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di Ennio Fiocco

Gaston Vuillier, il gallo di Don Santo e la maledetta terra di Vulcano.

Gaston Charles Vuillier (1846 + 1915) è stato illustratore, scrittore e viaggiatore francese. Tra i molteplici viaggi, si ricordano quello effettuato in Sardegna e poi in Sicilia nel 1893. Dal diario con i numerosi disegni eseguiti durante l’itinerario della visita, verrà pubblicato il volume “Impression du présent e du passé” nel 1896″, cui seguirà nel 1897 l’edizione italiana dal titolo “La Sicilia - impressioni del presente e del passato”. Il poliedrico viaggiatore, arrivato a Palermo entra casualmente a contatto con Giuseppe Pitrè, che diviene di fatto il suo mentore.

L'opera “La Sicile” è corredata da ben 255 incisioni proprie, di cui 10 si riferiscono alle Isole Eolie (l’ossario di Lipari; il porto di Lipari; strada di Lipari; un balcone; un cratere spento; il cratere di Vulcano; quartiere di Canneto; il mercato di Canneto; lo Stromboli e la veduta di Canneto), oltre a dei piccoli disegni tra cui la moglie di Don Santo a Vulcano di cui parlerò appresso. Sicuramente, le immagini esprimono un profondo senso della bellezza, sospeso in un’aureola di nostalgia, quasi a testimoniare l’esperienza umana di chi non solo ha osservato e raccontato luoghi, ma ne ha anche vissuto in modo profondo i legami con gli uomini e la cultura. Il viaggio fu compiuto nel pieno della maturità dello scrittore, fra il mese marzo e di giugno del 1893, intinto nella percezione realistica delle cose osservate e con un occhio attento da indagatore obiettivo.

Riporto, con la mia ricerca, alcuni passi interessanti del Vuiller che mi hanno colpito (tralasciando per il momento e per brevità espositiva la questione della pomice dallo stesso trattata): “Era giorno appena quando vidi ergersi dinanzi a noi le deserte pendici di Vulcano, tutte solcate da burroni; costeggiammo l'isola di Lipari ed entrammo nel porto...la città posta sulla riva sta attorno ad un alto scoglio nero coronato da antiche muraglie, di bianche cupole e di campanili. Nel porto stavano alcune bilancelle, con le vele ammainate, che dormivano ancora....il console francese di Messina mi ha dato una forte raccomandazione per il suo agente, dal quale mi faccio accompagnare....

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Lo scoglio che sporge sulla baia, divide il quartiere della marina in due parti. Di là dalle barche a vela latina, dalla città biancheggiante, dalla rupe irta di rovine, si estende una piccola pianura coperta di aranci e di viti...ho udito suonare una tromba sui bastioni e Chamecin allora mi dice: ascoltate è la ritirata dei coatti...girano tutto il giorno liberi per la città, sono obbligati ogni sera quando suona questa ritirata, a rientrare nella città vecchia ove restano rinchiusi fino alla mattina...ma è loro assolutamente proibito di oltrepassare la cinta di Lipari...”. Poi lo scrittore continua “giunti all'abside della cattedrale, dove un fico gigantesco, circondato da cactus contorti, sporgeva i suoi rami aggrovigliati...la mia guida mi fece scalare un muro antico per arrivare ad una specie di piccolo terrazzo sul quale è un pertugio chiuso da sbarre di ferro...guardo; l'ombra avvolge il sotterraneo nel quale caccio gli occhi, ma poi a poco a poco una incerta luce comincia a rischiarar quelle tenebre e vedo dei cadaveri ritti lungo il muro, o distesi nelle bare ove disegnano le loro orride forme di spettri...”.

Il viaggiatore francese poi così scrive nel suo diario: “ il giorno dopo...una brezza leggera...gonfierà le nostre vele e fra una mezz'ora, signor mio, approderemo a Vulcano...L'imbarcazione si muove sulle onde come una freccia, essa piegasi da sinistra a destra, rialzandosi e riabbassandosi...Arrivati al canale che separa Lipari da Vulcano leghiamo la vela e giriamo di bordo. Il mare è agitato, il vento è divenuto impetuoso e si rischierebbe di veder capovolta il natante costeggiando. Finalmente...approdiamo sopra una piccola spiaggia al piè d'un alto monticello in cui si mischiano alla rinfusa le ocre più ardenti del paesaggio. Su quella specie di caos sono aperte delle caverne, abitazioni, ora deserte, che non più di due anni fa erano abitate dai poveri braccianti i quali lavoravano nella solfatara del cratere. Abbiamo dinanzi una pianura coperta di cenere, d'una desolazione infinita, in fondo alla quale si erge il conico monte del vulcano. Sulle sue nere pendici striate di giallo, è spalancato un antico cratere non attivo...

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Un'eruzione scosse due anni fa la montagna, mettendo a soqquadro tutto questo lato dell'isola... si vedeva una quantità di muri rovinati e di tetti sfondati e il suolo nero era ingombro per tutto di oscure masse di lava; alcune di queste furono lanciate a grandi altezze in aria e ricaddero poi con tale impeto da sparire affatto sotterra, lasciando solo nel punto della caduta una specie di apertura circolare visibile ancora. Mentre guardavamo impensieriti le coste del vulcano, alcuni abitanti dell'isola, a cavallo su asini si avvicinarono a noi... Sarà impossibile che possiate salir in cima, ci dissero. Ma uno di loro conosceva un percorso accessibile...continuiamo a salire sempre con gran fatica, aiutandoci col le mani e piedi; siamo anneriti dalla cenere e bagnati dal sudore... i vapori sulfurei del cratere, deviando, ci avvolgono...” quando “Il vulcano si scuote improvvisamente, forti boati echeggiano per l'aria, il grande imbuto è pieno di fumo denso che inonda tutto il cratere.

Fuggite! fuggite! gridano i marinai restati in alto sull'orlo esterno...Un braccio vigoroso mi afferra con forza e mi trascina via.... apro gli occhi, e mi trovo disteso quanto son lungo sull'orlo del cratere e respiro ancora.... siamo stati noi che abbiamo irritato così il vulcano... Dio Santo! esclamò, non sarà possibile tornare a Lipari stasera, signor mio, se ci arrischiassimo, una libecciata capovolgerebbe sicuramente l'imbarcazione...”. Continua nella sua opera il Vuillier: “Proprio addossata all'ardente colle c'è una casolare coperto al meglio con un tetto posticcio; in essa abita la famiglia incaricata di vegliare sui resti delle coltivazioni appartenenti al signor Narlian. Andiamo a rifugiarci... il capitano si accorge di un vecchio gallo che ha commesso l'imprudenza di cantare, e ne chiede il sacrificio. In pochissimo tempo la povera bestia passa fra le mani di lui e viene strozzata...

Ci siamo seduti, il capitano, i marinari ed io alla nuda tavola, in mezzo alla famiglia di Don Santo, guardiano le vigne quasi sparite...il capitano ha deposto trionfalmente sulla tavola il gallo da lui cucinato, natante in una salsa cremosa..non ho potuto tagliare il gallo vecchio perché troppo tiglioso, né spezzare il poco pane che avevamo a disposizione, perché duro come un sasso, ma la salsa di pomodoro del capitano era squisita...I marinai ed i bimbi affamati rosicchiarono fino all'osso il vecchio volatile. Don Santo spari per poco, e con la lanterna in mano, passando per le rovine, andò nelle cantine sotterranee di cui aveva le chiavi, che il vulcano aveva risparmiato, a prendere del vino fatto con l'uva raccolta un tempo nelle ceneri della pianura. Il vino, si sa, mette addosso l'allegria...

Camminavo sulla spiaggia pensando agli antichi poeti e capivo come i prodigiosi racconti uditi dai naviganti di quei tempi avessero colpito le loro immaginazioni. Per essi queste isole erano il soggiorno di Eolo, il dio dei venti... Verso sera l'uragano si calmò, ed io potei abbandonare la maledetta terra di Vulcano...”. Intrigante, a mio avviso, appare questo racconto di fine ottocento che condivido con i lettori estrapolato dagli scritti del francese Gaston Vuillier.

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