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di Carlo D'Arrigo*

Venticinque anni fa mancava De Andrè, l’artista dell’Amore Perduto

Gennaio 2024, in tutta Italia si festeggia Fabrizio De Andrè il “genio musicale rivoluzionario”. Le iniziative che si alternano in questo periodo sono, chiaramente, manifestazioni musicale e ricordano le sue tante poesie musicate. Un genere non facile da apprezzare, le sue ballate erano cupe, tristi, e si rivolgevano agli ultimi, agli emarginati e agli underdog. De André era il cantore degli sconfitti, il poeta che in “direzione ostinata e contraria” ha dedicato molti dei suoi testi a detenuti, tossicodipendenti e immigrati.

Cantautore cerebrale, sicuramente raffinato, apparentemente di sinistra ma, in vero, di uno stile di vita anarchico da potersi definire simpatico e onesto. Le sue canzoni invocano una continua ricerca di libertà, qualcosa che gli manca nonostante la famiglia che lo aiuta amorevolmente. Le sue canzoni sono più attente alle parole, che rispecchiano la vita che lo circonda, che non alla musica per la quale si affida tanto ai suoi colleghi musicisti. Lui amava dire “dò più valore alle parole, mi trovo meglio a scrivere che a comporre, sono più paroliere che musicista. La musica per me è un tram col quale portare in giro le parole”. Questa dichiarazione di Fabrizio De André evidenzia la centralità dei suoi testi che, considerati veri proclami e poesie sono diventati, persino, oggetto di studio.

Ma nonostante il suo infinito amore per la vita, che lo fa sentire a contatto con gli altri e con il mondo che lo circonda, la “mancanza” spirituale cresce e lo fa sentire solo. E’ l’undici gennaio del 1999 quando si suicida, dopo che gli viene diagnosticato un carcinoma polmonare. Sebbene sulla veridicità del suicidio ci siano sempre state dicerie e incertezze, ancor oggi rimane la tesi più accreditata. De André ha inciso quattordici album in studio oltre a diverse canzoni in singolo. Ha lavorato con altri artisti di grande calibro come Gino Paoli, Bruno Lauzi e Luigi Tenco tutti esponenti del rinnovamento della musica italiana degli anni che vanno dal 1970 agli novanta.

Proprio a Messina giovedì 11 gennaio si è tenuto un concerto in suo onore al Teatro Annibale di Francia dove Tastieristi e Chitarristi di valore (tra cui il Maestro Massimo D’Arrigo, figlio dello scrivente) hanno rievocato le canzoni di De Andrè. Un Teatro pieno e due ore magiche che hanno fatto rivivere il pathos di un cantautore innamorato di una vita che non ha vissuto come voleva Lui.

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*Già docente di Fisica Acustica – Univ. di Messina

NOTIZIARIOEOLIE.IT

2 MARZO 2022

L’intervista del Notiziario al prof. Carlo D’Arrigo, la scienza del silenzio

Hotel Raya

 

Tre gennaio 1954, in Italia nasce la TV

Già presente in America e in altri Paesi europei, come l’Inghilterra e la Germania, il tre gennaio 1954 anche in Italia arriva la Televisione. Per un lungo periodo gli osservatori profetizzano un rapido declino della radio, ma questo declino non c’è mai stato. Fra la radio e la televisione si stabilisce una vera e propria divisione dei compiti. La TV diventa il mezzo di informazione e intrattenimento delle ore serali intorno al quale si riunisce la famiglia, la radio diverrà compagna dell’ascoltatore nei vari momenti della giornata, a casa, in auto e sul lavoro. Non è facile catalogare le immagini e i ricordi che la televisione evoca.

La televisione vive in diretta, non ha un passato da mettere in ordine, ogni notizia e ogni immagine è consumata nel momento in cui va in onda. La televisione acquista subito un valore emancipativo e culturale per l’Italia di allora che usciva dal periodo buio della seconda guerra e che necessitava di verità e conoscenza. Anche la pubblicità, lo spettacolo leggero e la musica sono chiamati a sperimentare un nuovo approccio comunicativo. Nascono programmi come “Arrivi e Partenze”, “Lascia o Raddoppia”, condotti da Mike Buongiorno appena tornato dall’America e con addosso un’esperienza televisiva acquisita oltre oceano. “Un Due e Tre” con Tognazzi e Vianello, “l’Oggetto Misterioso” con Silvio Noto.

Tutti programmi che, oggi, sarebbero definiti nazional-popolari ma che allora, evocando un semplice sorriso, riunivano gli Italiani da nord a sud. Arriveranno Dada Umpa con Alice ed Ellen Kessler e il “Musichiere” di Mario Riva farà sorridere tutti i sabati grandi e piccini, promettendo nel cartellone di chiusura che “Il Musichiere tornerà a voi sabato prossimo”. Il pomeriggio è del professor Cutolo che, con dolcezza, insegnerà a tutti gli spettatori la stessa lingua: quella italiana. Il Festival di Sanremo va in diretta e nascono i primi idoli della sera. Modugno da “Volare” passa al cinema e anche dal grande schermo riuscirà a strappare qualche lacrima. Rita Pavone insegna che si può cantare anche urlando, con grande soddisfazione dei giovani di allora e tanta nostalgia degli attempati di oggi. Il vento degli anni ’60 investirà poi come un ciclone la nostra estate avvalendosi della televisione per fissare date, immagini e amori appena nati.

Nel 1975, grazie a una sentenza della Corte Costituzionale, la TV e la Radio di Stato non hanno più il monopolio delle trasmissioni. Si fanno avanti i privati e, con logica commerciale e sulla scorta di quanto avveniva in altri Paesi, si fa battaglia per recuperare più audience possibile. Oggi la Radio e la Televisione, coadiuvati dai nuovi strumenti informatici digitali e dal nuovo mezzo diffonditrice a fibra ottica, permettono di riunire tutte le Razze Umane e i popoli della Terra in un solo villaggio.

 

 

Per l'Are di Pino Orto pronto un nuovo collegamento con il Colonello Walter Villadei legate alle missioni spaziali della “Iss”.

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Inizio anno “stellare” per gli alunni dell’Istituto comprensivo “Anna Rita Sidoti” di Gioiosa Marea che, a gennaio, entreranno in collegamento radio con la ISS nell’ambito del programma “Ariss”.
 
Il Collegamento in diretta Radio, è organizzato e gestito dall'ARE Associazione Radiomatori Eoliani, avrà la durata di circa 7-8 minuti, 20 studenti della Secondaria di primo grado avranno la possibilità di rivolgere in diretta le loro domande al Col. Walter Villadei legate alle missioni spaziali della “Iss”.
 

 

 

 

“Notizie false”, in inglese Fake news, è un’espressione per definire articoli, scritti o parlati, che diffondono informazioni non vere. La creazione di Notizie false può avere lo scopo di aumentare la visione di una pagina web, attirando l’attenzione con titoli che stimolano curiosità al fine di veicolare messaggi pubblicitari. E ancora le Notizie false possono essere utilizzate per “indirizzare” l’opinione pubblica su temi di attualità, come la pandemia o il voto politico. Oppure per diffamare concorrenti o oppositori in modo da migliorare la propria immagine. Le fake news non sono sempre totalmente false, a volte possono essere semplicemente imprecise.

Diceva Andreotti, politico attento ai fatti sociali, “Per dire una perfetta bugia devi raccontare tante mezze verità”. E non si pensi che la disinformazione sia nata con Internet, semmai la Rete ha fatto da megafono all’imbroglio dei media. Dal 1924 e fino alla caduta del fascismo del 25 luglio 1943, l’Agenzia Stefani (oggi Ansa) è stato l’organo giornalistico ufficiale del regime. Il suo compito era solo ed esclusivamente eseguire gli ordini di stampa, detti anche "disposizioni" o “veline”, volute dal Regime fascista. Le “veline”, diffuse con rapidità a tutte le Testate, riportavano ciò che doveva essere pubblicato e ciò che doveva essere ignorato. Ricordiamo poi la “Guerra delle Onde” che si instaurò durante il secondo conflitto per il grande utilizzo della radio. In quell’occasione il regime mise in campo speaker dal piglio retorico per diffondere il credo vittorioso del regime.

Al contrario la credibilità della radio di Stato (l’Eiar) venne minata dagli Speaker delle Stazioni avversarie, come furono Radio Londra e le Emittenti partigiane. Anzi, la nascita di stazioni clandestine segnò la fine della dittatura e il ritorno alla libertà. La pandemia del coronavirus è stata utilizzata come motivo per bloccare l’accesso alle fonti indipendenti di informazione dando forte amplificazione ai virologi di stato e negando la pluralità di specialisti che avevano già risolto tanti casi della “pericolosa” patologia. Anche questa è stata Fake news, ma la “massa” non l’ha capito. Ad esempio, inserire un titolo eclatante che non corrisponde al contenuto è una fake news perché si instilla un ragionamento ingannevole.

E ciò accade spesso anche nelle testate giornalistiche più blasonate. La bufala, invece, non si riferisce ad un fatto reale e non ha riscontro nella realtà. Una di queste riguarda i cambiamenti climatici che non dipendono dalle attività antropiche ma, poteri forti e seguaci ignoranti, diffondono sciocchezze totalmente inventate e utili solo a fini economici. Ci salveremo mai dalle Fake? No, saremo presi sempre in giro da chi ci governa fin quando non saremo capaci di interpretare, con il dubbio e l’intelligenza, ciò che ascoltiamo e leggiamo.

È in corso una guerra delle parole per cambiare le coscienze e le tradizioni, dove lo strumento per sradicare le radici non è più la violenza ma il linguaggio. Infatti un segno dei poteri totalitari è la parola. L’imposizione di certe parole e la censura di certi termini non riguarda solo il “recente passato”, ma è attuale. Non nominare la parola “Natale” ! e perché? Io sono nato con il Natale, da piccolo aspettavo il Natale. Dai primi di dicembre in poi mia mamma nominava il Natale tutti i giorni. Parlava del Bambinello, di allegria e di tutte quelle piccole e grandi cose che solo a Natale si fanno.

Natale è un'occasione unica per insegnare il senso dell'attesa, dell’amore e dei doni. Natale è tempo di affettività, di calore familiare e tradizioni. La sinistra “democratica” conforta le Eurofollie del “politicamente corretto” sposando una politica che mira alla destrutturazione dell’identità, della storia e dell’appartenenza culturale e religiosa. Il globalismo ha sostituito l’Internazionale Comunista, e la sinistra vede come nemici da combattere le credenze, i valori e le abitudini dei popoli e delle persone. In nome di questa ideologia, sostengono l’immigrazione incontrollata di massa, l’ideologia gender, le crociate contro la famiglia e le identità nazionali e religiose. Ma davvero qualcuno può sentirsi offeso dal Natale?

Il Natale è una festa di pace e di speranza. Nessuno può sentirsi offeso dall’idea di un bambino che nasce in povertà col fine di aiutare l’umanità, nemmeno chi segue altre religioni. Per venire incontro alle altre culture sacrifichiamo la nostra rinunciando al Natale? ma poi un Pubblico Ministero viene a dirci che se sei islamico puoi maltrattare la moglie.

Ci riempiamo la bocca di lotta contro la violenza sulle donne ma poi, se a compierla è uno straniero, quegli stessi predicatori dell’antiviolenza improvvisamente tacciono. È la doppia morale di un mondo al contrario. La notte del 24 dicembre sarò con i miei cari a festeggiare quella festa che, per tanti, non è. Chissà che non venga anche Babbo Natale. Auguri, il Natale vien per tutti.

 

12 dicembre 1901, una S da Poldhu a Terranova

Agli albori dell’invenzione della radio, nel 1893, Guglielmo Marconi pensava che i suoi tentativi fossero destinati alla trasmissione di segnali telegrafici e non di voci o musica. Sin dall’inizio Marconi denominò i suoi esperimenti come “radiotelegrafici” e fatti conoscere come “Telegrafia Senza Fili” (T.S.F.). Ciò al contrario di quanto il fantastico popolare odierno crede e che associa alla radio la trasmissione di musica e notizie.

Guglielmo Marconi, fin dall’esordio dei suoi esperimenti, ha infatti l’obiettivo di trasmettere l’informazione, e cioè le idee, a distanze sempre maggiori. Dopo i primi risultati positivi avuti nella sua tenuta di Pontecchio, vicino Bologna, l’Inventore tenta di coprire distanze sempre più grandi. Ciò che diede maggiore soddisfazione a Marconi fu la ricezione, in segnale telegrafico, della lettera “S” ottenuta nell’isola di Terranova (America settentrionale) nel 1901 e trasmessa dalla stazione posta a Pholdu, nell’inglese Cornovaglia.

Per riuscire in tale intento installò a Poldhu il più potente impianto radiotelegrafico allora costruito e per la corrispondente stazione di ricezione, al di là dell’Oceano, scelse l’Isola di Terranova che era la parte dell’emisfero più vicina alla costa inglese. Alle dodici e trenta del 12 dicembre 1901 Marconi percepisce i deboli crepitii telegrafici trasmessi dalla costa inglese. “Allora mi persuasi che non mi ero ingannato, le onde elettromagnetiche avevano varcato l’Atlantico”. Il segnale “wireless” aveva viaggiato per 2.000 miglia.

Era nata la T.S.F., la Telegrafia Senza Fili, quel sistema per comunicare con i natanti, con i mezzi aerei e con tutti i posti lontani e isolati. Al di sopra di tutte le applicazioni tecniche, da quel momento la Radio offre uno strumento miracoloso quando la si consideri come unico mezzo di collegamento per la salvezza delle vite umane in alto mare. Per opera di Marconi gli uomini in mare, per la prima volta, non sono più soli.

L'appellativo di benefattore dell'umanità riconosciuto da allora a Marconi, appare il più nobile fra i molti che gli furono attribuiti. Solo nel secondo decennio del 1900 la radio diventa uno mezzo a diffusione circolare per le informazioni e l’intrattenimento come lo conosciamo oggi. Da quel momento si aprirà quell’infinito mondo tecnologico, dalle comunicazioni satellitari alla televisione e al telefonino, in cui siamo immersi.

Due dicembre 1938 Enrico FERMI riceve il Nobel

Enrico Fermi, lo scienziato italiano padre dell’Atomo, il due dicembre 1938 è a Stoccolma dove riceve il premio Nobel per gli studi sulle “reazioni nucleari da neutroni lenti”. Potrebbe essere per l’Italia l’inizio della Scienza Nucleare ma, al contrario, è la fine. Proprio nel luglio di quell’anno il Regime Fascista, con la pubblicazione del Manifesto della Razza, avvia la campagna antisemita e inizia la caccia all’Ebreo. Per Fermi diventa impossibile continuare a vivere in Italia, sua moglie, Laura Capon è di origine ebraica e, inoltre, i suoi lavori scientifici sono continuamente boigottati. Il grande Enrico Fermi era entrato in una sorta di isolamento scientifico creato dal regime.

Quando il 10 novembre del ’38 Fermi ebbe notizia che a soli 37 anni avrebbe ricevuto il Premio Nobel, lo scienziato, dopo la cerimonia a Stoccolma previde di non tornare più in Italia. La guerra era alle porte e Mussolini assecondava la follia di Hitler. Così, per evitare di mettere in pericolo la sua famiglia, Fermi decide di fuggire in America. Alla premiazione, tenutasi a Stoccolma il 2 dicembre 1938, Enrico si recò con la moglie e i figli e ricevette il premio indossando un semplice frac e non l’uniforme voluta dal Regime. Non fece neanche il saluto fascista, come, invece, era imposto ai cittadini italiani. Fu questa la sua ribellione contro un potere politico che, miopiamente e con profonda ignoranza del suo capo, lo aveva costretto ad abbandonare l’Italia. Fermi si imbarca su un transatlantico diretto a New York, dove si stabilisce in un primo momento per collaborare con la Columbia University, ma dopo diventa lo Scienziato di punta del Progetto Manhattan dando vita alla reazione a catena controllata.

Inizia così la realizzazione delle bombe atomiche che raderanno al suolo Hhiroshima e Nagasaki, ponendo fine alla seconda guerra mondiale. L’influenza di Fermi nella fisica è stata enorme, sia dal punto di vista scientifico che di insegnamento della fisica. Isolare e far fuggire i migliori dalla propria Terra, è questo che ancor oggi avviene quando al governo regnano degli ignoranti. Se in futuro ciò dovesse accadere, rievocando un consiglio del grande Presidente Sandro Pertini, il popolo avrebbe tutto il diritto di allontanarli a pedate.
*già docente di Fisica Acustica – Univ. di Messina

A corto di idee, si insiste sul patriarcato

E’ prassi consolidata che la cosiddetta politica speculi su tutto ciò che è speculabile. L’abbiamo visto col Covid, dove i politicanti hanno accentrato la gestione di vaccini e mascherine, lo sentiamo nei talk show dove ogni argomento è trattato secondo la convenienza del momento. Speculare sui morti, invece, lo si vede solo da poco. Si parla ancora di Patriarcato, riferendosi al movente che avrebbe armato la mano di Filippo Turetta contro la povera Giulia Cecchettin. In un pezzo a mia firma, riportato su queste pagine il 23 c.m., ho titolato “Patriarcato…ma che c’entra?”, e in effetti non c’entra proprio nulla.

Ma, a corto di altri motivi di attacco, i sinistri tornano sull’argomento facendo, purtroppo per loro, magre figure. Il popolo dei progressisti è fuori di sé, e ha necessità di tenere desta l’attenzione della massa su argomenti inventati, pur di attaccare il Governo. Qualche sera fa ho letto questo sopratitolo “omicidio di Stato”. Sono rimasto sorpreso! Ma si può guerreggiare con la controparte scrivendo cose cosi assurde? Ma quale omicidio di stato? E poi, quale governo ne sarebbe responsabile quello odierno, che dura da poco più di un anno, o chi ha governato negli ultimi dieci anni? Avendo personalmente una cultura scientifica, e quindi razionale, non posso non esprimere il mio disprezzo verso chi si ostina a fare della televisione uno strumento di offesa usando fatti inventati e continue bugie.

Ma a pensarla allo stesso modo arriva proprio un personaggio dei “loro”, il prof. Cacciari, filosofo, che ha osservato come il ruolo della figura maschile all’interno della famiglia sia venuto meno da almeno duecento anni. Al contrario le tragedie come l’assassinio della povera Giulia è il frutto di una personalità fragile, confusa e alla ricerca di una identità. Il tutto dovuto a una grave assenza valoriale. E’ quindi ben più facile che sia frutto di una famiglia sempre più disgregata, sempre più fluida, anonima e assente. E’ da qui che nasce un disintegrato mentale, un disamorato della vita e, infine, un giovane che arma la propria mano.

Contrariamente a quanto recita la sinistra, la famiglia è un prezioso elemento di stabilità sociale ed economica. La famiglia andrebbe comunque difesa per il suo insostituibile compito di educare i figli. Al contrario del tanto sbandierato patriarcato che non esiste, è proprio chi grida al patriarcato che ha creato (supposto che l’abbia fatto) un giovane incapace di autocontrollo, dalla cultura e conoscenze di vita inesistenti e frutto di una famiglia evanescente, fluida e dissociata.

*Già docente di Fisica Acustica – Univ. di Messina

 

Patriarcato, ma che c’entra?

Dalla Enciclopedia Treccani “Patriarcato è il tipo di sistema sociale in cui vige il diritto paterno, ossia il controllo dell'autorità domestica, pubblica e politica da parte dei maschi più anziani”. Un’organizzazione familiare in cui il padre detiene il predominio assoluto. Nel XX secolo, dopo la seconda guerra mondiale, si è assistito a un forte cambiamento sociale. Il movimento femminista ha, giustamente, iniziato a sfidare apertamente le strutture patriarcali, rivendicando uguaglianza e diritti. Questi sforzi hanno portato ai cambiamenti significativi cui assistiamo. Ma la lotta contro le radici patriarcali, vere o presunte, rimane. Una sfida continua contro una porta aperta. E cosa c’entra il Patriarcato con un omicidio?

Inutile cercar di capire perché la cosiddetta opposizione, che ha tirato fuori il “Patriarcato”, non è opposizione ma caos. Magari politicante, visto che il caos è portato in parlamento, ma caos. Ma vediamo in quali paesi europei avviene il più alto tasso di femminicidi. Nella grande e “perfetta” Germania nel 2020 le donne uccise sono state lo 0,53 per centomila abitanti, in Italia nello stesso periodo lo 0,32, ben lontano ancora dallo 0,43 della Francia. In generale l’Italia è al quart’ultimo posto, prima solo della Spagna, Svezia e Grecia. Cifre che fanno comunque scandalizzare ma che non scaturiscono da alcuna forma di patriarcato, supposto che questo esista. La famiglia tradizionale è tirata in ballo un giorno sì e l’altro pure da una pseudo-opposizione che priva di idee e di propositi si attacca al nulla.

E si fanno talkshow con discussioni “convinte” che fanno pensare: ma questo/a ci crede o parla a vanvera. E invece no, il teleschermo presenta ogni sera facce e parole di gente che ha bisogno solo di esprimere rabbia e livore. Il popolo dei progressisti è fuori di sé. Sul patriarcato si può immaginare? Ma manco per sogno, lo fa solo perché non è al comando. Durante i dieci anni in cui al governo c’è stato il Partito Democratico, i suddetti reati erano, statisticamente, più diffusi rispetto agli ultimi dodici mesi. Ma si può dire che è stata colpa dei Dem? Assolutamente no, perché il governo Dem, o altro, non c’entra nulla.

Accusare il centrodestra e Giorgia Meloni di una sorta di patriarcato è solo pretestuoso. Anche volendo pensar male, gli assassini non si formano in 12 mesi. Ciò che invece angoscia è che non abbiamo al governo una opposizione valida che possa dialogare civilmente e dare suggerimenti credibili. A bassa voce, perché se gridi dimostri solo di non avere idee e stai perseguendo altri fini. Perché come diceva Andreotti il “Potere logora chi non c’è l’ha”.

*Già docente di Fisica Acustica – Univ. di Messina

 

EFFETTI SOCIALI DI UN DISASTRO ANNUNCIATO

Gli effetti del COVID-19 sul piano sanitario ed economico sono devastanti. E’ la più grave crisi dopo quella del 1929 che provocò il crollo di Wall Street riducendo, su scala globale, produzione, occupazione, consumi, redditi e risparmi. La crisi del Covid racchiude contemporaneamente tutte le cause sopra novellate, esattamente come quella degli anni trenta. O, ancora, come la crisi offerta all’inizio degli anni settanta caratterizzata dalla quadruplicazione dei prezzi del petrolio (la crisi del Kippur). È questa del Covid una crisi diversa da altre precedenti perché ad originarla non sono fattori economici e sociali ma una causa extra economica.

Ciò genera, a sua volta, una profonda incertezza sui relativi tempi di uscita. Sul piano macroeconomico i numeri sono molto negativi e si parla di una perdita del Pil per l’Italia di almeno il 12 per cento (fonte Istat). L’impatto del COVID-19 sulle imprese italiane ha aspetti quantitativi e qualitativi. Sempre secondo stime ISTAT, le drastiche misure di chiusura delle attività produttive hanno coinvolto due milioni di imprese, grandi e piccole, e centinaia mi migliaia di lavoratori in cassa integrazione e senza certo futuro. Ma questo e solo la punta dell’iceberg perché, durante il lockdown, molti adolescenti hanno sperimentato senso di solitudine, a causa della chiusura delle scuole e dell’impossibilità di uscire di casa. Si è persa la capacità di socializzare con compagni e amici, riducendo l’evoluzione psichica degli adolescenti. Numerosi studi hanno indagato i rapporti tra crisi economica e salute mentale. I risultati hanno confermato ciò che quotidianamente hanno raccontato, e raccontano, i media.

Peraltro le difficoltà economiche si riverberano sulla storia clinica individuale, esponendo i soggetti a situazioni di precarietà, di disperazione, fino ai gesti estremi che occupano la cronaca. Non a caso il Ministero della Salute ha stanziato fondi per l’aiuto psicologico post pandemia. L’isolamento e il distanziamento varato per questa sorta di morbo sono stati forti e devastanti. Il virus ha indotto a guardare ogni persona con diffidenza, come possibile portatore di infezione, insidiando in tutti noi il sospetto, il timore e il possibile inganno. Si è introdotto nella società l'idea del sospetto, che l'altro possa portare qualcosa di cattivo e dannoso. Ma come, non hai la mascherina? si è sentito più volte dire al supermercato o sul pullman.

E questa mascherina era veramente utile o no? Persino i virologi da TV, sempre in conflitto fra loro, hanno avuto dubbi sulla sua efficacia. La solitudine, la paura che nulla torni più come prima, l’angoscia di perdere la sicurezza economica conquistata in anni di fatica, il timore di vedere i nostri cari per un possibile rischio di contagio. E’ questo il dramma che ognuno di noi ha vissuto e continua a vivere. C’è da chiedersi se, alla luce delle terapie che tanti medici e soprattutto infettivologi hanno applicato, era proprio necessario creare tanto disastro. L’isolamento degli individui, in caso di diffusione di un virus, appartiene a un mondo ormai passato della medicina. Significativo quello applicato per la cosiddetta Spagnola diffusasi fra il 1918 e il 1919. Ma allora erano sconosciuti farmaci che oggi sono quasi da “banco”, come gli antinfiammatori e gli antibiotici. Peraltro, e sono dati oggettivi e facilmente riscontrabili, tanti sanitari hanno brillantemente curato il Covid con i farmaci citati, iniziando ben prima che si avviasse la campagna vaccinale e salvando tanti e tanti pazienti.

C’è ancora da chiedersi perché si è preferito stravolgere l’intera società per curare una malattia curabile? Si è distrutto tutto e tutti, si sono chiuse le scuole negando, in queste, persino la ventilazione assistiva dalle Radiazione Ultraviolette che avrebbe ucciso i virus. Si sono fermati i giovani, interrompendo in maniera irresponsabile la loro formazione. Si sono negate cure che tanti e tanti medici “gridavano” attraverso i mezzi di informazione, tralasciando protocolli che hanno salvato decine di migliaia di persone. Oggi c’è da chiedersi perché. Perché è stato fatto? A chi interessava tanto cinismo? A quale stato, a quale gruppo di potere perverso nel mondo interessava tanto disastro? Non avremo a breve una risposta e, come si dice in questi casi, ai posteri la sentenza.

*Già docente di Fisica Acustica – Univ. di Messina

 

 

La cultura del sospetto

Genericamente il sospetto nasce dal non sapere o, se preferite, dall’ignoranza. Peggio ancora se la conoscenza è limitata alla scuola del teleschermo. Una conoscenza a senso unico trasmessa a chi, il più delle volte, non è capace di criticarla. Un’acquisizione acritica di ciò che viene visto e ascoltato. E, in ogni caso, “l’ha detto la televisione”, ed è giusta!. Da tempo accade questo. Vorrei dire per il covid certamente, ma sono anni e anni che prendiamo per buona ogni cosa che ci trasmettono i media. Una volta la carta stampata, durante la lettura, dava più tempo a ponderare le parole che leggevamo. L’informazione parlata e visiva immediata, incide a livello subliminale influenzando l’inconscio e condizionando il comportamento. In questo periodo (ormai lungo quasi due anni) di regole e imposizioni di vita giornaliera seguo le regole che, tutto sommato, reputo utili.

E poi evito di essere ripreso da gente che sconosce la materia o meglio “è ignorante”, sul modo di stare, vivere e approcciarsi nell’affollata vita fuori-casa. Vaccinato dalla prima ora, dopo aver chiesto a specialisti veri se era il caso farlo, ho ritenuto di essermi allineato alla linea governativa-sanitaria e per nulla specialistica. Sembra che il vaccino (che, mi dicono, non sia vaccino) funzioni per evitare il peggio, e mi sento più sicuro. Sottostò a pseudo regole che ben poco hanno a che fare con l’evitare la diffusione del virus, ma “lex sed lex” e la seguo, chissà forse potrebbe essere giusta. Certo rimane il dubbio che, come ebbi a dire in altri pezzi, è alla base della conoscenza ma che pochi pongono.

Ma la logica del sospetto, frutto del non sapere, è sempre dietro l’angolo. “Si metta bene la mascherina”! si certo, ho la mascherina ma sono a distanza da Te e, tutto sommato, la mascherina è posizionata più o meno bene. Vale la pena rivolgersi in un modo imperativo-dispregiativo solo perché l’hanno detto in tv? Sei proprio sicuro che sia necessario inventare un contenzioso (magari piccolo) solo perché la mascherina è storta? Si, per tanta gente che ha acquisito la logica del sospetto è così. Ma purtroppo non è solo sospetto perché accanto a questo si accompagna l’odio, quella capacità di provare risoluta ostilità nei confronti di un'altra persona. E l’odio, una volta acceso, va al di là di ogni ragionevole comportamento. Siamo arrivati a questo, alla guerra fra poveri. Forse conviene guardar meno cassandre televisive che dicono poco e seminano “odio”.

*fisico, Consulente di Acustica del Comune di Lipari carlodarrigo47@gmail.com

 

Tony Nennett, settant’anni di musica da sogno

Tony Bennett, il leggendario cantante crooner statunitense di origine italiana, ha smesso di esibirsi. Sofferente di Alzheimer dal 2015, riceve proprio questo mese l’ordine di fermarsi dal suo medico. “Non siamo preoccupati che non sia in grado di cantare, ma alla sua età ci preoccupano le sue condizioni fisiche: viaggiare per lui è molto faticoso”. Non è però il definitivo finale della carriera di Bennett: il prossimo 1° ottobre uscirà Love for Sale il secondo album di duetti con Lady Gaga dove la popstar, consapevole sulle condizioni di salute Bennett, si mostra particolarmente emozionata. Anthony Dominick Benedetto, nato a New York nel 1926 (95 anni oggi) è uno dei tre figli di John Benedetto e di Anna Suraci originari di Podargoni, vicino Reggio Calabria.

Dopo la morte di Dean Martin, Frank Sinatra, e Perry Como, Tony Bennett ha conservato la verve musicale del cantante confidenziale (crooner). In Italia lo stile crooner ha vissuto la sua popolarità con esponenti quali Fred Bongusto, Bruno Martino, Johnny Dorelli e altri. A questo gruppo di cantanti fu infatti attribuita l’etichetta di "cantanti confidenziali", in contrapposizione alla categoria degli urlatori che nasceva a fine anni ’50. Bennett, vincitore di 20 Grammy Awards, il più prestigioso riconoscimento americano in ambito musicale, ha legato la sua fama cantando con personaggi di grande prestigio come Sinatra, Barbra Streisand, Michael Bublè, Andrea Bocelli, Stevie Wonder e Lady Gaga.

Un gigante delle canzoni che si fanno ascoltare, che infondono amore e serenità all’anima. La sua avventura musicale inizia alla fine della seconda guerra mondiale, cui partecipò liberando il campo di concentramento di Landsberg. Nel 1950 firma il suo primo ingaggio discografico con la Columbia Records e il primo successo canoro è “Because of You”, seguito da brani come “Stranger in Paradise” e “Cold, Cold Heart”. Ma la voce di Tony Bennett sarà sempre ricordata per la fantastica interpretazione di “I left my heart in San Francesco” un brano che insieme 

a “The Shadow of your simile”, e “Fly me to the moon” lo ha reso immortale. Ma il suo cuore non l’ha lasciato solo “in San Francisco” ma bell’animo di tutti noi. Registrazioni in streaming e cd ci faranno sognare per sempre.

 

 

A PROPOSITO DEI NATANTI “ALL’AMIANTO”

Rievoco il pezzo a firma del dott. Angelo Giorgianni sui natanti “all’amianto” per cennare agli effetti cui può condurre l’esposizione a questo minerale killer. In greco “amianto” significa “perpetuo o inestinguibile” ed è il punto di arrivo di una lunga e naturale serie di trasformazione di altri minerali. La conoscenza dell’amianto, e il suo utilizzo, hanno profonde radici temporali. Gli Egizi lo utilizzavano per imbalsamare le mummie e l’impiego industriale dell’amianto risale all’ottocento, a seguito della scoperta di vasti giacimenti. In Italia, fino al 1990, è stata attiva in Piemonte, nel comune di Balangero, una grande cava per l’estrazione di amianto. Dopo il riconoscimento dei danni alla salute che esso provoca, l’utilizzo dell’amianto è stato proibito decretandone la sua totale eliminazione. In Italia già dal marzo 1993 la legge 257/92 ne vieta ogni suo utilizzo. La stessa legge regolamenta le procedure di dismissione dell’amianto. La norma n° 277 del 1991 prevede che si valuti il rischio per l’esposizione all’amianto durante le attività lavorative. L’inalazione di amianto, o meglio dei nano-aghi della fibra di amianto, determina sull’apparato respiratorio una serie di patologie, riconducibili a reazioni fibrose diffuse e irreversibili a carico dell’interstizio polmonare e delle pleure e allo sviluppo di neoplasie maligne del polmone. L’esposizione ad amianto può condurre a carcinoma polmonare, carcinoma laringeo e a diffuse lesioni cutanee. Ma si segnalano anche neoplasie ad altri organi, quali esofago, tratto gastroenterico, tessuto linfatico, rene e vescica. Tutte queste patologie compromettono la funzionalità dell’organo interessato e hanno la tendenza a manifestarsi e ad evolversi anche dopo la cessazione dell’esposizione. La bonifica dall’amianto, purtroppo, è complessa e chiaramente costosa. E’ questo il motivo che porta i responsabili a rinviare la sua dismissione. Gli esperti sanno che esistono tre modalità di bonifica: la rimozione, la sovracopertura e l’incapsulamento. A prima lettura la rimozione può sembrare la soluzione più efficace. Si deve però tener conto che questa procedura può far diffondere, in maniera fine ed estesa, una grande quantità di polvere di amianto che andrebbe ad essere ulteriormente bonificata perché ancor più facilmente acquisibile dagli organi del nostro corpo. La sovracopertura si ha sovrapponendo una copertura sulla superficie di amianto e, chiaramente, questa procedura è possibile quando l’amianto si presenta a lastre come l’eternit di un tetto. Infine l’incapsulamento prevede l’uso di prodotti impregnanti che legano, immobilizzandoli, i microscopici agni della fibra di amianto. Probabilmente è questa la procedura più implementabile sui natanti. Ma al di là di tutte queste allarmanti parole, è opportuno che la Ditta Armatrice produca una risposta a quesiti e dubbi che rendono inquieti gli abitanti delle sette Isole.

 

 

LA RIVOLUZIONE DEL 20’ SECOLO E’ ELETTRONICA  seconda parte di tre

L’invenzione del transistor scaturiva da nuove conoscenze fisiche sui semiconduttori. Nel novembre 1874 Ferdinando Braun, professore di fisica sperimentale presso l’Università di Strasburgo, pubblicava una relazione “sulla conduzione di corrente nei cristalli di solfuro”, attirando l’attenzione degli specialisti sul fenomeno scoperto: l’intensità della corrente che passa nel cristallo dipende dal verso della corrente. Lo stesso Braun non seppe dare una spiegazione del fenomeno. Nel 1876 Werner Von Siemens, nel corso di un esperimento sulla sensibilità luminosa del selenio notò un fenomeno analogo descrivendolo come un contraddittorio sulla conducibilità elettrica. Solo 25 anni dopo Braun impiegava il cristallo di solfuro (la galena) per la ricezione delle onde radio. Negli anni venti i primi radioascoltatori si ponevano con le loro cuffie davanti al “detector”, o cristallo di Galena, e armeggiavano per ottenere il migliore ascolto. Oggi gli studi di fisica sono ricchi di contributi sulla “fisica dello stato solido” ma nell’era antecedente all’invenzione del transistor questo filone scientifico era pressoché ignorato. Il direttore dei laboratori della Bell Telephone, William Shockley e i suoi collaboratori Walter Brattain e John Bardeen, prima dell’evento bellico del 1940, avevano avviato studi sui semiconduttori a ossidi di rame e di selenio già allora utilizzati negli apparati di telecomunicazione del Siganl Corps, il reparto per le telecomunicazioni dell’Esercito americano. Alla fine del conflitto il gruppo concentrò la propria attenzione sui semiconduttori al germanio. Questi erano cristalli tipicamente isolanti, contenenti piccole impurità artificiali (drogaggio elettronico) capaci di far scorrere una corrente elettrica solo in un verso. Nel 1946 i loro sforzi erano concentrati nello studio dei cristalli di germanio e di silicio, gli elementi chimici di cui si avvarrà la costruzione di tutti i futuri transistors e i circuiti integrati, quei minuscoli chips che hanno trasformato il nostro modo di vivere. Shockley, più che interessato allo sviluppo degli elementi chimici, fu attratto dall’idea di poter sfruttare i semiconduttori per amplificare segnali elettrici. Si doveva attendere il 1948 perché gli sforzi di Bardeen e Brattain trovassero riscontro nella costruzione di un dispositivo che funzionasse veramente. Shockley nel gennaio del 1949 pubblicava i principi teorici del transistor, dispositivo a semiconduttori o a stato solido come oggi lo conosciamo. Negli anni successivi un rapidissimo progresso tecnologico stimolava la creazione e la produzione su vasta scala di un’estesa gamma di transistors per le più svariate applicazioni da quelle radiotelefoniche e televisive a quelle dell’ingegneria biomedica, fornendo un forte esempio dell’immediatezza con cui i risultati della ricerca possono essere applicati al progresso tecnologico. Nel 1956 Shockley sarà insignito del Nobel per l’invenzione del transistor.

----Prima parte di tre

La relazione tra scienza e tecnologia è molto stretta e nessuna delle due avrebbe raggiunto l’odierno livello senza aiuto dell’altra. Ma l’aspetto tecnologico è quello che conosciamo meglio perché ci coinvolge da vicino nella vita di ogni giorno. Alcune delle più grandi innovazioni, come le scoperte astronomiche e le teorie dell’evoluzione, hanno avuto scarsa influenza sulla nostra esistenza.

Persino la teoria sulle onde elettromagnetiche e la teoria atomica, sebbene abbiano modificato profondamente la qualità della vita, non hanno avuto significativo impatto sociale finché non sono nate le applicazioni tecniche. Che valenza ha un’innovazione tecnologica? Un’innovazione, per essere socialmente utile, deve godere di largo impatto sociale e, soprattutto, deve migliorare la qualità della vita. Spesso una scoperta rappresenta il miglioramento di qualcosa che già si conosce, in altri casi può essere la diversa interpretazione di una legge fisica o naturale.

E’ proprio questo che avveniva settant’anni addietro quando, sulla scorta di conoscenze già acquisite sui “semiconduttori”, era scoperta la funzione del Transistor, quel piccolo dispositivo elettronico capace di amplificare un segnale elettrico, un’onda elettromagnetica, un’informazione telegrafica o telefonica, senza ricorrere ai fragili e ingombranti tubi elettronici (valvole) fino a quel tempo largamente impiegati.

Per capire il momento dell’invenzione basti pensare che in appena cinque decenni la valvola termoionica (inventata dall’americano Lee De Forest nel 1904) aveva permesso lo sviluppo della radio e della televisione, avviando la realizzazione di quella rete telegrafica e telefonica mondiale che avrebbe superato limiti fisici e ideologici. Già durante la seconda guerra mondiale Ralph Bown, direttore scientifico della Bell Telephone Company, aveva individuato i lati deboli dei tubi elettronici.

Erano intrinsecamente fragili e presentavano un basso rendimento, consumando tanta più energia di quanto era quella del segnale da amplificare. Il loro ingombro era spesso proibitivo impedendo di ridurre le dimensioni e la trasportabilità degli apparati. E’ in questo scenario tecnologico che il transistor si presenta con tutti i suoi vantaggi. E’ piccolo, leggero, resiste a tutte le vibrazioni, non é soggetto a invecchiamento e necessita di pochissima energia per il suo funzionamento. prima parte di tre  

 

 

Carta stampata o web?

Gli effetti della migrazione dalla lettura cartacea a quella digitale sono noti da tempo. All’inizio dell’informazione sulla rete molti osservatori profetizzarono un rapido declino della carta stampata, ma questo declino ancora non si è manifestato in maniera totale, come invece veniva reclamizzato. Fra web e cartaceo si è stabilita una divisione di compiti, di indirizzi e di target dei lettori. Sicuramente un fenomeno degli ultimi tempi è quello delle molte testate nate online come punti di riferimento per le loro comunità, come il Notiziario delle Eolie che può raggiungere in tempo reale gli Eoliani all’estero. Tanti, tantissimi che hanno trovato nel giornale on line l’unico legame di riferimento. Informatissimo, gratuito e istantaneo su tutto il Globo terrestre. E allora la “carta” a che serve? Sicuramente la lettura su carta garantisce una maggiore comprensione del testo, oltre che una profonda memorizzazione: la carta quindi è ancora viva. Non fosse altro che per la semplice ragione illustrata dallo scrittore americano Mark Kurlansky che in un suo lavoro, dal nome appunto “Carta”, ha espresso la sua idea sulla morte della carta, e che questa sarebbe stata rimpiazzata dalle nuove tecnologie. Kurlansky ritiene che non sia la tecnologia a cambiare la società, ma è la società che sviluppa nuove tecnologie per indirizzare il cambiamento. Tra i due media, anzi, non c’è un rapporto di sostituzione progressiva, ma di integrazione. I giornali hanno il carattere dell’approfondimento, mentre le notizie on-line garantiscono la tempestività dell’informazione. Rupert Murdoch, da sempre a capo della televisione a pagamento, va oggi contro i motori di ricerca che, a parer suo, rubano contenuti online. Secondo Murdoch l’informazione digitale non potrà continuare a essere gratuita ma dovrà costare come un comune quotidiano, anche se “ridotto”. Va infatti detto che un lettore on line è poco propenso a leggere testi lunghi come sulla carta stampata ma gli basta il titolo, l’immagine, se disponibile, e ciò che è scritto nell’occhiello, quel sopratitolo che fornisce una breve introduzione alla notizia. L’argomento mi porta alla mente quanto accaduto nel 1954 (in Italia) con l’avvento della televisione. Allora furono in tanti a preconizzare la fine della radio ma, invece, fu proprio la radio a ritagliarsi uno spazio tutto suo. La tv divenne il mezzo di informazione e intrattenimento delle ore serali, la radio divenne compagna dell’ascoltatore nei vari momenti della giornata, soprattutto quando questa diventò piccola, personale ed estremamente efficiente negli spostamenti in auto. Chi scrive ha iniziato nel lontano 1980 sulla carta stampata, adesso mi sono convertito al web. E mi sento bene. Un tempo si andava a cavallo, oggi auto, aerei e treni sfrecciano velocemente. Forse noto nostalgia del cavallo, ma solo per una salutare passeggiata.

 

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