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Dettagli...

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di Massimo Ristuccia

Grazie a Istituto Storico della Resistenza in Toscana (isrt@istoresistenzatoscana.it)

1. corrispondenza tra Ester Parri e Miriam Roselli, rispettive consorti di Ferruccio Parri e di Carlo Rosselli, cartolina ed. cappa datata 8 giugno 1929, Lipari sbarcadero e Monte Rosa.

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2. cartolina datata 7 settembre 1928 spedita da Lipari da Carlo Roselli a Giorgina Zabban, foto Alberto Albergo edizioni Filippo Belletti, veduta generale del castello e del paese.

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Salina stava per diventare porto turistico (1970). TEMPO N. 22 30 MAGGIO 1970. DUE PORTI ALL’ORIZZONTE 

di Enzo Catania e Mauro De Mauro – foto di Livio Fioroni
Dove metteremo le nostre barche? Abbiamo ottomila chilometri di coste, ma non più di dieci soni i porticcioli turistici veramente funzionanti. Tutta colpa, si poterebbe dire, dell’incremento della nautica da diporto, che nell’ultimo decennio ha visto un autentico “boom”, al quale, in effetti, non ha fatto riscontro un’ incremento analogo nell’organizzazione infrastrutturale, organizzativa, assistenziale e ricettiva.

E così i pochi porticcioli esistenti sono anche intasati! Spesso non si trova un posto nemmeno a pagarlo a peso d’oro. In alcune località, s’è persino instaurata la cosiddetta “mafia dei porticcioli” che, a sua discrezione, “taglieggia” con tariffe esose i diportisti in transito. In altre località, i veri padroni si identificano nei “vitelloni” della flotta pigra” in coloro cioè che, trovato un attracco non lo mollano più per paura di perderlo e tengono il loro ingombrante yacht a galleggiare proprio come un vitellone. Intanto i turisti si rifugiano in massa sulle coste slave e francesi, dove è già sorto o è in via di costruzione un porticciolo ogni 15 chilometri.

I più preoccupati restano i proprietari delle mini barche, dei piccoli cabinati e delle barche a vela, di tutto coloro insomma che da anni continuano a incrementare il fenomeno della nautica popolare.
Gino Gervasoni, vice presidente dell’UNCINA (Unione cantieri industrie nautiche ed affini) ha lanciato il suo SOS: “O i sassi in mare o le industrie in mare”. Il che significa: o ci mettiamo davvero a costruire questi benedetti porticcioli turistici, oppure prima o poi le industrie nautiche andranno a gambe per aria, poiché la gente non comprerà più, non sapendo che farsene d’una barca ferma nel box di Milano, di Roma, di Torino.

Costruire dunque: di chi il compito: Stato e privati si palleggiano le responsabilità. Il primo dice: nessuno nega la drammaticità del momento, però com’è possibile pensare di risolvere il problema dei porticcioli turistici, se prima non si risolve quello dei grandi porti commerciali, che attraversano una crisi non meno consistente? Gli altri aggiungono: lo Stato pensi dunque ai porti commerciali e dia a noi il permesso di costruire i porticcioli turisitici.
Raffaele Cusmai, direttore generale del Naviglio presso il ministero della Marina mercantile, in una “storica” seduta dell’11 dicembre 68 ha ribattuto: “ Lo Stato è pronto ad aprire un fattivo dialogo di collaborazione. Purtroppo mi risulta che attualmente, in giacenza presso i Ministeri, non si trovano domande di costruzione inoltrate da gruppi privati. Si facciano avanti. Saranno bene accolti!”.

Il suo appello è stato raccolto. I due esempi più sintomatici riguardano le isole Eolie e Rapallo. L’arcipelago ha quasi surclassato Taormina come polo turistico. Alberghi, ristoranti e ritrovi sorgono come funghi, sullo scenario d’un paesaggio incantevole, tanto selvaggio quanto affascinante. Le Belle Arti, l’Ente Provinciale del Turismo di Messina e l’Azienda autonoma di Soggiorno locale devono farsi in quattro per salvaguardare le attrattive maturali dell’avanzare indiscriminato del piccone, del bulldozer e del cemento. Le presenze turistiche aumentano di anno in anno. L’86 per cento, così dice una recente statistica, arriva dal Nord

Per la maggior parte si tratta di pescatori subacquei i quali preferiscono le Eolie per i fondali puliti, per le acque non ancora contaminate dagli scarichi industriali e per la ricchezza della fauna ittica. La fama di Lipari, di Vulcano e di Panarea, autentici paradisi terrestri della cernia gigante, si è ormai diffusa in tutto il mondo: il suo richiamo è talmente irresistibile che gli americani organizzavano voli “charter”, arrivando in aereo sino a Napoli, a Palermo, a Messina e a Reggio Calabria, raggiungendo poi l’arcipelago in aliscafo.

Un’èquipe svizzera di studiosi di turismo internazionale ha calcolato che le Eolie potrebbero triplicare le presenze attuali, diventando la “più colossale attrazione paesistica del mediterraneo”, se efficienti approdi riuscissero ad evadere le pressanti richieste d’attracco. Ora la situazione non è certo incoraggiante. Il porticciolo di Lipari riesce a stento a disbrigare il normale traffico quotidiano imperniato sulle navi ed i battelli di linea e sui traghetti adibiti al trasporto delle mercanzie necessarie ai fabbisogni di tutto l’arcipelago. E’ vero che i diportisti possono attraccare al molo di Pignataro; però è anche vero che la disponibilità è irrisoria, non certo pari alle esigenze del turismo diportistico di massa.

Vulcano è in una posizione difficile: infatti mentre le barche restano efficientemente riparate dai venti del nord, sono sempre alla mercè di quelli del sud. Teoricamente l’isola più privilegiata è Salina, poco toccata dall’incremento turistico, i cui abitanti traggono i loro proventi dalla pesca, dalla coltivazione del cappero e dall’uva malvasia. Essa dispone infatti d’un porto naturale formato da un laghetto e delimitato per quattro quinti da una sottile striscia di terra chiamata per la sua caratteristica “Lingua di salina”.
Ebbene: proprio in questo laghetto il costruttore di motoscafi Carlo Riva intende costruire un porto artificiale, ampliando la ricettività sino a consentire il ricovero contemporaneo di un minimo di 200 imbarcazioni sino a un massimo di 600. Riva ha già affidato la progettazione del porticciolo e del suo entroterra a uno studio urbanistico-commerciale di Messina.

Nei giorni scorsi, durante una seduta del consiglio comunale di Salina, un avvocato, Carmelo Brandoni, a nome di Riva ha esposto e sottoposto a discussione il progetto. Più che un dibattito, si è avuto un vero e proprio dialogo tra persone che sembravano volere la stessa cosa: da una parte gli industriali che intendono valorizzare col loro intervento una precisa zona, dall’altra gli abitanti di Salina, gli amministratori e gli esperti delle Belle Arti.

Si è appreso così che le aree interessate potranno essere pagate 1500 lire al metro quadrato, anche in contanti (la cifra potrà essere ancora discussa), che gli eventuali accordi di vendita saranno legati all’approvazione del progetto da parte di tutti gli enti interessati (cioè: Belle Arti, demanio marittimo, ministero del Turismo, Assessorato regionale all’urbanistica e allo sviluppo economico) e , questo è l’importante, che il progetto prevede oltre alla costruzione del porticciolo anche tutte le strutture ricettive indispensabili, dal “boat service” alle gru di servizio, ai posti di rifornimento del carburante e dei lubrificanti.

Il quadro che ha fatto del progetto Carmelo Brandoni è naturalmente dei più allettanti: “Non vogliamo affatto deturpare il paesaggio. Vogliamo solo fare del buon turismo, portare un ulteriore incremento delle isole Eolie, innestandoci nell’habitat, nell’ambiente genuino che è, a nostro avviso, la principale attrattiva turistica dell’isola. Modificarlo? Siamo i primi a guardarcene bene!”.
Ora s’aspetta l’esito. Se le trattative dirette, a tu per tu, per la vendita dei vari spezzoni di terreno, dovessero concludersi favorevolmente, nel giro d’un paio d’anni le Isole Eolie avranno proprio a Salina il loro porto turistico.

”L’Italia, come fondali non ha nulla da invidiare né alla Francia, né alla Jugoslavia, dice Riva. Basterà quindi sollecitare la nascita d’una fitta catena di approdi, per calamitare l’interesse di tutto il turismo internazionale in transito, con grandi vantaggi per la economia nazionale. Purtroppo le lungaggini burocratiche sono esasperanti e spesso fanno anche la voglia di insistere in iniziative del genere…”.

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LE VIE D’ITALIA 1955 Torri costiere lungo il basso Tirreno
Sono rimaste a ricordare nove secoli di lotta sostenuta dai paesi
rivieraschi contro la pirateria .
Torri cilindriche e quadrangolari, integre o diroccate, isolate o circondate da costruzioni minori come il pastore dal gregge, spesso adibite agli usi più diversi, sorgono ancora qua e là lungo le coste dell’Italia Meridionale, soprattutto sul Basso Tirreno. Sono rimaste a narrare gli ultimi nove secoli (dal IX al XVIII circa) della lotta sostenuta dai paesi rivieraschi contro la pirateria, piaga del Mediterraneo fin dai primi tempi della- navigazione e che influì profondamente sulla vita costiera. Di due specie erano le torri: d’allarme e di difesa.

 

Le prime sono le più antiche: cilindriche, alte, sottili, senza ornamenti e con rare piccole aperture verso l’alto. A quel tempo il monopolio della pirateria l’avevano i Saraceni e le torri dovevano segnalarne l’arrivo con fuochi, il cui numero e modo di succedersi stava a indicare i vari casi: assalto, incendio, battaglia, ecc. Nelle notti serene — giacche i pirati, per la leggerezza dei loro legni eran costretti a scegliere stagioni propizie e a chiedere complicità alle tenebre — dalle torri cilindriche delle località rivierasche si accendevano i grandi falò che l’uno all’altro si rispondevano. Colli e rive fiammeggiavano e le popolazioni fuggivano nei boschi, nelle caverne, sui monti; e spesso quegli improvvisi fuochi accesi dalle scolte insonni, avvertendo che le città erano deste e preparate, consigliavano i pirati a cambiar rotta.

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Ma non sempre i fuochi evitavano gli sbarchi, nè la fuga i saccheggi. Così si cominciarono a costruire torri difensive, non più cilindriche, ma quadrate, più adatte allo scopo. Dapprima furono poche e abbandonate all’iniziativa di privati o di singole comunità e solo per proteggere i luoghi dove era più facile lo sbarco. Col tempo però si moltiplicarono, finche al principio del XVI secolo, sotto la crescente minaccia dei Turchi e dei’’ Barbareschi”, i Viceré di Napoli ne ordinarono la costruzione su larga scala e secondo un programma ben definito, in modo che tutte le coste del vicereame spagnolo ne fossero munite.
I Barbareschi erano un accozzaglia di gente diversa: schiavi fuggiti al remo delle galere militari e mercantili, perseguitati per reati comuni, disertori. Dei loro capi, astuti e crudeli avidi e senza scrupoli, sono passati alla storia Kair ed din (Ariadeno detto il Barbarossa), ammiraglio di Solimano, e Dragut, suo luogotenente. he loro flotte erano protette dagli stati dell’Africa mediterranea e assoldate non solo dai Turchi, che se ne valse perfino la Francia. Per questo si sogliono, anche troppo sottilmente, distinguere dai pirati, le cui scorrerie non avevano alcun aspetto politico.
I Viceré di Napoli ordinarono dunque la costruzione di torri su vasta scala e, poiché si era ormai nell’epoca delle armi da fuoco, ne dettarono le caratteristiche più opportune, he torri avrebbero avuto una pianta quadrata di 10 metri di lato e un’altezza di 20, con muraglie spesse 3-4 metri, e scarpate all’esterno, dal cordone in già; tutt’intorno, caditoie, porta sopra il cordone e ponte levatoio. All’interno, tre piani, col soffitto a volta e congiunti da una scaletta interna: al primo i magazzini, al secondo gli alloggi, al terzo l’artiglieria, ha quale consisteva in una colubrina, due petriere e altri pezzi minuti: la colubrina era una lunga bombarda; le petriere catapulte atte a lanciar pietre, montate su una piccola piazzala; i pezzi minuti colubrinelle o manesche, sul tipo delle colubrine ma più piccole e facilmente spostabili.

Le torri erano scarpate fino al cordone, perchè seguendo i princìpi di Leonardo da Vinci e di Giorgio Martini, fino al cordone la muraglia era fatta a sghembo, per deviare il proiettile; ma siccome questo tipo di costruzione poteva facilitare l’assalto, questo era evitato appunto dal fatto che il tratto obliquo fosse scarpato.
Non è da credere che queste disposizioni per la costruzione delle torri siano state rispettate alla lettera; qualche variazione ci fu, dovuta alla presenza o meno sul luogo di particolari materiali edilizi e alla qualità del terreno su cui doveva sorgere la torre. Intervenne ancora a modificare le costruzioni l’iniziativa di privati, che per vedere difesa sollecitamente la costa, anticiparono o donarono i mezzi per costruire; talvolta il gusto locale portò modifiche, tanto è vero che qualche torre rotonda, ben diversa però dalle antiche, fu costruita ancora.
Ma è certo che l’ultimo trentennio del Cinquecento fu tempo di baldoria per gli appaltatori o « partitati » che ne fecero di crude e di cotte, secondo gli usi del tempo, tanto che più di un crollo fu dovuto a difetto di costruzione.
In ogni modo molte di queste torri quadrate resistettero. E ben 359 se ne contavano ancora quando il 21 febbraio 1827 (l’epoca della pirateria
era, o sembrava, ormai tramontata) un regio decreto disciplinò l’uso delle torri, cedendone una parte alle amministrazioni dello Stato, e specialmente ai Ministeri delle poste e della guerra, ai corpi della finanza, o a privati che le acquistarono per trasformarle in civili abitazioni.
Lo scopo della difesa contro i corsari non esisteva più; ma le torri servirono ancora a qualchecosa, e soprattutto alla repressione del contrabbando e come cordone sanitario contro la peste.
Vogliamo ora metterci in viaggio e rintracciare e segnalare qualcuna delle torri esistenti, per esempio, da Terracina fino a Policastro?
Fino a Sperlonga, ove sorge ancora una bella torre, pochi segni di difesa; abbandonato o quasi era stato quel tratto di costa nella prima metà del Cinquecento. E ciò rese possibile nel luglio del 1534 l’incursione corsara a Fondi. Sembra che il gran Solimano, imperatore dei Turchi, si fosse invaghito, o per sentito dire o per averne visto il ritratto, della feudataria del luogo, donna Giulia Gonzaga vedova di Vespasiano Colonna e avesse dato al suo ammiraglio Ariadeno Barbarossa l’incarico di rapirla.
Il corsaro, al comando di ottanta galere, già aveva saccheggiato i lidi della Calabria e sera gettato su Procida.
Donna Giulia fu avvertita che i corsari saccheggiavano Sperlonga e si dirigevano a Fondi e fuggì su un velocissimo cavallo, senza neppur vestirsi, « all’incamisa » dice un cronista, e si nascose, con il piccolo seguito, in sotterranee grotte, ove stette morta di freddo e di fame un
giorno e una notte. Intanto Sperlonga veniva arsa, arsa e saccheggiata Fondi e per l’ira della preda sfuggitagli il Barbarossa depredò, trucidò e fece scempio degli abitanti.
Alla foce del Garigliano sta la torre che nel tempo delle incursioni saracene Pandolfo Capodiferro, principe di Capua, fece elevare coi materiali raccolti tra le rovine della romana « Minturnum ». È una gran torre con barbacani, dall’aspetto monumentale.
I Saraceni, padroni della Sicilia e d’un vasto impero, risalivano non solo il Garigliano ma, in barche, il Tevere stesso, entrando a piedi o a cavallo nel territorio laziale, varcando il Teverone, per depredare la Sabina. « Corron la terra come locuste — scriveva il papa Giovanni Vili — e a narrare i guasti loro sarebbero mestieri tante lingue, quante foglie hanno gli alberi dei nostri paesi » e in altra del settembre 876 « ...tra non guari, verranno ad assalirci in Roma, poiché stanno armando cento legni e quindici navi da traghettare cavalli ».
Tanto non osarono mai i Barbareschi che si limitarono a farsi qua e là piccoli approdi e nascondigli; e infatti le torri alle foci dei fiumi servirono dal Cinque al Settecento soprattutto a impedire che i corsari si rifornissero d’acqua dolce.
Nel Golfo di Napoli le torri sono presenti, più che nella costruzione, nei toponimi: come Torre del Greco, che prese nome da una torre probabilmente sveva, la turris octava di Federico lI e Torre Annunziata, nata intorno a una torre e a una cappella.
Non mancano però anche anche le torri, come a Massa Lubrense, cittadina che fu detta appunto per le sue molte costruzioni difensive, « la turrita ». Infatti, dopo la terribile incursione del 1558 si iniziò il progetto e nel 1567 la costruzione di otto regie torri difensive, oltre quelle di cui si provvidero molte case. Le regie esistono ancora tutte, alcune dirute, altre modificate. Al tempo dei francesi ( 1807) alcune servirono d’alloggio ai soldati del presidio, e appartennero poi all’Orfanotrofio militare.
Altre torri si trovano sulle isole, a Capri e a Ischia. Celebre il Torrione a Torio d’ischia, una delle sette costruzioni elevate nel Cinquecento, « de particolari citadini ben munite d’armi, ne le quali si ponno salvare le gente quando è correria de Turchi ». All’estremità meridionale del golfo, sulla Punta della Campanella, sorge la Torre Minerva, la cui costruzione fu ordinata da Roberto d’Angiò con lettera del 18 novembre 1334, quando si accertò che una grotta del promontorio era ritrovo e sosta di pirati.
Entriamo ora nel golfo di Salerno, dove non v’è località, anche minuscola, che non conservi una sua torre perchè, data la natura impervia della costiera, ciascuna località era pressoché isolata, senza comunicazioni via terra e senza possibilità di sfogo verso l’interno [la splendida strada costiera che oggi le unisce era ancora ben lontana dalla sua realizzazione).
Tre torri sorgono a Positano: del Fumilio (trasformata in villino), di Trosita e della Sponda; una è a Vettica maggiore, una a Vettica minore, anch’essa ridotta a villa. Quella di Conca dei Marini fu per un certo tempo un cimitero, dove le bare venivano calate dall’alto, con le funi: un cimitero posto in un luogo d’incanto, sopra una piccola cala, che par fatta di lapislazzoli.
Dell’antica repubblica d’Amalfi è rimasta, stagliata netta nel cielo, cupa e solitaria, sulla piccola altura del Monte Aureo, la torre cilindrica di Ziro o di Ciro, detta anche « del buon tempo », restaurata, come è consacrato nelle lapidi, nel 1292, 1305, 1335, 1490. In essa si narra che fosse uccisa Giovanna d'Aragona, duchessa d’Amalfi, rea di avere, vedova a vent’anni, sposato il suo maggiordomo. Ricorderemo che questa storia sentimentale e tragica diede origine a « El mayordomo de la duquesa de Amalfi » di Lope de Vega.
Ad Amalfi era anche la torre di Santa Sofia, sui ruderi della quale fu dapprima innalzato un monastero francescano, cui furono particolarmente devoti angioini e durazzeschi; e divenne poi l’Hôtel Luna; anche questa torre riallaccia l’Italia, terra di ispirazione e riposo ai poeti, alla letteratura mondiale, perchè, in una camera dell’albergo, Enrico Ibsen scrisse « Casa di bambola ». Di fronte allo stesso albergo è la torre dei Piccolomini. Ad Atrani è una bella torre, a pianta quadrata, detta del Tumolo o di S. Francesco; a guardia del lido di Praria, spazzato nella recente alluvione con le sue barche e le sue reti dal torrente di fango, sta un’altra torre. Numerose torri rimangono di quelle costruite intorno a Maiori per difendere l’accesso alla valle di Tramonti e intorno a Vietri per chiudere la valle di Cava de’ Tirreni, uniche vie possibile per invadere, dal Golfo di Salerno, la piana del Sarno.
A sud di Salerno, torri e avanzi dì torri sono alle foci dei piccoli fiumi, alcuni dei quali a carattere torrentizio, una sul Seie, una presso Paestum, a cui fanno da sfondo le solenni rovine di quei templi dorici.
Da Agropoli a Policastro, che furono particolarmente battute dalle incursioni, diciotto torri erano state progettate nel 1566 e diciotto appunto ne segna ben chiaramente una carta del Principato Citeriore di circa un secolo fa; esse son tutte segnalate nei documenti dell’Archivio di Stato di Napoli, e fan parte di quelle censite. Alcune sono dirute, altre conservate alla meglio.
Ecco verso Castellabate la torre di Velia accanto al luogo dove sorgeva la greca Elea; ecco le torri d’Ogliastro, di Pagliarolo, di S. Marco; ecco, raggiunta attraverso boschetti sempre verdi d’olivi, la torre d’isola, sopra uno scoglio e quelle di Zancale e dell’Olivo, tutti luoghi anch’essi visitati più volte dal Barbarossa. Dire il nome di tutte sarebbe ormai troppo lungo; e qui, sulla costa del montuoso e pittoresco Cilento poniamo termine al nostro viaggio.
Dal golfo di Policastro s’inizia la costa lucana e seguono le altre, più ricche di ruderi che di torri.
GINA ALGRANATI.

Da ARCHITETTURE EOLIANE di Giuseppe Lo Cascio. Uno stralcio su torre in contrada Mendolita
Merita di essere visitata poi, in contrada Mendolita, pressocchè inalterata, una delle tante torri di avvistamento e protezione realizzate a difesa delle scorrerie dei pirati, verso la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo, e che vennero codificate con estrema precisione dall'architetto Camillo Camilliani nella sua “Descrittione delle marine del regno di Sicilia, così delle torri fatte, e dove di nuove convenga farsene...” del 1584.

Anziché alle tante torri di avvistamento che sorgevano lungo le coste, di proprietà demaniale, dette anche “di deputatione”, che venivano realizzate in posizione predominante in modo da avere comodo campo visivo su ampie estensioni di mare, tale torre appartiene certamente a quel gruppo di torri che sorgevano in prossimità di trappeti, tonnare, vasti magazzini, e che proprio per la loro immediata vicinanza con l'oggetto da difendere, non avevano finalità diverse dalla difesa immediata della “robba”, e non quindi fini di generale utilità.
Il loro periodo di costruzione, come quello delle altre torri di proprietà demaniale, va comunque sino al primo trentennio del 1600, poi il fervore costruttivo viene a cessare, pur non mancando di sottoporre spesso a consolidamenti questi importanti elementi del sistema difensivo delle nostre coste.

Di questa torre in particolare, brevi note ed un abbastanza preciso disegno vengono riportati nella pubblicazione su Lipari di Luigi Salvatore d'Austria, che riporta peraltro l’esistenza di un’altra torre, questa in località Zinzolo, detta “a turri i don Turiddu Marraffa”.
L'architettura di questa, conosciuta invece come “a turri d'a Mennulita”, pur non rispondendo fedelmente a tutti i canoni classici catalogati dal Camilliani, ne riprende e rispetta tuttavia le principali caratteristiche, quali la pianta a base quadrata, lo sviluppo articolato su più elevazioni (la base, il piano operativo, la terrazza), il “pedamento”, o leggera scarpata a ringrossare la struttura delle prime elevazioni.

AI vano del piano seminterrato, sì accede dal fronte di levante, ed al di sotto di questo vano (come prescritto da una “ordinazione” del 1595), si ha una piccola cisterna, del tipo a campana.
AI vano della prima elevazione, la base, si accede dal fronte di ponente, verso il territorio interno come dai dettami del Camilliani, per evitare eventuali bombardamenti dal mare da parte di eventuali assalitori, o che questi ne impedissero comunque con facilità l’accesso e l’uscita dei difensori.
Ai vani della seconda e terza elevazione, il piano operativo, si accedeva mediante scale retrattili.
La parte superiore del fabbricato, al di sopra del pedamento, ha spigoli piombanti, e la muratura prosegue al di sopra del piano-terrazza, coronata poi da una merlatura di tipo ghibellino.
Si hanno cinque merli sul fronte-sud (e si suppone ve ne fossero altrettanti su quello nord, crollato) e quattro invece su quelli est ed ovest.

Su tre fronti si avevano, al piano-terrazza, vaste aperture ad arco a tutto sesto, con uno spesso parapetto ed al di sotto di questi, dei mensoloni in pietra sagomata, facenti parte del sistema difensivo della torre.
Sul quarto fronte, proprio al di sopra dell'apertura della prima elevazione, si ha (sempre all'altezza della terrazza) una “caditoia” o “piombatolo”, classico elemento dell’antico sistema di difesa piombante.

È questo un piccolo corpo aggettante, che Luigi Salvatore d'Austria definisce genericamente “postazione di lancio”, che poggia su tre mensoloni in pietra, chiuso dai lati e vuoto nella sua parte inferiore, in modo da consentire la caduta, o “piombata”, di armi ed oggetti da difesa proprio dinanzi l'apertura dell'ingresso.
A questa architettura, sono annesse al piano terreno, due pinnate ed altri piccoli magazzini, oltre ad un’ampia stalla, e che certo costituivano l'oggetto primario da difendere.

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AVVENTURA A LIPARI (1961) di VICTOR A . DE S A N C T IS 1 parte
Le riprese di "Avventura a Lipari" iniziarono il 26 luglio dello scorso anno e terminarono in brevissimo tempo grazie alla valida collaborazione di tutti i soci del Club Mediterranée ospiti in quel villaggio.

Tra di loro De Sanctis scelse anche il protagonista della vicenda narrata nella pellicola.
Come misi piede a terra sulla banchina del porto la mia prima preoccupazione fu quella di contare i bagagli. Avevo compiuto i l viaggio da solo, con la vettura carica fino all'inverosimile, e a velocità piuttosto sostenuta. Nei pressi di Terracina avevo anche evitato, per miracolo, un investimento. Insomma, ero riuscito ad arrivare sano e salvo con i miei 21 colli da Torino e sarebbe stato davvero imperdonabile, proprio ora, perderne qualcuno nelle manovre di carico e scarico.

« ... 19... 20... 21 ». C'erano tutti. Tirai un respiro di sollievo. Ma non c'era nessuno del Village ad attendermi, e questo complicava un po' le cose.

« Al clubbe volesse andare? Lasciasse fare a noiantri! », un ragazzotto dalla pelle scura si era avvicinato con un capace battello e una muta di picciotti al rimorchio. Come diedi a vedere di essere d'accordo sul trasferimento via mare, i ragazzi, si precipitarono sui bagagli per l'imbarco. In un amen le due cineprese subacquee, le due macchine per esterni, i due autorespiratori, il magnetofono, le macchine fotografiche, i riflettori solari, i treppiedi, le cassette della pellicola, i sacchi delle mute e le custodie dei fucili, tutto fu sistemato sulla "Concetta madre", insieme con la lampada di illuminazione subacquea e la valigia degli effetti personali.

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L'avventura di Lipari incominciava.
« Questo — mi disse Alex Stroinowsky, capo del Village — è Jakie Masson, capo istruttore. A lui ti potrai rivolgere per tutto quello che ti servirà sui battelli, .«sopra e sott'acqua ». I l tipo che mi stava davanti era un giovanotto solido, occhi azzurri, volto sorridente ed aperto, incorniciato da una caratteristica barbetta a collare. Lo avrei avuto come collaboratore per quasi un mese. "Barbarossa" a sua volta cominciò a presentarmi gli altri istruttori del club: Bernard Baes di Nizza, Pierrick Parlonar, un bretone modesto e taciturno, Claude Ferrari, un altro Claude e infine un ragazzo inglese, di cui non ricordo il nome. In quel momento rumorosi saluti si levarono dal ponte del “Vittorio Veneto", uno dei due grossi battelli adibiti alle sortite subacquee del club:
Marc e Annette Jasinsky mi chiamavano a gran voce un tipo piccoletto, mi corse incontro: era René Thierry della televisione belga e da quel momento mio stretto collaboratore alla realizzazione del film "Avventura a Lipari".

Sul pontone, grondante di acqua, era intanto salita Virginie la "prima attrice" della vicenda che avremmo filmato. Buona sommozzatrice, l'amico Bob Lombaert me ne aveva scritto da Bruxelles. Ora Ia sua alta figura d'indossatrice mi stava dinanzi, i capelli fradici incollati alla nuca, sulle guance, sul collo.
« Quest'oggi stesso — dissi alla piccola troupe riunita — cominceremo i sopraluoghi e la sceneggiatura ». Erano le 12 del mattino del 24 luglio. Mare e cielo apparivano di un azzurro intenso, il tempo era decisamente al buono stabile, tutto lasciava presumere che avremmo potuto svolgere un buon lavoro.
Il mattino del giorno 26 cominciarono le riprese. Bisogna riconoscere che il cinema moderno ha, tra i suoi vantaggi, quello di una straordinaria rapidità dì preparazione. Due soli giorni erano bastati per sviluppare la sceneggiatura del soggettino che mi ero portato dietro. Thierry e Marc mi erano stati di valido aiuto, per la scenografia vera e propria il primo, per i sopraluoghi il secondo.

Ci dividemmo i compiti amichevolmente. Discussioni piuttosto vivaci suscitò invece la scelta di colui che sarebbe stato il protagonista maschile del film. Tutti erano naturalmente d'accordo che . avrebbe dovuto essere un buon subacqueo: ma chi scegliere nel ricco campionario a disposizione? L'importante decisione venne presa durante n pranzo. Un po' di eccitazione regnava tra i G.M. presenti e specialmente fra gli istruttori. Personalmente, mi sarebbe andato bene uno qualunque di quei signori, ma alla fine prevalse l'idea. René, e la scelta cadde su Pierrick, solido giovanotto di taglia media, che meglio di tanti altri avrebbe potuto identificarsi col reale protagonista di una vicenda del genere.

Non avrei dovuto pentirmi della scelta. Il mattino del 26, ripeto, eravamo già in acqua per girare le sequenze sulla scuola d'immersione. La faccenda cominciò con una arrabbiatura. Ero appena sceso in acqua dalla "Stella Immacolata", il battello che doveva servirci come base durante le riprese, quando vidi René e Marc, in piedi sopra un prato di posidonie sette metri più sotto, che se ne stavano giocando allegramente alla palla ovale. Fin qui nulla di straordinario se non fosse stato per il pallone che era rappresentato dalla grossa lampada Galeazzi dentro alla quale erano sistemate le batterie di accumulatori.
I miei gesti dovettero essere di una incisività che non lasciava adito ad equivoci, se i due credettero opportuno risalire immediatamente a galla per sorbirsi, a mo' di aperitivo, una serie nutrita di epiteti, sotto la divertita attenzione della gente di bordo.
Questa gente, che era poi costituita dai membri del club, dimostrava una grande simpatia per il nostro lavoro, e ci diede la più efficace collaborazione, almeno nei primi giorni.

 

In particolare il testo di cui all’immagine trattasi di un taccuino inedito, quello di una crociera alle Isole Eolie (Aspara), dal 13 al31 luglio 1967. Questo taccuino è riprodotto in facsimile. È integrato da una bibliografia selettiva per gli anni dal 1983 al 1985 e da note bibliografiche. Notizie sull’autore:

Una vita di poeta e diplomatico. Dai Caraibi al Mediterraneo, passando per l'Asia e l'America, Alexis Leger di Saint-John Perse (1887- 1975) ha raccolto nel corso della sua vita - ad eccezione degli anni diplomatici - Un'opera essenziale della poesia francese del XX secolo, acclamata 1960 dal Premio Nobel per la Letteratura. Figlio delle isole, à cresciuto con le sue tre sorelle in Guadalupa. La perdita del regno dell'infanzia con l'arrivo della famiglia in Francia, i suoi incontri con Francis Jammes poi Paul Claudel cosi come la scomparsa di suo padre, lo incoraggiano a cercare la fuga allo stesso tempo attraverso la scrittura e la stabilità di una carriera all'estero. Affari. Dopo un notevole inizio nella scrittura poetica (Anabasis, scritta in Cina nel 1917), abbandono la poesia e preferì la carriera diplomatica. Destituito dall'incarico chiave di Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri nel 1940 da Paul Reynaud, privato dei suoi diritti dal governo di Vichy, andà in esilio negli Stati Uniti dove scrisse le sue più grandi poesie:

Exile, Vents, Amers- e non ritorno in Francia fino al 1957 e si stabili in Provenza, sulla penisola di Giens dove mori nel 1975. IL suo lavoro, come la sua esistenza, si pone sotto il segno del nomadismo e dello stupore di fronte al mondo, agli elementi e alla natura. Ha quattro cicli: Indie Occidental, Asia, America, Provenza. Questi luoghi portano scoperte, avventure ma anche solitudine ed esilio, fonti di creazione. Composta da materiali selezionati, la poesia mondiale di Saint-John Perse collega continenti e conoscenze attraverso un linguaggio sorprendente. Per lui "più che una modalità di conoscenza, la poesia à innanzitutto uno stile di vita — e di vita integrale”. La Fondazione Saint-John Perse riunisce ora il suo patrimonio letterario e politico nella Biblioteca. Notizie sull’opera:

Saint-John Perse Premio Nobel per la letteratura nel 1960, visitò le Isole Eolie nel 1967 con lo yacht “”aspara”” dal 13 al 31 luglio, compilando un diario del viaggio. Quinta crociera nel Mediterraneo sullo yacht Aspara: tra Italia, Sardegna e Sicilia, alle Isole Eolie o Lipari, con ancoraggio davanti alle isole Panarea, Stromboli, Lipari e Vulcano, non lontano da “la Pietralunga” e dagli altri aghi basaltici delle “Bocche di Vulcano”; navigazione lenta, molto ravvicinata, intorno alle isole Salina, Filicudi e Alicudi, per l'osservazione della loro struttura vulcanica e delle loro curiosità geologiche: pietre vetrificate, colate di ossidiana rossa, fumarole latenti e cinture di insidie basaltiche; lo Stromboli costeggia due volte all'imbrunire, per meglio seguire, alla luce dei suoi anfratti fiammeggianti, le colate laviche e le rocce incandescenti precipitano in mare. Rientro lungo la costa italiana, con tappe a Napoli, Capri, Ischia e Ponza. Aspara uno yacht a motore, un ex incrociatore della marina inglese, gestito da un intero equipaggio. Anche C. Thiébaut ci illumina sull'identità dei compagni di crociera del Legers: tra loro Raoul Malard, il proprietario della barca, un ricchissimo industriale Nord che condusse una vita brillante a Parigi sotto l'occupazione; la sua compagna Jacqueline, ex Miss Francia; Marta di Fels, vecchia amica del poeta, che sarà stata secondo le sue stesse parole "la donna" della sua vita". Con la Contessa di Fels, i Malard e gli ospiti occasionali come Lord Warwick (alias Michael Brook, attore Hollywood) e sua moglie, tutto un entourage elegante e ricco che viene menzionato, la cui azienda apprezza Alexis Leger...

Oltre a questa presentazione, l'edizione speciale di Souffle de Perse contiene iconografie poco conosciute al pubblico (foto di passeggeri a bordo dell'Aspara, foto della barca), documenti in formato appendice (carta delle Isole Eolie, estratti dalla Guida Blu, dove lo scrittore ha disegnato interi brani, testo delle canzoni Napoletani da lui citati) e numerosi indici che permettono al lettore di farlo sfoglia il quaderno secondo le sue curiosità (e quelle del poeta) o studiarlo sistematicamente da un aspetto o dall'altro.

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