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di Giuseppe Pracanica

Nel 2004 scrivendo sulla seconda guerra mondiale, dedicavo il volume “A tutti coloro che persero la vita, durante il conflitto 1940-43, per la fellonia ed il tradimento di alcuni ammiragli ed ufficiali della Regia Marina Italiana.” A formulare tale dedica mi aveva convinto quanto scritto da Antonino Trizzino sul suo “Navi e poltrone”, edito da Longanesi, che aveva accusato chiamandoli per nome, alcuni ammiragli di fellonia e tradimento. Ma già durante la guerra molti sospetti si erano già appuntati nei confronti dell'Alto Comando della Marina Militare.

A metà gennaio del 1942 si tenne, a Forte Braschi, una riunione dei massimi dirigenti del Sim, presieduto dal colonnello Cesare Amé. Quest' ultimo riferì: "Ho incontrato il capo di Stato Maggiore Generale, Cavallero, che mi ha fatto uno strano discorso: i mercantili che partono all'improvviso o che non seguono le rotte prescritte non vengono mai attaccati. Gli altri non hanno scampo. Mi ha autorizzato a fare un'autentica invasione coi nostri agenti in tutti i porti". Il tenente colonnello Fattarappa-Sandri, che era il capo del controspionaggio, lo interruppe affermando che "Cavallero è fuori strada. Lo spionaggio non avviene nei porti […..] Lo spionaggio parte da Roma".

Ed aggiunse che dopo la nomina dell'ammiraglio Maugeri a capo del Servizio Informazioni Segrete (Sis) della Marina, non solo si erano interrotti i rapporti con il Sim, "ma si sapeva anche che nel campo della sicurezza e del controspionaggio navale non faceva assolutamente niente". L'ammiraglio Sansonetti, sottocapo di Stato Maggiore della Marina disse "che dovevano esistere delle spie ben informate, a giudicare dal modo con cui avvenivano gli affondamenti, e che queste spie non erano da ricercarsi nei porti […..]ma a Roma". Anche Mussolini, secondo Bastianini, nutriva gli stessi dubbi.

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Trizzino non si limitò a riproporre la generica denunzia di Sansonetti ma, con grande coraggio, indicò anche i nomi dei vili e dei traditori: l'ammiraglio Bruno Brivonesi, che, per viltà, aveva completamente fatto distruggere il convoglio di navi mercantili che gli era stato affidato, l'ammiraglio Gino Pavesi, comandante del presidio di Pantelleria, che si era arreso senza sparare un colpo; il contrammiraglio Primo Leonardi, comandante della Piazzaforte marittima di Augusta, che aveva addirittura ordinato lo smantellamento delle difese ancor prima che gli Alleati sbarcassero in Sicilia e per questo era stato decorato.

Per quanto riguarda l'ammiraglio Franco Maugeri, capo dei servizi segreti della Marina, Trizzino si chiese: "C'era anche lui nel numero di quelli che volevano la fine a tutti i costi e con qualsiasi mezzo? Non possiamo dirlo, ma è certo che egli fu ricompensato con la decorazione americana della Legion  of  Merit, che porta sul petto, in riconoscimento dei meriti acquisiti appunto mentre era a capo dell'Ufficio informazioni". "La Regia Marina voleva perdere la guerra", hanno scritto De Risio e Fabiani, confermando, cinquant'anni dopo, quanto aveva sostenuto Antonino Trizzino.

Infatti i comandanti supremi della Marina si erano adoperati in due modi per aiutare i nemici: "o col dar loro il minor fastidio possibile e lasciarli fare tutto ciò che volevano, o col fornire un aiuto concreto con informazioni tali per cui ogni scontro si trasformava inevitabilmente in un disastro per le forze italiane". E' di tutta evidenza che, nei primi anni di guerra, la supremazia della Marina militare italiana nel Mediterraneo, ed anche dell'Aviazione, era tale che, se gli ammiragli avessero voluto, avrebbero potuto fare sloggiare gli inglesi sia da Malta che da Alessandria, per cui, senza alcun dubbio, le campagne di Libia ed Egitto avrebbero avuto sorte ben diversa da quella che effettivamente ebbero.

Il 19 gennaio del 1953 il Ministero della Difesa, retto dal repubblicano Randolfo Pacciardi (vecchio combattente antifranchista nella guerra di Spagna, che certamente nulla aveva a che spartire con gli ammiragli traditori e felloni, ma che indubbiamente in questa occasione si fece ampiamente strumentalizzare), presentò denunzia al Procuratore della Repubblica di Milano accusando Trizzino di aver "vilipeso la marina militare dello Stato", con la pubblicazione del libro "Navi e poltrone". In particolare l'autore veniva accusato di aver scritto "che i capi della marina e la marina stessa, in occulto accordo con il nemico, avrebbe sabotato la guerra senza preoccuparsi delle vittime, e che i primi, in combutta con il nemico, avrebbero in favore di questo svolta opera di spionaggio, esponendo senza difesa i convogli di rifornimento ai suoi attacchi e le navi da guerra al siluramento".

In primo grado Trizzino venne condannato perché il Tribunale ritenne che l'offesa al prestigio delle forze armate può anche realizzarsi mediante la critica vilipendiosa a tutti i loro capi. Invece la Corte d'Assise d'Appello di Milano, dopo una lunga disquisizione giuridica, stabilì che tale individuazione dei valori che andavano protetti non poteva esser condivisa, giacché vilipendere, nel senso letterale della parola, vuoi dire accusare di viltà, e certamente non accusa di viltà le forze armate chi "nel rievocare fatti di guerra, nel metterne a nudo gli aspetti riprovevoli, nel risalire alle cause e nel ricercare le responsabilità dei rovesci subiti, proponga al lettore la rappresentazione di un'antitesi tra il valore dei più ed il disvalore dei pochi, anche se questi pochi si trovino per avventura insediati al vertice della gerarchia".

Dopo una tale impostazione del processo, fu necessaria, per ammissione degli stessi giudici di Milano, una attenta rilettura critica del libro incriminato, con particolare riferimento agli episodi che erano stati oggetto di querela per diffamazione a mezzo stampa da parte di alcuni ammiragli, ma che non facevano più parte della causa in quanto espunti per sopraggiunta amnistia. Tale attenta lettura aveva convinto la Corte d’Appello che indubbiamente Trizzino non aveva inteso estendere le sue accuse di viltà e di intelligenza con il nemico indiscriminatamente a tutti i capi e comandanti della Marina.

Infatti oltre ai comandanti in mare che considerava vittime di Supermarina, escluse anche parecchi ufficiali che ricoprivano alti gradi nella Marina, compresi persino alcuni che lavoravano negli uffici dello stesso Comando Supremo della Marina: gli ammiragli Jachino, Campioni, Sansonetti, Somigli, etc. Il non aver presentato querela non salvò l'ammiraglio Maugeri dagli sferzanti giudizi della Corte d'Assise d'Appello di Milano. Nella sentenza citata infatti si legge che "il ragionamento di Trizzino segue un filo conduttore che è stato tracciato da altra mano: prende le mosse da una frase rivelatrice che si legge nel libro dell'ammiraglio Maugeri, pubblicato in lingua inglese da un editore americano.

Rivelazione gravissima,  tanto più grave in quanto proviene da una fonte qualificata: da colui che fino all'armistizio fu a capo dell'ufficio informazioni della marina, cioè il controspionaggio". Peraltro conferma di quanto sostenuto da Maugeri si trova in un rapporto segretissimo, risalente al 1942, ma ritrovato solo nel 1953: "All'inizio del '42 gli elementi informativi [trasmessi a Londra] assunsero un tale grado di precisione da far ritenere indiscutibile che la fonte dovesse trovarsi in seno al ministero stesso della Marina”. Ed appunto per proteggere i traditori annidati nella Marina Militare, Ammiragli, ufficiali dei Servizi Segreti, etc, che durante la guerra avevano tradito il Paese e con le loro informazioni, trasmesse al nemico anglo-americano, senza rimorso alcuno, avevano intenzionalmente mandato a morire tanti giovani soldati e marinai.

Mascalzoni di tal fatta riuscirono  a farsi abbondantemente tutelare dagli Alleati, che inserirono nel  Trattato di Pace, tra le condizioni imposte all'Italia, il famigerato articolo 16, "L'Italia non perseguirà né disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere, nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell'entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate ed Associate o di avere condotto un'azione a favore di detta causa". 

La battaglia di capo Matapan, fu la conseguenza di un'operazione messa in atto dal Comando superiore della Regia Marina (Supermarina) nel marzo 1941 a seguito delle pressanti richieste dei tedeschi. Le navi italiane furono costrette a combattere al buio, mentre i britannici disponevano dei radar, per cui finì, ovviamente, in un massacro. Da allora in poi la Regia Marina non parteciperà più a fatti di guerra, neppure alla difesa della Sicilia, ma attese pazientemente, metà a La Spezia e l’altra metà a Taranto, l’8 settembre del 1943, per andare a consegnarsi, tranquillamente, a Malta.

 

Casa Savoia conosce la via dell’esilio e quella del disonore.
di Giuseppe Pracanica

La scelta di Carlo Alberto di andare in esilio, nonostante Giuseppe Giusti lo definisse re “travicello”, non fu priva di una certa dignità, dote sconosciuta dai suoi successori. Pertanto oggi possiamo tranquillamente sostenere che Casa Savoia conosce la via dell’esilio e quella del disonore. I messinesi, invece, sono rimasti costantemente, e con testardaggine, sempre semplicemente Buddaci.

Un re fellone, un figlio omosessuale, una nuora che sognava il principe azzurro, ma poi costretta dalla cruda realtà ad adeguarsi e, secondo i pettegoli del tempo, lo fece, molto bene, per finire con un nipote (?) pataccaro. Il Re fellone. Tra il 1940-43, con l’ultimo provvedimento razziale, non vennero lasciati tranquilli neppure i dipendenti pubblici siciliani, con il telegramma-circolare n. 59243 del 5 maggio 1941 che ordinava a tutti i ministeri che "dagli uffici della Sicilia debbono essere entro breve termine allontanati tutti i funzionari nativi dell'Isola.

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Ciò nell'interesse del servizio e degli stessi funzionari. Provvedere in conformità assicurando. Mussolini". Anche mio padre rimase vittima di tale odiosa disposizione e già nel 1942 era stato costretto a prendere servizio a Firenze. Il 2 luglio 1943 ritornò a prenderci e poiché le navi traghetto erano state tutte affondate o comunque messe fuori uso, con una barca a remi, mio padre, mia madre ed io, da Torre Faro raggiungemmo Bagnara Calabra, perché Villa S. Giovanni era stata  completamente distrutta dai bombardamenti.

Quella ingiusta ed odiosa disposizione ci costrinse ad errare per quasi due anni da una regione all'altra: Poggibonsi (SI), Vercelli, Thiene (VC), Milano, Erba e Rogolea di Costamasnaga (CO). La situazione precipitò l’8 settembre del 1943, quando un re fellone, attorniato da generali della stessa risma, scappando ignominiosamente, abbandonarono al suo sanguinoso destino un popolo intero, compresa Mafalda, che fu internata e morì, molto probabilmente ammazzata dai medici, nel bordello del campo di sterminio di Buchenwald. Da quel momento la guerra civile fu inevitabile.

Da subito Hitler e i tedeschi aiutarono Mussolini a costituire la R.S.I. Il 28 aprile del 1944 ci trovavamo a Thiene, quel giorno compivo 10 anni, eravamo a casa, in via Zanella, quando una pattuglia di Brigatisti Neri, con modi violenti, venne a prelevare mio padre. Mia mamma ed io, terrorizzati, scoppiammo in un pianto irrefrenabile, allora mio padre, mentre veniva strattonato e trascinato via a viva forza ci gridò “non vi preoccupate, a voi penserà la Divina Provvidenza”. La Divina Provvidenza, in cui aveva una fede incrollabile, pensò anche a lui. Andati via i fascisti ci precipitammo subito fuori e trovammo un paese in subbuglio. Cosa era successo?

Alle 10 di quel mattino un partigiano dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica), arrivato in bicicletta, era entrato nella farmacia del paese ed aveva chiesto un analgesico. Quando il farmacista si era chinato per prenderlo gli aveva sparato in testa, uccidendolo sul colpo. Poiché il farmacista, il dott. Mario Dal Zotto, era anche il Commissario Prefettizio del comune di Thiene, i fascisti si riunirono subito e decisero di fucilare 10 antifascisti.

Mio padre non era antifascista, era solo uno che, in un periodo in cui era meglio stare zitti, esternava schiettamente quello che pensava, per cui qualcuno si era sentito in dovere di segnalarlo come antifascista. Quando il sott’ufficiale della Wermacht, che comandava il presidio di Thiene, seppe della rappresaglia decisa dai fascisti si oppose, temendo il rinfocolarsi di odi e vendette, per cui si recò al comando di Vicenza, che impose di sospendere la fucilazione e di trasferire gli arrestati nelle carceri di Vicenza. Prima però i fascisti theniesi vollero dar loro una lezione e li portarono con un camion al cimitero dove, dopo averli allineati davanti al muro di cinta, simularono una esecuzione.

Quindi proseguirono per le carceri di Vicenza. Per aver conferma che i miei ricordi non mi ingannassero, mi sono fatto mandare dalla bibliotecaria di Thiene un opuscolo che ricordava l’episodio. Solo mio padre, senza motivazione alcuna, lui pensò subito alla Divina Provvidenza, venne lasciato libero di tornarsene a casa, dove eravamo in straziante attesa. Il figlio omosessuale. Secondo la testimonianza di Florestano Vancini, durante la campagna per il Referendum Monarchia – Repubblica si sentiva la voce stentorea di PIETRO NENNI gridare “Volete un re finocchio (Umberto II)?” suscitando le ire di Luchino Visconti, vecchio sodale del re di maggio.

Anche Roger Peyfitte, nel suo “Scene di caccia”, scritto quando Umberto II era ancora vivo, lo accusò apertamente di essere omosessuale e di aver scelto Cascais, perché vicino a Lisbona dove c’erano dei validi scaricatori di porto. La giornalista Elisabetta Raffa, ha scritto che “Tra i primati meno invidiabili di Messina, c’è anche quello del 2 giugno 1946. Una data che è una pietra miliare nella storia moderna del Paese, perché quel giorno gli italiani scelsero la repubblica e misero per sempre in soffitta il sistema monarchico. I comuni più fedeli ai Savoia si trovavano in Sicilia.

In testa Messina (con l’85,4% dei voti a favore della monarchia) e Palermo (84,2%).” “Gli italiani optarono per un regime democratico e contestualmente votarono anche i 556 deputati dell'Assemblea Costituente che avrebbero redatto la nuova Carta Costituzionale. In Italia, quella del giugno del ’46 fu la prima vera tornata elettorale nazionale a suffragio universale, perché per la prima volta poterono esprimere il proprio voto tutte le italiane. Complessivamente, si recò alle urne l’89,1% degli aventi diritto al voto: 24.947.187 italiani. La XIII disposizione transitoria della Costituzione vietò l’ingresso nel Paese ai discendenti maschi dei Savoia e alle loro mogli e la norma fu abrogata solo nel 2003.

Il 2 giugno divenne festa nazionale della fondazione della Repubblica nel 1949. Messina, tiepidamente fascista durante il ventennio a causa della fortissima componente massonica sempre presente in città e dimostratasi fortemente monarchica nel 1946, da allora non si è mai più espressa con tanta chiarezza su qualcosa, preferendo sempre subire piuttosto che scegliere.” Buddaci. Carmelo Celona ha scritto su Moleskine, che Mico della Boccetta (Domenico Borgia), “con la sua indignazione civile e morale puntava a riscattare i messinesi dalla ormai secolare vulgata che li paragonava ai Buddaci,” specie ittica capace di inghiottire di tutto, “metaforizzando così il carattere dei messinesi gente dall’anima senza pretese, creduloni, ciarlieri, disimpegnati ed inconcludenti.” L’ANSA smentisce tutte le falsità messe in circolazione dai Savoia e dai loro accoliti.

Il drammatico passaggio dalla monarchia alla repubblica attraverso le notizie ANSA Il drammatico passaggio dalla monarchia alla repubblica, dopo il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, é stato ricostruito attraverso le notizie diffuse, dal 2 al 13 giugno 1946, dall’ Agenzia Ansa. 2 GIUGNO "Roma - Notizie pervenute all'Ansa dai più importanti centri italiani confermano che le operazioni di voto si sono svolte ovunque regolarmente e con notevolissima affluenza di votanti".

10 GIUGNO La Corte di Cassazione proclama il risultato del referendum: a favore della repubblica voti 12.717.923; a favore della monarchia voti 10.719.284; schede voti nulli 1.498.136. 11 GIUGNO - Roma - Il consiglio dei ministri si consulta. Ha interpretato nel senso più corretto l'art. 2 del decreto del 15 marzo 1946 il quale fa sì che, proclamato l'esito del referendum, "ope legis" i poteri del capo dello stato debbano essere assunti dal presidente del consiglio.

Nessun'altra interpretazione è possibile. La Corte di cassazione ha respinto le eccezioni riguardanti il quorum e la mancata votazione a Trieste e Bolzano, che non costituisce motivo per invalidare i risultati del referendum. (Ag. Ansa, 11 giugno, ore 15.30). 11 GIUGNO - Roma - L'opinione di re Umberto espressa al presidente del consiglio, è che la Corte di cassazione debba emettere in un altra adunanza il necessario giudizio definitivo prima dei passaggi dei poteri. - ORE 21.00. Difficile passaggio dei poteri dopo vari incontri del presidente del consiglio De Gasperi con il re.

I partiti invitano De Gasperi a uscire dalla situazione, prendendo rapidamente una decisione perchè l'incertezza è pericolosa per il Paese. La seduta prosegue nella nottata. (Ag. Ansa. 11-6- ore 14,30). 12 GIUGNO ORE 01.50 - Conflitto di interpretazione tra governo e Corona. - ORE 02.40 Il governo prende atto della proclamazione dei risultati comunicati dalla Corte di Cassazione. (Ag. Ansa. 12-6- ore 02.40). 13 GIUGNO ORE 01.45 - Il governo riafferma che la promulgazione dei risultati fatti dalla Corte di cassazione ha portato automaticamente alla instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l'Assemblea costituente non abbia nominato il capo provvisorio dello stato, l'esercizio della funzione del capo dello stato medesimo spetta "ope legis" al presidente del consiglio in carica.

Tale situazione costituzionale, creata dalla volontà sovrana del popolo nelle forme previste dalle leggi luogotenenziali, non può considerarsi modificata dalla comunicazione odierna di Umberto II al presidente del consiglio.(Ag. Ansa. 13-6- ore 01.45) 13 GIUGNO - "Roma - Umberto II è partito oggi in aereo dall'aeroporto di Ciampino alle ore 16.07. farà scalo a Madrid e proseguirà domattina per Lisbona" (Ag. Ansa, ore 18.45 . Seguiranno particolari). 13 GIUGNO ORE 22.30 - "AG. Ansa - Roma - Ecco il testo del proclama lanciato da Umberto II agli italiani prima di partire: "Italiani! Nell'assumere la Luogotenenza generale del Regno prima, e la Corona poi, io dichiarai che mi sarei inchinato al voto del popolo, liberamente espresso, sulla forma istituzionale dello stato.

Eguale affermazione ho fatto subito dopo il 2 giugno, sicuro che tutti avrebbero atteso le decisioni della Corte di cassazione, alla quale la legge ha affidato il controllo e la proclamazione dei risultati definitivi del referendum. Di fronte alla comunicazione di dati provvisori o parziali fatta dalla Corte di cassazione; di fronte alla sua riserva di pronunciare entro il 18 giugno il giudizio sui reclami e di far conoscere il numero dei votanti e dei voti nulli; di fronte alla questione sollevata e non risolta nel modo di calcolare la maggioranza, io ancor ieri ho ripetuto che era mio diritto e dovere di re attendere che la Corte di cassazione facesse conoscere se la forma istituzionale repubblicana avesse raggiunto la maggioranza voluta. Improvvisamente, questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo con atto unilaterale ed arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire violenza.

Confido che la magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono uno delle glorie d'Italia, potrà dire la sua libera parola; ma non volendo opporre la forza al sopruso, nè rendermi complice della illegalità che il governo ha commesso, io lascio il suolo del mio paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come italiano e come re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si è compiuta: protesta nel nome della corona e di tutto il popolo, entro e fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso nel rispetto della legge in modo che venisse dissipato ogni dubbio e ogni sospetto.

A tutti color che ancora conservano la fedeltà alla monarchia, a tutti coloro il cui animo si ribella all'ingiustizia, io ricordo il mio esempio, e rivolgo l'esortazione a voler evitare l'acuirsi di dissensi che minaccerebbero l'unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del trattato di pace. Con l'animo sereno colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia Patria. Si considerano sciolti dal giuramento di fedeltà al re, non da quello verso la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove.

Rivolgo il mio pensiero a quanti sono caduti nel nome d'Italia e il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli. Viva l'Italia!" (Ag. Ansa, ore 22.30) 13 GIUGNO ORE 24 - LA REAZIONE DEL GOVERNO - "Roma - La Presidenza del Consiglio comunica: "La partenza del re, avvenuta alle ore 15,40 da Ciampino, è stata con ogni cura tenuta nascosta al governo. Gli organizzatori della partenza, dovendo chiedere l'aeroplano al ministro dell'Aeronautica, gli telefonarono all'ultimo momento di non avvertire il presidente del consiglio, al quale avrebbero essi stessi fatta comunicazione. Il presidente invece ne fu avvertito da altra parte.

Poco dopo la partenza si è sparsa la voce che si stesse formulando un proclama. Questa sera infatti l'Ansa trasmetteva alle ore 22.30 il proclama del re al popolo italiano. "Il proclama è un documento penoso impostato su basi false e su argomentazioni artificiose. Esso afferma il falso quando definisce come semplice comunicazione di dati la proclamazione dei risultati del referendum fatta dalla Cassazione il 10 giugno. Esso mente quando parla di una improvvisa affermazione del Consiglio dei ministri avvenuta nella passata notte, circa gli effetti costituzionali della proclamazione.

E' vero al contrario che già nella notte del 10-11 giugno il Consiglio "prese atto della proclamazione dei risultati del referendum che riconosceva la maggioranza alla repubblica, riservandosi di decidere sui provvedimenti concreti che ne derivano. Dopo ciò e nonostante questa affermazione risolutiva il sovrano continuò a trattare col presidente del consiglio per i due giorni successivi circa la proposta di una delega dei poteri regi al presidente non denunciando in tale presa di posizione del Consiglio alcun "gesto rivoluzionario nè alcun "atto unilaterale e arbitrario". Ieri mattina il sovrano mandava la nota lettera, la quale ignorava la proclamazione avvenuta dalla Corte di cassazione e costringeva così il governo a ribadire il suo punto di vista circa gli effetti costituzionali della proclamazione.

A proposito di questo secondo ordine del giorno del Consiglio che il proclama del re parla di "gesto rivoluzionario e dell'assunzione unilaterale e arbitraria di "poteri che non gli spettano", mentre nel testo dell'ordine del giorno non si parla affatto di effettiva assunzione di poteri, cioè dell'esercizio di essi, ma si fa solo la questione di principio circa la competenza. Anzi risulta evidente che il governo per far opera di concordia aveva differita la deliberazione dei provvedimenti, già annunziati lunedì scorso. Nessun pretesto quindi nè di accusare "di spregio alle leggi e al potere indipendente e sovrano della magistratura nè di aver posto il sovrano "nell'alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza".

Egli avrebbe potuto tranquillamente continuare le discussioni e le consultazioni, oppure mantenere semplicemente le sue riserve. Gli uomini che stanno al governo e in particolare il presidente del Consiglio gli avevano dato fino all'ultimo la prova che desideravano e ricercavano tenacemente una soluzione pacifica. Bisogna aggiungere che il re personalmente aveva riconosciuto più di una volta la lealtà e la correttezza di tale atteggiamento, cosa che i compilatori del proclama sembrano ignorare.

Il re poteva quindi attendere con serenità il giudizio sulle contestazioni e sui ricorsi da parte della Cassazione (la cui libertà il governo intende rispettare pienamente) senza temere soprusi e senza essere costretto a partecipare all'illegalità. I due ultimi periodi del proclama, quello che scioglie dal giuramento e quello che rivolge un saluto ai caduti ed ai vivi sono due periodi superstiti del proclama che Umberto aveva in precedenza preparato per un pacifico commiato.

Ameremmo credere che quanto di fazioso e di mendace vi si è aggiunto in questa definitiva sciagurata edizione sia prodotto dal clima passionale e avvelenato degli ultimi giorni. La responsabilità tuttavia è gravissima e un periodo che non fu senza dignità si conclude con una pagina indegna. Il governo e il buon senso degli italiani provvederanno a riparare a questo gesto, rinsaldando la loro concordia per l'avvenire democratico della Patria. (Ag. Ansa, ore 24)

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