di Ettore Resta
" Buono, buono" esclamavo ad ogni morso. Mi ero impasticciato tutto il viso ed il vestito. Fa niente! Ero proprio soddisfatta. Quando le mani ed i dentini iniziarono a gelarmi, pian piano risalii a bordo. Forse sarebbero state necessarie le racchette da neve per non affondare dentro, ma satolla com'ero, lentamente riuscii a portarmi a bordo.
Tirate le redini, sollecitai il fungoplano ad andare. Le case erano di frutta candita e le persone palline di zucchero. Col gesto della mano e con un poco di rimpianto, salutai anche loro. La lunga spiaggia di nera sabbiolina si era trasformata in una distesa bianca di dolci croccanti granellini e tutte le cannette selvatiche in lunghi avvolgenti morbidi fili di cioccolato. le cannette selvatiche in lunghi avvolgenti morbidi fili di cioccolato. Doveva essere tutto una leccornia.
Ma non avevo più appetito ne voglia. A chiamarmi vennero anche i gabbiani i quali mi pregarono tanto di rimanere ma il giorno aveva oltrepassato il meridiano ed io ringraziandoli dissi loro che dovevo andar via. Avevo nostalgia, iniziavo a sentir la mancanza di mia madre e delle sue coccole. Nella fretta di partire mi ero dimenticata il biberon, la mia cara bottiglietta di latte... ed adesso sentivo anche la sua mancanza. Il percorso questa volta fu più lungo. Il vento era diminuito e la velocità più lenta.
Lasciata l'isola che eruttava gelato, volteggiammo pigramente andando alla ricerca di un'altra tranquilla e poco ventosa. Sul nostro cammino verso sud, incontrammo il papero addormentato dal piumino di coda ben alzato con i suoi gioiosi paperetti attorno in compagnia delle formichine. Una bianca vaporosa nube sembrava essere di zucchero filato era su essi. Potrebbe darsi fosse veramente tale, ma non avevo più fame. Ero sazia di gelato. In pancia non sarebbe entrato altro. E poi ero anche stanca. Ero andata incontro a troppe emozioni e mi sentivo distrutta.. Alla mia età poi.. sentivo proprio il bisogno di fermarmi e riposare.
L' ideale sarebbe stato sostare a Basiluzzo, ma anche qui l'isolotto non era per me. Troppe giovani sirenette avevano avuto la stessa ide. Il colore del mare calmo simile ad un lago, era molto invitante. Avrei voluto navigarlo a bordo di una barca a remi, ma, virato di bordo tirando le redini, giostrammo loro intorno. Volteggiammo ammirando il meraviglioso arcipelago quando un gufetto ci corse incontro. Fatto un giro a noi intorno, si appoggiò sul prato dell'aquilone. " Speriamo possa dormire tranquillo adesso.
" Sospirò "Possibile debba essere sempre sfrattato." "Hai detto bene!" ribadì agitando il lungo becco un verde turchese martinpescatore che, sfrattato anche lui dalla gaiezza dei giovani bagnanti, preferì seguire l'idea del gufo. "Benvenuti a bordo" li salutai felice. Il piacere di avere ospiti mi aveva elettrizata. " Dove siete diretti?" "Non abbiamo una meta." " Allora venite con me? Mi fate compagnia? Con probabilità andrò a Vulcano, va bene anche a voi?" " Benone, purché ci porti via da qui... e li si possa vivere tranquilli." Il sole era nuovamente caldo e l'aria non era più fredda, così il mantello che mi stava avvolgendo era sparito.
Il vento ed il freddo, sia del gelato che delle gole tra le isole, era cessato e le lamelle con le loro spore automaticamente si erano riportate nel fungo. Volteggiando gironzolai seguendo la costa della grande isola, quella a forma di frittata. Stavo sorvolandole le spalle, quando un grosso scoglio nero dall'aspetto di un pomo dalla pancia schiacciata, mi incuriosì. Era pieno di gabbiani accovacciati. Tirate le briglie il fungo si fermò. Stavano covando. L'occasione mi stimolò l'idea di far loro uno scherzo. Volteggiammo su essi più volte fino quando, sentitosi disturbati, si issarono in volo strillando.
A dir vero ebbi paura che mi beccassero, invece preferirono allontanarsi. In quello, con rapidità fulminea scambiai le uova spostandole da un nido all'altro. Sorrisi. Rimontata sul mio mezzo, ripresi il volo non allontanandomi troppo. Volevo vedere lo stupore nel loro viso e capire il loro pensiero. Al loro rientro fu uno scompiglio, ma messosi d'accordo a mio dispetto, accettarono quella nuova realtà. " E va bene" replicai con stizza "quando nasceranno i pulcini si renderanno conto!" Dissi a me stessa continuando a planare intorno alla frastagliata costa sfruttando le brezze ascensionali. I faraglioni erano come in attesa. Volteggiai intorno attraversando più volte lo spazio che li separava. Non ero passata loro in mezzo, ma solo lateralmente, non avendo la capacità di attraversare le rocce... Quell'isola a frittata era composta, oltre alla forma, di vari elementi. (continua)

L’Intervista del Notiziario al comandante Ettore Resta, l’artista sulle ali
Da Milazzo in linea Ettore Resta. I racconti del Pasticcino. Puntata n.10
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