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di Ennio Fiocco

Via Paolo Fabbri 43” cantata da Francesco Guccini.

Paolo Fabbri (21 agosto 1889 + 14 febbraio 1945) ha avuto la Medaglia al valor militare alla memoria in quanto “Ardente animatore della Resistenza, dopo aver compiuto molteplici temerarie imprese, si prestava volontariamente ad effettuare una importantissima azione di collegamento con i Comandi che si trovavano oltre le linee nemiche. Addentratosi fra i nevosi valichi dell'Appennino, stremato di forze, perdeva la vita”. Questo dirigente socialista, morto durante la lotta contro i nazifascisti, fu ritrovato nell'abetaia di Bombiana di Gaggio Montano (Bologna) soltanto nell'aprile del 1946. Il Fabbri era stato da sempre un fervente socialista e, dopo aver partecipato alla Grande Guerra, nel 1919 si era iscritto al Partito socialista ed era stato in prima fila nelle lotte del dopoguerra.

Nel novembre del 1926, Paolo Fabbri era stato confinato dai fascisti a Lipari e, nel 1929, era stato condannato a tre anni di carcere con l'accusa di aver avuto un ruolo nell'evasione dal confino di Emilio Lussu, Francesco Fausto Nitti e Carlo Rosselli. Però il carcere non lo aveva piegato, tanto che si prodigò alla riorganizzazione del Partito socialista clandestino. Dopo l'8 settembre 1943, segretario della Federazione socialista di Bologna, fu tra i più decisi organizzatori della Resistenza in Emilia e a lui si deve la costituzione delle prime formazioni partigiane che avrebbero poi dato vita alla Brigata “Matteotti”. Nel dicembre del 1944, Fabbri fu incaricato dal Comando unico regionale di raggiungere Roma, per illustrare agli Alleati la situazione delle formazioni partigiane operanti in Emilia e di ritorno da quella missione perse la vita.

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La città di Bologna gli ha dedicato una strada.

Per una singolare circostanza, proprio in Via Paolo Fabbri 43 vi era la casa del cantautore Francesco Guccini, che ha intitolato una delle sue più famose canzoni.

Merita, quindi, di essere ricordato per la libertà costata a caro prezzo e che tutti noi godiamo.

Il Guccini, nato nel 1940, ricorda più volte in alcuni suoi pezzi gli anni trascorsi dell'infanzia sull'Appennino tosco-emiliano attingendo da questa ambientazione di appartenenza.

Il successo commerciale arriva nel 1976. È l’anno di “Via Paolo Fabbri 43”, album che sarebbe poi risultato tra i cinque più venduti dell’anno e inserito alla posizione n. 29 dei 100 dischi italiani più belli di sempre secondo la nota rivista Rolling Stone. La voce si fa più matura, decisa e sicura di sé e la struttura musicale dell’L.P. più complessa dei precedenti, che contiene diversi brani, tra cui quella che da il titolo al disco. “Via Paolo Fabbri 43” è un’astratta descrizione della vita di Guccini nella sua residenza di Bologna, con gli abituali riferimenti ad artisti a lui cari, come Borges e Barthes e una citazione delle “tre eroine della canzone italiana”, Alice, Marinella e la “piccola infelice Lilly”, una frecciatina amichevole rivolta a De Gregori, De André e Venditti; questa a detta sua, assieme a “L’avvelenata” e a “Il pensionato”, è una delle canzoni a cui è più legato.

Non mancano nel disco momenti di lirismo: “Canzone quasi d’amore” dalla poetica esistenziale è ritenuta da molti un esempio delle vette raggiungibili dal “Guccini poeta”. Il suo tratto da cantastorie sarebbe tornato anche ne “Il pensionato”, ballata che narra di un suo anziano vicino, ma che sarebbe sfociata tra i versi in un excursus sulla triste situazione psicologica di alcuni anziani.

Come accennavo prima nel 1976 con il pezzo“Via Paolo Fabbri 43”- che era tra l’altro il vero indirizzo di casa Bolognese di Francesco Guccini, cosa che oggi sarebbe stata impensabile, ma a quel tempo si osava di più. Infatti, già nel 1961 Adriano Celentano fece una cosa simile quando scrisse il “Ragazzo della via Gluck”, inserendo nel testo la via e il numero civico dell’abitazione di allora. Le canzoni dell'album sono delle vere pietre miliari del panorama artistico gucciniano che lo contraddistinguono nel suo messaggio che esterna e nel suo potere evocativo.

I motivi che hanno indotto il Guccini a intitolare il suo settimo album in studio con l'indirizzo di casa dell'epoca sono intuibili: sia perché lo stesso aveva scritto le canzoni tra quelle quattro mura, e certamente voleva celebrare e mettere in mostra la dimensione domestica del nuovo repertorio. Poi anche il titolo “Via Paolo Fabbri 43” che possiede gli elementi di anti-divismo, di annullamento della distanza tra l'artista e il pubblico. Nessun altro musicista, coevo e non, potrebbe forse avere il coraggio e la schiettezza di fare altrettanto.

Una cosa è certa e cioè se Paolo Fabbri - che si è immolato per la libertà non fosse esistito-, Francesco Guccini non gli avrebbe intitolato alcuna canzone!

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