Cassazione. Sentenze&Ordinanze di interesse pubblico - Notiziario delle isole Eolie # Eolie News

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di Dario Ferrara

La sentenza: dare del "giornalaio" ad un giornalista è diffamazione 

Condannato dal Tribunale di Patti un calciatore per avere ingiuriato il giornalista Gino Pappalardo

La diffamazione viene punita, anche per il tramite dei social network. E' una sentenza destinata a fare giurisprudenza quella emessa dal giudice del Tribunale di Patti, Rita Sergi, che ha condannato al pagamento di una pena in denaro di 600 euro (pena sospesa) oltre spese legali, un calciatore dell'Asd Città di Sant'Agata che nella stagione sportiva 2013/2014 diffamò il giornalista Gino Pappalardo, corrispondente del Giornale di Sicilia e collaboratore di Messina nel pallone.

L'atleta del club nebroideo apostrofò Pappalardo come “grande giornalaio”, una frase ritenuta «fortemente diffamante e lesiva» delle qualità professionali del nostro collega (difeso dall'avvocato Maurizio Morabito) che all'epoca pubblico la cronaca di una partita sulla testata “Nuova Italia”. Un ingiuria aggravata dalla diffusione tramite Facebook.

Il dipendente può provare per testi che prendeva il “fuori busta” ai fini del tfr

Da ammettere i capitoli articolati che indicano circostanze e modalità della percezione delle somme in nero: possono incidere sul convincimento del giudice. Idem vale per il danno da demansionamento

Il lavoratore ben può provare per testi che durante il rapporto percepiva un fuori busta nella controversia in cui si deve, fra l’altro, calcolare il trattamento di fine rapporto che gli spetta. Sbaglia il giudice del merito a non ammettere i capitoli di prova orale che invece indicano le circostanze di tempo e luogo di percezione delle somme in nero e che, dunque, avrebbero potuto cambiare il suo convincimento. E altrettanto vale per la prova testimoniale articolata per dimostrare non soltanto il demansionamento ma anche il senso di frustrazione derivatone, il tutto per ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale. È quanto emerge dall’ordinanza 24510/21, pubblicata il 10 settembre dalla prima sezione civile della Cassazione.

Omessa valutazione
Accolto il ricorso del dirigente licenziato dopo ventitré anni dall’azienda industriale, fallita poco dopo. Il giudice delegato ammette il lavoratore al passivo solo per indennità sostitutiva del preavviso, tfr e spese legali. E sbaglia il Tribunale ad accogliere solo in parte l’opposizione del creditore riconoscendo che il dirigente ha ricevuto emolumenti fuori busta soltanto per i primi sette anni, mentre non sarebbe dimostrato che nei sedici successivi il lavoratore abbia continuato a prendere soldi in nero. Il che inevitabilmente riduce la somma da liquidare come trattamento di fine rapporto. Non è vero, tuttavia, che la prova testimoniale richiesta sarebbe troppo generica. Sussiste il vizio di mancata valutazione. Nei capitoli non ammessi dal tribunale il dirigente indica i nomi dei testi da escutere, precisando le modalità di tempo e luogo in cui percepiva le somme in nero oltre all’importo incassato: ogni mese la segretaria gli consegnava una busta separata con i soldi “esentasse”. Il tutto mentre il giudice non valuta se le circostanze dedotte trovino riscontro negli atti di causa.

Elementi necessari
Altrettanto vale per le testimonianze sul demansionamento. Con la prova orale il dirigente vuole dimostrare non soltanto che gli sono state ritirate tutte le deleghe, ma anche che lo spoglio da qualsiasi mansione gli ha causato un senso di frustrazione e apatia percepito da familiari e amici. E dunque fornisce elementi necessari per la liquidazione equitativa del danno che il giudice illegittimamente omette di esaminare. Parola al giudice del rinvio.

 

Le Sezioni unite: crocifisso in aula se decidono gli alunni, ma niente sanzione al prof dissenziente

Conta la volontà della comunità scolastica, possibile esporre i simboli religiosi delle confessioni presenti in classe. No a ordini dal preside né veto del docente. Norme del 1928, manca una legge

Il crocifisso in aula va esposto se lo decide la comunità scolastica: gli alunni, dunque, ma anche i prof. E non può essere un obbligo imposto dai pubblici poteri. Non può allora essere sanzionato il docente che pretende di far lezione in classe rimuovendo il simbolo religioso: la circolare del dirigente che ordina l’affissione non è conforme al modello di una scuola «dialogante», così come il prof dissenziente non ha un diritto di veto. E ciò perché bisogna trovare un accordo fra posizioni difformi, esponendo eventualmente anche i simboli delle altre confessioni presenti in classe. Non va quindi risarcito l’insegnante perché è esclusa la discriminazione: il crocifisso fa parte della tradizione culturale italiana e l’esposizione in classe non comprime la libertà di coscienza e di insegnamento dell’interessato. Va detto, tuttavia, che le disposizioni che regolano l’arredamento delle classi scolastiche risalgono a regolamenti del 1294 e del 1928, mentre manca una legge del Parlamento: la norma può - e deve - interpretata in senso conforme alla Costituzione. Lo stabiliscono le Sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza 24414/21, pubblicata il 9 settembre.

Laicità fondamentale
È accolto dopo una doppia sconfitta in sede di merito il ricorso proposto dal docente di un istituto professionale statale: risulta illegittima la sanzione disciplinare di trenta giorni di sospensione dall’insegnamento inflitta al lavoratore. Per convinzioni personali il prof di lettere è abituato a staccare il crocifisso dal muro prima di fare lezione e a riappenderlo alla fine della sua lezione. Ma sono stati gli studenti a chiederne l’esposizione: nell’assemblea di classe decidono a maggioranza di mantenere appeso il simbolo religioso durante tutte le ore. Il dirigente emana una circolare in cui richiama i docenti al dovere di rispettare la volontà dei discenti. Il professore, però, continua a fare come prima. Ne nasce un braccio di ferro col preside fra polemiche al calor bianco, che sfocia nel procedimento davanti all’ufficio scolastico regionale. Trova ora ingresso la censura che denuncia la violazione del principio di laicità dello Stato, che impone equidistanza e imparzialità verso tutte le confessioni. L’ordine di servizio è illegittimo perché non ha cercato né promosso «un accomodamento da tutti sostenibile, sollecitando i protagonisti a valutare le molte possibilità praticabili sulle modalità di esposizione». E dunque risulta travolta la sanzione disciplinare inflitta al lavoratore. Risarcimento escluso perché in Italia al crocifisso si lega «all’esperienza vissuta di una comunità». Parola al giudice del rinvio.

 

Plagiata dal compagno e a lui legata da un sentimento morboso. Ciò ha spinto la donna ad accettare i soprusi dell’uomo, che ora viene condannato per stalking. Irrilevante, secondo i Giudici, il fatto che la donna abbia continuato ad avere contatti col compagno anche dopo averlo denunciato alle forze dell’ordine (Cassazione, sentenza n. 32381/21, sez. III Penale, depositata il 31 agosto).

A finire sotto processo è un uomo, accusato di stalking per «aver posto in essere reiterate azioni minacciose e violente nei...

 

Lavoratore non vaccinato, sospensione e niente stipendio: la decisione del Tribunale

L’azienda può sospendere dal servizio e dalla retribuzione chi non vuole vaccinarsi contro il coronavirus. Lo ha stabilito con un’ordinanza il tribunale di Modena.

La decisione del Tribunale
Il giudice scrive che “il datore di lavoro si pone come garante della salute e della sicurezza dei dipendenti e dei terzi che per diverse ragioni si trovano all’interno dei locali aziendali e ha quindi l’obbligo ai sensi dell’articolo 2087 del Codice civile di adottare tutte quelle misure di prevenzione e protezione che sono necessarie a tutelare l’integrità fisica dei lavoratori”.

A supportare la propria decisione, il tribunale cita nella sentenza la direttiva europea che, nel giugno 2020, ha incuso il Covid tra gli agenti biologici contro i quali è necessario tutelare gli ambienti di lavoro. Da qui il dovere che incombe sul datore di tutelare il personale anche dal rischio coronavirus, contro il quale – scrive il giudice emiliano – la mascherina non basta come misura di protezione.

La sentenza puntualizza, comunque, che il rifiuto del vaccino anti-Covid non può comportare sanzioni disciplinari, ma può avere delle conseguenze per quanto riguarda la valutazione oggettiva dell’idoneità alla mansione del dipendente. Significa che chi è a contatto con il pubblico o in spazi ridotti accanto ai colleghi può essere sospeso dal lavoro e dalla retribuzione in caso di mancata vaccinazione.

 

Green pass e profili di legittimità costituzionale
L’emergenza ci ha messo davanti tanti aspetti che in tempi “normali” non riuscivamo a vedere nitidamente. Tra di essi vi è il rapporto tra diritti e doveri che rappresenta il punto di equilibrio tra libertà e autorità raggiunto da un ordinamento giuridico.

Un tema di stringente attualità in questa emergenza che stiamo vivendo, dunque, non sembra tanto quello dello “sbilanciamento” del diritto alla salute, bensì un altro, incentrato sul rafforzamento del principio solidaristico per affrontare la crisi, ma anche per aprire lo spazio al principio di giustizia sociale nel post-emergenza.

Questo fenomeno di “recrudescenza” dei doveri che precede sempre il rifiorire dei diritti si offre più nitidamente all’occhio dell’osservatore. In questo frangente, infatti, l’ordinamento mostra un lato più interessante del diritto del tempo ordinario perché consente di capire meglio di quanto si intenderebbe in un regime ordinario: ossia, che non v’è diritto senza dovere.[9]

Pertanto, l’obbligo vaccinale, ribadito autorevolmente dal Presidente della Repubblica nel discorso di fine anno 2020 e in data 28 luglio 2021, e di conseguenza la normativa sul green pass che ne costituisce il logico presupposto, diventano una necessità inderogabile di fronte al persistere significativo dei casi di contagio ed in vista di una possibile “quarta ondata”, secondo alcuni già in atto

I cittadini italiani, con enorme sacrificio, hanno garantito il rispetto di regole che hanno messo in pericolo la propria libertà per il bene comune. Ci si augura, pertanto, che questo encomiabile comportamento possa completarsi con l’adesione, totale e conforme alla scienza medica, alla campagna vaccinale in corso e di conseguenza anche all’utilizzo del green pass.

 

di Dario Ferrara

Col dl semplificazioni la Soprintendenza non può bloccare la sanatoria per la pedana esterna del bar

La deregulation anticrisi del decreto 76/2020 vale anche per le opere già installate: pesano le misure anti contagio che impongono ai locali pubblici di aumentare l’utilizzo di suolo pubblico all’aperto

La Soprintendenza non può bloccare la pedana esterna del bar che si trova in un Comune soggetto a vincoli di natura culturale oltre che paesaggistica. E ciò benché la struttura sia stata già realizzata e l’esercente chieda la sanatoria del manufatto. Il tutto grazie al dl semplificazioni, approvato in piena pandemia Covid-19: dalla formulazione dell’articolo 10, comma quinto, del decreto legge 76/2020, infatti, nulla autorizza a ritenere un’esclusione delle opere già installate. Pesa l’emergenza epidemiologica che ha imposto ai locali pubblici di aumentare l’utilizzo di suolo pubblico per rispettare le misure di distanziamento sociale. È quanto emerge dalla sentenza 5471/21, pubblicata dalla settima sezione del Tar Campania.

Amovibilità fondamentale
L’accoglimento del ricorso proposto dal commerciante fa scattare lo stop tanto per il parere negativo della Soprintendenza quanto per il provvedimento del Comune che nega la sanatoria al manufatto di pertinenza della pasticceria. In realtà già l’allegato A del dpr 31/2017 comprende trentuno voci di interventi minori in aree vincolate per i quali l’autorizzazione paesaggistica è ritenuta superflua per la scarsa rilevanza delle opere, in quanto poco visibili: fra le installazioni esterne agli esercizi pubblici sono comprese le pedane. Il dl semplificazioni, poi, taglia la testa al toro: deroga all’autorizzazione paesaggistica per la «posa in opera di elementi o strutture amovibili», come nel caso di specie. E il regime semplificato si applica anche ai manufatti già esistenti grazie all’emergenza sanitaria.

 

Danni da polveri ex Ilva, per la Cassazione il risarcimento è legittimo
La terza sezione conferma le sentenze di primo e secondo grado favorevoli al ristoro dei cittadini per l’ inquinamento

di Domenico Palmiotti

Sono legittimi i risarcimenti danni che cinque famiglie residenti nel rione Tamburi di Taranto hanno avuto per i danni procurati ai loro appartamenti dalle polveri e dall’inquinamento dell’Ilva i cui impianti sono a ridosso del quartiere. La Corte di Cassazione (terza sezione civile) ha confermato le sentenze di primo e secondo grado, favorevoli al risarcimento, ed ha rigettato il ricorso presentato da Ilva in amministrazione straordinaria, subentrata all’Ilva dei Riva. I risarcimenti variano secondo la tipologia dell’alloggio. Vanno da 13.500 a 16.000 euro. «La sentenza di primo grado è del 2014, confermata in appello nel 2018. Ma l’amministrazione straordinaria di Ilva ha ritenuto d’impugnare questa sentenza anche davanti alla Corte di Cassazione e finalmente adesso, nel 2021, si è messo un punto finale», ha detto l'avvocato Massimo Moretti, di Taranto, che ha assistito le famiglie nel giudizio.

 

L'uso del cellulare alla guida è sanzionato anche se si è fermi al semaforo
La giurisprudenza ha precisato che è vietato utilizzare il telefonino nella circostanza: anzi, il conducente dovrebbe prestare particolare attenzione, essendo un momento di pericolo che non ammette distrazioni.

 

Niente multa per l’imbarcazione che trasporta i turisti: impossibile parlare di noleggio con conducente
Salva l’agenzia di viaggi. Irrilevante la mancata autorizzazione comunale per l’utilizzo del motoscafo fermato dai Carabinieri. Per i giudici il trasporto era legittimo poiché riguardante i soli turisti che avevano acquistato il ‘pacchetto’ proposto dall’agenzia.

Sequestrato per occupazione di suolo pubblico il furgone «stanziale» che diventa negozio

Per i giudici il veicolo, fermo da 5 anni nello stesso posto, aveva perso la sua caratteristica di mezzo destinato alla circolazione, ma era di fatto un punto vendita per ricambi auto

 

La Corte d'Appello di Roma ha stabilito che, ai sensi dell’ex art. 2043 c.c. ed ex art. 2050 c.c., uno smisurato consumo giornaliero di sigarette è sufficiente ad escludere ogni responsabilità dell'Agenzia Dogane e Monopoli di Stato per i danni alla salute del fumatore.

Cosa si rischia con i massaggi happy ending
I massaggi "happy ending" sono dei massaggi che si concludono con una prestazione sessuale da parte della massaggiatrice. Ecco chi rischia il carcere

Happy ending e prostituzione
I massaggi "happy ending", quando fatti a pagamento all'interno di un apposito centro, possono essere equiparati in tutto e per tutto alla prostituzione.

Si tratta, infatti, di una prestazione sessuale fatta dietro corrispettivo in denaro.

Massaggi happy ending: cosa si rischia
Chi si reca presso un centro di massaggi "happy ending", nel nostro ordinamento, non commette alcun tipo di reato, così come non lo commette la massaggiatrice che si prostituisce.

Se tali soggetti mantengono quindi la propria fedina penale pulita, sono coloro che gestiscono il centro che, semmai, pongono in essere una condotta penalmente rilevante.

Reclusione per il titolare del centro massaggi
Il reato che può essere integrato, in particolare, è quello punito dall'articolo 3 della legge Merlin (legge n. 75/1958).

Secondo tale norma, infatti, commette reato, tra gli altri, chi:

essendo proprietario, gerente o preposto a qualunque locale aperto al pubblico o utilizzato dal pubblico, vi tollera abitualmente la presenza di una o più persone che, all'interno dello stesso, si danno alla prostituzione;
recluta una persona al fine di farle esercitare la prostituzione o ne agevola a tal fine la prostituzione;
induce alla prostituzione una donna;
favorisce o sfrutta in qualsiasi modo la prostituzione altrui.

A prescindere dal fatto che guadagni o meno dalle prestazioni sessuali rese dalle proprie massaggiatrici, quindi, il titolare di un centro massaggi "happy ending" rischia il carcere, in particolare la reclusione da due a sei anni, oltre che la multa da 258 a 10.329 euro.

 

Green pass falso: quali reati

Il Green pass ha già stimolato la fantasia di quanti vedono in questo certificato un modo come un altro per commettere dei reati, vediamo quali:

Cos'è il Green pass

Il Green pass o certificazione verde Covid è un documento che è stato pensato dalle autorità per semplificare la circolazione delle persone all'interno del territorio europeo durante la pandemia da Covid19. Esso attesta l'avvenuta guarigione dalla malattia, l'avvenuta vaccinazione contro il virus o il risultato negativo del test. Il Green Pass può essere richiesto sia in formato digitale che cartaceo.

A che cosa serve il Green pass

Il Green Pass però non serve solo a circolare liberamente tra i vari Stati UE. Di recente infatti in Italia è stato emanato il decreto n. 105/2021, che all'art. 3 elenca i casi in cui è richiesto il possesso della certificazione verde. In base a questo articolo, in zona bianca, chi è in possesso della certificazione verde può accedere ai seguenti servizi e attività;

  • servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio per il consumo al tavolo, al chiuso;
  • spettacoli aperti al pubblico, eventi e competizioni sportive;
  • musei, altri istituti e luoghi della cultura e mostre;
  • piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra, centri benessere, anche all'interno di strutture ricettive;
  • sagre e fiere, convegni e congressi;
  • centri termali, parchi tematici e di divertimento;
  • centri culturali, centri sociali e ricreativi, limitatamente alle attività al chiuso e con esclusione dei centri educativi per l'infanzia, compresi i centri estivi, e le relative attività di ristorazione;
  • attività di sale gioco, sale scommesse, sale bingo e casino';
  • concorsi pubblici.

Non hanno l'obbligo della certificazione verde solo "i soggetti esclusi per età dalla campagna vaccinale e i soggetti esenti sulla base di idonea certificazione medica rilasciata secondo i criteri definiti con circolare del Ministero della salute."

La truffa di Telegram

Da quanto appena accennato è chiaro che il Green pass, a parte i casi di esonero appena visti, viene rilasciato in presenza di determinate condizioni, che attestano l'adozione da parte del titolare delle accortezze sanitarie necessarie e richieste per scongiurare il contagio.

Un dovere civico che molti italiani hanno accettato e adempiuto, ma che per alcuni evidentemente è un onere troppo pesante da sostenere. Lo dimostra quanto accaduto nei giorni scorsi. Su Telegram si è infatti realizzato un illecito che ha a che fare proprio con il Green pass.

Agli utenti di Telegram è stato recapitato un messaggio in cui si prometteva il rilascio del Green pass da parte di una Dottoressa, in cambio dei dati necessari alla compilazione della certificazione verde. Operazione in cambio della quale venivano richieste criptovalute o buoni acquisto per piattaforme online d'importo compreso tra i 150 e i 500 euro.

Una vera e propria truffa, punita ai sensi dell'art 640 cp, che al comma 1 infatti così dispone: "Chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da euro 51 a euro 1.032."

C'è anche il reato di falso

La truffa messa in atto per mezzo di Telegram presuppone, come anticipato, la falsificazione della certificazione verde. Il tutto in barba alla sicurezza del Green pass garantita dal Governo, che alla Faq: "E' possibile falsificare o manomettere una certificazione verde Covid?" risponde:

"No, la Certificazione non è falsificabile e non può essere contraffatta o manomessa. Ogni Certificazione viene prodotta digitalmente con una chiave privata dall'ente che rilascia la Certificazione (in Italia il Ministero della Salute). Le chiavi private assicurano l'autenticità delle Certificazioni, e vengono custodite in sistemi di massima sicurezza. Le corrispondenti chiavi pubbliche vengono poi utilizzate per verificare le Certificazioni attraverso le app di verifica (in Italia VerificaC19)."

Una risposta di cui è lecito dubitare, visto che c'è chi ha già trovato il modo di fare soldi falsificando il Green pass.

Il reato di falso del resto non è certo una novità per il nostro ordinamento, che ne contempla di vario tipo. Nel caso di Telegram però la falsificazione messa in atto rientra nello schema dell'art. 482, che punisce colui che con la sua condotta compromette la fiducia dei privati nei confronti degli atti pubblici. Privato che, se commette questo reato, è soggetto alle sanzioni contemplate dagli articoli 476, 477 e 478 che prevedono una sanzione minima di sei mesi fino a tre anni di reclusione.

E il reato di sostituzione di persona?

Il reato di sostituzione di persona è previsto e sanzionato penalmente dal nostro codice penale all'art. 494 c.p, il quale dispone che "Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all'altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici, è punito, se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica, con la reclusione fino ad un anno."

 

Scatta l’odio razziale per le espressioni di intolleranza verso gli immigrati

Aumento di pena per chi aggredisce apostrofando la vittima come “negro di m…”

Scatta l’aggravante dell’odio razziale per le espressioni di intolleranza verso gli immigrati in Italia, in questo caso, “negro di m……”.

In tempi di ddl Zan, arriva la Corte di cassazione – sentenza n. 30512 del 4 agosto 2021 - a rincarare la dose contro le offese agli immigrati.

La vicenda riguarda due ragazzi palermitani che avevano inseguito con la macchina due coetanei marocchini, per poi aggredirli e offenderli.

Ad avviso degli Ermellini, che hanno confermato e reso definitiva la condanna, la circostanza aggravante prevista dall'art. 604 ter cod. pen. è configurabile non solo quando l'azione, per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto in cui si colloca, risulta intenzionalmente diretta a rendere percepibile all'esterno e a suscitare in altri analogo sentimento di odio e comunque a dar luogo, in futuro o nell'immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori, ma anche quando essa si rapporti, nell'accezione corrente, ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza, non avendo rilievo la mozione soggettiva dell'agente.

Nel caso sottoposto all’esame della Cassazione, la Corte d'Appello ha valorizzato le ripetute espressioni negri o neri di merda pronunziate dagli imputati in un contesto di forte aggressività e minacce ed accompagnate da frasi di intolleranza verso la presenza in Italia e nel territorio di riferimento di persone di origine africana (che ci fate qua tornatavene in Africa); inoltre, ha condivisibilmente ritenuto che già l'uso della parola negro che, secondo l'opinione ed il liguaggio comuni ha un significato discriminatorio ed offensivo, come se denotasse di per se una inferiorità razziale e genetica è, pertanto, significativo di un sentimento di avversione ed odio razziale verso la persona alla quale la parola stessa è diretta. Tali espressioni, in considerazione del contesto probatorio emerso nel corso del giudizio di merito, sono sicuramente state adoperate dai giovani con la consapevolezza del senso di disprezzo razziale ed etnico ad esse collegato, discendendone, quindi, la configurabilità dell'aggravante.

 

Giustizia tributaria, l’evasore non può chiedere l’oscuramento della sentenza
La richiesta è giustificabile solo se è in gioco l’onore delle parti, ma non quando il cittadino e l’Erario si confrontano su tesi differenti
11 agosto 2021

Le sentenze di tributario non contengono dati sensibili e non incidono su diritti personalissimi, per questo non c’è ragione di oscurarle. Una decisione diversa il giudice potrebbe adottarla solo se fosse in gioco l’onore e la reputazione delle parti per illeciti o condotte elusive. Mentre il no è giustificato se lo scontro tra contribuente ed Erario riguarda solo la diversa interpretazione di una legge.

Per l’oscuramento servono ragioni valide
La Corte di cassazione, con la sentenza 22561, respinge il ricorso di un cittadino che chiedeva, senza neppure prendersi la briga di dare delle motivazioni, che dalla sentenza della Commissione tributaria che lo riguardava venissero oscurati tutti i suoi dati. Un’istanza che presupponeva, sottolinea la Cassazione, quasi un obbligo di legge. Ma così non è, altrimenti non sarebbe necessario, come invece è, indicare le ragioni, della domanda di anonimizzazione.

Il Garante e le discrezionalità del giudice
La norma, infatti, non specifica quali sono i motivi che legittimano la richiesta. Spetta al giudice pesare i contrapposti interessi, mettendo sul piatto della bilancia le esigenze di riservatezza del singolo e il principio della generale conoscibilità dei provvedimenti giurisdizionali e del contenuto integrale delle sentenza «quale strumento di democrazia e di informazione giuridica».

Un riferimento per il giudice possono essere le linee guida del Garante della privacy, del 2010, in materia di riproduzione di provvedimenti giurisdizionali per finalità di informazione giuridica. Indicazioni che spaziano dalla presenza di dati sensibili, alla delicatezza della vicenda oggetto del giudizio. Nulla di tutto questo è, in genere, contenuto nelle sentenze delle commissioni o delle sezioni tributarie. Per questo il giudice può negare il consenso alla nota della Cancelleria volta precludere, in caso di riproduzione del provvedimento, anche per informazione giuridica, l’indicazione di generalità o dati utili a identificare il contribuente. Ad avviso della Suprema corte non c’è motivo.

In più il ricorrente vince anche la causa tesa ad affermare il carattere di pertinenza di un lastrico solare. E i giudici chiariscono: se la proprietà è esclusiva va considerata una pertinenza a prescindere dal fatto che il bene sia censito o meno insieme all’immobile principale.

 

di Remo Bresciani

Stop al risarcimento se il modello di constatazione amichevole non descrive la dinamica del sinistro

Non basta neanche la confessione di uno dei litisconsorti quando gli elementi di prova sono insufficienti e incongrui

Il proprietario del veicolo danneggiato non ha diritto al risarcimento per il sinistro stradale se il modello di constatazione amichevole di incidente non descrive la dinamica del sinistro. Né è sufficiente la confessione di uno dei litisconsorti quando gli elementi di prova sono insufficienti e incongrui.

Lo ha ricordato la terza sezione civile della Cassazione con l’ordinanza 22165/21 che ha respinto il ricorso del proprietario di una moto. Il ricorrente sosteneva di avere riportato danni al veicolo causati dal conducente di una vettura che non si era fermata allo stop. La compagnia di assicurazione non aveva dato seguito alla richiesta di risarcimento e pertanto era stata convenuta in giudizio.

Il giudice di pace ha condannato l’assicurazione a esibire copia del procedimento di contestazione e valutazione del danno e a comunicare i motivi specifici della mancata offerta. La compagnia si è però limitata e esibire la perizia meccanica ed è stata quindi chiamata in causa per rispondere a titolo risarcitorio dei danni causati alla moto dal proprio assicurato.

Il giudice ha respinto la domanda e il tribunale ha confermato la decisione affermando che gli elementi di prova erano insufficienti e incongrui e che la confessione di uno dei litisconsorti necessari era liberamente apprezzabile dal giudice. Inoltre il modello Cai prodotto in primo grado, sottoscritto dalle parti risultava incompleto, perché non riportava la descrizione della dinamica del sinistro e il ctu aveva espresso il suo giudizio sulla base di valutazioni astratte, non avendo potuto esaminare il motociclo. Infine vi erano incongruenze tra le dichiarazioni rese e i danni rilevati idonee a far emergere un contrasto tra la dinamica narrata e i dati oggettivi a disposizione.

La controversia è così giunta in Cassazione dove il proprietario della moto ha sostenuto che il Cai contiene una dichiarazione confessoria resa dal responsabile del danno, proprietario del veicolo assicurato, che deve essere liberamente apprezzata. Se, invece, come nel caso in esame, tutte le dichiarazioni dei testimoni e l'interrogatorio convergono con le dichiarazioni contenute si ha un'inversione dell'onere della prova a carico dell'assicuratore.

La Suprema corte, nel respingere il ricorso, ha rilevato che le argomentazioni del ricorrente non investono la ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale non si è mai occupata dell'efficacia probatoria del Cai nei termini prospettati dal ricorrente, cioè non ne ha mai messo in discussione né la portata confessoria, né si è occupata dei suoi eventuali limiti tantomeno si è preoccupata di accertarne la possibilità di utilizzarlo quale indizio, evidenziandone soltanto la lacunosità in ordine alla ricostruzione della dinamica dell'incidente. Infatti, ha concluso la Cassazione «l’incompatibilità logica delle dichiarazioni con la dinamica del sinistro è un momento antecedente rispetto all'esistenza e alla valutazione della dichiarazione confessoria».

 

di Emiliana Sabia

L'uso della casa coniugale riduce l'assegno alla ex anche se è comproprietaria dell'immobile

Il provvedimento comporta la sottrazione del bene al godimento dell'onerato e si traduce in un pregiudizio economico, valutabile ai fini della liquidazione del mantenimento

L'assegnazione dell'uso della casa coniugale incide sulla quantificazione dell'assegno di mantenimento: ciò significa che va ridotto l'importo da corrispondere alla ex sebbene risulti comproprietaria dell'immobile. Lo ha stabilito la Cassazione con l'ordinanza n. 20858/21, pubblicata lo scorso 21 luglio. Intervenuta la separazione tra due coniugi, il giudice assegnava l'uso della casa familiare alla donna e stabiliva gli importi che l'ex doveva versare a lei e ai figli a titolo di mantenimento. Comparate le situazioni economiche, emergeva che la ricorrente aveva subito un peggioramento dopo la separazione, non potendo più contare sulle consistenti disponibilità del marito medico che, oltre a lavorare per una struttura pubblica, svolgeva anche l'attività libero-professionale.

Inoltre, l'uomo risultava proprietario di diversi immobili in Italia e all'estero e di beni mobili, fonte di ulteriore reddito, mentre la donna era intestataria di un solo immobile che nulla le fruttava in quanto non locato. La Corte di appello, tuttavia, riteneva fosse corretto ridurre l'assegno di mantenimento all'ex perché a fare la differenza era l'assegnazione della casa familiare, considerazione contestata dalla ricorrente. In buona sostanza per l'attrice, l'utilizzo del bene non poteva incidere sulla quantificazione dell'importo dal momento che risultava comproprietaria dell'immobile ma questa circostanza assume rilievo determinante anche per Piazza Cavour. La comproprietà del bene non esclude la possibilità di tener conto, ai fini della quantificazione dell'importo, «dell'incidenza del provvedimento sull'uguale diritto spettante all'altro coniuge, a sua volta comproprietario dell'immobile».

L'esclusività dell'uso del bene «non trova infatti il proprio titolo nella comproprietà del bene, che pur attribuendole la facoltà di trarre per intero dall'immobile le utilità che lo stesso è in grado di offrire, non le consentirebbe di impedire all'altro partecipante di farne parimenti uso secondo il proprio diritto, ma nel provvedimento di assegnazione, che, comportando la sottrazione del bene al godimento dell'ex e limitando anche la facoltà del controricorrente di disporre della propria quota, si traduce in un pregiudizio economico, valutabile ai fini della liquidazione dell'assegno». In base a queste motivazioni, la Corte decide per il rigetto del ricorso.

 

Pena pecuniaria al posto della reclusione anche se l’evasione contributiva è rilevante

Il debito con l’Inps non può essere l’unico parametro: da valutare la personalità del condannato e le modalità dell’illecito

L’imprenditore può incassare la pena pecuniaria al posto di quella detentiva anche quando l’evasione contributiva è rilevante. Infatti, il debito con l’Inps non può essere l’unico parametro, sono da valutare anche la personalità del manager e le modalità dell’illecito.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza 30682 del 5 agosto 2021, ha accolto il ricorso di un imprenditore accusato di non aver versato 37 mila euro di ritenute.

Premesso che la richiesta di conversione della pena detentiva in pena pecuniaria, ex art. 53 della legge 24 novembre 1981, n. 689, può essere proposta per la prima volta anche in appello, in quanto non ricorre nessuna norma che vieta di avanzare tale istanza solo in secondo grado, gli Ermellini ricordano che la ratio della applicazione delle pene sostitutive ha natura premiale e il giudice, nell'esercitare il suo potere discrezionale di sostituire le pene detentive brevi con le pene pecuniarie corrispondenti, con la semidetenzione o con la libertà controllata, deve tener conto dei criteri indicati nell'art. 133 cod. pen., tra i quali è compreso

quello delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale dell'imputato. La valutazione discrezionale rimessa al giudice di merito ai sensi dell'art. 58, comma 1, legge n. 689/81 deve, dunque, essere sorretta da congrua e adeguata motivazione, che deve tenere in particolare considerazione, tra gli altri criteri, le modalità del fatto per il quale è intervenuta condanna e la personalità del condannato, nell'ottica di valutare se sia prevedibile che non vi sia in futuro una ricaduta nel reato.

Nel caso sottoposto all’esame della Cassazione, la Corte di Appello non ha adeguatamente giustificato il diniego della conversione della pena detentiva, posto che il solo riferimento all'omesso versamento di una somma consistente all'Inps non costituisce esplicitazione adeguata della considerazione di tutti i parametri di cui all'art. 133 cod. pen., con la conseguente necessità di un nuovo giudizio su tale punto, nell'ambito del quale esaminare la richiesta avanzata dall’imputato valutando tutti i parametri di cui all'art. 133 cod. pen. e non solamente la gravità del reato.

 

Protezione umanitaria all’omosessuale anche se ha fatto outing in Italia a processo già in corso

La delicatezza delle informazioni giustifica la reticenza nell’esternazione da parte dello straniero che verrebbe condannato penalmente nel paese d’origine

Ha diritto alla protezione umanitaria l’omosessuale che ha fatto outing In Italia a processo già in corso se nel paese di provenienza l’orientamento è un reato.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con l’ordinanza n. 22480 del 6 agosto 2021, ha accolto il ricorso di un pakistano al quale era stata negata la protezione in quanto aveva palesato il suo orientamento sessuale troppo tardi.

Ad avviso della prima sezione civile, in tema di protezione internazionale, qualora vi sia incertezza sull'effettivo orientamento omosessuale dichiarato dal richiedente la protezione, ovvero sull'autenticità dei documenti dallo stesso prodotti a sostegno della domanda, il giudice di merito deve disporre, anche in via ufficiosa, gli approfondimenti istruttori ritenuti opportuni al fine di verificare l'attendibilità del racconto e della documentazione a corredo, non potendosi ritenere inattendibile il racconto sulla base dell'assunto aprioristico secondo cui la deduzione dell'omosessualità da parte del richiedente sarebbe frutto di una scelta difensiva finalizzata soltanto ad ottenere la protezione invocata.

Né può trascurarsi che, in tema protezione internazionale, la condizione di omosessualità dichiarata dal richiedente costituisce fattore di individuazione del particolare gruppo sociale, la cui appartenenza, ai sensi dell'art. 8, comma 1, lett. d), dei d.lgs. n. 251 del 2007, integra una situazione oggettiva di persecuzione idonea a fondare il riconoscimento dello status di rifugiato; tale situazione sussiste non solo quando le persone di orientamento omosessuale, per poter vivere liberamente la propria sessualità, sono costrette a violare la legge penale del loro Paese

e ad esporsi a gravi sanzioni, ciò che costituisce una grave ingerenza nella vita privata che ne compromette la libertà personale e li pone in una situazione di oggettivo pericolo che deve essere verificata, anche d'ufficio, dal giudice di merito, ma anche se nello Stato di provenienza l’omosessualità non sia considerata reato, e tuttavia manchi l'accettazione sociale di tale condizione e tale Stato non garantisca all'interessato adeguata protezione a fronte di gravissime minacce provenienti da soggetti privati.

 

Cartelle di pagamento: la Cassazione conferma la prescrizione breve
Ennesima sentenza di legittimità conferma la prescrizione breve. La Cassazione nega la prescrizione decennale nonostante l'insistenza dell'Agenzia Entrate

- L'Amministrazione finanziaria non intende allentare la morsa nei confronti dei contribuenti nonostante la unanime giurisprudenza della Corte di legittimità abbia affermato, senza lasciare incertezze, che la prescrizione dei crediti portati da una cartella di pagamento segue il termine sostanziale previsto dalla Legge per ogni singola tipologia, nel caso dei crediti previdenziali assistenziali e dei premi dovuti all'INAIL il termine è di cinque anni.

Ciò nonostante l'Amministrazione finanziaria ha presentato l'ennesima impugnativa per Cassazione, quest'ultima pronunciandosi nuovamente ha ribadito quanto già affermato nella sentenza a Sezioni Unite n. 23397/2016, confermata da ultimo nei seguenti termini dalla sentenza della stessa Corte n. 1652/2020. Nella stessa si legge "E' noto che la complessa questione è stata risolta in via definitiva dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 23397/2016 …", e viene ribadito che la notifica di una cartella di pagamento non determina "la cd. "conversione" del termine di prescrizione breve in quello ordinario (decennale), ai sensi dell'art. 2953 c.c. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell'attitudine ad acquistare efficacia di giudicato."

 

L’assegno vitalizio erogato dall’Assemblea regionale siciliana agli ex deputati di Sala d’Ercole non può essere equiparato alla pensione e, pertanto, può essere sottoposto integralmente a pignoramento. Lo ha deciso il Tribunale di Gela, accogliendo la tesi dell’avvocato Francesco Mario Milia, dello Studio Ferrara, legale dei giornalisti Pietro Nicastro e Giancarlo Felice che hanno intrapreso un procedimento per ottenere dall’ex presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta quanto loro assegnato dalla sentenza emanata dalla prima sezione civile del Tribunale di Palermo nel maggio del 2018.

In quella occasione i due professionisti, assistiti dagli avvocati Salvatore Ferrara e Giovanni Gruttad’Auria, ottennero la condanna del politico per diffamazione, vedendosi assegnare ciascuno a titolo di risarcimento quindicimila euro. Il governatore, peraltro, pochi giorni dopo il suo insediamento li aveva licenziati in tronco insieme a tutti gli altri componenti dell’Ufficio stampa della Regione. Crocetta, nonostante la condanna inflitta dal Tribunale e l'esecutività della sentenza, ha ritenuto di non dovere adempiere spontaneamente.

"Ci saremmo aspettati - dicono Nicastro e Felice - un atteggiamento diverso da chi aveva costantemente professato, almeno a parole, il sacrosanto rispetto della volontà dei giudici. Ma tant'è. Abbiamo dovuto, nostro malgrado, tentare una procedura esecutiva per vedere rispettata la sentenza del Tribunale di Palermo. La procedura, com'è facilmente immaginabile, è stata resa ancora più difficile dall’improvviso trasferimento dell’ex presidente della Regione in Tunisia".

Crocetta ha strenuamente difeso la tesi dell’intangibilità della somma percepita mensilmente dall’Ars ma il Tribunale di Gela, dando ragione a quanto sostenuto dal legale dei due giornalisti, ha dichiarato la netta distinzione tra "vitalizio" e "pensione", in considerazione della diversità dei percettori e delle finalità delle due indennità. Pietro Nicastro e Giancarlo Felice hanno così ottenuto l’assegnazione dell’intero vitalizio dell’ex presidente.

---Concessione edilizia illegittima - l 'annullamento ha in re ipsa l'interesse pubblico al ripristino della legalità violata ingenerando nella p.a.,il ripristino della legalità violata ingenerando nella p.a.,il potere dovere di annullare in ogni tempo la C.E. illegittimamente assentita.
Consiglio di Stato 28/6/2018 n.2885

di Dario Ferrara

Per combattere il Coronavirus il Governo ha assunto misure che incidono «pesantemente» sulle libertà costituzionali. Ma il decreto legge 6/2020 contro il contagio comprime i diritti soltanto «al ricorrere di tassativi presupposti». E le Regioni non possono andare in ordine sparso nella lotta all’epidemia di Covid-19: è escluso che le Marche potessero chiudere scuole e musei quando non c’era un focolaio di infezione sul territorio. È quanto emerge dal decreto 56/2020, pubblicato dalla prima sezione del Tribunale amministrativo regionale di Ancona

Allorquando una concessione sia stata ottenuta dall’interessato in base ad una falsa o comunque erronea rappresentazione della realtà è consentito all’Amministrazione di esercitare il proprio potere di autotutela ritirando l’atto stesso, senza necessità di esternare alcuna particolare ragione di pubblico interesse, che, in tale ipotesi, deve ritenersi sussistente in re ipsa.

Risultando azzerato sia l’interesse del destinatario del provvedimento ampliativo da annullare, sia il tempo trascorso, quando il privato istante abbia ottenuto il permesso di costruire inducendo in errore l’Amministrazione attraverso una falsa rappresentazione della realtà
Consiglio Stato sez.iv 4/4/2019

---A spasso con due gambe di una sedia nello zaino: condotta punibile

Decisiva una segnalazione al 113 che ha poi portato al controllo in strada della Polizia. I due oggetti sono catalogabili come bastoni, cioè come strumenti atti ad arrecare offesa ad altre persone.(Corte di Cassazione) 

Il tar Campania con sentenza n 2/ 4 /2015 n.1917 ha stabilito che il permesso di costruire non può essere rilasciato se l'immobile non può ottenere l'agibilita .i giudici hanno spiegato che l'agibilità non indica solo che l'immobile è conforme ai requisiti igienico sanitari ma anche ai requisiti edilizi, urbanistici e paesaggistici.
Per l'annullamento della concessione, erano state rilevanti le considerazioni espresse dall' asl che, sulla base del regolamento edilizio comunale, non aveva concesso il relativo parere.

 

--La frase "comunque non finisce qui" presa singolarmente non ha sempre un contenuto minaccioso, potendosi anche interpretare, come sostenuto dall'imputato, come l'avvertimento di future azioni giudiziarie, se tra le parti ci sono già delle controversie pendenti. A chiarire il concetto è la Cassazione, con la sentenza n. 9392/2020

L’annullamento d’ufficio in autotutela è l’occasione per il TAR Sicilia per chiarire una serie di principi sui provvedimenti in autotutela e sui presupposti dell’art 21-nonies della Legge 241/1990.

L’obbligo di motivazione in ordine all’interesse pubblico, nei procedimenti di annullamento di ufficio
Posto che l’annullamento in autotutela presuppone che a) l’atto da annullare sia illegittimo e b) che vi sia un interesse pubblico alla sua rimozione, il Tar segnala che l’obbligo di motivazione in materia di presenza di interesse pubblico non è della stessa consistenza per tutti gli atti, in quanto in alcuni settori tale obbligo di motivazione è particolarmente affievolito.

Quanto all’obbligo di motivare in ordine all’interesse pubblico, secondo la giurisprudenza citata in sentenza, “quando il vizio che inficia l’atto amministrativo è significativamente grave, in quanto implica la violazione di regole e principi posti a presidio di beni di particolare rilevanza, il potere di autotutela, pur non assumendo natura meramente vincolata, si caratterizza per una più intensa considerazione dell’interesse pubblico al ritiro rispetto a quello al mantenimento in vita del provvedimento di primo grado con la conseguenza che il giudizio di prevalenza del primo sul secondo richiede una motivazione meno pregnante“(Cons Stato, Sez. V, 11/6/2018, n. 3588).

È stato, infatti, affermato che “che l’onere motivazionale gravante sull’amministrazione risulterà attenuato in ragione della rilevanza e autoevidenza degli interessi pubblici tutelati: “al punto che, nelle ipotesi di maggior rilievo, esso potrà essere soddisfatto attraverso il richiamo alle pertinenti circostanze in fatto e il rinvio alle disposizioni di tutela che risultano in concreto violate, che normalmente possano integrare, ove necessario, le ragioni di interesse pubblico che depongano nel senso dell’esercizio del ius poenitendi “(Cons. Stato, A.P. 17/10/2017, n. 8)”.

Alla luce di queste considerazione, il Tar Sicilia ha ritenuto che l’obbligo motivazionale in materia di interesse pubblico è particolarmente affievolito in materia ambientale.

Infatti, posto che l’interesse ambientale e alla tutela del territorio ha nell’Ordinamento un valore particolarmente pregnante, come emerge dal complesso della normativa, è stato ritenuto che, sotto il profilo del rapporto tra interesse pubblico al ritiro e interesse alla conservazione dell’atto di primo grado, l’onere motivazionale è adeguatamente assolto attraverso il riferimento a tutte le circostanze di fatto da cui ha originato la decisione di procedere in autotutela e al richiamo ai costi per la collettività che dalla compromissione di detto interesse.

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