20190329_092707.jpg

di Cristina Marra

Intervista a Sarah Savioli autrice del giallo “Gli insospettabili” (Feltrinelli) 

Fanno parte della nostra quotidianità, eppure troppo spesso non li notiamo e ancora più sovente li trascuriamo o li maltrattiamo, eppure loro non mancano di darci affetto o rallegrarci, sono gli animali e le piante che vivono con noi o incontriamo per strada e sono i personaggi chiave del giallo “Gli insospettabili” edito da Feltrinelli di Sarah Savioli, raccontati dall’autrice nel ruolo di testimoni oculari di crimini più o meno gravi e di una realtà sociale come la nostra che non riesce a comunicare e ascoltare. Savioli, al suo esordio narrativo crea un giallo con una protagonista forte e eccentrica, Anna, che per un ematoma al cervello sviluppa la facoltà di comprendere e comunicare col regno animale e vegetale e diventa l’aiutante di un detective privato con la mansione di interrogare cani, gatti, ficus, tartarughe e quanti hanno a che fare con la morte del giovane ex tossico dipendente Armando.

Sarah, il team investigativo de “Gli insospettabili” è formato da Anna, dal detective Cantoni e il socio Tonino più l'alano Otto. Come sono nati i personaggi e come hai scelto gli animali?

“Gli insospettabili” è una storia nata un po’ da sola, frutto di istinto ben più che non di programmazione. Ovviamente questo vale per la prima stesura, poi c’è stato il grande lavoro successivo di sistemazione linguistica e di logiche della narrazione. Ma tutti i personaggi, animali compresi, sono nati così, emersi in maniera inconscia. Mentre scrivevo alla fine mi stupivano quasi, come avessero una loro piena irrequieta indipendenza, una vita propria. Mi alzavo alla mattina e mi chiedevo che cosa avrebbero combinato, poi facevo l’unica cosa che potevo fare: lasciavo la fantasia libera di operare allo stato brado. Rileggendo il libro ora che è passato un po’ di tempo, scorgo ombre del mio passato, eventi o aspetti di me contraddittori e sempre in scontro, però mentre scrivevo ho scelto davvero poco, ho fatto quasi solo l’atto sconsiderato e di fiducia di “lasciar andare” e accettare quello che sarebbe venuto fuori.

Dalla dedica ai personaggi, il tuo romanzo dà voce a chi non può farsi sentire o non è ascoltato?

Fra i miei desideri c’era anche questo. Poi c’è anche un senso sempre rinnovato di incanto di fronte all’inatteso e la gratitudine nei confronti della voglia di spuntare, fiorire e risplendere anche quando tutto sembra opporsi, anche quando il contorno nel quale ci si trova è ostile e ogni segnale sembra portare irrimediabilmente al fallimento.

I ciuffi d’erba e i piccoli fiori che bucano il cemento ed esplodono di colore mi hanno sempre fatto pensare a questo. Sono vivi e, con il loro esistere con la gioiosa fierezza per ciò che sono, portano luce là dove nessuno la credeva qualcosa di possibile.

Anna considera la sua condizione una naturale evoluzione del suo rapporto col mondo. Quanto è importante per te esprimere attraverso la tua protagonista il bisogno di comunicare e ascoltare sempre più raro nella nostra società?

Credo che impegnarci davvero per imparare a comunicare al momento sia la nostra unica speranza. Abbiamo confuso per troppo tempo il fatto di esprimere noi stessi con quello di comunicare con gli altri, chiunque essi siano. La comunicazione, infatti presuppone una predisposizione all’ascolto, un’apertura mentale vera e aperta a visioni diverse del mondo e, perché no, anche a un nostro cambiamento. In realtà spesso invece facciamo monologhi che lanciamo nell’aria come missili terra-aria in difesa di certezze e opinioni che abbiamo deciso di piantare come muri di sbarramento al di là dei quali passa solo ciò che riconosciamo come conforme al nostro pensiero. Quindi parliamo e scriviamo per confermare che siamo forti e monolitici, mentre dovremmo cominciare a comunicare con il coraggio di saperci fragili, caduchi, meravigliosamente mutevoli e tutti incredibilmente vicini.

L’alano Otto di Cantoni e il gatto Banzai di Anna, possiamo considerarli gli investigatori del quotidiano degli esseri umani?

È senza dubbio un’ottima definizione per loro. I due su questa linea hanno approcci completamente differenti.

Il buon Otto, da cane gentile e fidatissimo, guarda con benevolenza gli umani e accoglie il loro essere frastagliati e disastrati accompagnandoli senza giudicarli mai, così come si fa con gli amici più cari.

Banzai è invece un gatto e osserva gli umani con fare più curiosamente scientifico e sperimentale, con la tenerezza dovuta alla nostra semplicità, così come si fa… con i propri animaletti domestici.

savioli x Notiziario.jpg

Atlante delle sirene- mappe e Storie di incantatrici del mare- di Anna Claybourne e Miren Asiain Lora- Magazzini Salani


Le chiamano le incantatrici del mare “creature degli abissi, magiche e ipnotiche, che hanno una storia millenaria e in ogni paese e ogni cultura ci sono racconti che ne parlano”, sono le Sirene. Incantano, attirano, nuotano e si nascondono e sono le protagoniste di storie affascinanti e terrificanti tutte raccolte nel suggestivo “Atlante delle sirene” di Magazzini Salani scritto da Anna Clay Bourne e illustrato da Miren Asiain Lora che propone mappe e racconti sulle sirene, mutevoli nell’indole e nelle sembianze, magiche e potenti “alcune sono decisamente pericolose”, altre controllano i venti e le maree salvano i marinai o regalano pesci.

Europa, Africa, Asia, Oceania, Nord e Sud America sono terre di sirene e il libro racconta le loro storie di creature marine che a volte lambiscono le spiagge o arrivano sulla terra ferma prendendo sembianze umane. Storie e illustrazioni ricreano le atmosfere dei fondali dove queste creature mitologiche e magiche che incantano i marinai e piacciono ai bambini entrano in narrazioni senza tempo, in credenze millenarie. Il libro ripercorre le storie con itinerari geografici abbinati alle sirene e ai loro simili e troviamo i Finfolk che allevano balene, la Melusine che è per metà donna e per metà fata, i Nommo, le sirene dello spazio o le Jiaoren, le sirene tessitrici gentili e amichevoli.

Non mancano le curiosità con doppie pagine che con parole e disegni svelano i poteri magici, gli avvistamenti o altre creature scambiate per sirene. Il libro è un’immersione in mare alla scoperta di uno dei suoi tanti segreti, ma è anche un’emersione in superficie per scoprire se le sirene sono sulla terra senza farsi scoprire.

Titolo L’Atlante delle sirene Autori di Anna Claybourne e Miren Asiain Lora Editore Magazzini Salani Euro 14,90

 atlante delle sirene.jpg

“Gli zoccoli delle castagne” (Read Red Road) Di Barbara Ferraro illustrato da Sonia Maria Luce Possentini

Raccontare per non dimenticare e per tramandare memorie e storie di persone e luoghi del cuore, questo l’obiettivo di Barbara Ferraro autrice del bellissimo romanzo per ragazzi illustrato da Sonia Maria Luce Possentini.
Un racconto delle radici ma anche del lavoro, del sudore di chi ci ha preceduti ed è stato legato alla terra di appartenenza da sentimenti di amore ma anche di rispetto e riconoscenza e che vissuto facendo sacrifici.

La terra raccontata da Ferraro è la Calabria degli anni Trenta vista con gli occhi di una bambina .“Bambine come mia nonna hanno diritto a essere ricordate” afferma l’autrice e la sua protagonista è Lina, undicenne e figlia maggiore di una famiglia numerosa, è lei che ha il compito di occuparsi della casa insieme alla mamma e di accudire i fratellini. Vive in una casa di pietra e terra, in cui l’odore dell’umidità è compagna costante, così come il sapore di focolare e fiamme che si deposita sul cibo. La quotidianità della bambina è segnata dai doveri e dalle responsabilità, ma anche da momenti di gioco.

Con l’arrivo di ottobre, come ogni anno, gli uomini, le donne e i bambini più grandi si mettono in cammino per raggiungere i boschi e dare il via alla raccolta delle castagne. Un lavoro duro, malpagato, portato avanti in condizioni precarie per oltre un mese. Lina è affaticata e la nostalgia di casa è forte. Il giorno del ritorno la sua gioia è palpabile. Finalmente potrà indossare le scarpe della festa e tornare a essere una ragazzina.
La storia vera di Lina può essere quella di molti bambini che non vivono mai l’infanzia e sono sfruttati e chiamati a lavorare in condizioni terribili in tante parti del mondo. Le due autrici con parole e acquarelli entrano nel personaggio, fanno venire fuori i sentimenti, i desideri e anche le privazioni di una bambina alla ricerca della libertà e con tanta voglia di diventare grande.

Barbara Ferraro è libraia de Il Giardino Incartato, libreria indipendente di Roma. Fondatrice e curatrice del blog dedicato alla letteratura per l’infanzia AtlantideKids, collabora con diverse riviste di settore. Di formazione filologa, è esperta di fiabe, racconti, leggende popolari. Dopo la laurea in Lingue e letterature straniere ha lavorato presso la Fondazione Roberto Rossellini indagando il rapporto tra parola e immagine. Calabrese, vive a Roma con la sua famiglia. Ha pubblicato per Edizioni Corsare “Grilli e rane” (2019); per Bacchilega Junior “Blu di Barba” (2017) e “A Colori” (2018), che si è aggiudicato il premio Microeditoria di qualità.

Sonia Maria Luce Possentini è pittrice e illustratrice. Nata a Canossa (RE) si è laureata in Storia dell’Arte e all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ha ottenuto borse di studio da Fondazione Magnani Rocca di Mamiano (PR) ed Olands Grafiska Skola. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in Italia e all’estero, tra cui il Silver Award al concorso Illustration Competition West 49 Los Angeles-America. Nel 2011 il suo libro “Un bambino” (Kite) è stato selezionato da IBBY Italia per la mostra di Bratislava. Nel 2012 è stata testimonial del progetto Città Invisibili nell’ambito della Biennale di Letteratura e Cultura per l’Infanzia della Regione Veneto.

Nel 2014 ha vinto il Primo Premio Pippi con “L’alfabeto dei sentimenti” (Fatatrac). Nel 2014 vince il Primo Premio Città di Bitritto. Nel 2014 il suo libro “Noi” (Bacchilega), selezionato da Ibby per Outstanding Books for Young People with Disabilities.
Nel 2014 e 2016 è presente nel prestigioso catalogo White Ravens (Germania) con “L’Alfabeto dei sentimenti” (Janna Cairoli- Fatarac) e “Il Pinguino senza frac” (Silvio D’Arzo-corsiero editore). Nel 2015 vince il Premio Rodari. Nel 2016 il primo premio d’illustrazione per la letteratura ragazzi di Cento (FE). Nel 2017 riceve il premio Andersen come miglior illustratore. Nel 2018 riceve il Premio MAM Maestri d’Arte e di Mestiere, conferito dalla Fondazione Cologni e ALMA presso la Triennale di Milano. Nel 2019 è tra i dieci selezionati al Silent Book Contest, concorso internazionale dedicato ai Silent Book, il suo libro “Il tesoro di Nina” finalista, verrà stampato in occasione della fiera di Bologna 2020.

READ RED ROAD Se leggi fai strada Dal 2015 libreria con sede a Roma. Dal 2018 anche casa editrice dallo sguardo internazionale

Gli zoccoli delle castagne Testo: Barbara Ferraro Illustrazioni: Sonia Maria Luce Possentini
62 pagine Copertina cartonata, Formato: 19 x 23 cm ISBN: 9788894444384
Euro 14,00 Età: 11 + In libreria dal 21 maggio

Gli zoccoli delle castagne_copertina (2).jpg

I giardini parlano, sussurrano storie, svelano segreti e custodiscono misteri che hanno radici profonde e antiche, il segreto è saperli ascoltare, volerli osservare con gli occhi della curiosità e dello stupore, saperne percepire i profumi più nascosti per regalarsi momenti di felicità ma anche di riflessione che riportano alla storia dell’uomo, alle sue conquiste e alle sue sconfitte e anche al suo legame con la natura e la madre terra. Del suo giardino selvatico nella valle di Jezreel in Israele si occupa personalmente Meir Shalev e lo racconta in un libro scritto con le palpitazioni di un cuore innamorato e le mani di chi se ne prende cura quotidianamente e gioisce per ogni fioritura o piange per la fine di un albero o una pianta.

Meir Shalev inizia il racconto de “Il mio giardino selvatico “( Bompiani, tradotto da Elena Loewenthal) dalla sua casa in mezzo al giardino selvatico, primitivo e antico, e narra impressioni, sensazioni e riflessioni sul suo appezzamento di terreno stracolmo di piante e alberi. Nel giardino la fanno da padroni il ciclamino e la scilla marittima, ma anche lillà, rose, l’albero dei rosari, querce, mirti locali e ancora insetti, rettili, un piccolo grande microcosmo in movimento e in evoluzione che Meir Shalev, editorialista di un noto quotidiano israeliano e vincitore di prestigiosi premi letterari, apre ai lettori raccontandolo come fosse un diario intenso come sanno essere i profumi di fiori e frutti, erbe aromatiche o arbusti. Piante, alberi e animali che abitano il giardino in Terra Santa diventano personaggi come la lucertola di vetro, la raganella, la lucciola, sempre più rare da incontrare o le api operaie, le formiche instancabili, gli istrici i ragni o i ricci. Il giardino diventa fonte inesauribile di ricordi, aneddoti, spiegazioni di botanica o zoologia.

“Un giardino spontaneo regala al suo proprietario non solo cose interessanti, conoscenze, piacere e soddisfazione, ma anche momenti di autentica felicità” e Shalev si lascia andare ai ricordi e il suo giardino diventa un palcoscenico in cui recitano una parte anche gli utensili e gli arnesi del giardiniere come la carriola che si porta come una bicicletta e si riempie di parti del giardino “terra, sassi, legna da ardere, secchi di concime, erba matta estirpata” e che conserva un grande fascino perché non è stata modificata negli anni ma solo leggermente perfezionata. Sul palcoscenico letterario di Shalev si esibiscono e sfilano fiori e piante tipiche della Terra Santa ma il protagonista è il papavero, scelto anche per la copertina ( i disegni di copertina e delle immagini sono di Rafaella Shir, sorella di Shalev) perché è il fiore preferito dall’autore per il suo essere “simbolo di giovani eroi che hanno dato il loro sangue da quelli della mitologia greca fino alle vittime di guerra della nostra era”.

Un giardino è anche musica e canto come quello prodotto dalle api che Shalev ascolta sotto la quercia ma è anche luogo di incontri improvvisi e teneri come quelli con tartarughe e pettirossi, ma in un giardino possono esserci anche tragiche fini e si custodiscono tombe, ciclicamente si susseguono morti di alberi, di piante decidue, ma sotto il ramno, vicino al giglio e alla verbena riposa anche “l’indiscusso dominatore del giardino” quando era in vita, il gatto Kramer. Se le sue zampette perlustravano in lungo e largo, di notte e di giorno il suo regno, adesso sono i piedi nudi di Shalev a continuare a calpestarlo contento e soddisfatto delle “informazioni che la pianta del piede capta dalla terra”. Comprendere e ascoltare il suo giardino diventa anche saperlo leggere e ricordare o abbinare momenti a opere di scrittori e artisti come Jean Giono, Kenneth Grahane, Handel, Gutman o alle poesie del padre. Il libro è un canto d’amore e non a caso inizia e si conclude con la celebrazione di un albero di limone custode dell’intero giardino e della sua storia e simbolo del futuro.

 

T.S. Eliot “Il libro dei gatti tuttofare” (Bompiani)

Nel 2019 ha compiuto ottant’anni “Il libro dei gatti tuttofare” di T.S. Eliot da cui è stato tratto il fortunato musical “Cats” che per oltre venti anni è andato in scena a Londra e nel 2019 è arrivato sul grande schermo con il film diretto da Tom Hooper. Il libro è una raccolta di poesie, di ritratti felini che il premio Nobel per la letteratura dedica ai gatti e alle loro molteplici abilità e capacità. Le poesie sono originali, ironiche, argute e a volte sfuggenti come i loro protagonisti. Con le illustrazioni di Edward Gorey e la traduzione di Roberto Sanesi e con testo inglese a fronte, l’edizione Bompiani ha la prefazione di Emilio Tadini e contiene anche la poesia “Rapsodia su una notte di vento”. La raccolta, come sostiene Tadini, è dedicata ai nomi dei gatti, ma non ai nomi che noi umani diamo loro bensì ai nomi nascosti e misteriosi come i gatti stessi che li portano, perché quei nomi altro non sono se non la loro vera identità e “il nome si mostra nascondendosi nel gatto”. Quindi, il gatto rivela il suo nome mostrando se stesso e lo fa soprattutto quando sembra di meditare. Da questi concetti che scaturiscono dalla prima poesia si procede con una carrellata di altri poemi che raccontano storie di gatti dai nomi estrosi mirabilmente tradotte da Roberto Senesi che in questa edizione apporta modifiche alle sue precedenti traduzioni delle poesie, “ mi sono attenuto in questo caso a una maggiore rispondenza al testo inglese…come in ogni traduzione, fra il gatto che pensa (l’originale) e il gatto pensato cade un’ombra: del nome, della parola”. Con il gatto bucaniere, Tiremmolla il gatto strano, il vecchio Deuteronomio, Brunero il gatto del mistero, Gass il guardiano del teatro, il poeta mette in scena diverse personalità di gatti, differenti identità che potrebbero racchiuderne una soltanto e sembra giocare con le parole come farebbe un gatto con un gomitolo. Del resto, è sempre il gatto a decidere con cosa e fino a quando giocare.

9839136.jpg

„00 Gatto“ di Kerstin Fielstedde (Emons)

Hanno licenza di graffiare e sono agenti segreti, randagi informatori o semplici micetti raffreddati, eppure messi insieme sono capaci di sgominare piani diabolici o proteggere animali in pericolo, sono i protagonisti felini di „oo gatto“ il primo romanzo della serialità „i cats“ dell’autrice tedesca Kerstin Fielstedde. Già al secondo episodio in Germania, è diventata un caso editoriale per l’originalità della sua scrittura che riesce a interpretare e a dare voce ai nostri amati piccoli felini domestici: i gatti. Tradotto da Letizia Galletti con illustrazioni di Lilla Varhelyi e della stessa scrittrice, il romanzo fa l’occhiolino nel titolo al ben noto agete segreto creato da Fleming da cui i personaggi traggono intraprendenza, tenacia, coraggio e un po' di sana incoscienza, e le loro missioni non hanno nulla da invidiare a quelle del collega umano britannico, perché si occupano di abusi e scandali edilizi, traffici illeciti, sperimentazioni di armi. „00 Gatto“ è un thriller che sfocia nella spy story e inizia con la scompaarsa di Indy, la Main Coon abile e carismatica che insieme al giovane fratello Ian forma la squadra degli i cats supportata da altri animali speciali, un cane, un passero, un ratto che, seppure „ avrebbero una gran voglia di mangiarsi l’un l’altro, sono professionisti che collaborano insieme eccellentemente restando uniti“.

L’autrice inserisce nella trama investigativa temi scottanti e la sua ricetta narrativa è composta da personaggi bene definiti, forti e incisivi che, a quattro zampe, pelosi o piumati diventano detective credibili e intriganti. Ogni personaggio è definito anche nella sua psicologia e alla conclusione della storia rimangono ancora tante domande legate a situazioni aperte che rimandano alla prossima indagine avventurosa.

00-gatto cover.jpg

“Q.B.” di Matteo Colombo (Unicopli)

Q.B. è la dose senza una indicazione precisa sulla quantità esatta dell’ingrediente da usare, ma quel quanto basta può diventare “un pizzico” segreto o quantomeno quello che, se ben dosato, fa la differenza di gusto in una pietanza, dando la libertà al cuoco di decidere. Ma Q.B. può anche essere altro e trasformarsi in un menu-giallo con delitti che elimina cuochi di fama come se scegliesse le portate in una carta al ristorante e ce lo racconta brillantemente Matteo Colombo che, dietro quelle due lettere puntate, nasconde le iniziali di un nome, Quinto Botero, chef stellato e detective per autodifesa. Numero uno della collana editing free “La porta dei dèmoni” di edizioni Unicopli diretta dal geniale Flavio Santi, il romanzo è una originale indagine sociale attraverso il mondo, le suggestioni e ritualità della cucina, in cui le vittime, i sospettati, gli investigatori diventano ingredienti letterari di un menu narrativo che ruota intorno al crimine. La cucina, nella penna di Colombo, che come un cuoco esperto, dosa bene tutto e cuoce al punto giusto, diventa vittima, carnefice e giustiziere. Morte e creazione culinaria si intrecciano in una trama ben congegnata e mai banale in cui si muovono un serial killer, il cuoco-detective, un commissario di polizia e lo sguardo-specchio di una delle vittime che segue le indagini. Ambientato alle porte del Natale, il giallo è una eccellente prova narrativa per l’esordiente Colombo che inserisce indizi piu’ o meno celati che omaggiano i grandi autori del genere, tra tutti Agatha Christie.

Q.B. copertina.jpg

 

Intervista a Letizia Triches autrice di “Delitto a Villa Fedora” (Newton Compton)

Letizia Triches ritorna in libreria e lascia il segno per l’eleganza della sua scrittura e la trama poliziesca che mescola con maestria elementi del giallo classico con il noir psicologico. Con “Delitto a Villa Fedora” inizia una nuova serialità con il commissario Chantal Chiusano dedicata alla città di Roma.

Chantal è stata la coprotagonista di “Verde napoletano”, il tuo primo romanzo, ha fatto una comparsata in “I delitti della Laguna” e adesso è protagonista di una serie a lei dedicata. Quanto questo personaggio ti sta addosso e perché lo hai scelto per farne la protagonista della tua serialità romana? Quando raccontavo di Giuliano Neri, trattandosi di un personaggio maschile, io ero collocata all’esterno. Ed era proprio quello che mi intrigava. Da sempre subisco il fascino di una mente che ragiona e si muove in modo differente dal mio. Volevo perlustrare la psiche di Giuliano, scoprirne gli angoli nascosti e meno scontati. Era una vera sfida. Con Chantal Chiusano funziona in una maniera diversa. Sono simultaneamente dentro e fuori di lei. È una donna come me e, quindi, posso comprenderne ogni moto dell’anima, però non mi assomiglia. Anche se le ho donato alcuni tratti del mio carattere, Chantal continua a sorprendermi, rivelandomi ogni volta qualcosa che mi era sfuggito. Con lei, ho la sensazione di prendere parte a una speciale caccia al tesoro. Una sensazione che mi ha fatto provare sin dal primo romanzo, lasciandomi la strana sensazione che sia lei a condurre il gioco.

Ischitana ma perfettamente a suo agio a Roma, Chantal si adatta a ogni città. È il suo percorrere le strade a piedi a farla entrare nel mood della città? Roma le ricorda in qualche modo la sua Napoli? Da quando la morte le ha sottratto l’amore della sua vita, Chantal è diventata una donna senza fissa dimora. Alla ricerca di un elemento che le sfugge, un enigma irrisolto, con il quale dovrà confrontarsi. Il nodo di tutto è legato a Roma ed è qui che si trasferisce, alla ricerca di una verità ancora da svelare. Tuttavia, passeggiando per la Città Eterna e perdendosi nelle strade meno conosciute e defilate, rispetto a quelle percorse ogni giorno dalla massa dei turisti, avverte nell’atmosfera che la circonda qualcosa di familiare. Qualcosa che le impedirà di fuggire altrove e che la costringerà a restare.

fotoletcris2.jpg

Hai creato una squadra investigativa. Se col procuratore Massa Chantal condivide la passione per l’arte, con l’ispettore Ferri che rapporto c’è? L’ispettore Ettore Ferri è davvero il suo braccio destro. Eppure non si potrebbero immaginare due persone più diverse. Nulla li accomuna. Ma, contrariamente a qualsiasi previsione, tra i due scatta una sorta di empatia difficile da definire. Non ha nulla a che vedere con alcun tipo di attrazione fisica o mentale, ma li rende una squadra perfetta e affiatata. Nel loro rapporto c’è stima, rispetto, desiderio di proteggersi a vicenda, senso di gratificazione.

Come in un quadro anche sul set cinematografico luci e ombre possono creare un tranello? Cinema e pittura, matrimonio perfetto. La “settima arte” deve moltissimo alla pittura. In un film c’è anche teatro, musica, arti visive Mi vengono in mente film come Barry Lyndon di Stanley Kubrick, Il Decameron di Pier Paolo Pasolini, Il Casanova di Federico Fellini. Per non parlare del grande Luchino Visconti. In queste opere i riferimenti a dipinti famosi sono continui ed evidenti. La realtà rappresentata, sia pure attraverso un’interpretazione artistica, non può prescindere dal suo lato oscuro. Sta a noi individuarlo per non cadere nella trappola di non riuscire a distinguere il bene dal male, strettamente connessi anche dentro di noi.

Dopo la serie del restauratore Neri con Chantal Chiusano dalla vittima a Maria ad Adelaide sono tantissimi i personaggi femminili invece tra quelli maschili emergono quello di Alberto e del giovane Matteo. Ti diverte di più’ raccontare un personaggio maschile o uno femminile? Non saprei fare una distinzione di interesse tra maschile e femminile, perché per me ogni personaggio, a mano a mano che la storia procede, assume una consistenza tale da apparirmi quasi in carne e ossa. Mi interrogo su di lui. Chi è? Da dove viene? Qual era il suo passato? Di sicuro è questa la parte più divertente del mio lavoro, perché do libero sfogo alla mia immaginazione. Alla fine i miei personaggi sono un mix che comprende persone realmente conosciute, persone rubate o semplicemente sognate.

Gli anni Novanta sono il periodo in cui ambienti la storia. Come procedono il tuo metodo di ricerca e la tua ricostruzione storica? Prima di scrivere gialli, professionalmente sono nata come storico dell’arte e la ricerca storica è pane per i miei denti. Conosco perfettamente le modalità operative per procedere a una ricostruzione che sia il più possibile attendibile. Mi dedico di persona alle ricerche perché mi piace. Non potrei mai delegarle a qualcun altro. Esamino libri, riviste, foto, giornali d’epoca. Uso molto internet, ma faccio anche molti sopralluoghi. Amo pensare che un lettore attento possa apprezzare una simile ricostruzione.

Dalla Villa- Castello alle case più semplici e a quella di Chantal. Le case diventano specchio dei tuoi personaggi? In questo romanzo le case in cui abitano i vari personaggi hanno un ruolo molto importante. A partire da Villa Fedora. Il suo vecchio proprietario, il famoso scenografo Alberto Fusco, l’aveva trasformata in una sorta di alter ego. Cito testualmente: “Come se le sue sembianze si fossero dissolte in infinite particelle da rintracciare, una per una, in tutto quello che la casa contiene. Come se ogni cosa fosse il suo riflesso”. Il ruolo delle altre abitazioni, invece, è quello di influenzare, a volte di condizionare, le scelte e i comportamenti di coloro che ci vivono.

Solitudine e famiglia. Possiamo dire che il romanzo ruota intorno a questi due opposti? Ho voluto raccontare la storia della famiglia Fusco in un arco temporale piuttosto lungo, mettendo a fuoco, però, soltanto gli eventi drammatici accaduti nell’autunno del 1992 e nel dicembre del 1974. All’apparenza sembrerebbe una famiglia molto unita, non fosse altro che per il comune interesse professionale legato al mondo del cinema. Esiste persino una sorta di inquietante omertà che lega tutti i componenti del nucleo familiare. Tuttavia, ben presto, Chantal Chiusano si accorge che in quel copione qualcosa non torna, come se ciascuno fosse obbligato a recitare la propria parte in completa solitudine.

Oltre la musica anche il cinema influenza la tua scrittura. Quali pellicole in particolare ti hanno ispirato questa storia?

Il mio sconfinato amore per il cinema ha radici antiche. Risale a quando ero poco più di una bambina e mi appassionavo ai rari film, ovviamente in bianco e nero, che trasmettevano Rai 1 e Rai 2. Tra tutti i registi prediligevo Billy Wilder. In seguito il mio mito ˗ lo è tuttora ˗ è diventato Alfred Hitchcock, “lo sguardo che spia”. Potrei elencare una serie infinita di motivi di questa mia dipendenza, ma ne citerò soltanto uno. Il massimo della suspense non si ottiene facendo vedere, o descrivendo nei dettagli, le scene più violente e raccapriccianti. Bisogna che sia il lettore/spettatore a immaginare di assistervi. Non esiste nulla che, più della nostra immaginazione, possa scatenare il senso di ansia e curiosità che ci incolla letteralmente alla storia.

Guarda i video suIl Notiziario si YoutubeSeguici su  logo facebook-piccolo logo twitter 
Condividi il "Notiziario" pubblica gli articoli sul tuo profilo 

Eolie siti utili isoleolie.it - vacanzeeolie.it 
alberghieolie.com - eolianinelmondo.com 
eolieintouch.it - casevacanza.isole-eolie.com

siremar720x210.jpg