OPINIONI

Riceviamo e pubblichiamo
Mi è capitato più volte, negli ultimi anni, di trovarmi sotto un palco, circondato da luci, schermi giganti e migliaia di persone in attesa. L’atmosfera è elettrica, il pubblico è carico. Parte la musica… ma qualcosa non torna.
Dov'è la band, dove sono le chitarre, la batteria? Dov’è il musicista umano?
Quello che vedo è solo un cantante — forse anche bravo — che si muove bene, coinvolge, ma canta su una base (cè il dj) e intorno a lui, il vuoto. Nessuna band, nessun strumento, nessuna interazione reale. Solo playback.
Non c’è dubbio: i giovanissimi seguono la musica sui social. TikTok, Instagram, YouTube dettano le mode, i gusti, i ritmi. E va bene così: ogni generazione ha il diritto di vivere la propria musica. Ma quando questa musica viene imposta come unica forma di intrattenimento anche in contesti che dovrebbero essere inclusivi e rispettosi della tradizione, qualcosa si rompe.
Per me, e per molti, un concerto è un momento sacro. È il luogo dove la musica prende vita, dove l’errore diventa arte, dove il sudore dei musicisti si mescola con l’emozione del pubblico. È lì che la chitarra urla, la batteria martella, il basso vibra nel petto. È lì che il cantante si appoggia alla band, si lascia trasportare, si perde e si ritrova.
Quando tutto questo manca, mi chiedo: possiamo davvero chiamarlo concerto?
Playback: Una Scelta o Una Scorciatoia?
Capisco che ci siano esigenze di produzione, coreografie, o economiche, ma quando il playback diventa la norma, qualcosa si spezza, non è più musica che nasce sul momento, è una replica, una copia perfetta, sì, ma senz’anima.
E non parlo solo di pop o trap. Anche generi che storicamente vivono di performance live stanno cedendo. E io, da spettatore, mi sento tradito.
Il Pubblico Merita di Più
Abbiamo imparato ad accontentarci. A dire “è normale”, “è così che si fa oggi”. Ma io non ci sto, voglio vivere la musica, non solo ascoltarla.
Non è nostalgia. È desiderio di equilibrio. Di autenticità. Di rispetto per la musica e per la comunità. Le feste patronali non devono diventare discoteche all’aperto, ma occasioni per celebrare la cultura, la tradizione e — perché no — anche l’innovazione, purché sia vera, suonata, condivisa.
Perché si va ai concerti per sentire l’anima della musica, e quell’anima, senza musicisti, non c’è.
Video tratto dal web
