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di Cristina Marra

Simona Lo Iacono “La tigre di Noto” (Neri pozza)

E’ un romanzo di luce e di ombra, di ricordi e decisioni, di coraggio e tenerezza, di determinazione e scelta, di libri e poesia, di stelle e di numeri, di fughe e di abbandoni, è il romanzo dedicato a una donna che fa del suo sguardo traballante una forza e un’arma di difesa e lo rende strumento di esplorazione e scoperta. Simona Lo Iacono con “La tigre di Noto” restituisce “voce, giustizia e memoria” a Anna Maria Ciccone, scienziata nata a Noto nel 1891 che dedicò la sua vita allo studio della spettrometria, sposò le teorie di Einstein, si laureò in Matematica a Fisica e insegnò alla Normale di Pisa. Una donna sola e solitaria che la scrittura poetica e intensa di Lo Iacono avvicina al lettore con una narrazione in prima persona della protagonista che scorre l’album fotografico della sua vita e a ogni scatto corrisponde una tappa della sua esistenza controcorrente, dalla sua infanzia, agli studi, alla pensione.

Lo Iacono assembla poeticamente i generi biografico e storico, senza trascurare un accenno di spy story e entra nello sguardo di Ciccone, osserva le brutture e atrocità della Grande che si intrecciano alla continua ricerca della luce per scandagliare il mistero della creazione. Anna Maria Ciccone, detta Marianna, lasciò la famiglia e la Sicilia per raggiungere le università di Roma, Pisa e la Germania. Quanto mistero celano le stelle e quanto orrore vedono da lassù? Marianna racconta la Storia attraverso la sua storia, mostra le foto sbiadite di un’infanzia negli agi ma con una madre che non le presta attenzione e non la abbraccia e che “combatte contro le irruenze del mio affetto così come le imperfezioni del mio viso”.

La protagonista si racconta in una confessione dolorosa ma serena, come se espiasse una colpa non sua, un difetto all’occhio che la rende diversa ma la fa indagare su un periodo storico struggente e sulla condizione delle donne che si dedicano alla ricerca e agli studi cercando di imporsi in ambiente prettamente maschile. L’occhio di Marianna “era come una stella, brillava interdetto, scompigliato, facendosi largo senza vergogna, elevandosi fino alla luna”. Marianna si nutre di luce e di parole, sin da bambina con la complicità della tata Rosa saccheggia la biblioteca di famiglia. Se somiglia al padre da cui eredita “il temperamento da scampato, l’ostinazione che in meno di dieci anni lo aveva reso uno dei commercianti più ricchi di Noto”, dalla sua amata tata eredita la saggezza, la capacità di scegliere la via del cuore, la volontà a non rinunciare ai sogni che insegue indossando le scarpe semplici e robuste appartenute a Rosa. Marianna scandaglia la luce anche simbolicamente nelle zone d’ombra e la seduce in “un corpo a corpo in cui percepivo chiaramente che di mezzo si metteva il buio, e che tra i due opposti c’era la stessa distanza che esiste tra la colpa e l’assoluzione”. Senza l’approvazione dei genitori, rinunciando a due possibili matrimoni lascia Noto “senza saluti e senza indirizzi” colpevole di avere scelto la strada della conoscenza.

L’autrice entra nel cuore della sua protagonista e fa luce anche lì mescolando accadimenti veri e inventati e regala il ritratto fotografico di una donna profondamente legata ai suoi affetti, discreta e riservata che preserva anche il legame col fratello con cui condivideva la condizione di “creature zoppe, distanziate, che ambivano a una felicità disadorna, per tutti gli altri impossibile” quando l’occhio storto di Marianna ”viveva di complicità” col respiro mozzato del piccolo e malaticcio Salvo, che somigliava a “ a una spiga di grano nell’onda voraginosa del campo”.

Il treno estatico e sofferente porta la protagonista sempre più a nord e nel 1935 lascia l’Italia per collaborare con il professore Herzberg all’istituto di Fisica di Darmstadt,e inizia un’altra fase della vita di Marianna che coincide con l’avvento delle leggi razziali e le barbarie del conflitto mondiale che la donna contrasta con atti coraggiosi e imprudenti volti a salvare vite e libri. Da lettrice diventa una cospiratrice e a lei si deve la messa al riparo di numerosi volumi durante la spoliazione del patrimonio culturale ebraico nazista perché “se c’era un luogo in cui seppellire i morti, quelllo era il libro. L’unica tomba presso la quale piangerli. L’unico posto che assicurava un ritorno”

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Olaf Hajek “Flower power” -Rizzoli

Sono soprattutto la bellezza, i colori, i profumi, a colpirci e a rapirci quando guardiamo una pianta fiorita, ma non bisogna fermarsi a ciò che appare, per conoscere le altre strabilianti peculiarità dei fiori e i loro poteri curativi è necessario superare l’incanto del loro presentarsi così fragili e delicati. In questo viaggio alla scoperta dei poteri delle piante ci accompagna Olaf Hajek con “Flower power” libro illustrato edito da Rizzoli. Rivolto a un pubblico di lettori giovani, il viaggio per immagini accompagnato dai testi di Christine Paxmann e tradotto da Eleonora Dorenti, è un autentico e strabiliante tour per giardini dove ogni pianta è presentata come in un quadro. La forza delle piante è gentile, è insita nella corteccia, nelle foglie, nei semi, nelle radici o nella linfa. La loro è una forza curativa, concede benessere e sollievo ma può anche essere letale nel caso in cui si attinga ai veleni che alcune di loro possiedono.

Olaf Hajek “ha scelto di raccontare le storie di alcune piante tra le più straordinarie, usando parole e illustrazioni”, e osservando pagina dopo pagina i suoi dipinti botanici, si riesce a leggere le loro storie fatte di credenze, curiosità, riti, leggende, magie. Dipinte come se fossero realizzate su tavolette di legno per conferire loro quella patina antica, le illustrazioni sono dedicate a 17 piante e alle loro svariate virtù benefiche. I testi sono introdotti da domande sulla storia del fiore, sulle caratteristiche, rimedi, utilizzi e così conosciamo a fondo la Passiflora o la Calendula, il Carciofo o lo Zenzero che accompagnate da insetti, uccelli o esseri umani diventano un quadro narrato che racconta la loro armoniosa potenza curativa e benefica.

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Lorenzo Beccati “Il pescatore di Lenin” Oligo editore

Un uomo solo sui quarant’anni piccolo di statura, baffi e pizzetto appena accennato, magro, un volto vagamente esotico, con una bombetta in testa e una valigia di cuoio scuro scende dal traghetto Principessa Mafalda a Capri. La osserva nella sua interezza e gli sembra“che un gigante le avesse dato un morso, formando marina Grande e rimettendoci tre denti, i Faraglioni, quell’uomo è ricercato dai governi di mezza Europa, è nato in Russia ed è conosciuto col soprannome di Lenin e nell’ottobre del 1917 sarà colui che cambierà le sorti del secolo.

Protagonista del nuovo romanzo di Lorenzo Beccati “Il pescatore di Lenin”, il russo raggiunge l’isola nel 1908 con uno scopo ben preciso che l’autore ci farà scoprire non prima di svelarci il lato più umano e meno noto del rivoluzionario. L’isola sarà per Lenin una scoperta non solo per le sue bellezze paesaggistiche ma anche per gli abitanti, le situazioni pericolose o romantiche, i cambiamenti di atmosfere che riveleranno anche il suo lato più inquieto e misterioso. Solo e ospite di Gorkij, lo scrittore russo esiliato che a Capri ha una scuola di formazione al bolscevismo, Lenin fa un incontro importante apparentemente casuale che diventerà fondamentale durante il suo soggiorno. Incontra Antò o muto, un pescatore rustico, robusto e indipendente come la sua barca trovata tramortita sugli scogli dopo una brutta tempesta e curata con pazienza.

Antò diventa la sua guida, il suo compagno di gite per terra e per mare, è un uomo di parola, lui che di parole non ne ha. Tra i due si instaura un rapporto di fiducia e per entrambi Beccati riserverà al lettore la rivelazione di un loro doppio volto. Niente è come appare. L’abilità narrativa di Beccati nel cogliere gli aspetti meno conosciuti di personaggi realmente esistiti e calarli in un romanzo che attinge nella Storia ma si lascia cullare dalla fiction in questo ultimo rivela anche quanto i luoghi possano suggestionare la scrittura e renderla poetica.  

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Intervista a Gianluca Antoni autore di Io non ti lascio solo Salani

L’esordio narrativo di Gianluca Antoni, psicologo e psicoterapeuta, è un giallo sulla perdita, sui legami, sul dolore e sulla ripartenza. “Io non ti lascio solo” è una favola noir in cui luoghi e personaggi alternano luce e ombra, e il racconto poggia su tre piani temporali e ripercorre le vicende di due giovani amici speciali, Filo e Rullo, legate alla scomparsa di un cane e di un bambino, a un uomo temuto e solo, ad affetti perduti, a nuove solitudini e a rapporti genitori e figli.

Gianluca, il tuo romanzo è un giallo spalmato in un lungo periodo di tempo. Iniziamo dalla struttura narrativa?

Il romanzo comincia con il ritrovamento di due diari in un’intercapedine durante la ristrutturazione della cascina di Guelfo Tabacci. I diari appartengono a Filo e Rullo, due ragazzini di 12 anni, amici per la pelle, che 20 anni prima hanno fatto irruzione in quella casa perché convinti che Guelfo Tabacci, un montanaro scorbutico, tenesse prigioniero Birillo, il cane di Filo scappato qualche mese prima nei boschi a causa di un temporale. I diari raccontano la loro avventura, collegata a quello che è successo 30 anni prima del ritrovamento dei diari, ossia la misteriosa scomparsa del figlio piccolo di Guelfo Tabacci. Il maresciallo De Benedittis, al capo di quelle indagini, nutre il sospetto e la convinzione che Guelfo abbia ucciso il figlio. Quei diari, a lui recapitati, nascondono la verità per lungo tempo celata. Il racconto si muove quindi su questi tre piani temporali: oggi, 20 anni prima, 30 anni prima.

Il cane divento il motivo della ricerca che si espande a quella interiore di tutti i personaggi, come ti è nata l’idea di Birillo?

Le grandi sfide della vita nascondo da una motivazione profonda e importante. Filo ha perso la madre e Birillo è stato l’ultimo regalo da lei ricevuto prima della morte. Ritrovare Birillo diventa fondamentale per ritrovare anche la madre ed elaborare il lutto. Il legame bambino cane è un legame di amore incondizionato, come quello tra la madre e il figlio. Attraverso Birillo volevo raccontare quanto l’amore e la fedeltà possano permetterci di affrontare delle sfide più grandi di noi.

Il bosco in cui si svolge parte della storia, riporta al mondo delle favole con natura e misteri, attraverso il bosco racconti anche la paura?

Il romanzo può essere anche definito come una favola noir dove ogni aspetto e ogni personaggio può avere un significato simbolico. Il bosco certamente è il luogo delle nostre paure interiori, Guelfo rappresenta i nostri “mostri” interiori, Filo la nostra parte razionale, Rullo quella emotiva, Amélie quella bambina, Scacco quella pazzoide e via così. Ogni parte di noi è una risorsa fondamentale per affrontare il dolore e la paura e crescere in modo sano ed equilibrato. Ho cercato di rendere il racconto quando più fiabesco possibile togliendo ogni riferimento temporale o ambientale specifico in modo che sia il lettore a costruire ed entrare in contatto con il proprio modo interiore.

Gianluca Antoni Io non ti lascio solo Salani Le stanze Euro 15,90

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Daniele Palmieri “Il gatto, il mago e l’inquisitore” Magazzini Salani

Dai cani imparo l’amore e dai gatti la libertà, con queste parole il mago, alchimista e filosofo Enrico Cornelio Agrippa risponde al funzionario della dogana al suo arrivo a Metz in veste di consigliere del Patriziato, nel febbraio del 1518 e di amore, libertà, magia, malefici, divieti, obblighi, libri, il thriller storico di Daniele Palmieri Il gatto, il mago e l’inquisitore si nutre e si alimenta, regalando una storia di intrecci reali e immaginati con due protagonisti principali che ben presto aprono la scena a una maestosa coralità di personaggi. Agrippa insieme al suo inseparabile gatto Asmodeo, che porta il nome di uno spirito antico e possiede il dono dell’immortalità e della parola, diventano gli attori di una vicenda di fughe e di ricerche a bordo di una carrozza guidata dal cocchiere Duval e in compagnia del grosso cane Monsieur. Agrippa fugge da creditori e dalla Chiesa, cerca un nuovo mecenate, si insedia nelle città per liberarle dalle entità malvagie che le infestano ed è spesso in viaggio.

Palmieri, scrittore di testi in prosa e anche in poesia e già autore dei romanzi Diario di un cinico gatto e Storia di un gatto bibliotecario, gestisce il blog Nero d’inchiostro e in questo romanzo racconta anche Metz e Anversa nel Cinquecento, due città diversissime per colori e atmosfere. Col ritmo del thriller inserisce i suoi personaggi in una corsa contro il tempo e contro l’inquisitore Savini per salvare testi dalla censura e dal rogo e anche una donna accusata di stregoneria. Palmieri innesta tra loro vicende e personaggi e finzione e verità e ricostruisce un periodo storico soffermandosi sulla figura misteriosa del mago Agrippa, realmente esistito. Tutto è osservato con il doppio sguardo del filosofo-alchimista e del gatto Asmodeo in un’alternanza di punti di vista e riflessioni che intriga e omaggia il mondo animale.

E’ Asmodeo a compiere le indagini più rischiose, come una sorta di 007 dal pelo marrone e dal cuore tenero, non si tira mai indietro neanche quando si tratta di fare luce su se stesso, sulla sua identità e sulla ragione della sua immortalità. Il romanzo in modo originale valica anche i confini della formazione alla vita, al dolore e soprattutto all’amore.

Daniele Palmieri Il gatto, il mago e l’inquisitore Magazzini salani Euro 15,90

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Margherita Oggero – Il gioco delle ultime volte – Einaudi

Accade tutto nell’arco di un week end che cambia le vite dei personaggi del romanzo-indagine “Il gioco delle ultime volte” di Margherita Oggero, in cui le scelte, i rimandi, i dubbi, i rimorsi, l’amore attanagliano le esistenze di quanti si ritrovano a trascorrere tre giorni di relax in montagna nella stessa casa. Da venerdì a domenica, l’autrice costruisce le storie di sei coppie ospiti di Pietro e Giuliana Ferroni a Chamois tra le vette ancora innevate e i prati col verde novello punteggiati dai primi fiori. Sono luoghi rilassanti con spazi aperti come quelli che portano al lago, ma Oggero costringe i suoi personaggi a una resa dei conti, a fronteggiare le loro ombre, a ripescare i loro segreti, mentre in città Alessandra Vignali, bellissima e giovanissima, con tanta vita davanti finisce sotto un tram. Una vita in bilico e tante altre in stand by, vite di uomini e donne irrisolti, che cedono alla routine e rimandano sempre la soluzione di problemi esistenziali e di coppia. Per tutti arriva il momento di indagare su se stessi e su chi hanno accanto, riaprire i fascicoli delle loro scelte ambigue e ingannevoli o forse soltanto scelte errate, subìte e mai affrontate fino in fondo per cercare il vero colpevole.

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Alessandra, Ale per gli amici, ha una vita solo all’apparenza perfetta e felice, cosa si nasconde dietro il suo dolore che la spinge a finire sotto un tram? L’incidente appare subito al commissario Casassa un suicidio e anche per questo personaggio che compare quasi furtivamente, la scelta di Ale diventa motivo di riflessioni sui giovani e sulla sua vita senza figli. Rientrano da Montecarlo i genitori di Alessandra increduli e triturati dai sensi di colpa. A soccorrerla in ospedale c’era stato Nicola che ora in montagna la pensa e ritrova Matteo compagno di scuola che riemerge dalle nebbie di un passato lontano in cui è avvenuto un litigio o chissà cos’altro. Oggero racconta con stringatezza ed essenzialità i suoi personaggi e fa sviscerare loro, come in un gioco della verità, le ultime volte in cui hanno fatto qualcosa o visto qualcuno senza sapere che sarebbe stata l’ultima occasione. Uno sliding doors narrativo che apre e chiude le porte del passato e ripercorre la giovinezza trascorsa e quella che si affaccia prepotente o remissiva, da quella di Alessandra e dei suoi compagni a quella di Nicola e dell’amico Matteo, a scuola detti i Dioscuri, legatissimi come i due gemelli divini figli di Leda, senza incoscienza la giovinezza sconfina troppo presto nei piatti orizzontali della maturità, ma se la corteggiamo chiudendo gli occhi come a moscacieca non possiamo sapere come finirà il gioco. La vita di Ale appesa a un filo rimette in discussione anche il tranviere Alfredo Silvestrini che non ha potuto evitare l’impatto e lo sgomento per l’incidente riporta confusamente a galla la melma densa della fatica di vivere. L’autrice, raffinata conoscitrice di letteratura, mitologia e cinema crea innesti e citazioni e anche Teresa, la quarantenne moglie di Nicola cede a Eros. Ogni personaggio racconta la sua storia, c’è chi si confessa e chi la inventa si parte da un elemento reale, lo si lavora, lo si unisce ad altri fino a farlo diventare una cosa diversa da quello che era.
Oggero fa emergere storie di distacchi e di intimità, in cui la bellezza è confortante sedativo e il rimpianto è un sentimento equivoco. Bifido, serpentesco, storie di coppie, di amanti, di genitori e di figli, di un’amicizia potente che regala momenti di una felicità irrinunciabile, e tutti sono spalle al muro, senza la serena smemoratezza degli animali che possedevano Ciccio, il bastardino dell’infanzia dei figli di Florinda o le galline starnazzanti della sua infanzia al paese.
Autore Margherita Oggero
Titolo Il gioco delle ultime volte Editore Einaudi Prezzo euro 18,00

 

La luna al guinzaglio e Arturo di Gianni Rodari – Emme edizioni

La nuova collana di Emme edizioni dedicata ai piccoli lettori, è ideata e curata da Maria Cannata ed esordisce con due libri dedicati a Gianni Rodari, La luna al guinzaglio e Arturo. Proposti con pagine cartonate dalle punte arrotondate, i due titoli rivelano la magia nata dall’estro poetico di Rodari, grande maestro della narrativa per bambini, che fa della fantasia il segreto per incantare, e coinvolgere i lettori più piccoli rendendoli partecipi e protagonisti delle sue storie e liberando la loro immaginazione di futuri autori.

Entrambi i libri di ventiquattro pagine sono illustrati da Andrea Antinori e racchiudono due brevi storielle in rima in cui sono protagonisti la luna bianchissima e un gatto nero. I lettori non possono fare a meno di immedesimarsi nei due personaggi che fanno parte della loro quotidianità e che diventano amici e complici.

Arturo è un gatto intrepido e volante che sorvola le città spinto dalla curiosità e osserva, chiacchiera, mangia e già pensa alla nuova sfida da intraprendere quando sarà adulto e diventerà pilota. La luna è invece l’amica notturna di una bambina, è la sua confidente, la sua ombra che la segue e la protegge come se fosse un cagnolino al guinzaglio o un palloncino da tenere stretto a un filo e veglia sui suoi sogni ogni notte.

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Georges Simenon Europa 33- Adelphi

Dopo “il Mediterraneo in barca”, Adelphi continua la pubblicazione dei reportage di Georges Simenon con “Europa 33”. Fotoreporter e viaggiatore, Simenon è un grande testimone della realtà storica, sociale e culturale in cui versa il continente Europeo nel 1933, definito delle volte crudele o esagerato per la sua schiettezza, lo scrittore chiarisce che “esiste un’Europa ufficiale, un’Europa a uso dei francesi, immutabile da molto tempo, da talmente tanto tempo che non corrisponde più alla realtà. Ed è di questa Europa, definitiva come una cattedrale, che parla ogni mattina la maggior parte dei cronisti diplomatici. E’ questa in sostanza, l’Europa che l’opinione pubblica conosce a menadito, per cui si stupisce, si indigna perfino, quando i pochi grandi viaggiatori, ripassando da casa fra un treno e l’altro, raccontano di paesi che le appaiono irriconoscibili”.

Simenon si pone davanti a questa realtà come un semplice operatore, “un fabbricante di istantanee” e racconta con fotografie e racconti ciò che vede, i luoghi reali, le persone sofferenti, perché “c’è stata l’Europa di prima del 1914 , poi un’Europa squarciata dalle trincee e infine un’Europa del dopoguerra . Ma forse è ancora un’altra Europa, questa Europa del 1933 che sonnecchia sotto la neve e che, come chi dorme male è scossa da bruschi e terrificanti sussulti”. Usciti sulla rivista settimanale Voilà fondata da Gaston Gallimard nel 1931 e dedicata a reportage di firme illustri , gli scritti riportano città degradate, volti inquieti, popolazioni in crisi e la paura per l’incombente nuovo conflitto mondiale. Dal Belgio, alla Bulgaria, alla Polonia alla Russia, Simenon volge lo sguardo per catturarne stati d’animo, sofferenze, timori, privazioni ma anche qualche scorcio di luce, un barlume che traspare dalle annotazioni, dalle foto, dai dialoghi.

Da Varsavia ad Anversa alla periferia di Bucarest dove le povere case di legno sono però tinteggiate di fresco “poi ecco Bucarest che con la complicità di un raggio di sole , prolunga l’incantesimo. Le vie sono animate…sembra quasi Parigi. A volte una Parigi più allegra tipo quella dell’anteguerra”. Simenon riporta dettagli e fatti scomodi senza cedere alla letteratura e all’arrivo in Russia dove gli è difficile capire se la gente ha fame oppure no si lascia guidare dalla curiosità”tanto più grande dal momento che tutti fanno del loro meglio per impedirvi di soddisfarla”. Personali e autobiografiche sono le pagine dedicate ai popoli che hanno fame “avete mai sofferto la fame? La fame vera, non quella che attanaglia chi resta due giorni senza mangiare, ma quella che si insedia in chi per settimane, per mesi mangia troppo poco e che gli rimane dentro, appiccicata al ventre come un cataplasma, incrostata nelle pareti dello stomaco e alla base del cranio. Quella fame io l’ho patita durante la guerra, quando, da bambino, vivevo nelle regioni occupate.

E per questo so che, contrariamente alle rappresentazioni che se ne danno o a quel che ci racconta la letteratura, la Fame non grida, non si ribella. La Fame, la Fame vera, è fiacca e rassegnata. La Fame non è sempre smunta e scarna come la raffigurano. E’ gonfia. Ha un aspetto sgradevole e malsano, occhi inquisitori e l’amaro in bocca”. L’uomo nudo viene scovato da Simenon e lo propone così com’è nella sua interezza o nel suo essere spezzato, senza giudicarlo ma con gli occhi e le parole di chi i reportage sa farli davvero.

Georges Simenon “Europa 33” Tradotto da Federica e Lorenza Di Lella Nota di Matteo Codigliola  Adelphi euro 18,00

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Intervista a Stefano Medas autore di Il gatto che viaggiava in vaporetto (Sperling & Kupfer)

Di Cristina Marra

Si può conoscere una città come Venezia facendosi guidare dai gatti che la abitano e la vivono quotidianamente? La risposta è sì, se a seguirli nel loro girovagare per calli o a bordo di vaporetti è Stefano Medas, archeologo subacqueo e navale e autore di romanzi storici. Medas questa volta si lascia condurre in un viaggio di scoperta che affonda le radici nella sua infanzia, quando Venezia, la città dei gatti, era solo immaginata attraverso i racconti degli zii e poi diventa la sede del suo lavoro. Venezia mi ha accolto ed è diventata anche mia. E’ stata una delle più straordinarie scoperte che abbia mai fatto, mi ha segnato la vita. E i gatti ne sono stati parte integrante sin dall’inizio scrive l’autore che sin dai suoi primi approcci con i gatti veneziani si interessa alla loro storia, alle loro abitudini e anche alle credenze, leggende e storie che li accompagnano da secoli. Da queste esperienze reali e da studi e vere e proprie indagini e pedinamenti nel mondo felino della bella città lagunare, Medas scrive Il gatto che viaggiava in vaporetto una raccolta di racconti con protagonisti felini che si legge come un romanzo- guida che svela misteri e segreti, bellezze e atmosfere di Venezia e dei suoi misteriosi e affascinanti abitanti a quattro zampe.

Stefano, opo due romanzi storici scrivi questo libro che racconta Venezia attraverso i suoi abitanti felini e viceversa, possiamo considerarlo un viaggio e anche una preziosa guida nella città lagunare vista con gli occhi dei gatti?

Sì, l’intenzione è proprio quella. Vedere Venezia attraverso gli occhi dei suoi gatti significa avere un punto di vista privilegiato per conoscere gli angoli meno noti di questa straordinaria città e della sua meravigliosa laguna. Il che significa conoscerne la vita quotidiana, nel fluire dei sui tempi e dei suoi modi, tutti sempre speciali, assolutamente unici. Insomma, significa coglierne l’anima.

Nel libro emergono la storia della città, le tradizioni, le leggende, i riti, le atmosfere, Venezia può essere paragonata a un gatto che sceglie con chi stare. Venezia ti ha scelto e ti ha affascinato?

Proprio così, credo che Venezia possa essere paragonata a un gatto che sceglie con chi stare. Per capirla devi scoprirla, osservarla e studiarla da dentro. Allora ti rendi conto della sua vera meraviglia, che va molto al di là della bellezza esteriore, per altro unica e indiscutibile. Le atmosfere, la gente, le consuetudini, le situazioni, i colori, i mille riflessi, persino le difficoltà hanno un fascino speciale.

I gatti di Venezia sono detti gatti di campo o di calle, che differenza c’è con gatti liberi?

Ho coniato questa espressione per identificare quei gatti che hanno una loro casa, ma che amano sentirsi parte dell’ambiente esterno, della comunità circostante, e per questo diventano delle specie di mascotte, delle presenze amiche e costanti che caratterizzano un luogo, una zona. Si appagano del loro ruolo “comunitario”, consapevoli di essere i beniamini di tutti. Inoltre, regalano a campi e campielli dei “complementi d’arredo” insostituibili, assolutamente perfetti. I gatti liberi sono invece comunità di felini che non hanno casa e padrone, ma vivono radicati in una determinata zona grazie alle cure della gente, che procura loro il cibo e gli allestisce le cucce (questi gatti hanno comunque uno spirito territoriale, motivo per cui non è corretto parlare di gatti randagi). Del resto, le comunità feline hanno sempre avuto un ruolo importante in molte città, non solo a Venezia, sia per la simpatia che suscitano sia perché tengono lontani topi e ratti, dunque forniscono un loro sevizio. Oggi le comunità di gatti liberi sono diventare rare.

Racconti che Venezia prima dell’ultimo conflitto mondiale era davvero una città dei gatti con oltre quarantamila abitanti felini, per quale motivo nel senso si è ridotto il numero di gatti in città?

La città era molto diversa sul piano sociale ed economico. Era più povera, non conosceva il turismo di massa, ma era popolosa e vivissima, animata da una quantità di mestieri e di attività oggi scomparse. Il boom economico del dopoguerra, con l’attrattiva esercitata dai grandi poli industriali, ha determinato il progressivo spopolamento di Venezia; e col numero degli abitanti si è assottigliato anche quello dei gatti.

Tanti i gatti che nomini e racconti. Che rapporto hai avuto con uno chiamato Cuba?

Cuba, che viveva nella stessa calle in cui abitavo io, stava per ore seduto sul davanzale della mia finestra a prendersi i saluti e le carezze della gente che passava, sembrava un piccolo doge. Era il beniamino di tutti. Ogni tanto, poi, saltava in casa e mi faceva compagnia mentre scrivevo. Per me era un amico. La sua sola presenza costituiva un potente generatore di serenità, che infondeva buon umore, riuscendo a volgere al meglio anche una giornata nata grigia. Ciao Cuba, sei arrivato! lo salutavo aprendo la finestra, in modo che potesse entrare, se ne aveva voglia. In effetti, accadeva magari inconsciamente, ma ogni giorno lo aspettavo, ed ero sempre contento quando vedevo comparire la sua sagoma sul davanzale, dietro la tenda. E poi, sentire la gente che si fermava un istante per salutarlo era uno spettacolo unico!

Seguendo o osservando i gatti guardi anche Venezia con occhi indagatori e la scopri?

Certo. Non si finisce mai di scoprirla, Venezia. Credi di aver già visto tutto, poi giri un angolo, ti affacci a una porta, ti infili in una calletta e scopri sempre qualcosa di nuovo, di inaspettato. E bisogna guardare in alto, osservare con attenzione dove normalmente non guardi, senza fretta, come sanno fare i gatti.

Dall’ospedale alle pescherie, quali sono i luoghi che ti hanno attratto di più?

Difficile fare una classifica. Certo, l’Ospedale è un luogo straordinario, non te lo aspetti, un nosocomio-monumento d’arte. Lì vive una delle ultime vere comunità di gatti liberi, accuditi amorevolmente da un’anziana signora e dai volontari. Poi l’Arsenale, vicino a casa, uno dei luoghi più straordinari che esistano.

Gatti e libri, che rapporto hanno avuto nel tempo i gatti con archivi biblioteche e librerie?

I gatti amano le biblioteche e gli archivi, perché sono posti tranquilli, frequentati da gente tranquilla. Sappiamo che già in epoca medievale c’erano monaci amanuensi che amavano svolgere il loro solitario lavoro in compagnia di un gatto. Fino agli inizi del Novecento, inoltre, venivano arruolate intere squadre di gatti soprattutto negli archivi, per contrastare i topi, roditori che mettevano a rischio l’incolumità dei documenti cartacei. Così accadeva anche all’Archivio di Stato di Venezia.

Sei archeologo subacqueo, che legame hanno i gatti col mare e con i fari?

Per secoli, forse per millenni, i gatti hanno fatto parte degli equipaggi delle navi. Inizialmente venivano imbarcati per tenere pulite le stive e le cambuse, cioè per dare la caccia ai topi che vi si intrufolavano; poi finivano per diventare delle vere e proprie mascotte, una tradizione, quella dei gatti di bordo, sopravvissuta fino alla metà del secolo scorso. Inoltre, per gli stessi motivi, i gatti sono sempre stati ricercati per prestare servizio nei fari. Ho conosciuto una piccola comunità di gatti che viveva presso un faro nella laguna di Venezia, con uno dei quali ho stretto amicizia per parecchio tempo.

Quale tra le storie che hai raccontato ricordi con maggiore affetto?

Le ricordo tutte con affetto, per una ragione o per l’altra. Alcuni gatti, però, hanno lasciato un segno speciale, e tra questi ci sono senza alcun dubbio Cuba e Damasco.   

Illustrazioni di Ale Giorgini 

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Muriel Barbery “I gatti della scrittrice “ edizioni e/o

Per conoscere a fondo uno scrittore bisogna interrogare i suoi gatti. Grazie alla loro collaborazione si possono scoprire i misteri della creazione letteraria. E’ quanto svela Muriel Barbery, celebre autrice de “L’eleganza del riccio,” nel recente libro illustrato “I gatti della scrittrice” dove dà voce ai suoi quattro gatti certosini Ocha, Mizu, Petrus e la piccola Kirin, l’io narrante. La storia è quella di una rivelazione a lungo tenuta sopita e riguarda il ruolo dei gatti nella creazione della scrittura, la loro abilità nel suggerire o fornire suggestioni. Illustrato da Maria Guitar e tradotto dal francese da Alberto Bracci Testasecca, il libretto ha la semplicità del racconto che procede per piccoli aneddoti e stralci di quotidianità che fanno emergere quanto i quattro gatti siano davvero degli autentici consulenti letterari.

I gatti che nei nomi celebrano il Giappone tanto amato dalla scrittrice vivono in campagna con Muriel e suo marito musicista “in una casa con pareti grigio talpa, divani scuri e cuscini arancioni”. Kirin, ha quattro anni, è la sorella di Petrus ed è imparentata da parte di nonno con Ocha e Mizu, sono della stessa famiglia “ma ognuno ha una personalità ben distinta e una propria peculiare nevrosi”. Abitudini e quotidianità emergono tra le pagine e sono delicatamente rese dai disegni in un gioco dei colori grigio e arancione.

Ai gatti non sfugge nulla e si accorgono e percepiscono anche i tre malanni tipici che colpiscono ogni scrittore, l’agitazione, il dubbio e la negazione. Niente sarebbe uguale per l’autrice senza i suoi gatti che esprimono “una profusione di bellezza e armonia visiva” in movimento. Sono “righe irreprensibili che si spostano nello spazio, calligrafie in movimento sempre mutevoli e sempre sublimi”. Grazie a Muriel Barbery e al suo raccontino la narrativa rende omaggio a chi compie un lavoro costante e continuo e punta la luce “sugli invisibili che rendono migliore il mondo”.

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Crockett Johnson “La fiaba di Harold” (Carmelozampa)

“Harold e la matita viola” aveva fatto conoscere il genio creativo dell’americano Crockett Johnson (1906-1975 pseudonimo di David Johnson Leisk) in Italia e ritorna in libreria con “La fiaba di Harold” edito da Carmelozampa, casa editrice indipendente specializzata in picture book e narrativa per bambini e ragazzi. La nuova storia illustrata della popolare serie di Harold tradotta in tutto il mondo con protagonista un bimbetto curioso e intraprendente che si affaccia al mondo tenendo una grande matita viola in mano e disegnando gli scenari delle sue imprese, ha il sapore della fiaba e strizza l’occhio all’avventura. Basta avere lo sguardo curioso e intelligente di un bimbo in pigiama per immaginare un nuovo viaggio, inventare un mondo tanto fantastico quanto possibile e viene fuori tutta la magia di Johnson che con poche parole e altrettanti essenziali tratti di matita tuffa il suo protagonista in esplorazioni e fughe immaginarie che diventano altamente realistiche.

Che succede se una sera Harold lascia il suo lettino per fare una passeggiata in un giardino incantato con la sua matita viola? Johnson costruisce una storia in tempo reale con Harold che disegna ogni esperienza o difficoltà man mano che le incontra durante il suo percorso alla scoperta di cosa nasconde il giardino che appare sprovvisto di tutto. Tocca a lui cercare e costruire vie di accesso, personaggi e nuovi amici. Il giardino diventa quello che attornia un castello con dentro un re triste o forse solo pensieroso. Harold si ingegna per fare felice il re, contrastare una strega perfida e uscire dal castello.

Nato per i lettori più lettori, il libro appartiene a ogni età essendo una sfida creativa che contrasta ogni difficoltà a colpi di immaginazione e inventiva. Harold è un piccolo grande eroe dei nostri giorni che si entusiasma di fronte a una pagina bianca e la riempie di situazioni, dal castello ai fiori, dal topolino alle zanzare, a Johnson basta davvero pochissimo per creare un mondo in cui inserire Harold ma anche tutti i lettori perché il suo protagonista entra e esce dalla scena, sceglie e decide, crea e prosegue tirando il lettore con sè.

LA FIABA DI HAROLD Scritto e illustrato da Crockett Johnson Editore Carmelozampa

Traduzione di Sara Saorin 72 pagine copertina cartonata euro 15,90

 La fiaba di Harold. Ediz. a colori

Laura Imai Messina- Tokyo tutto l’anno- Einaudi

E’stato amore a prima vista quello tra la lingua giapponese e la giovane Laura, un vero e proprio colpo di fulmine che col tempo si è trasformato in un legame intenso e irrinunciabile quando si è trasferita a Tokyo. La capitale del Sol Levante diventa per Laura una scoperta quotidiana e i quartieri le sembrano “rubini di una melagrana, tutti ammassati e separati da una pellicola spugnosa, di contenimento, mentre la buccia non suggerisce per nulla quel che si troverà all’interno”.

Partita da Roma “con un’immensa valigia color ciliegia, una laurea in lettere” e la sorella a scortarla in aeroporto, doveva restare un anno per studiare la lingua in una prestigiosa università di Tokyo ed è lì da quindici anni. Laura si innamora, si sposa e si integra senza commettere l’errore di paragonare Tokyo alla sua Roma. Da alcuni anni racconta il Giappone coi suoi occhi nella pagina FB Giappone mon amour, adesso le dedica un libro “Tokyo tutto l’anno” un viaggio sentimentale nella grande metropoli, scandito dai dodici mesi dell’anno. L’autrice propone una metropoli inedita in cui vivono in armonia passato e futuro, tradizioni e innovazioni e lo racconta nella sua quotidianità che condivide col marito Ryosuke e i due figli Claudio Sosuke e Emilio Kosuke, e sono proprio gli occhi ingenui e curiosi dei piccoli ad aprirle un altro modo di osservare e apprezzare la città.

Laura è sempre più attratta dalla lingua complessa e intricata e dalla letteratura spesso citata nel libro e il suo omaggio a Tokyo diventa un racconto in cui convivono emotività e razionalità legati ai luoghi, ai riti, alle celebrazioni, ai cibi, allo stile di vita, all’educazione dei bambini. Nel libro, meravigliosamente illustrato dalle tavole di Igort, l’autrice propone la Tokyo che non è, fuori dagli stereotipi, e ne emerge una città che custodisce la bellezza in un involucro di grattacieli, una città bambina che cresce e dove “tutto è mescolanza. Nulla è definitivo”. Da gennaio “il mese degli affetti” a dicembre “il mese dei bonzi affaccendati”, l’autrice svela la città ma non è un libro di viaggio, piuttosto un compagno di viaggio che ti porta per mano alla scoperta di luoghi conosciuti e amati e ti trasmette la magia dello stupore e della meraviglia.

Titolo “Tokyo tutto l’anno” Autore Laura Imai Messina Illustratore Igort Editore Einaudi

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Rainer Maria Rilke “Del paesaggio e altri scritti” - Adelphi

Considerato da Musil “Il più grande poeta lirico che abbiano avuto i tedeschi”, Rilke stupisce e incanta con le “Elegie” e i “Sonetti a Orfeo” e non manca di trasmettere nel lettore lo stesso stupore e lo stesso incanto anche con i suoi scritti in prosa, appena pubblicati da Adelphi (Piccola Biblioteca 753) a cura di Giorgio Zampa e con una nota di Marco Rispoli. “Basta volgersi agli scritti in prosa dove con più agio, senza essere travolti dallo splendore imperioso dei versi, si possono incontrare gli elementi della più alta poesia rilkiana” scrive Rispoli e la raccolta mette insieme frammenti di scrittura sulle arti figurative, lettere, riflessioni impastate di elementi lirici.

Da sensibile osservatore con uno sguardo delicato ma profondo sui disagi e tormenti dell’essere umano, Rilke dimostra di possedere questa attitudine anche nella stesura di scritti come “Ricordo”, e se con “La lezione di grammatica” si rifà a ricordi e accenni autobiografici, ne “Il libro dei sogni” o “Un incontro” si concentra sulla visione di paesaggio e cose non come proiezioni dell’essere umano ma autonome. Anche l’idea del possesso e il non considerare la proprietà neanche di un oggetto o di un animale è meravigliosamente espressa in “Gatti”, “i gatti sono dei gatti, semplicemente, e il loro mondo è il mondo dei gatti, da un capo all’altro”. Chiudono gli scritti, in appendice, le Lettere a un giovane pittore.
Rainer Maria Rilke “Del paesaggio” Adelphi  Euro 14,00

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“100 Gianni Rodari” di Gianni Rodari e Illustratori vari Einaudi Ragazzi

Le cento candeline per il compleanno di Gianni Rodari diventano cento storie e filastrocche, ognuna delle quali abbinata un’illustrazione d’autore, e riunite nel pregevole volume “100 Gianni Rodari” edito da Einaudi Ragazzi. La magia narrativa dello scrittore nato a Omegna nel 1920, conquista da sempre i lettori piu’ giovani per la genialità della sua scrittura, il suo saper cogliere emozioni, caratteristiche, sogni, idee, esigenze e sentimenti del mondo dei giovanissimi, e diventando anche per gli adulti un riferimento e una guida per comprendere meglio figli o alunni.

Quasi trecento pagine, a cura di Gaia Stock, che cominciano con “Un bambino al mare” e si concludono con “La domenica mattina”, col criterio dell’ordine alfabetico riferito agli artisti italiani e stranieri che hanno realizzato le illustrazioni. “100 Gianni Rodari” raccoglie il mondo dell’autore, che è stato anche giornalista e maestro di scuola, in altrettante finestre che mettono a fuoco la sua sensibilità e la sua vicinanza verso il mondo dell’infanzia. Le brevi storie e le filastrocche raccontano di bambini, adulti, animali o degli elementi naturali con divertimento e leggerezza ma lasciando ampio spazio alla riflessione.

Dalla piccola Susanna che somiglia a tante bambine, alle bambole dell’omonima filastrocca sull’uguaglianza che dovrebbe regnare tra i piu’ piccoli, a Giovannino Perdigiorno che non perde mai l’allegria, sono tanti i protagonisti che Rodari regala e che danno voce a tanti piccoli lettori che in quelle storie si ritrovano o con quelle storie riacquistano il sorriso. L’autore non manca di omaggiare o ricordare figure entrate nel cuore o nell’immaginazione dei bambini, come lo spaventapasseri, lo spazzacamino, il pittore, la luna e il vento e ancora dedica attenzione ai piccoli amici dei bambini con contributi sui gatti, topi, uccellini. “La fantasia rende liberi” amava ripetere Rodari e lasciare viaggiare la fantasia significa anche usare le parole per divertire, raccontare e far sognare, perché di parole ne abbiamo per comprare, “ma ci servono parole per pensare”!

Titolo Cento Gianni Rodari Autore Gianni Rodari Illustratori Vari Pagine 296 Prezzo euro 20,00

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Nelli e Sabatini assumono la direzione editoriale delle nuove collane di Polillo Editore

A venticinque anni dalla fortunata intuizione di Marco Polillo, Divier Nelli e Mariano Sabatini hanno accettato la proposta della Rusconi Libri di ideare e curare le nuove collane della prestigiosa casa editrice fondata nel 1995: entrambi scrittori, il primo con una formazione prettamente editoriale che lo ha già portato a dirigere in passato i Gialli Rusconi, il secondo più giornalisticamente connotato, noto anche come autore televisivo al fianco di Luciano Rispoli e per aver riportato Elda Lanza alla fortunata pubblicazione dei suoi romanzi con Salani, si occuperanno del marchio con una vocazione alla narrativa di genere crime.

«Con piacere accogliamo la sfida di Maurizio Caimi di contribuire con idee e acquisizioni a un marchio storico di grande raffinatezza, inventato e curato con abnegazione dal suo fondatore. Nel panorama editoriale attuale, Polillo si distingue per l’estrema coerenza, anche grafica, alla mission iniziale e per scelte non commerciali. Ciò non vuol dire che non ci siamo margini per un ponderato rinnovamento», afferma Mariano Sabatini.

«Lavoreremo nel solco di quella che è la tradizione della casa editrice, ma con uno sguardo attento al futuro», aggiunge Divier Nelli.

Fondata a Milano nel 1995, in quasi un quarto di secolo di attività la Polillo Editore è andata conquistando un apprezzamento sempre maggiore da parte dei lettori grazie alle cinque collane con cui finora è stata presente sul mercato.

La più conosciuta è I Bassotti, "piccola biblioteca del giallo da salvare" che propone ai lettori una selezione di quanto di meglio è stato scritto nel periodo d’oro del giallo classico, dal 1910 al 1950, presentando veri e propri piccoli capolavori del genere, spesso opera di autori dimenticati o mai tradotti in Italia. Questa collana ha ormai superato il traguardo del numero 100.

Nella collana I Jeeves sono pubblicati invece in ordine cronologico, con nuove traduzioni e un’elegante veste grafica, tutti i libri dell’umorista inglese P.G. Wodehouse in cui fanno la loro comparsa lo scapestrato gentiluomo Bertie Wooster e il suo impareggiabile maggiordomo Jeeves.

Per info 338.4981123

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“Friedrich lo sguardo infinito” di Sebastiano Vilella (Oblomov edizioni)

 

“Sono un bambino, mai pago dello stupore e della meraviglia che destano in me questi spazi infiniti. I mei passi si inerpicano leggeri sulla pietra antica e silenziosa” e tanta è la voglia di perdersi per “ritrovarsi in questa parte di eternità”, queste parole sono accompagnate dai disegni di un uomo girato di spalle che sale su una montagna per poi arrestarsi in cima ma non sopraffatto dalla stanchezza bensì rapito dal panorama estasiante e unico che lo fa sentire parte della bellezza divina della natura.

Quell’uomo ritratto nel celebre dipinto “Viandante su un mare di nebbia” nel 1818 da Caspar David Friedrich ritorna magnificamente nell’ultimo graphic novel di Sebastiano Vilella “Friedrich Lo sguardo Infinito”, edito da Oblomov. Un racconto disegnato e sceneggiato da Vilella che ripercorre un tratto di vita del grande artista romantico Friedrich e indaga sulla sua arte e sulla sua ricerca artistica in totale immedesimazione con il creato, con gli occhi del detective e anche dell’autore che da quel pittore ha attinto e assimilato la visione del mondo e la considerazione dell’essere umano come testimone del mistero dell’universo.

Vilella omaggia Friedrich con la sensibilità dell’artista e la mano decisa del disegnatore d’esperienza che tratteggia con decisione o leggerezza suggestionando il lettore. Friedrich, nel racconto di Vilella, è colto nel momento di ricerca e di estraniamento dagli obblighi che la sua attività di insegnante d’arte o di marito gli impongono, è un uomo in fuga che cerca nella natura della montagna rifugio, ispirazione e immedesimazione. Cosa insegue Friedrich che gli altri non comprendono? Sulle sue tracce Vilella mette due uomini diversissimi e rappresentanti di due differenti categorie professionali e estrazioni sociali e culturali: un medico amico e seguace artistico di Friedrich, e un ispettore di polizia di Dresda. Un uomo in fuga, Friedrich, senza una colpa o un’accusa plausibile eppure ricercato come un criminale. Vilella mette a confronto lo status dei tre uomini, i loro limiti e le loro ambizioni, le loro esigenze e il loro rapporto con la realtà.

L’artista romantico appare nella sua veste piu’ affascinante e nel suo misterioso esistere pur volendo scomparire per mescolarsi con l’universo. L’indagine si carica di introspezioni e di giochi narrativi che puntano a scavare nelle dinamiche intime e personali dell’animo umano. Entrano in scena superstizioni e timori, ricordi e dolori, natura e soprannaturale e l’autore calca sulle espressioni degli sguardi, si sofferma sui colori e le sfumature dei paesaggi che si fanno personaggi e creando una coralità che fonde natura con esseri umani. Vilella si riconferma un grande maestro e dove si ferma la parola continua il disegno come in una staffetta che ha l’effetto ipnotico di far perdere il lettore nei paesaggi e negli sguardi dei personaggi.

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