paiono tutte muoversi in unica direzione, come le formiche. E Formicole, appunto, chiama rono i pescatori panarioti di moltissimi anni fa le quattro o cinque pietre lisce che, lì presso, affiorano, dall’acqua. C’è poi Lisca Nera e Li sca Bianca, Dàttilo e Bòllaro, più in là ancora Panarelli e, sullo sfondo ceruleo, quasi addos sati a Stromboli, Spinazzola e Basiluzzo.

È un arcipelago, dunque, Panarea, un ar cipelago in miniatura facente parte di un altro arcipelago più esteso, un minuscolo sistema inglobato in una più dilatata galassia.

Ma può pure considerarsi un pianeta a sé stante il comprensorio di Panarea, un pianeta in fase di declino e di dissolvimento, un cam pionario di residuati di rocce, tutto mozziconi, spuntoni, slabbrature; un pianeta che, da al meno settecentomila anni, ha subito per prima le violenze dei fuochi e dei sismi, poi le in giurie dei venti e delle tempeste. Ora, « addo mesticato ». giace nel profondo assopimento che gli deriva dalla sua lunga e sofferta gio vinezza.

Per la sua posizione amena e per i suoi ter razzi naturali facilmente difendibili Panarea fu prescelta come punto ideale da insediamento da gruppi neolitici del III millennio a. C.. Evidenti affiorano le tracce di quella facies culturale in località Calcara, ma quanto mai significativi appaiono i resti del villaggi Punta Milazzese che risalgono all’età del bronzo, ad un tempo che va pressappoco dal XV al XIII secolo a. C..

Anche in età greco-romana Panarea e Basiluzzo ebbero nuclei abitativi e furono stazioni preferite da sofisticati nababbi liparoti. Taluni tratti di fondazioni di ville aristocratiche, benchè sommersi per via dei bradisismi, sono ancora oggi distinguibili nei fondali adiacenti. Avanzi ancor più cospicui notarono i naturalisti del nostro Settecento che visitarono questi luoghi. «Panarea — afferma l’Houel — ha avuto edifici superbi come Lipari, Stromboli e Basiluzzo, sia al tempo dei Greci, sia al tempo quando i Romani, per il loro gusto del lusso si servivano di tutti gli elementi per le costruzioni ».

La frequentazione umana, a Panarea, praticamente si bloccò per oltre un millennio, dal V al XVI secolo della nostra era. Fu quello il millennio in cui qua da noi imperversò la pirateria più spietata, da quella vandalica a quella araba e, infine, a quella turchesca.

I primi a tornare nell’isola, alla fine del ’500, furono pochi anonimi coraggiosi contadini di Lipari i quali a Panarea e a Basiluzzo ci venivano a coltivar le terre che i vescovi davano assegnando al clan dei borghesi liparoti. Ci venivano solo per compiere i lavori stagionali e riposavano in misere capanne di frasche, senza né mogli né figli, perché vietato dalla legge portare nelle isole minori donne, vecchi e ragazzi.

Più tardi, come dimostra la chiesina S. Pietro la cui fabbrica originaria risale 1681, i colonizzatori ci fecero residenza stabile a Panarea rivestendo le colline di fitti uliveti e seminando tanto buon grano sui pianori soleggiati. Panarea — dicono le carte del 1691 somministrava « a Lipari non poco grano ed in abbondanza legumi e frutti ».

Pure a Basiluzzo ci prosperavano i legumi e varia granaglia.

Si lavorava sodo a Panarea nei secoli passati e, come se ciò non bastasse, si viveva come sul piede di guerra sotto l’incubo costante e mortale delle incursioni barbaresche. Ancora nel 1772 — riferisce l’Houel — per i cento abitanti di Panarea « gli attacchi dei Turchi e dei Barbareschi rappresentano la più grave calamità che possa colpire gli uomini ».

Fu in questo clima pionieristico — in cui il contadino si fa cacciatore e pescatore e di venta anche guerriero — che i Panarioti si legarono tenacemente alla loro terra e si die dero a scoprirne ogni angolo più riposto. E ad ogni zolla assegnarono un nome improvvi sando, accanto a quella antichissima, una nuo va toponomastica carica di significazione.

Drautto si disse il primo tratto abitato di Panarea, ma in origine questo era il nome della piccola rada antistante dove nel ’500 ve nivano a mettersi alla posta gli sciabecchi del feroce corsaro Dragùt. Segue, poi, il settore di San Pietro con le due chiese, la vecchia e la nuova. S. Pietro, nel ’500, rappresentava il Cristianesimo trionfante, fortemente impe gnato ad arginare l’invadenza del turco infe dele. L’estrema frazione più a Nord fu chia mata « i Ditedda » per via di certi funghi a forma ramificata come di una mano che pro tenda in alto le dita ravvicinate.

Sarebbe lungo un discorso tutto centrato sulla toponomastica di quest’isola bella, bella nella sua natura e bella nella tormentata quanto umile ed occulta sua storia. Ma il fatto è che il turista che viene a Panarea non sa starsene tranquillamente a prendere il sole. Egli vuole anche vedere ed essere informato di tutto. Più specificamente la sua curiosità s’ap punta su Basiluzzo, su Dàttilo e su Spinazzola. Tre scogli, tre meraviglie. E noi l’acconten teremo.

Basiluzzo è la versione dialettale di una voce greco-bizantina, Basiliscos, che vuol dire piccolo re. Ma ciò non basta a spiegare. Oc corre sapere che la cultura zoologica degli an tichi favoleggiò di un animale che si diceva prolificasse nell’Africa incognita e che era il frutto dell’innaturale connubio di un gallo con una pitonessa. Ne nacque un mostriciattolo dalla schiena marcatamente gibbosa, con un capo turricefalo su cui, al posto della cresta, propria dei gallinacei, figurava una corona cir colare. Perciò si disse basilisco o principino.

Ora, se ben si osserva lo scoglio di Basiluzzo chiaramente emerge la somiglianza strettissima tra la sua sagoma e quella del fiabesco animale. Il Dàttilo è connesso — chi non lo sa? –al dàctylos greco. Ma solo indirettamente Dàctylos vuol dire dito e ha dato nome del dattero da palma che ha appunto l ’aspetto della falangetta del pollice. Dal colore marrone del dattero gli antichi chiamarono dàttilo una pietra d’un certo pregio che gli odierni gioiellieri dicono occhio di tigre. Dall’analogia con questo colore venne al nostro scoglio il nome di Petra ’i Dattilu.

Spinazzola ci riporta alle tragiche storie dei Turchi. Fu così detta la massa rocciosa, isolata e irta di guglie, che sta di fronte all’immaginario basilisco. Ma la ragione di tal nome è spiegabile solo se rapportata alla spinazza o spinazzola che era solita acquattarsi in quei pressi. Era, la spinazza (dal francese èpinace, cioè fatta di pino), una minuta quanto agilissima imbarcazione a remi che i Panarelesi del passato inviavano in avanscoperta in caso di sospettata incursione piratesca.

Codesto fascino dei nomi antichi oggi non si avverte più. E del tutto dimenticato svanite sono le belle risorse di flora e — quaglie, conigli, uova di cavazze deliziose a sorbirsi, come attesta l’Hoeul — che consentivano ai Panarellesi d’una volta di mangiare carni bianche del tutto genuine.

Non si deve, dunque, credere a chi affermma che l’isola è giunta a noi “intatta” madre natura la fece.

Certo, la natura, quando può — e qui si vede che lo può — ripara ai dissesti provocati dall’uomo e si può ben dire che qui a Panarea la natura campeggi ancora onnipresente tutte le forme della sua benignissima nudità.

Ma la più squisita peculiarità di - l’« anima » vorremmo dire — resta adagiata nei recessi dei millenni, nell’obliata realtà di travaglio di una lunga serie di generazioni umane votate alla fatica e alla lotta mortale.

Una chiave per intenderla?

Forse, più che negli archivi polverosi, la vera dimensione interpretativa la si ritrova nella ricca e varia toponomastica. Le contrade, i pizzi, le balze, le innumerevoli rocce seminate nel mare senza confini.

 

 

 

 

 

LETTERA DALLE EOLIE

Panorama 1965 di Paolo Pernici

Ginostra 3 parte

A Ginostra però spada non se ne trova: nessuno ha barche abbastanza grandi per pescarne, a causa anche dello scalo che è troppo piccolo ( si chiama appunto “u Pertùso” che vuol dire “il buco) e non permette di ormeggiare i natanti che vanno tirati a secco ogni volta con i verricelli. Chi vuole mangiare pescespada, a Ginostra, deve andarlo a comprare a Stromboli, dall'altra parte dell0isola. Il fondale davanti a Ginostra sarebbe ottimo: si vedono a volte spada giganteschi affacciarsi alla superficie come delfini, ma nessuno ne pesca per due altre ottime ragioni. Primo il traffico: sottocosta al mare profondo di Ginostra c'è, anche di notte, un continuo passaggio di petroliere, transatlantici, incrociatori e sommergibili che vanno e vengono fra Napoli e Gibilterra, e fatalmente, con le loro eliche distruggerebbero i cuonzi. Secondo, manca il consumo locale. I ginostrini, infatti, sono quasi tutti vecchi (i giovani sono emigrati nelle Americhe e in Australia) che per antica abitudine alla parsimonia consumano in dieci come un milanese.

I due bottegai locali si riforniscono in proporzione; per cui bastano dieci turisti più dei dieci previsti per causare gravissime crisi di congiuntura alimentare, come accadde in agosto. Per una mareggiata improvvisa che impedì lo scarico delle provviste dalla nave, restammo tre giorni senza pane. L'acqua minerale costava 300 lire alla bottiglia, esattamente come il vino, che non era più nemmeno il ricordo del formidabile vino di Ginostra (18 gradi, odoroso di lava il nero, più secco di un porto il bianco) che compravamo in primavera a 200 lire al litro, ma un intruglio acido sfacciatamente annacquato, e guai rinfacciarlo ai bottegai senò s'offendono e non te davano più. Le uova bisogna prenotarle a 60 lire l'uno da una certa signorina Sara che le cedeva con riluttanza, come pegni d'amore. Scatoline di tonno di sottomarca, spesso anche marce, costavano 320 lire; pagai una bombola di liquigas da 15 litri 3500 lire, e i conigli selvatici cacciati di frodo con le trappole, da 300 lire l'uno, erano arrivati a 500. Pesci da fucile se ne vedevano, ma erano cernie smaliziatissime che si tenevano sotto i 15 metri in attesa che il passo dei turisti (i soli che a Ginostra posseggono fucili) finisse.

Si vedevano anche saraghi e cefali rispettabili, ma affacciati al relitto del cargo militare affondato otto anni fa, chi dice per la nebbia, chi dice per misteriosi sabotaggi. Era francese, andava in Indocina, giace su sei metri di fondo e da tutti i buchi, fra cingoli di carri armati, granate che ogni tanto esplodono e baffi d'alga, s'affaccia una quantità incredibile di pesci pronti a rendersi irreperibili appena t'immergi. Un palombaro napoletano, certo Fraiasso, ne assunse in appalto il recupero che poi lasciò a mezzo avendone assunto nel frattempo altrove un altro più redditizio. Col tempo la salsedine si mangiò tutto, il primo recupero diventò antieconomico, per cui oggi del cargo che andava in Indocina restano, a Ginostra, alcuni motori arrugginiti e un pontone in disarmo che ostacolano gravemente, in terreno demaniale, la protezione delle barche tirate in secco dalle mareggiate invernali.

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LETTERA DALLE EOLIE

Panorama 1965 di Paolo Pernici

Ginostra 2 parte.

Un mare ricco di prede 2

Esposta a sud-ovest, con un clima secchissimo e il sole visibile fino all'ultimo istante del tramonto prima d'inabissarsi in mare fra le sagome coniche di Filicudi e Alicudi, Ginostra appare veramente un sogno a chi, come accade a me l'anno scorso, ci ritorni a maggio dopo una sosta di due mesi a Milano. Le cattedrali di fichi d'India e i bastioni di ginestre che costituiscono l'architettura naturale del paese, in questo mese magico, fanno da contrappunto selvaggio al mare trasparente, gelido, e ricco di prede. Uscii subito a mare con le reti a pattuglia del medico Aurelio De Savelli, di Mario Piemonte e di Mario lo Schiavo legate insieme , e prendemmo, oltre ai pesci, quattordici aragoste.

La parte di Mario andò tutta regalata al vescovo e agli avvocati di Lipari, perchè i ginostrini sono religiosi e litigiosi, con sempre qualche messa grande da dedicare a qualche loro morto con la massima solennità e sempre qualche causa in atto contro qualche vicino di casa. La parte del dottor Savelli (il Gattopardo dell'arcipelago) andò nei suoi soliti pranzi da sei portate, da cui almeno uno degli ospiti esce immancabilmente svenuto. La mia parte me la cucinai io, alla griglia e bollita consapevole che aragoste così il più miliardario dei milanesi non avrebbe potuto mangiare mai.

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L'aragosta, infatti, è sensibilissima, bisogna cucinarla appena presa: l'ideale sarebbe avere in barca un calderone d'acqua bollente dove buttarla subito dopo che l'hai staccata dalla rete. Invece d'agosto, quando alle Eolie c'è il passo forte dei milanesi, le conservano giorni e giorni in sacchi di iuta legati a un galleggiante o dentro alle nasse. Il crostaceo così si spaventa, le carni dell'aragosta spaventata s'avvelenano, e non valgono più nulla.

Sempre di maggio, uscivamo in due in barchetta verso le dieci del mattino, trascinandoci dietro a remi la polpara innescata con un pesce qualunque. Un polpetto o una seppia abboccava sempre, allora si cambiava fondo, calavamo i bolentini innescati a patelle e ufali: donzelle e perchie venivano su a due per volta, e prima di mezzogiorno avevamo messa insieme una zuppa squisita. Guardando sott'acqua con lo specchio in cerca di polpi più grossi, si vedevano, affacciate alle tane sul gradino dei 15-20 metri, cernie sui dieci chili mimetizzate di grigioverde. A giugno, chi avesse avuto abbastanza fiato e una buona tuta di neoprene per proteggersi dall'acqua pungente poteva già andarsele a prendere col fucile, mentre per gli sfiatati, sul gradino degli otto-dieci metri, cominciavano ad apparire, frementi e nervose nel blu, le favolose lecce: le prede regine di tutti i pescatori subacquei del mediterraneo, che qui, fra giugno e luglio, sono di casa.

Se ci sta, la leccia fa tutto lei, come una donna innamorata. Le aspetti a qualunque ora, pinneggiando in superficie sopra il gradino degli otto metri col fucile assicurato a una sagola d'una quindicina di metri, assicurata a sua volta alla barca d'appoggio che ti segue a remi. Le lecce arrivano improvvisamente, dal blu confuso della profondità, e se non ci stanno, niente, spariscono via. Se ci stanno, intorno a te che ti sei immediatamente tuffato e raspi il fondo fingendo di interessarti a scoglie e alghe senza guardarle, descrivono un paio di giri sempre più stretti, e si tratta di sparare a quella che passa più a tiro. Tutto qui, e ricordo quel giorno di fine luglio ad Alicudi che, ormai al termine di fiato, su un fondo di nove metri, ne sparai una piccolina che sarà stata sei chili, un tiro troppo lungo per il fucile non potentissimo che avevo, la colpii all'estremità del dorso, si liberò con un colpo di coda dall'arpione, scomparve a sessanta chilometri all'ora. Doveva essere una lecce affamata (l'aveva attirata, oltre alla mia presenza, un torsolo di mela che la mia ragazza aveva buttato giù dalla barca poco prima) perchè subito dopo ricomparve, e due metri davanti a me si fermò a mangiare i pezzettini di carne che l'arpione le aveva strappato via; e io ci rimasi di sale, e imprecai lungamente dentro alla smaschera, perchè non avevo avuto la preveggenza di ricaricare subito il fucile.

Man mano che finiva luglio, le reti diventano sempre meno redditizie; sempre meno aragoste e sempre più pietre e ramoscelli di corallo matto da sfilare pazientemente dai tremagli delle pattuglie. Era al colmo, in compenso, la sola pesca professionale che sia esercitata nell'arcipelago delle Eolie: la pesca dello spada coi cuonzi calabresi. Col cuonzo da spada va bene fino a tutto agosto, il mese dei turisti tradizionali, durante il quale pesci da rete e fucile (si direbbe che lo sappiamo) non se ne vede quasi. Il cuonzo sono chilometri di nailon sostenuti ai due lati da sugheri con sopra due lampade a petrolio. Ogni qualche metro c'è un bracciolo con un grosso amo, ogni decina di braccioli c'è un galleggiante. I piccoli pescherecci dell'arcipelago, con un equipaggio medio di tre uomini, si trascinano dietro l'arnese tutta notte vegliando a turni di tre ore ciascuno. Ogni tanto una lampada scompare sott'acqua: è segno che il pescespada ha ferrato, tutti si svegliano gridando, ed oltre alle veglie estenuanti nella notte vegliando a turni di tre ore ciascuno. Ogni tanto una lampada scompare sott'acqua: è segno che il pescespada ha ferrato, tutti si svegliano gridando, ed oltre alle veglie estenuanti nella notte gelida, oltre i reumi che s'accumulano dormendo sottocoperta su materassi semivuoti e fetidi, ciò che fa un mestiere infame di questa pesca che al turista che v'assiste per una volta appare così romantica, sono i rischi connessi al recupero del pesce. Gli spada infatti superano spesso il quintale, un quintale ch'è quasi tutto un muscolo solo. Con un disperato colpo di coda a muso in giù, sono capaci di tirarsi sotto, d'un colpo, una una quarantina di metri di cuonzo. Allora, appuntiti ami da dieci centimetri sibilano da tutte le parti, e guai a chi si lascia afferrare: squarci spaventosi in un braccio, una gamba, dappertutto, com'è capitato.

A volte non era poi spada, ma soltanto un pesce, come chiamano qui alle Eolie i pescecani. Gridando di rabbia lo issano a bordo lo stesso, gli fanno mentre s'agita ancora, le necessaria toeletta coi coltellacci. Via la coda lunata, via le pinne ampie e spesse come ali d'un jet, via la testa minacciosa incoronata di denti appuntiti: cinque minuti di chirurgia e l'ex-tigre dei mari, avvolta in un identico sudario di felci, parte come spada per i mercati continentali a duecento lire al chilo. Lo spada vero lo spediscono invece ai grossisti siciliani, che lo pagano 800 lire al chilo. Ne prendono, a volte, due o tre in una notte e i più piccoli li vendono alle pensioni a mille lire al chilo; e bisogna venire qui alle Eolie per rendersi conto della squisitezza che è una fetta di spada pescato la notte prima, tagliata alta mezzo centimetro e appena scottata sulla brace.

 

LETTERA DALLE EOLIE
Panorama 1965 di Paolo Pernici 1 parte

Ginostra di Stromboli: Uno di questi giorni Piero Favorito o Mario Piemonte o Mario Lo Schiavo o magari tutti e tre insieme, saliranno di corsa la ripidissima scala che come un castello di streghe alza il paesino di Ginostra dal suo porticciolo. “E' tortughe, e tortughe!” grideranno, e via a casa a prendere il binocolo, e poi di nuovo giù a tirar fuori i lunghi coppi custoditi sotto il telone marcio di salsedine che ricopre il pontone in disarmo del palombaro napoletano Fraisso, e poi, in tutta fretta, vareranno a tutto motore puntando al largo per paura che le prede se ne siano andate.
Potrebbe essere naturalmente chiunque altro, ma è molto probabile che sia uno di loro, il primo a segnalare le tartarughe.

Pino è contadino, Piemonte impiegato di posta e lo Schiavo è bottegaio, e il primo non possiede nemmeno una barca, ma sono egualmente i tre migliori pescatori di Ginostra, da quando il più bravo di tutti, il gigantesco maestro Criscillo, per paura dei reumatismi, ha disertato il mare ed è emigrato sottovice ufficiale postale aggiunto a Stromboli, dove ci sono strade su cui si può andare in lambretta: quasi una metropoli.
Gennaio è il mese delle tartarughe, e Ginostra (un paesino di poco più di cinquanta abitanti sulla costa suovest dell'isola di Stromboli) è con la lontana Alicudi il luogo delle Eolie dove hanno le maggiori probabilità di poter praticare questa pesca fra le più semplici del mondo. Essenziale una giornata serena e di “mare jancu” cioè bianco (come lo chiamano qui quando è calmissimo) dopo una violenta mareggiata, che, dicono gli esperti, sveglia le tartarughe in letargo a mezz'acqua e le invoglia a salire a galla dove s'addormentano al sole. La teoria presenta lacune dal punto di vista strettamente scientifico, ma quel che importa è che succede proprio così, gli inverni che le tartarughe hanno voglia di passare.

Quattro o cinque miglia al largo, con l'aiuto dei binocoli, si individuano le loro gobbe da lontano sul mare immobile; si accostano a remi, e senza parlare, senò si svegliano e fuggono giù, si acchiappano col coppo (un grande robusto retino dal lungo manico) e si scaricano a bordo, pancia all'aria attenti per tutto il viaggio di ritorno che non si stacchino un dito dai piedi col rostro tagliente come un tronchese. Dal momento della cattura fino a quando non la decapiteranno sopra una ciotola ove raccoglierne il pregiatissimo sangue, a tortuga, trascorrerà sempre così, a pancia all'aria, i restanti giorni della sua vita: più di una settimana, a volte come accadde nel gennaio del 1963, quando a Ginostra il passo fu ricchissimo, ne presero esemplari intorno al quintale, e davanti a ogni casa c'era sempre una o più tartarughe rovesciate, che agitavano senza posa le zampe palmate come piccoli mulini a vento, e intanto, spurgandosi, la carne diventava più magra e saporita.

L'inverno 1964, invece, il passo delle tartarughe non ci fu a causa – dicono gli esperti – delle troppe scarse mareggiate. Quest'anno che l'inverno è stato precoce dovrebb'essere buono per le tortughe: tutti le aspettano a Ginostra, scrutando attentamente l'orizzonte ogni mattina che escono a mare, come dicono loro, è jancu. Un buon passo di tartarughe, oltretutto, sarebbe il giusto riconoscimento che il cielo deve agli isolani dopo un'annata come quella del 64' che fu scarsa di vino e d'olio, e l'unica cosa abbondante, i capperi furono pagati dai grossisti di Lipari cento lire al chilo meno dell'anno scorso, e le pesche tradizionali dell'autunno, dalle cavagnole ai tonnacchi e ai calamari, sono state un fallimento.

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IL POSTALE
La corsa Palermo-Messina per le marine ha anche l'incombenza di trasportare la posta diretta alle isole Eolie (Lipari, Vulcano, Stromboli, Panarea, Salina, Filicudi, Alicudi). Il trasporto della corrispondenza avviene da Milazzo con mezzi estranei all'Amministrazione postale quali le "barche" militari e quelle di commercio.

Lo scambio avveniva con una cassettina munita di lucchetto con duplice chiave, una a disposizione del cancelliere comunale di Lipari (dopo la chiusura dell'Ufficio postale di quella località) e l'altra a disposizione dell'Ufficiale Postale di Milazzo. Ogni qualvolta avveniva il collegamento, molto irregolare e saltuario, il cancelliere rimandava la cassettina con le lettere in partenza, quelle non distribuite e il denaro riscosso per conto dell'Amministrazione postale.

Le cose non cambiarono con il passare dei tempi e i collegamenti tra Milazzo e le isole Eolie rimasero affidate a barche di commercio fino al 1860.

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Con i ricordi di Gennaro Leone protagonista organizzativo di produzione e tra le comparse...

Un amore così fragile, così violento ITALIA – 1973

Regia: Leros Pittoni

Attori: Fabio Testi - Gerolamo Poliziani, detto Gepo, Paola Pitagora - Assunta, Daniele Dublino - Don Gesualdo, María Baxa - Signora milanese, Gino Santercole - Ruzzo, Franco Ressel - Maresciallo dei carabinieri, Luigi Casellato - Medico, Ugo Cardea - Carmelo, Giovanna Di Vita - Mammana, Franco Bartella - Giorgio, Filippo Tarantino - Alfonso

Tratto da: Romanzo omonimo di Leros Pittoni. Il film nasce dal libro scritto da Leros Pittoni che fu il regista. Girato direttamente a Lipari con molte comparse eoliane. L'idea di finire il film con un gruppo di bambini che di corsa venivano giu' verso la piazza di Marina Piccola partendo dalla chiesa di San Giuseppe con teli di plastica a fare vela piatta sopra la testa. Fra pontili della pomice, cave e spiagge porticello divento' l'epicentro.

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Scene fra cavatori frustrati da quel gigante palermitano dipendente della Italpomice. La vigliaccata della produzione che dopo aver ottenuto tutti i permessi ed aiuti materiali dalla Pumex per girare le scene dentro le cave, per farsi pubblicita' diedero alla stampa la falsa notizia che l'attore Fabio Testi, soprannominato orecchie di scimmia, svenne durante la lavorazione perche' si ammalo' di silicosi. Paola Pitagora era molto triste, mentre l'altra attrice Maria Baxa di Belgrado, deceduta nel (notiziario Eolie del 18 novembre 2019) qualche anno fa, si innamoro' di un giovanissimo eoliano oggi affermato architetto a Roma.

Una giovane fanciulla cannetara svenne quando ha stretto la mano a Fabio Testi, bello e con un bel fisico. La troupe alloggiava alle Rocce Azzurre. Il film, genere drammatico, non ebbe molto successo. Un falegname romano in 2 giorni costruì con le tavole comprate da Tanino Cassara' una casetta in legno sulla spiaggia bianca. Fra le comparse era stato scelto Turi Alivo per la sua faccia definita una rete. Durante le riprese le comparse eoliane fecero uno sciopero per ottenere il raddoppio della paga.

Come citato da Gennaro uno dei giornali che ne diede notizia, della presunta ""silicosi"". Cronaca del 1972 StampaSera 29.11.1972.

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LIPARI PALAZZO DEGLI STUDI datata 01.02.1920 edizione esclusiva per le isole eolie G. Tonelli.

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